XXXIV.Il supposto monaco.

XXXIV.Il supposto monaco.

Stavano stesi due uomini, uno immobile, in terra bocconi, trafitto da tre palle, in un botro di sangue. Quegli era morto.

L’altro appoggiato al tronco di un albero dai due lacchè, levando gli occhi al cielo e a mani giunte, faceva una caldissima preghiera. Da una palla eragli stata rotta la parte superiore della coscia.

I giovani avvicinatisi prima all’estinto, si guardarono attoniti.

«È un prete; disse Bragelonne. Oh! maladetti! che portano le mani sui ministri di Dio!

«Venite qui, signore, disse Urbano, vecchio soldato che aveva fatte tutte le campagne col duca, venite qui; con quello nulla v’è da far più, mentre si può forse tuttora salvar questo».

Il ferito diede un mesto sorriso.

«Salvarmi!.... fece, oh no! ma ajutarmi a morire sì.

«Siete prete? domandò Raolo.

«No, signore.

«Ma il vostro infelice compagno mi è sembrato un ecclesiastico.

«È il curato di Bethune; recava in luogo sicuro i vasi sacri della sua chiesa e il tesoro del capitolo, perchè jeri il signor Principe abbandonò la nostra città e domani probabilmentevi sarà lo Spagnuolo. E siccome si sapeva che delle brigate nemiche percorrevano la campagna, e la gita era pericolosa, nessuno ha voluto accompagnarlo, e mi sono offerto io.

«E gli sciagurati vi hanno assaliti! e hanno tirato ad un sacerdote!

«Signori, seguitò il meschino osservandosi attorno, soffro di molto, eppure bramerei essere trasportato in qualche casa....

«Ove possiate aver assistenza, lo interruppe di Guiche.

«No, ma ove possa confessarmi.

«Ma v’è caso, soggiunse Raolo, che non siate in sì gran rischio quanto credete.

«Eh! date retta a me, non v’è tempo da perdere; la palla ha rotto l’osso della coscia e penetrato sino agl’intestini.

«Siete medico? domandò il conte.

«No, ma m’intendo un poco di ferite, e la mia è mortale, procurate perciò di trasportarmi in luogo ove mi sia dato di trovare un prete, o pigliatevi l’incomodo di condurmene uno qui, e Dio vi premierà per così santa azione; bisogna salvarmi l’anima, chè il corpo è perduto.

«Oh! morire facendo un’opera buona, non può essere: Iddio vi assisterà.

«Signori, in nome del cielo, disse l’infelice raccogliendo tutte le sue forze come per alzarsi, non ispendiamo tempo in parole inutili; o ajutatemi ad arrivar al prossimo villaggio, o giuratemi sulla salute dell’anima vostra che mi manderete qui il primo monaco, il primo curato, il primo prete che incontrate.... Ma (continuava nel massimo tuono di disperazione) forse nessuno oserà venire, perchè si dice che gli Spagnuoli girano per la campagna, ed io morrò senza assoluzione.... Mio Dio! mio Dio!.... non permetterete questo, non è vero? sarebbe troppo terribile!»

L’accento di terrore con cui quell’uomo mandava quest’ultima esclamazione fece raccapricciare i due giovanetti.

«Quietatevi, disse di Guiche, io vi giuro che avrete fra poco la consolazione da voi domandata. Diteci soltanto dov’è una abitazione in cui possiamo chiedere soccorso, ed un villaggio ove si possa andar in cerca di un ecclesiastico.

«Grazie, e Iddio vi ricompensi! v’è una locanda distante di qui mezza lega prendendo giù per questa strada, e una lega circa dopo la locanda è il villaggio di Grency. Andate dal curato; s’esso non è in casa, entrate nel convento degli Agostiniani, che è l’ultimo stabile a man diritta, e inviatemi uno, frate o prete, purchè abbia ricevuta dalla nostra Santa Chiesa la facoltà di assolvere inarticulo mortis.

«Signor d’Arminges, disse di Guiche, trattenetevi presso questo sventurato e fate che sia trasportato adagio adagio; formate una barella con dei rami d’albero; metteteci tutti i nostri ferrajuoli; due dei nostri lacchè la sosterranno ed uno starà pronto a subentrare a quello che primo sia stanco. Il visconte ed io andiamo in traccia di un sacerdote.

«Andate, rispose l’ajo, ma per carità, non vi esponete!

«Non dubitate. E poi, per oggi siamo salvi: conoscete pure l’assioma:Non bis in eodem.

«Coraggio, signore! disse Bragelonne al ferito, si va ad eseguire la vostra brama.

«Dio vi benedica, signori! fece l’infermo con espressione indicibile di gratitudine».

E i due gentiluomini si partirono di galoppo nella direzione indicata, frattanto che il precettore del conte di Guiche presiedeva alla formazione della bara.

In dieci minuti i giovanetti distinsero l’albergo.

Raolo, senza scendere da cavallo, chiamò l’oste, lo avvertì che sarebbe condotto là a momenti un ferito, e lo pregò di apparecchiare quanto poteva abbisognare alla medicatura, cioè il letto, le fascie, le fila, invitandolo inoltre, qualora conoscesse nelle vicinanze qualche dottore o chirurgo, a mandarlo a cercare, assumendo egli di pagare il messaggiero.

Il locandiere che vide due signori vestiti con isfarzo, promise tutto ciò che gli chiesero, e i nostri due cavalieri, dopo aver assistito ai preparativi del ricevimento se ne andarono da capo solleciti inverso Grency.

Avevano fatto più di una lega e scorgevano già le prime abitazioni del villaggio, i di cui tetti coperti da tegoli rossicci spiccavano fortemente in fra i verdi alberi che le circondavano, quando ecco venire incontro a loro sopra una mula un povero monaco, che dal cappellone largo e dalla giubba di lana bigia si ebbero tosto per un fratello Agostiniano. E questa volta pareva che il caso mandasse ad essi ciò che volevano.

Si appressarono al religioso.

Era un tale da venti a ventitrè anni, ma dalle pratiche ascetiche in apparenza invecchiato. Era pallido, non già di quel colore smorto che è anco una bellezza, ma di un giallo bilioso; i suoi capelli corti oltrepassando appena il cerchio che il cappello gli segnava attorno alla fronte, erano di un biondo chiaro, e le pupille di un lievissimo color cilestro sembravano prive dello sguardo.

«Signore, disse Raolo con la consueta cortesia, siete ecclesiastico?

«Perchè questa domanda? fece l’altro con indifferenza poco men che incivile.

«Per saperlo, ribattè con alterigia de Guiche».

Lo straniero picchiò col calcagno la mula e continuò pel suo viaggio.

Di Guiche in un salto gli fu davanti a impedirgli il passo.

«Rispondete! siete stato interrogato pulitamente, e a qualunque domanda conviensi una risposta.

«Suppongo di esser libero di dire o no chi io mi sia alle due prime persone che mi capitano col ghiribizzo d’interrogarmi».

Di Guiche stentò a frenarsi dall’estrema volontà venutagli di romper le ossa a colui; e procurando vincere sè stesso, gli disse:

«Già noi non siamole prime persone che capitino; questo mio amico è il visconte di Bragelonne, ed io sono il conte Guiche. Poi, non è perghiribizzoche vi facciamo la nostra richiesta, poichè là v’è un uomo ferito, moribondo, che reclama i soccorsi della Chiesa. Siete prete? in nome dell’umanità, io v’intimo di venir meco in soccorso a quel tale; non lo siete? Oh! allora è tutt’altro, ed in nome della cortesia, che tanto mi pare a voi ignota, vi avverto che saprò gastigarvi della vostra insolenza».

Il monaco diventò in viso paonazzo, e sorrise in modo così strano, che Raolo, il quale non lo perdeva di vista, sentì quel sorriso premergli il cuore alla guisa di un insulto.

«Dev’essere qualche spione spagnuolo o fiammingo, e’ disse ponendo mano alle pistole».

A Raolo rispose uno sguardo minaccioso e simile a un baleno.

«Ebbene? fece di Guiche, rispondete sì o no?

«Sono prete, replicò l’altro».

E nel volto assunse di nuovo la solita sua calma.

«Allora, o padre, soggiunse Bragelonne, rimesse le pistole nelle tasche e data alla sua favella un accento rispettoso, che però non veniva dal cuore, allora, troverete adesso, se siete prete, secondo vi ha accennato il mio amico, la occasione di esercitare la vostra professione; viene verso noi un infelice ferito e deve fermarsi alla vicina locanda; domanda l’assistenza di un ministro di Dio, e lo accompagnano i nostri servi.

«Vado sull’atto, disse il monaco».

E coi tacchi delle scarpe picchiava la mula.

«Se mai non vi andaste, gli replicò di Guiche, state pure persuaso che abbiamo cavalli capaci di raggiungervi, tantocredito da farvi arrestare dovunque siate, e presto sarà deciso il processo: da per tutto si trovano un albero ed una corda».

Il monaco ripetè.

«Vado sull’atto».

E s’incamminò.

«Seguitiamolo, propose di Guiche, saremo più sicuri.

«Volevo suggerirvelo, disse Bragelonne».

Ed entrambi si avviarono seguitando il frate a un tiro di pistola.

Indi a cinque minuti quegli si volse a guardare se lo seguivano.

«Che vi pare? fece Raolo, abbiamo fatto bene.

«Che brutta faccia ha egli mai! disse il contino.

«Orribile! e specialmente la fisonomia!.... i capelli, gli occhi foschi, le labbra che si contraggono alle minime sue parole.

«Sì, sì, replicò di Guiche, il quale era stato meno a badare a quelle circostanze poichè egli chiaccherava mentre Raolo durava ad osservare, sì, è una figura stranissima; ma questi frati sono soggetti a tali pratiche, a tali digiuni, a tai colpi di disciplina, che a forza di piangere i beni della vita per loro perduti e di cui noi godiamo, e’ si guastano gli occhi.

«In conclusione, seguitò Raolo, questo pover’uomo avrà il prete, ma in verità il penitente mi ha miglior aspetto che il confessore.

«Ah! disse di Guiche, non capite che questo è uno di quei fratelli mendicanti che girano in qua o in là? sono forestieri, la maggior parte Scozzesi, Danesi, Irlandesi. Ne ho visti parecchi!

«Così macilenti?

«No, ma all’incirca.

«E il misero ferito morrà fra le mani di quest’uomo?

«Mio caro, l’assoluzione viene da Dio stesso.... oh! in quanto a colui vi vedevo bene toccare il pomo della pistola quasi aveste voglia di spaccargli il cranio.

«È vero, conte; è singolare, e vi sorprenderà, ma all’aspetto di quell’uomo ho provato un tale orrore da non potersi definire. Vi è accaduto per la via di far muovere un serpente?

«Mai, fece Guiche.

«Ebbene, a me codesto è successo nelle nostre macchie del Blaisois, e mi ricordo che all’aspetto del primo che mi guardava con occhio fosco, ripiegatosi sopra di sè, scuotendo il capo ed agitando la lingua, rimasi pallido e fermo, e come esanime sino al punto in cui il conte di la Fère....

«Vostro padre? domandò di Guiche.

«No, il mio tutore, rispose Raolo».

Ed arrossiva.

«Benone!

«Sino al punto in cui il conte di la Fère mi disse: — Animo, Bragelonne, sguainate! — Allora poi corsi contro al rettile, e lo troncai in due pezzi mentre si rizzava sulla coda per venirmi egli stesso dinanzi. Ecco, vi giuro, che provai la medesima sensazione al mirare quell’uomo quando pronunziò: — E perchè tal domanda? — e mi osservò fisso in volto.

«Sicchè vi duole di non averlo ridotto in due brani come il serpe?

«Direi quasi di sì, confermò Bragelonne».

La comitiva arrivava alle viste della piccola locanda, e dall’altro lato si scorgeva l’accompagnamento del ferito che s’inoltrava guidato dal signor d’Arminges. Due uomini portavano il moribondo, e conducevano a mano i cavalli.

I giovanetti diedero di sprone.

«Ecco il ferito, disse di Guiche passando accanto al creduto frate Agostiniano, abbiate la bontà di sollecitarvi».

Allora i due amici precederono il monaco anzi che essergli dietro. Si accostarono all’infermo ad annunziargli sì buona notizia. Questi si sollevò alquanto a guardare nella direzione indicatagli, e adocchiato quei che supponeva un religioso, e che veniva, ricadde supino con un raggio di allegrezza nel sembiante.

«Adesso, dissero i due gentiluomini, abbiamo fatto per voi tutto quel che potevamo, e siccome abbiamo premura di riunirci all’armata del signor Principe, proseguiremo il nostro viaggio; ci scuserete signore? si dice che vi debba essere una battaglia, e non vorremmo arrivare un giorno dopo.

«Andate signori, replicò l’ammalato e siate benedetti tutti due di tanta vostra pietà; realmente, e come dite, per me faceste quanto era in vostro potere; io non posso altro che dirvi anco una volta: Dio vi conservi, e voi e quelli che vi son cari!

«Signor d’Arminges, avvertì il conte di Guiche, noi andiamo innanzi; ci raggiungerete sulla strada di Cambrin».

L’oste stava sul portone, ed aveva apparecchiato tutto, e letto e fascie e fila; ed un palafreniere era ito per un medico a Lens, città la più prossima.

«Non ci pensate, disse il locandiere, sarà eseguito il vostro desiderio; ma voi signore, non vi trattenete a far curare la vostra ferita?

«Oh! la mia è un nulla, rispose il visconte, ed avrò tempodi occuparmene alla prima fermata. Soltanto favorite se vedete passare un cavalcante, e se questo vi domanda di un giovane che va sopra un cavallo sauro accompagnato da un lacchè, dirgli che mi avete veduto, che ho continuato il mio cammino, e mi propongo di pranzare a Mazingarbe e pernottare a Chambrin; quegli è un mio servitore.

«Non sarebbe meglio e per maggior sicurezza, fece l’oste, che io gli domandassi il suo nome e gli dicessi il vostro?

«Non v’è male ad usar troppe precauzioni: mi chiamo visconte di Bragelonne, ed egli Grimaud».

Nel momento arrivavano da una parte l’infermo e dall’altra il monaco. I due giovani si trassero indietro a lasciar passare la barella. Colui smontava dalla mula e ordinava la si portasse alla stalla senza levarle la sella.

«Padre, disse Guiche, vi raccomandiamo quel buon uomo, e in quanto alla vostra spesa qui alla locanda è tutta pagata.

«Grazie, signore, ribattè il religioso con un altro di quei sorrisi che aveano fatto raccapricciare Bragelonne.

«Venite, conte, seguitò Raolo che pareva per istinto non potesse sopportare la presenza del frate, qui non mi sento bene.

«Grazie! ripetè il ferito, e non vi scordate di me nelle vostre orazioni.

«Contateci pure», promise Guiche avviandosi appresso a Bragelonne, che era avanti di una ventina di passi.

In quell’istante entrava in casa la barella recata dai due domestici. L’oste e la moglie, accorsi subito, stavano ritti sui gradini della scala. Il ferito mostrava patire doglie atroci, e non avere bensì altro pensiero che di sapere se il sacerdote lo seguiva.

Adocchiato quell’uomo pallido e insanguinato, la donna afferrò con impeto pel braccio il marito:

«Che c’è? chiese costui, ti senti male, per combinazione?

«No, ma guarda!»

E la locandiera accennava l’ammalato al consorte.

«Veh, fece questo, e’ mi pare aggravato.

«Non è questo, riprese la moglie tremando, ti domando se lo riconosci.

«Lui?.... ma aspetta un po!....

«Ah! capisco che lo riconosci, poichè anche tu diventi giallo.

«Davvero! esclamò l’oste, guai alla nostra casa! guai! gli è l’antico boja di Bethune!

«L’antico boja di Bethune! borbottò il fraticello retrocedendo alquanto e dando indizio alla faccia della ripugnanza che gli ispirava il suo penitente.

D’Arminges che rimaneva accanto all’uscio si accorse della sua titubanza.

«Signore, disse, benchè sia, o sia stato carnefice, per questo non cessa d’essere un uomo. Rendetegli l’ultimo ufficio che da voi reclama, e l’opera vostra sarà anco più meritoria».

Il religioso non parlò, ma andò in silenzio verso la camera a terreno dove i due servi aveano messo il moribondo sur un letto.

I lacchè, vedendo appressarsi il ministro, uscirono e chiusero la porta.

D’Arminges ed Olivain gli attendevano; saltarono a cavallo, e tutti quattro corsero via di trotto per la medesima strada alla fine della quale erano spariti Raolo ed il suo compagno.

Nel punto in cui se ne andavano l’ajo e la sua scorta, si fermò un nuovo viaggiatore all’ingresso dell’albergo.

«Che comanda il signore? domandò l’oste tuttavia pallido e sconcertato per la scoperta da lui fatta.

Il forestiero fece il cenno di uno che beva, e smontato ammiccò il suo cavallo facendo il cenno di uno che striglia.

«Oh diamine! disse il locandiere fra sè, pare che questo sia mutolo! E dove volete bere! lo richiese.

«Qui, disse lo straniero indicando una tavola.

«Avevo sbagliato, si riprese l’oste, non è muto del tutto».

E fe’ una riverenza, e andò a pigliare una bottiglia di vino e dei biscotti, e li mise davanti all’ospite suo taciturno.

«Vossignoria non comanda altro?

«Sì.

«Che cosa?

«Sapere se avete veduto passare un giovane gentiluomo di quindici anni sopra un caval sauro, seguito da un lacchè.

«Il visconte di Bragelonne?

«Per l’appunto.

«Dunque siete voi il signor Grimaud?»

Il forestiero ammiccò di sì.

«Ebbene! il vostro padroncino era qui un quarto d’ora fa; pranzerà a Mazingarde, e pernotterà a Cambrin.

«Quanto c’è da qui a Mazingarde?

«Due leghe e mezza.

«Grazie».

Grimaud, sicuro d’incontrare verso sera il suo padrone, parve più quieto, si asciugò la fronte mescendosi un bicchier di vino che trincò senza fiatare.

Aveva posato il bicchiere sul tavolino e si disponeva a riempirlo, quando si partì un grido terribile dalla camera ov’erano il monaco e il moribondo.

Grimaud si alzò in un istante.

«Che roba è? di dove viene quest’urlo?

«Dalla stanza del ferito, disse l’oste.

«Che ferito? domandò Grimaud.

«L’antico boia di Bethune, ch’è stato assassinato da alcuni partigiani spagnuoli e portato qui, e adesso si confessa.... sembra che patisca di molto.

«Boia di Bethune! fece Grimaud procurando di ricordarsi, un uomo di cinquantacinque o sessant’anni, alto, robusto, bruno, di capelli e barba nera?

«Giusto! salvo che la barba dà sul bigio e i capelli son diventati bianchi. Lo conoscete?

«L’ho visto una volta».

Ed a Grimaud si aggrinzò la fronte pel quadro che gli presentava una tale reminiscenza.

La donna era corsa tremando.

«Hai inteso? disse al marito.

«Sì», rispose questi, osservando dalla parte dell’uscio.

Tosto si udì un grido meno forte del primo, ma succeduto da un lungo gemito.

I tre si guardarono rabbrividiti.

«Bisogna vedere che cosa v’è, disse Grimaud.

«Pare un urlo di qualcuno che si ammazzi! borbottò l’oste.

«Gesù!» fece la moglie, e si faceva il segno della croce.

Noi sappiamo che Grimaud, se parlava poco, agiva assai. Si slanciò verso la porta e la scosse con violenza; ma ella era chiusa per di dentro con un chiavistello.

«Aprite! strillò il locandiere, signor monaco, aprite subito!»

Nessuno rispose.

«Aprite, o che sfondo!» strepitò Grimaud.

Uguale silenzio.

Grimaud girò gli occhi attorno, e scorse un palo di ferro che per casualità si trovava in un canto; l’afferrò, e prima che l’albergatore avesse potuto opporsi al suo disegno, la porta era rotta.

La camera era inondata dal sangue che passava tra le materasse. Il ferito non parlava, ma mandava un tristo rantolo. Il frate non v’era più.

«Il monaco? gridò il taverniere, dov’è? dov’è?»

Grimaud si affacciò ad una finestra che dava sul cortile ed esclamò:

«Sarà scappato di là!

«Credete? così fece l’oste spaventato. Cameriere, mirate se almeno la mula è nella stalla.

«Niente mula!» urlò quello a cui era diretta la domanda.

Grimaud aggrottò le ciglia. Il locandiere, a mani giunte, volgeva attorno gli occhi con sospetto. La consorte, non avendo osato d’entrare, se ne stava zitta e sbigottita sulla soglia.

Grimaud si appressò al ferito, esaminando quelle fattezze grossolane e marcate che gli riproducevano tremende ricordanze.

E dopo un momento di truce e tacita contemplazione egli disse:

«Non v’è più dubbio! è desso!

«E sempre vivo? chiese l’oste»

Grimaud, senza replicare, gli sfibbiò la sottoveste per tastargli il cuore mentre il locandiere pure si avvicinava. Però ad un tratto rinculavano ambedue, l’oste con un grido di paura, Grimaud impallidito.

La lama del pugnale era cacciata sino all’elsa dalla parte sinistra del petto del carnefice.

«Correte a cercare ajuto! disse Grimaud, io resterò presso di lui».

L’oste uscì di camera fuori di sè. La moglie era giù scappata udendo l’urlo dello sposo.


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