Siegue Pescallo già chiostro di Vergini, ora dal 1580 circa vuoto d'esse, e quasi senza nome. L'orrore de' nudi scogli e della cima del monte salente su dritto accompagna il promontorio di Bellagio,Bellagioma nel tempo stesso una vicina foresta di pini rallegra il guardo. Il nome del luogo suona troppo chiaramente il latino vocabolo diBilacooBilacio, e tiensi con ottimo giudizio, che qui Plinio avesse quell'altra sua villa dettaTragedia, perciocchè dagli scogli sostenevasi quasi come dai coturni l'attore sovra il teatro. Nè questa collocazione della Tragedia è congettura, mentre Plinio nella lettera a Voconio Romano VII del IX libro dice chiaramenteche quella villacoll'alta schiera del monte divideva due laghi. Trovò il Boldoni, che il Bellagin promontorio più d'ogni altro somiglia al Miseno. Vi fu già in vetta d'esso una rocca di pietre quadrate, ove annidavasi alcuni assassini, ma con salutare consiglio Gian Galeazzo padre di Filippo Visconti Duca diroccolla nel 1375. Poscia a mezzo del giogo Stanga[65]Marchesino, come colui, che l'affetto godeva e l'oro del Duca Lodovico il Moro Sforza, potè ergervi signoril villa, la quale incendiossi dall'ira de' Cavargnoni. Ivi gli Sfondrati edificarono il palagio loro volto a meriggio, il qual ora appartiene al loro erede Conte Alessandro Serbelloni. L'edifizio egli è più grande, che leggiadro. Vi si trova l'inscrizion seguente:M. PLIN....OVF. SA....IIII. VIR. I.T. V.Non saprei, se tal marmo quello sia, che accennasi da Benedetto Giovio nella sua collettanea, mentre il dotto uomo il riferisce soltanto colle lettere M. PLIN.... e dice, che il sasso sia bruno, quando l'inscrizione da noi qui recata, vedesi scolpita sovra una pietra cenerognola. Ma quel che io so, egli è che i parecchi monumenti Pliniani favellano tutti in favor de' Comaschi, nè lasciano appiglio a Veronesi, perchè possano vantar loro il maggior Plinio[66]. Aggiungasi, che il di lui nipote ed erede nato dalla gente Cecilia possedeva sul Lario beni materni, come appare dalla lettera al prosuocero suo Calpurnio Fabato XI del libro VII. Ma tale questione altrove trattossi da noi, e può anche vedersi nel dizionario degli Illustri Comaschi.Scendesi dalla Villa Serbelloni al borgodi Bellagio partito in due sì, che dell'un popolo ha cura un preposito, dell'altro l'arciprete. Fra mezzo apresi l'accesso a Villa Giulia così detta dal nome della gentil moglie sua, ed edificata con grave dispendio da don Pietro Venini.Villa GiuliaApparteneva prima il luogo ai Camuzj. Il Venini fra gli ampi fondi, che acquistovvi d'intorno, e mise in istato d'agricoltura eccellente, vasto e profondo aprì viale, che sbocca alla Villa. Duol però all'occhio, che per certo gusto del padrone non vi siano le pareti laterali vestite di verdi spalliere, e duol poi anche più, che il viale non dirigesi al mezzo della casa. Contuttociò l'ardimento dell'opera fu grande, si spezzarono scogli, s'alzaron valli, s'appianarono dorsi di colline, e magnanimo fu il progetto d'unire con una Villa il ramo di Lecco e quel di Como. Più vicina al primo stassi l'ampia e comoda casa, in cui oltre ogni altro agio avvi anche lusso di scelte stampe in rame, ed una sala dipinta assai bene dagli ultimi Bibiena. Sefosse dato di vederla a quel gentile spirito del Conte Francesco Algarotti, non diria egli già, che in quelle prospettive ed architetture visi passi il limite[67]del vero e del verisimile. Al di là della casa apresi un pian vasto, e per averlo forzossi la natura del luogo; l'occhio si perde nelle montagne aspre, che fiancheggiano il lido del Lario volgentesi a Lecco, ed hannovi ai lati le scale per lunga discesa al porto, e per più breve a varj piani dei giardini ricchi di elette frutta. In questo soggiorno visse più volte col fratel suo quel maestro solenne del pulpito Italiano Ignazio Venini dopo, che dal XIV Clemente fu prescritta la quiete alla Compagnia di Gesù.E nacque a Bellagio, e dimoravi nei tempi liberi il chiaro professore Giacomo Rezia, le cui preparazioni anatomichearricchirono l'Università Pavese prima, che vi giungesse il celebre Antonio Scarpa. Del resto va intorno anche qualche libretto del Rezia, che il mostra fornito della più sapiente diligenza, dote per la profession sua l'eccellentissima, e che lo rese ancora scopritore.In questa beata spiaggia, che tutta ha di contro la fiorentissima Tremezzina, seguono poi le ville Ciceri e Trotti[68].Ville Melzi Ciceri e TrottiNella prima il fu conte Ignazio Caimo villeggiò molti anni splendidamente nella state, come colui, che univa l'amoredell'ospitalità all'ampiezza della fortuna accresciutagli dalle sostanze della famiglia, da cui nacque Carlo Ciceri vescovo nostro sotto Innocenzo XI e Cardinale di Santa Chiesa. Giace questa a mezzo il poggio difesa dal mezzo-giorno. Non gode quindi l'aspetto ampio del Lario; però a supplimento in sulle sabbie flagellate dalle onde locossi il caserino detto ilQuattrocchio. Ma i giardini in vece del marchese Trotti si specchian nel lago, ed abbenchè non siano della maniera ultima, sono agli occhi coll'ampiezza e il lor compartimento gratissimi, e i viali a docili carpinate ed a ramosa rotondità d'ombriferi tigli si nobilitano anche da nativi tartufi. Nè duolmi punto, che tal giardino sia della foggia antica, perciocchè quando lo spazio non sia vastissimo, l'anglomania d'imitar coll'arte la natura ci riduce sempre a sforzi meschini, e un gobbo quindi nel giardino s'appella collina, e foresta un picciolo intralciamento di rami, fra quale si lascia germinare l'ortica eil cardo. Sebben tal fantasie son nulla rimpetto a quelle, che fin d'ossa spolpate e di scheletri vollero popolare le lor delizie strane.Si può dalla Lombardia giungere a Bellagio per terra, e forse anche per tal motivo i conti Taverna[69], ed Anguisciola pensano ora di alzarvi una fabbrica di diporto. I due rami del Lario formano colle terre di Pieve d'Incino e la Valle Assina[70]un ampio triangolo nel quale stanno e monti aspri, e valli feconde! Qualche terra ci rammenta anche il culto de' Gentili, come Castel Marte, e Proserpio, che ci ricorda la consorte di Plutone. Tutto questo gran corpo di contadi sbocca per così dire per varie vie al promontorio di Bellagio.Tosto però, che da quel lido ci scostiamo alquanto, già mutasi scena, e l'aspetto ne attende severo della Grosgalla inospita. Frangonsi i flutti del lago adirato per ben due miglia contro gli scogli di questa montagna, e stanzian volontieri tra que' sassi que' pesci, cui noi diamo il volgar nome dicarpani. Finalmente il deserto lido oltrepassata di poco la linea del promontorio di Lavedo ricomincia a spargersi di case, ed ivi è Lezzeno,Lezzenodi cui corre il proverbio, che sia senza luna d'estate, e senza sole nel verno. I vini infatti, che si raccolgono ivi, hanno dell'acquoso, e solo ebbero fama per l'autorità di Lodovico Duca Sforza, il quale consigliato da' medici usavali a giovamento delle aduste viscere e delle ferventi podagre. A giorni di Paolo Giovio era il costume di mischiarli con nobil tempera a quei di Griante o di Varenna, quando i mosti bollivan tuttora. I Vigoni, e i Bellini, che vivono a Milano, v'hanno buone abitazioni: più remota dal luogoè l'origine dei conti Silva. Perpetue vigne e castagneti ne guidano alla punta della Cavagnola,Cavagnoladove amano d'approdare i nocchieri per riprendervi lena con una giara di vin robusto. Sono già tre secoli, che sul campanile della chiesa, che or più non esiste, tenevasi una lanterna col lume, acciocchè i naviganti avessero una scorta nel bujo, quando scendevano dal faro di Lavedo.Di qui s'apre quel seno d'otto miglia piegandosi fortemente fino ai lidi de' Tornaschi. In questo ottiene le glorie prime Nesso,Nessocapo di Pieve, distinto di antichissima arcipretura. Per una valle, che il divide, spumeggia un fiumicello, e puossi ivi godere nel caldo un zefiro perenne. Mette Nesso per dirupate vie alle terre di Veleso e Zelbio, le quali ad onta delle alte rupi pur raccolgono grani, e vassi pure al famoso pian del Tivano[71]. Su questemontagne venne di recente introdotta una buona manifattura di coltri di lana.Lungo il lido non si veggono più terre. Ma sul dorso de' monti stannoCareno, Pognana, Lemna, Molina non iscarse d'uomini, che per commercio sparsi nel mondo si ridussero a tetti loro arricchiti. Avvi a Molina sovra un picciol torrente un arco di due balze, che quasi insieme si congiungono. Ma Palanza gode ancora di più vago sito, e le di lei cipolle paragona il Merula con quelle d'Ascalona lodate da Strabone. Sulle creste verdeggiano i pascoli, ove mugolano per tutta la state le mandrie, e a giorni di Paolo Giovio vi s'incontravano i cervi sovente, ma non so io, che ora i pastori ve li veggano.Ma ecco la sponda in tutto il lario la celebratissima;Plinianail rumor della spumante acqua ne invita, e il nobile edifizio, e più il miracol del fonte venerabile per la memoria, che ne fecero i nostri due Plinj. Saria colpa il non rivolgere al porto la prora. Giovanni conte Anguisciola per Filippo II Re delle Spagne Governatore di Como vi alzò sulla rupe il palagio, che tuttor vi si ammira; impiegovvisi il Conte nel1570, come narrasi dal[72]Ballarini, ma poco il godette, perciocchè nel 1579 cercato a morte da un sicario avvolto nell'abito di minor conventuale, tanta ne prese doglia, che chiuse in breve i[73]suoi giorni, e nel ministero succedettegli il nipote Orazio Marchese Pallavicini. Ma il superbo edifizio godettesi dal Conte Fabbio Visconte Borromeo; acquistossi sulla fine del XVI secolo dai Canarisi, il cui successore è il Marchese Francesco. Corre fama, che l'Anguisciola fosse uno de' quattro piacentini patrizj, per cui cadde trafitto Pier Luigi Farnese Duca figlio del Pontefice Paolo III, ma morto lui da' congiurati nel 1547, come mai l'Anguisciola temette insidie in tutta la vita sua? Pure si narra, che ivi egli si ricoverasse da quelle quando Como era per lui l'asilo migliore. Allori e cipressi misti a faggi pioppicastagni coronan la villa. Dal portico di ordine dorico mirasi la fonte indietro e grande avanti spazio di lago. Non più esiste la bella statua di Milon Crotoniate dal Boldoni descritta.[74]Succedono le selve e i vigneti deiTornaschi,Tornoma quella uva poco esposta al sole, e più la sciocca manìa di coglierla acerba danno vini lazzi, che però in conto alcuno non possono rammemorarsi con quel liquor languido[75]che Orazio bevette in onor di Corvino. Era però nel paese ancor cinque lustri fa incredibile il raccolto, e poteasi dir con Virgilio, che dai colmi tini spumasse la vendemmia, ma niun quasi ora surroga alle piante vecchie i giovani maglioli. Però, se quel popolo avesse la pazienza d'attendere l'ottobre per cogliere i grappoli, premerebbe migliore il vino, e saria allora tentato di rinnovare la vigna. Egli è noto per le sperienze riferite nel Dizionario Chimico di Macquer accresciuto dallo Scopoli con acini pur verdi e colti in Parigi nella state, i quai si lasciarono fermentarecollo zucchero frammescolatovi, essersi premuto vino eccellente. Or la stagione e il sole infondono questo zucchero natìo negli acini, e se il Galileo disse un trattoil vino essere un composto d'umore e di luce, fin dal secolo XIV il nostro Dante, se non erro di memoria, cantava:Mira il calor del sol, che si fa vinoMisto all'umor, che dalla vite cola.Ma della agricoltura non si curano molto quelli di Torno, poichè non avvi contrada del Lario, che mandi maggior numero de' suoi a girar pel mondo, e quindi ritornano essi alla patria ben di sovente con non poco danaro. Prima di queste procelle ultime politiche moltissimi andavano in Francia, ed è notevole, che i Tornaschi patiron disagi moltissimi, e fin l'eccidio del lor paese, perchè sotto Luigi XII e Francesco I seguivano le parti Galliche. Quindi andaron raminghi e profughi, e soltanto nel 1532 ai 13 aprile lor ridonò Francesco II Sforza la graziasua[76]. Dopo rialzossi a felice stato quel luogo col favor del commercio, e vi furono lanifizj di nome, ma tutto svanì poi sul principio del secolo XVII. Girolamo Borsieri nella descrizione manoscritta del territorio Comense ci lasciò memoria de' pannilani, che si tessevano in Torno, e particolarmente nomina quelli, che si chiamavanomeschie. Narra in oltre, che verso il 1545 l'avessero mediocremente ristorato i di lui abitatori, e che quelli per venti e più anni si fossero aggirati sul Bergamasco. Forse l'incremento di quelle fabbriche si deve a questi esuli addetti troppo al nome Francese.[77]Del resto presenta Torno a' naviganti una prospettiva giocondissima posto in lunga estensione a' più piani. Collocati al lago sono i giardini amenissimi delCanonico Canarisi, e vi biondeggiano a dovizia i limoni; sovr'essi stanno quelli già de' Tridi, or del Ruspino, che arricchitosi in Russia quelli ed altri fondi comperò. Vedesi al porto l'antica prepositurale; ma più addentro nella terra ed elevata è la Chiesa di S. Giovanni, dove con molta riverenza conservasi uno de' chiodi, da cui vuolsi, che fosse confitto il Salvator nostro. Questa chiesa venne dal Borsieri giudicata fattura dei tempi di Giustiniano, poichè a' suoi giorni vi si conservavano due epitafj cristiani di quell'epoca. Ma sulla cresta del primo giogo, cui dietro più alti ne sorgon altri, vedonsi i vestigi e le ruine di Monte Piatto, dove v'avea convento di monache a santa Elisabetta dedicato, e le ultime abitatrici d'esso si recarono al santuario della Madonna sopra Varese. Era già stato eletto il chiostro di Monte Piatto, cel narra il Borsieri, come atto a rappresentare i luoghi santi di Gerusalemme, ma la riforma fatta ne' Minori Osservanti interruppe idisegni, che si volsero al monte di Varallo; e perdette quindi il Lario nostro una sì bella occasion di concorso.Comincia a Torno da questo lato la Pieve di Zezio superiore, la qual abbraccia pure Blevio e Brunate, e sull'altra sponda Urio, Moltrasio, Rovenna, Piazza, Cernobbio, Maslianico. Male alcuni l'appellarono Pieve di Zelbio. Non fuvvi mai alcuna terra col nome Zesio, ma questo è un vocabol corrotto della voceecclesia. I Canonici della Chiesa maggiore eran ne' vecchi secoli i parrochi di tutti questi distretti. Essi al presente in certi giorni fissi si recano a quelle Chiese in contrassegno dell'antica prerogativa; pure questo diritto delle stazioni soffre ora le controversie mercè l'umana inquietudine contro vetuste giurisdizioni.[78]Ora noi voghiamo in quella parte di acque, che il prospetto ne offre di tantiedifizj, che adornano il Borgo Vico, ma pieghiamoci a manca radendo il lido, dove piomba sovra lunghissime erbe il Toé, picciol ruscello talvolta secco, che dal monte mettesi tenebroso al sasso, d'onde cade precipitevole. Già ne alletta il guardo Perlasca, ma il nome non ne inganni. Altre volte Perlasca era terra per la nobiltà de' suoi abitatori e la eleganza degli edifizj assai celebre. Se ne veggono tuttor le ruine in parte, e sofferse quella la fortuna medesima, che Torno. Ora coll'appellazione stessa stassi al lido la villa de' Conti Tanzi. Appartenevan anticamente le di lor case alla pontifizia famiglia Odescalchi, e corre anzi voce, che in una di quelle nascesse Innocenzo XI[79]; ma io so, che fu battezzato in S. Benedetto di Como nel 1611, come il dimostrano ilibri del parroco a pagina 70.La villa dei Tanzi fu onorata da Leopoldo II, il qual fermovvisi a pranzo nel 1791.PerlascaoVilla TanziL'allegria e il gusto dei giardini v'attirano i curiosi. Avvi senza stento una idea delle vaghezze Inglesi e Cinesi. Spuntan dagli scogli gli aloè, e varj arbusti americani. I mirti e i leandri non vi temono il freddo. Vi si forzò anche la natura, e la scabbra spalla del monte riformossi a leggiadro viale, che cinto di ben vegnenti alberi producesi fin quasi a Torno. Qua e là si nudarono a bella posta i macigni della terra, che v'era. Per lo contrario dall'altro lato hannovi orti più larghi, e v'ha pensiero d'estenderli fin verso allo scoglio, da cui scopresi Blevio.[80]Blevio dividesi in sette gruppi di case,Blevioonde corre il proverbio dellesette città. Vi manca pianura, ma non vi mancan vigne. Guardano però il sol cadente, onde i vini son piccioli. Vive in Vienna nativo di questa terra l'Artaria, che ha commercio grande di tipografia, di musica e di stampe in rame. Presso Blevio pure soggiorna talora in un suo ameno casino da lui detto facetamenteVersagliaPasqual Ricci maestro di cappella in Como, ed uomo noto a' filarmonici.[81]Ma da Blevio poi succedono scogli sino a Geno.GenoLa fontana magna e il tugurio detto il Mirabello non meritano il nome, di cui godono. Voglion bensì menzione da noi i bei giardini, che circondano l'agiata abitazion recente della marchesa Cristina Menafoglio Ghilini. Comperò ella, mentre il Luogo pio stavasi sotto al regime d'un sol amministrator regio, nel 1790 que' fondi e quelle case dall'Ospedal di Como, le quali serviron già per ricovero agli appestati e per lazzaretto, e denominavansi S. Clemente di Zeno, ove pria ancora v'era un chiostro d'Umiliate. Quando v'edificò la Marchesa, dovettesi toccar anche la chiesuccia, e si scoperse allora una lapide con triplice iscrizione. Quindi vi si sospettò antica villa e sepolcreto d'illustri Romani. Ma questi epitafi son cosa cristiana sotto il Consolato di Flavio Cecina Basilio, il qual acadde nel 463 dell'era nostra. Il sig. Don Antonio dei Marchesi Andreoli ebbe la bontà di ricopiarmelicon una penna diligentissima e sono i seguenti:HIC REQVIESCIT A.....GRATA DEO PVELLA QVÆ VIXITIN SECVLO. ANN. PL. M. LV.HIC REQVIESCIT. PRINCIPIVSQVI VIXIT IN SECVLO ANN. PL. M. III.HIC REQVIESCIT AVRORA SPECTABILIS ET. PENETENS F. QVÆ VIXIT INSECVLO ANN. PL. M. LX DEPOSITASVB. D. KAL. SEPTEBRIS. BASILIOV. C. CONSVLE.Nel fatal contagio del 1630 si tumulavan ivi i cadaveri degli infelici, come potei rilevare dai libri mortuarj dell'Arcipretura di S. Agostino. Qual orrore non è egli mai lo scorrere le carte di que' dì, e vedervi i testamenti rogarsi sulle strade, e sulle piazze da notai, che passano frettolosamente a cavallo, e dalle finestre odono le ultime volontà dei moribondi!Giacchè da tal pensiero il cuor si commuove, e risentesi l'umanità, non so pur contenermi dal metter querela, perchèo prima, o nell'atto del vendersi Geno mai non siasi diroccata parte dei muri fiancheggianti il lago, onde formarvi una spiaggia, che le vite avria salvate di tanti! Non v'è promontorio per naufragi più infame, nè basta a torre le calamità il convenuto porto, onde io reco opinione, che ben volontieri la provincia tutta Comense dovrebbe concorrere alla salutare spesa di formar poco sopra Geno un banco d'arene a gran pietroni frammescolate, su cui potessero gittarsi i naviganti contro le rabbie dei venti turbinose.Appoggiasi a volgar voce l'esistenza d'un antica strada, ma ne' tempi, che il Lario tenevasi a più umil livello, vi sarà stata spiaggia continua da Como a Geno lungo il lido. Anche ora in qualche vernata le acque sono sì basse, che si può andarvi sulle ghiaje, ma quando vi si formasse una strada, non vi potria essere ne' mesi freddi più atto passeggio, mentre quel lato è dal soleinvestito in guisa, che vi si scambia in maggio il gennajo.[82]Quasi sul nudo dorso del monte stassi il casin del Sasso, ove il fratello di Cristoforo Arnaboldi educa bei fiori, mentre poi Cristoforo, che già si fece noto col valore del canto prosiegue ad arricchirsi in Russia colle felici vendite e compere, e la singolar cognizione in gemme e cammei, il perchè imprende frequenti in Italia i viaggi.Alla Nocetta son pur due villette di cittadini ben collocate pel verno, e d'indi a pochi passi comincia il sobborgo di Curignola ossia Coloniola, che oggi dalla Chiesa arcipretale prende il nome di Sant'Agostino.Su questo lido stanno le Lavandaje col viso abbrostito al sole, nè vi mancano i setificj. Ivi compiam la navigazion nostra, e dopo lungo riposo nella gondola non potrà, che riuscirci caro un passeggio nel bel suburbano della Gallietta spettante al Cavalier Flaminio della Torre di Rezzonico,[83]nel quale troveremo unita l'eleganza all'amenità. Nell'ingresso, e nell'uscita da quel suburbano non ci sia grave di donare un guardo alle muraglie, che già il chiostro cingevano degli Eremitani. In essa a fresco rappresentasi l'apparizione del Redentore a S. Agostino in foggia di pellegrino. Mi sorprese quella anche assai più fin che non iscopersi essere una copia della nona tavola di quel libro eccellente, in cui nel 1624 lo Scheldt Bolswert effigiò la vita di quel solenne dottore con bulino, che seppe emular le opere di Vandick, e Rubens.IL FINE.
Siegue Pescallo già chiostro di Vergini, ora dal 1580 circa vuoto d'esse, e quasi senza nome. L'orrore de' nudi scogli e della cima del monte salente su dritto accompagna il promontorio di Bellagio,Bellagioma nel tempo stesso una vicina foresta di pini rallegra il guardo. Il nome del luogo suona troppo chiaramente il latino vocabolo diBilacooBilacio, e tiensi con ottimo giudizio, che qui Plinio avesse quell'altra sua villa dettaTragedia, perciocchè dagli scogli sostenevasi quasi come dai coturni l'attore sovra il teatro. Nè questa collocazione della Tragedia è congettura, mentre Plinio nella lettera a Voconio Romano VII del IX libro dice chiaramenteche quella villacoll'alta schiera del monte divideva due laghi. Trovò il Boldoni, che il Bellagin promontorio più d'ogni altro somiglia al Miseno. Vi fu già in vetta d'esso una rocca di pietre quadrate, ove annidavasi alcuni assassini, ma con salutare consiglio Gian Galeazzo padre di Filippo Visconti Duca diroccolla nel 1375. Poscia a mezzo del giogo Stanga[65]Marchesino, come colui, che l'affetto godeva e l'oro del Duca Lodovico il Moro Sforza, potè ergervi signoril villa, la quale incendiossi dall'ira de' Cavargnoni. Ivi gli Sfondrati edificarono il palagio loro volto a meriggio, il qual ora appartiene al loro erede Conte Alessandro Serbelloni. L'edifizio egli è più grande, che leggiadro. Vi si trova l'inscrizion seguente:
M. PLIN....OVF. SA....IIII. VIR. I.T. V.
M. PLIN....
OVF. SA....
IIII. VIR. I.
T. V.
Non saprei, se tal marmo quello sia, che accennasi da Benedetto Giovio nella sua collettanea, mentre il dotto uomo il riferisce soltanto colle lettere M. PLIN.... e dice, che il sasso sia bruno, quando l'inscrizione da noi qui recata, vedesi scolpita sovra una pietra cenerognola. Ma quel che io so, egli è che i parecchi monumenti Pliniani favellano tutti in favor de' Comaschi, nè lasciano appiglio a Veronesi, perchè possano vantar loro il maggior Plinio[66]. Aggiungasi, che il di lui nipote ed erede nato dalla gente Cecilia possedeva sul Lario beni materni, come appare dalla lettera al prosuocero suo Calpurnio Fabato XI del libro VII. Ma tale questione altrove trattossi da noi, e può anche vedersi nel dizionario degli Illustri Comaschi.
Scendesi dalla Villa Serbelloni al borgodi Bellagio partito in due sì, che dell'un popolo ha cura un preposito, dell'altro l'arciprete. Fra mezzo apresi l'accesso a Villa Giulia così detta dal nome della gentil moglie sua, ed edificata con grave dispendio da don Pietro Venini.Villa GiuliaApparteneva prima il luogo ai Camuzj. Il Venini fra gli ampi fondi, che acquistovvi d'intorno, e mise in istato d'agricoltura eccellente, vasto e profondo aprì viale, che sbocca alla Villa. Duol però all'occhio, che per certo gusto del padrone non vi siano le pareti laterali vestite di verdi spalliere, e duol poi anche più, che il viale non dirigesi al mezzo della casa. Contuttociò l'ardimento dell'opera fu grande, si spezzarono scogli, s'alzaron valli, s'appianarono dorsi di colline, e magnanimo fu il progetto d'unire con una Villa il ramo di Lecco e quel di Como. Più vicina al primo stassi l'ampia e comoda casa, in cui oltre ogni altro agio avvi anche lusso di scelte stampe in rame, ed una sala dipinta assai bene dagli ultimi Bibiena. Sefosse dato di vederla a quel gentile spirito del Conte Francesco Algarotti, non diria egli già, che in quelle prospettive ed architetture visi passi il limite[67]del vero e del verisimile. Al di là della casa apresi un pian vasto, e per averlo forzossi la natura del luogo; l'occhio si perde nelle montagne aspre, che fiancheggiano il lido del Lario volgentesi a Lecco, ed hannovi ai lati le scale per lunga discesa al porto, e per più breve a varj piani dei giardini ricchi di elette frutta. In questo soggiorno visse più volte col fratel suo quel maestro solenne del pulpito Italiano Ignazio Venini dopo, che dal XIV Clemente fu prescritta la quiete alla Compagnia di Gesù.
E nacque a Bellagio, e dimoravi nei tempi liberi il chiaro professore Giacomo Rezia, le cui preparazioni anatomichearricchirono l'Università Pavese prima, che vi giungesse il celebre Antonio Scarpa. Del resto va intorno anche qualche libretto del Rezia, che il mostra fornito della più sapiente diligenza, dote per la profession sua l'eccellentissima, e che lo rese ancora scopritore.
In questa beata spiaggia, che tutta ha di contro la fiorentissima Tremezzina, seguono poi le ville Ciceri e Trotti[68].Ville Melzi Ciceri e TrottiNella prima il fu conte Ignazio Caimo villeggiò molti anni splendidamente nella state, come colui, che univa l'amoredell'ospitalità all'ampiezza della fortuna accresciutagli dalle sostanze della famiglia, da cui nacque Carlo Ciceri vescovo nostro sotto Innocenzo XI e Cardinale di Santa Chiesa. Giace questa a mezzo il poggio difesa dal mezzo-giorno. Non gode quindi l'aspetto ampio del Lario; però a supplimento in sulle sabbie flagellate dalle onde locossi il caserino detto ilQuattrocchio. Ma i giardini in vece del marchese Trotti si specchian nel lago, ed abbenchè non siano della maniera ultima, sono agli occhi coll'ampiezza e il lor compartimento gratissimi, e i viali a docili carpinate ed a ramosa rotondità d'ombriferi tigli si nobilitano anche da nativi tartufi. Nè duolmi punto, che tal giardino sia della foggia antica, perciocchè quando lo spazio non sia vastissimo, l'anglomania d'imitar coll'arte la natura ci riduce sempre a sforzi meschini, e un gobbo quindi nel giardino s'appella collina, e foresta un picciolo intralciamento di rami, fra quale si lascia germinare l'ortica eil cardo. Sebben tal fantasie son nulla rimpetto a quelle, che fin d'ossa spolpate e di scheletri vollero popolare le lor delizie strane.
Si può dalla Lombardia giungere a Bellagio per terra, e forse anche per tal motivo i conti Taverna[69], ed Anguisciola pensano ora di alzarvi una fabbrica di diporto. I due rami del Lario formano colle terre di Pieve d'Incino e la Valle Assina[70]un ampio triangolo nel quale stanno e monti aspri, e valli feconde! Qualche terra ci rammenta anche il culto de' Gentili, come Castel Marte, e Proserpio, che ci ricorda la consorte di Plutone. Tutto questo gran corpo di contadi sbocca per così dire per varie vie al promontorio di Bellagio.
Tosto però, che da quel lido ci scostiamo alquanto, già mutasi scena, e l'aspetto ne attende severo della Grosgalla inospita. Frangonsi i flutti del lago adirato per ben due miglia contro gli scogli di questa montagna, e stanzian volontieri tra que' sassi que' pesci, cui noi diamo il volgar nome dicarpani. Finalmente il deserto lido oltrepassata di poco la linea del promontorio di Lavedo ricomincia a spargersi di case, ed ivi è Lezzeno,Lezzenodi cui corre il proverbio, che sia senza luna d'estate, e senza sole nel verno. I vini infatti, che si raccolgono ivi, hanno dell'acquoso, e solo ebbero fama per l'autorità di Lodovico Duca Sforza, il quale consigliato da' medici usavali a giovamento delle aduste viscere e delle ferventi podagre. A giorni di Paolo Giovio era il costume di mischiarli con nobil tempera a quei di Griante o di Varenna, quando i mosti bollivan tuttora. I Vigoni, e i Bellini, che vivono a Milano, v'hanno buone abitazioni: più remota dal luogoè l'origine dei conti Silva. Perpetue vigne e castagneti ne guidano alla punta della Cavagnola,Cavagnoladove amano d'approdare i nocchieri per riprendervi lena con una giara di vin robusto. Sono già tre secoli, che sul campanile della chiesa, che or più non esiste, tenevasi una lanterna col lume, acciocchè i naviganti avessero una scorta nel bujo, quando scendevano dal faro di Lavedo.
Di qui s'apre quel seno d'otto miglia piegandosi fortemente fino ai lidi de' Tornaschi. In questo ottiene le glorie prime Nesso,Nessocapo di Pieve, distinto di antichissima arcipretura. Per una valle, che il divide, spumeggia un fiumicello, e puossi ivi godere nel caldo un zefiro perenne. Mette Nesso per dirupate vie alle terre di Veleso e Zelbio, le quali ad onta delle alte rupi pur raccolgono grani, e vassi pure al famoso pian del Tivano[71]. Su questemontagne venne di recente introdotta una buona manifattura di coltri di lana.
Lungo il lido non si veggono più terre. Ma sul dorso de' monti stannoCareno, Pognana, Lemna, Molina non iscarse d'uomini, che per commercio sparsi nel mondo si ridussero a tetti loro arricchiti. Avvi a Molina sovra un picciol torrente un arco di due balze, che quasi insieme si congiungono. Ma Palanza gode ancora di più vago sito, e le di lei cipolle paragona il Merula con quelle d'Ascalona lodate da Strabone. Sulle creste verdeggiano i pascoli, ove mugolano per tutta la state le mandrie, e a giorni di Paolo Giovio vi s'incontravano i cervi sovente, ma non so io, che ora i pastori ve li veggano.
Ma ecco la sponda in tutto il lario la celebratissima;Plinianail rumor della spumante acqua ne invita, e il nobile edifizio, e più il miracol del fonte venerabile per la memoria, che ne fecero i nostri due Plinj. Saria colpa il non rivolgere al porto la prora. Giovanni conte Anguisciola per Filippo II Re delle Spagne Governatore di Como vi alzò sulla rupe il palagio, che tuttor vi si ammira; impiegovvisi il Conte nel1570, come narrasi dal[72]Ballarini, ma poco il godette, perciocchè nel 1579 cercato a morte da un sicario avvolto nell'abito di minor conventuale, tanta ne prese doglia, che chiuse in breve i[73]suoi giorni, e nel ministero succedettegli il nipote Orazio Marchese Pallavicini. Ma il superbo edifizio godettesi dal Conte Fabbio Visconte Borromeo; acquistossi sulla fine del XVI secolo dai Canarisi, il cui successore è il Marchese Francesco. Corre fama, che l'Anguisciola fosse uno de' quattro piacentini patrizj, per cui cadde trafitto Pier Luigi Farnese Duca figlio del Pontefice Paolo III, ma morto lui da' congiurati nel 1547, come mai l'Anguisciola temette insidie in tutta la vita sua? Pure si narra, che ivi egli si ricoverasse da quelle quando Como era per lui l'asilo migliore. Allori e cipressi misti a faggi pioppicastagni coronan la villa. Dal portico di ordine dorico mirasi la fonte indietro e grande avanti spazio di lago. Non più esiste la bella statua di Milon Crotoniate dal Boldoni descritta.[74]
Succedono le selve e i vigneti deiTornaschi,Tornoma quella uva poco esposta al sole, e più la sciocca manìa di coglierla acerba danno vini lazzi, che però in conto alcuno non possono rammemorarsi con quel liquor languido[75]che Orazio bevette in onor di Corvino. Era però nel paese ancor cinque lustri fa incredibile il raccolto, e poteasi dir con Virgilio, che dai colmi tini spumasse la vendemmia, ma niun quasi ora surroga alle piante vecchie i giovani maglioli. Però, se quel popolo avesse la pazienza d'attendere l'ottobre per cogliere i grappoli, premerebbe migliore il vino, e saria allora tentato di rinnovare la vigna. Egli è noto per le sperienze riferite nel Dizionario Chimico di Macquer accresciuto dallo Scopoli con acini pur verdi e colti in Parigi nella state, i quai si lasciarono fermentarecollo zucchero frammescolatovi, essersi premuto vino eccellente. Or la stagione e il sole infondono questo zucchero natìo negli acini, e se il Galileo disse un trattoil vino essere un composto d'umore e di luce, fin dal secolo XIV il nostro Dante, se non erro di memoria, cantava:
Mira il calor del sol, che si fa vinoMisto all'umor, che dalla vite cola.
Mira il calor del sol, che si fa vino
Misto all'umor, che dalla vite cola.
Ma della agricoltura non si curano molto quelli di Torno, poichè non avvi contrada del Lario, che mandi maggior numero de' suoi a girar pel mondo, e quindi ritornano essi alla patria ben di sovente con non poco danaro. Prima di queste procelle ultime politiche moltissimi andavano in Francia, ed è notevole, che i Tornaschi patiron disagi moltissimi, e fin l'eccidio del lor paese, perchè sotto Luigi XII e Francesco I seguivano le parti Galliche. Quindi andaron raminghi e profughi, e soltanto nel 1532 ai 13 aprile lor ridonò Francesco II Sforza la graziasua[76]. Dopo rialzossi a felice stato quel luogo col favor del commercio, e vi furono lanifizj di nome, ma tutto svanì poi sul principio del secolo XVII. Girolamo Borsieri nella descrizione manoscritta del territorio Comense ci lasciò memoria de' pannilani, che si tessevano in Torno, e particolarmente nomina quelli, che si chiamavanomeschie. Narra in oltre, che verso il 1545 l'avessero mediocremente ristorato i di lui abitatori, e che quelli per venti e più anni si fossero aggirati sul Bergamasco. Forse l'incremento di quelle fabbriche si deve a questi esuli addetti troppo al nome Francese.[77]
Del resto presenta Torno a' naviganti una prospettiva giocondissima posto in lunga estensione a' più piani. Collocati al lago sono i giardini amenissimi delCanonico Canarisi, e vi biondeggiano a dovizia i limoni; sovr'essi stanno quelli già de' Tridi, or del Ruspino, che arricchitosi in Russia quelli ed altri fondi comperò. Vedesi al porto l'antica prepositurale; ma più addentro nella terra ed elevata è la Chiesa di S. Giovanni, dove con molta riverenza conservasi uno de' chiodi, da cui vuolsi, che fosse confitto il Salvator nostro. Questa chiesa venne dal Borsieri giudicata fattura dei tempi di Giustiniano, poichè a' suoi giorni vi si conservavano due epitafj cristiani di quell'epoca. Ma sulla cresta del primo giogo, cui dietro più alti ne sorgon altri, vedonsi i vestigi e le ruine di Monte Piatto, dove v'avea convento di monache a santa Elisabetta dedicato, e le ultime abitatrici d'esso si recarono al santuario della Madonna sopra Varese. Era già stato eletto il chiostro di Monte Piatto, cel narra il Borsieri, come atto a rappresentare i luoghi santi di Gerusalemme, ma la riforma fatta ne' Minori Osservanti interruppe idisegni, che si volsero al monte di Varallo; e perdette quindi il Lario nostro una sì bella occasion di concorso.
Comincia a Torno da questo lato la Pieve di Zezio superiore, la qual abbraccia pure Blevio e Brunate, e sull'altra sponda Urio, Moltrasio, Rovenna, Piazza, Cernobbio, Maslianico. Male alcuni l'appellarono Pieve di Zelbio. Non fuvvi mai alcuna terra col nome Zesio, ma questo è un vocabol corrotto della voceecclesia. I Canonici della Chiesa maggiore eran ne' vecchi secoli i parrochi di tutti questi distretti. Essi al presente in certi giorni fissi si recano a quelle Chiese in contrassegno dell'antica prerogativa; pure questo diritto delle stazioni soffre ora le controversie mercè l'umana inquietudine contro vetuste giurisdizioni.[78]
Ora noi voghiamo in quella parte di acque, che il prospetto ne offre di tantiedifizj, che adornano il Borgo Vico, ma pieghiamoci a manca radendo il lido, dove piomba sovra lunghissime erbe il Toé, picciol ruscello talvolta secco, che dal monte mettesi tenebroso al sasso, d'onde cade precipitevole. Già ne alletta il guardo Perlasca, ma il nome non ne inganni. Altre volte Perlasca era terra per la nobiltà de' suoi abitatori e la eleganza degli edifizj assai celebre. Se ne veggono tuttor le ruine in parte, e sofferse quella la fortuna medesima, che Torno. Ora coll'appellazione stessa stassi al lido la villa de' Conti Tanzi. Appartenevan anticamente le di lor case alla pontifizia famiglia Odescalchi, e corre anzi voce, che in una di quelle nascesse Innocenzo XI[79]; ma io so, che fu battezzato in S. Benedetto di Como nel 1611, come il dimostrano ilibri del parroco a pagina 70.
La villa dei Tanzi fu onorata da Leopoldo II, il qual fermovvisi a pranzo nel 1791.PerlascaoVilla TanziL'allegria e il gusto dei giardini v'attirano i curiosi. Avvi senza stento una idea delle vaghezze Inglesi e Cinesi. Spuntan dagli scogli gli aloè, e varj arbusti americani. I mirti e i leandri non vi temono il freddo. Vi si forzò anche la natura, e la scabbra spalla del monte riformossi a leggiadro viale, che cinto di ben vegnenti alberi producesi fin quasi a Torno. Qua e là si nudarono a bella posta i macigni della terra, che v'era. Per lo contrario dall'altro lato hannovi orti più larghi, e v'ha pensiero d'estenderli fin verso allo scoglio, da cui scopresi Blevio.[80]
Blevio dividesi in sette gruppi di case,Blevioonde corre il proverbio dellesette città. Vi manca pianura, ma non vi mancan vigne. Guardano però il sol cadente, onde i vini son piccioli. Vive in Vienna nativo di questa terra l'Artaria, che ha commercio grande di tipografia, di musica e di stampe in rame. Presso Blevio pure soggiorna talora in un suo ameno casino da lui detto facetamenteVersagliaPasqual Ricci maestro di cappella in Como, ed uomo noto a' filarmonici.[81]
Ma da Blevio poi succedono scogli sino a Geno.GenoLa fontana magna e il tugurio detto il Mirabello non meritano il nome, di cui godono. Voglion bensì menzione da noi i bei giardini, che circondano l'agiata abitazion recente della marchesa Cristina Menafoglio Ghilini. Comperò ella, mentre il Luogo pio stavasi sotto al regime d'un sol amministrator regio, nel 1790 que' fondi e quelle case dall'Ospedal di Como, le quali serviron già per ricovero agli appestati e per lazzaretto, e denominavansi S. Clemente di Zeno, ove pria ancora v'era un chiostro d'Umiliate. Quando v'edificò la Marchesa, dovettesi toccar anche la chiesuccia, e si scoperse allora una lapide con triplice iscrizione. Quindi vi si sospettò antica villa e sepolcreto d'illustri Romani. Ma questi epitafi son cosa cristiana sotto il Consolato di Flavio Cecina Basilio, il qual acadde nel 463 dell'era nostra. Il sig. Don Antonio dei Marchesi Andreoli ebbe la bontà di ricopiarmelicon una penna diligentissima e sono i seguenti:
HIC REQVIESCIT A.....GRATA DEO PVELLA QVÆ VIXITIN SECVLO. ANN. PL. M. LV.HIC REQVIESCIT. PRINCIPIVSQVI VIXIT IN SECVLO ANN. PL. M. III.HIC REQVIESCIT AVRORA SPECTABILIS ET. PENETENS F. QVÆ VIXIT INSECVLO ANN. PL. M. LX DEPOSITASVB. D. KAL. SEPTEBRIS. BASILIOV. C. CONSVLE.
HIC REQVIESCIT A.....
GRATA DEO PVELLA QVÆ VIXIT
IN SECVLO. ANN. PL. M. LV.
HIC REQVIESCIT. PRINCIPIVS
QVI VIXIT IN SECVLO ANN. PL. M. III.
HIC REQVIESCIT AVRORA SPECTA
BILIS ET. PENETENS F. QVÆ VIXIT IN
SECVLO ANN. PL. M. LX DEPOSITA
SVB. D. KAL. SEPTEBRIS. BASILIO
V. C. CONSVLE.
Nel fatal contagio del 1630 si tumulavan ivi i cadaveri degli infelici, come potei rilevare dai libri mortuarj dell'Arcipretura di S. Agostino. Qual orrore non è egli mai lo scorrere le carte di que' dì, e vedervi i testamenti rogarsi sulle strade, e sulle piazze da notai, che passano frettolosamente a cavallo, e dalle finestre odono le ultime volontà dei moribondi!
Giacchè da tal pensiero il cuor si commuove, e risentesi l'umanità, non so pur contenermi dal metter querela, perchèo prima, o nell'atto del vendersi Geno mai non siasi diroccata parte dei muri fiancheggianti il lago, onde formarvi una spiaggia, che le vite avria salvate di tanti! Non v'è promontorio per naufragi più infame, nè basta a torre le calamità il convenuto porto, onde io reco opinione, che ben volontieri la provincia tutta Comense dovrebbe concorrere alla salutare spesa di formar poco sopra Geno un banco d'arene a gran pietroni frammescolate, su cui potessero gittarsi i naviganti contro le rabbie dei venti turbinose.
Appoggiasi a volgar voce l'esistenza d'un antica strada, ma ne' tempi, che il Lario tenevasi a più umil livello, vi sarà stata spiaggia continua da Como a Geno lungo il lido. Anche ora in qualche vernata le acque sono sì basse, che si può andarvi sulle ghiaje, ma quando vi si formasse una strada, non vi potria essere ne' mesi freddi più atto passeggio, mentre quel lato è dal soleinvestito in guisa, che vi si scambia in maggio il gennajo.[82]
Quasi sul nudo dorso del monte stassi il casin del Sasso, ove il fratello di Cristoforo Arnaboldi educa bei fiori, mentre poi Cristoforo, che già si fece noto col valore del canto prosiegue ad arricchirsi in Russia colle felici vendite e compere, e la singolar cognizione in gemme e cammei, il perchè imprende frequenti in Italia i viaggi.
Alla Nocetta son pur due villette di cittadini ben collocate pel verno, e d'indi a pochi passi comincia il sobborgo di Curignola ossia Coloniola, che oggi dalla Chiesa arcipretale prende il nome di Sant'Agostino.
Su questo lido stanno le Lavandaje col viso abbrostito al sole, nè vi mancano i setificj. Ivi compiam la navigazion nostra, e dopo lungo riposo nella gondola non potrà, che riuscirci caro un passeggio nel bel suburbano della Gallietta spettante al Cavalier Flaminio della Torre di Rezzonico,[83]nel quale troveremo unita l'eleganza all'amenità. Nell'ingresso, e nell'uscita da quel suburbano non ci sia grave di donare un guardo alle muraglie, che già il chiostro cingevano degli Eremitani. In essa a fresco rappresentasi l'apparizione del Redentore a S. Agostino in foggia di pellegrino. Mi sorprese quella anche assai più fin che non iscopersi essere una copia della nona tavola di quel libro eccellente, in cui nel 1624 lo Scheldt Bolswert effigiò la vita di quel solenne dottore con bulino, che seppe emular le opere di Vandick, e Rubens.
IL FINE.