Fine della Prima Parte.

X

Descrizione d’una furiosa tempesta. L’inviato a terra lo Schifo per provvedervisi d’acqua: vi s’imbarca l’Autore per iscoprir il Paese. Egli è lasciato sulla spiaggia, vien preso da uno degli Abitanti, ed è condotto in Casad’un Fattor di Campagna. Modo ond’egli vi fu ricevuto. Descrizione degli Abitanti.

COndannato dalla mia inclinazione, del pari che dalla sorte, a un genere di vita sempre inquieto ed in moto, dieci mesi dopo il mio ritorno abbandonai un’altra volta la mia Patria; e alleDunesil venti di Giugno 1702. m’imbarcai sopra un Vascello destinato perSurate, detto l’Arrisicato, eil cui Capitan Comandante era un taleGiovan Nicola.Perfino all’altezza delCapo Buona Speranza,ove demmo a fondo per provvision di rinfreschi, ci fu il vento più che propizio. Vi fummo arrivati appena, che ci avvedemmo che l’acqua entrava nel nostro Vascello: e cotale ragione, unita all i febbre che nel tempo stesso sorpreso aveva il Capitano, ci determinò a quivi restar sull’ancora tutto l’inverno, non avendo potuto partircene che sul fine diMarzo.Rimettemmo allora alla Vela, ed avemmo un favorevole tempo perfino allo Stretto diMadagascar.Ma lasciata a Ponente quest’Isola, a un di presso a cinque gradi di Meridionale latitudine; i venti, che in que’mari regnano infallibilmente fra il Ponente, ed il Libeccio dal principiar del Decembre fin al cominciamento di Maggio; e che per tutto questo tempo egualmente soffiano, sul diciannove d’Aprile si fecero sentire assai più violenti, e piegarono al Libeccio più che d’ordinario per lo spazio di venti giorni. Spirato questo termine ci trovammo al Levante delle Molucche, e presso che al terzo grado di lattitudine Settentrionale, secondo una osservazione fatta dal Capitano a’due di Maggio; giorno, in cui una tranquillissima calma successe alla tempesta che poco innanzi travagliati ci avea; il che produssemi una non mediocre allegria. Ma il nostro Comandante, che più d’una volta frequentati avea que’Mari, ci rendè avvertiti d’una vicina burrasca. Restò compiuta il giorno dietro la predizione di lui; mercè che cominciò a suscitarsi un vento d’Ostro, che laMousson du Sudcomunementesi chiama.

Vedutosi ad ingagliardire da un instante all’altro, ammainammo la Civadiera, e ci preparammo ad abbassar il Trinchetto: ma a cagion del tempaccio, assai faticammo per ottenerne l’intento. Stavasene in alto mare il Vascello; il che risolver ci fece, anzi che metterci alla cappa, di scorrere a secco. La tempesta era sì violenta, che sembravaci ad ogni momento di colar a fondo. Con tutto ciò, per la massima delle nostre buone fortune, dopo di aver infuriato alcuni giorni, ella si abbonacciò.

Durante il cattivo tempo, che fu seguito da un buon Libeccio, con tanta forza fummo portai al Levante, che niun de’nostri asserir potea ove noi fossimo. Abbondavano per anche le nostre provvisioni, il Vascello poco si trovava danneggiato dalla burrasca, e d’una perfetta sanità godeva tutto l’Equipaggio; e pure, mancandoci l’aqcua, era crudelissima la nostra costituzione. Giudicammo che fosse meglio di continuare il cammino medesimo, che di piegare più al Ponente: il che avrebbe potuto menarci al Ponente-Libeccio della GranTartaria, e nel mareGlaciale.

A’sedici Giugno 1723. un mozzo di Nave che era ad alto del Parochetto, discoprì Terra. A’diciassette distinguemmo chiaramente una grand’Isola, o fosse un Continente, (perochè qual de’due nol sapevamo,) alla cui parte meridionale aveavi una picciola lingua di terra sporgente in mare, ed un piccolo seno, tanto nè pur profondo, per ricevervi un Vascello di cento botti. Ci ancorammo a una lega da questo seno; e il nostro Capitano spedì una dozzina d’uomini ben armati nello schifo, co’necessarj arnesi per rintracciarvi dell’acqua. Gli chiesi la permissione di accompagnargli, per vedere il Paese, e procurar di farvi qualche scoperta. Posto piede a terra, non vedemmo nè Riviere, nè sorgenti, ne segno veruno di abitazioni. Costeggiarono i nostri, ansiosi pur di scorgere se fossevi qualche fiume che mettesse in mare, ed io dall’altra parte feci, da per me solo, per quasi un miglio, senza ravvisar altro, che un arrido, e pietroso terreno. Malcontento delle mie discoperte, adagio adagio me ne rivenni al seno mentovato; ma quale stordimento non si fu il mio, quando vidi che le nostre genti, non erano solamente entrate nello schifo, ma che a forza di gran remate smaniavano di riguadagnar il Vascello, econ un affrettamento, onde comprenderne non ne potei la cagione? Stava io per gridar loro che si arrestassero: allorchè mi venne fatto di raffigurare una spezie di Gigante che avanzavasi nel Mare dietro di loro il più velocemente poteva, non avendo l’acqua che fino alle ginocchia, facendo sgambettato, che aveano del prodigioso. Ma i Marinaj, inoltrati più che lui d’una mezza lega, essendo ivi il fondo seminato di roccie, non poterono esser raggiunti dal Mostro. Fummi ciò rapportato dappoi; mercè che non ebbi il coraggio di fermarmi, per essere spettatore del fine d’Un’Avventura sì terribile. Presi il partito di darmi alla più precipitata fuga pel cammino più corto, e dopo uno sfiatato correre di qualche tempo mi rampicai sopra una collina scoscesa, donde allungar potea l’occhio sopra una estensione di Paese assai vasta. Comparvemi allo sguardo d’una buona cultura; ma a prima giunta restai sorpreso dalla lunghezza dell’erba, la qual si alzava per più di venti e quattro piedi, e che nel luogo onde io vedeala, mi parea espressamente conservata per farne fieno. Ad alto della Collina, scoprj una grande strada, per tale almeno la giudicai, comechè non servisse agli Abitatori che d’un piccolo sentiero traversante un campo di frumento. Me ne andai qualche tempo su e giù di questa strada; ma nulla potei vedere nè dall’una, nè dall’altra parte, perchè era ormai la stagione del mietere; avendo gli steli un’altezza di quaranta piedi per lo meno. Bisognai d’un’ora intera innanzi di ritrovarmi all’estremità di questo campo, ch’era circondato da un’alta siepe di cento e venti piedi. Pel passaggio dal campo stesso al campo vicino, aveavi una barricata; e questa barricata quattro gradini avea, al di sopra di cui stava altresì un gran sasso, che bisognava saltare per superarlo. Mi era impossibile di montare questi gradini, essendo ognuno sei piedi alto, e più di venti la pietra. Me ne andava io fiutando qualche apertura nella siepe; allorchè nel vicino campo gettai l’occhio sopra uno degli Abitatori, il quale accostavasi alla barricata, ed era del taglio medesimo che colui che al nostro schifo data avea la caccia. Pareami egli dell’altezza d’un Campanile comune, e cadauna sgambettata di lui, dieci verghe valea, o a un di presso. Stordito dalla maraviglia, e dallo spavento, m’intanai fralle biade, donde il ravvisai all’alto della barricata, risguardando nel campo vicino alla dritta. Un momento dopo lo intesi a gridar non soche, ma d’un tuono così orribile, che il credei da principio uno scoppio di fulmine. Sei mostri accorsero alla sua voce della statura medesima, e tenenti in mano delle salci d’una smisurata grandezza. Non eran questi ultimi così ben abbigliati che il primo, avendo eglino sembianza d’essere servidori di lui; essendo che immediate che ei pronunziò loro alcune parole, si accinsero a mietere le biade del campo ove io mi trovava. Mi staccai da essi il più che potei, comechè con estrema difficoltà; perchè i gambi del frumento non erano, allo spesso, che alla distanza d’un piede gli uni dagli altri, cosicchè stentatamente io passava fra due. Con tutto ciò, in avanzando sempre, pervenni a un certo luogo del campo, ove il vento, e la pioggia, abbattuto avevano il grano. Qui sì che assolutamente mi fu impossibile di far un passo; conciossiacosachè gli steli erano così agruppati, e confusi insieme, che io non poteva pel traverso guizzarmivi; e le reste, che erano cadute, sì forti, che le punte loro traforavano i miei vestiti. Nel instante medesimo io sentiva i mietitori, non più che cento verghe da me lontani. Oppresso di fatiche, e quasi alla disperazione ridotto, mi prostesi fra due solchi, mi augurai di buon cuore la morte. La memoria della mia Sposa, e de’miei figliuoli, che secondo tutte le apparenze io non dovea riveder mai più, vivamente mi tormentava. Un momento dopo io piagneva la mia imprudenza, e la mia pazzia, di aver, contra il consiglio de’parenti, e di tutti gli amici miei, intrapreso un secondo viaggio. In un tale spaventevole agitamento di spirito, non potei di meno di pensare aLilliput, i cui Abitanti mi spacciavano per una creatura di smisurata grandezza, ove io era capace, da per me solo, d’impadronirmi d’una Imperiale Armata, e di operare tante altre maraviglie, onde la memoria sarà conservata eternamente negli Annali di quella Monarchia, e alle quali difficilmente prestar vorrà sede la posterità, tutto che ratificate dalla deposizione d’un numero infinito di testimonj. Io meditava che molto mortificarmi dovea il comparir così picciolo alPopolo fra cui io mi rinveniva, come unLillipuzianoparuto lo avrebbe fra noi. Ma quest’era il menomo de’miei infortunj: mercè che come si è osservato che le Creature umane son più selvagge, e più crudeli a proporzione della grandezza loro; e che altro poteva io aspettarmi, che l’essere divorato dal primo di que’Mostri che riscontrato avessi? An ben ragione di dire i Filosofi, che nulla vi ha di grande, o di picciolo, che per comparazione. Avvenir poteva che iLillipuzianitrovata avessero una Nazione, il cui Popolo, per rapporto ad essi, fosse così piccolo, che eglino stessi l’erano a riguardo di me. E chi sa se la razza enorme di que’Giganti che io aveva negli occhj, non era un semenzajo di Nani, in comparazione di qualche altro Popolo?

Con tutto il mio sbigottimento, non poteva io non dar luogo a tali riflessioni; allor quando uno de’Mietitori, che dal solco, ove io me ne stava appiattato, non più che dieci verghe discostavasi, temer mi fece, che col dar avanti un sol altro passo, non mi schiacciasse, o con la sua falce non mi dividesse in due. Affine di prevenire entrambe queste disgrazie, veduto che l’ebbi in disposizione di qualche muovimento, gettai un grido che la paura prese a suo conto d’ingrandir molto. Si arresta il Mostro; e risguardando per qualche spazio da tutti i lati sotto di lui, finalmente ravvisommi a terra. Per alcuni instanti mi considerò egli con quell’attenzione medesima che si ha, quando si vorrebbe prender in mano qualche pericoloso animaluzzo, senza ch’ei mordere, o graffiar potesse; come io stesso talvolta inInghilterrapraticato aveva a riguardo d’una donnola. Arrisicossi finalmente a prendermi pel mezzo del corpo fra il suo pollice, e l’indice, e mi avvicinò a tre verghe da’suoi occhj, per poter esaminarmi distintamente. Indovinai il pensiero, e per buona sorte fui assistito da una tal presenza di spirito, che in tempo ch’ei mi teneva sospeso in aria indistanza di più di sessanta piedi da terra, non ostante che crudelmente mi pizzicasse fralle sue dita, nè pur fiatai, per paura ch’ei non mi lasciasse cadere. Rivolsi solo gli sguardi miei verso il Sole; giuntai le mani in aria di supplichevole, e alcune parole proferj con un lamentevole tuono, che conveniva pur troppo alla sgraziata mia costituzione di allora. Mercè che io tremava ad ogni momento ch’ei non mi gettasse a terra, come facciamo per ordinario di qualche odiosa bestioluccia, che vogliamo distruggere. Ma il destino che cominciava a placarsi verso di me, operò che la mia voce, ed i miei atteggiamenti, gli piacessero, e che stupito al maggior segno d’intendermi ad articolar de’suoni, mi contemplasse con una spezie di curiosità. Nel tempo stesso non potei di meno di gettare molti sospiri, di spargere alcune lagrime, e di girar la testa verso quella parte ov’ei mi teneva; dandogli a conoscere, nel miglior modo, che mi faceva male. Parve ch’ei mi capisse; perchè levato il lembo del suo vestito, pianamente mi vi ripose, e un istante dopo corse alla volta del suo Padrone, il qual era un buon Fattor di Campagna, ed il medesimo, che io da prima nel Campo veduto avea. Il Fattore, (come suppongo per le loro maniere) ricevute, in riguardo a me, tutte le informazioni possibili dal suo Famiglio, prese un bruscolo di paglia, quanto una canna, e se ne servì per alzare la parte estrema dell’abito mio, che ei credeva una sorta di pelle, onde la Natura avessemi ricoperto. Chiamò i suoi servidori, e chiese loro, (a quel che dappoi me ne fu detto) se mai ne Campi trovata avessero una picciola creatura che mi assomigliasse? Mi mise poscia con tutta la dilicatezza a terra, nella situazione medesima come una bestia a quattro piedi; ma immediate mi levai, passeggiando avanti, e indietro, a piccoli passi, per far comprendere a quel Popolo che mia intenzione non era di fuggirmene. Stavan coloro tutti sedendo d’intorno a me, perLevai il mio cappello, e feci una riverenza profonda al Fattor di Campagna. Mi gettai alle ginocchia di lui; e avendo alzato gli occhj, e le mani al Cielo, pronunziai alcune parole il più alto che potei. Dalla mia tasca trassi una borsa contenente alcune monete d’oro, che con un’aria tutta rispetto gli offerj. Ei la ricevette nella palma della sua mano; indi accostolla ben da vicino alla sua vista, per veder ciò che fosse: dopo ciò, con la punta d’uno spilletto, ch’ei tirò dalla sua manica, più e più volte la girò, e rigirò, ma sempre senza comprendere qual macchina si fosse. Io addocchiato ciò, gli feci segno di mettere la sua mano a terra, e presa, ed aperta la borsa stessa, versai nella palma della mano di lui, tutto l’oro. Aveavi sei dobbloni diSpagnada quattro l’uno, ed altre venti o trenta monete di minor peso. Osservai che egli sopra la sua lingua bagnava l’estremità del più picciolo suo dito, per poter così prendere una delle monete più grandi, e di poi un’altra; ma mi parve che certamente non le conoscesse. Mi accennò di rimetterle nella borsa, e poscia di rimettere la borsa nella mia tasca; il che feci dopo di avergliela offerita ancora cinque o sei volte.

Il Fattore allora restò convinto che io fossi una Creatura ragionevole. Frequentemente mi parlò, e tutto che a guisa d’un mulino da acqua mi stordisse la voce di lui nulladimeno distintamente ei pronunziava. Col più forte tuono risposigli in linguaggj diversi, e molte fiate ei tanto si abbassò, che fra la sua orecchia, e me, non aveavi di distanza che due sole verghe; ma fui inutile il fastidio d’entrambi, perchè d’intenderci non fu vi mezzo veruno. Inviò allora i suoi famiglj all’opera loro, e tratto dalla saccoccia il suo fazzoletto, piegollo in due, e lo stese sulla sua sinistra mano, che, con la palma al di sopra, aperta la mise a terra, facendomi segno di ripormivi; il che non era disagevole, poichè di grossezza non vi ave che un solo piede. Credetti dover ubbidire, e per timor di cadere, mi distesi per lungo sul fazzoletto; col resto di cui, per sicurezza maggiore, m’inviluppò per fino alla testa, e in cotal positura mi portò in sua casa. Pervenutovi, immediate mi mostrò a sua moglie; ma ella fortemente stridendo diede addietro, come appunto inInghilterraan costume di fare le Dame in vedendo un rospo, o un ragnolo. Considerata però che ella ebbe la mia continenza, e con quale docilità me ne stessi ubbidendo a’menomi cenni di suo marito, addomesticossi ben presto, e guari non tardò ad amarmi di tutto cuore.

Verso il mezo giorno un domestico recò il pranzo, il quale consisteva in una sola pietanza, ma assai buona nel suo genere, e tale che conveniva a un lavoratore di Campi. Venti e quattro piedi di diametro aveva il piatto: e la compagnia consisteva nel Fattore, nella moglie, in tre figliuoli, e in una Vecchia Nonna. Seduto che fu ognuno, il Fattore mi collocò sopra la tavola, che aveva un’altezza di trenta piedi, in qualche distanza da lui. O che terribili dolori di ventre che allor mi presero! e per timore di ruotolar abbasso, mi staccai il più che potei dalla sponda. Trinciò la moglie un pezzo di carne, e sminuzzato sopra un tondo un poco di pane, il pose d’avante a me. Io le feci un profondo inchino, trassi il mio coltello e la mia forchetta, e a mangiar mi messi, onde eglino parvero soddisfatti. La Padrona comandò alla serva di andar in traccia d’una piccola tazza di tenuta non più che di dodici boccali, o circa, e che ella stessa ebbe la cura di riempiere per conto mio. Per prendere la tazza fui obbligato di valermi d’ambe le mani; e in contegno di rispetto brindai alla sanità della Signora della casa; il che fece fare a tutta la brigata un sì grande schiamazzio di ridere, che pensai divenir sordo. Avea la bevanda un sapore di piccola cervogia, e non era ingrata. Il Marito allora mi accennò di mettermi accanto del tondo di lui; ma come io stava camminando sulla tavola per anche tutto stordito, (e ben penso che il Leggitore facilmente sel persuada,) m’accadde d’intopparmi in una crosta di pane, ed in cadendo, di dar del naso sulla tavola medesima, ma per buona sorte senza farmi male veruno. Mi rilevai in un subito; ed osservando la somma inquietudine di quelle buone persone, presi il mio cappello, (che per pullitezza io avea tenuto sotto il braccio,) e girandola sopra la mia testa, gettai nel tempo stesso due, o tre giocondi gridi, per manifestare che io non era restato offeso. Ma nel punto che io mi avanzava verso il padrone, (che così sempre in avvenire il chiamerò,) il più giovane de’figliuoli di lui, che gli era seduto accosto, e ch’era un furfantello di dieci anni di età, pigliommi per le gambe, e sì sospeso mi tenne nell’aria, che non aveavi membro del corpo mio, che non tremasse di paura. Ma il suo padre me gli tolse dalle mani, diedegli uno schiaffo sì terribile che il più grosso Elefante che inEuropasiasi mai veduto, ne sarebbe restato rovesciato, e gl’ingiunse di levarsi immediatamente di tavola. Ma io temendo il rancore del giovane; e ricordandomi perfettamente bene fin a qual segno presso noi i ragazzi sono crudeli verso i passeri, i coniglj, i gattuccj, ed i cagnuoli, mi gettai ginocchioni; e additando il malfattore, procurai di far capire al mio padrone, che io gli chiedeva la grazia del perdono di lui. Acconsentivvi il padre, e permise che il figliuolo ripigliasse il suo posto; per lo che mi addrizzai ver lui, e gli baciai la mano; che presa dal padrone, ei più fiate passolla, e ripassolla sulla mia faccia, come per accarezzarmi.

Verso la metà del pranzo, il gatto favorito della mia padrona le saltò nel grembiule. A giudicarne dalla testa, e da una delle zampe, che io attentamente considerai quand’ella lo accarezzava, ed il nutriva, tre volte più che un Bove parvemi grosso quell’animale. L’aria furiosa d’una tal bestia mi fece tremare da capo a piedi, tutto che mi trovassi all’opposta estremità della tavola; e che la padrona il ritenesse, per timore che saltando sulla tavola stessa, non mi brancasse. Ma per buona fortuna la pagai col solo spavento; mercè che il gatto mi bado appena, non ostante che il padrone me gli avesse avvicinato tanto, che lo spazio di tre verghe ci separasse solamente. Come io sempre avea inteso a dire, e altresì esperimentato ne’Viaggj miei che il fuggire, o il mostrar paura dinanzi ad un animale crudele, è il vero mezzo di farsi assalire; mi risolvetti, in un cimento così scabroso, di prendere una maniera intrepida, e di coraggio. Con un sembiante animosamente fiero, cinque, o sei volte, su, e giù spasseggiai sul ceffo medesimo dell’animale, e accanto accanto poscia me gli accostai; ed egli saltò a terra, come fosse più di me spaventato. Un tratto tale di arditezza sì ben riuscitomi, produsse che io poi non avessi tanto terrore de’cani, essendone tre o quattro di essi nell’instante stesso entrati nella stanza, come per ordinario si pratica nelle case de’Castaldi; ed uno di que’cani, ch’era un mastino, quattro Elefanti uguagliava. Vicino di lui stavasene un levriere, ancora più alto, ma non sì grosso.

Era il pranzo presso che al fine, quando entrò la balia tenendo nelle sue braccia un bambino d’un anno, il quale subito mi pose l’occhio addosso, e cominciò a gridar sì forte, che potevasi sentire per una lega, e non per altro com’è solito de’bamboccj, perchè io gli servissi di suo trastullo. Per pura indulgenza mi prese la Madre di lui, e mi avanzò verso il pargoletto, che incontanente mi afferrò pel traverso, e cacciò la mia testa nella sua bocca; il che mi fece gittar gridi sì spaventosi, che atterrito il bambino mi lasciò cadere, e certamente mi sarei rotto il collo, se la Madre non avesse allargato sotto di me il suo grembiule. La balia, per acquietare il bambino, si valse d’un sonaglio, il qual era una spezie di vase voto, riempiuto di grosse pietre, e appeso con una fune alla metà del corpicciuolo di lui. Ma ciò nulla valse, cosicchè fu ella obbligata di ricorrere all’ultimo de’rimedj, che era di presentargli la poppa. Confessar deggio che a’miei giorni non ho mai veduto un oggetto più mostruosamente disaggradevole, quanto quegli che allora si affacciò a’miei sguardi: Ma voglio risparmiare a’miei Leggitori una somigliante descrizione, e in sua vece rendergli piuttosto partecipi d’una riflessione statami inspirata da una sì laida, ed enorme comparsa. La pelle, diceva io fra me stesso, delle nostre Dame d’Inghilterra, sembraci bellissima: ma non avverrebbe ciò forse, perchè queste Dame non sono più grandi che noi, e perchè non ravvisiamo la pelle loro col microscopio; il quale ci convincerebbe che la più bianca, e più lisciata carnagione, non è in sostanza che una piallata masse di sporchi colori?

Ricordomi che in tempo che io mi trovava aLilliput, le carnagioni degli Abitanti mi sembravano la più bella cosa del mondo, e che quinstionando su questo punto con un uomo di spirito del Paese, intimissimo amico mio, ei mi disse, che il mio volto gli compariva assai più vago, e più pulito, quand’ei mi risguardava da terra, che quando collocato in mia mano, poteva considerarmi da più vicino. Confessommi, che egli allora raffigurava molto pertugiato il mio mento; che i peli della mia barba erano più irsuti che le setole d’un cignale; e che la mia carnagione era composta di molti colori ingratissimi: tutto che non vanamente io possa dire che le mie sembianze sieno così avvenenti, come il sono quelle de’più degli uomini del mio paese; e che il mio colorito così abbronzato non sia, come il dovrebbe, a cagion de’miei viaggi. D’altra parte, parlando delle Dame della Corte diLilliput, ei mi disse più volte, che l’una avea delle rossicce macchie; l’altra troppo grande la bocca; un’altra il naso mal fatto; cose tutte ond’era impossibile che io mi avvedessi. Ingenuamente confesso che son naturalissime cotali riflessioni; e che chi legge avrebbe ben potuto farle senza di me. Con tutto ciò non potei trattenermi dal fargliene parte, temendo che ei non s’immaginasse che realmente più difformi, che noi, fossero quelle vaste Creature: poichè per rendere loro la dovuta giustizia, è forza che io pubblichi ch’egli è un Popolo assai ben formato; e in ispezieltà riguardo al mio Padrone; che, comechè un Castaldo, i suoi delineamenti, non ostante, proporzionatissimi mi parevano quand’io gli considerava in distanza di sessanta piedi; che vale a dire, quand’io me ne stava a terra tutto accosto di lui.

Alzati di tavola, andò il Padrone alla visita de’suoi Operaj; e per quanto liquidarlo potei dalla sua voce, e dalle sue gesta, diede ordine alla sua Sposa di aver buona cura di me. Estremamente io mitrovava lasso, e una furiosa voglia di dormire mi tormentava. La mia Padrona, che se ne avvide, mi adagiò sul propio suo letto, e mi ricoprì con un fazzoletto bianco; ma più grande, e più massiccio della principal vela d’un Vascello di guerra. Dormj due ore, più o meno, sognando di starmene in mia casa con la moglie, e co’miei figliuoli; il che accrebbe al doppio la mia maninconia, quando risvegliatomi, mi rinveni, solo, in un vasto Appartamento che stendevasi per dugento, o trecento piedi; e la cui altezza superava i dugento. Era già uscita la Padrona in attenzione de’suoi domestici affari, e dietro di se avea chiusa la porta della mia stanza. Otto verghe da terra era alto il letto; e stimolato da qualche necessità, avrei ben voluto scenderne, ma non ardj di chiamar persona; mercè che i miei gridi sarebbero stati inutili, e certamente non giunti alla Cucina, ove stavasene rutta la Famiglia. Nel frattempo di quest’imbroglio, due topi si rampicarono sul cortinaggio, e dando del naso da per tutto, corsero da una parte all’altra. Venne un d’essi fin sulla mia faccia, e mi cagionò uno spavento orribile. Più che di fretta mi levai, e sguainai la spada per difendermi. Così temerarie furono quelle prodigiose bestie, che mi assalirono da due lati, ed una insino mi saltò sul giubbone; ma prima che mi offendesse, mi riuscì di fenderle il ventre. Cadde ella a’miei piedi; e l’altra, scorto il destino della camerata, se ne fuggì, ma non senza riportare una buona ferita al di dietro. Compiuta l’impresa; per rimmettermi dallo sbigottimento, e dal disagio, mi si misi a spasseggiare da un capo all’altro del letto. Erano que’topi del taglio d’un AlanoInglese, ma infinitamente più agili, e di maggior fierezza: cosicchè se innanzi di mettermi a dormire deposta io avessi la mia spada, infallibilmenmente divorato mi avrebbono. Misurai il topo morto, e il trovai di due verghe, men un pollice, di lunghezza.

Poco dopo entrò nella stanza la mia Padrona; e in vedendomi tutto insanguinato, corse velocemente a me, e mi prese in sua mano: io ridendo, e dando altri segni di allegrezza per farle conoscere che io non avea alcun male, le mostrai il topo morto. Ella ne restò incantata; e ingiunse a una fantesca che con le molli il prendesse, e gettasse dalla finestra. Dopo ciò fui da lei collocato sopra una tavola, donde le feci vedere la mia spada tutta sangue, che in un instante forbj, e rimisi nel fodero. Io mi trovava incalzato da più d’una di quelle sorte di cose, per le quali sono impraticabili le Proccure; e a tal effetto mi sforzai di far comprendere alla Padrona, che io desiderava d’essere messo a terra; il che eseguito, non permisemi il mio rossore di far altri atteggiamenti, che di accennare l’uscio, e d’incurvarmi parecchie volte. Mi comprese finalmente, tutto che con istento, la buona donna: mi pigliò in sua mano, e mi mise a terra nel giardino. Per dugento verghe mi staccai da lei; e fattole segno che mi risguardasse; e non mi seguisse, mi nascosi fra due foglie di acetosa, e soddisfeci alla mie necessità.

Lusingomi che il Leggitore benevolo mi terrà scusato, se talvolta io insisto sopra particolarità di tal fatta; che tutto che poco interessanti agli occhi del volgo ignorante, non lasciano tuttavia di recare un nuovo grado di estensione alle idee, e all’immaginazione d’un Filosofo. Oltracciò, mi sono spezialmente attenuto alla verità, senza adornare il mio stile con le affettate vaghezze della menzogna: e dir posso che tutte le circostanze di questo viaggio an formata una sì viva impressione sopra di me, e sì profondamente si sono scolpite nella mia memoria, che in istendendole in carta, veruna non ne ommisi che alquanto fosse importante: Comechè dopo una esatta revisione ne abbia io scancellati alcuni passi di minor momento, che già stanno registrati nel primo mio esemplare; e ciò per timore d’essere importuno a’miei Leggitori; timore, che, a quel che se ne dice, agitar dovrebbe la maggior parte degli Autori di Viaggj.

Descrizione della figliuola del Fattor di Camgna. L’Autore è condotto a una vicina Città, e di poi alla Capitale. Particolarità di questo Viaggio.

AVea la mia padrona una figliuola di nov’anni, fanciulla, per la sua età, amabilissima, che col suo ago operava qualunque cosa, e industriosa a maraviglia nell’abbigliar la sua bambola. La madre, ed ella, pensarono di accomodar la culla della bambola medesima pel mio uso nella vicina notte; ed in fatti fu riposta la culla in una piccola cariuola d’uno stanzino; e la cariuola sopra una tavoletta sospesa in aria, per timore de’topi. Altro letto non ebbi pertutto il tempo che dimorai in quella casa; benchè, dopo di aver alquanto appresa lalingua del Paese, e subito che sui in istato di saper chiedere in qualche modo il mio bisogno, più adagiata renduta io l’abbia. Era sì esperta quella giovinetta, che dopo d’sermi tolti, in presenza di sei, due, o tre volte i miei vestiti; potè ella esser capace di spogliarmi, e di rivestirmi; tutto che un tal fastidio io non le abbia mai recato, quando volea lasciarmi fare da per me solo. Mi lavorò ella sette camiscie, ed alcuni altri pannillini; i quali, comechè finissimi, erano tuttavia più grossi, e più ruvidi d’un ciliccio; e sempre ella compiacevasi di farne bucato con le stesse sue mani. Prese pure a suo conto d’instruirmi della lingua del Paese: quand’io accennava qualche cosa col dito, ella me ne diceva il nome, cosicchè in pochi giorni io avea l’abilità di chiedere ciò che io volea. Era colei una ragazza assai buona, che per anche non avea di altezza quaranta piedi, essendo piccola a proporzion di sua età. Imposemi il nome diGrildrig;nome statomi conservato dalla famiglia di lei, e per cui fui poscia riconosciuto per tutto il Regno. Questo termine, spiega lo stesso cheNannuculusde’Latini, cheNanerettolodegl’Italiani, cheMannikindegl’Inglesi, e cheMirbidonde’Francesi.Principalmente a lei io sono debitore della mia conversazione in quel Paese; non essendomi giammai da lei separato per tutto il tempo del mio soggiorno. Io la chiamava miaGlumdalclitch, o sia mia piccola balia. E certamente io sarei il più ingrato di tutti gli uomini, se menzion non facessi della tenerezza, e delle sollecitudini di lei a mio riguardo; desiderandomi con tutta l’anima in condizione d’un adeguato riconoscimento; quando per altro, secondo le apparenze, io non sono che il fatale, tutto che innocente, strumento della suadisgrazia, Comincia vasi già nel vicinato a parlar di me; sparsa essendosi la fama, che il mio Padrone avea rinvenuto ne’suoi Campi uno straordinario Animale, della grandezza d’unoSplachnuk, ma le cui membra tutte esattamente eran formate come quelle d’una Creatura umana, ond’egli per sopra più in tutte le sue azioni si rassomigliava; che ei parlava un picciolo linguaggio suo propio; che appresi già avea alcuni termini della lingua del Paese; camminava sopra le sue gambe; era piacevole, ad altresì domestico: veniva quando si chiamava: facea tutto che si volea; le parti del suo corpo erano le più graziose del mondo: ed avea una carnagione più dilicata di quella d’una nobile fanciulletta di tre anni. Un altro Fattore che abitava non troppo da noi discosto, e che era amico intrinseco del mio Padrone, venne a fargli visita, con intenzione d’informarsi della verità di questa Storia. Mi si fece immediate comparire, e collocato sopra una tavola, ove su e giù me ne andava spasseggiando secondo mi si ordinava, diedi mano alla spada, la rimisi nel fodero, feci una riverenza a colui che ci visitava, chiesigli in sua lingua come se ne stesse in sanità, e gli dissi che lui era il ben venuto, co’precisi termini che la picciola mia Nutrice insegnati mi avea. Colui, che era un vecchione, e che la vista troppo non gli serviva, prese gli occhiali per meglio considerarmi; ed io confesso che la singolarità d’un somigliante spettacolo strappommi uno scoppio di ridere assai incivile. Ne conobbero i nostri il motivo, e nel tempo stessorinforzarono il giocondo schiammazzio, cosa, che ebbe a disgustare quel vecchio pazzo. Passava egli per un avaro, e per mia disgrazia, pur troppo un tal mal credito ei giustificò. Consigliò il mio Padrone di far mostra di me come d’una rarità, in un giorno di Fiera nella Città vicina. In ravvisandogli entrambi a lungo quistionanti insieme, e cogli sguardi loro sovente a me indrizzati, temetti di qualche trama a mio discapito, e nel mio timore mi parve pure di comprendere una parte del loro discorso. Ma la seguente mattinaGlumdalclitchmi racconto fedelmente ogni cosa, di già informata da sua Madre. Misemi nel suo seno la povera figliuola, e proruppe in lagrime tali che m’intenerirono. Paventava ella qualche mio infortunio, e che qualche villanaccio tenendomi fra le sue braccia non mi schiacciasse. Ell’avea in me osservati alcuni delineamenti di nobile, e fiera modestia, e bastevolmente era convinta che al segno maggiore mi sarei sdegnato, se per denajo fossi stato mostrato a tutti, come un barattino. Disse il suo Papà, e la sua Mamma promesso le aveano cheGrildrigsarebbe suo; ma che ben iscorgeva che farebbono come l’anno passato, che promessole un Agnello, immediate che s’ingrassò fu venduto ad un Macellajo. Quanto a me, protestar posso che mi trovava men inquieto della mia Balia, per una tal nuova. Aveva io gia smarrita la speranza di ricuperare un giorno la mia libertà, e per quello concerne il vituperio d’essere qua e là condotto a guisa di mostro, riflettei che in quel Paese io era un Forestiere, e che una taldisgrazia non potrebbe mai essermi rimprocciata inInghilterra,se mai ritornato me ne fossi; poichè per la trafila medesima, o a buon grado, o a forza, passato sarebbe il Rè stesso dellaGran-Bertagna, se trovato si fosse nelle mie veci.

Secondo il consiglio dell’Amico, aspettò il Padrone il primo giorno di mercato per trasferirmi in un cassettino alla vicina Città, non prendendo seco lui che la picciola mia Nutrice. Era il cassettino chiuso da tutti i lati, e non avea che una picciola porta, onde entrare, ed uscire io potea, e alcuni piccioli buchi per respirazione dell’aria.Glumdalclitchsi era avvisata di riporvi il materasso del letto della sua fantaccia, per coricarmivi. A dispetto di tal cautella, il viaggio, che una sola mezz’ora durò, mi avea poco men che fracassato; mercè che i Cavalli avanzavano quaranta piedi per cadaun passo, e trottavano in maniera sì poco comoda, che un Vascello aggitato da una gran burrasca si eleva, e si profonda molto meno di quel che faceva io ad ogni istante. Aveavi dalla nostra casa alla Città vicina a un di presso tanta distanza, quanto daLondraaSant’Albano. Si fermò il Padrone all’albergo suo ordinario, e dopo di aver consultato l’Oste, e fatti alcuni necessarj apparecchj, nolleggiò ilGruttrud, o sia pubblico banditore, per annunziare ad alta voce per tutta la Città, che all’Osteria dell’Aquilaverdevi era a vedersi una Creatura incognita; che questa Creatura non era per anche grande come unoSplacknuck; (animale del Paese di circa sei piedi) e che in tutte le membra del suo corpo rassomigliava ad un uomo; pronunziava molte parole, e faceva mille gentillezze.

Fui adagiato sopra una tavola nella stanza principale dell’Osteria: la quale stanza potea avere trecento buoni piedi in quadro. La picciola mia balia stavasene sopra un basso sedile acosto della tavola, per aver attenzione a me, e per ordinarmi ciò che far dovessi. Per issuggire la calca, volle il padrone che io non fossi veduto che da trenta persone per volta. Spasseggiai sulla tavola come m’imponeva la fanciulla; ella mi fece alcune dimande che ben sapeva che io avrei capite, e risposi col più alto tuono che mi fu possibile. Rivolto molte fiate agli Spettatori, dissi loro che erano i ben venuti, gli accertai de’miei rispetti, e mi servj d’altre frasi di già imparate. Presi un ditale riempiuto di liquore che mi fu sporto dalla picciola mia nutrice in guisa di coppa, e bevvi alla lor sanità. Trassi la mia spada, e schermj nell’aria, come i Mastri di tal arte fanno inInghilterra.ProvvidemiGlumdalclitchd’un bruscolo di paglia, con cui feci l’esercizio della picca, che aveva io appreso nella mia giovinezza. In quel giorno si fece mostra di me a dodici compagnie differenti; ed altrettante volte fui obbligato di ricominciare l’esercizio medesimo, finchè mi trovava mezzo-morto e di stanchezza, e di sbigottimento: poichè coloro che veduto mi aveano, sì strane relazioni avean fatte di me, che il Popolo, per un motivo d’interesse, stava sul punto di sforzare le porte. Non volle mai permettere il mio Padrone che chiunque si fosse mi toccasse, se si eccettui la fanciulla, eper prevenire qualunque inconveniente, si fecero regnare d’intorno alla tavola delle panche in tal distanza, che era impossibile l’arrivarmi. Con tutto questo, uno Scolaro briccone mi lanciò alla testa una noccivola, e buona mia sorte fu, ch’ei non colpì nel segno: perchè senz’altro mi avrebbe fatto saltar il cervello, essendo grossa poco men che una zucca. Ma almeno ebbi il piacere di vederlo molto ben villaneggiato, e poscia scacciato dalla stanza.

Pubblicar fece il Padrone per tutta la Città, che il giorno di fiera susseguente ei mi farebbe un’altra volta vedere, e nel tempo stesso presesi la cura di allestirmi una vettura più comoda, e con gran ragione; essendo che io mi trovava sì stracco del primo mio viaggio, e di tutte l’altre galanterie che mi si fece fare per ott’ore continue, che appena poteva io reggermi in piedi, e profferire parola. Bisognai di tre giorni innanzi di rimmettermi, e come fosse un destino che in casa stessa non dovessi avere un’ora di riposo: tutti i confinanti nostri, per più di cento miglia d’intorno, renderonsi all’alloggio del mio Padrone affine di vedermi, il che gran somme gli profittò. Così, tutto che condotto non fossi alla Città, pochissimo si era il mio respiro cadaun giorno della settimana, se non si mette in conto il Mercoledì il qual era la loro Domenica.

Il Padrone, veduto il vantaggio che egli da me ritraeva, formo il disegno di condurmi a tutte le più riguardevoli Città del Regno. Provvedutosi del bisogno per un viaggio di lunga corsa, e regolati i suoi domestici affari, prese congedo dalla sua Sposa li 17. Agosto 1703. due mesi, o circa, dopo il mio arrivo. Ci mettemmo in cammino per la Capitale, situata presso poco nel mezzo di tutto l’Imperio, e a più di mille leghe dalla nostra Casa; portando il mio Padrone in groppa del suo cavallo la figliuolaGlumdalclitch. Mi aveva ella adagiato in un cassettino, e teneva questo nel suo grembiuletto; e il cassettino medesimo era stato guernito dalla buona fanciulla con un panno il più morbido che riuscille di ritrovare; non dimentica pure del letto della sua bambola, nè di quale altra cosa che, o necessaria, od aggradevole, credeva ella dovermi estere. Tutta la nostra compagnia fu un sol ragazzo della casa, il qual seguivaci a cavallo col bagaglio.

L’intenzione del mio Padrone si era di far mostra di me in tutte le Città che incontreremmo in sul cammino, e di lasciare la strada maestra, quando non si trattasse di fare che cinquanta o cento miglia per arrivare a una Terra, o a un Castello di qualche gran Signore; sviamento, ond’egli si lusingava di dover ricavarne qualche profitto; dopo di che, di rimettersi sul sentiero della Capitale ei divisava. Non facevamo noi che cenquaranta, o censessanta miglia per giorno: mercechèGlumdalclitch,per compiacermi, si lagnò d’essere faticata dal trottar del cavallo. A grado mio mi toglieva ella dal cassettino, per farmi prendere l’aria, e veder il Paese. Passammo cinque, o sei fiumi, più larghi che il Nilo, o il Gange; e pochi erano i ruscelli così stretti, che ilTamigialPontediLondra. Dieci settimane consumammo in tal viaggio; ed io fui mostrato in diciotto gran Città, senza annoverare i Villagj, le Castella, ed alcune case particolari. Il venti e sei d’Ottobre alla Capitale giugnemmo, chiamata in loro linguaLorbrulgrud;cioè, l’Ammirazione del mondo. Il mio Padrone prese ad affitto un Appartamento nella principale strada della Città vicino al Palagio Reale, e fece spargere de’biglietti, che contenevano una esatta descrizione della piccola mia persona. La stanza ove adunar doveansi gli spettatori, si stendeva fra i trecento, e quattrocento piedi; e sopra una tavola di sessanta piedi di diametro, cinta, in distanza di tre piedi dalla sponda, di un palizzato per guarentirmi dal cadere dall’alto al basso, doveva io rappresentar la mia scena. Dieci volte al giorno io era visibile, con grande stupore, e compiuta soddisfazione del Popolo. Già aveva io appreso l’alfabeto loro, e sapeva altresì valermi a proposito, quinci quindi, di alcune frasi; imperocchèGlumdalclitchavuta avea l’attenzione d’intuirmene, mentre ce ne stavamo in casa; e pel corso di tutto il viaggio me ne avea ella continuate le sue lezioni. Quasi sempre ella tenea in sua tasca un libricciuolo, il qual era poco più grande che un Atlante di Sansone: quest’era una spezie di Trattato per uso delle Donzelle, affine d’imprimer loro una compendiata idea della loro Religione. Di cotal libro servivasi ella per farmi conoscere gli caratterj, ed eziandio per inserirmi qualche intelligenza de’termini.

L’Autore è condotto alla Corte. La Regina il compra dal Fattor di Campagna, e il regala al Re. Ei disputa co’Professori di Sua Maestà; è alloggiato in Corte, ed è assai ben veduto dalla Regina. Difende l’onore della sua Patria, e con un Nano della Regina contrasta.

IL fatigante esercizio a cui io me ne stava condannato ogni giorno, avea alterata in poche settimane la mia sanità; e pareva che il profitto che di me ritraevane il mio Padrone, non servisse che ad accendere le brame di lui per un guadagno maggiore. Io non aveva più appetito, ed era orribile la mia estenuazione. Se ne avvide il Castaldo; e conchiuso avendo che per poco tempo potrei durarla, risolvette di non risparmiare cosa veruna per conservarmi una vita sì idonea ad aumentargli una fortuna, onde aveane egli goduto di sì felici principj. In tempo di tali divisamenti, sopraggiunse unoSlardral, o Scudiere della Corte, con ordine al mio Padrone d’immediate condurmivi, per ricrear la Regina, e le Dame di lei. Talune di queste già erano venute a vedermi, e raccontate aveano le più incredibili cose della mia bellezza, e del mio spirito. Sua Maestà, e tutto il suo seguito, restarono incantati al di là di qualunque esagerazione; ed io postomi ginocchioni, chiesi di aver l’onore di baciar i piedi della Regina; ma la graziosissima Principessa (collocato che io fui sopra una tavola,) mistese il picciolo suo dito, che strinsi fralle mie braccia, e sulla cui estremità, col rispetto più profondo, applicai le mie labbra. Mi fece ella alcune generali interrogazioni in proposito al mio Paese, e a’viaggj miei; ed io supplj con le riposte così chiaramente, e in sì pochi termini, che mai ho potuto. Mi dimandò se volentieri passerei la mia vita in sua Corte: io feci un umilissimo inchino; e con un’aria tutta ossequio, dissi di appartenere al mio Padrone, ma che se io fossi l’arbitro di me medesimo, sarei troppo felice di poter consecrar la mia vita in servigio di Sua Maestà. La Regina allora ricercò al Fattore, se egli inclinerebbe a vendermi? Ei, che credeva che un solo mese camparla non potessi, non vi fece troppa difficoltà; e la sua dimanda fu di mille monete d’oro che sul fatto stesso sborsate gli furono; ed io osservai che ogni moneta era prodigiosamente massiccia. Ricevutasi la somma, dissi alla Regina, che poichè allora io era l’umilissimo schiavo di Sua Maestà, le chiedeva in grazia cheGlumdalclitch, la quale sempre con tanta tenerezza avea avuta cura di me, ammessa fosse al servigio di lei, e continuasse a servirmi di nutrice, e di Maestra. Mi venne accordata la supplica, e non fu difficile il conseguirne l’aderimento del Fattore, molto ben contento che sua figliuola fosse allogata in Corte: e la povera ragazza medesima, dissimular non potè la propia allegrezza. Se ne andò ilPadre bramandomi qualunque sorta di felicità, e aggiugnendo ch’ei mi lasciava in buona condizione: non risposi parola; e di fargli una picciolissima riverenza mi contentai.

Del freddo mio contegno ben avvidesi la Regina; ed uscito che fu il Castaldo della stanza, ne fui interrogato della ragione. Presi la libertà di dire a Sua Maestà, che io a colui non aveva altra obbligazione, che di non aver egli schiacciata una miserabile picciola creatura come me, quando mi avea rinvenuto nel suo Campo: obbligazione tale, onde io mi credea a sufficienza disimpegnato, pel profitto che egli avea ritratto in mostrandomi a mille e mille persone, e pel prezzo che testè avea ricevuto da Sua Maestà: Che la vita che io avea menata da che egli mi possedeva, era stata così penosa, che ammazzar potea un animale dieci volte più robusto di me: Che infinitamente la mia complessione ne avea patito per la fatica continua di ricreare qualunque genere di uomini in tutte l’ore del giorno: e che se il Fattore creduto non avesse in pericolo il viver mio, Sua Maestà non mi avrebbe avuto sì buon mercato: Ma che trovandomi allora sotto la protezione d’una sì grande, e sì buona Regina, lo Stupore della Natura, la Maraviglia del Mondo, l’Amore de’suoi Soggetti, e la Fenice della Creazione; io mi lusingava che si troverebbe deluso il timore del mio Padrone, poichè in me io già risentiva a rinvigorire una nuova vita, che dell’Augusta presenza di lei era l’unico effetto.

Si era questi il preciso del mio discorso; in cui, non vi ha dubbio, ho commessi molti errori di lingua, e m’incantai molte volte; ma l’ultima parte fu onninamente dello stile di quella Nazione, per alcune frasi che, in andando alla Corte, mi furono suggerite daGlumdalclitch.

La Regina ne pur badò a miei sbagli nella lingua; parve bensì sopra di trovare tanto spirito, e sì buon senso in un animale cotanto picciolo. Mi pigliò in sua mano, e portommi al Rè, che stavasene allora nel suo Cabinetto. Egli, che era un Principe austero, e di serietà, non discernendo molto bene la mia figura, con aria fredda, e di sussiego, dimandò alla Regina da quando in qua ella dilettavasi degliSplaknuck? essendo che, per razza di somiglianti bestie ei mi prendeva, in tempo che corcato sul mio stomaco me ne stava nella destra mano di sua Maestà. Ma la Principessa, infinitamente spiritosa, ed allegra, mi mise in piedi ad alto d’uno studiolo, e mi ordinò d’informare io medesimo il Re di cio che mi risguardava; il che eseguii in pochi termini: eGlumdalclitch, che mi attendeva fuor della porta del Gabinetto, e che mal soffriva di non avermi sotto l’occhio, introdotta che fu, confermò quanto era avvenuto dopo il mio arrivo in casa di suo Padre.

Il Re, tutto che fatto avesse il suo corso di Filosofia, e che si fosse dedicato con istudio alle Matematiche, avendo attentamente esaminata la mia figura, e scorgendomi passeggiare, prima che io parlassi pensò prendermi per unAutomato,fatto per mano di qualche ingegnosissimo artefice. Ma udita che gli ebbe la mia voce, e trovato che io discorreva ragionevolmente, non pote occultare il proprio stupore. Il racconto da me fattogli della maniera del mio approdare al Regno di lui, per niente affatto il persuase, e crede che fosse una concertata favola traGlumdalclitche il padre di lei, che mi avessero insegnate alcune parole, e alcune frasi, affine di vendermi più caro. Un tal sofpetto fecegli propormi alcune quistioni, alle quali in un modo assai sensato sempre risposi, e senza diffetto di sorta, fuori d’un grand’imbroglio nello spiegarmi, d’un cattivo accento, e di alcune espressioni villane che in casa del Fattore io avea apprese, e che non erano del bell’uso della Corte. Sua Maestà fece chiamare tre Professori, che allora, secondo il costume del Paese, erano di settimana. Dopo di aver que’Signori spiata per qualche spazio dell’alto al basso la mia figura, furono di diversi pareri. Convennero solamente, che io non poteva essere stato prodotto secondo le leggi regolari della Natura, perchè io era privo del talento di poter conservarmi in vita, sia in volando per l’aria, o in rampicando sugli alberi, o in iscavando in terra de’buchi. Conchiuser eglino da’miei denti, che essi disaminavano con grande attenzione, che io era un animalecarnivoro,con tutto ciò ignoravano quase stata fosse la mia nutritura; mercè che la maggior parte degli animali a quattro piedi era troppo pesante per me; e le talpe, del pari che alcune altre bestie, troppo leggiere. Secondo il loro credere, non restavano che le lumache: ed alcuni altri insetti; e pur ebbero la crudeltà di provar altresì co’dotti loro argomenti, che d’un tal genere di alimento non poteva servirmene. Uno di quegli Eruditi inclinava molto a credere che io fossi un Embrione, o al più un aborto. Ma quest’opinione fu rigettata dagli altri due, i quali osservarono chetutte le mie membra erano compiute, e perfette nel loro taglio; e che, stanti gli contrassegni della mia barba, i cui pel i distintamente ravvisavan essi con l’ajuto d’un Microscopio, io già avea vissuti alcuni anni. A patto veruno non vollero riconoscermi per un Nano, poichè inferiore a qualunque comparazione era la mia psccollezza: essendo che il Nano favorito della Regina, il qual era il più picciolo che si fosse veduto in quel Regno avea di altezza quasi trenta piedi. Dopo molti dibattimenti, decisero di comun accordo, che io era solamenteRelplum Scalcath, cioè che i Latini chiamanoLusus Naturæ: Definizione esattamente conforme alla nostra moderna Filosofia; i cui Professori, sdegnando lecause occulte, colle quali i DiscepoliAristotelicicercano vanamente di mascherare la loro ignoranza, hanno inventato questo maraviglioso scioglimento di tutte le difficoltà, con grande avanzamento delle umane conoscenze.

Dopo una sì autentica decisione, chiesi la libertà di dire due sole parole. Rivoltomi verso del Re, assicurai Sua Maestà che io veniva da un Paese abitato da molti milioni d’uomini de’due sessi, e tutti della mia statura; che gli Animali, gli Alberi, e le case, vi erano nella proporzione medesima; e che per conseguenza io era del pari capace di difendermivi, e di trovarvi la mia sussistenza, che verun altro suddito di Sua Maestà nel suo Paese: e mi sembrò che una tale risposta fosse sofficiente per confutare gli argomenti di que’Signori. Non replicarono eglino che con un sorriso disprezzante; dicendo che io egregiamente avea ritenuta la lezione statami dettata dal Fattor di Campagna. Il Re, che era dotato d’uno spirito più penetrante ch’essi non l’erano, dopo di aver licenziati i suoi Savj, fece cercare il Castaldo, che per buona sorte non era per anche uscito di Città lo inquisì da principio da solo a solo: il confrontò poscia conGlumdalclitch, e con me; e corne non traballammo nelle risposte, cominciò a credere, che dir vero noi ponessimo. Pregò egli la Regina di dar ordine che si avesse buona cura di me, e credè ben fatto che la picciola mia balia continuasse a starsene meco, giacchè si era accorto che assai ci amassimo scambievolmente. Se le assegnò nella Corte un agiato appartamento, una Governatrice che avesse l’impegno dell’educazione di lei, una serva per abbigliarla, e due servidori per ubbidirle; ma quanto a me io era onninamente affidato alle sue sollecitudini. Comandò la Regina che sul modello di mio piacere, e di quello diGlumdalclitchmi si lavorasse un cassettino, perchè mi valesse di camera da letto. L’Operajo che vi s’impiegò, essendo espertissimo, in men di tre settimane mi fabbricò una stanza di sedici piedi in quadro, e di dodici in altezza con finestre invetriate, una porta, e due stanzucce. Potea la fronte del cassettino, col mezzo di due ganghesi, alzarsi ed abbassarsi, affine di riporvisi un letto, che l’Arziere di Sua Maestà teneva di già allestito, e cheGlumdalclitchsicompiaceva di preparare ogni giorno colle proprie sue mani. Un Artefice, che si era renduto famoso per la sua industria di lavorare in picciolo, imprese di costruirmi due sedili cogli schienali loro, e colle altre attenenze tutte, d’una materia rassomigliante di molto all’avorio, e due tavole con uno studiolo per qualunque mio uso. Era la camera imbottita da tutte le parti, insino il tetto, e il frontispicio, a cautela delle disgrazie quali si fossero, e che avvenir potevano per la negligenza, o balorderia de’portatori; e affinchè io men mi risentissi dello scuotimento in andando in cocchio. Dimandai che la mia Camera fosse serrata a chiavi, perchè i Topi, ed i Sorcj entrare non ci potessero. Dopo molti esperimenti, un Operajo fu sì perito, che travagliò la più picciola serratura che siasi mai veduta in quel Paese; avendo io conosciuto inInghilterraun Gentiluomo, che ne avea una più grande all’uscio della sua Casa. Feci quanto potei per mettere la chiave nella mia tasca, per timore cheGlumdalclitchnon la perdesse. Diede por ordine la Regina, che si facessescelta della più fina seta pe’miei panni, e questi panni non erano gran fatto più grossi delle nostre coperte da letto inInghilterra; dovendo io confessare che durai una estrema fatica per avvezzarmi vi. Erano i miei vestiti tagliati alla moda del Paese, la quale in sè stessa ha qualche cosa di decente, e ritiene una spezie di mezzanità fra la maniera dell’abbigliarsi de’Persiani, e quella de’Chinesi.

A poco a poco prese la Regina tanto piacere della mia conversazione, che ella più non poteva andar in tavola senza di me. Io avea una picciola mensa collocata su quella, alla quale pranzava Sua Maestà, ed un sedile. StavaseneGlumdalclitchin piedi al mio canto per servirmi, e averne cura. I piatti, ed i tondi di mio servigio che erano d’argento, in comparazione di quel della Regina, non eccedendo la grandezza di quegli che in tal genere vidi aLondrain una bottega, che servia d’addobbamento in una casa di fantoccia. La picciola mia balia avea l’attenzione di tenergli in sua tasca entro una scatola d’argento, recandomegli a misura del bisogno, e pulendogli ella medesima. Mangiavano con la Regina le sole due Principesse Reali; la maggiore di cui contava gli anni sedici di età, e tredici anni, e un mese la minore. Era solita Sua Maestà di porre sopra un de’miei piatti un pezzo di carne, ond’io poscia ne trinciava il bisogno, ed era un gran suo diletto di vedermi mangiare col sopraffine della delicatezza: mercè che ella, che era una mangierina, gonfiava in una sola volta la sua bocca con quanto dodici bifolchiInglesidivorar potrebbono in tutto un pasto; il che mi riusciva uno spettacolo assai molesto. Per esempio, un’ala di Allodola, con tutte le sue ossa, servivale per una sola boccata, e pure quest’ala era più grande nove volte del più grosso Gallo d’Indie fra noi. Al talento mangione di leiesattamente si proporzionava quello del bere.

Stabilita costumanza di quella Corte si era, che ogni Mercoledì, (che, come già l’avvertii, passava colà come presso di noi la Domenica,) la Regina, e tutta la Famiglia d’entrambi i sessi, pranzassero col Re nell’Appartamento di lui. Io già di molto mi era innoltrato nella buona grazia di quel Monarca il quale ogni Mercoledì faceami collocare al sinistro suo lato, accanto d’una delle saliere; laddove negli altri giorni, il mio posto si era alla man sinistra della Regina. Compiacevasi assai il Principe d’intavolarmi quistioni sopra gli usi, la Religione, le Leggi, e le Scienze de’Popoli dell’Europa, ed io tutto faceva per contentare sopra questi punti la sua curiosità. Per quanto oscure che naturalmente parer gli dovessero alcune cose, ei non ostante, con estrema facilità le comprese, e maturamente profondo a qualunque mio racconto ben riflettè. Ma non posso non confessare, che essendomi allargato alquanto sul proposito della mia cara Patria: sopra il nostro commerzio; i nostri scismi in fatto di Religione, e le nostre fazioni dentro lo Stato, i pregiudizi dell’educazione ebbero sopra lui tanta forza, che prendendomi sulla sua destra mano, e gentilmente accarezzandomi con l’altra, ritenersi non potè dall’interrogarmi con uno scopio grande di ridere, se io eraVuhig, oTory? Rivoltosi di poi al primo suo Ministro, che dietro di lui se ne stava in piedi col bianco suo bastone in pugno, meditò quanto spreggevoli fossero le umane grandezze, giacchè minuti insetti, qual mi era, tentavano di aspirarvi: e pure, egli diceva, ardirei di scommettere che quest’insetti hanno i lor titoli d’onore, che hanno piccioli nidi, e tane, che essi intitolano Palagi, e Città, e che affettano splendidezza nelle loro vestimenta, e ne’lor equipaggj; che amoreggiano, che combattono, che disputano, che s’ingannano, che si tradiscono. Sul tuono medesimo continuò egli per qualche tempo; ed io non saprei esprimere la mia indignazione, nell’intendere un discorso, onde la Patria mia, l’Augusta, la Maestra delle Arti e delle Scienze, il Soggiorno della verità, e della Virtù, e dell’Onore, e l’Oggetto dell’Ammirazione, e dell’invidia di tutto l’Universo, fosse sì crudelmente vituperata.

Ma come, da una parte, io non era molto in istato di vendicare somiglianti ingiurie; dall’altra, dopo di averci ben pensato, a dubitar cominciai se veramente fossi stato ingiurato, o nò. Essendo che, dopo d’essermi per alcuni mesi accostumato alla vista, e alla conversazion di quel Popolo, e di aver osservato che ogni oggetto, che io risguardava, trovavasi in una esatta proporzione di grandezze con tutti gli altri; l’orrore che io avea conceputo da prima, si era talmente dileguato, che se allora veduta avessi una truppa di Signori, e di DameInglesiin tutte le loro pomposità, e in tutte le affettate loro maniere che la pulitezza prescrive, per vero dire, patita avrei una violenta tentazione di ridere di essi di sì buon gusto, come il Re ed i Grandi di sua Corte il facevan di me. Ciò che vi ha di certo si è, che poco poco vi volea che io medesimo non mi rinvenissi ridicolo; quando la Regina, mettendomi sopra la sua mano rimpetto ad uno specchio ove io poteva interamente vederci emtrambi, accorgere mi faceva della sterminata nostra sproporzione.

Nulla più acutamente mi punse, nè maggiormente mi mortificò, quanto il Nano della Regina; il quale effendo di una piccolezza senza esempio nel Paese, (e per verità, non arrivava affatto alla misura di trenta piedi,) in tal modo insolenti, scorgendomi una creatura così menoma in confronto di lui, e che gli affettava di risguardarmi dal di sopra al di sotto, quando nell’Anticamera della Regina passava accosto di me, e in tempo che io stava collocato sopra una tavola a disputare co’Signori, e colle Dame della Corte; ed ei non trascurava altresì opportunità veruna di motteggiarmi, del che io procurava di ritrarne vendetta, col chiamarloFratello, collo sfidarlo, e con altre maliziosette furfanterie, che sono ordinarie ne’Paggj.In tempo di pranzo un giorno, fu sì piccato il picciolo briccone che non so che che io gli avea detto, che presomi pel mezzo il corpo, in tempo che a tutt’altro io badava che a una somigliante imminente disgrazia, mi lasciò cadere in un gran cattino d’argento empiuto di fior di latte, dopo di che se ne fuggì come il vento. Sprofondai in quella bianca sostanza perfino al di sopra delle ciglia: e se non fossi stato un buon nuotatore, avrei corso un gran risico d’affogarmi; poichè in quell’instanteGlumdalclitchsi trovava all’altra estremità della Camera, e sì spaventata per la mia caduta fu la Regina, che non ebbe prontezza di spirito per soccorrermi. Ma la mia Nutricina ben presto accorse, e mi tolse dal Catino, dopo che io avea ingojato più d’un boccale di fior di latte. Fui posto a letto, ma lode al Cielo i soli miei vestiti, interamente guastati, asciugarono quella burrasca, non essendo accaduto alla mia persona male di sorta. Molto bene restò stregghiato il Nano; e per maggiore mortificazione di lui, fu costretto a tracannare il fior di latte tutto, in cui egli mi avea gittato. Ma d’allora innanzi più egli in grazia non rientrò, avendolo la Regina regalato di poi a una Dama della prima qualità, cosicchè nol vidi mai più, cosa che assai mi piacque, perchè io non so esprimere fin a qual segno mi avrebbe trasportato il livore che io nutriva contra quel malizioso ribaldello.

Ei già per l’addietro aveami praticato un disobbligante scherzo, che molto fece ridere la Regina, tutto che: se ne restasse ella nel tempo stesso sì disgustata, che sul punto scacciato l’avrebbe, se io medesimo non avessi avuta la generosità d’intercedere per lui. Sopra il suo tondo, la Maestà Sua aveva preso un osso empiuto di midolla; e toltane questa, rimesso avea ritto nel piatto l’osso medesimo nella situazione stessa ond’egli era da prima. Il Nano, che avea aspettato di far il suo colpo in tempo cheGlumdalclitchse n’era gita alla Credenziera, montò sul sedile di lei, mi pigliò nelle sue due mani, e unendo insieme le mie due gambe, mi collocò perfino al ventre nell’osso votato della midolla, ed ove, negar non si può, io faceva una figura sovranamente ridicola. Credo che scorso siasene un buon minuto, innanzi che niuno sapesse ciò che fosse accaduto di me; imperocchè mi sembrava una mia viltà se gridato avessi. Ma come i Principi di rado mangiano caldo, le mie gambe nulla patirono; e non vi ebbe che le mie calze, e i miei calzoni, che la nuova foggia dell’Avventura pagarono. A mia intercessione se la passò il Nano con un solo buon carico di bastonate.

Mi motteggiava spesissimo la Regina in proposito alla mia timidezza: ed era solita di dimandarmi se i miei Compatriotti sossero sì gran poltroni come me? eccone l’incontro.

In tempo di State, le mosche di quel Regno sono furiosamente tormentose; e questi odiosi insetti, che tutti sono del taglio delle nostre Allodole, col loro continuato ronzio d’intorno alle mie orecchie, non mi lasciavano momento di quiete nel frattempo del mio pranzare. Talvolta si adagiavano sulla mia pietanza; ed erano eziandio sì impertinenti, che vi facevano le lordure loro; cosa che, per vero dire, in vedendola, non riusciva troppo saporosa per me, ma che i Naturali del Paese ravvisarla non potevano, poichè i lor occhj non erano sulla forma de’miei, per iscorgere oggetti così minuti. Alcune fiate si posavano sul mio naso, oppure sulla mia fronte, e mi pugnevano perfino al vivo; lasciandovi sempre de’marchj di quella vischioso materia, a cui elleno son debitrici della facoltà di camminare con la testa in giù sul frontispizio di qualunque corpo, come dicono i Naturalisti. Era indicibile il mio fastidio per difendermi da que’sozzi animali; e non potea di meno di stranamente agitarmi quando essi calavano sulla mia saccia. Una delle ordinarie malizie del Nano si era, di afferrare in sua mano un buon numero di que gl’insetti, a somiglianza degli Scolari fra di noi, e poscia di lasciargli volare di tutto un tratto sotto il mio naso, affine di farmi paura, e nel tempo stesso per ricrear la Regina. Io non sapeva altro rimedio che di tagliargli a pezzi col mio coltello, in tempo che svollazzavano per l’aria: Esercizio che io adempieva con industria tale, che mi attraeva gli applausi di tutti gli Spettatori.

Mi risovvengo, che una mattina cheGlumdalclitchaveami adagiato sopra il margine d’una finestra, cosa che ella avea in costume tutti i giorni di bel sereno, per farmi prendere un poco d’aria, (essendo che io non mi arrisicava di lasciar appendere il mio cassettino ad un chiodo fuor del balcone, come noi inInghilterraattacchiamo le nostre gabbie,) mi risovvengo, dissi, che avendo alzata una delle mieinvetriate; e messomi a sedere alla mia tavola per far con un marzapane la mia colezione, più di venti vespe, invitate dall’odore, s’introdussero nella stanza, facendo più rumore col loro ronzio, che far nol potrebbono altrettante Cornamuse. Gettaronsi alcune sopra il mio marzapane, e a pezzi a pezzi se l’asportarono, si misero altre a svolazzare d’intorno alla mia testa, stordendomi col loro susurro, e cagionandomi uno spavento non mediocre co’loro pungoli. Ebbi, non ostante, il coraggio di levarmi, di dar mano alla spada, e di assalirle nell’aria. Quattro ne uccisi, andossene il resto, e chiusi la finestra dietro di loro. Erano quelle bestie così grandi come le nostre Pernici. Presi i loro pungoli, e trovai che essi erano lunghi un pollice e mezzo; e così aguzzi come le aguglie. Gli ho conservati tutti con somma cura, e con alcune altre curiosità gli ho mostrati in molti luoghi dell’Europa.Al mio ritorno in Inghilterra, tre ne ho regalati al Coleggio diCresham, e il quarto l’ho ritenuto per me.

Descrizione del Paese. Progetto per la correzione delle Carte Geografiche. Cosa fosse il Palagio del Re, e la Capitate. Maniera con cui l’Aurore viaggiava. Descrizione d’uno de’principali Templi diLorbrulgrud.

MIO disegno al presente si è di esibire a’miei Leggitori una brieve descrizione di quel Paese; per lo meno, di ciò che ne ho veduto; non essendo io stato che a mille leghe in giro daLorbrulgrudla Capitale; mercè che la Regina, la quala da me non era abbandonata mai, avea il costume di non accompagnar più lunge il Re ne’viaggj di lui, fermandosi nella mentovata distanza dalla Dominante fin al ritorno di Sua Maestà dalle frontiere. Tre mila leghe, più o meno, allungasi l’Imperio di quel Principe, e per due mila si dilata; cosa, che conchiuder mi fece, che i nostri Geografi diEuropaan presi furiosi abbaglj, collocando una sola vasta estensione di mari fra ilGiapone,e laCalifornia;poichè sempre fui d’opinione che esservi doveano Terre immense per contrappesare il Continente della Tartaria. Ecco perchè debbon eglino correggere le loro Carte Geografiche, unendo quel grande spazio di Regione al Ponente Libeccio dell’America; nel che io son prontissimo d’ajutar loro colle mie scoperte.

Il Regno è una penisola, circonscritta alla parte di Greco-Levante da una catena di monti alti quindici leghe, che è impossibile, a cagion de’Vulcani che nelle cime vi regnano, di sormontargli. Non è noto a chi che sia quale razza di gente sia abitatrice di que’dirupi; o se neppure vi si rinvengano uomini. Le tre altre parti an per confine l’Oceano. Non vi ha nel Regno Porto di mare di sorta; e i luoghi della Costa, ove le Riviere si gettano nell’Oceano stesso, son sì seminati di roccie, che di navigarvi co’più piccioli schifi non è possibile; e quindi ne proviene che quel Popolo non abbia assolutamente verun commerzio col rimanente dell’Universo. Ma ne’fiumi, che abbondano di pesci di squisìtissimo gusto, vi sono assaissimi Vascelli; conciossiacosache gli Abitanti pescano di rado nel mare, ove i pesci sono della grandezza medesima di que’d’Europa; non valendo per tal ragione la fatica di prendergli: nel che chiaramente apparisce, che il producimento di quelle piante, e quegli animali di mole sì smisurata, si è la Natura unicamente ristretta, a quel Continente, onde lascio a’Filosofi il discuterne la ragione. Di quando in quando, nulladimeno, prendono eglino delle balene che vanno ad urtare in quegli scogli, e con cui il Popolo minuto nobilmente si regala. Ne ho vedute alcune di grandezza sì sterminata, che un uomo sudava assai per portarne una sola in sulle sue spalle; e talvolta per curiosità se ne trasportano entro a panieriLorbrulgrud.Una un giorno ne fu imbandita per la mensa del Re, e riputavasi per una rarità: io però osservai che egli non ne facea gran caso; immaginandomi che si trovasse nauseato dalla grossezza di quella bestia; comechè nellaNuova Zemhladi assai più grandi io vedute ne abbia.


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