XXXVIII.Un pranzo del tempo addietro.

XXXVIII.Un pranzo del tempo addietro.

Il secondo abboccamento degli antichi moschettieri non era stato pomposo e minaccioso come il primo. Athos, con il suo senno sempre superiore, aveva giudicato che la tavola sarebbe il centro più rapido e completo della riunione, e nell’istante che i suoi amici per riguardo alla sua distinzione ed alla sobrietà sua non osavano favellare di uno di quei buoni pranzi di tempo addietro goduti o alPomo del Pinoo alParpaillot, propose egli stesso di ritrovarsi attorno a qualche mensa bene inbandita, ed abbandonarsi senza riserva ognuno al proprio carattere ed alle proprie maniere, tratto di semplicità che aveva mantenuta la buona intelligenza per la quale in un’epoca anteriore erano stati chiamati gl’inseparabili.

Fu a tutti accetta la proposta, e specialmente a d’Artagnan, ch’era ansioso di ritrovare le gentilezze ed il brio delle conversazioni di sua gioventù, conciossiachè da lunga pezza il suo spirito fino e geniale non aveva incontrato che soddisfazioni insufficienti, e, come diceva egli stesso, un vile pascolo. Porthos sul momento di esser barone aveva sommo piacere di imbattersi in quella occasione di studiare in Athos ed in Aramis i modi e il tuono della gente di qualità. Aramis voleva sapere le notizie del Palazzo Reale per mezzo di d’Artagnan e Porthos, e serbarsi per tutte le congiunture amici tanto zelanti che in passato sostenevano le sue contese con ispade prontissime e invincibili.

Athos poi era il solo che nulla avesse da aspettare o da ricevere dagli altri, e che fosse mosso unicamente da un sentimento di semplice grandezza e di pura amistà.

Fu quindi convenuto che ognuno darebbe il suo indirizzo ben positivo, e che al bisogno di uno dei soci si convocherebbela riunione da un famoso trattore della via della Zecca all’insegna delRomitorio. Fu fissato il primo appuntamento, pel successivo mercoledì ed alle otto precise di sera.

Infatti nel giorno concordato giunsero puntualmente, ciascuno dal lato suo, i quattro amici al momento destinato. Porthos aveva avuto da provare un nuovo cavallo, d’Artagnan smontava la guardia al Louvre, Aramis avea dovuto far visita ad una sua penitente in quella contrada, ed Athos che avea preso domicilio in via Guènegaud ci si combinava da per sè. Furono dunque assai sorpresi d’incontrarsi al portone delRomitorio, Athos sboccando dal ponte Nuovo, Porthos dalla strada del Roule, d’Artagnan da quella dei Fossi di S. Germano l’Auxerrois, ed Aramis dall’altra di Bethisy.

Le prime parole ricambiate fra i quattro individui, appunto per l’ostentazione che pose ognuno nelle proprie dimostrazioni, furono alquanto forzate, ed il pasto cominciò con qualche freddezza. Si vedeva che d’Artagnan faceva violenza a sè stesso per ridere, Athos per bere, Aramis per raccontare, Porthos per tacersi. Athos accortosi di tale imbarazzo, alfine di rimediarvi, ordinò che si recassero quattro bottiglie di Sciampagna.

Al qual comando, da lui dato con la calma sua consueta, si schiarì un poco il sembiante al Guascone, e si rasserenò quello di Porthos.

Aramis rimase attonito. Sapeva, non solo che Athos non beveva più, ma anche che provava pel vino una tal quale ripugnanza.

E si accrebbe in esso la meraviglia quando ei lo vide mescersi in abbondanza e bevere coll’entusiasmo di gran tempo addietro. D’Artagnan empiè e vuotò subito un bicchiere. Porthos ed Aramis batterono i loro un sull’altro. In un attimo furono vuote le quattro bottiglie. Pareva che i commensali anelassero di far divorzio coi loro occulti pensieri.

E realmente, in men che nol diciamo, quell’ottimo specifico ebbe dissipato sino al menomo nuvolo che rimaner potesse in fondo ai loro cuori. Si misero a parlare più forte, senza aspettare che uno avesse terminato perchè un altro principiasse, ed a prendere sulla tavola ciascheduno la sua positura favorita. In breve, cosa enorme! Aramis allentò due cordoni del suo giubbetto, e Porthos ciò osservando disciolse subito tutti i suoi.

Le battaglie, le lunghe strade, le botte date e ricevute formarono il primo argomento della conversazione. Indi si passò alla ascosa lotta sostenuta contro colui che ormai chiamavasi il gran ministro.

«Affè! disse scherzando Aramis, bastano gli elogi dei morti, sparliamo un poco dei vivi. Io vorrei dire un tantinello di Mazzarino: è permesso?

«Sempre, sempre! rispose d’Artagnan con uno scroscio di risa; narrate la vostra storiella, e vi applaudirò s’ella è buona.

«Un gran principe, seguitò Aramis, di cui il Mazzarino ricercava l’alleanza, fu da questi invitato a mandargli la nota delle condizioni mediante le quali volesse fargli l’onore di trattare con lui. Il principe, che repugnava alquanto a aver che fare con un simile gaglioffo, fece e inviò la nota a mal in cuore. Vi erano scritte tre condizioni che spiacevano a Mazzarino, ed egli mandò ad offrire al principe di rinunziarvi per dieci mila scudi.

«Ah! ah! esclamarono i tre amici, non era caro, ed ei non aveva da temere d’esser preso alla parola. Che disse l’Altezza?

«L’Altezza spedì tosto cinquanta mila lire a Mazzarino, pregandolo a non iscrivergli mai più, ed offrendogli venti mila lire se si obbligava a non più parlargli.

«Che fece il Mazzarino?

«Si sdegnò? chiese Athos.

«Fe’ bastonare il messaggiero? domandò Athos.

«Accettò la somma? disse d’Artagnan.

«Voi, d’Artagnan, l’avete indovinata, replicò Aramis».

E tutti proruppero in sì clamorose risate che salì l’oste a domandare se avevano bisogno di qualcosa.

Erasi supposto che si battessero.

Alla fine si calmò l’ilarità.

«Possiamo picchiare il signor di Beaufort? propose d’Artagnan. Ne avrei la gran voglia!

«Fate pure, rispose Aramis, il quale conosceva a fondo quell’indole guascona sì accorta e prode che non retrocedeva giammai su verun campo.

«E voi, Athos, che ne pensate? seguitò d’Artagnan.

«Io vi giuro da gentiluomo che rideremo se ci avete garbo.

«Dunque comincio, soggiunse d’Artagnan. Un giorno di Beaufort discorrendo con un amico del signor Principe, gli disse che sulle prime contese di Mazzarino e del Parlamento, ei si era trovato una volta in disputa col signor di Chavigny, e che vedendolo attaccato al nuovo ministro, lui che in tante maniere era collegato all’antico, lo aveva ben bene percosso.

«L’amico, il quale conosceva di Beaufort per uomo di mano assai leggiera, non istupì mica del fatto, e se n’andò correndoa riferirlo al Principe. Si divulga la faccenda, ed ecco che ognuno volge le spalle a Chavigny. Questi ricerca spiegazione della freddezza generale; si va titubanti a manifestargliela; poi v’è persona che si azzarda a dirgli come a tutti faccia sorpresa essersi egli lasciatopercuoteredal signor di Beaufort abbenchè principe.

«E chi ha detto che il principe mi aveva percosso? fece il Chavigny.

«Il principe stesso, replica l’amico.

«Si va alla fonte chiara, e si trova la persona a cui il principe ha tenuto codesto discorso, e che scongiurata sull’onore a palesare la verità, lo ripete e lo afferma.

«Chavigny, dolentissimo di una tale infamia, di cui non capisce un ette, dichiara che morrà piuttosto che sopportarla. In conseguenza manda due patrini al principe, con l’incarico d’interrogarlo se sussista aver egli detto di avere percosso il signor di Chavigny.

«L’ho detto e lo ripeto, fa il principe, giacchè così è.

«Monsignore, soggiunge uno dei patrini di Chavigny, permetteteci di avvertire Vostra Altezza qualmente colpi dati a un gentiluomo degradano tanto quello che li dà quanto quello che gli riceve. Il re Luigi XIII non voleva aver camerieri gentiluomini, per aver diritto di picchiarli.

«Veh! continuò il signor di Beaufort, e chi parla di colpi? e chi discorre di picchiare?

«Ma voi, monsignore, che pretendete per percosso....

«Chi?

«Il signor di Chavigny.

«Io?

«Non percuoteste il signor di Chavigny, almeno da quel che dite?

«Sì.

«Ebbene! egli vi smentisce.

«Oh! fece il principe, l’ho percosso così bene, che ecco le mie proprie parole che lo gelarono (e il signor di Beaufort vi poneva tutta la sua maestà a voi nota): « — signor di Chavigny, siete assai da biasimare per aver dato soccorso a un birbante qual è il Mazzarino!»

«Ah! Altezza! esclamò il patrino, comprendo! volevate dire scosso.

«Oscossoopercosso, che importa? gridò il di Beaufort, non è egli lo stesso? Davvero i vostri compositori di frasi sono pure pedanti!»

Furono grandi risate per questo errore filologico del signor di Beaufort, i di cui abbagli su tal genere incominciavano a passarein proverbio, e si pattuì, che essendo per sempre bandito da quelle amichevoli riunioni lo spirito di parte, d’Artagnan e Porthos potrebbero burlare i principi, con patto però che Athos ed Aramis fossero in facoltà dipercuotereil Mazzarino.

«Affè, disse d’Artagnan a’ suoi due amici, avete ragione di volergli male, a Mazzarino, giacchè egli dal canto suo, e ve lo giuro, non vi vuol punto bene.

«Uh! propriamente? fece Athos. Se credessi che quel mascalzone mi conoscesse di nome, mi farei sbattezzare per paura che si supponesse ch’io conoscessi lui.

«Non vi conosce per nome ma per i fatti; sa che vi sono due gentiluomini che più particolarmente hanno contribuito alla fuga di Beaufort, e li fa cercare con grande premura, ve lo accerto.

«Da chi?

«Da me.

«Come, da voi?

«Sì, mi ha mandato a domandare anche stamane se avevo qualche notizia.

«Su quei due gentiluomini?

«Sì.

«E che gli avete risposto?

«Che non ne ho finora, ma che pranzavo con due soggetti i quali potrebbero darmene.

«Gli avete detto così? fece Porthos con una grossa risata che gli allegrava la grassa faccia. Bravo! e voi, Athos, non avete paura?

«No, disse Athos, non temo già le indagini di Mazzarino.

«Voi! soggiunse Aramis, oh! ditemi un po’ di che temete!

«Nulla, almeno nel presente.

«E nel passato? chiese Porthos.

«Ah! nel passato è tutt’altro, ribattè Athos con un sospiro, nel passato e nel futuro.

«Paventate forse per il vostro Raolo? domandò Aramis.

«Eh! disse d’Artagnan, non si rimane mai uccisi nel primo fatto.

«Nè al secondo, ribattè Aramis.

«Nè al terzo, accrebbe Porthos. E poi, quando si è uccisi, si ritorna, e la prova ne sia che eccoci qua.

«No, ripigliò Athos, non è tampoco Raolo che mi dia inquietudine, mentre spero si conterrà da gentiluomo, e se resta ucciso, ebbene! lo sarà valorosamente; ma ecco.... se gli accadesse tal disgrazia....»

Athos si passò la mano sulla fronte scolorita.

«Dite su.... lo spronò Aramis.

«Dico, che quella disgrazia sarebbe da me riguardata come un’espiazione.

«Ah ah! esclamò d’Artagnan, so io di che intendete.

«E anch’io, confermò Aramis, ma non bisogna pensarci, il passato è passato.

«Non capisco, obiettò Porthos.

«L’affare di Armentières, bisbigliò piano d’Artagnan.

«D’Armentières?

«Milady....

«Ah sì, fece Porthos, l’avevo dimenticato».

Athos lo guatò con l’occhio suo penetrante, e disse:

«Dimenticato? voi, Porthos!

«Eh sì, è tanto tempo!

«Dunque non vi sta più sulla coscienza?

«Ma no! replicò Porthos.

«Ed a voi, Aramis?

«Ci penso qualche volta come ad uno di quei casi di coscienza che più danno luogo a discussione.

«E a voi, d’Artagnan?

«Io confesso che quando la mia mente si ferma su quell’epoca terribile non ha altre rimembranze che per il corpo gelido della povera signora Bonacieux. Sì, sì...., mormorò, spesso provai de’ rammarici per la vittima, non mai rimorsi pel di lei assassino.

«Riflettete, osservò Aramis, che ammessa la divina giustizia e la sua partecipazione alle cose di questo mondo, quella donna fu punita per volere di Dio. Noi fummo gli stromenti, e non altro.

«Ma il libero arbitrio?

«Che fa il giudice? ha esso pure il suo libero arbitrio, e condanna senza paura. Che fa il carnefice? è padrone del proprio braccio, eppure colpisce senza rimorso.

«Il carnefice.... borbottò Athos, e ben vedevasi che lo tratteneva una qualche ricordanza.

«So ch’è cosa tremenda, proseguì d’Artagnan; ma quando penso che noi uccidemmo Inglesi, Roccellesi, Spagnuoli, anco Francesi, i quali non ci avevano fatto mai altro male che pigliarci di mira collo schioppo senza coglierci, e non avevano avuto verso di noi altro torto che incrociare il loro ferro col nostro e non arrivare a tempo a parare, mi scuso per la mia parte nell’uccisione di quella femmina, in parola d’onore.

«Io, disse Porthos, adesso che me lo avete rimesso in mente, caro Athos, rivedo la stessa scena come se ci fossi sempre. Milady era costà, dove voi siete (Athos impallidì);io stava nel posto dov’è ora d’Artagnan. Io avevo al fianco una spada che tagliava come una lama di Damasco; ve ne rammentate, Aramis, che la chiamavate la Balizarda? Or bene! vi giuro a tutti e tre, che se non vi fosse stato il boja di Bethune.... È di Bethune?.... sì sì, di Bethune.... avrei troncato il collo a quella scellerata, senza rimetterci le mani due volte, e anco rimettendole.... l’era una donna iniqua!

«E poi, disse Aramis in tuono di non curante filosofia, a che giova pensare a tutto questo? quel ch’è stato è stato. Ci confesseremo di quest’azione nell’ora suprema, e Dio saprà meglio di noi se sia un delitto, un fallo, o un’azione meritoria. Pentirmene, voi mi direte? oh no, per Bacco! non me ne pento se non perchè era una donna.

«Ciò che è più atto a metterci in quiete, osservò d’Artagnan, egli è che di tutto quel passato non rimane alcuna traccia.

«Aveva un figlio, notò Athos.

«Ah sì, lo so, disse d’Artagnan, e me ne avete parlato; ma chi sa poi che ne sia stato di lui? morto il serpe, estinto il covo! credete che di Winter suo zio abbia allevato quel serpentello? Di Winter avrà condannato il figliuolo siccome condannò la madre.

«Allora, rilevò Athos, guai a di Winter, giacchè il bambino nulla aveva fatto, nulla!

«Il bambino morì, o che il diavolo mi porti! seguitò Porthos. V’è tanta nebbia in quel brutto paese, almeno a quel che dice d’Artagnan».

Nel punto in cui questa conclusione di Porthos era forse prossima a riportare un certo brio su tutte quelle faccie più o meno accigliate, si udì rumore di passi per la scala, e fu bussato all’uscio.

«Entrate! disse Athos.

«Signori, avvertì l’oste, v’è un giovanotto che con molta premura chiede di parlare ad uno di voi altri.

«A quale? domandarono in quattro.

«A quello che si chiama conte de la Fère.

«Son io, rispose Athos. E che nome ha colui?

«Grimaud.

«Oh! fece Athos, e diveniva smorto in viso, digià tornato? E che mai sarà accaduto a Bragelonne?

«Venga! ordinò d’Artagnan, venga pure!»

Ma Grimaud aveva già fatta tutta la scala ed attendeva sull’ultimo gradino. Si slanciò nella stanza, e con un gesto licenziò il locandiere.

Il locandiere richiuse l’usciale. I quattro gentiluomini rimaseroin ansietà. L’azione di Grimaud, pallido, sudante, tutto malconcio dalla polvere che aveva addosso, annunziava esser egli messaggero di qualche nuova interessante e tremenda.

«Signori, ei disse, quella donna aveva un bambino, il bambino è diventato un uomo; la tigre aveva un figliuoletto, ora il tigre è cresciuto, vi viene incontro, badate a voi!»

Athos guardò i compagni con un sorriso malinconico; Porthos si cercava al fianco la spada che aveva appesa al muro, Aramis afferrò un coltello; d’Artagnan si rizzò in piedi.

«Che vuoi tu dire, Grimaud? esclamò questi.

«Che il figlio di Milady ha abbandonato l’Inghilterra, è in Francia, viene a Parigi, se a quest’ora non v’è.

«Diamine! disse Porthos, sei sicuro?

«Sicuro» confermò Grimaud.

Lungo silenzio accolse questa dichiarazione. Grimaud era sì stanco ed ansante che cascò sopra una seggiola.

Athos avendo riempito un bicchiere di vino di Sciampagna glielo recava.

«Or bene, in sostanza, fece d’Artagnan, quando vivesse, quando venisse a Parigi, ne abbiamo vedute di più belle! che venga!

«Sì, aggiunse Porthos esaminando con compiacenza il brando appeso alla parete, lo aspettiamo, venga!

«E d’altronde, è un ragazzo!» rimarcò Aramis.

Grimaud si levò fieramente.

«Un ragazzo! gridò, sapete che cosa ha fatto quel ragazzo? Travestito da monaco ha scoperto tutta la storia in un colloquio avuto col boja di Bethune, il quale credendolo realmente tale, voleva confessarsi, e dopo aver da lui saputo tutto, gli ha piantato nel cuore questo pugnale. Ecco, esso è ancora rosso e bagnato, giacchè non sono più di trenta ore ch’è tratto fuori dalla piaga».

E Grimaud gittò sulla tavola lo stiletto dimenticato dal finto frate nella ferita del boja.

D’Artagnan, Porthos ed Aramis si alzarono con un movimento spontaneo, e corsero ad impugnare le spade.

Athos solo restò seduto, quieto e pensoso.

«E dici tu, Grimaud, ch’è vestito da monaco?

«Sì.

«E che uomo è egli?

«Del mio personale, secondo mi riferì l’oste, magro, pallido, con occhi turchini chiari e capelli biondi.

«E.... non ha veduto Raolo? domandò Athos.

«Anzi, si sono incontrati, ed il visconte stesso lo ha condotto presso al letto del moribondo».

Athos senza fiatare si levò a distaccare dal muro il suo brando.

«Ehi, signori! disse d’Artagnan procurando di scherzare, ma sapete che facciamo la figura di tante donnicciuole? Come! noi quattro uomini, che senza far motto siamo stati a fronte a intere armate, ora tremiamo davanti ad un fanciullo!

«Sì, replicò Athos, ma quel fanciullo viene in nome di Dio».

E tutti uscirono in fretta dall’albergo.


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