LIII.Abboccamento.
D’Artagnan in quella mattina era a letto in camera di Porthos. Tale era l’abitudine presa dai due amici dopo le insorte turbolenze; tenevano sotto il capezzale la spada, e sul tavolino, vicinissimo alla mano, le pistole.
D’Artagnan dormiva tuttavia, e si sognava che il cielo si cuoprisse di un gran nuvolo giallo, e dal quel nuvolo cadesse una pioggia d’oro, e ch’egli porgesse il cappello sotto una grondaja.
Porthos dal canto suo si sognava che lo sportello della sua carrozza non fosse abbastanza largo per contenere le armi e gli stemmi che ei vi faceva dipingere.
Gli destò entrambi a sett’ore un servo senza livrea che recava una lettera a d’Artagnan.
«Da parte di chi? domandò il Guascone.
«Della regina, rispose colui.
«Eh? fece Porthos sollevandosi sulle lenzuola, che cosa dice?»
D’Artagnan invitò il servo a passare in una stanza contigua, e chiusa che quegli ebbe la bussola, ei saltò dal letto, e lesse prestamente, intanto che Porthos lo guardava cogli occhi spalancati senza osare interrogarlo.
«Porthos, disse d’Artagnan dandogli il foglio, questa volta ecco il tuo titolo di barone e il mio brevetto di capitano. Tieni, leggi, e giudica».
L’altro stese la mano, pigliò la carta, e pronunziò tremando queste parole in essa contenute:
— «La regina vuol parlare al signor d’Artagnan; esso segua il latore. —
«Ebbene! fece Porthos, in ciò non vedo che una cosa ordinaria.
«Io all’opposto, ce ne veggo di molte straordinarie. Se mi chiamano, è segno che gli affari sono assai imbrogliati! Pensa un po’ che disordine dev’essere accaduto nella mente della regina, perchè dopo venti anni vi ritorni a galla la memoria di me.
«È vero, confermò Porthos.
«Barone, affila la spada, carica le pistole, dà la biada ai cavalli; ti garantisco che prima di domani vi saranno delle novità, e zitto!
«Ehi! non fosse poi un laccio teso per isbarazzarsi di noi? obiettò Porthos, pensando sempre alla soggezione che dovrebbe dare altrui la sua futura grandezza.
«S’è un laccio, io lo fiuterò; sta pur quieto. Se Mazzarino è italiano, io son guascone», riprese d’Artagnan.
E si vestì in un attimo.
Mentre Porthos tuttora in letto gli affibbiava il ferrajuolo, fu bussato per la seconda volta.
«Passate! disse d’Artagnan».
Entrò un altro domestico, dicendo:
«Da parte di Sua Eccellenza il ministro Mazzarino».
D’Artagnan guardò Porthos.
«L’affare si va complicando! mormorò questo, di dove principieremo?
«Cade benissimo in acconcio; rispose il tenente, Sua Eccellenza mi dà l’appuntamento fra mezz’ora.
«Bene.
«Dite a Sua Eccellenza che fra mezz’ora sarò a’ suoi comandi, disse d’Artagnan al servitore».
Colui salutò e andò via.
«Fortuna che non abbia veduto l’altro! osservò il tenente.
«Credi dunque che non ti mandino a cercare tutti due per lo stesso oggetto?
«Non lo credo, ne son sicuro.
«Animo, animo, fa presto! pensa che la sovrana ti attende; dopo di lei il ministro, e dopo il ministro io».
D’Artagnan chiamò indietro il servo della regina.
«Eccomi, disse, conducetemi».
Quegli lo guidò dalla via des Petits-Champs, e voltando a sinistra lo fece entrare dalla porticella del giardino che dava sulla strada Richelieu; poi salita una scala segreta, ei fu introdotto nell’oratorio.
Al nostro tenente faceva balzare il cuore una certa emozione che non sapeva spiegarsi. Egli non aveva più la fiducia della gioventù, e coll’esperienza aveva imparata tutta la gravità dei passati avvenimenti.
Sapeva ormai che si fossero la nobiltà dei principi e la nobiltà dei re; si era assuefatto a classare la propria mediocrità dopo le illustrazioni della fortuna e della nascita. In addietro si sarebbe fatto innanzi ad Anna come un giovane che saluta una donna; allora era tutt’altro, e si recava da lei come un umile soldato presso un capo illustre.
Un lieve rumore turbò il silenzio dell’oratorio. D’Artagnan si scosse, e vide una bianca mano sollevare il parato, e dalla forma, dalla bianchezza, dalla beltà di quella riconobbe la regia mano che un giorno eragli stata data a baciare.
Entrò la regina.
«Siete voi, signor d’Artagnan? disse fissando sull’ufficiale uno sguardo ricolmo di affettuosa malinconia, siete voi, e bene io vi ravviso. Guardatemi pur voi, io sono la regina: mi riconoscete?
«No, mia signora, rispose d’Artagnan.
«Ma non vi ricordate, continuò Anna con delizioso accento che dar sapeva alla sua voce quando voleva, che in passato la regina ebbe bisogno di un giovane cavaliero prode e zelante, e lo trovò, e che sebbene questi potesse indi credersi da lei dimenticato ella gli serbò un posto in fondo al suo cuore?
«No mia signora, questo m’è ignoto, disse il moschettiere.
«Tanto peggio! fece Anna, almeno tanto peggio per la regina, poichè essa ha d’uopo ancor oggi di quello stesso coraggio, di quel medesimo zelo.
«E che! replicò d’Artagnan, la regina, circondata com’è da servitori sì devoti, da sì saggi consiglieri, da uomini infine tanto grandi per merito o per situazione, si degna volgere gli occhi sopra un oscuro soldato?»
Anna comprese il velato rimprovero, e ne fu commossa più che irritata. Cotanto disinteresse ed annegazione nel gentiluomo Guascone l’avevano parecchie volte umiliata; ella si era lasciata superare in generosità.
«Tutto ciò che mi dite di quelli che ho d’intorno, signor d’Artagnan, essa soggiunse, sarà forse vero, ma io non ho fiducia che in voi. So che siete del signor ministro, ma siate altresì mio, ed io mi assumo di far la vostra fortuna. Orsù, fareste oggi per me ciò che fece in addietro per la regina il gentiluomo a voi ignoto?
«Farò quanto mi sia imposto da Vostra Maestà».
La sovrana riflettè un momento, ed osservando la circospezione in cui tenevasi il moschettiere domandò:
«Forse vi piace il riposo?
«Non so, poichè mai mi sono riposato.
«Avete amici?
«Ne avevo tre: due abbandonarono Parigi, nè so dove siano andati. Uno me ne rimane; ma è, a creder mio, uno di coloro che conoscono il cavaliere di cui Vostra Maestà mi faceva testè l’onore di parlarmi.
«Va bene: voi ed il vostro amico valete per un’intera armata.
«Che debbo fare, signora?
«Tornate alle cinque ore, e ve lo dirò; ma non discorrete a chicchessia del convegno ch’io vi fisso.
«No.
«Giuratelo sul Cristo.
«Non ho mai mancato alla mia parola; quando dico no, è no».
La sovrana, comunque meravigliasse di un tal linguaggio a cui non l’avevano accostumata i suoi cortigiani, ne trasse buon presagio per l’impegno col quale d’Artagnan la servirebbe nell’effettuazione del suo progetto. Era uno degli artifizi del nostro Guascone il celare talora la sua somma accortezza sotto le apparenze di una leale brutalità.
«La regina, ei richiese, non ha altro da comandarmi per adesso?
«No signore, e potete ritirarvi sino al momento che vi ho indicato».
Il tenente s’inchinò ed uscì.
«Diamine! borbottò quando fu alla porta, pare che qui abbiano gran bisogno di me!»
Ed essendo passata la mezz’ora, traversò la galleria e andò a bussare dal ministro.
Lo introdusse Bernouin.
«Sono qui ai vostri cenni, monsignore, egli disse».
E secondo il suo solito d’Artagnan si diede attorno una rapida occhiata, ed osservò che Mazzarino aveva dinanzi una lettera sigillata.... questa però era posata sul tavolino dalla parte dello scritto, talchè non si poteva distinguere a chi fosse diretta.
«Venite d’appresso alla regina? domandò Mazzarino guardando fisso d’Artagnan.
«Io, monsignore? chi ve lo ha detto?
«Nessuno, ma lo so.
«Mi duole assai di dire a Vostra Eccellenza che prendeun abbaglio, rispose sfacciatamente il Guascone, forte per la promessa data alla sovrana.
«Io stesso ho aperto l’anticamera, e vi ho visto venire di fondo alla galleria.
«Perchè sono stato introdotto dalla scala segreta.
«E come mai?
«Lo ignoro; vi sarà stato un mal inteso».
Mazzarino sapeva non esser facile di far dire al tenente ciò ch’ei voleva occultare, e quindi renunziò a dilucidare per allora il mistero che gli veniva da esso fatto.
«Parliamo degli affari miei, seguitò, giacchè non gradite discorrere dei vostri».
D’Artagnan s’inchinò.
«Vi piacciono i viaggi?
«Ho passata tutta la vita sulle strade maestre.
«V’è alcuna cosa che vi trattenga in Parigi?
«Nulla mi ci tratterrebbe se non se un ordine superiore.
«Bene. Ecco una lettera da consegnare al suo indirizzo.
«Monsignore, l’indirizzo non v’è».
Realmente la parte opposta era intatta da qualunque carattere.
«Vale a dire, replicò Mazzarino, che v’è doppia sopraccarta.
«Intendo; e devo lacerare la prima, arrivato in un luogo determinato.
«Ottimamente. Prendete qua, e partite. Avete un amico, il signor du Vallon ch’io amo assai, lo condurrete con voi.
«Diavolo! fece fra sè d’Artagnan, sa che abbiamo udito la sua conversazione di jeri, e vuole allontanarci da Parigi.
«Titubate, forse?
«No, Eccellenza, e parto subito.... soltanto bramerei una cosa.
«E quale?
«Che l’Eccellenza Vostra passasse dalla regina.
«Quando?
«Sul momento.
«A che fare?
«A dirle solamente così: Io mando in un luogo d’Artagnan, lo fo partire immediatamente.
«Ecco dunque che avete veduta la regina?
«Monsignore, ho avuto l’onore di dirvi che vi poteva essere stato un mal inteso.
«Che significa codesto?
«Oserò rinnuovare il mio priego a Vostra Eccellenza?
«Va bene; io ci vado: attendetemi qui».
Mazzarino guardò attentamente di non essersi scordata veruna chiave sugli armadj, e sparì.
Per dieci minuti d’Artagnan tentò invano di leggere a traverso alla seconda sopraccarta le parole vergate sulla prima.
Tornò il ministro, pallido ed accigliato; andò a sedere a tavolino.
D’Artagnan lo esaminava come avanti avea fatto alla lettera, ma la sopraccarta del suo viso era quasi impenetrabile quanto quella del dispaccio.
«Eh eh! fece il Guascone, pare adirato: che lo sia contro di me? Medita: fosse mai per mandarmi alla Bastiglia! Bel bello, monsignore! alla prima parola che ne dite vi scanno e mi do tutto allaFronda; sarò portato in trionfo come Broussel, ed Athos mi proclamerà il Bruto francese.... Oh sarebbe pur curiosa!»
Il Guascone con la sua immaginazione sempre avviata al galoppo distingueva digià tutto il partito che poteva trarre dalla situazione.
Ma il ministro non diede verun ordine di questo genere, e anzi si mise ad allisciare il tenente:
«Avete ragione, caro signor d’Artagnan, non potete peranco partire.
«Ah ah!
«Sicchè, di grazia rendetemi il dispaccio».
D’Artagnan obbedì. Mazzarino si assicurò che il suggello fosse intatto.
«Avrò bisogno di voi questa sera; tornate fra due ore.
«Monsignore, fra due ore ho un appuntamento a cui non posso mancare.
«Non ve ne pigliate briga, è tutt’uno, disse il ministro.
«Buono! me le figuravo, pensò il moschettiere.
«Dunque, venite alle cinque, e conducetemi quel caro signor du Vallon; lasciatelo però in anticamera; voglio parlare con voi solo».
D’Artagnan fece una riverenza. Ed intanto diceva tra sè:
«Tutti due lo stesso ordine, tutti due la stessa ora, tutti due al Palazzo Reale. Oh! la indovino. Ecco un segreto che il signor di Gondy avrebbe pagato cento mila lire!
«Riflettete? domandò inquieto Mazzarino.
«Sì, pensavo se dovessimo o no essere armati.
«Armati da capo ai piedi.
«Va benissimo, Eccellenza: lo saremo».
E d’Artagnan corse a ripetere le lusinghiere promesse del ministro a Porthos, il quale ne provò un’allegrezza inesprimibile.