AL PAESE
PARTE QUARTA.
In qualità di Capitano d’un Vascello imprendesi dall’Autore un Viaggio. La sua Ciurma cospira contra di lui; per qualche spazio di tempo, il tiene sequestrato nella di lui Camera, e il mette a terra in un Paese medesimo. Descrizione a’uno strano animale nominato Yahoo. Due Houyhnhnms sono riscontrati dall’Autore.
CInque mesi incirca soggiornai in mia casa con mia moglie, e co’miei figliuoli: e beato me, se saputo avessi far capitale della mia felicità: Lasciavi incinta la mia sposa, ed accettai un’offerta di mio gran vantaggio d’essere Capitano dell’Arrisicato, Vascello di Mercatanzia di trecento cinquanta botti; essendo che, io era molto perito nella navigazione: E perchè mi trovava assai infastidito dell’impiego di Chirurgo sul mare, (impiego tuttavia, onde io sì assolutamente non rinunziava che non fossi pronto a riassumerlo a tempo e luogo,) impegnai in questa figura un certoRoberto Curefoy, giovane di grande abilità nella sua Professione. Il secondo di Settembre 1710. mettemmo alla vela daPortsmouth, e il quattordici riscontrammo il CapitanPocockindiritto al Porto diCampecheper tagliarvi legna del medesimo nome. Il sedici, una tempesta ci separò da lui, e al mio ritorno restai informato che’il suo Vascello era piombato a fondo; e che di tutta la sua Ciurma un solo mozzo dal naufragio scappò. Era un galantuomo e un bravo marinajo questo Capitano, ma un po troppo tenace nella sua opinione; ciò essendo stato l’unica cagione della perdita di lui, come il fu d’altri molti; posciacchè se egli avesse seguito il mio consiglio, a quest’ora forse il troverebbe, come me, sano, e salvo fra la sua famiglia.
Tanti uomini mi furon rapiti dalla malignità delle febbri, che fui costretto di poggiare alleBarbades, per praticarvi nuove reclute: ma ripentirmi dovei ben presto della mia scelta; giacchè quasi tutti coloro che presi sopra il mio bordo, erano perduta. In venti cinque marinaj consisteva tutta la mia Ciurma; e ingiugnevami le mie commissioni di trafficare cogl’Indiani delMare d’Ostro, e di procurare qualche nuova scoperta. Quegli sciaurati subornarono il resto de’miei, e tutti insieme, il disegno d’impadronirsi del mio Vascello formarono: disegno, che un bei mattino mandarono ad effetto, gettandosi all’improvvisonella mia camera, e legandomi mani e piedi, con minaccia di lanciarmi in mare al menomo segno di mia resistenza. Dissi loro che mi risegnava in prigioniero, e che la più compiuta sommessione io lor prometteva. Vollero essi che col giuramento io ratificassi una tal protesta; dopo di che mi slegarono, ma non già un braccio, che con una catena appiccarono al mio letto, appostando sul mio uscio un Archibusiere, con ordine di far fuoco sopra di me se dessi indizio di volere sciormi. Mi tennero provveduto del mio alimento, e s’incaricarono del governo del Vascello. Lor intenzione si era di corseggiare contra gliSpagnoli; ma non si potea ciò eseguire se non con un rinforzo d’uomini. Prima però di nulla imprendere, disegnavan eglino di smaltire le Mercatanzie della Nave, e poscia d’indirizzar la prua aMadascarper farvi delle reclute; essendo morti alcuni di loro dopo che a starmene in camera mi costrignevano. Questa spezie di carcere durò alcune settimane; nel cui termine, fecero commerzio cogl’Indiani, senza che io sapessi quale corsa prendessero; essendo io strettamente custodito, ed aspettando ad ogni momento che mandassero ad effetto la minaccia d’uccidermi, che regolarmente mi veniva fatta otto o dieci volte al giorno.
Il 9. Maggio 1711. venne a vedermi un certoJacopo Vvelch, e disse d’aver ordine di mettermi a terra. Tutto feci per muoverlo a compassione co’miei scongiuri; ma il tutto in vano; stendendo colui la sua barbarie persino a ricusarmi di palesar solamente il nome del nuovo lorCapitano. Eseguita ch’ebbe la sua commissione, egli e i suoi compagni mi forzarono di calarmi nel Caicco, permettendomi d’aver indosso il miglior vestito, di prender meco un picciolo fagotto di pannilini, ma non già arme di sorta, se eccettuisi la mia spada: furono eziandio così onesti che non visitarono le mie tasche, in cui tutto il mio dannajo, ed alcune altre cosuzze riposto io avea. Vogarono a un di presso per una lega, e di poi mi abbandonarono sulla spiaggia. Gli supplicai a mani giunte di dirmi in qual paese mi trovassi; ma mi protestarono tutti che sì poco il sapevano come me; ed aggiunsero, che il Capitano (com’essi il chiamavano) preso avea l’espediente, dopo d’essersi disbrigato delle merci, di mettermi a terra sul primolido che discoprissimo. Nel così dire, si staccarono da me, lasciandomi come per un addio l’avvertimento, che io non volea farmi sorprendere dalla marea, avrei fatto molto bene di non restarmene per lungo tempo in quel luogo.
In sì spaventole costituzione, l’alto della spiaggia guadagnai, ove mi assisi per riposarmi alquanto, e per riflettere sul partito che io dovea prendere. Dopo una matura deliberazione, risolvetti d’internarmi nel Paese, di risegnarmi a’primi Selvaggi, che riscontrassi, e di ricomprar la mia vita coll’esibir loro alcuni manigli, alcuni anelli di rame, ed alcuni lavori di vetro, bagattelluzze, onde sempre in Viaggi di questa sorla si sta provveduto, e di cui per buona fortuna io tenevan indosso alquante. Vidi sul mio cammino un gran numero d’alberi che mi sembrarono produzioni della Natura non ravvisandosi verun ordine nella loro disposizione, molte praterie, e alcuni campi di vena. Me ne andava con molta circonspezione, temendo non mi si scoccasse qualche saetta o pel di dietro, o pe’fianchi. Sboccai ad una strada maestra, ove mi caddero sotto l’occhio molte tracce d’Uomini, alcune di Vacche, ma un assai più considerabile numero di Cavalli. Finalmente osservai in un campo differenti animali, ed uno o due della medesima spezie assisi fra gli Alberi. Eran eglino d’una figura assai difforme e più che straordinaria. Ne restai sbigottito alquanto; e per meglio considerargli, dietro una macchia mi nascosi.
Avvicinatisi alcuni di loro al luogo ove io me ne stava ebbi l’opportunità di raffigurargli distintamente. Le loro teste, e i loro petti erano ricoperti di crini; avean essi le barbe a somiglianza de’Caproni; e il loro corpo, generalmente parlando, era del colore della pelle di bufalo. Io gli scorgeva a rampicarsi sopra grand’Alberi con tanta agilità, come potrebbe farlo uno scojattolo; mercè che aveano nerborute zampe che terminavano in uncinate punte. Facevano terribili salti, e correvano prodigiosamente veloci. Più che i maschj eran picciole le loro femmine; le cui poppe pendevan loro fra’piedi dinanzi, e incamminando radevan la terra. Di differenti colori erano i crini di quelle bestie d’amendue i fessi: bruni gli uni, rosi gli altri, quegli neri, gialli finalmente questi. A prender tutto, non so risovvenirmi d’aver veduto, in veruno de’miei Viaggj, Animali più nauseanti, nè più opposti al mio genio. Avendo dunque, anche troppo, soddisfatta la mia curiosità proseguì il mio cammino, lusingandomi che alla capanna di qualcheIndianoei mi guiderebbe. Tirati innanzi appena alcuni passi, diedi del naso in una di quelle creature or ora mentovate. Il sozzo mostro non aveami quasi scoperto, che misesi a fare molte morfie, in cui credei di figurare lo stupore di lui: ed accostatosi poscia a me, le sue zampe levò, senza che io sapessi se ciò egli facesse per malizia, o per semplice curiosità. Ma dubitando d’equivoco, die di mano alla spada, e lasciai gli andare una piattonata; imperocchè io non cercava di ferirlo, per timore che cotale violenta azione a riguardo d’una bestia che poteva lor appartenere, non irritasse gli Abitanti contra di me. Con tutto questo, riuscì il colpo non poco doloroso; perchè l’animale gettando strepitosi gridi prese la fuga, traendo fuori del vicino campo una quarantina di mostri della spezie stessa di lui, i quali d’assai mal occhio mi risguardarono. Temendo, non ostante, di qualche insulto, assicurai le spalle ad un albero, e mi feci largo con la mia spada; tutto che, per vero dire, non mi trovassi con l’intero mio comodo.
In un imbroglio di questa fatta, qual non fu il mio stordimento; quando vidi quegli animali a mettersi in salvo a tutte gambe, e a lasciarmi proseguir il Viaggio con libertà, senza che possibil mi fosse di comprendere la cagione di cangiamento così improvviso? Ma girato il capo a sinistra, ravvisai un Cavallo che a piccioli passi se ne stava spasseggiando nel Campo; ed era questo Cavallo, che prima di me avevan eglino veduto, quello il quale, per quanto dappoi ne seppi, era il motivo della loro fuga. Parvemi il Cavallo alquanto sbigottito in guardandomi, ma rimessosi immediate dal suo spavento, considerò il mio volto con indizj manifesti di maraviglia: contemplò attentamente le mie mani e i miei piedi, e d’intorno al mio corpo molte volte girò. Continuar io volea la mia strada; ma egli me la serrò in traversandola; tutto che per altro, non avesse l’aria minaccevole, e che mi paresse non intenzionato di praticarmi la menoma soperchieria. Per alcuni minuti ce ne ristemmo amendue in cotale situazione; alla fine fui sì ardito di stendere la mano sopra il suo collo, con intenzione di vezzeggiarlo, servendomi di quella sorta di fischio e di parole ond’usano i Cozzoni, quando maneggiar vogliono un Cavallo straniero. Ma quell’animale parve sdegnare i miei blandimenti: essendo che crollò la testa, increspò le ciglia, e con la dritta gamba del dinanzi allontanò leggermente il mio braccio: dopo di che tre o quattro volte annitrì, ma in un modo sì straordinario, che credetti ciò fosse una spezie di sua particolare favella.
In questo mentre sopraggiugne un secondo Cavallo, il qual accostossi all’altro con un’aria disinvolta e civile, gli annitrisce alcuni suoni, che mi parvero articolati, e ne riceve una risposta del genere medesimo. Si scostarono d’alcuni passi ambidui, come se avessero voluto conferir insieme, spasseggiando avanti indietro l’uno a fianco dell’altro nella guisa stessa che è praticata da chi vuol liberare sopra un negozio importante; ma girando sovente gli sguardi verso di me, come per impedirmi il suggirmene. Non saprei esprimere la mia sorpresa nel veder operare somiglianti cose ad Animali bruti, e ne conchiusi, che se gli Abitanti del Paese dotati fossero d’un grado di ragione proporzionato a quell’ordinaria superiorità che anno gli Uomini sopra i Cavalli, conveniva necessariamente che fossero il più saggio Popolo della Terra. Una tal riflessione m’incoraggiò ad avanzar cammino, e suggerirmi il disegno di più non fermarmi, se trovata non avessi qualche Abitazione, o alcun Villaggio; o per lo meno, qualcuno de’Naturali del Paese. Piano piano già mi andava sottraendo; allorchè il primo de’due Cavalli, il qual era un Leardo ruotato, guatando il mio scampo si mise ad annitrire dietro di me con un tuono sì assoluto, che di capire ciò ch’ei dir volesse m’immaginai, e perciò me ne rivenni per attendere gli ordini di lui. Il meglio che seppi dissimulai il mio spavento; poichè, senza che io il giuri, il Leggitore crederà facilmente, che non poca potesse essere la mia pena nell’incertezza del fine d’una somigliante Avventura.
Si fecero accosto di me i due Cavalli, risguardando con somma attenzione la mia faccia e le mie mani. Il Leardo, con l’unghia del piede dritto del dinanzi toccò il mio cappello da tutti i lati, e talmente lo scompose, che fui costretto di levarmelo per rassettarlo: Azione, che sembrommi gettar quel Cavallo, e il suo Compagno altresì (ch’era un bajo scuro) in un’ammirazione che non può esprimersi. Toccò quest’ultimo il lembo del mio vestito, e trovando ch’ei non faceva parte del mio corpo, palesò nuovi contrassegni di sua sorpresa. Le mie scarpe e le mie calze molto imbrogliarono entrambi, che aveanle esattissimamente disaminate, annitrendosi l’un con l’tro, e facendo molte gesta, che a quelle che fa un Filosofo, il qual procuri di spiegare qualche nuovo e difficile Fenomeno, non male rassomigliavano.
Per dir brieve; mi parvero sì sagge e sì piene d’intelligenza le maniere tutte di quegli Animali, che conchiusi, che conveniva necessariamente che fosser due Stregoni così trasformati, e che vedendo uno Straniere, formato avessero il disegno di ricrearsi a mie spese; o che forse realmente fossero trasecolati della vista d’un Uomo sì diverso in vestimenta e in figura dagli Abitanti d’un Paese così rimoto. Questo bello e ben fondato ragionamento mi rendè ardito per tener loro il seguente discorso.
Signori: se siete Stregoni, come è assai probabile, vi son congnite tutte le Lingue; e perciò prendomi la libertà di dire alle Signorie Vostre, che io sono uno sgraziatoInglese, gettato da’suoi infortunj sulle vostre spiagge. Priegovi per tanto di permettere che io monta sopra uno di voi due, come realmente fosse un Cavallo, e di portarmi a qualche abitazione, o a qualche Villaggio. Vi giuro che non obbligherete una persona ingrata; poichè regalerovvi di questo coltello e di questo braccialetto, (che inciò dire tolsi dalla mia saccoccia.) Se ne stettero profondamente mutole nel frattempo che io parlava le due Creature, e manifestarono d’ascoltarmi con molta attenzione; e finito che io ebbi, l’una coll’altra parecchie volte annitrironsi; nè più nè meno, come se impegnate fossero in una seriosa conversazione. Osservai che il loro linguaggio esprimeva assai bene gli affetti; e che i termini si potevano ridurre in Alfabeto, più agevolmente che que’de’Chinesi.
Gli udì più fiate pronunziare la parolaYahoo; e comechè mi riuscisse impossibile d’indovinare ciò ch’ella significasse, pruovai, non ostante, in tempo che que’Signori se ne stavano in trattenimento, di profferirla ancor io. Subito che mi avvidi ch’essi tacevano, dissi ad alta voceYahoo, imitando nel tempo stesso al possibile il nitrito d’un Cavallo; dal che non restarono ambidui mediocremente sorpresi; e il Leardo ripetè tre volte il vocabolo medesimo, come se avesse voluto instruirmi del vero accento; nel che lo imitai alla meglio, e trovai che ciascuna volta io pronunziava men male, non ostante che tuttavia fossi molto lontano dal punto di perfezione. Il Bajo scuro poscia saggiò la mia capacità a riguardo d’un secondo termine, la cui pronunziazione era molto disagevole; voglio dire quegli diHouyhnhnm. Non ci riuscì sì bene in questo come nell’altro; ma dopo due o tre esperimenti, la faccenda andò meglio, e i miei due Maestri parvero estremamente stupiti dell’abilità del loro Discepolo.
Dopo alcuni altri discorsi, che per quanto ne conghietturai risguardavano me, i due Amici presero congedo un dall’altro: il Leardo fecimi segno che io camminassi innanzi a lui: nel che giudicai a proposito d’ubbidirgli, finchè una miglior guida trovata avessi. Quand’io andava troppo lentamente, ei mi gridavaHuhuum.Huhuum.Indovinai il suo pensiero, e gli diedi ad intendere che io era stanco, e che possibile non mi riusciva di progredire: egli ebbe la bontà d’arrestarsi alquanto, perchè avessi l’agio di riposarmi.
UnHuyhnhnmguida l’Autore alla sua Casa. Descrizione di questa Casa. Maniera con cui vi è ricevuto l’Autore. Nutritura degliHoyhnhnms.E’l’Autore provveduto d’alimenti doppo d’aver temuto di mancarne. Suo modo di nutricarsi in quel Paese.
TRE miglia in circa fatte avevamo, allorchè pervennimo ad una lunga fabbrica di legname, il cui tetto era basso e coperto di paglia. Cominciai quell’instante ad incoraggiarmi, e trassi dalla mia tasca alcune di quelle cosuzze, che per ordinario i Viaggiatori an sempre con esso loro, per farne a poche spese regali magnifici agl’Indiani dell’America. Trassi, dissi, dalla mia tasca alcune di quelle cosuzze, con la speranza di conciliarmi, per tal mezzo, l’affetto degli Abitatori di quella Casa. Che io entrassi il primo fecimi segno il Cavallo. L’eseguj, e mi trovai in un’assai propia stalla, ove non mancava nè rastrello, nè greppia. Vi stavano tre Cavalli, e due Giumenti che non mangiavano, ma taluno di essi se la passava sedendo su’suoi garetti; il che recommi un’estrema maraviglia, e questa si rinforzò, quando vidi gli altri impegnati nell’esercizio stesso, che da’nostri Palafrenieri è praticato nelle nostre stalle. Un somigliante spettacolo mi rassodò nel primo pensiero, che un Popolo capace di render colti fin a un tal segno de’bruti, non potea non essere il più saggio, e il più abile Popolo della Terra. Il Leardo ruotato entrò allora, e prevenne qualche mal termine che avrebbono potuto farmi gli altri: Anitrì loro in diversi tempi con un tuono d’autorità, e sempre n’ebbe le dovute risposte.
Al di sopra di quella foggia d’Apartamento ove noi eravamo, aveavene altresì tre altri in un solo piano, a cui tre porte, l’une rimpetto all’altre, davan l’ingresso. Pel secondo Appartamento ci rendemmo alla porta del terzo, dove entrò solo il Caval Leardo, facendomi segno di quivi attenderlo. Ubbidj, e in aspettando, alestj i presenti pel padrone, e per la padrona della Casa. Consistevano questi presenti in due coltelli, in tre manigli di perle false, in un picciolo cannocchiale, e in un vezzo di vetro. Tre o quattro volte il Cavallo annitrì; ed io mi figurava d’intendere cadauna risposta pronunziata con voce umana; ma un nitrito altresì articolato, tutto che più sottile del suo, fu tutta la risposta ch’egli ebbe. Passavami per la mente che quell’abitazione appartenesse a qualche persona del primario carattere, giacchè vi voleano tante cerimonie per esservi ammesso: parendomi totalmente incredibile che un uomo di qualità da soli Cavalli servito fosse.
Temei per un instante che i miei infortunj, e i miei patimenti non mi avessero offuscato il cervello: guardai d’intorno a me nella stanza ove io era stato lasciato solo, e la trovai come la prima, tutto che d’alquanto maggior propietà. Stroppicciami gli occhj molte volte; ma costantemente furono essi colpiti dagli oggetti medesimi. Le braccia e le coste mi bezzicai per isvegliarmi, con la lusinga che fosse un sogno tutto ciò che io vedeva; dopo di che fui costretto d’attribuire ogni cosa alla Magia. Ma nel forte di somiglianti mie riflessioni interrotto fui dall’arrivo del Leardo, che mi accennò di seguirlo nel terzo Appartamento; ove vidi una gentilissima Cavalla con due puledri, tutti e tre assisi sopra stuoje di paglia assai ben lavorate, e dell’ultimo buon gusto.
Immediate che la Cavalla mia ravvisò levossi dalla sua stuoja, si mise accosto di me, e dal capo a’piedi disaminommi; esame, che terminò con una disprezzante occhiata, e rivoltasi poscia verso il Cavallo, intesi che sovente ripetevano entrambi il termine diYahoo; termine, onde per anche io non ne comprendeva il significato, non ostante che fosse il primo che a pronunziare io appreso avessi; ma troppo non tardai a ben capirne il senso, avend’io pagata una tal cognizione con la più crudele di tutte le mortificazioni: Mercè che il Cavallo, facendomi cenno con la sua testa, e replicando il vocaboloHhuum,Hhuum,nella guisa stessa che praticato avea in sul cammino; il che volea dire (come già lo spiegai) che seguirlo io dovessi; in una spezie di Corte, ove aveavi un’altra fabbrica in qualche distanza della Casa, mi condusse. In quella fabbrica dunque entrammo; e vi vidi tre di quelle detestabili Creature da me immediatamente riscontrate dopo il mio arrivo nel Paese, che si pascevano di radici, e della carne di alcuni Animali, che dappoi seppi ch’erano stati Asini, Cani, e Vacche morti di malattie. Con forti funi eran elleno legate tutte pel collo ad una trave, tenendo il lor mangiare fra l’ungie delle zampe d’innanzi.
Il Padron Cavallo commandò ad uno de’suoi domestici, ch’era un Cavallo sauro, disciogliere la più grande di quelle bestie, e di condurla nel cortile di dietro. Vi fui condotto ancor io, e ciò col disegno di paragonarci insieme: il che il Padrone ed il servidore effettuarono con molta esattezza, ripetendo ambidui molte volte la parolaYahoo. Non saprei esprimere l’orrore e lo spavento che presemi, quando mi avvidi che l’abbominevole mostro aveva sembiante umano. Per vero dire, era più largo il suo ceffo, più schiacciato il naso, le labbra più grosse, e più fessa la bocca, che non l’anno d’ordinario gliEuropei: ma cotale difformità scorgonsi nella maggior parte delle Selvagge Nazioni. I piedi d’avanti delYahooin nulla differivano dalle mie mani, se eccettuinsi l’unghie ch’erano più lunghe: come più irsuti, e più bruni erano gli piedi stessi. Aveavi la conformità medesima, e la medesima differenza fra’nostri piedi: ma i Cavalli non se ne accorsero, perchè i miei dalle scarpe e dalle calze erano ricoperti.
La sola difficoltà che i due Cavalli tenea sospesi era, il vedere che il restante mio corpo non rassomigliasse per nulla affatto quello d’unYahoo: disuguaglianza, onde io aveane la totale obbligazione a’miei vestiti, che per coloro riuscivano una cosa interamente nuova. Offrimmi il Sauro una radice, ch’ei teneva fra l’unghia del suo piede, e il suo pasturale: Io la presi: ma gustata avendola, con la più possibile civil maniera gliela rendei. Trasse egli dal canile delYahooun non so qual cibo che puzzava sì forte, che io girai la testa, facendo alquante sdegnose e nauseate morfie; il che appena egli osservò, che alYahoogettò il cibo, e fu questi con avidezza divorato da lui. Mi mostrò poscia un monticello di fieno, e un quartiere di biada; ma il capo crollai, manifestando che nè l’una, nè l’altra cosa servir mi potevano di nutritura. E per dirla schiettamente, cominciai allora a temere di morirmi di fame, se in alcuno della mia spezie non mi fossi abbattuto; Essendo che, per quello spetta a que’sozziYahoos, confessar deggio, che non ostante la cordial tenerezza che io professava allora alla Natura umana, non mi venne mai fatto di vedere un Essere, che per tutte le ragioni più mi disgustasse. Cosa più singolare si è, che tutto che ci avvezziamo a qualunque sorta d’animali, i soliYahoosmi son paruti sempre più abbominevoli, a misura che più gli ho conosciuti. Il Padron Cavallo raffigurò abbastanza sulla mia faccia l’aversione che io aveva per quelle bestie; e per obbligarmi, rinviò ilYahoonel suo canile. Dopo ciò: avvicinò alla sua bocca l’ungia del suo piede d’innanzi: dal che non ne restai mediocremente sorpreso, comechè il facesse in un modo assai agevole, e con un muovimento che mi sembrò perfettamente naturale. A questo primo segno ei ne aggiunse degli altri, affin di pregarmi di dargli a conoscere ciò che volentieri mangiato avrei; ma di fargli una risposta ch’ei potesse comprendere, totalmente impossibile mi riuscì. Standocene amendui in un tal imbroglio, passò una Vacca accosto accosto di noi. Io l’accennai col dito, e mostrai la voglia che io avea di mugnerla. Intesemi il Padron Cavallo; piochè ordinò ad una Cavalla, la qual era una delle fantesche dell’abitazione, di diserrar una stanza, ove aveavi molti vasi di terra, e di legno riempiuti di latte. Me ne offrii ella un buon boccaluzzo pieno, che in un solo fiato, e con un piacere indicibile, tracannai.
Verso il mezzo giorno, vidi sopraggiugnere alla nostra Casa una spezie di Vettura tirata da quattroYahoos. Adagiavasi in questa Vettura un Vecchio Cavallo, che avea la portatura d’un non so che di qualificato. Nello scendere, mise prima a terra i suoi piedi di dietro, avendo qualche impedimento nel suo piede sinistro d’avanti. Veniva egli a pranzo col nostro Cavallo, che il ricevette con sonore rimostranze d’amicizia. Mangiarono essi nel più bello Appartamento, e di vena bollita nel latte fu il secondo loro servito. Erano le lor mangiatoje situate in circolo nel mezzo della Stanza, e divise in compartimenti eguali; davante a cui eran eglino tutti assisi, avendo ciascheduno un fastello di paglia che serviva gli di sedile, o di tappetto. Nella guisa stessa delle mangiatoje era diviso il rastrello, dal che provenivane che cadaun Cavallo, e cadaun Giumento mangiava ilpeculiare suo fieno, e la sua composizione di vena e di latte, con molta decenza, e con molta regolarità. Mi ordinò il Caval Leardo di starmene accanto di lui; e per molto tempo quistionò sul mio proposito col suo Amico, per quanto conghietturar ne potei delle frequenti occhiate onde mi onorava il Forestiere, e della sollecita repetizione della parolaYahoo.
Terminato il pranzo, il Padron Cavallo presemi in disparte; ed ora co’cenni, ed ora colle parole, chiaramente mi palesò la prima inquietudine, perchè io non avessi di mangiare. In loro lingua,Hlunnksignifica vena. Due o tre fiate io pronunziai questo termine; imperocchè, non ostante che da principio non ne avessi voluto dopo una matura riflessione trovai che potea farne una spezie di pane; il qual rimescolato col latte, valuto mi avrebbe di nutrimento, finchè cogliessi l’opportunità di salvarmi in qualche Paese abitato da Uomini. Sul fatto stesso ordinò il Cavallo a una Giumenta bianca di recarmi in una sorta di tinozza una buona porzione di vena. Riscaldai al fuoco, il meglio che potei, questa vena, e ne strofinai le grana finattanto che la scorza, che procurai poscia di separarne, tolta ne fu: e susseguentemente la schiazziai fra due pietre; dal che formossene una spezie di pasta, che frammescolata coll’aqua, ed indi sectata al fuoco, mi tenne luogo di pane. A prima giunta mi parve insipido questo pane, tutto che inEuropasienvi molti Paesi, ove se ne mangia di somigliante. Ma poco a poco mi ci costumai; oltrechè, come non era questi il primo mio saggio difrugalità, non fu neppure il primo esperimento, onde mi rendei convinto che di poco la Natura si appaga. Ed è cosa assai notabile, che in tutto il tempo del mio soggiorno in quell’Isola, si mantenesse perfettissima, senza la menoma interruzione, la mia sanità. Veramente, procurai talvolta d’andar in busca di qualche Coniglio, o di prendere al laccio, fatto di crini diYahoos, qualche uccello; e allo spesso rintracciai dell’erbe medicinali, che io facea bollire o che mangiava in insalata; e di tempo in tempo composi un poco di butiro, di cui poscia il siero io ne bevea. I primi giorni del mio arrivo mi sapeva male l’insipidezza, ma insensibilmente io mi avvezzai; osando di dire che l’uso frequente che noi ne facciamo ne’nostri pasti, è una corruttela del gusto, il qual dee la sua origine alla qualità che ha il sale di provocar al bere quegli medesimi che, senza questo, troppo berebbero; essendo che, non veggiamo, se eccettuisi l’Uomo, animale veruno che ne rimescoli ne’suoi alimenti: E per quanto tocca a me: lasciata ch’ebbi quelle Regione, vi volle un tempo assai considerabile, prima che potessi riaccostumarmivi.
Ma eccone abbastanza sull’articolo della mia nutritura: articolo, su cui con ispecifica diffusione trattano quasi tutti gli Viaggiatori: come se chi gli legge fossevi personalmente interessato. Con tutto ciò: gli era necessità che parola ne facessi, per timore che non si pensasse, ch’era impossibile che per lo spazio di tre anni, in un tal Paese, e fra cotali Abitatori, alimenti trovar potessi.
Arrivata la sera, il Padron Cavallo ordinò il luogo del mio dormire. Una picciola stalletta fu la mia stanza, lontana per sei verghe dalla Casa, e disgiunta dal Canile degliYahoos. Quivi mi corcai sopra un poco di paglia, con cui io avuta avea l’attenzione di formarmene una maniera di letto. Mi valsero di coperte le mie vestimenta, e asserir posso che dormì perfettamente bene. Ma poco tempo dopo vi fui adagiato meglio come il Leggitore resterà instrutto a suo luogo; cioè, quando della mia foggia di vivere distintamente il ragguaglierò.
Applicasi l’Autore ad apprendere la favella del Paese, e il suo Padrone,l’Houyhnhnms, gliene da delle lezioni. Descrizione di questa favella. MoltiHouyhnhnmsdi qualità vanno a visitare l’Autore. Fu egli al suo Padrone un compendiato racconto del suo Viaggio.
PRimaria mia applicazione si era ad apprendere la Lingua, che il mio Padrone (che così il chiamerò da quì innanzi,) i Figlivoli di lui, ed altresì i Domestici tutti della Casa, egualmente solleciti, faticavansi d’insegnarmi, riputando eglino come un prodigio, che un animale bruto esibisse tanti apparenti contrassegni di ragione. Io mostrava qualunque cosa col dito, e ne chiedeva il nome, che poscia si scriveva da me nel mio taccuino, quando mi trovava solo. Quanto all’accento m’ingegnava d’acchiapparlo, pregando que’della Casa di ripetere molte volte itermini medesimi: nel che un Cavallo sauro, il qual non era che un famiglio di stalla, fummi molto fruttuoso.
Più che alcun’altra favella dell’Europaaccostasi la favella loro allaTedesca;ma l’è molto superiore in graziofità e in energia. L’ImperadorCarloV. fece la riflessione medesima allorchè disse; che se egli avesse dovuto parlare a’suoi Cavalli, non l’avrebbe fatto che inTedesco.
Furono sì grandi la curiosità e l’impazienza del mio Padrone, che impiegò egli molte ore del giorno ad instruirmene. Era persuaso, come poscia mel dichiarò, che io fossi unYahoo: Ma ciò che egli comprendere non potea, era la mia docilità, la mia aria civile, e la mia propietà; caratteri onde verun degliYahoosdel Paese, dotato non era. Un’altra maraviglia impossibile a concepirsi da lui erano i miei vestiti; mercè che egli s’immaginava che formassero parte del mio Corpo, avendo io l’attenzione di non ispogliarmene mai se tutta la famiglia non si fosse ritirata: e di rivestirmene la mattina innanzi che alcuno si fosse alzato. Moriva di voglia il mio Padrone di sapere donde io venissi, come avessi acquistate le apparenze di ragione ch’egli scopriva in tutte le mie azioni, e d’intenderne le Storia della viva mia voce: il che lusingavasi che ben presto io fossi in istato d’effettuare, attesi i gran progressi che io ne avea già fatti, apprendendo e pronunziando i loro termini, e le loro frasi. Per recar qualche ajuto alla mia memoria, m’avvertì di far registro di tutti i vocaboli che io imparava, con la loro traduzione accanto. Di sì gran soccorso mi riuscì questo metodo, che alla fine la presenza stessa del mio Padrone non mi tenne impedito dallo scrivere in carta alcuni termini, e alcune maniere di discorrere. Stentai molto in ispiegargli ciò che io faceva; non avendo gliHouyhnhnmsla menoma idea di tutto ciò che Libri, oppure Scritture, noi chiamamo.
Nello spazio di dieci settimane fui capace d’intendere la maggior parte delle sue quistioni; e alcuni giorni dopo, di fargli passabilmente la risposta. Spasimava egli di brama che gli raccontassi da qual Regione distaccato mi fossi, e chi insegnato mi avesse ad imitare una Creatura ragionevole; a cagion che gliYahoos(a’quali egli osservava che io esattamente era somigliante nella testa, nelle mani e nella faccia, ch’erano le sole parti del mio Corpo che visibili fossero,) eran fra loro’sempre passati per gli men disciplinabili di tutti gli Animali feroci. Risposigli, che io me ne veniva pel Mare da un assai rimoto luogo, con molte altre Creature della mia spezie, e in un gran Vascello incavato fatto di legne: Che i miei compagni mi aveano a forza messo su quella spiaggia, e mi vi aveano abbandonato. Non seguì che con estrema difficoltà, e con l’ajuto di molti segni che gli feci ciò comprendere. Ei ripigliò, che conveniva necessariamente che io m’ingannassi, o che gli dicessila cosa che non è, (poichè in loro Lingua non anno termine di sorta per ispiegare ciò che noi chiamamo falsità o menzogna.) Io so, continuò egli, ch’è impossibile che siavi un Paese di là dal Mare, o che una truppa di bruti siacapace di condurre in sull’acqua un Vascello di legno: NiunoHouyhnhnmal Mondo ha il talento di costruire una somigliante vettura; e neppure è così imprudente per affidarne a degliYahoosla direzione.
Il vocaboloHouyhnhnmsignifica in loro idioma unCavallo, e nella sua etimologica origine,la perfezione della Natura. Dissi al mio Padrone che l’espressione m’imbrogliava; ma che a costo d’un fisso studio avrei procurato di superare in poco tempo questa difficoltà, lusingandomi di essere ben presto in istato di narrargli gran maraviglie. Compiacquesi egli di dire alla sua propia Cavalla, a’suoi due Puledri, e a tutti i Domestici di sua Casa, di non ommettere veruna opportunità d’ammaestrarmi, ed egli stesso per due o tre ore di cadaun giorno si prendeva questo fastidio. Molti Cavalli ed alcuni Giumenti qualificati del Vicinato, vennero alla nostra abitazione, sulla fama che si era sparsa, che aveavi unYahooche parlava come unHouyhnhnm; e nelle parole e nelle azioni di cui, scuoprivasi qualche barlume di ragione. Parve che molto gustassero que’Forestieri del mio trattenimento; praticate avendomi molte interrogazioni, alle quali secondo il mio possibile soddisfeci. Tanto ne profittai di tutti questi mezzi, che cinque mesi dopoil mio arrivo, io ben capiva tutto ciò che si diceva, ed lo stesso mi esprimeva passabilmente bene.
GliHouyhnhnmsche a visitar vennero il mio Padrone col disegno di vedermi e di discorrer meco; non diedero indizj d’essere persuasi che io fossi un veroYahoo, perchè io era coperto diversamente da quel che il sono questi animali. Per fino allora mi era determinato di tacere in proposito a’miei vestiti, per distinguermi, per quanto fosse possibile, da quella maledetta razza diYahoos; ma alcuni giorni dopo mutai parere; e credei un tratto di mia ingratitudine il farne per maggior tempo un arcano al mio Padrone. Oltre che, io meditava, che si sarebbero ben presto consumate le mie vestimenta e le mie scarpe, e che per necessità avrei dovuto farmene d’altre di pelle d’Yahoos, o qual altro animale si fosse; dal che si sarebbe manifestato tutto il misterio. Dissi dunque al Padrone, che nel Paese donde io veniva, que’della mia spezie coprivansi il corpo di pelo di certe bestie, industriosamente lavorato: e ciò per decenza, ed anche per guarentirsi dalle ingiurie dell’aria: Che se egli il volea, io offrivami di mostrargli in mia persona un saggio della verità di ciò che io avanzava; purchè egli mi permettesse d’occultar a’suoi occhj quelle parti che la Natura di tener nascosse c’insegna. Risposemi il Padrone, che sembravagli molto strano il mio ragionamento, ma spezialmente la conchiusione: Che non potea egli comprendere come la Natura c’insegssasse a nascondere la propia sua opera: Che nè egli, nè veruno di sua Famiglia arrossavasi di veruna parte de’loro Corpi; ma che io era l’Arbitro di far quel che volessi su quest’articolo. Cominciai allora dallo sfibbiare i bottoni dal Giubbone, e dal togliermelo d’indosso con la mia veste. Levai altresì le mie scarpe e le mie calze, e per compimento di soddisfazione della curiosità di lui, gli mostrai il mio petto e le mie braccia tutte ignude.
Con la più avida curiosità considerò il Padrone questi differenti oggetti. Prese, pezzo per pezzo, tutti i miei vestiti nel suo pasturale, e attentamente gli disamino; dopo di che, avendo con uno de’suoi piedi d’innanzi lisciate alcune parti del mio corpo, dissemi, che in sentenza sua io era un perfettoYahoo: Che la sola differenza che passava tra me, ed il resto della mia spezie, consisteva in ciò che io avea la pelle più bianca, più dilicata e più morbida: e le unghie delle zampe del d’avanti e del di dietro più corte che gliYahooscomuni; ed eziandio consisteva nell’affettazione di camminar sempre co’miei piedi di dietro. Aggiunse, che di più non volea vederne, e che come sembravagli che io avessi freddo, così io poteva riprendere i miei vestiti.
Gli espressi qualche mio rammarico perchè sì frequente avessemi dato il nome diYahoo, il qual era un Animale odioso, da me al maggior segno dispregiato ed avuto in abbominazione. Il supplicai di non più valersi a mio riguardo d’un titolo sì oltraggioso; e di fare che que’della sua Famiglia e gli Amici, a’quali egli permetteva di venir a vedermi, avessero l’attenzione medesima. A questa grazia lo scongiurai d’aggiugnerne un’altra, cioè di non palesar a chi che fosse che ciò che scorgevasi non fosse il mio vero corpo; mercè che spacciati si avrebbe gli Abiti miei come una spezie d’artifizio, con cui persuader volessi che io non fossi unYahoo.
In una maniera la più graziosa del Mondo soscrisse il Padrone alle mie instanze;e così il segreto restò custodito finchè le mie vestimenta cominciassero a logorarsi, ed obbligassermi ad aver ricorso a diversi espedienti per rappezzarle, come a suo luogo il dirò. Nel tempo stesso mi pregò d’impiegarmi con tutta la possibile diligenza ad instruirmi del Linguaggio del Paese; essendo che più rendevanlo attonito la mia intelligenza, e la mia facoltà di discorrere, che la figura del mio corpo, fusse egli coperto o no: aggiungendo che stava egli impazientissimo d’intendere le maraviglie che di narrargli io avea promesso.
Da quell’instante innanzi raddoppiò egli il suo fastidio per ammaestrarmi; mi volle con esso lui in tutte le ragunanze, e faceva che tutti gli Astanti mi trattassero con molta cortesia; imperocchè, come egli il diceva loro in quattr’occhj, ciò renduto mi avrebbe di buon umore e più conversevole.
Ciascun giorno che io andava a porgergli i miei saluti, alla briga ch’ei prendevasi d’instruirmi, egli univa delle quistioni in proposito di me medesimo; ed io procurava di supplirvi con tutto il mio potere; e con questo mezzo gli avea esposte alcune generali idee, tutto che imperfette.
Sarebbe cosa molto molesta il voler descrivere i differenti gradi, per gli quali passar dovei prima d’essere capace d’una conversazione alquanto continuata. Ecco la prima di quelle conversazioni. Per apaggare la curiosità del Padrone, che sin allora io non avea che eccitata con risposte mal espresse e peggio ancora intese, dissigliun giorno: Che io veniva da un Paese molto lontano, come io già aveva avuto l’onore di accennarglielo, in compagnia d’una cinquantina d’Animali della mia spezie: Che avevamo traversati molti Mari in un Vascello di legno, più grande che la casa di lui. E quì gli feci la più esatta descrizione che potei del Vascello; e procurai di dargli ad intendere con la comparazione del mio fazoletto spiegato, come questo Vascello era stato sospinto dal vento: Che i miei uomini, essendosi ribellati contra di me, mi aveano messo a terra su quella spiaggia, ove immediate io riscontrati avea quegli esecrabiliYahoos,dalla cui persecuzione aveami guarentito il di lui sopraggiugnere. Ei mi ricercò chi avesse costrutto il Vascello; e come possibil fosse che gliHouyhnhnmsdel mio Paese affidata ne avessero a Bruti la direzione? Io replicai, che non avrei l’animo di proseguire la mia relazione, se egli non s’impegnasse in parola d’onore di non aversene a male, e che a questo patto gli racconterei le maraviglie, onde sì spesso io gliene avea parlato. Ei mel promise; e quindi il mio ragionamento continuai: assicurandolo che il Vascello era stato fabbricato da Creature come me; le quali, in tutte le Regioni che io aveva scorse, ed altresì nella mia, erano i soli Animali di ragione dotati; e che al mio arrivo in quel Paese; io era rimasto tanto attonito di scorgere gliHouyhuhumsad operare come Esseri ragionevoli, quanto egli, o gli Amici suoi, l’avean potuto essere in iscoprendo caratteri d’intelligenza in una Creatura, che egli si compiaceva di confondere con gliYahoos, a cui io non volea già negare di rassomigliarmi in alcune circostanze, ma non certamente nella ferocia e nella bestialità. Dissi di più, che se mai godessi della buona sorte di ritornamene alla mia Patria e di potervi narrare i miei viaggj, come n’era la mia intenzione, ognuno taccerebbemi di dire lacosa che non è; e che, malgrado il profondo rispetto che io avea per lui, per la sua Famiglia, per gli suoi Amici, asserirgli io poteva, che i miei Compatriotti durerebbono gran fatica a credere, che al Mondo fossevi un Paese, ove gliYahoosfossero Bruti, e gliHouyhnhnmsCreature ragionevoli.
Intelligenza degliHouyhnhnmsin proposito del vero e del falso. Discorso dell’Autore disapprovato dal suo Padrone. Introducesi l’Autore in un racconto più specificato di se medesmo, e degli avvenimenti del suo Viaggio.
AScoltò il mio Padrone ciò che testè io gli avea detto, con quell’aria d’imbroglio che palesasi quando ci vengono rappresentate cose che si dura fatica di comprendere, il che proveniva, perchè l’idee diDubbio, e d’Incertezza a riguardo della verità d’un fatto, erano totalmente una novità per lui: E mi rammentò che in molti discorsi ch’ebbi con esso in materia degli Uomini in generale, essendo io sforzato di parlargli delleMenzogneond’eglino si prevalgono per iscambievolmente ingannarsi, fu estrema la mia difficoltà per ottener l’intento di farmi intendere; tutto che, per altro, egli avesse il più lucido concepimento del mondo. Ecco com’egli ragionava. L’Uso della parola è instituito per farci intendere, e per informarci di ciò che non sappiamo: Ora se alcuno dicela cosa che non è, rovescia quest’instituto; perchè; a parlar propiamente, dir non potrei che io il capisco, e ben lunge dall’instruirmi di qualche cosa, gettami in una condizione peggiore dell’ignoranza; poichè che ilNerosiaBiancoei mi persuade. Ecco tutta l’intelligenza ch’egli avea della Facoltà diMentire, che sì a perfezione posseggono gli Uomini.
Per rivenire al mio argomento; quand’ebbi detto, che gliYahooserano i soli Animali ragionevoli del mio Paese, dimandommi il Padrone se fra noi si trovasseroHouyhnhnms, e qual impiego fosse il loro? Gli risposi che ne avevamo un gran numero: che in tempo di State pascolavano essi nelle campagne, e nell’Inverno si custodivano nelle Case, ove gli nutrivamo di fieno e di vena, ed oveYahoosservidori, erano obbligati a pettinar loro il crinale, di nettar i loro piedi, di dar loro a mangiare, e di fare i letti loro. V’intendo, replicò il mio Padrone, e da quel che mi dite, concepisco che, qualunque sia la porzion di ragione che i vostriYahoospresumono di avere, gliHouyhnhnms, non ostante, sono i padroni vostri. Qual piacere sarebbe il mio, che i nostriYahoosfossero così sociabili! Il supplicai di permettermi di non dirne di vantaggio; imperocchè io stava perfettamente assicurato che lo scioglimento della da lui propostami difficoltà, non potrebbe non dispiacergli. Ma egli mi ordinò di parlar alla libera, e di non adirarsi diedemi parola. Accertato da tal promessa, gli dissi che i nostriHouyhnhnms, che nol chiamiamoCavalli, erano i più begli e i più generosi di tutti gli Animali che avessimo: che in forza e in velocità era ne eccellenti che appartenendo a persone di qualità, non erano impiegati che a portare i loro Padroni, o a tirare de’Cochj; trattati, per altro, assai bene, se pure non si ammalassero, o non divenissero bolsi, mercè che in tal caso erano venduti, e più di essi non si faceva che un uso basso, perfino alla loro morte; dopo di che si scorticavano per trarne qualche vantaggio dalla loro pelle, e gittavasi il resto del loro corpo in pasto a’Cani o agli Uccelli di rapina. Ma, io continuai, i Cavalli ordinarj non sono sì felici; poichè son mal nodriti, e adoperati da Castaldi o da Carretaj in fatiche assai più penose. Gli descrissi; per quanto seppi, la nostra maniera d’andar a cavallo: e altresì la forma e l’uso delle nostre briglie, delle nostre selle, de’nostri sproni e delle nostre fruste. L’informai poscia, che al di sotto de’loro piedi inchiodavano certe piastrelle d’una dura sostanza chiamataFerro, perche in camminando per sassosi sentieri, eglino non si facessero male.
Parve sdegnato del mio ragionamento il Padrone; con tutto questo si contentò di dirmi, ch’egli stupiva della nostra temerità di montare sopra la schiena d’unHouyhnhnm; essendo più che sicuro, che il più debole de’suoi domestici era capace di gettar a terra il più robustoYahoo, ed eziandio di schiacciar questa bestia col solo rotolarsi insul dorso. Risposi, che noi avvezzavamo i nostri Cavalli fin dall’età di tre anni o quattro a’differenti servigi a quali gli destinavano: Che gli straordinariamente viziosi di loro, erano impiegati nelle vetture: Che in tempo di lor gioventù gastigavansi severamente, per correggerli di quella sorta di difetti, a cui gli gastighi servir possono di rimedio: Che per rendergli più docili e più trattabili, si castravano, per la maggior parte, all’età di due anni: Che conveniva confessare ch’erano sensibili alle pene e alle ricompense; ma ch’egli era certo, che la menoma tintura di ragione non possedevano.
Costretto sui di valermi di molte circonlocuzioni per imprimere nel mio Padrone aggiustate idee di quanto io gli aveva esposto; essendo che non abbonda i termini la loro favella: consistendo in assai più picciol numero delle nostre, le loro necessità e le loro passioni. Ma riescemi impossibile d’esprimere il nobile risentimento che l’idea del trattamento crudele che pratichiamnoi a molti de’nostriHouyhnmsgl’inspirò: particolarmente dopo che spiegato gli ebbi il fine, che ci proponevamo da quella sanguinosa operazione; ciò è d’impedir loro la propagazione di loro spezie, e di rendergli più servili. Disse egli: che se possibil fosse che avessevi un Paese, ove gliYahoossoli fossero dotati di Ragione, bisognava per necessaria conseguenza ch’essi vi fossero altresì i Padroni, imperocchè a lungo andare, la Ragione la vinceva sempre sopra una cieca e brutale forza. Ma, che riflettendo alla forma de’nostri corpi, e in ispezieltà del mio, sembravagli che Creatura niuna, d’egual volume, men propi fosse ne’comuni affari del vivere, a far uso di questa Ragione; sopra di che pregommi di dirgli, se i miei Compatriotti rassomigliassero a me, oppure agliYahoosdelsuo Paese. Gli dichiarai che io era sì ben formato come la maggior parte degli Uomini di mia età; ma che i Giovani e le Femmine avean la pelle assai più dilicata; e che particolarmente quest’ultime, l‘aveano, per ordinario, così bianca come del latte. Vero è, mi soggiunse egli, che vi ha qualche differenza fra voi e gli altriYahoos; perocchè voi siete molto più propio, e non del tutto così difforme. Ma quanto al fatto, ei continuava, di vantaggi reali, essi mi erano superiori: Che le mie unghie, tanto de’piedi d’innanzi che di que’di dietro, non mi servivano a nulla: che in riguardo a’primi, egli impropiamente assegnava loro un tal nome, non avendomi mai veduto a camminarvi sopra: che non era sì dura la loro pelle per poter calpestrare le pietre: che pel più del tempo io non gli copriva di cosa veruna, e che la coperta ond’io talvolta gl’involgeva non era della figura medesima, nè così solida come quella che a’piedi dietro io metteva: che bisognava per necessità che io sovente cadessi, poichè era impossibile che sempre potessi tenermi ritto, poggiando sopra due soli piedi. Cominciò allora a far la critica dell’altre parti del mio corpo, dicendo che il mio naso sporgeva troppo in fuori: ch’erano sì concentrati nella testa i miei occhi, che volendo guardar qualche oggetto che mi fosse a’fianchi, mi conveniva girarla: che senza avvicinare alla mia bocca l’un de’miei piedi d’avanti, non poteva io nutricarmi: che per difendere il mio corpo contra il caldo ed il freddo, io era costretto di ricorrere a vestimenta, che togliere o rimettere cadaun giorno io non poteva, senza una pensione di molto tempo e di molta fatica. E finalmente, ch’egli avea riflettuto che tutti gli Animali del suo Paese naturalmente aveano dell’orror per gliYahoos: che i più deboli gli sfuggivano, i più forti lunge da se gli scacciavano. Donde conchiudeva, che col supporci dotati di ragione, men imbrogliato tuttavia non trovavasi, per sapere come potessimo recar rimedio a quella naturale antipatia, che tutte le Creature mostravano di avere contra di noi; nè per conseguenza come addomesticarle, e ritrarne servigi. Ma, proseguiva, io non voglio maggiormente internarmi in questa discussione, mercè che mi muojo di voglia d’essere instruito della vostra Storia, in qual Regione siate nato; e di tutto ciò che prima di qua venire vi sia accaduto di più importante.
Gli dissi, che avrei fatto tutto per rendere compiutamente appagata la sua curiosità, ma che io molto temeva non vi fossero molte cose, onde impossibile riuscissemi d’imprimergli le necessarie idee, non vedendo io nulla nel suo Paese da poterne fare in qualche modo la comparazione: Che non ostante mi accigneva a contentarlo sopra tutti gl’indicati articoli, supplicandolo tuttavia d’ajutarmi, quando rinvenir non potessi le dovute espressioni; il che con bontà ei mi promise. Cominciai dunque: Che i miei Parenti erano buoni Borghesi, stabiliti in un’Isola cheInghilterranoma val, tanto lontana dal Paese di lui, quanto uno de’suoi servidori penerebbe molto ad arrivarvi in un anno, quando anche non traviasse dal suo diritto cammino: Che i miei Parenti stessi avean mi fatta apprendere la Cirugia; e vale a dire, l’Arte di risanare le piaghe, e le contusioni che succedono al Corpo: Che il mio Paese era governato da una Donna che noi chiamiamoRegina: Che io aveva lasciata la mia Patria per accumular ricchezze; pel cui mezzo potessi al mio ritorno vivere nell’opulenza con la mia Famiglia: Che nell’ultimo mio Viaggio io era Comandante del Vascello, e che avea sotto di me una cinquantina diYahoos, i più de’quali erano morti in Mare; il che avea mi costretto di reclutargli con altri di differenti Nazioni: Che il nostro Vascello per due volte aveva scorso il pericolo d’abbissarsi; la prima, per una violenta burrasca; e per aver investito in uno scoglio la seconda. A questo passo interrupemi il Padrone, per dimandarmi, come mai persuader io potea Stranieri di diversi Paesi d’imbarcarsi con esso meco, se tanti risichi passati avea il mio Vascello, e se tanti Uomini mi erano morti? Gli risposi, ch’eran coloro canaglie di sacco e corda, obbligati d’abbandonare le loro Terre, a cagione de’loro misfatti, o o della lor povertà; Che le liti ne aveano ruinati alcuni; che altri si erano immersi nella miseria pel vino, per giuoco o per le Donne; che altri erano criminosi di tradimento; che un gran numero l’era altresì di omicidj, di furti, di veneni, di spergiuri, di moneta falsa, o di fuga; e che poco men che tutti si erano sottratti alle carceri: quindi provenendone che veruno d’essi non ardiva di rimettere il piede nella sua Patria, per timore d’essere appiccato pel collo, o di finir i suoi giorni nel sondo d’una tenebrosa prigione: e che perciò erano forzati di rintracciar il lor vivere in Regioni rimote.
Più d’una volta mi troncò il Padrone questo ragionamento, ed io mi era prevaluto di molte circonlocuzioni per fargli conoscere la natura de’differenti delitti, che la maggior parte della mia Ciurma ad abbandonare la propia Patria, indotta aveano. A forza di molte conversazioni finalmente compresemi, ma la necessità, o l’uso di questi delitti, era la cosa, ch’egli potea concepire il meno. Per rischiarare un tal punto, dovetti inserirgli alcune immagini della brama d’essere potente e ricco; ed eziandio de’terribili effetti dello Spirito di vendetta, di odio, di crudeltà, d’intemperanza, di voluttà. Perchè ei comprendesse somiglianti passioni, molti supposti, idonei ad inspirargli qualche intelligenza, formai. Dopo ciò: nella guisa stessa che un Uomo la cui immaginazione è colpita da un non so che ch’ei prima non avea ravvisato, e più a parlarne non avea inteso,con istordimento e con indignazione egli alzava i suoi sguardi. Possanza, Governo, Guerra, Leggi, Gastighi, e mille altre cose, non potevano essere espresse in quella favella per mancanza di termini: e quindi ne derivava il crudel mio imbarazzo di far concepire al Padrone ciò che dir io volea. Ma avendo egli una maravigliosa comprensione, finalmente arrivò a conoscere, se non perfettamente, per lo meno in gran parte, di che fra noi sia capace la Natura umana; e mi pregò d’entrar alquanto in una minuta narrazione degli Affari del Paese che io chiamavaEuropa, ma spezialmente di quegli della mia Patria.
Per ubbidire agli ordini del suo Padrone, lo informa l’Autore dello Stato dels’Inghilterra, ed altresì de’motivi della Guerra fra alcuni Potentati dell’Europa; e ad inspirargli qualche idea della Natura del GovernoIngleseincomincia.
E’Pregato il Leggitore a risovvenirsi, che ciò che al presente io son per dire è un estratto di molte conversazioni che per lo spazio di due anni e più, ebbi col mio Padrone. A misura che io progrediva nella favella degliHouyhnhnms, ei mi proponeva nuove quistioni. M’interrogò sopra lo Stato dell’Europa, sopra il commerzio, sopra le Manifatture, l’Arte, le Scienze; e cadauna mia risposta era incentivo di nuove dimande. Ma io quì solo registrerò in sostanza i trattenimenti che avemmo sul proposito della mia Patria; e gli disporrò in un cert’ordine, senza riguardo nè de’tempi, nè delle circostanze, che la opportunità n’esibirono. La sola cosa che m’imbroglia è, che riuscirammi disagevolissimo di riferire con fedeltà gli argomenti, e l’espressioni del mio Padrone. Ma mi si lusingo nulladimeno, che a dispetto d’una barbara traduzione, non si lascerà diravvisar la vaghezza e l’aggiustatezza dello spirito di lui.
Per ubbidir dunque a’suoi cenni, narraigli il celebre avvenimento conosciuto sotto il nome diRivoluzione; la lunga Guerra cominciata allora dal Principe d’Orangescontro allaFrancia, e rinfrescata dalla Regina Regnante; Guerra, in cui si sono impegnate quasi tutte le Potenze dell’Europa. A richiesta di lui, calcolai che pel corso di questa Guerra era stato ucciso un millione diYahoos, che di cento Città erano state prese, e tre volte più, tanti Vascelli colati a fondo. Mi dimandò egli quali fossero, per ordinario, le cagioni, perchè una Nazione prendesse l’arme contra d’un’altra? Risposi, ch’erano infinite queste cagioni; ma che gliene farei l’enumerazione delle principali: Che talvolta era l’ambizione de’Principi, i quali s’immaginano sempre che i loro Popoli e le loro Terre non bastino al loro Dominio: Talvolta la corruttella di que’Ministri, che impegnano i Sovrani loro in una Guerra per rendersi necessarj, o perchè alla loro pessima amministrazione non si rifletta: Che in fatto d’opinioni, la discrepanza avea costata la vita a molti milioni d’Uomini. Non vi ha Guerra più crudele, o più sanguinosa, o di maggior durata, quanto quella ch’è accesa dalla diversità d’opinioni; principalmente quando questa diversità non risguarda che cose indifferenti.
Talvolta due Principi, insieme la rompono per sapere qual de’due scaccerà un Terzo dagli Stati suoi, su’quali niuno d’essi d’avere il menomo diritto presume. Allo spesso un Potentato dichiara la Guerra ad un altro, temendo che questi non il prevenga. Accendesi talvolta una Guerra, perchè l’Inimico è troppoforte, e talvolta perchè è troppodebole. An talvolta i nostri vicini certe cose onde noimanchiamo,emancanodi certe altre che noiabbiamo; e ci ammazziamo l’un l’altro, finattanto che essi piglino le nostre, o ci diano le loro. Puossi con giustizia far la Guerra a un Alleato possessore di alcune Fortezze che ci convengono; oppure d’un tratto di Paese, che se al nostro fosse unito, renderebbe la figura di questo più regolare. Se un Principe fa una spedizione di Truppe per un Paese, il cui Popolo sia povero ed ignorante, può egli legittimamente sterminare la metà degli Abitanti, e ridurre in ischiavitù l’altra metà, col disegno di renderla colta, e di correggere la ferocia de’suoi costumi. E’una communissima pratica, che un principe chiamato in ajuto d’un altro per iscacciare un Usurpatore, si renda poscia padrone del Paese, uccida, avveleni, o mandi in esilio il Principe soccorso. La parentella per nascimento o per maritaggio, è una sorgente feconda di querele fra due Potenze; e più che vi ha di prossimità di sangue, e più rinforzasi la disposizione del querelarsi: Le Nazionipovereson dicattivo umore, e le Nazioni ricche sonoinsolenti. Or chi non vede che l’insolenza, e ilcattivo umorenon si accorderanno mai? Tutte queste ragioni producono che il mestiere delSoldatospaccisi pel più onorevole di tutti gli mestieri: mercè che unSoldatoè unYahoopreso a nolo per accoppare a sangue freddo il maggior numero che può d’Animali di sua spezie, tutto che questi non gli abbiano inferito in verun tempo il menomo male.
Avvi pure inEuropaun’altra sorta di Principi, i quali non si trovano in bastevole forze per far la guerra da se medesimi, ma che imprestano alle Nazioni ricche le loro Truppe a un tanto per giorno per ciascun Uomo; ed è questa una delle loro più fiorite e più oneste rendite.
Ciò che mi raccontate, dissemi il mio Padrone, in proposito della Guerra, mi presenta grand’Idee di quella Ragione, di cui vi presumete dotati: Con tutto ciò, egli è una spezie di felicità che la possanza di voi altriYahoosnon sia proporzionata alla vostra malizia; e che la Natura vi abbia costituiti poco men che assolutamente inabili a far del male.
Essendo che, non isporgendo in fuora le vostre bocche come quelle di molti Animali, è difficilissimo che vi mordiate l’un l’altro. Quanto a’vostri quattro piedi, son eglino così teneri, e a nuocere sì poco idonei, che uno de’nostriYahoosne assalirebbe una dozzina de’vostri. Così; quando voi sì alto montar faceste il numero di que’che in certe Guerre sono stati uccisi è forza necessariamente, che abbiate dettala cosa che non è.
Un tratto tale d’ignoranza fecemi sorridere: e perchè io non era affatto affatto novizio nel mestier della Guerra, gli descrissi i Cannoni, le Colubrine, i Moschetti, le Carabine, le Pistole, le Palle, la Polvere, le Spade, i Pugnali, gli Assedi, le Ritirate, gli Assalti, le Mine, le Contrammine, i Bombardamenti, e le Battaglie Navali. Aggiunsi, che in queste battaglie vi restavano talvolta estinti venti mila Uomini per cadauna parte, e che il fuoco continuo, lo strepito ed il fumo de’nostri Cannoni, ed eziandio i gridi de’feriti e de’moribondi, erano un non so che da non potersi esprimere: Che negli Abbattimenti di terra, i Vincitori si la va vano nel sangue, calpestavano sotto a’piedi de’loro Cavalli i Vinti, e lasciavano i loro cadaveri per servir di pasto a’Cani, a’Lupi, e agli Uccelli da rapina. E per esaltare il valore de’miei Compatriotti, gli protestai, che io gli avea veduti far saltar nell’aria, in un istante, un centinajo di nemici in un Assedio; e che i corpi morti erano ricaduti a terra in mille pezzi, con estremo divertimento degli Spettatori.
Io stava per internarmi in una più diffusa specificazione, allorchè il Padrone m’impose silenzio. Disse: Che chiunque conoscesse il naturale degliYahoos, facilmente gli crederebbe capaci di tutte l’iniquità testè da me mentovate, se la forza loro fosse eguale alla loro ribalderia: Che il mio discorso non solo aumentata avea l’orribilità ch’egli nodriva per que’Mostri, ma ancora suscitata in lui una turbolenza non più saggiata: Che temeva che le sue orecchie non si avvezzassero ad intendere cose abbominevoli, e che l’indignazione onde allora si sentiva assalito, insensibilmente non iscemasse: Che non ostante ch’egli avesse in aversione gliYahoosdel suo Paese, gli biasimava, a cagione delle loro odiose maniere, così poco, che unEnnayh(sorta d’Uccello rapace) a cagion della sua crudeltà:Ma che quando una Creatura, la qual presume d’essere dotata di ragione, è capace di certe scelleratezze; la corruttela di questa facoltà sembravagli abbassarne gli Autori, fin a costituirgli inferiori alle Bestie brute.
Disse di più: ch’ei troppo ne avea inteso in proposito della Guerra; ma che per allora imbarazzavalo molto un altro articolo: Che io gli avea dichiarato che alcuni Uomini della mia Ciurma si erano staccati dalla loro Patria, perchè i litigj gli aveano messi in ruina: Che non poteva immaginarsi, che per aver qualche controversia con un altro, fosse d’uopo far grandi spese, acciocchè un Giudice qual de’due avesse il torto o la ragione decidesse.
Ripigliai: Che veramente io non mi trovava versato in tutto ciò che presso noi dicesiProcessi, non avendo io, quasi mai, avuto che fare con persone di Foro, eccettuatane una sola volta che io aveva posti di mezzo alcuni Avvocati per chiedere risarcimento d’una ingiustizia che mi si era praticata, senza aver mai potuto vederne il fine: Che con tutto questo, avendo avuta l’occasione di strignere amistà con taluni che si erano ruinati per le liti, e che furono in conseguenza costretti d’abbandonarne la loro Patria, mi comprometteva di esibirgli su quest’argomento alcune idee, per lo meno, superficiali.
Gli dissi: Che coloro, i quali profession facevano di questa Scienza, uguagliavano in numero i Bruchi de’nostri Giardini; e che, tutto che in generale esercitassero il mestiere medesimo, aveavi nulladimeno qualche disparità nelle loro funzioni: Che la quantità prodigiosa di que’che a quest’Arte applicavansi, era la cagione che tutti non ne potessero sussistere in un modo onesto e legittimo, e che perciò era forza che molti avessero ricorso all’industria, e all’artifizio: Che fra questi ve n’erano alcuni che dalla loro più tenera giovinezza si erano applicati ad imparar la Scienza di provare chi ilnerosiabianco, e ilbiancosianero: Che la temerità di costoro e l’audacia delle loro pretensioni erano sì grandi, che ingannavano il semplice Volgo, presso cui essi passavano per Uomini di consumata abilità; il che gli metteva più in voga che tutti gli altri loro Colleghi. Furono di questa pasta, io diceva proseguendo il mio ragionamento, que’co’quali io ebbi a fare nella lite che ho perduta: e non saprei meglio darvi ad intendere la lor maniera di trattar le Cause, che con un esempio.