CAPO XVIII.

CAPO XVIII.

Effetti prodotti nelle menti de’ viaggiatori dall’essere giunti al Capo-Nord. Visita del promontorio, ed osservazioni fatte nelle vicinanze. Angelica, e grotta. Roccie, licheni, alghe, crostacei, spugne, ecc. Uccelli di mare. Caldo e calma sofferti nel dare addietro dal Capo-Nord.

Effetti prodotti nelle menti de’ viaggiatori dall’essere giunti al Capo-Nord. Visita del promontorio, ed osservazioni fatte nelle vicinanze. Angelica, e grotta. Roccie, licheni, alghe, crostacei, spugne, ecc. Uccelli di mare. Caldo e calma sofferti nel dare addietro dal Capo-Nord.

La ebbrietà, in che ci avea immersi la veduta del Capo-Nord; il vivo piacere d’essere giunti al termine de’ nostri desiderii, e quella inesprimibile impressione che sugli animi nostri avea fatto lo spettacolo di codesti luoghi incogniti al rimanente degli uomini, finalmente sedaronsi: noi incominciammo a pensare a noi; e la prima riflessione che occupò le menti nostre fu quella della gran distanza, che ci separava dalla nostra patria; ed alla idea dell’immenso paese, che avevamo attraversato, si unì naturalmente quella dell’altro che dovevamo scorrere per rivedere i nostri amici, e le nostre famiglie. Noi avevamo da salire di nuovo le stesse montagne, da arrischiarci al trapasso degli stessi deserti, da cimentarci colle stessecataratte, le quali cose tutte avendo per noi perduto il merito della novità, non ci si presentavano più che nel solo aspetto della fatica e dello stento. E come mai il desiderio solo di trovarci in sì abbandonato paese, ed a sì grave costo, avea potuto sedurci? In qualche momento saremmo stati tentati a condannarci giustamente di giovanil leggerezza, d’imprudenza, di temerità. Ma le parole hanno sulle menti degli uomini una forza, che difficilmente può calcolarsi: onde i nomi di Capo-Nord, di Mar-gelato, di estremità ultima della Europa riscaldavano ancora la nostra immaginazione, e ci davano nuove forze. Quindi la mano stendevasi alla matita per disegnare que’ massi enormi che sono altrettante pagine formidabili degli annali de’ secoli; ed allora tutti intenti all’opera gustavamo un genere nuovo di piacere, che ogni pensier tristo faceva fuggire da noi. Attraversando in idea la immensità del Mar-gelato, visitammo la Groelandia, e lo Spitzberg, e più lungi quelle montagne di ghiaccio, che rimarrannosi immobili in mezzo alle acque fin tanto che il globo si aggirerà sul suo asse invariabile. Allora concependo, dirò così, come cosa reale quel punto che si chiama Polo, ci godevamo di porvici sopra per ivi contemplare lo spettacolo dell’anno diviso in un solo giorno, eduna notte sola, e quello non meno meraviglioso del giro immenso intorno a noi di tutti gli astri, che adornano la metà dell’universo.

Ma finalmente era d’uopo rinunziare a sì seducenti e vaghi delirii. Abbandonammo quelle cime, e scendemmo al lido. Ivi con legne, che il mare avea gittate sulle sponde, accendemmo il fuoco per prepararci il pasto; nè questo ci era stato mai più necessario, perciocchè la nostr’agitazione morale, le fatiche fisiche, la vivacità dell’aria aveano aguzzato il nostro appetito; e il buon umore succeduto alla gravità di tanti pensieri, e sensazioni triste, condì di delizioso sapore quanto avevamo per ristorarci; e ci pose in istato di far più di un brindisi da que’ confini ultimi della terra ai nostri amici de’ paesi meridionali.

Cercando sul lido un luogo ove comodamente trarci a prendere il ristoro accennato, scoprimmo una grotta formata da tre rupi, le cui superficie liscie e lucenti dimostravano com’erano state battute dai flutti. Nel mezzo d’essa era una pietra rotonda, sotto la quale usciva un sottil filo d’acqua, che scendendo da una montagna vicina formava un ruscelletto, sul corso del quale trovammo alcune piante di angelica. Questa scoperta fu per noi di un pregio inestimabile trattandosi di una contrada sì estraneaad ogni specie di vegetazione, e dove per certo noi eravamo lontanissimi dal supporre che la natura volesse presentarci qualche cosa buona per la nostra tavola. Del rimanente la grotta era sì ben disposta, che sarebbesi facilmente creduta opera dell’arte, anzichè della natura. Il largo masso che vi si trovava in mezzo, ci servì di tavola; e vi ci sedemmo in modo che non avevamo se non da abbassarci per empiere i nostri bicchieri di un’acqua eccellentemente fresca, e dolce, quantunque fossimo a pochi passi dall’Oceano.

Dopo aver mangiato ci divertimmo a salire sul più alto sito della roccia, e di là a fare sdrucciolare al basso enormi pezzi di rupe, secondo che potevamo distaccarne: i quali precipitando facevano un rimbombo simile a quello del tuono, e rovesciavano quanto alla loro caduta si opponeva. Le roccie di quella costa sono quasi tutte di granito; e lo stesso Capo-Nord è un ammasso di roccie dello stesso genere, misto ad alcune vene di quarzo, e corrente da mezzodì a tramontana. In alcuni siti ci parve vedere della neve non ancora disciolta, i cui strati sulla riva erano quasi a livello del mare. Questa circostanza sarebbe in contraddizione colla opinione dei dotti, i quali hanno stabilito il sistema della regione dellaneve perpetua ad una cert’altura dell’atmosfera.

Noi non trovammo nè basalto, nè produzioni vulcaniche per quel poco tempo, che potemmo dare alla visita de’ contorni. Le pietre più conosciute erano della natura del granito, delle pietre calcaree miste di mica, e di un marmo grisastro, attraversato da grandi vene di quarzo, il quale generalmente seguiva la direzione dal mezzodì a tramontana anch’esso.

I licheni coprono dappertutto la superficie delle roccie esposte all’aria: comunissimo vi è il licheno geografico delLinneo, e vi si trova pure quello che gl’Inglesi usano invece di cocciniglia per fare il loro bel rosso. Quest’ultimo è abbondantissimo su tutte le coste della Norvegia, di dove se ne trae ogni anno grande quantità.

Le alghe guarniscono il piede delle roccie, che il mare bagna. I Norvegii ne fanno soda abbruciandole; e la vendono cara agli Inglesi.

Al di sopra di queste alghe trovansi fitti prati di piccole conchiglie bivalve, e frantumi d’altri crostacei stretti talmente insieme per opera della natura, che si assomigliano ad un lavoro in mosaico. Innumerabili poi sono le ghiande di mare (lepades balani), le quali si attaccano, non solamente alle roccie, ai battelli,e alle navi; ma di una specie particolarmente ve n’ha, che sì forte si attaccano alle balene, ch’esse non possono liberarsene. Abbiamo trovato ancora nelle nostre corse su questi lidi l’echinus esculentus, ilbuccinum glaciale, ildimidiatum, ilpecten, qualche specie dellavenus meretrix, l’helix crepidularossa, ed altre, che il mare avea spezzate, e frantumate a modo da non essere più riconoscibili. Ma per la più parte aveano colori poco brillanti, e poco grati agli occhi.

Le spugne anch’esse trovansi qui, e ne vedemmo di gittate sulla riva dalla forza de’ flutti anche a grande distanza. Ma questi zoofiti si tengono ad una certa profondità nel mare, e i pescatori sono bene spesso quelli che le distaccano colle loro reti. Vi ho vedute spugne di somma bellezza, formanti ramificazioni dell’altezza di un metro e più; e ve n’ha di perfettamente bianche, ma le loro fibre sono meno tenaci, e più tenui di quelle, di cui ordinariamente si fa uso.

Madrepore, stelle di mare, millepore, e tali altre cose qui pure abbondano: ma non vi si trovano coralli.

Diverse specie di uccelli di mare chiamavano la nostr’attenzione, e la tanta loro quantità ci compensò della mancanza degli uccelli di terra.Lealchefra gli altri, in que’ luoghi comunissime, e tra queste quella che si distingue col nome diartica, veniva di tempo in tempo presso il nostro battello più dell’alca, e dellapica; e pareva che intendesse di provare quanto fossimo abili a tirare al volo. Essa ha due qualità, che possono farle perdonar tanta baldanza. Sa stancare il cacciatore coi mille giri, e rigiri, ch’egli è obbligato a fare inseguendola; ed ha sì fitta la piuma, che per ammazzarla bisogna averla ad una mediocrissima distanza. Del rimanente l’alca artica in aria rassomiglia molto al pappagallo per la figura del suo becco blù e rosso, ricurvo e spianato perpendicolarmente.

Anche le anitre, che ivi sono di molte specie, e numerosissime, furono un oggetto di nostro divertimento, e particolarmente quelle che portano alla coda due penne assai lunghe, e forcute come quelle della rondine. Codesta specie è indigena de’ paesi settentrionali; e ilLinneol’ha chiamataanitra iemale.

Ma essendosi levato un venticello settentrionale i nostri uomini ci persuasero ad approfittarne per avvicinarci ad Alten; e non avevamo fatto più di tre, o quattro miglia quando ci venne a sorprendere la calma, la quale obbligò i nostri battellanti a lavorare di remi, edi braccia. Osserverò qui di passaggio, che nelle acque, in cui ci trovavamo, qualche volta la calma è oppressiva al pari di quella che ci viene descritta da chi ha navigato nel mare del Sud. Il calore del sole alza una specie di sottil nebbia a sei, o sette piedi sopra la superficie del mare, che rende l’aria sì grave, e soffocante, da non poter respirare che a stento. Senza ombrello adunque, e senza tenda, o coperta di sorte noi rimanevamo arrostiti dal sole, e tenendo la bocca aperta aspiravamo quel poco d’aria esteriore, che n’era presso. Il mio compagno di viaggio diceva di non avere provato mai un calore sì costante: però stando alle dimostrazioni del termometro trovavamo che quel grande soffocamento procedeva piuttosto da quella nebbia disossigenata, che dal calore.

Verso sera, o per parlare con più esattezza, quando il sole era nel punto, in cui più si avvicina all’orizzonte, in luogo del venticello rinfrescante, il calore crebbe, e il termometro che alla mattina indicava 12 gradi, allora ne segnava 20. I nostri remiganti non facevano che bere acquavite per rinfrescarsi, e non potevano lavorare. Il battello appena appena movevasi: e pareva che in quel momento la natura fosse sepolta in un tristo silenzio: il solocolimbo artico, co’ suoi gridi lugubri, e di mal’augurio, empiva quelle acque solitarie de’ suoi tuoni funebri, e raddoppiava nei nostri cuori la noja.


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