XXXIX.Lettera di Carlo I.

XXXIX.Lettera di Carlo I.

È d’uopo che adesso il leggitore passi con noi la Senna, e ci segua sino al convento delle Carmelitane in via di San Jacopo.

Sono le undici della mattina, e le divote suore hanno fatto dire una messa pel buon successo delle armi del re Carlo I. Uscite di chiesa, una donna ed una giovinetta, vestite di nero, quella come una vedova e questa come un’orfanella, sono rientrate nella lor cella.

La donna si è genuflessa sur un inginocchiatojo di legno tinto, e a poca distanza da lei la giovane appoggiandosi ad una sedia rimane in piedi e piange.

La donna dev’essere stata bella; ma si scorge che le lacrime le hanno data l’apparenza di vecchia. La giovinetta è vaghissima, e le lacrime l’abbelliscono vie più. La donna mostra aver quarant’anni, la giovane ne ha quattordici.

«Mio Dio! diceva la supplice genuflessa, deh! conservate il mio sposo, il mio figlio, e vi prendete questa mia vita tanto misera e trista.

«Mio Dio! diceva l’altra, deh! conservatemi mia madre!

«Vostra madre non può fare per voi più cosa alcuna in questo mondo, Enrichetta; fece volgendosi l’afflitta che pregava, essa non ha più trono, nè consorte, nè figlio, nè danari, nè amici; vostra madre è abbandonata dall’universo».

E gittandosi nelle braccia della figliuola che si avanzava a sostenerla, proruppe ella pure in singulti.

«Madre mia, fatevi coraggio! seguitò la fanciulla.

«Ah! quest’anno i re sono sfortunati, rispose la più attempata posando la testa sulla di lei spalla, e nessuno in questo paese pensa a noi, chè ognuno pensa ai propri affari. Sino atanto che fu con noi vostro fratello, ei mi sostenne, ma è partito, ed ora non può dar nuove di sè nè a me nè a suo padre. Io ho impegnate le ultime mie gioje, venduti i miei panni ed i vostri, onde pagare il salario a’ suoi servi, che ricusavano di accompagnarlo se non avessi fatto un tale sacrifizio. E noi siamo ridotte a vivere a spese delle figlie del Signore; siamo poverelle soccorse da Dio.

«Ma perchè non vi rivolgete alla regina vostra sorella? domandò la zittella.

«Ahimè! la regina mia sorella non è più regina, e un altro regna in nome di lei. Un giorno potrete comprendere questo.

«Or bene, allora al re vostro nepote. Volete ch’io gli parli? Sapete quanto mi ama!

«Ah! il re mio nepote non è ancor re, ed egli stesso, non lo ignorate, e venti volte ce lo disse Laporte, egli stesso è sprovvisto di tutto.

«Dunque, volgiamoci a Dio» soggiunse la meschinella.

E s’inginocchiò accanto alla genitrice.

Le due donne così in orazione ad un medesimo inginocchiatojo erano la figlia e la nepote di Enrico IV, la moglie e la figliuola di Carlo I.

Terminavano la duplice preghiera, quando una religiosa battè pian piano all’uscio della cella.

«Entrate, sorella» disse la più attempata alzatasi ed asciugandosi gli occhi.

La monaca schiuse la porta rispettosamente.

«Vostra Maestà si compiacerà scusarmi se la disturbo nelle sue meditazioni, essa disse, ma v’è nel parlatorio un signore straniero arrivato dall’Inghilterra, che domanda l’onore di presentarle una lettera.

«Oh! una lettera! forse del re!... Notizie di vostro padre, al certo! sentite, Enrichetta?

«Sì, l’odo, e lo spero.

«E chi è quel signore?

«Un gentiluomo di quaranta a quarantacinque anni.

«Il suo nome? ha detto il suo nome?

«Milord di Winter.

«Milord di Winter! l’amico del mio sposo! Ah, fatelo entrare!...»

E la regina corsa incontro al messaggiero, gli prese la mano con la massima premura.

Lord di Winter s’inginocchiò e porse un foglio arrotolato dentro un astuccio d’oro.

«Ah! disse la regina, voi ci recate tre cose che da grantempo non vedemmo: oro, un amico zelante, ed una lettera del nostro sposo e signore».

Di Winter fece un altro saluto, ma non potè rispondere per la troppa commozione.

«Milord, continuò la sovrana accennando la missiva, capite che ho ansietà di sapere che contenga questo foglio.

«Signora, io mi ritiro.

«No, trattenetevi: leggeremo davanti a voi: non capite che ho da farvi mille domande?»

Di Winter retrocedè di alcuni passi, e rimase in piedi e in silenzio.

Madre e figlia dal canto loro eransi ricovrate nel vano della finestra, e scorrevano la seguente epistola:

«Signora e cara sposa«Eccoci giunti al termine. Tutte le risorse che mi ha lasciate Iddio sono concentrate in questo campo di Naseby, d’onde vi scrivo in fretta. Qua aspetto l’armata de’ miei sudditi ribelli, e vo a contrastare con essi anco una volta. Vincitore, fo perpetuar la lotta; vinto, sono del tutto rovinato. In quest’ultimo caso (ahimè! quando si è nel grado a cui noi siamo, tutto si dee prevedere) voglio tentare di arrivare alle coste di Francia. Ma si potrà, si vorrà ivi accogliere un infelice re che rechi sì funesto esempio in un paese digià sollevato dalle civili discordie? Mi serviranno di guida la vostra saviezza e il vostro affetto. Il latore della presente vi dirà ciò ch’io non posso affidare a’ rischi di un incidente qualunque. Esso vi spiegherà quali diligenze mi aspetto da voi. Gli commetto puranco di recare la mia benedizione a’ miei figli, insieme colle espressioni più cordiali per voi, signora e diletta sposa».

«Signora e cara sposa

«Eccoci giunti al termine. Tutte le risorse che mi ha lasciate Iddio sono concentrate in questo campo di Naseby, d’onde vi scrivo in fretta. Qua aspetto l’armata de’ miei sudditi ribelli, e vo a contrastare con essi anco una volta. Vincitore, fo perpetuar la lotta; vinto, sono del tutto rovinato. In quest’ultimo caso (ahimè! quando si è nel grado a cui noi siamo, tutto si dee prevedere) voglio tentare di arrivare alle coste di Francia. Ma si potrà, si vorrà ivi accogliere un infelice re che rechi sì funesto esempio in un paese digià sollevato dalle civili discordie? Mi serviranno di guida la vostra saviezza e il vostro affetto. Il latore della presente vi dirà ciò ch’io non posso affidare a’ rischi di un incidente qualunque. Esso vi spiegherà quali diligenze mi aspetto da voi. Gli commetto puranco di recare la mia benedizione a’ miei figli, insieme colle espressioni più cordiali per voi, signora e diletta sposa».

La lettera era firmata, non giàCarlo re, maCarlo ancora re.

La trista lettura, di cui di Winter osservava tutte le impressioni sul volto della regina, portò pur non ostante nelle di lei pupille un lampo di speme.

«Che non sia pur re! ella esclamò, sia vinto, esule, proscritto, ma viva!... Ah! il trono è oggi un posto troppo periglioso per ch’io desideri ch’ei vi rimanga.... Ma ditemi, milord, non mi occultate nulla, dov’è egli? la sua situazione è tanto disperata quanto egli si crede?

«Più disperata ch’ei non lo pensi, o signora. Sua Maestà ha il cuore sì buono che non comprende l’odio, sì leale che non si figura il tradimento. L’Inghilterra è attaccata da unospirito di vertigine, ch’io temo non si estingua se non nel sangue.

«Ma lord Montrose? Io aveva udito a parlare di grandi e rapidi successi, di battaglie guadagnate ad Inverlashy, ad Auldone, ad Alfort e a Kilsyth. Avevo inteso dire marciasse alla frontiera per riunirsi al suo re.

«Sì, ma alla frontiera ha incontrato Lesly. Egli aveva stancata la vittoria a forza d’imprese sovrumane, e la vittoria lo ha abbandonato. Montrose battuto a Phillippaugh è stato costretto a licenziare i resti della sua armata ed a fuggire travestito da lacchè. Egli è a Bergen in Norvegia.

«Dio lo salvi! disse la Regina. Almeno è una consolazione il sapere che siano in sicuro quei che tante volte arrischiarono per noi la propria vita. Ed ora che veggo la posizione del re quale essa è, cioè senza scampo, ditemi ciò di che siete incaricato dal mio regio sposo.

«Or bene, rispose di Winter, il re brama che procuriate di penetrare le disposizioni del re e della regina a suo riguardo.

«Ma lo sapete pure! il re è un bambinello, e la regina è una donna anche ben debole: il signor di Mazzarino è tutto.

«Vorrebbe forse fare in Francia la parte che fa Cromvello in Inghilterra?

«No no; è un Italiano scaltro e basso, che probabilmente sogna il delitto, ma non oserà mai commetterlo; ed al contrario di Cromvello che dispone di ambo le Camere a suo talento, Mazzarino non ha altro appoggio che la regina nel suo conflitto col Parlamento.

«Allora, ragione di più perchè protegga un re contro il quale sono accaniti i Parlamenti».

La regina scosse il capo, e disse con qualche amarezza:

«Milord, se ho da giudicare da me stessa, il ministro non farà cosa alcuna, o forse anco sarà contro a noi. Già gli sono di peso la presenza mia e quella di mia figlia in Francia: tanto più quella del re. Milord! è cosa trista e quasi vergognosa a dirsi; ma noi abbiamo passato l’inverno al Louvre, senza danaro, senza panni, quasi senza pane, e spesso non alzandoci dal letto per mancanza di fuoco!

«Orrore! esclamò di Winter, la figlia di Enrico IV, la moglie del re Carlo! E perchè non vi rivolgeste a qualunque di noi?

«Ecco l’ospitalità che dà ad una regina il ministro a cui vuole il re ora richiederla.

«Io però aveva udito a discorrere di un matrimonio tra monsignore principe di Galles e madamigella d’Orleans.

«Sì, lo sperai per un momento; essi si amavano, ma la regina che sul principio avea secondato questo amore ha cangiato idee, ma il duca d’Orleans, che aveva incoraggito il cominciamento della loro familiarità, ha proibito alla figliuola di più pensare ad una tale unione. Ah! (continuava la regina senza nemmeno badare a tergere le lacrime) è meglio combattere come ha fatto il re, e morire come forse ei morrà, che vivere mendicando come fo io.

«Coraggio, signora, coraggio! non disperate; gl’interessi della corona di Francia in questo punto tanto compromessi, sono di combattere la ribellione presso il popolo il più vicino. Mazzarino è uomo di Stato, e comprenderà questa necessità.

«Ma siete sicuro, domandò la regina in atto di dubbio, di non essere prevenuto?

«Da chi? fece di Winter.

«Dai Joyce, dai Priedge, dai Cromvello.

«Da un sartore! da un carrettiere! da un birrajo!... Oh! mi lusingo che il ministro non entrerebbe in alleanza con simili uomini.

«Ed egli stesso che cos’è? seguitò Enrichetta.

«Ma per l’onore del re, per quello della regina....

«Animo, lusinghiamoci che faccia qualche cosa per questo onore; disse Enrichetta. Milord, un amico possiede una sì buona eloquenza che voi mi riconfortate. Sicchè datemi la mano, e andiamo dal ministro.

«Signora, replicò di Winter inchinandosi, tanto onore mi confonde.

«Però, alfine, se egli ricusasse, obiettò la regina, ed il re perdesse la battaglia?

«Allora Sua Maestà si rifugierebbe in Olanda, dove ho inteso dire ch’era monsignore principe di Galles.

«E Sua Maestà potrebbe per la sua fuga riposarsi sopra molti servi eguali a voi?

«Ahimè! no; ma il caso è preveduto, ed io vengo a cercare in Francia degli alleati.

«Alleati! ripetè la regina scuotendo il capo.

«Pur ch’io ritrovi antichi amici ch’ebbi in passato, ribattè di Winter, e tutto garantisco.

«Si vada, milord, riprese Enrichetta colla dolorosa dubitanza delle persone che furono per lungo tempo infelici, si vada, e Dio vi ascolti!»

Ella salì in carrozza, e di Winter a cavallo, seguito da due domestici l’accompagnò vicino allo sportello.


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