Aveavi alla Corte un Gran Signore parente assai stretto del Re, e rispettato per questa sola ragione. Fra coloro ei passava pel personaggio il più stupido, e il più ignorante di tutto il Regno. Molte volte renduti aveva segnalati servigj alla Corona, e possedeva qualità egregie di cuore e di spirito; ma in riguardo alla Musica, egli avea un’orecchia così cattiva, che i suoi nemici, d’aver allo spesso battuta a falso la misura, accusavanlo. Creder non si potrebbono gli stenti sofferti da’Precettori di lui in dimostrargli una sola proposizione di Geometria, ed anche delle più facili. Diedemi molti contrassegni di benevolenza, sovente mi onorò di sue visite, e mi pregò d’instruirlo degli Affari dell’Europa, e altresì delle Leggi, delle Costumanze, e delle Scienze del bell’uso ne’differenti Paesi, ove viaggiato io avea. Mi ascoltò con estrema applicazione, ed eccellentemente riflettè su tutto ciò che gli dissi. Il posto da lui tenuto in Corte, l’obbligava ad avere dueSvegliatoria sue spese; ma non se ne serviva mai se non in presenza del Re, o in alcune visite di cerimonia, e gli faceva sempre uscire, quando soli insieme ci trovavamo.
Pregai questo Signore d’intercedere a favor mio dal Re la permissione d’andarmene: ei ricevè l’impegno della commissione, comechè contra genio, a quel che meco con bontà se ne spiegò, poichè statemi da lui avanzate molte vantaggiose proposizioni, io, con mille proteste d’un eterno riconoscimento, le ricusai.
Nel decimo sesto di Febbrajo presi congedo da Sua Maestà, e da tutta la sua Corte. Fecemi un regalo il Re pel valore di dugento Ghinee; e il mio Protettore, di lui parente, un più ragguardevole ancora, aggiugnendovi una lettera di raccomandazione per un Amico ch’egli avea inLagado,la Capitale. Stando allora situata l’Isola al di sopra d’una Montagna in distanza di sole due miglia da questa Città, ne fui calato dalla Loggia più inferiore, nella guisa stessa con la quale io avea salito.
La Terra Ferma, per quanto dilatasi il Dominio del Monarca dell’Isola Fluttuante, porta il nome generale diBalnibarbi,e la Capitale, come già il dichiarai, si appellaLagado.Non fu mediocre la mia consolazione di ritrovarmi sul Continente. Essendo io abbigliato come un Naturale del Paese, e sapendo abbastanza il linguaggio per farmi intendere, spasseggiai senza timore di sorta per la Città. Fummi facile di rintracciare l’abitazione di quegli a cui io era raccomandato, e la lettera del suo Amico gli presentai. Non può darsi ricevimento più obbligante del praticatomi da quel Signore, il qual chiamavasiMunodi: ei mi assegno un Appartamento in sua casa, ove restai per tutto il tempo del mio soggiorno aLagado.
Il giorno dietro del mio arrivo, ei mi prese nel suo Cocchio per veder la Città, la qual è grande poco più, poco meno per la metà di Londra; ma i suoi edifizj sono mal costrutti, e cadono, quasi tutti in ruina.
E affrettato il Popolo in camminando per le strade, egli ha un portamento distratto, ed è quasi tutta cenciosa la sua vestitura. Noi passammo per una delle porte della Città, e per tre miglia c’innoltrammo nel Distretto, ove vidi molti Campajuoli che con diverse sorte di strumenti la terra smuovevano, ma indovinar mai non seppi il loro disegno; nè in luogo veruno, o frumento, od erba non ravvisai, tutto che il Territorio apparisse eccellente. Ciò che testè veduto io avea in Città, e ciò che sul fatto stesso io vedeva in Campagna, rendemmi ardito per chiedere al mio Conducitore la spegazione di quel, che il prodigioso numerò di teste, e di mani occupate, tanto nelle strade che ne’Campi, significar volea; imperciocchè non poteva io figurarmi che qualche cosa risultar ne dovesse; ma che, pel contrario, in alcun tempo non mi era caduto sotto l’occhio un Territorio più mal coltivato, Case sì pessimamente fabbricate, o un Popolo, la cui aria, e il cui vestimento esprimessero una più profonda miseria. EraMunodiun Signore del primo carattere, ed era stato per molti anni Governatore diLagado; ma un imbroglio de’Ministri tolsegli quel Governo. Con tutto ciò con molta bontà il trattava sempre il Rè, come un suddito assai ben intenzionato, ma di pochissimi talenti.
Fatta che gli ebbi la censura del Paese e degli Abitanti, ei non mi rispose nulla; dissemi solo che la brieve mia dimora non poteva per anche mettermi in istato di formarne qualche giudizio, e che ogni Nazione del Mondo ha i suoi peculiari costumi; con alcuni altri comuni luoghi del genere medesimo. Ma ritornati che fummo al Palagio di lui, mi dimandò cio che sembravami di quell’Edifizio, quai difetti vi avessi osservati, e qual fosse il mio pensiere sopra il portamento e la vestitura de’suoi domestici? In farmi somiglianti quistioni, ei non correva gran risico; con ciò sia che tutto ciò che si rinveniva in una sua Casa, passar potea per cosa assai regolare, e dell’ultima magnificenza. Gli replicai, che la saggezza, la qualita e le ricchezze di sua Eccellenza, aveanla messa al coperto da’difetti che la follia, e la meschinita prodotti aveano negli altri. Si espresse egli, che se io gradiva d’accompagnarlo alla sua Casa di Campagna, che per venti miglia era discosta dalla Capitale, ed ove stavano situate le Tenute di lui, avuto avremmo il piacere di disputar a nostr’agio su quest’argomento. Fu la mia risposta che io dipendeva interamente da’cenni suoi; cosicchè non fu differito che al dì seguente il nostro picciolo viaggio.
Nel frattempo del nostro cammino, egli osservar mi fece i metodi differenti, onde per render colte ed ubertose le loro terre, servonsi i Fattori di Campagna: Metodi, che mi parvero assolutamente incomprensibili; poichè, toltine alcuni luoghi in picciolissimo numero, cannello di biada di sorta non vidi in qualunque parte, e neppure il menomo filo d’erba. Ma tre ore dopo, più così non passò la faccenda: ci trovammo in un Paese il più bello del Mondo. Ben fabbricati Edifizj di Castalderie, in corta distanza gli uni dagli altri, regnavanvi. I Campi cinti di siepi, contenevano de’vigneti, de’seminati, o delle praterie. Non mi ricordava d’aver mai veduta cosa più deliziosa. Notò bene l’Eccellenza Sua la giocondità che dipignevasi sulla mia faccia, e dissemi sorridendo, che quivi cominciavano i suoi Poderi, e che sempre vi avremmo camminato sopra, finchè alla sua abitazione pervenuti fossimo: Che le Genti del Paese lo spacciavano per uno sciocco, e il dispreggiavano, perchè egli non badasse con più attenzione a’propj affari, e recasse a tutto il Regno un esempio sì pernizioso, il qual tuttavia era seguito da picciol numero di persone.
Arrivammo finalmente alla Casa, ch’era un superbo Edifizio, costrutto secondo le migliori regole dell’antica Architettura: Fontane, Giardini, Passeggj, Viali, Grotte, tutto era fatto e disposto con discernimento, e con gusto. Io lodava qualunque cosa, senza che Sua Eccellenza mostrasse d’avvedersene; ma dopo cena, restati soli che fummo, con uno stile di maninconia ei mi disse, che trovavasi in una grande apprensione, dubitando d’essere costretto di gettar a basso tutte le sue Case di Campagna, e di Città, per rifabbricarle alla nuova moda: di distruggere tutte lesue piante, per formarne dell’altre nella figura prescritta dall’uso corrente, e d’ingiugnere gli ordini medesimi a tutti i suoi Fattori: che senza questo egli si esporrebbe alle imposture d’orgoglio, di spirito, di singolarità, d’affettazione, d’ignoranza, e di capriccio, ed eccitarebbe forse contra di se lo sdegno, e la disgrazia di Sua Maestà.
Aggiunse; che svanirebbe ben presto la mia maraviglia, quando informato fossi d’alcuna particolarità, che, secondo tutte le apparenze, io non aveva apprese alla Corte, essendo colà gli uomini troppo ingombri dalle propie loro speculazioni, per doversi prender cura di quanto quì abbasso si pratica.
Sono quarant’anni, o circa, ei mi disse, che taluni, o per piacere, o per affari, il viaggi diLaputaimpresero; e dopo d’esservi soggiornati per cinque mesi, furono di ritorno con una leggerissima tintura delle Matematiche, ma ricolmi di spiriti volatili, in quell’aerea Regione conceputi: Che cominciarono costoro dal biasimare ogni cosa senza eccezione veruna, e che il disegno di mettere l’Arti, le Scienze, la Favella, e le Meccaniche sopra un nuovo piede, formarono: Che a tal effetto, fecero in modo che ottennero un Diploma perl’erezione inLagadod’un’Accademia di Manipolatori di progetti, e che spezie tale di malattia fu sì contagiosa, che ben presto non vi ebbe neppur una sola Città del Regno, anche delle men ragguardevoli, che non avesse la sua Accademia particolare: Che ne’Collegj di questa fatta, inventano i Professori nuovi metodi di coltivar le terre, e di fabbricar le Case; ed altresì nuovi strumenti per tutti i mestieri, e per le manifatture: Strumenti sì stupendi, che in servendosene un sol uomo, è capace di far l’opera di dieci, e un Palazzo può esser fabbricato in una settimana con materiali sì durevoli, che non vi abbisogni la menoma riparazione mai più: Che studian eglino eziandio le maniere perchè in qualunque stagione maturino tutte le frutte della terra, e perchè ingrossino cento volte più che al presente: Che vi ha, non ostante, una sola inconvenienza, che niun di questi progetti trovasi per anche ridotto a perfezione, e che nel frattempo, il Paese se la passa in una deplorabile costituzione, che gli edifizj ruinano, e che il Popolo muore di fame, e non ha con che ricoprirsi. Il che, anzi che disanimargli, vie più rinvigorisce in loro il furore de’progetti: Che quanto a lui, che non era uno spirito intraprendente; stavasene; egli pago di calcare il cammin battuto, di soggiornar nelle Case state costrutte da’suoi Antenati, e di niente innovare nella maggior parte delle cose della vita: Che certi qualificati Signori, ed alcuni altri di minor carattere aveano i sentimenti medesimi, ma ch’erano vilipesi, e trattati come tanti ignoranti, e pessimi Cittadini, che all’universal vantaggio la propia particolar comodità preferivano.
AggiunseMonodi; ch’egli introducendosi in una più distinta specificazione, scemarmi non volea il piacere che avrei risentito nel visitare la loro grande Accademia, come Consigliavami di fare. Mi pregò solamente di gettar lo sguardo sopra un disolato edifizio, che in distanza di tre miglia da noi scoprivasi sulla declività d’un monte, di cui eccone la precisa storia. Io avea, ripigliò egli, a una mezza lega dalla mia abitazione un Mulino assai buono, il qual col benefizio d’una grossa Riviera continuamente girava, e donde io traevane, e i miei Fattori altresì, quel miglior uso che desiderar potevamo. Sono sett’anni, o circa, che una Società di questi Manipolatori di proggetti venne a propormi di distruggere questo Mulino, e di costruirne un altro sul fianco di questo Monte; sulla sommità di cui, dicevan coloro, conveniva far un canale, che fosse una foggia di Serbatojo; nel quale, pel mezzo di molti cannoni si sarebbe fatta scorrere l’acqua, e quindi se ne sarebbe somministrata al Mulino: mercè che il vento, e l’aria imprimevano nell’acqua, quand’ella si trova sopra una eminenza, un nuovo grado d’agitamento, e per questa stessa ragione, più idonea al moto la rendono; ed eziandio, perchè discendendo l’acqua in maggior declività, potea più facilmente far girare il Mulino, che nol farebbe un fiume, il quale scorre con maggior livello. E come allora, continuòMonodi, io non mi trovava troppo bene in Corte, e che d’altra parte molti miei Amici mi stimolavano, soscrissi al progetto: Ma dopo di aver per lo spazio di due anni fatto travagliare un centinajo d’uomini se ne ristette l’opera, e i Manipolatori di progetti si ritirarono, ribattendo sopra di me il mal successo, e scongiurando tutti i possessori di Mulini ad acqua sopra le Riviere, di farne fabbricare sopra qualche monte, per convincermi coll’esperienza del torto che io mi faceva.
Pochi giorni doppo fummo di ritorno alla Città, e riflettendo Sua Eccellenza di non trovarsi ella in troppo buon odore presso l’Accademia, non volle andarvi in mia compagnia, ma ad uno de’suoi Amici mi raccomandò. Dipinsemi a quest’Amico come un grande ammiratore di progetti, straordinariamente curioso, e di buona fede; il che tuttavia era alquanto vero, avendo io medesimo in qualche tempo fatti de’progetti assai ridicoli.
L’Autore ha la permissione di vedere la Grande Accademia diLagado. Ampia descrizione di quest’Accademia. Arti nelle quali vi c’impiegano i Professori.
NON è quest’Accademia un solo Edifizio, bensì una serie di molte Case d’ambo i lati d’una strada, la qual divenuta disabitata, in domicilo degli Accademici destinossi.
Fecemi il Rettore un graziosissimo accoglimento. Ciascuna stanza conteneva uno o più Manipolatori di progetti, e ben credo che vi fossero da cinquecento stanze in tutto.
Il primo uomo, in cui mi abbattei, era smunto e squallido, avea la faccia, e le mani tutte fuliggine, i capelli rabbuffati, la barba lunga, ed era per sopra più tutto lacero. I suoi vestiti, la sua camiscia, e la sua pelle, erano precisamente del colore medesimo. Otto anni consumati avea nel preparar de’cocomeri per attraerne i raggj Solari, che disegnava di riporre in vasi ermeticamente suggellati, affin di valersene a riscaldare l’aria nelle Stati poco favorevoli. Dissemi, ch’ei punto non dubitava, nel termine d’anni otto di non trovarsi in istato di somministrare una ragionevole quantità di questi raggj al Giardino del Governatore; ma lagnavasi dell’estrema mediocrità del suo stipendio, e mi pregò di dargli qualche picciola cosa per incoraggirlo nel suo lavoro, e per compensarlo alquanto dell’eccessivo caro prezzo, onde l’anno precedente erano stati i cocomeri. Gli feci un picciolo presente; avvegnachè il Signore che mi albergava, provveduto aveami a tal oggetto di qualche danajo, ben sapendo ch’era lor costume di chiedere onestamente la limosina, a tutti que’che andavano a visitargli.
Entrai in un’altra stanza; ma fui sul punto di tornarmene immediate addietro, a cagione del puzzo orribile che mi diede nelle narici, nell’atto di porvi il piede. Sospinsemi avanti il mio Conducitore, e mi accennò di non dare il menomo indizio d’aversione, o di nausea, perchè avrebbesi ricevuto per un’offesa mortale. Il credei, e violentai la mia pulitezza perfino a non otturarmi neppur il naso. Era il più vecchio Studente dell’Accademia colui che in quella cella abitava. Tutte impeciate di lordure erano le mani e le vestimenta di lui. Presentato che me gli ebbi, fu ad abbracciarmi con ogni sorta di tenerezza; civiltà, da cui l’avrei dispensato ben volentieri. Dal primo istante del suo aggregamento all’Accademia, si era gli applicato a rimettere nel loro stato primitivo gli escrementi umani, separandone quella spezie di tintura che vi è influita dalla bile, facendone svaporare l’odore, e il salivale togliendone. Pagavagli ogni settimana la Società una sorta di diritto, consistente in un vase riempiuto di umane fecce, perchè gli esperimenti suoi egli proseguire potesse.
Vidi un altro, tutto intento a calcinar del ghiaccio per formarne polvere da cannone. Mostrommi costui un Tratto da lui composto sopra laMalleabilitàdel Fuoco, già tutto in pronto per mettersi alla luce. Quivi pure stavasene un Architetto ingegnosissimo, inventore d’un nuovo metodo di frabbricar le Case, cominciando dal colmo, e terminando per le fondamenta, il che con l’esempio di due prudentissimi insetti, l’Ape, e il Ragnolo, egli giustificava.
In un altro Appartamento mi venne sotto l’occhio un uomocieco nato, e con esso seco molti allievi, parimente ciechi. Consisteva il loro impiego nel frammescolar de’colori per uso della Dipintura; e il Maestro lor insegnava a distinguerli pel mezzo del tatto; o pel mezzo del gusto. Ma per tutto il tempo che io fui presente, assai male vi riuscirono; essendosi il Professore medesimo quasi ogni volta ingannato.
Ma nulla sono i progetti tutti or ora da me mentovati, in paragone di quegli che in questo punto participar voglio a’miei Leggitori. Da uno di quegl’industriosi Accademici si era ritrovata l’Arte di lavorar la terra con porci, per risparmiare la spesa degli aratri, de’buoi, e degli operaj. Ecco il metodo di lui. In un campo di terra convien sotterrare a sei pollici di distanza l’une dall’altre, e ad otto di profondità, un buon numero di ghiande o di datteri, che i porci cercano con grande avidezza; dopo ciò, convien condurre sopra luogo cinque o secento di questi animali: or eglino, arrivati appena, smuoveranno co’grugni loro tutta la terra rintracciando il lor nutrimento, e la renderanno idonea ad essere seminata, ingrassandola nel tempo stesso col loro letame. Per vero dire, dopo molti reiterati esperimenti, si è rinvenuto che il travaglio era non poco, senza che tuttavia ricolto di sorta se ne fosse veduto. Con tutto questo non si dubita che il ritrovamento non abbia un giorno ad essere estremamente perfezionato.
Rendeimi in un’altra Camera tapezzata d’ogni intorno di tele di ragnolo, se si eccettui un picciolo passaggio molto angusto, per cui l’Artista entrare ed uscire poteva. Ravvisato ch’ei mi ebbe, gridò con forte tuono che non toccassi le sue tele. Qual fatal errore, mi disse, che per un tempo sì sterminato ci siam prevaluti de’bachi da seta, quando in tanta copia abbiamo animaletti domestici, di que’vermini infinitamente migliori! Oltracciò, aggiunse, servendoci de’ragnoli, a temer non avremmo l’incomodità che cagiona la morte de’bachi; del che interamente ne restai convinto, quand’ei mi fece mostra d’un numero prodigioso di mosche a maraviglia colorate, ond’egli nutricava i suoi ragnoli, assicurandosi che le tele ne concepirebbono qualche tintura, e che come avevane di tutti i colori, si lusingava di ritrarne gran profitti da un tale ritrovamento, immediate che riuscito gli fosse di nutrir le sue mosche con certe gomme, con certi olj, e con altre glutinoso materie, per inserir nelle sila della forza, e della consistenza.
Un altro Accademico, ch’era Astronomo, impreso avea di collocare un Orivolo da Sole sopra la girandola del Palazzo di Città, aggiustandone il muovimento annuale e giornaliero della Tera e del Sole, in modo, che esattamente corrispondesse a tutti gli accidentali muovimenti, che il vento facesse fare alla girandola.
Mi accadde di dovermi lagnare col mio Conducitore per un picciolo assalimento di colica, ed egli mi guidò nell’Appartamento d’un famoso Medico, rendutosi tale pel modo di guarire questa sorta di malattia. Ecco il suo metodo. Una sciringa di misura enorme, era da lui riempiuta d’aria: scaricava egli quest’aria nel corpo del paziente, e dopo ciò, ritiravane lo strumento per rimpierlo di nuovo d’aria; cosicchè replicato appena per tre volte, o quattro, quest’esercizio; il vento, onde il corpo del paziente era riempiuto, forzava quello che cagionato avea il male ad uscirne, e quindi seguivane la guarigion dell’infermo. Ei ne fece un saggio sovra un cane in presenza mia, il qual cane, per dir vero, non si lagnava d’aver la colica; ma in ricompensa ne fu preservato per sempre; mercè che alla seconda scarica della sciringa, il povero animale crepò. Noi lasciammo il Dottore molto occupato a restituirgli la vita, facendone uscire il soverchio d’aria: ma dubito del riuscimento dell’operazione.
Diedi una scorsa per molti appartamenti; ma non avendovi ritrovata cosa così importante come il narrato fin quì mi scuserà chi legge se la passo sotto silenzio.
Fin allora io non avea visitata cbe una parte dell’Accademia, essendo abitata l’altra da que’che si applicano all’avanzamento delle Scienze specolative, di cui ne farò parola, dopo di aver fatta menzione d’un illustre Personaggio, dinominato fra coloro l’Artista Universale. Ei ci notificò d’essersi occupato pel corso di trent’anni in rintracciar i mezzi di prolungare la vita umana. Due gran camere egli avea ripiene di mille curiosità, e cinquanta uomini operavano sotto di lui: entro a un vase condensavano questi l’aria; e que’avean l’arte di togliere da quest’aria tutte le particelle di nitro o d’acqua; ed altri ammollivano pezzi di marmo per formarne de’cuscinetti, e de’guanciali. L’Artista medesimo si trovava allora molto impegnato in due gran progetti. Consisteva il primo in seminare una terra di paglia, in cui, diceva egli, contenevasi la vera virtù producitrice; il che egli dimostrava con molti ragionamenti, che io non ebbi la capacità di comprendere. La seconda invenzione tendeva ad impedire che gli agnellini non si ricoprissero di lana; lusingandosi l’Artista di poter ciò effettuare col mezzo d’alcune gomme, ed’alcuni minerali applicati esteriormente sopra la loro pelle, e che nello spazio di qualche tempo si sarebbe sparsa per tutto il Regno una razza di pecore totalmente ignude.
Facemmo un giro all’altra parte dell’Accademia, ove, come già il diceva, i Manipolatori di progetti in i scienze specolative, la loro Residenza aveano.
Il primo Professore che io vidi, se ne stava in un grande Appartamento, ed avea quaranta Scolari d’intorno a se. Dopo i primi complimenti, osservando egli che io risguardava con attenzione una macchina, che, poco men che la stanza tutta teneva ingombra, disse che io forse mi trovava sorpreso, che egli formato avesse il disegno di servirsi di meccaniche operazioni, per l’aumentazione delle conoscenze specolative: ma che il Pubblico troppo tardato non avrebbe a risentirne l’utilità di cotale metodo: e che vantavasi senz’altro, che uomo al Mondo inventata non avesse più bella cosa. E noto ad ognuno, continuò il Professore, quanto sia laborioso l’ordinario metodo di far acquisto di certe scienze; laddove con l’invenzione, onde io vi parlo, l’uomo, il più ignorante, può, con poco stento, e quasi con niuna spesa, scrivere sopra la Filosofia, la Poesia, la Politica, le Leggi, le Matematiche, e la Teologia; e ciò senza avere nè genio, nè studio. Mi fece allora avvicinare alla macchina attorniata da tutti i lati da’discepoli di lui, disposti in ordine. Ella avea venti piedi in quadro, e ne stava collocata nel mezzo della Camera. Era composta la sua superficie di diversi pezzi di legno, presso poco, della grossezza d’un dado ma gli uni alquanto più larghi che gli altri. Tutti questi pezzi erano uniti insieme con sottilissime fila, ed era coperti di carta esattamente applicata sopra cadaun quadrato; e sopra queste carte stavano scritti tutti i termini di loro Lingua ne’loro differenti Modi, Tempi, e Declinazioni, ma senza regolarità veruna. Pregommi il Professore di star attento, perchè ei accignevasi a far operar la sua macchina. Aveavi quaranta manichi di ferro d’intorno alla macchina stessa confitti; ed ognuno de’Discepoli, per ordine del Maestro, impugnava un manico: dopo ciò, per un giro di mano ch’essi lor diedero, vidi che interamente si era cangiata la disposizione de’termini. Il Maestro allora comandò a trenta e sei de’suoi Discepoli di leggere a bassa voce le differenti linee che erano apparute sopra la macchina: che se eglino trovavano tre o quattro termini insieme che una parte di frase compor potessero, erano obbligati di dettargli agli altri quattro giovani ch’erano i Segretarj. Tre volte o quattro era ripetuta quest’operazione, ed ogni volta in nuovo modo si trovavano disposti i termini. Sei ore del giorno erano impiegate dagli Scolari in questo studio; e il Professore molti fogli mi mostrò da lui composti di diverse imperfette frasi, che disegnava di cucir insieme, per formarne poscia un dì di tutti questi ricchi materiali un compiuto sistema di tutte l’Arti, e di tutte le Scienze: Disegno, diceva egli, potevasi metter in eseguimento con assai maggior facilità, e con assai maggior prontezza, se il Pubblico determinato si fosse a crear un Fondo per far costruire, e metter in opera inLagadocinquecento di queste macchine, e ad ordinare a’Direttori di unir insieme tutte le loro collezioni.
Ei mi assicurò di aver fin dalla prima sua giovinezza consecrati tutti i suoi pensieri a cotale ritrovamento; che nella sua macchina non era ommesso termine veruno del suo linguaggio; e che avea egli formato il più scrupoloso calcolo della general proporzione che vi è fra’numeri delle particole, de’Nomi, de’Verbi, e delle altre Parti della Favella.
Rendei i più umili ringraziamenti a quel Personaggio illustre, per la facilità con cui egli d’un sì bel progetto facea mi parte; e gli promisi che se mai per buona sorte la mia Patria riveder dovessi, defraudato non l’avrei della giustizia di riconoscerlo per l’unico Inventore di quella Macchina maravigliosa. Gli dissi, che tutto che sia ordinario costume de’nostri Letterati inEuropadi farsi onore degli altrui ritrovamenti; donde, per lo meno, riveniva lor l’avvantaggio di piantar una controversia, qual fosse l’Inventore vero; ei, non ostante, potea accertarsi, che quanto alla macchina testè da me veduta, chi che sia non gli contrasterebbe la gloria dell’invenzione.
Alla Scuola di Lingua di poi passammo, ove tre Professori unitamente deliberavano sopra i mezzi di perfezionare il Linguaggio del loro Paese.
Il primo progetto si era d’abbreviare i Ragionamenti, non lasciando che una sillaba a tutti i termini che ne aveano molte, e troncando i Verbi ed i Participi; mercè che a ben riflettervi, tutte le cose immaginabili non sono che nomi.
Ma, dice uno degli altri, non sarebbe meglio di troncare assolutamente tutti i termini? Per far meglio gustare un somigliante progetto, ei pruovo che la sanità, ell’amore del parlar breve, troverebbonvi egualmente il loro conto; essendo incontrastabile, che ciascuna parola che noi pronunziamo, per quanto poco il faccia, logora i nostri polmoni, e per conseguenza a corcia il nostro vivere, E per tal ragione ei proponeva come ottimo espediente, che poichè i termini non sono che i nomi dellecose, sarebbe più ragionevole che ognuno con se portasse lecose, onde ei volesse discorrere. E senz’altro avrebbe avuto luogo questo ritrovamento, con somma vaghezza del Ritrovatore, se le Donne, collegate col profano Volgo, minacciata non avessero una rivoltura, se lor si togliesse l’uso di loro favella per parlare alla foggia degli Avoli loro. Tanto è vero che la Plebaglia è un nemico implacabile di tutto ciò che Scienza si appella. Non ostante, molti saggissimi ed eruditissimi uomini sieguono il nuovo metodo d’esprimersi percose: metodo, a cui tuttavia opponesi una picciola inconvenienza; ed è, che quando un uomo ha molti affari, e di differenti spezie, egli è costretto di portar con esso seco una quantità molto più considerabile dicose, purchè non gli manchino i mezzi di mantenere alcuni servidori che da tal fastidio l’esimano. Vidi talvolta due di questi Saggi poco men che oppressi sotto il peso de’lor fardelli, come appunto i merciajuoli delle strade fra noi. Quando questi Signori si rifcontravano fuori di casa, adagiavano i loro fagotti a terra, e traendone le merci l’una dietro l’altra, si trovavano in istato di trattenere per un’ora intera la conversazione; dopo di che, ciascheduno raccoglieva le sue, ed essendosi l’un per l’altro ajutati a riporsi in sulle spalle le loro cariche, si licenziavano.
Ma quanto a men lunghi trattenimenti, puossi agevolmente mettere sotto il braccio o nelle propie tasche tutto ciò ch’è bisognevole; e quando si sta in casa, non vi ha imbarazzo di sorta. Ecco la ragione, perchè la Stanza ove si assembiano coloro che una tal Arte mettono in uso, è ripiena di tutte lecose, che sono necessarie per far sussistere sì ingegnose conversazioni.
Un altro gran vantaggio che ritrar si potrebbe cotal invenzione si è, che quindi ne proviene un Linguaggio Universale, ben inteso da tutte le colte Nazioni, le cui masserizie, e suppellettili generalmente, alle nostre affatto rassomigliano. Con questo mezzo pure gli Ambasciadori trattar potrebbono co’Principi Stranieri, o co’Ministri di Stato, se di essi ne ignorassero la favella.
Fui susseguentemente alla visita della scuola di Matematica ove ravvisai un Maestro, che per insegnar questa Scienza a’suoi Discepoli, valevasi d’un metodo, alquanto, al parer mio, bizzaro. La Proposizione e la Dimostrazione sono scritte in caratteri assai leggibili sopra una Cialda sottilissima, con inchiostro composto d’una tintura Cefalica. Questa Cialda o pasta, dev’estere tranguggiata a digiuno dallo Studente; nè può egli per tre susseguenti giorni cibarsi con altra nutritura che d’un poco di pane ed acqua. A misura che se si esse: tua la digestione della Cialda, monta la tintura al cervello, e la Proposizione è obbligata d’accompagnarla. Ma fin al presente non ha il successo, del tutto, corrisposto all’espettazione dell’Inventore; in parte, per qualche sbaglio nel componimento della tintura; e in parte, per la malizia de’giovanetti, a’quali un tal boccone promuove tanta nausea, che la maggior parte d’essi procura di renderlo innanzi l’operazione: e oltracciò, non si è potuto per anche far loro osservare la regola del vivere, sì necessaria, secondo questo metodo, per apprendere le Matematiche.
Continuazione del medesimo Argomento. Propone l’Autore alcuni nuovi Ritrovamenti, che con grandi applausi sono ricevuti.
NOn troppo mi ricreai in visitar la Scuola de’Manipolatori di progetti Politici, perciocchè coloro mi sembravano onninamente insensati; spettacolo, che in me produce una incessante maninconia. Formavano que’Visionarj, de’progetti di persuader a’Monarchi di non badare nella scelta de’loro Favoriti, che alla Saggezza, alla Capacità, e alla Virtù, di non prendere de’Ministri che per travagliare con miglior successo al vantaggio Pubblico; di non disgiugnere mai il loro interesse da quello del loro Popolo; di non conferire gl’impieghi che a persone idonee ad esercitargli, con altre chimere molte, onde in verun tempo non si è chi che sia avvertito, e che mi an fatto toccar con mano l’aggiustatezza d’un’antica Massima, la qual dice:che cosa non vi ha sì assurda, che alcuni Filosofi avan, zara non abbiano come vera.
Per rendere, non ostante, giustizia a quegli Accademici di Politica, confessar deggio che tutti non sono eglino Visionarj. Si trovava fra coloro un uomo, che parevami a maraviglia conoscitore della Natura, e del Sistema del Governo. Quest’illustre Personaggio si era applicato con molta utilità in rintracciar sovrani rimedi contra tutte le malattie, cui soggiacciono le differenti spezie di Pubbliche Amministrazioni, tanto per gil vizzi, o per le debolezze di que’che governano, quanto per gli difetti di que’che debbono ubbidire. Per esempio: giacchè tutti que’che applicati si sono allo studio del governo degli uomini, unanimi accordano che vi è un’universale rassomiglianza fra il corpo naturale, e il corpo politico; non è forse un’evidenza, che le infermità d’amendue questi corpi guarite esser deggiono, e che co’rimedj medesimi la lor sanità dev’essere conservata? Egli è certo, che talvolta alcuni Consigli sono incomodati da peccanti umori, e molestati da molti mali di capo, e più ancora da mali di cuore, con gagliarde convulsioni, e con violenti raggrinzamenti di nervi in ambo le mani, comechè principalmente nella destra. Talvolta sono assaliti da vertigini, da deliri, da una fame canina, o da indigestioni, e da altri morbi di questo genere. Il Piano di questo Dottore era dunque; allorchè si assembiasse un Consiglio, v’intervenissero, i tre primi giorni della Sessione, alcuni Medici, i quali all’ultimo de’dibattimenti di ciascun giorno, tastassero il polso a ciascun Consigliere; dopo di che, avendo maturamente deliberato sopra la natura de’diversi mali, e sopra il modo di guarirgli, potessero il quarto giorno restituirsi al luogo del Assemblea, accompagnati da Speziali provveduti d’ottime medicine, i quali avessero la cura, prima che si fossero assisi i Membri, di dispensare ad ognuno d’essi, Lenitivi, Apertivi, Astersivi, Corrosivi, Ristrignenti, Palliativi, Lassativi, o qualunque altra Droga lor necessaria: pronti pel giorno dietro, a ripetere, a cangiare, o ad ommettere i rimedj stessi, secondo l’effetto che essi prodotto avessero.
L’eseguimento d’un tal progetto non costerebbe gran cosa al Pubblico, e sarebbe molto utile, a quel che io penso, per ispedire prontamente gli affari in que’Paesi, ove i Consiglj fin qualche parte nell’Autorità Legislativa. Ei produrrebbe l’unanimità; abbreviarebbe le discussioni; aprirebbe quelle poche bocche che al presente son chiuse, e suggellarebbe il numero prodigioso di quelle che sono aperte; reprimerebbe la petulanza de’giovani, e correggerebbe l’ostinazione de vecchj; imprimerebbe vivacità negli stupidi, e ritegno ne’balordi.
Di più: come generalmente si ha il motivo di querelarsi che i Favoriti de’Principi son dotati d’una memoria la men felice, il Dottore medesimo proponeva come un rimedio ad un tal male, che chiunque andasse a ritrovare un Primo Ministro, dopo di avergli esposto in brievi e chiari termini il propio affare, in partendosi, tra esse questo Signore pel naso o per l’orecchio, gli desse qualche colpo di piede nel ventre, gli pizzicasse ben bene le braccia, ogli cacciasse un’aguglia nelle natiche; il tutto, perche meglio del negozio onde si tratta, ei si risovvenisse: Rimedio, che converrebbe ripetersi tutte le volte che il si vedesse, finchè la cosa fosse fatta, o rigettata assolutamente.
Egli era eziandio di parere, che ogni Membro del Gran Consiglio della Nazione, dopo di aver proposto e difeso il propio sentimento, obbligato esser dovesse a dar il suo voto in favore dell’opinione contraria; mercè che ciò facendosi, ne proverrebbe infallibilmente la conchiusione in vantaggio pubblico.
Quando da violente Fazioni è lacerato lo Stato, egli avea rinvenuto un maraviglioso mezzo per accordarle. Eccolo questo mezzo. Convien prendere un centinajo di Capi di cadaun Partito, e mettere l’una contra l’altra le teste che poco più o meno sono della figura medesima; che dopo ciò, due peritissimi Chirurgi seghino l’occipizio di ciascun pajo in un tempo stesso, cosicchè il cervello sia diviso in due parti eguali: Che cadauno di questi occipizj così tagliati, applicato sia sopra quella testa a cui gli non appartiene. Egli è ben vero che somigliante operazione richiede una gran destrezza, ed una esatezza somma; ma assicuravasi il Professore, che se il Chirurgo vi faceva ben le sue parti, la curagione riuscirebbe infallibile; imperciocchè così gli la discorreva: Dibattendosi insieme le due eguali porzioni di cervelli, le materie che formano il suggetto della Disputa non potrebbono non convenire ben presto; e per ciò che risguarda la differenza de’cervelli in quantità e in qualità fra coloro che sono i Direttori delle Fazioni, protestava in sua coscienza il Dottore, ch’era una chimera.
Intesi due professori che stavano disputando con molto fuoco sopra il miglior metodo d’impor Tasse senza aggravio del Popolo. Affermava il primo che il modo più sano sarebbe di tassare i vizzi e la follia; e d’appossare in cadauna strada un certo numero di Soprastanti, che adducessero testificazione de’gradi di stravaganza, e di corruttela de’loro Vicini, su’quali regolar si potrebbe la somma che ognuno a pagare tenuto fosse. Direttamente opposta era l’opinione del secondo, il qual volea che si mettesse una gabella sopra quelle qualità del Corpo e dell’Anima, onde gli uomini il più si pregiano da se medesimi; e che questa gabella fosse più o men grande, a misura del grado più o men eminente onde si eleverebbono queste qualità: grado, a riguardo di cui, sarebbe ognuno sulla propia parola creduto.
L’imposta più gravosa concerneva i più segnalati Favoriti del Bel sesso, ed erano regolate le tasse secondo il numero e la natura de’ricevuti favori; nel che si doverebbe pure rapportarsi alle loro propie dichiarazioni. La vivacità dello spirito, il valore e la pulitezza, doveano soggiacere altresì a pesanti imposizioni, le quali ingiunte sarebbono nel modo stesso, passandosi ognuno da se medesimo. Ma da un altro canto, l’onore, la Giustizia, la Prudenza, ed il Sapere non doveano costar un soldo a colui che possedeva cotali qualità, poichè sono d’un genere sì singolare, che niuno le riconosce nel suo Vicino, e in se medesimo non le pregia.
Dovean le Donne esser tassate a misura della loro bellezza, e della loro abilità nel ben comparire, e dovean godere dello stesso privilegio degli Uomini; voglio dire, determinar la somma ch’esse obbligate si credono di pagare. Ma il Senno, la Fedeltà, la Castità, e la Bontà del Cuore, esser doveano cose onninamente esenti da gabelle; essendo che il poco che avrebbesi potuto ritrarne, non varrebbe il fastidio che si sarebbe preso per iscoprire quelle che risguardate sono da questa Tassa.
Per rendere ben affetti i Senatori agli interessi della Corona, il Professor medesimo volea che si tirasse a sorte per gl’Impieghi, impegnandosi a prima giunta ognuno d’essi, con giuramento, d’essere parziale della Corte, fosse che la Carica profittasse, o no; dopo di che, que’che avessero messo del proprio, potessero di bel nuovo tentar fortuna a prima opportunità. In questo modo la speranza, e l’espettazione gli renderebbono fedeli ne’loro impiegi; nè veruno d’essi lagnar si potrebbe di quale siasi inganno, bensì imputerebbe la sua disgrazia alla Fortuna, le cui spalle son più robuste, e più larghe di quelle d’un Ministero.
Un gran foglio, tutto riempiuto d’instruzioni per lo scuoprimento delle congiure che si tramano contra il Governo, fummi mostrato da un altro Professore. In tutte le annotazioni di lui appariva una somma profondità di genio, e un estremo discernimento di politica; tutto che, a mio credere, vi si potesse aggiugnere qualche altra cosa. Quest’è ciò che mi feci lecito di dire all’Autore; esibendomi nel tempo stesso di fargli parte di quanto aver potessi di lumi su quest’argomento. Con più di civiltà ricevè egli la mia offerta, di quel che non son soliti di praticare gli Autori, particolarmente que’che lavorano in progetti; assicurandomi che molto gradita gli avrebbe la comunicazione delle mie osservazioni.
Gli dissi; che se mai accadesse di soggiornare in un Regno ove le cospirazioni fossero in voga pel genio inquieto della Plebaglia, o servir potessero allo stabilimento del credito, o all’avanzamento della fortuna di alcuni Grandi, mi applicherei immediate a incoraggiar la rozza degli Accusatori, de’Dinunzianti, e de Testimoni: Che allor quando ne avessi raccolto un sufficiente numero di tutte le condizioni, e di differente capacità, gli porrei sotto la direzione di alcuni abili Personaggi, bastevolmente possenti per proteggergli, e per ricompensarli. Personaggj di questa fatta, dotati di talenti e del potere testè mentovati, potrebbono far servir le congiure ad usi più eccellenti; sarebber atti a farsi valere e a spacciarsi in profondi Politici; a rassodare un vaccillante Ministro; a soffogare, o a scemare una generale scontentezza; ed arricchirsi di confiscazioni, e ad aumentare o a diminuire il credito pubblico, a misura che il privato lor avvantaggio il richiedesse. Quest’è ciò che può farsi, col convenir primieramente di coloro, su cui cader dee l’accusa d’aver parte in una cospirazione. Dopo ciò; convien assicurarsi di tutti gli scritti loro, del pari che delle loro persone: Deggiono questi Scritti passar nelle mani d’una Ragunanza d’uomini di grande abilità, perchè possan essi interpretare i sensi misteriosi de’vocaboli, delle sillabe e delle lettere; ma Affinchè sia fruttuosa cotale loro industria; si dee lor permettere d’addattare alle lettere, alle sillabe ed ai vocaboli, il significato che più lor piace, tutto che soventequesto significato non v’abbia alcun rapporto, oppure sembri direttamente opposto al fine, che quegli, di cui si disamina lo scritto, si propone. Così, per esempio, se il credono a proposito, possono intendere per unVagliounaDama di Corte; per unCane stropiounUsurpatore; per unaFrustaunEsercizio in piedi in tempo di pace;per unNibbounGran Politico; per laGottaunSommo Pontefice; per unOrinaleunaRagunanza di Signoriper unaScopaunaRivoluzione; per unaTrappolaunaCarica; per unAbisso senza fondoilTesoro Pubblico; per unaGrondajalaCorte, per unaBarretta con sonagliunFavorito; per unaCanna spezzataunaCorte di Giustizia; e per unBarile votounGenerale.
Che se questo metodo non conseguisse il suo riuscimento, se ne potrebbero metter in pratica di più efficaci, e gliAcrosticie gliAnagrammisarebbero d’un grande ajuto. Spiegaigli allora ciò che io intendessi perAcrostici, e gli mostrai evidentemente l’utilità di questa spezie di scienza per iscoprire il senso politico, nelle iniziali lettere contenuto. Essendo che; senza questo, io gli dicea, avrebbesi mai potuto sapere che N, per esempio, significa una Macchinazione; B un Regimento di Cavalleria, ed L un’Armata; Ma se acaso, (il che quasi non è possibile) questo metodo non basta per venir in cognizione de’disegni del malcontento Partito, si potrebbe riuscire nella loro scoperta, trasponendone le lettere dell’Alfabeto che si trovano in qualche Scritto sospetto; trasponendole, dissi in tante differenti maniere, che finalmente se ne rinvenga il senso che vuolsi in esse imprimere. E quest’è ciò che si dinomina Anagrammatico metodo.
Con eccessivi complimenti mi ringraziò il Professore per le mie curiose comunicategli osservazioni; e mi promise che nel suo Trattato farebbe di me una menzione onorevole.
Null’altro vidi in quel Paese che allettarmi dovesse a un più lungo soggiorno; e cominciai a pensare di ritornarmene in Inghilterra.
L’Autore lasciaLagado, e arriva aMaldonada.Non essendovi pronto alla vela verno Vascello, fa un giro aGlubbdubdrib. Accoglimento che gli fa il Governatore.
IL Continente, di cui n’è una parte quel Regno, stendesi, per quanto mi pare, al Levante verso le Regioni incognite dell’America, al Ponente verso laCalifornia,e a Tramontana verso il Mar Pacifico, il qual non è che a cencinquanta miglia daLagado,dove vi ha un buon Porto; praticandovi gli Abitanti un gran commerzio con gli Isolani diLuggnagg,situati al Ponente Maestro, a un di presso a’venti e nove gradi di Latitudine Settentrionale, e a’cenquaranta di Longitudine. Quest’Isola diLuggnaggsi trova alloScilocco delGiapone,in distanza d’un centinajo di leghe. Evvi una stretta Confederazione fra l’Imperador delGiapone,e il Re diLuggnagg; dal che ne viene che vi sono frequenti occasioni di passaggj da una di quest’Isole all’altra. Un tal motivo mi determinò ad imprendere il cammino per quella parte, per quindi rivenirmene nell’Europa. Noleggiate per tanto due Mule pel trasporto del picciolo mio bagaglio, e una Guida per additarmi la strada, presi cogendo dal generoso mio Protettore, il qual dati aveami tanti contrassegni di sua compitezza; e sul punto del mio partire, un nuovo ragguardevole regalo ne ricevei.
Per tutto il mio Viaggio non mi accadde cosa che meriti d’essere riferita. Arrivato che fui al porto diMaldonada, non aveavi Vascello lesto alla vela perLuggnagg;e con certezza mi venne detto che conveniva attendere alcune settimane innanzi che ve ne fossero. Può essere questa Città della grandezza, o circa, diPortsmouth. Poco tardai ad acquistarmi molte amicizie, e non poche furono le civiltà che usate mi vennero. Un Gentiluomo di gran distinzione mi dice; che poichè mancherebbono per un mese, almeno, le aperture d’imbarco perLuggnagg, dovrei risolvermi ad andar a vedere la piciola Isola diGlubbdubdribb, ch’era al Libeccio diMaldonada,non più lontana che cinque leghe. Mi esibì la sua compagnia e quella d’un suo Amico; e d’aver cura promisemi di tutto il bisognevole per tal intento.
Glubbdubdribb, per quanto puossi rendere in nostra favella un somigliante termine,significa l’Isola degliStregoni.Non ha quest’Isola che il terzo della larghezza di quella diVvight, ed è straordinariamente fertile. E’governata da un Capo d’una certa Tribù, di soli Maliardi composta.
Costoro, non contraggono mai maritaggi che con persone di loro Tribù, e il più Anziano di loro razza, è il loro Principe, o il loro Governatore. Allogia questo Principe in un Palagio magnifico, dietro di cui vi è un Parco tre mila Campi d’estensione, e cinto d’un muro di pietre dure, di venti piedi di altezza. Molti Chiusi differenti per biade, per erbaggj, o per mandre, contiene questo Parco.
Da Domestici molto straordinarj e servito il Governatore con la sua Famiglia. Per la sua esperienza nella Magia, egli ha il potere di richiamare alla vita tutti que’che vuole, e il diritto altresì di Dominio sovra d’essi per lo spazio d’ore venti e quattro, ma non già per più lungo tempo: e di più, non gli è permesso di scongiurar due volte di seguito una persona medesima, se non si frapponga un interstizio di tre mesi, o pure ch’ei vi sia costretto da qualche importantissima ragione.
Messo piede a terra, il che seguì verso le undeci della mattina, uno degli amici che mi accompagnavano, avviossi alla visita del Governatore, e gli dimandò se uno straniere potea aver l’onore d’inchinare l’Altezza Sua? Accordogli immediate il Principe la richiesta: e noi, tutti, e tre, entrammo nel Palagio fra due file di Guardie armate all’antica, e che nella loro fisonomia spiravano un non so che, che tremar mi faceva. Passammo poscia a molti Appartamenti pel mezzo di Domestici tali, che alle Guardie non male rassomigliavano, e che, com’esse, erano disposti in ala d’ambe le parti, finchè pervenuti fossimo alla Sala di fronte; ove, dopo tre profonde riverenze, ed alcune generali quistioni, ci fu permesso l’adagiarci su tre sedili, accosto del più basso gradino del Trono di sua Altezza. Possedeva quel Principe la favella diBalnibarbi,non ostante che diversa fosse da quelle che si parlano nell’Isola di lui. Mi pregò raccontargli una parte de’miei Viaggi, e per farmi comprendere che trattarmi voleva senza complimenti, licenziò il suo corteggio con un solo muovimento di testa; che appenna fatto, con orrido mio stordimento svanirono tutti i Cortigiani in aria, nella guisa che dispajono gli oggetti da noi veduti in sogno, quando all’improviso ci risvegliamo. Me ne ristetti qualche tempo innanzi di rimettermi dal terrore: me come il Governatore mi assicurò che non aveavi nulla a temere; e che d’altra parte io osservava che i miei due compagni manifestavano intrepidezza, (il che succedeva perchè non riusciva lor nuovo un somigliante spettacolo,) cominciai a incoraggirmi, e feci a Sua Altezza una compendiata Storia delle diverse mie Avventure, non senza tuttavia incantarmi qualche volta; e non senza, di tempo in tempo, gettar gli sguardi sopra i luoghi testè lasciati voti da que’domestici Fantasmi.
Ebbi l’onore di pranzar col Principe, e summo serviti in tavola da certe larve differenti da quelle che io già vedute avea. Riflettei che la mia paura d’allora era assai inferiore a quella della mattina.
Quivi consumammo tutta la giornata, ma dovetti supplicar il Governatore di compiacersi scusarmi, se io non accettava l’offerta sua perchè allogiassi nel suo Palaggio. I miei due Amici ed io fummo a dormire in Città, e di poi ritornammo presso il Principe, per ubbidire a’suoi obbligantissimi cenni.
In questo modo ce la passammo in quell’Isola per dieci dì, conversando in Corte la maggior parte del giorno, e standocene la notte nella nostra abitazione. Mi rendei ben presto talmente familiare cogli Spiriti, che io più non gli temeva; o se restavami qualche impressione di terrore, la curiosità me ne toglieva in un tratto il sentimento. Un giorno mi ordinò Sua Altezza di scongiurare tal morto che più volessi di tutti quegli, che secondo la Legge erano passati all’altra vita dal principio del Mondo perfino al momento ch’ella mi parlava; e di comandar loro di rispondere alle mie quistioni; a condizione però che le quistioni stesse non verserebbero che sopra cose accadute al loro tempo: Che per altro, io certo esser poteva, ch’essi non mi direbbono nulla che non fosse vero, non essendo l’Arte del mentire di verun uso nell’altro Mondo.
Umilissimamente ringraziai Sua Altezza per una grazia sì segnalata. Ci trovavamo in una Camera risguardante il Parco; e e come primo mio desiderio fu di veder qualche cosa di pomposo e di magnifico, mi prese la voglia d’ammirareAlessandro il Grandealla testa del suo Esercito, immediatedopo la battaglia d’Arbela. Pronunziate, ebbe appena il Governatore alcune parole, che ravvisammo quel Conquistatore sotto la finestra ove noi eravamo, alquanto più discoste le sue Falangi. Fu ingiunto adAlessandrodi rendersi nel nostro Appartamento: per vero dire, il suoGrecoio non capì bene. Ei mi giurò sul suo onore che non era stato avvelenato; bensì ch’era morto di febbre ardente, che gli eccessivi disordini del vino cagionata gli aveano.
Dopo lui comparveAnnibalepassando l’Alpi,il qual mi protestò che nel suo campo non si trovava neppure una goccia sola d’aceto.
VidiCesareePompeoalla fronte delle loro Legioni, tutti lesti per venir alle mani. Bramai che il Senato diRomami si affacciasse in una gran Sala, e un’Assemblea un poco più moderna in opposto in un’altra. Parvemi la prima di queste Adunanze, composta di soli Eroi o Semidei; laddove l’altra non assomigliava che a una Truppa di Miserabili, di Banditi e di Sgherri. A mia instanza fece cenno il Principe aCesareed aBrutod’accostarsi a me. Inspirommi la vista diBrutouna profonda venerazione; e veramente non vi volle un grande stento per riconoscere in lui la più consumata virtù, una fermezza di spirito, un cuore intrepido eccedente qualunque esegerazione, e un Amore il più efficace per la sua Patria. Con sensibile mio piacere osservai che que’due grand’uomini davan segni di scambievole buon’amicizia; eCesare, nobilmente ingenuo, confessò che la gloria diBrutoper averlo ucciso, superava quella ch’egli Cesare si aveva acquistata per tutto il corso della sua vita. Godei dell’onore d’una lunga conversazione conBrutomedesimo; e mi fu detto cheGiunio,Socrate,Epaminonda,Catone il Giovane,Tommaso Moroe lui erano sempre insieme:Sextumvirato, a cui tutte l’Età del Mondo aggiugnere un settimo non saprebbono.
Non vi ha dubbio che si annojerebbe il mio Leggitore se gli rapportassi i nomi di tutti coloro, che la brama, per dir così, di veder il mondo in tutti i punti di sua durazione, fece che io scongiurassi. Soprattutto mi appigliai a considerare i Distruggitori de’Tiranni e degli Usurpatori, e quegli altresì che rimesse aveano delle Nazioni nella lor libertà. Spettacoli di questa fatta una gioja sì sensibile in me producevano, che il volerla esprimere sarebbe lo stesso che tentar l’Impossibile.
Curioso specificato racconto sopra la Città diGlubbdubdribb.Alcune correzioni dell’Antica e della Moderna Storia.
VOglioso di veder gli Antichi che si erano renduti famosi pel loro spirito o pel loro sapere, destinai loro una intera giornata. Dimandai cheOmeroedAristotilecomparissero alla testa di tutti i loro Comentatori; ma eran questi in un numero così grande, che molte centinaja nella Corte, e negli esteriori Appartamenti del Palagio se ne ristettero. Alla prima occhiata conobbi e distinsi questi due Eroi non solo dalla moltitudine, ma eziandio l’un dall’altro. De’due, eraOmeroil più grande e il più ben fatto, si teneva ben ritto per un uomo di sua età, ed aveva un pajo d’occhj così vivaci, che di somiglianti non ne vidi mai.Aristotilleestremamente incurvavasi, e si appoggiava insù d’un bastone. Avea la faccia smunta, i capelli lunghi, infiacchita la voce. Mi avvidi a prima giunta che veruno di loro non aveva mai più veduto il resto della Compagnia, e neppure inteso mai a parlarne: E uno Spirito, il qual io non voglio nominare, dissemi all’orecchio, che nell’altro mondo questi Comentatori tenevansi il più che potevano, lontani da que’due grand’Uomini, di cui vanamente intentato aveano di dilucidarne gli Scritti; e ciò per la vergogna e pel rimorso che rodevagli, di aver fatto lor dire mille contraddizioni e mille assurdi, che per sogno non avevan eglino mai pensato. Io presentaiDidimoedEustazioadOmero, il quale, in grazia mia, fece loro miglior accoglimento ch’essi non meritavano; essendo che subito conobbe che niun di loro aveva il genio ch’è necessario per rendersi parziale di quello d’un Poeta. MaAristotileperdè affatto tutta la sua pazienza, allorchè dopo d’averlo instruito degli obblighi ch’egli aveva aScoted aRamo, io messi alla sua presenza questi Saggj, ed ei mi dimandò se così stolti come questi, fossero gli altri suoi Comentatori?
Pregai allora il Governatore di scongiurareDescarteseGassendi;i quali sulla mia faccia spiegarono adAristotilei loro Sistemi. Ingenuamente confessò questo Filosofo che si era ingannato spessissime volte, pernon essersi fondato, a riguardo di molte cose, che su semplici conghietture; e dichiarò, che ilVacuod’Epicuro,ondeGassendin’era il Restauratore, e iVorticidiDescartes, erano egualmente appoggiati. Predisse che l’Attrazione,la qual in oggi a tanti Difenditori, ricaderebbe un giorno nello spregio stesso, donde testè ne fu tratta. I nuovi Sistemi sopra la Natura, non sono, soggiunse egli, che nuove mode, che cangeranno di tempo in tempo; e que’medesimi che si presume di dimostrare Matematicamente, non goderanno d’un Regnò sì lungo, come pare che i lor Partigani si vantino di lor promettere.
Cinque giorni furono da me impiegati in trattenermi con molti altri Saggj dell’Antichità. Vidi la maggior parte degl’Imperadori Romani. Scongiurò il Principe, a mia sollecitazione, i Cucinieri d’Eliogabalo, perchè essi imbandissero il desinare: ma per mancanza di materiali, non fummo troppo paghi delle pruove di loro abilità. Un Cuoco d’Agesilaoci compose una minestra allaLacedemonica; ma di mandarne abbasso una seconda cucchiajata non bastommi l’animo.
Alcuni affari ch’esigevano la presenza de’due miei compagni di Viaggio, gli obbligarono di ritornarsene al lor Paese fra tre giorni, che io consumai in vedere diversi Morti moderni, i quali da due o tre secoli addietro, o nella mia Patria, o in altre Regioni dell’Europa, una brillante scena aveano rappresentata. Come sempre io era stato grand’Ammiratore di tutto ciò che Antiche ed Illustri Schiatte dinominasi, supplicai il Governatore di scongiurare una o due dozzine di Re cogli Antenati loro disposti in ordine dalle otto o nove Generazioni. Orribilmente restai deluso dalla mia espettazione; mercè che in luogo d’una lunga serie di Diademi, ravvisai in una Famiglia due Suonatori, tre Cortigiani in buona positura, e un Ecclesiastico. In un’altra, un Barbiere, un Abate, e due Ecclesiastici di prima sfera. Ed è troppo grande la mia venerazione per le Teste Coronate, perchè io insista sopra un argomento così spiacevole. Ma per quanto spetta a’Marchesi, a’Conti, e a’Duchi, io non sono sì scrupoloso; anzi confessar degigo, che gradj non poco di vedermi nel caso di poter distinguere il sentiere che calcato aveano certi Caratteri di Corpo e d’Anima, per intrudersi in una tale, o tale Famiglia. Con chiarezza potei discernere donde un tal Casatto ritraesse un mento aguzzo; e per qual ragione un tal altro, da due Generazioni in qua, non producesse che Furfanti, e che Pazzi da quattro: Quali fossero le cagioni giustificanti il Motto espresso daPolidoro,Virgilioin proposito d’una certa Razza: NecVir fortis, nec Fœmina casta. In qual modo la Crudeltà, la Furberia, e la Codardia, divenissero marchj caratteristici, co’quali certe Famiglie sì bene si distinguessero, come per l’Arme loro.
Tutto ciò che io scorgeva, rendevami disgustato della Moderna Storia; poichè avendo io disaminati, e consultati seriamente tutti coloro che da un secolo addietro occupati aveano i più eminenti posti nelle Corti de’Principi, trovai: Che miserabili Scrittori, con isfacciatezza, aveano ingannato il Mondo, attribuendo, più d’una volta, le più cospicue guerriere spedizioni a Pusillanimi; i più saggj Consiglj a Sciocchi; la più nobile sincerità ad Adulatori; una Virtù Romana a Traditori della loro Patria; della Pietà ad Ateisti, e della veracità a Querelanti: Che molti Uomini d’un merito il più depurato e il più distinto, erano stati messi a morte, o cacciati in esilio, per sentenza d’alcuni Giudici, o corrotti, o atterriti da un Primo Ministro: Che intriganti, o prostituite Femmine; che Ruffiani, che Parassiti, e che Buffoni, decidevano bene spesso gli affari delle Corti, de’Consiglj, e de’Senati più Augusti. Avea io già una pessima idea della prudenza, e dell’integrità degli Uomini; ma fu ben altra cosa quando restai informato de’motivi, l’quali i più strepitosi, imprendimenti, e le più stupende Rivoluzioni son debitrici della loro origine; e altresì degli accidenti spregevoli onde elleno sono tenute del loro successo.
Ebbi nel tempo stesso l’opportunità di convincermi della presunzione e dell’ignoranza di quegli Scrittori d’Anecdoti, i quali nelle loro Storie segrete attossicano quasi tutti i Re; ripetono parola per parola un discorso che un Principe tenne a quattr’occhj col suo Primo Ministro; an copie autentiche delle instruzioni più recondite degli Ambasciadori; e pure sono così sgraziati che sempre s’ingannano. Confessò un Generale, me presente, che un giorno avea egli guadagnata una vitoria a forza di spropositi e di poltronerie: e un Ammiraglio, che per non aver avute bastevoli strette intelligenze cogl’inimici, avea battutala loro Armata, in tempo ch’egli stava meditando di dar loro nelle mani la sua. Mi protestarono tre Re, di non aver mai, per tutto il corso de’loro Regni, cooperato al vantaggio neppur di un sol uomo di merito, se pure non l’abbiamo fatto senza avvedersene, essendo abusati da qualche Ministro, in cui confidavano.
Mi prese la curiosità di sapere specificatamente, con quali mezzi si fossero elevati certi uomini a gran Titoli d’onore, ed acquistate avessero ricchezze immense, e questa mia curiosità non ebbe già per oggetti secoli troppo rimoti; comechè, da un altro canto, non risguardasse nè il mio Paese, nè i miei Compatriotti: verità, ond’io prego i miei Leggitori d’essere ben persuasi. Essendo dunque state scongiurate molte persone, che si trovavano nel caso di cui si tratta, non bisognovvi un grand’esame per iscoprire infamie d’una tal lega, che il ricordarmele tuttavia m’inorridisce. Lo spergiuro, l’oppressione, la frode, la suggestione, e il ruffianesimo, erano i mezzi più onesti, posti da loro in uso, e come eziandio ciò era una cosa assai vera, rinvenni che queste piccioleindisposizionierano assai scusabili. Ma quando alcuni confessarono di non dovere la propia grandezza, e la propia opulenza che a’più spaventevoli misfatti; gli uni alla prostituzione delle loro mogli, e delle loro figliuole; altri a’tradimenti praticati al loro Principe, o alla loro Patria; altri finalmente alla propia perizia nell’avvelenare li loro nemici, o in ruinar gl’innocenti; milufingo che non siasi per pigliar in mala parte, se scoperte di questa natura abbian fatta smarrire in me una gran porzione di quel rispetto profondo che naturalmente nodrisco per Personaggj d’un eminente carattere, e ch’è un tributo dovuto loro da gente della mia pasta. Sovente io aveva letto che non so quali importanti servigi erano stati renduti a de’Principi o a degli Stati, e quindi mi venne il capriccio di conoscer coloro, a’quali questi Stati e questi Principi avevano l’obbligazione. Dopo una diligente ricerca, mi fu detto che non erano delineati in verun Registro i loro nomi; se tuttavia si eccettui un picciol numero d’essi, che la Storia come infami, e come traditori ha rappresentati. Quanto agli altri; io non aveva inteso mai a parlarne. Comparver eglino cogli occhj bassi, e meschinissimamente vestiti; essendo, per la maggior parte, a quel che me ne dissero, morti in miseria, o lasciata avendo insù d’un palco la loro testa.
Vidi fra’primi un vecchio, la cui storia ha qualche cosa di singolare. Stava a’fianchi di lui un giovanotto a un di presso di diciott’anni d’età. Ei mi notificò, d’essere stato per anni molti, Comandante d’un Vascello, e che nella battaglia navale d’Aziò, avea avuta la buona sorte di gettar a frondo tre de’principali Vascelli nemici, e di prenderne un quarto; il che era stato la sola cagione della fuga d’Antonio, e della vittoria che funne una conseguenza: Che il giovane che io vedeva a lato di lui, e ch’era suo Figliuolo unico, era stato ucciso in tempo dell’Azione. Aggiunse, che terminata la guerra, se ne andò aRomaper sollecitare un Vascello più grande, il cui Capitano era restato morto; ma senza che si badasse alle sue pretensioni, il Vascello richiesto, stato era conceduto ad un Uuomo che non aveva veduto mai il mare; e il cui merito tutto, in essere Figliuolo diLibertina, Damigella d’una delle Innamorate d’Augusto,consisteva: Che in tempo ch’egli al suo bordo se ne ritornava, fu accusato di mancanza nel suo dovere; e il suo Vascello stesso fu dato ad un Paggio favorito diPoplicolail Viceammiraglio: che sopra ciò ei ritirossi a un picciolo podere assai lontano daRoma, ove finì i suoi giorni. Io avea tanta voglia di saper precisamente la verità di questa Storia, che dimandai cheAgrippa, il qual era stato Ammiraglio in quel combattimento, fosse scongiurato. Ei venne, e mi certificò tutto il racconto; con questa differenza però, che fece un assai maggior elogio del Capitano; il qual, per la sua modestia, non avea renduta la necessaria giustizia al propio suo merito.