ATTO PRIMO

ATTO PRIMO

La scena rappresenta lo scrittojo del romanziere Ludovico Nota. È un'ampia stanza d'affitto, con vecchi mobili scompagni, comperati di combinazione: alcuni, più volgari, di proprietà della signora Onoria; altri, del romanziere. Nella parete di fondo, un grande scaffale di libri; in quella a destra, tra due finestre guarnite di vecchie tende ingiallite, una scrivania alta, da scrivervi in piedi, col palchetto sottostante ingombro di grossi dizionari. Nella parete a sinistra, un divano d'antica foggia ricoperto di stoffa chiara a fiorami, con merletti appuntati sulla spalliera e ai bracciuoli, forse per nascondere il sudicio; poltrone, seggiole imbottite, un tavolinetto con ninnoli: tutto nel riquadro d'un vecchio tappeto scolorito. In questa parete, presso il proscenio, è la comune. Nella parete di fondo, dopo lo scaffale, è un uscio con tenda che immette nella camera da letto del Nota. In mezzo alla stanza, una tavola ovale con libri, rassegne, giornali, portafiori, portasigarette, qualche statuetta, e, davanti a questa tavola, una greppina con molti cuscini. Appesi alla parete di sinistra e a quella di destra parecchi quadretti di scarso valore artistico, doni di pittori amici. La stanza, benchè fornita di due finestre, è piuttosto cupa, quasi in penombra, per la strettezza della via e l'altezza delle case dirimpetto che la opprimono. La via, sotto, è molto rumorosa, e i rumori di essa si udranno nelle pause, ai luoghi indicati: rotolìo di vetture, di carri; campanelli di biciclette, trombe d'automobili, stantuffare strepitoso di motociclette,schiocchi di frusta, fischi, suono confuso di voci, grida di qualche venditore ambulante o d'un giornalajo, baccano di qualche rissa improvvisa.Al levarsi della tela, la scena è vuota. Le due finestre aperte lasciano entrare, per un pezzo, i rumori della via. S'apre la comune, a sinistra, ed entra col cappellino in capoErsilia Drei, come una che non sappia dove. Indossa un abitino celeste, decente, sciupato un po' dall'uso, da maestrina o da istitutrice. Ha poco più di vent'anni, ed è bella, ma — cavata or ora di mano alla morte — è molto pallida e ha gli occhi come smarriti nel livido delle occhiaje. Guarda in giro la stanza, restando in piedi, in attesa di qualcuno che deve ancora entrare; accenna di sorridere mestamente a quel che vede; ma, contrariata dai rumori della via, aggrotta penosamente le ciglia. Entra alla fine, nell'atto di rimettersi nella tasca in petto il portafogli,Ludovico Nota: bell'uomo, ancora prestante benchè abbia di già passato la cinquantina. Occhi acuti, lucenti, e sulle labbra ancora fresche un sorriso quasi giovanile. Freddo, riflessivo, privo affatto di quelle doti naturali che conciliano facilmente la simpatia e la confidenza, non riuscendo a simulare alcun calore d'affetto, si studia di parere almeno affabile; ma questa affabilità, che vorrebbe essere disinvolta e non è, anzichè rassicurare, impaccia e qualche volta sconcerta.

La scena rappresenta lo scrittojo del romanziere Ludovico Nota. È un'ampia stanza d'affitto, con vecchi mobili scompagni, comperati di combinazione: alcuni, più volgari, di proprietà della signora Onoria; altri, del romanziere. Nella parete di fondo, un grande scaffale di libri; in quella a destra, tra due finestre guarnite di vecchie tende ingiallite, una scrivania alta, da scrivervi in piedi, col palchetto sottostante ingombro di grossi dizionari. Nella parete a sinistra, un divano d'antica foggia ricoperto di stoffa chiara a fiorami, con merletti appuntati sulla spalliera e ai bracciuoli, forse per nascondere il sudicio; poltrone, seggiole imbottite, un tavolinetto con ninnoli: tutto nel riquadro d'un vecchio tappeto scolorito. In questa parete, presso il proscenio, è la comune. Nella parete di fondo, dopo lo scaffale, è un uscio con tenda che immette nella camera da letto del Nota. In mezzo alla stanza, una tavola ovale con libri, rassegne, giornali, portafiori, portasigarette, qualche statuetta, e, davanti a questa tavola, una greppina con molti cuscini. Appesi alla parete di sinistra e a quella di destra parecchi quadretti di scarso valore artistico, doni di pittori amici. La stanza, benchè fornita di due finestre, è piuttosto cupa, quasi in penombra, per la strettezza della via e l'altezza delle case dirimpetto che la opprimono. La via, sotto, è molto rumorosa, e i rumori di essa si udranno nelle pause, ai luoghi indicati: rotolìo di vetture, di carri; campanelli di biciclette, trombe d'automobili, stantuffare strepitoso di motociclette,schiocchi di frusta, fischi, suono confuso di voci, grida di qualche venditore ambulante o d'un giornalajo, baccano di qualche rissa improvvisa.

Al levarsi della tela, la scena è vuota. Le due finestre aperte lasciano entrare, per un pezzo, i rumori della via. S'apre la comune, a sinistra, ed entra col cappellino in capoErsilia Drei, come una che non sappia dove. Indossa un abitino celeste, decente, sciupato un po' dall'uso, da maestrina o da istitutrice. Ha poco più di vent'anni, ed è bella, ma — cavata or ora di mano alla morte — è molto pallida e ha gli occhi come smarriti nel livido delle occhiaje. Guarda in giro la stanza, restando in piedi, in attesa di qualcuno che deve ancora entrare; accenna di sorridere mestamente a quel che vede; ma, contrariata dai rumori della via, aggrotta penosamente le ciglia. Entra alla fine, nell'atto di rimettersi nella tasca in petto il portafogli,Ludovico Nota: bell'uomo, ancora prestante benchè abbia di già passato la cinquantina. Occhi acuti, lucenti, e sulle labbra ancora fresche un sorriso quasi giovanile. Freddo, riflessivo, privo affatto di quelle doti naturali che conciliano facilmente la simpatia e la confidenza, non riuscendo a simulare alcun calore d'affetto, si studia di parere almeno affabile; ma questa affabilità, che vorrebbe essere disinvolta e non è, anzichè rassicurare, impaccia e qualche volta sconcerta.

Ludovico

Eccomi qua! Comoda, comoda.... Dio mio, queste finestre (si precipita a chiuderle) sono una vera dannazione! Ma se per poco non tengo aperto, si rifà qua dentro un tanfo così acre di rinchiuso.... Casacce vecchie. Si levi, si levi il cappellino! (Ersilia eseguisce).

Entra dall'uscio in fondo, con sotto il braccio un fagotto di biancheria da letto da mandare al bucato e nell'altra mano una granata, la signoraOnoriasui quarant'anni: tozza, goffa, ritinta e pettegola.

Entra dall'uscio in fondo, con sotto il braccio un fagotto di biancheria da letto da mandare al bucato e nell'altra mano una granata, la signoraOnoriasui quarant'anni: tozza, goffa, ritinta e pettegola.

Onoria

Con permesso.

Ludovico

(che non se l'aspetta)

Oh. Lei era di là?

Onoria

(masticando)

Ho rifatto il letto, per come mi ha lasciato scritto questa mattina nella saletta.

Ludovico

(imbarazzato)

Ah già.

Onoria

(subito)

Ma guardi che se deve servire per.... (guarda Ersilia e s'interrompe). Ecco, aspetti; è meglio intenderci: vado a lasciare di là questa roba —

Ludovico

— che non è decente....

Onoria

(subito inviperita)

E me lo dice lei, scusi, che non è decente?

Ludovico

(cercando di sorridere)

Eh, mi pare! Sente lei stessa il bisogno di sbarazzarsene....

Onoria

Sissignore. Ma di «tutto», anche; non di questa roba soltanto!

Ludovico

(alterandosi)

Che intende dire? Sentiamo!

Onoria

(tenendogli testa)

Ma di codesta signorina, per esempio, che lei mi porta in casa! Se le par decente....

Ludovico

Ah, perdio! Parli con rispetto, o —

Onoria

— o che mi vuol fare? Io le voglio parlar chiaro, infine! Vado a lasciare questa roba, e torno. (Via di furia per la comune).

Ludovico

(accennando di lanciarlesi dietro)

Brutta pettegola arrabbiata!

Ersilia

(afflitta, sbigottita, trattenendolo)

No, no, per carità! Me ne lasci andare....

Ludovico

Ma nient'affatto! Quest'è casa mia, e lei resterà qua!

Onoria

(rientrando subito)

Sua? Che sua? Camera d'affitto, non è sua! E si ricordi che lei abita in casa di una signora per bene!

Ludovico

Chi, lei, per bene?

Onoria

Io, io, sissignore!

Ludovico

Ne sta dando una prova, difatti!

Onoria

Sissignore! Difatti! Perchè non le permetto di condurmi donne in casa a dormire!

Ludovico

Lei è una villana insolente!

Onoria

Badi come parla!

Ludovico

Una villana, una villana che non discerne con chi ha da fare!

Ersilia

Sono una povera malata che esce in questo momento dall'ospedale.

Ludovico

Ma non si confonda a dare spiegazioni a costei!

Onoria

Se lei è malata.... (Rumore d'un carro pesante che fa tremare i vetri delle finestre).

Ludovico

Basta, le dico! Lei non può proibirmi di cedere per qualche giorno il mio alloggio.

Onoria

Ah, no no! Lei non può! Io le camere le ho affittate a lei!

Ludovico

E se arriva una mia sorella? una mia parente?

Onoria

Se ne vanno all'albergo!

Ludovico

Ah; non sono padrone d'alloggiarla qua per qualche notte?

Onoria

Ma la signorina non è una sua parente! A chi vuol darla a intendere?

Ludovico

E che ne sa lei? Se me ne vado io a dormire all'albergo?

Onoria

Me ne dovrebbe chiedere, a ogni modo, e con garbo, il permesso.

Ludovico

Anche il permesso?

Onoria

Sissignore, e con garbo! E se sente qua tutto questo tanfo insopportabile, scusi, perchè non se ne va? Magari mi lasciasse le stanze libere!

Ludovico

Gliele lascerò difatti, e subito! Intanto la prego di levarmisi dai piedi!

Onoria

Mi lascia le stanze?

Ludovico

Fra qualche giorno, sì. Alla fine del mese.

Onoria

Ah, allora va bene! Non dico più niente.

Ludovico

E dunque, se ne vada!

Onoria

Me ne vado, me ne vado. Si figuri! Non dico più niente. (Via per la comune).

Ludovico

Ma guarda che pettegola! — Scusi tanto, signorina. Appena entrata, questa bella scena.

Ersilia

Oh niente! Mi duole piuttosto che, per causa mia....

Ludovico

No; combatto già da un anno con questa strega: legato, che so! come da un incubo da tutte queste cose lerce qua. Lei forse s'immaginava.... la casa d'uno scrittore....

Ersilia

No, io niente, per me. Ma certo è triste che lei, con tanta fama....

Ludovico

Avremo per la fine del mese un quartierino quieto, su al Macao: in via Sommacampagna, tra i giardini. Andremo a visitarlo domani, insieme. E compreremo insieme la mobilia nuova; e lei si comporrà con le sue mani il suo nido.

Ersilia

Dio mio, ma per me....

Ludovico

Dovevo, no — mi dovevo levar di qua: a qualunque costo! Sa, sono..., sono come uno che ha sempre da cominciare. Ma sono così contento d'averavuto quest'estro, di scrivere a lei; e di cominciarla con lei, adesso, una nuova vita. — Stagno: mosche: afa. Tutt'a un tratto si rifiata: aaàh! — Che cos'è? — Niente: s'è levato un po' di vento! — La mia vita è così.

Ersilia

Non so proprio come ringraziarla.

Ludovico

Ecco.... dovresti cominciare a dire, se mai, «ringraziarti»; ma non è il caso, perchè debbo io al contrario ringraziar te d'avere accettato il poco che....

Ersilia

No, è tanto! tanto! per me è tanto!

Ludovico

Ecco, per te. Voglio dire per quello che tu lo farai diventare, questo poco che posso offrirti.

Ersilia

Ma non lo dica nemmeno!

Ludovico

(con un sorriso, correggendo)

«Non lo dire».

Ersilia

Bisogna che mi abitui. Sono, se sapesse, così mortificata!

Ludovico

Mortificata di che?

Ersilia

Ma di questa fortuna....

Ludovico

Eh via! Perchè sono uno scrittore?

Ersilia

Che il racconto delle mie disgrazie, letto in un giornale, il mio atto disperato, abbiano potuto attirare la considerazione, la pietà —

Ludovico

L'interesse, l'interesse!

Ersilia

— d'un uomo come lei (correggendosi subito, con un sorriso penoso).... come te!

Ludovico

Sì, mi sentii prendere, leggendo quel giornale, proprio come quando in un fatto che, così per caso, si viene a sapere, o ci è narrato, avvertiamo subito, che so! per una scossa interna, per un'improvvisa simpatia, d'aver trovato, senza cercarlo, il germe.... il germe di una novella, d'un romanzo —

Ersilia

— che forse lei pensò — (c. s.) .... cioè — che tu forse pensasti di scrivere?

Ludovico

No! Intendimi bene! Non credere che sia stato per una curiosità d'artista! Ho recato un paragone, per farti capire come m'interessai subito.

Ersilia

Ma se la mia povera vita, tanta miseria e tristezza di casi, tante sofferenze servissero almeno a questo —

Ludovico

— a farmi scrivere un romanzo?

Ersilia

Perchè no? Ne sarei contenta, orgogliosa. — Tanto! (E sorridendo con una grazia che tenta d'avvivarsi, aggiunge:) Veramente.

Ludovico

(la guarda, e poi dice)

Mi fai cader le braccia!

Ersilia

Perchè?

Ludovico

Perchè, senza volerlo, mi dici vecchio.

Ersilia

(subito confusa)

Io? Ma no, dico....

Ludovico

Un romanzo, cara, o si scrive o si vive. T'ho detto che mi sentii prendere tutto, ma non per scriverlo: per viverlo! Ti tendo le braccia; e tu invece di porgermi, che so!, la bocca, mi porgi la penna, perchè scriva?

Ersilia

Ma è troppo presto —

Ludovico

— la bocca — Capisco. — O troppo tardi?

Ersilia

No....

Ludovico

(notando l'impaccio cagionato dalla sua soverchia disinvoltura)

Guarda com'è diverso quello che avviene in me e quello che avviene in te. Io mi son sentito offeso, che il mio interesse ai tuoi casi potesse essere inteso da te come una curiosità di scrittore; e tu invece t'offendi.... o per lo meno, via, non sei lieta, se ti dico che lo scrittore, se voleva far opera di scrittore — essendo, diciamoespertoper non dire vecchio — non aveva bisogno nè di farti quella profferta nè di venire a prenderti adesso all'uscita dall'ospedale, perchè il romanzo — io — leggendo su quel giornale i tuoi casi, l'immaginai da me, tutto, da cima a fondo.

Ersilia

Ah.... come? così subito?

Ludovico

In un momento. Con tanta ricchezza di situazioni, di particolari.... Oh, bellissimo! — l'Oriente.... quella villetta vicino al mare, con quella terrazza.... tu là, istitutrice.... quella bambina che precipita dalla terrazza.... il tuo licenziamento.... il viaggio.... l'arrivo qua.... la triste scoperta.... — Tutto, tutto.... — così, senza vederti, senza conoscerti.

Ersilia

Immaginandomi.... E come, come? Così.... come sono? (Ludovico, sorridendo, fa segno di no col dito). E come allora? Me lo dica (c. s.).... dimmelo.

Ludovico

Perchè vuoi saperlo?

Ersilia

Perchè vorrei essere come tu mi hai immaginata.

Ludovico

Ma no! Perchè tu mi piaci molto; molto di più così. Dico, per me; non per quel romanzo.

Ersilia

Ma allora.... quello che era il mio romanzo, tu l'hai fatto di un'altra?

Ludovico

Eh, per forza; di quella che avevo immaginata.

Ersilia

Molto diversa da me?

Ludovico

Un'altra.

Ersilia

Oh Dio, ma allora.... non capisco, non capisco più —

Ludovico

Che non capisci?

Ersilia

— il tuo interesse.... Come possa essere per me.

Ludovico

E per chi vuoi che sia?

Ersilia

Ma se io non sono quella.... se i miei casi, le mie disgrazie.... tutto ciò che, leggendo il giornale, t'ha interessato — dico — se non t'ha interessato per me.... se l'hai visto come di un'altra che non sono io.... (resta come smarrita, sospesa).

Ludovico

Ebbene?

Ersilia

Io allora me ne posso andare.

Ludovico

(ridendo e trattenendola quasi per ischerzo)

Ma nient'affatto, cara! Tu, no! Se n'andrà via quella del romanzo, che non sei tu!

Ersilia

(aombrata, diffidando)

Come non sono io? Tu non credi, allora?

Ludovico

(c. s.)

Ma sì, credo, credo! — Ora però io ti voglio immaginare invece in una nuova vita: quale sarà, quale potrà essere d'ora in poi, con me. E voglio che anche tu te la immagini, quest'altra tua nuova vita, senza più memoria di tutte le cose tristi che ti sono accadute.

Ersilia

(con un sorriso di pena)

E allora — non quella.... non questa — ancora un'altra?

Ludovico

Un'altra, già, per come puoi essere.

Ersilia

(voltandosi, meravigliata)

Io? (Scotendo il capo, e con un atto appena appena delle mani, che tiene sulle ginocchia) Non ho potuto essere mai niente.

Ludovico

Eh via! Come niente?

Ersilia

Niente.... mai....

Ludovico

Ma se sei, scusa!

Ersilia

Che sono?

Ludovico

Ma prima di tutto una bella ragazza.

Ersilia

(con tristezza, stringendosi nelle spalle)

Che bella, no. E poi, se non ho saputo approfittarne....

Ludovico

Eh, quando non si sa: è vero. Può anche venire in mente, per disperazione.... all'ultimo, prima di prendere un'estrema risoluzione, là, buttarsi allo sbaraglio....

Ersilia

(fosca, voltandosi a guardarlo)

Oh Dio.... che dice?

Ludovico

No no — dico perchè l'immaginai, l'immaginai di «quella».... nel romanzo. Con la disperazione di non sapere più come fare.... verso sera.... guardandosi allo specchio tetro dell'alberguccio.... una risoluzioneimprovvisa: tentazione da folle.... Senza più nulla, o con qualche lira appena là in quella borsetta.... e l'albergatore che voleva pagato il conto....

Ersilia

(sbalordita, con terrore e con ansia)

Ma tutto questo non era scritto nel giornale?

Ludovico

No, l'imma'... (S'interrompe, sorpreso, e subito le domanda, chinandosi su lei) Perchè forse è vero?

Ersilia

(nascondendo il volto tra le mani e tremando dall'onta e dal ribrezzo)

Sì....

Ludovico

(quasi tra sè, in fretta, compiaciuto)

Ah, guarda.... guarda com'ho intuito giusto! (Poi di nuovo, addolorato, ansioso) Scendesti di sera nella strada?

Ersilia

(c. s.)

Sì.... sì...

Ludovico

(c. s.)

E fu.... così, con uno della strada? con uno.... con uno qualunque che passava?

Ersilia

(senza scoprir la faccia)

E.... e dopo.... non saper come fare, dopo....

Ludovico

(subito)

Come fare a chiedere? (E poichè Ersilia non risponde, risponde lui, come se lo sapesse) Nulla eh? Ah, come è vero! com'è vero! E fu lo schifo, allora, il raccapriccio di quel vano, laido tentativo.... Perfetto! perfetto! (Ersilia scoppia in singhiozzi) No.... Piangi? E perchè ormai?.... No, no.... (Fa per abbracciarla, per confortarla).

Ersilia

(alzandosi, avvilita, mortificata)

Mi lasci.... Me ne lasci andare adesso....

Ludovico

Come! Che dici? Perchè?

Ersilia

Ora che sa questo....

Ludovico

Ma se già lo sapevo! lo sapevo!

Ersilia

Come lo sapeva?

Ludovico

Perchè me l'ero immaginato! Non hai visto? Intuito perfettamente.... È così giusto!

Ersilia

Ma io ho tanta vergogna....

Scoppia a questo punto un frastuono improvviso e violento giù nella via. Come per un investimento. Fracasso di carri, baccano, grida minacciose, grida d'imprecazione, fischi, bestemmie.

Scoppia a questo punto un frastuono improvviso e violento giù nella via. Come per un investimento. Fracasso di carri, baccano, grida minacciose, grida d'imprecazione, fischi, bestemmie.

Ludovico

Ma no, che ver.... (s'interrompe, per volgersi verso le finestre) Ma che diavolo avviene?

Ersilia

Gridano.... Forse qualche disgrazia....

Il baccano cresce. Si grida: «Ajuto! Ajuto!» — Entra a precipizio, spaventata, la signoraOnoria.

Il baccano cresce. Si grida: «Ajuto! Ajuto!» — Entra a precipizio, spaventata, la signoraOnoria.

Onoria

Hanno investito un povero vecchio, un povero vecchio; schiacciato contro il muro! Qua sotto le finestre! (Corre ad aprire una delle finestre. Ludovico ed Ersilia si affacciano all'altra).

Come le finestre sono aperte, il baccano della via invade la scena per qualche minuto. Un'automobile e una carrozza si sono scontrate: l'automobile, sterzando, ha schiacciato contro il muro un vecchio, che non ha fatto in tempo a scansarlo. Il vecchio è moribondo, o già morto: è sollevato da tanti, tra la confusione, le grida: cacciato in una vettura, che parte di corsa per l'ospedale. La scena esterna risulterà evidente attraverso le grida confuse e scomposte della folla, tra le quali, dopo un grande urlo e le prime acutissime esclamazioni: — «Ah! ah! Dio! Dio! Ajuto! Ajuto!» possono emerger queste: «Poveretto!» — «Schiacciato!» — «Dà addietro!» — «Ecco che scappa!» — «È scappato!» — «No! No! Afferralo! Afferralo» — «Èmorto!» — «È un vecchio!» — «Correte! Correte!» — «Tenetelo!» — «Schiacciato!» — «È morto!» — «Ho sterzato! Ho sterzato!» — «No, lui: m'è venuto addosso!» — «Non è vero!» — «È stato lui! lui!» — «In galera!» — «Fucilarli!» — «Largo! largo!» — «No, no! Non è morto!» — «Uh, poveretto!» — «Corri, corri!» — «Alla Consolazione!» — «Meglio a S. Giacomo!» — «Il cappello, oh!, il cappello!» — «Povero vecchio!» — «Assassini! assassini!» — Sulla scena l'agitazione della folla sottostante si ripercuote nelle mosse e nelle esclamazioni dei tre affacciati.

Come le finestre sono aperte, il baccano della via invade la scena per qualche minuto. Un'automobile e una carrozza si sono scontrate: l'automobile, sterzando, ha schiacciato contro il muro un vecchio, che non ha fatto in tempo a scansarlo. Il vecchio è moribondo, o già morto: è sollevato da tanti, tra la confusione, le grida: cacciato in una vettura, che parte di corsa per l'ospedale. La scena esterna risulterà evidente attraverso le grida confuse e scomposte della folla, tra le quali, dopo un grande urlo e le prime acutissime esclamazioni: — «Ah! ah! Dio! Dio! Ajuto! Ajuto!» possono emerger queste: «Poveretto!» — «Schiacciato!» — «Dà addietro!» — «Ecco che scappa!» — «È scappato!» — «No! No! Afferralo! Afferralo» — «Èmorto!» — «È un vecchio!» — «Correte! Correte!» — «Tenetelo!» — «Schiacciato!» — «È morto!» — «Ho sterzato! Ho sterzato!» — «No, lui: m'è venuto addosso!» — «Non è vero!» — «È stato lui! lui!» — «In galera!» — «Fucilarli!» — «Largo! largo!» — «No, no! Non è morto!» — «Uh, poveretto!» — «Corri, corri!» — «Alla Consolazione!» — «Meglio a S. Giacomo!» — «Il cappello, oh!, il cappello!» — «Povero vecchio!» — «Assassini! assassini!» — Sulla scena l'agitazione della folla sottostante si ripercuote nelle mosse e nelle esclamazioni dei tre affacciati.

Onoria

È morto.... è morto.... Oh poveretto.... Uh, tenetelo, tenetelo.... Voleva scappare.... Che faccia! E si difende, oh!... L'ha schiacciato come una ranocchia!

Ersilia

(allontanandosi con orrore dalla finestra)

Dio, che spettacolo, che spettacolo!

Ludovico

(richiudendo la finestra)

Sarà qualche povero vecchio impiegato. — Signora Onoria, chiuda, chiuda, perdio!

Onoria

Se lo sono portato! Sarà morto!

Ludovico

Se non è morto, non arriverà all'ospedale.

Onoria

Vado giù, vado giù a domandare! Che disgrazia! Che disgrazia! (via di fretta per la comune).

Ludovico

Per un budello così lercio, che nei giorni di pioggia non si sa più come camminarci, un traffico indiavolato di carrozze, di carri, d'automobili. E ci fanno anche il mercato! Hanno il coraggio di farci anche il mercato!

Ersilia

(dopo una pausa, con gli occhi fissi, impauriti)

La strada.... Che orrore!

Ludovico

E che scuola, per chi scrive! Si libera degli impedimenti volgari, l'immaginazione. Come se si campasse sulle nuvole! Ma la strada c'è, con la gente che vi passa, i rumori della vita; la vita degli altri, estranea ma presente, che frastorna, interrompe, intralcia, contraria, deforma.... Noi vogliamo stare insieme, comporre insieme una bella favola? Sì, e supponi che fossi stato io, per caso, giù nella strada, investito. Che staresti a fare più qua, tu? Ma già t'avvenne d'avere interrotta la vita così, da un caso imprevisto; la caduta di quella bambina dalla terrazza (Pausa).

Ersilia

(assorta, tentennando lievemente il capo)

Servire.... obbedire.... non potere esser niente.... Un abito di servizio, sciupato, che ogni sera si appende al muro, a un chiodo. Dio, che cosa spaventosa, non sentirsi più pensata da nessuno! — Nellastrada.... — Vidi la mia vita, non so, col senso che non esistesse più, come sognata.... con le cose che mi stavano attorno, le rare persone che passavano per quel giardino di mezzogiorno, gli alberi.... quei sedili.... — e non volli, non volli esser più niente....

Ludovico

Ah no — questo — vedi? — questo non è vero.

Ersilia

Come non è vero? Mi volli uccidere!

Ludovico

Già! Già! Ma creando tutto un romanzo —

Ersilia

(di nuovo aombrata)

Come, creando? Credi che abbia inventato?

Ludovico

No no; dico in me, che lo creasti in me, inconsapevolmente, raccontando i tuoi casi.

Ersilia

Quando mi raccolsero in quel giardino —

Ludovico

— sì; e poi all'ospedale. Scusa, come non volesti essere più niente, se fosti la pietà di quanti lessero codesti tuoi casi in quel giornale? Tu non sai la commozione che si diffuse in tutta la città alla narrazione di essi, l'interesse che suscitasti. Ne hai una prova in me!

Ersilia

(con ansia che nasce da quella diffidenza)

E ce l'hai ancora?

Ludovico

Che cosa?

Ersilia

Quel giornale! Vorrei leggerlo, vorrei leggerlo. Ce l'hai ancora?

Ludovico

Credo, sì. Devo averlo conservato.

Ersilia

Cercalo, cercalo! Fammelo vedere!

Ludovico

Ma no! Perchè vuoi tornare adesso a turbarti?

Ersilia

Fammelo vedere, per piacere! Voglio leggere, voglio leggere quello che scrissero.

Ludovico

Ma quello stesso che dicesti tu, suppongo.

Ersilia

Non ricordo più bene quello che dissi in quel momento, capirai! — Voglio vedere. Cercalo!

Ludovico

Chi sa dove l'avrò messo! Col mio disordine.... Lascia. Poi lo cercheremo insieme.

Ersilia

Raccontava tutto, a lungo?

Ludovico

Uh, più di tre colonne di cronaca. D'estate, capirai, i giornalisti — càpita un caso come il tuo — una bazza: riempiono il giornale.

Ersilia

E di lui, di lui, che dicevano?

Ludovico

Mah, che ti aveva ingannata.

Ersilia

No, dico di.... di quell'altro!

Ludovico

Del console?

Ersilia

(vivamente contrariata)

Diceva il console?

Ludovico

Il nostro console a Smirne.

Ersilia

(c. s.)

Oh Dio mio, anche il nome della città? M'avevano promesso di non dirlo!

Ludovico

Oh sì! I giornalisti....

Ersilia

Ma che bisogno ce n'era? Il fatto restava tal quale anche senza la determinazione del luogo e della qualità delle persone. Ma che dicevano?

Ludovico

Che dopo la caduta della bambina dalla terrazza —

Ersilia

(coprendosi il volto con le mani)

Povera piccina mia! Povera piccina!

Ludovico

— s'era dimostrato d'una crudeltà feroce.

Ersilia

Non lui! La moglie, la moglie!

Ludovico

Anche lui, dicevano.

Ersilia

Ma no! La moglie.... — Dio mio!

Ludovico

Perchè gelosa di te. — Eh, me l'immagino! — Un gendarme —

Ersilia

No! Che! Piccola — magra ruvida gialla — un limone!

Ludovico

Oh guarda! Io.... Ma sai come la vedo viva: così, alta, nera, con le ciglia giunte: potrei dipingerla!

Ersilia

Ma tu vedi tutto il contrario! Chi sa come allora vedevi anche me! No no: è invece come ti dico io.

Ludovico

Già, ma è che a me, veramente, serviva un donnone, perchè vedo la bambina gracile gracile.

Ersilia

Ma che gracile! Oh Dio, la mia Mimmetta?

Ludovico

Io Titti difatti la chiamavo.

Ersilia

Ma che Titti, Mimmetta! Mimmetta! Un fiore, ti dico. Traballava tutta su quelle gambottole rosee! A ogni passino le sobbalzavano perfino le guance e tutte quelle boccole d'oro! Voleva bene a me, a me soltanto!

Ludovico

E anche di questo, naturalmente, lei sarà stata gelosa.

Ersilia

Eh, altro! Di questo soprattutto! E fu lei, sai? lei, quando venne quell'altro, in crociera —

Ludovico

— il tenente di vascello?

Ersilia

— sì; lei, lei a crearmi attorno, quella notte — apposta — l'incanto che mi doveva perdere; là, sola, in quel giardino, come inebbriata, con quelle palme, gli odori.... quegli odori....

Ludovico

È bella, è bella, perchè sa così di mare, di sole, di notte orientale, la tua storia!

Ersilia

Se non l'avessi sofferta —

Ludovico

— con quella strega: me l'immagino! — Ma è la perfidia, capisci? di chi non ha mai goduto, e sa che il godimento apparecchiato insidiosamente a un'altra sarà presto scontato col più amaro disinganno.... — Bellissimo!

Ersilia

L'avessi vista.... — Materna! — Perchè lui aveva formalmente chiesto la mia mano a lei e al console, a cui ero affidata. — Uh, tutte le larghezze! — E poi, quando lui partì.... Dio, come si fa a cambiare tutt'a un tratto, da così a così? — Una vessazione che non ti dico; niente più che le andasse bene: avvilirmi minuto per minuto. E alla fine, incolpata della disgrazia —

Ludovico

— mentre era stata lei a mandarti fuori di casa per non so che servizio!

Ersilia

(subito voltandosi impressionata e contrariata)

Chi l'ha detto?

Ludovico

Era scritto nel giornale.

Ersilia

Anche questo?

Ludovico

L'avrai detto tu....

Ersilia

Ma no.... io non ricordo.... non credo....

Ludovico

Possibile che l'abbia immaginato io, allora? O l'avrà forse inventato il giornalista per colorir meglio la crudeltà di quel licenziamento su due piedi, senza neanche volerti pagare il viaggio di ritorno. Questo è vero!

Ersilia

Questo sì! questo sì!

Ludovico

Quasi avessi dovuto tu, invece, pagar loro la figlia!

Ersilia

E me ne minacciò, difatti; sì: me ne avrebbe accusato come d'un delitto, se non avesse temuto che sarebbero venute fuori certe cose —

Ludovico

— sul conto di lei? — Ah, dunque vedi che è vero?

Ersilia

(turbata)

No.... non voglio dire.... non voglio dire.... Mi dispiace anzi, se hanno stampato che fu lei a mandarmi fuori. — Non vorrei pensare più a nulla, adesso, di quanto avvenne là. — Penso al viaggio, a quello che soffersi. Sono sicura che se ne venne con me, su quel piroscafo, la bambina morta, per non restare là coi suoi cattivi genitori. — Ho questa impressione: che la perdetti, quando scesi dall'albergo, quella sera.

Ludovico

Ma appena arrivata qua, scusa, non andasti a cercar di lui?

Ersilia

Dove? Non sapevo l'indirizzo. Gli scrivevo fermo in posta. Andai al Ministero della Marina. Mi dissero che non era più in servizio.

Ludovico

Ma dovevi rintracciarlo, perchè ti desse conto dell'inganno, del delitto, perdio, che aveva commesso!

Ersilia

Non mi son saputa mai far valere.

Ludovico

T'aveva promesso di sposarti!

Ersilia

M'avvilii. — Come mi dissero ch'era alla vigilia del matrimonio, l'impressione di questo tradimento, così crudo, inaspettato, fu tanta, che — m'avvilii. Non avevo più neanche due lire nella borsetta; e.... andare come una mendicante.... (Si porta il fazzoletto agli occhi. Poi, fissando il vuoto) Nel giardino, stringendo nella mano quelle compresse di veleno, ripensai alla bambina e mi feci coraggio col pensiero di lei, che avendola perduta la sera avanti, sarei andata a ritrovarla.

Ludovico

Via, via, via! Non bisogna più pensare a codeste cose, adesso! Su, animo!

Ersilia

(dopo una pausa, con un sorriso mestissimo)

Sì, ma almeno — almeno fammi esser «quella»!

Ludovico

Quella, chi?

Ersilia

Quella che tu immaginasti. Dio mio, se fui, almeno una volta, qualche cosa, per come tu hai detto,voglio essere io, nel tuo romanzo: io «questa», come sono! — Mi pare un tradimento, scusa, che tu ci debba vedere un'altra.

Ludovico

(ridendo)

Oh, bella! Come un'appropriazione indebita, ti pare?

Ersilia

Ma sì, dei miei casi, della mia vita; io che non volli più viverla; io che ne soffrii fino alla disperazione, scusa, ho diritto, mi pare, di vivere almeno nel racconto che tu ne farai — che sarà bello, oh bello come quell'altro tuo romanzo che ho letto.... — aspetta.... com'è intitolato?... ah, «L'Esclusa», ecco, «L'Esclusa».

Ludovico

«L'Esclusa?» Eh no, carina: sbagli. «L'Esclusa» non è un romanzo mio.

Ersilia

(restando)

Non è tuo?

Ludovico

No.

Ersilia

Oh guarda! Mi pareva....

Ludovico

È d'uno scrittore, che io anzi particolarmente non posso soffrire.

Ersilia

(mortificata, si copre il volto con una mano)

Oh Dio....

Ludovico

Ma no, ma no! Non te ne curare. Avrai confuso.

Ersilia

(con la mano ancora sul volto si mette a piangere)

Ludovico

Ma dici sul serio? Ne piangi? Eh via! Che vuoi che me ne importi, se hai sbagliato, attribuendomi un brutto romanzo che non ho scritto?

Ersilia

No.... è che.... tutto è così nella mia vita.... Non mi.... non mi riesce mai nulla....


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