Un giorno essa lo mise in camera sotto un cuscinetto ch'era su d'una sedia. Il topolino s'addormentò per davvero e la Chitina dimenticò d'avercelo collocato. Un'ora dopo, distratta e senza avvedersene, si mise a sedere su quel cuscino. Povera Ghitina! chi può ridire il suo dolore quando lo rinvenne soffocato? i suoi occhioni ridenti si sciolsero in grosse lagrime. L'aveva proprio ucciso lei, e con quale arma!
Le distrette finanziarie crescendo ad ogni istante, fu stabilito di comune accordo che qualcuno di noi si recasse dal Cucchi a rappresentargli i nostri bisogni. Fu mandato infatti uno dei nostri assieme ad alcuno degli amici dell'Hôtel di Roma, che trovavansi in condizioni ancor peggiori delle nostre,avendo all'albergo un conto arretrato di parecchi giorni da saldare.
Stava in quel momento il Cucchi discutendo con parecchi amici. Udito il motivo della visita dei nostri, domandò qual somma occorrerebbe loro per il tempo ancor probabile di permanenza in Roma e per saldare il debito di tutti cotesti (come chiamarli altrimenti?) spiantati. Gli fu risposto che occorrevano per lo meno mille e cinquecento lire.
Il Cucchi arretrò sbigottito, ed uno dei presenti uscì in questa esclamazione:
— Mille e cinquecento lire! ma non sapete che se avessimo una tal somma compreremmo tante armi?
Questa risposta fu per noi una rivelazione.
Io che nella nostra compagnia avrei dovuto essere il più ardente, giusta l'opinione dell'Andreuzzi, se prima ero sfiduciato, a quest'uscita rimasi addirittura avvilito. Come, esclamai fra me, non si hanno nemmeno mille e cinquecento lire disponibili e si pretende di fare una rivoluzione? una rivoluzione per la quale occorrono dei milioni e non delle migliaia di lire?....
Invano l'Andreuzzi tentava persuadermi. Non ne volevo sapere. D'altro canto si parlava giorno per giorno di Menotti Garibaldi che si avanzava ed era già entrato nel confine pontificio; le sue bande ingrossavano ed era imminente un fatto d'arme. Essendo discordi i pareri, fu deciso cheognuno riprendesse la sua libertà d'azione. Vincoli non ne avevamo. Eravamo partiti ad un unico scopo: la rivendicazione di Roma.
A me ed al compagno mio parve che questa, coi mezzi che s'avevano alla mano, fosse addirittura un'ubbia. D'altro canto in campagna già i nostri fratelli marciavano; era imminente il momento di menare un po' le mani, e senz'altro decidemmo la nostra partenza.
Infatti la sera di quello stesso giorno prendemmo il diretto per Terni.
Gli altri amici rimasero in Roma; non ricordo di quali mezzi siano stati soccorsi o se sieno riusciti ad averne da casa. Essi furono il nucleo degli assalitori di Porta San Paolo e si trovarono poscia con gli altri al loro posto a Mentana. Alcuni di loro vi rimasero anzi prigionieri.
All'atto del partire da Roma la polizia ritirava i passaporti dei forestieri per restituirli poi a Passo Corese. Già accennai che il mio compagno Muratti aveva il passaporto di un suo amico, il conte Giovanni Colloredo di Udine. Quando fummo a Corese, un commissario fece la chiama per la consegna dei passaporti; arrivato al nome di Colloredo, non gli venne risposto da alcuno, perchè Muratti in quell'istante stava occupato a rassettare il suo bagaglio e nella distrazione del momento aveva dimenticato il suo nuovo casato.
— Colloredo! — chiamò di nuovo più ad alta voce il commissario, mentre io schiacciavo il piede e davo del gomito all'amico per richiamarlo:
— Conte Giovanni Colloredo! — chiamò per la terza volta ed a chiara voce il commissario.
— Eccolo! — rispose tosto rinfrancato il Muratti scrollando la testa con lieve sorriso sardonico che pareva dicesse: Chiami le persone coi loro dovuti titoli ed allora risponderanno.
Il commissario capì il latino, si fe' rosso un pochino, levò il berretto ossequioso e consegnandogli il recapito mormorò:
— Scusi tanto!
Così partiamo trionfanti.
Arrivammo a Terni a notte inoltrata.
Qui sapevamo che doveva trovarsi un nostro amico, Pietro Mosettig di Trieste, già proprietario, fino a pochi mesi or sono, del giornaleIl Secolo XIXdi Genova.
Prendemmo stanza all'Hôtel della Regina d'Inghilterra. In questi ultimi anni fui a Terni parecchie volte; vidi la casa, ma l'albergo non esiste più.Proprietario ne era un giovane cortese, che per quei giorni e nel suo mestiere fu veramente benemerito. Si chiamava Cesare Melchiorri. Chi sa se vive ancora!
La mattina dopo, il primo che incontrammo, fu appunto il Mosettig, cui narrammo le vicende della nostra dimora in Roma. Egli ci condusse tosto dal maggiore Caldesi che abitava all'albergo delle Colonne. Lo informammo per filo e per segno del poco che sapevamo, ma più specialmente della carestia d'armi e di quattrini del Comitato.
Il buon Caldesi, da bravo romagnolo, non sapeva capacitarsi del perchè non si agisse subito e sopratutto non sapea darsi pace dell'avere noi abbandonato quel progetto d'assalire il Casino militare. Sembravagli che quello sarebbe stato un colpo da maestri. Riflettendoci ora, dopo trent'anni, si ha ragione di credere che sarebbe stato un colpo da pazzi. Caduti nella trappola, saremmo rimasti tutti scannati!
Appena ora, che Terni è fatta centro di importantissime fabbriche industriali, come l'acciaieria, le ferriere e la fabbrica d'armi, potrebbesi in un giorno di festa immaginare l'animazione insolita e la vita che brillava nella piccola e gentile città dell'Umbria nel mese di ottobre del 1867. Ma ora le vie brulicano delle casacche e delle blouse di lavoratori e d'operai, allora invece brillavano di camicie edi berretti rossi e medaglie. Quanta varietà di tipi, d'età e di condizione! Ma tutti uniti, tutti concordi verso una sola meta! Ogni giorno ne arrivavano a frotte colla ferrovia, colle vetture, a piedi, a cavallo[7]. Dal governo erano emanati ordini, contrordini, arresti, rilasci, la confusione babelica![8]
Il Ministero Rattazzi, che voleva imitare la politica d'altro grand'uomo in consimile occasione, fingeva di reprimere e d'impedire, ma viceversa lasciava fare, quindi ire, battibecchi, dispetti.
All'albergo d'Inghilterra, ove di solito pranzavasi a tavola rotonda, era un parlare chiaro ad alta voce dei propositi nostri, della doppiezza e della simulazione del governo, delle bande garibaldine, dei fatti di Menotti.
Si strinsero amicizie e si fecero conoscenze carissime, in parte conservate, in parte dimenticate; fra tanti, ricordo i fratelli romani Nino e CarloCastellani (quest'ultimo poscia bibliotecario alla Vittorio Emanuele e recentemente morto), Nino d'Andreis, romano pagano e Angelo Perozzi, romano spartano, il venerando Fabrizi, il gentile Delvecchio (quanti morti!) allora giovanissimoattachédel generale Garibaldi e poscia deputato intelligente, i garibaldini Pietrasanta, Nuvolari, Tabacchi, già deputato pur esso e buon amico sempre. Poi vennero il Valzania, il Sabatini, il Montefiore e da ultimo anche il Crispi. Quanta parte di costoro pur troppo ora è scomparsa!
La somma delle cose e la direzione del movimento in Terni l'aveva il Fabrizi, ma l'anima di tutto, i lavoratori indefessi furono sempre gli indimenticabili amici Enrico e Giovanni Cairoli. Trovavansi in Roma da parecchio tempo e n'uscirono due o tre giorni dopo la nostra partenza. Noi li vedemmo arrivare una sera che ci trovavamo per caso alla stazione. Ravvisatili, chiedemmo loro il motivo del ritorno. Ci accennarono di tacere e quando fummo all'albergo, preso con loro il Mosettig, gli raccontarono come fosse stato arrestato Giovanni, come si fosse Enrico recato di persona alla polizia per reclamare la libertà del fratello e come dopo un fiero battibecco fra lui e monsignor Randi (allora direttore generale della polizia) fossero finalmente lasciati liberi entrambi colla condizione di sfrattare immediatamente da Roma.Questo fatto sconcertava alquanto i loro piani, però si misero all'opera volonterosi anche in Terni.
I volontari andavano moltiplicandosi a vista d'occhio e si cominciava a dividerli per battaglioni e per compagnie, assegnando a ciascun corpo dei graduati fra quelli che già lo erano nelle passate campagne.
Non si può negare che nella campagna romana del 1867 non vi sia stato un abuso enorme di autopromozioni, le quali non contribuirono che a creare maggior confusione. Chi era tenente diventòipso factocapitano, chi capitano si fece maggiore, i maggiori divennero colonnelli; e siccome di camicie e distintivi chi n'aveva n'aveva e chi non ne aveva ne facea senza, così la cosa finiva quasi in burletta e veniva a mancare quel rispetto che tiene e dee tenere anche il volontario in soggezione al suo superiore, riconosciuto appunto dall'esteriorità dei distintivi. Però vi furono anche in ciò delle brave eccezioni.
Una mattina, scendendo dall'albergo vedemmo tutto il portico stipato di gente. Erano in gran parte pezzenti.
— Che fate qui? chiesi ad uno di loro.
— Veniamo ad arruolarci con Garibaldi, mi rispose.
— E chi è che arruola?
— Quel signore là, e m'accennò infatti uno che scriveva dei nomi e dispensava quattrini.
Immediatamente ne avvisammo Enrico. Scese e verificato il fatto, n'avvertì il Caldesi ed insieme penetrati nell'ufficio riconobbero gli arruolatori. Erano ex-ufficiali dell'esercito, il maggiore Ghirelli ed i capitani Gigli e Gulmanelli.
Non comprendevasi però allora quale necessità vi fosse d'arruolamenti speciali, mentre tutti ci calcolavamo arruolati, nè sapevasi spiegare la dispensa di quei quattrini, mentre da parte nostra tanto se ne difettava. Più tardi il mistero non fu più tale: il Ghirelli arruolava coi danari del governo, ma voleva agire indipendentemente dai comandi dei Fabrizi e di Menotti Garibaldi. Più d'uno fu preso alla pania, credendo sempre d'arruolarsi con Garibaldi, ed io ricorderò fin che vivo la contentezza del povero dottor Adamo Ferraris (morto a Digione) quando, da noi avvertito del fatto, potè in qualche modo levarsi dall'impegno che aveva preso colla legione romana.
Mentre in Terni c'era tanta libertà d'opinione, nelle altre città d'Italia continuavano gli arresti e le vessazioni. Anche in Terni però ci doveano essere degli spioni, ed il curioso si è che questi erano sorvegliati da quelle stesse guardie e da quei carabinieri che pedinavano i garibaldini.
Un giorno a pranzo, presente il solito circolo d'amici, avemmo una fiera disputa con un signore sconosciuto, il quale osò apertamente biasimarci perchè, penetrati in Roma, n'eravamo poi usciti. Noi gli chiedemmo come avrebbe fatto a vivere senza mezzi e se per vivere colà intendeva che ci dessimo a rubare. Ei ribattè che c'erano dentro ancora il Cucchi ed altri molti, e quelli di certo non rubavano. Noi replicammo inviperiti; la cosa minacciava di farsi seria. I signori Castellani, Perozzi, D'Andreis ed altri si misero di mezzo e fecero tacere ed anche vergognare quell'uggioso.
Levata la mensa, per quanto chiedessi all'albergatore e ad altri chi egli fosse, non mi venne fatto di saperlo.
Ma quel medesimo giorno noi ci eravamo recati alla stazione ad incontrare un amico che doveva arrivare: non trovando nessuno, eravamo sul punto di ritornare, quando una guardia di pubblica sicurezza mi chiese d'improvviso:
— D'onde viene il signore?
— Da Terni.
— Ma ella non è di Terni.
— E che fa questo?
— M'occorre vedere le sue carte.
— Che carte? gridai io.
— Ma sì certamente, replicò il questurino.
— Ella è un ignorante che non sa quello che dice, apostrofò uno de' miei compagni.
— Un imbecille, aggiunsi io.
— Che non sa con chi tratta e come dee condursi con certe persone, ribadì un altro.
Fosse l'effetto di quest'ultima frase che potea lasciare sospetto alla guardia d'aver preso un grosso granchio chiedendo le carte Dio sa a chi, o fosse l'effetto della violenza con cui l'investimmo e del trovarsi solo contro tre o quattro, il fatto è certo e lo ricordo bene, che la guardia si morse le labbra e tacque come se le avessero gettato un secchio d'acqua in capo, mentre io m'aspettavo di vedermi legato!
Rientrati in Terni verso sera venimmo a sapere che quel signore col quale a pranzo avevamo litigato, si diceva fosse una spia del governo pontificio. Non ci volle altro. Ci mettemmo sulle sue traccie. Era ora tarda. Però ci venne fatto di scoprire il suo luogo d'abitazione e speravamo coglierlo nel covo. Ma il merlo aveva già preso il volo e la padrona di casa ci disse che v'era stato pochi momenti prima un brigadiere di pubblica sicurezza con una guardia a ricercarlo. Dai connotati fornitici ravvisammo nella guardia quella stessa che alla stazione aveva chiesto le carte a me.
Sarebbe stata graziosa davvero! Dopo essere sfuggiti alla polizia pontificia in Roma, venire nel regno a farsi ingabbiare quale spia papalina!
Le bande partivano una dopo l'altra da Terni e fra esse partì pure la famigerata legione romana comandata dal Ghirelli, la quale, dopo la eroica impresa del taglio della ferrovia ad Orte, si squagliò come la neve, e parte dei militi raggiunsero Menotti, parte anche ritornarono alle loro case.
Pochi più rimanevano a Terni. I capi in gran parte erano partiti e fra loro anche Enrico. Dove fosse andato nol sapevamo. La sua assenza però ci inquietava. Si era promesso di partire con lui, gli altri già tutti erano in movimento, e noi soli si attendeva irrequieti.
In quei giorni avemmo notizia dell'arresto di Luigi Castellazzo da parte della polizia pontificia, e la nuova ce la portò quel Serafino falegname, frequentatore di casa Giovanelli, il quale pure, impaziente di fare le fucilate, era uscito da Roma e, se ben ricordo, partì tosto con la colonna Frigyesi[9].
Mentre si stava così penosamente attendendo, Giovannino ci fece un giorno vedere le rivoltelleprovvedute espressamente per noi e che fra breve ci sarebbero state distribuite. Fu come mostrare a dei bimbi gli zuccherini con la promessa di regalarli loro se fossero savi.
Infatti per quei due o tre giorni stemmo alquanto tranquilli. Intanto ci furono distribuite delle coperte. Credo provenissero dal magazzino militare. A proposito del Governo che non c'entrava!
Comprendevamo però che la nostra colonna era destinata ad una impresa speciale di cui ancora non si conoscevano i dettagli, ma che si lasciava travedere come un colpo di mano sulla capitale, addirittura un'entrata in Roma.
Qui trovan posto opportuno due lettere scambiatesi in quegli ultimi giorni febrili fra i due fratelli. La prima è d'Enrico, scritta da Orte, ove era andato per concertare la spedizione; la seconda è di Giovannino in risposta all'altra. Ambedue riassumono e dipingono la situazione[10].
Ne ebbi in mano gli originali, favoritimi da un amico, e baciai e ribaciai più volte quei cari e preziosi documenti. Non era feticismo: in quelle due carte sgualcite riviveva per me serena la memoria dei due cari amici, delle vicende passate, delle trepidazioni incancellabili di quei giorni.
Ecco le lettere:
Stazione d'Orte, ore 12 meridiane.
Caro Giovannino,
«Ti scrivo poche righe a precipizio.
«Alla stazione d'Orte, come sai, vi è Ghirelli, ebbene, il treno fu fermato ed i viaggiatori saranno rimandati a Terni... Io credo prematura l'operazione. Volevano rompere le rotaie, ma io l'impedii e Ghirelli mi promise di riattivare le corse in quel giorno o durante quel tempo che ne avremo bisogno.
«Vedrai il proclama che mandiamo a Fabrizi! Quel buffone d'un Mistrali, ch'è qui vicino e che mi fa le scuse perchè mi era dietro mentre scrivevo, dicendomi che fu storditaggine, mi colma di gentilezze, ma se lo vedessi ti farebbe schifo (sic); sembra più di un dittatore! più dello stesso Ghirelli che s'intitola Commissario Straordinario del Governo Provvisorio.
«Mi fu messa a disposizione una macchina per proseguire fino a Passo Corese; spero il governo italiano mi lascerà ritornare, se no verrò con una vettura. Spero pure che a Borghetto non ci saranno più i papalini, perchè diversamente mi accalappierebbero come un merlo.
«Comunica il fatto a Fabrizi. Sarei ritornato a Terni se, come sai, la missione che ho non fosse urgente sbrigarla; temo però che il precipitare non ci abbia guastate le uova nel paniere. Ghirelli del resto mi fece le più ampie assicurazioni che starà in relazione con Menotti a cui già mandò rapporto dell'operato. Occhi aperti però e pronti a frenarlo!
«Ti scriverei ancora, ma la macchina è già lesta; procurerò di tornar subito, ciò poi dipende interamente dalle circostanze.
«Saluta gli amici. Pei prossimi preparativi, se avremo chiusa questa via, ne troveremo un'altra.
«Abbiti un bacionone
dal tuoEnrico».
Questa lettera porta la soprascritta: «Egregio Signore — Il Sig. Capitano Giovanni Cairoli — Albergo d'Inghilterra, alloggiato al N. 4 e 5 — S. P. M. — Terni.»
Ecco ora la risposta di Giovannino:
«Mio Enrico,
«Terni, 19 ottobre 1867.
«Scrivo in lapis per far presto. L'impazienza è febbrile; non dico la mia, che ti lascio immaginare; parlo della generale, di quella comune a tutti i bravi giovinotti destinati ad esserci compagni. È impazienza però tenuta a bada dalla disciplina che l'abitudine d'altre campagne ha loro infuso nelle vene e dalla molta confidenza in te. Devi ammettere che certamente questa deve essere in buona dose perchè sì brava e generosa gioventù subisca con rassegnazione, con quiete, la lanterna magica delle colonne partenti di qui ogni giorno.
«Come poi devi imaginare, le notizie delle strette in cui si trova la colonna di Menotti, aumentano l'agitazione. Ti ripeto, però, dovrò attendere le notizie con mediocre rassegnazione. Tu ritieni che Checco [Cucchi] debba aspettare qualche giorno specialmente per questo incaglio avvenuto alla spedizione della roba dalbel colpo[11]di Orte e, come puoi comprendere, sono perfettamente del tuo parere. Peccato non lo sieno gli amici di Firenze, i quali solo per tre quarti si lasciarono persuaderedalle nostre ragioni; tre quarti già molto vacillanti per le incalzanti notizie diplomatiche. Ma ciò saprai perfettamente dal deputato Crispi. Ti avviso solo che si ritiene sicura la spedizione francese. Questa mi parrebbe ragione di più per non precipitare le cose, chè un aborto di rivoluzione, una battuta dai papalini sarebbe ben infelice principio d'una campagnaGallica. Di ciò, ti ripeto, parmi non sien perfettamente persuasi gli amici di Firenze.
«Dessi incalzano Checco continuamente; onde temo che questi si decida ad un colpo disperato. Ciò tu avrai subito mezzo di conoscere dalle risposteromaneche attendi. Sul dubbio fortissimo di ciò, io credo intanto di farti una proposta che serva ad agevolare o meglio ad affrettare l'entrata in azione dei nostri sessantaquattro[12]. Giudica e rispondi in tutta fretta; se puoi, col telegrafo. Sono tanto più spinto ad esporti questa mia proposta, chè temo non possa arrivare stasera e neppure di buon mattino domani, e, per Dio, si è sulle spine!
«Ma ecco la proposta. Partire noi tutti alla tua volta sotto gli ordini di Tabacchi; arrivati a te,tu combinerai la spedizione ed organizzerai una [banda?] a seconda della convenienza dipendente dalle risposte di Roma.
«Io ritengo che accettando questa idea, vi sarebbe in ogni caso da guadagnar tempo; con la formazione della banda è cosa evidente; per quello della spedizione, son pure del parere, pensando si sia più prossimi ad aver mezzi ed alla stradaconvenuta(con Checco) costì dove tu sei, anzichè qui in questafornace. Tu pondera e risolvi. La risoluzione raccomando caldamente siami comunicata a vapore. Certamente sarai già in comunicazione col signor Carlo Ferri romano, proprietario (credo) di campagne presso Roma e perciò pratico delle strade; tale, cioè, da poter dare informazioni per noi preziose. Così mi disse il signor De Andreis, solo romano che forse conosca.
«Addio. Ti ripeto: mi trovo, ci troviamo sui carboni accesi. Mille cose a Menotti ed agli altri amici. Ti abbraccio caldamente.
«Giovannino».
«P.S.Arrivò in questo istante dispaccio di Ghirelli in cui annuncia d'obbedire all'ordine del generale Fabrizi di portarsi verso Menotti, d'obbedire protestando».
Questi due documenti rivelano chiaramente come fino all'ultimo istante l'impresa nostra non fosse nè ben decisa nè ben definita e che non vi era una piena armonia di idee tra il comitato di Firenze, quello di Roma ed i capi spedizione di Terni.
Individualmente delinea in modo stupendo il carattere dei due giovani eroi, l'uno ardito, fremente, che va dritto alla mèta colla sicurezza dell'animo invitto, che chiama le cose col loro nome senza ambagi, che qualifica persone e fatti con quello stesso colpo d'occhio sicuro con cui la sua mano investiva il nemico; l'altro giovine, impaziente ed ansioso di gloria, che però ama riflettere sulle circostanze per volgerle al conseguimento migliore dell'alto ideale che lo sorregge: l'uno già provato ai duri cimenti, l'altro ansiosissimo di tentarli; ardito ed imperterrito l'uno, serio e gentile l'altro; eroi entrambi indimenticabili al cuore di chi li conobbe e li amò nella troppo breve loro vita.
A Terni ci erano stati mandati da casa i quattrini di cui abbisognavamo, e così potemmo dare un po' d'assetto anche al nostro abbigliamento.
A me era indispensabile sopra tutto mutar copricapo, giacchè quel maledetto gibus combinato collo stifelius nero m'aveva ormai reso la tavola di tutta Terni. Combinai ogni cosa provvedendomi d'un caschettino ungherese che mi venne dato come impermeabile all'acqua, perchè spalmato d'una specie di catrame. Lo era infatti anche troppo, perchè durante la marcia sotto gli acquazzoni raccoglieva entro l'ala rimboccata all'insù l'acqua come entro una vaschetta, ed ogni tanto dovevo levarmelo per vuotarlo. Mutai pure di calzatura sostituendo agli stivalini verniciati un paio di scarponi. Io credetti far meglio prendendoli comodi e ne portai poi la pena nei giorni seguenti, perchè marciando m'impiagarono le piante dei piedi.
La mattina del 20 si seppe ch'era ritornato Enrico e che probabilmente la sera si sarebbe partiti. Tutto quel giorno fu speso nell'equipaggiarci alla meglio cercando colle coperte di supplire alla mancanza di zaino ed adattandovi dentro quanto ci poteva occorrere per viaggio. Vi fu chi si provvide dell'indispensabile borraccia, altri si fabbricò il tascapane, ciascuno pensò per sè senz'aiuto nè di capi nè di comitati.
La sera alle sette tutti dovevamo trovarci nella casa del sig. Frattini, egregio patriota di Terni.
Non uno mancò. Amici ed avversari narrarono che cento erano stati i designati per la spedizione,ma che poi si ritenne conveniente limitarne il numero. Questo particolare non ricordo. Ma Giovannino Cairoli nel suo librettoLa spedizione dei Monti Pariolidice invece che il numero dei componenti la banda fu fissato a sessanta, corrispondente al numero dei revolvers che si avevano a disposizione, e che in appresso la banda s'aumentò d'una quindicina.
Benchè s'andasse incontro non solo all'ignoto, ma ad un ignoto di probabilità ben terribile, pure tutti in quel giorno si era allegri e contenti.
La sera al crepuscolo la musica suonava la ritirata sulla piazza di Terni e ritornando alla caserma intonava la canzone:Andremo a Roma Santa!tutti facevan coro cantando con entusiasmo.
Poco dopo si era tutti pronti all'appuntamento: fu allora il momento in cui ci si potè riconoscere e numerare, e divenimmo tutti amici all'istante. Il nome di ognuno di noi rimase scolpito nella memoria e nei cuori di tutti gli altri: le fisonomie, il tempo o la morte le hanno in gran parte pur troppo cancellate.
Venne fatta la distribuzione delle rivoltelle e ciascuno s'adattò la propria alla cintura. Poscia Enrico, intimato silenzio, disse:
— Prima di partire debbo dirvi due parole. Noi partiamo per una impresa, più che arrischiata, disperata. Una volta entrati nel confine, tenetelo benea mente, non si torna più indietro. Ma ricordatevi pure che sulla vostra vita non dovete contar più nulla. Perciò, se alcuno di voi fosse indisposto o ritenesse opportuno cambiar pensiero, m'avverta; ciò non sarà un disonore; egli potrà far parte d'altri corpi e lo saluteremo con un arrivederci a Roma. C'è alcuno che vuol rimanere?
— No, si gridò tutti unanimi.
— Ebbene, vi avverto che ci toccheranno stenti, privazioni d'ogni sorta, dovremo marciare continuamente, forse non avremo di che nutrirci: non fa nulla, divideremo il tozzo assieme. Se io mi lamenterò, se mostrerò d'aver paura, se mi vedrete indietreggiare, datemi una revolverata nella testa; ma se alcuno di voi lo troverò vile, farò lo stesso con lui.
Un urrà di applausi accolse questa breve arringa, della quale volli recare il testo nella sua soldatesca semplicità, quale io lo ricordo a mente preciso da trent'anni ad ora e quale mi rimase e rimarrà scolpito nella memoria finchè avrò fiato.
E la gentile anima di Giovannino mi perdoni se delle parole del valoroso suo fratello io pubblico una lezione un po' diversa da quella ch'ei ci lasciò e che figura pure scolpita sulla base del monumento al Pincio. Il senso è perfettamente lo stesso, ma egli volle forse ingentilire la forma; io voglio invece evocare un ricordo, quale mi sta in mentee nel cuore da tanti anni e che non potrei mutare di una parola.
Se io avessi a dire da qual porta di Terni si uscì, direi bugia. Era buio e si camminava con molta circospezione; fuori di Terni si trovò un omnibus destinato, non saprei se quale ambulanza o qual riposo per turno a chi si sentiva stanco[13]. Probabilmente siccome la nostra marcia, nel timore che il nostro obbiettivo ci mancasse in causa della rottura della ferrovia di Orte perpetrata dal Ghirelli, doveva essere di molto accelerata, forse quell'omnibus fu cautela molto prudente perchè nessuno rimanesse addietro. Ma l'uomo propone e Dio dispone. L'omnibus ci precedette e noi marciammo dietro a due o a quattro, secondo che la strada permetteva. Si procedette per alquante ore con passo cadenzato e con sufficiente buon umore: dopo, il chiacchierìo cominciò a farsi più rado ed il passo si fe' più lento ed irregolare.
Enrico camminava, anzi correva da un capo all'altro della colonna e incoraggiava con dei: Bravi! bravi! così va bene! Ogni mezz'ora circa l'omnibus si fermava per dare il cambio e sull'ultimo della marcia era preso d'assalto con furore; a talpunto che finalmente una ruota si fracassò, e così il primo a rimanere addietro fu il veicolo dell'ambulanza; le prime marcie infatti sono terribili e ben pochi resistono al dolore acuto delle piante ed al rodimento prodotto dalla calzatura, specialmente se bagnata.
La prima tappa che si fece fu a Configni: era notte buia e non si distingueva se fosse un paesetto od un semplice casolare.
La sosta fu brevissima. Rimessici in cammino all'alba, si cominciò a distinguere la strada che si batteva. Ora si camminava lungo la costa d'una collina, ora si scendeva in una vallata, sempre si aprivano nuovi prospetti, nuove gole, nuove colline, ma l'aspetto del luogo complessivamente era tetro e selvaggio. Rarissima qualche casa, la più gran parte boschi e prati. Segni di coltivazione scarsissimi: comprendevo allora il brigantaggio.
Un'acquerugiola fredda e sottile come nebbia ci penetrava fin all'ossa l'alba del 21; finalmente dopo ore ed ore di cammino senza l'incontro d'anima viva, ad una risvolta c'imbattemmo d'un tratto in un carrozza tirata da due cavalli. La vettura sostò e sostammo noi pure per circa un'ora. Enrico e Giovanni s'intrattennero a parlare col forastiero ch'era in vettura, ed intanto noi ci sparpagliammo lungo un torrente e sdraiatici sui sassi,cercammo un momento di sonno che fu molto breve, troppo breve.
Pioveva, e per non bagnarci e star caldi ci sdraiammo a terra in gruppi di cinque o sei, tutti colle teste in un punto e colle gambe all'infuori come una stella. Sulle teste si buttò una coperta.
Nulla si seppe di quel che i capi si dissero. Quando la carrozza parti io chiesi ad uno dei miei compagni:
— Chi è quel signore?
— È il principe di Piombino, mi rispose.
— Davvero?...
— Sì, mi confermò un altro, è un principe liberale, è dei nostri.
Ora soltanto dopo tanti anni apprendo dall'opuscolo di Giovannino che egli era il sig. Luigi Cucchi ora deputato e fratello all'onorevole senatore Francesco. Io non lo impugno certamente, ma per me quel signore è e sarà sempre il principe di Piombino: il mio ricordo è tale; nè io mi proposi di scrivere della storia ma solo di narrar ricordi ed impressioni.
Tanto al principe che all'on. Cucchi chieggo scusa dello scambio. Al postutto cospiratori e principi non è detto che siano sempre stati in antitesi.
Verso il mezzogiorno circa s'arrivò a Cantalupo.
Era un paese di costruzione singolare: un perfetto rettangolo con una piazza nel mezzo e dueporte ai due lati minori. Sembrava il cortile interno d'un palazzo o d'un convento. In tempo antico doveva essere una sola proprietà, forse un castello[14].
Quivi si sostò e più ancora che a rifocillarci, si pensò a riposare. Fu allora che un compagno mi giocò un tiro atroce. Mi ero con somma cura composto un giaciglio di paglia nell'angolo d'una stanza e gustavo già sovr'esso i primi momenti d'un sonno profondo e riparatore, allorchè costui che tornava allora dal rapporto del comandante, invidiandomi tanta felicità, mi chiamò ad alta voce scuotendomi.
— Che vuoi? gli chiesi tutto indolenzito e rabbioso.
— Il comandante ti vuole!
— Chi?
— Il comandante Enrico ti vuole.
— Me?
— Te, sì, e fai presto che t'aspetta.
Balzai in piedi e barcollando andai dal comandante che stava dalla parte opposta del paese.
Enrico non si era mai sognato di domandare di me e quando ritornai scornato per la burletta,trovai l'amico sdraiato sul mio giaciglio che russava placidamente. L'avrei preso a pedate!
A Cantalupo era passata poco prima una colonna di garibaldini. La nostra quindi al suo arrivo trovò, in fatto di cibarie, poco meno chetabula rasa. Nondimeno approfittammo largamente di un bettolino di liquori e parte al bettolino, parte nelle case, ognuno trovò di che ristorarsi.
L'amico Tabacchi, pochi anni or sono, mi ricordava il suo desinare di Cantalupo in casa di uno di quei terrazzani e come l'appetito eccellente gli fosse ottima salsa alle povere vivande. Parecchi anni di poi, il collegio di Mirandola mandò, e meritamente, il Tabacchi a sedere a Montecitorio. Chi primo si ricordò di lui e suppose d'avere un valido appoggio presso il Governo, non furon già gli elettori, fu l'anfitrione di Cantalupo, il quale gli diresse una lettera pregandolo perchè gli ottenesse dal Governo un sussidio per restaurare la cadente sua casa, quella casa che nel 1867 aveva avuto l'onore di ospitarlo.
Ecco un nuovo patriota che per il paese aveva sacrificato.... un desinare; e in benemerenza domandava una casa! Almeno costui era ingenuo nel chiedere! Quanti anfitrioni di Cantalupo non vi furono invece astuti nell'ottenere, e forse con meriti ancor minori dell'olocausto d'un desinare!
Alle tre pomeridiane fummo chiamati a raccolta in una chiesa, ove ci venne distribuita una lira a testa. Fu quello l'unico danaro che io percepii nella piccola campagna; e quando più tardi, nell'ospedale di Santo Spirito a Roma, un prete mi compassionava dicendomi:
— Povero figliolo, che colpa ne avete voi? Vi han dato in mano un fucile, vi han mostrato i baiocchi, e voi siete venuto avanti — gli chiesi quanto percepiva egli dalla celebrazione di una messa.
— Due lire, mi rispose.
— Vede? gli replicai. Io fui ben più discreto di Lei. Per mezz'ora di tempo impiegato in preghiere Ella prende due lire, io per giocarmi la vita, non ne ebbi che una.
Schieratici alla meglio nella chiesa, Enrico diede ordine al signor De Verneda di leggere il seguente ordine del giorno che, mentre ribadiva nella stessa forma i concetti del discorso tenutoci il giorno innanzi, provvedeva all'organizzazione del nostro piccolo esercito.
Eccolo:
«Amici!
«È prossima l'ora nella quale ci bisognerà provare che noi sappiamooperare. Per riuscire dobbiamo essere ordinati, cioè dobbiamo cercare diessere in condizioni tali da permettere la maggior concentrazione e la maggiore dilatazione delle nostre forze a seconda del terreno che dovremo attraversare. Perciò ho stabilito che la nostra piccola banda si ordini nel modo seguente:
«Un comandante, Enrico Cairoli; un aiutante, Ermenegildo De Verneda; un furiere, Giusto Muratti; tre comandanti di sezione: sezione 1ª, Giovanni Tabacchi; sezione 2ª, Cesare Isacchi; sezione 3ª, Giovanni Cairoli. Ogni sezione comprenderà cinque squadre, ciascuna composta di quattro uomini e di un capo.
«Amici, ancora una volta è mio dovere ricordarvi che l'impresa è difficile, più che arrischiata, disperata. So il vostro valore. Non parlerò a voi del pericolo, della stanchezza estrema che avremo a patire. Ma se qualcuno di voi, per circostanze indipendenti dalla sua volontà, non intende seguirci, lo dichiari francamente, tanto più ch'egli avrebbe il rimorso di recar danno al nostro tentativo. Chiunque è indisposto o avesse malati i piedi è obbligato a non celarsi, perchè guai a lui se persistendo la sua indisposizione si aggravasse, quando saremo sopra altro terreno. Bisogna che egli scelga un cammino diverso, e noi lo saluteremo dicendogli: Arrivederci a Roma!
«Alle quattro si marcia. Il signor Stragliati è addetto ai carri».
Quest'ordine del giorno Enrico l'aveva concertato coi capi sezione e scritto mentre noi si riposava.
Si riprese la marcia. I quattro uomini che col rispettivo caporale costituivano ogni singola squadra erano numerati: dopo il capo squadra veniva il numero uno, poi il numero due, il tre, il quattro, numeri che costituivano, per così dire, l'anzianità nel comando. I capi squadra avevano per unico distintivo un fischietto, che doveva servire ai segnali. Non so quanto realmente in atto esso abbia servito.
La marcia fu rapidissima, benchè molestata dalla pioggia; fu aiutata però da taluni veicoli ed anche da qualche cavalcatura. Il tutto assieme era molto bizzarro: marcia rapida a passo di carica, parte a piedi, parte in carretto, parte a cavallo, alcuni in giacca, altri in cappotto, altri in pastrano, chi col bonnetto, chi col cappello!
A notte inoltrata si era a Ponte Sfondato, che credo fosse un cascinale isolato. Lì trovammo dei militari nostri e poco mancò non li attaccassimo, ritenendo che vi fossero per arrestarci. Ma poi si riconobbe che si trattava di un distaccamento il quale non aveva alcun ordine in proposito. Anzi l'ufficiale che lo comandava fu con noi gentilissimo.
Il malanno più grave diventò allora per noi quello dei viveri. Trovandovisi già accampata latruppa, ben poco vi si rinvenne da ristorarci; ed al banco del misero botteghino che c'era, fu una ressa indiavolata a chi arrivava primo. Ma con gli spintoni e le gomitate sangue da un muro non si cava di certo, e il botteghino in poco più di due ore fu letteralmente depredato, senza che perciò il nostro appetito fosse sazio.
Ci minacciava davvero la sorte del Conte Ugolino a due passi dal confine, quando un lampo di genio di uno di noi venne in soccorso a tutti. In quella bettola ci restava ancora in un angolo un mezzo sacco di riso. Rimboccate le maniche e fatto grembiale d'una tovaglia, il compagno nostro si mise a far da cuoco e in men di mezz'ora l'intera colonna faceva onore ad un risotto improvvisato che per la circostanza e per l'appetito restò fra noi memorabile.
A Ponte Sfondato si potè riposare un po' meglio che a Cantalupo.
La mattina si marciò per Passo Corese.
In vicinanza del confine si fecealt, e si passò il ponte della ferrovia alla spicciolata fino ad un casolare isolato che pareva servisse ad uso di stalla. Ma prima d'attraversare il ponte Giovannino schierò la sua sezione (alla quale io pure appartenevo) davanti a sè e volle farle la sua parlatina, che riferisco pur essa nella sua originalità:
«Amici, entriamo ora nel territorio nemico e speriamo che questa giornata sia per essere a noi fortunata e gloriosa. Io desidero che noi ci trattiamo tutti come fratelli, e però permettete che fin d'ora io dia a voi del tu, e vi prego di fare anche voi lo stesso con me[15].
«A qualunque evento si vada incontro e qualunque cosa possa accadere, voi sapete che delle disgrazie saranno inevitabili. Ma siccome il buon ordine vuol essere sempre mantenuto in qualsiasi frangente, ricordatevi che restando ammazzato (disse proprio così) o ferito alcuno dei capi, prende il comando quello che immediatamente per numero gli vien dopo. Quindi, se restassi ammazzato io, prenderà il comando della sezione il capo della prima squadra e capo di questa resterà il numero due; se resta ucciso il numero due, comanderà il numero tre e così via per ogni squadra».
Sono le sue precise parole e furono dette da lui colla massima calma e colla dolcezza di voce sua abituale, sicchè mi fecero forte impressione. Questoparlare della propria morte e di quella dei compagni con tanta serenità e calma, come se si trattasse di un ordine da darsi per una partita di caccia, e il parlarne come di cosa imminente e che forse poteva accadere in quel giorno stesso, mi mise in corpo un lieve tremito che potea dirsi anchepaura.
È inutile dissimularlo! Un uomo è uomo, e sono ben pochi che abbiano il coraggio volgarmente detto del sangue freddo. Chi non fu mai esposto al fuoco, se ha, lontano dal pericolo, il coraggio a parole, quando s'avvicina al fatto e quando è al fatto stesso, prova nel primo momento un senso istintivo di terrore che lo invade tutto. I primi colpi di fuoco sono sempre terribili e sono quelli che provano i coraggiosi ed i vigliacchi. Dopo, nel furore della mischia, anche un vile può avere il suo pazzo coraggio; ma è nella resistenza alla prima impressione che sta la vera prova. L'istinto non si distrugge, e però chi prova terrore al fuoco e vi sta esposto inchiodatovi dal sentimento del dovere, quegli è un eroe. Chi si ubbriaca d'esaltazione, gridando e smaniando, è come colui che si alcoolizzaper prender forza. Le battaglie si vincono più con la resistenza passiva che col furore dello attacco.
Giunti che fummo allo stallaggio o casolare di Passo Corese, s'andò tutti a finire nelle mangiatoie, cercando di rifarci là dentro degli arretrati del sonno.
Ma anche qui io fui sfortunato più ancora che a Cantalupo.
D'improvviso il comandante chiamò il furiere e gli ordinò che prendesse le sue disposizioni, perchè erano giunti trecento fucili, e si doveano scaricare e portare, con le relative munizioni, in una barca. Non ricordo quali disposizioni il furiere prendesse; ricordo bensì che una delle prime sue vittime fui propriamente io.
Non me ne lagnai però. Avevo preso a fare religiosamente il mio dovere, ed anzi rammento ancora con un po' d'orgoglio che di nessuno dei mezzi di trasporto che avevamo a nostra disposizione lungo la marcia, io volli mai approfittare! D'altronde ero il più giovane: era troppo giusto che cedessi i comodi ai più anziani d'età.
Confesso però che la fatica di quel trasporto mi riuscì penosissima. I fucili si portavano a fasci di quattro o cinque con la baionetta rivolta all'in giù. Pioveva nuovamente, e l'acqua mi penetrava fin nelle midolla attraverso il logorato mio stifeliusd'estate. In terra c'era una mota argillosa appiccicaticcia, che rendeva fastidiosamente faticoso il camminare. La fretta, il peso dei fucili che male stavano uniti assieme e sfasciandosi e cadendo colle baionette sfregiavano le mani, il cammino malagevole oltremodo, formavano un insieme di tali difficoltà, che mi facevano sudare goccioloni caldi, mentre la pioggia mi agghiacciava e mi attaccava i panni alla pelle.
In vita mia non credo di aver sopportato mai fatica più ingrata.
Mentre si eseguiva tale operazione e la pioggia continuava a flagellarci, m'avvidi nel rimettere i fucili al battelliere che sull'opposta riva del fiume era accorsa gente la quale riparata da ombrelli stava spiando quello che noi facevamo. Incontanente al mio ritorno ne feci avvertito Enrico il quale accorse a vedere. Ma quando egli arrivò sul posto, erano tutti spariti.
Che costoro abbiano contribuito a far abortire il nostro tentativo avvisando il comandante del presidio di Roma?... chi lo può sapere? È però certo che l'indomani il capitano Cialdi dell'esercito pontificio ordinava di spazzar via tutte le barche del fiume a monte di Roma.
La barca nella quale collocammo i nostri fucili era un ampio barcone di quelli che portano legna da fuoco in Roma. I fucili furono allogatinella stiva stessa e in parte fra le cataste della legna.
Di sommo aiuto in quest'opera d'imbarco ci furono Angelo Perozzi, già conosciuto a Terni e nostro compagno d'armi, e il ricevitore doganale Buglielli, romano, che rividi tre anni di poi a Napoli. Allora mi confessò che quando ci vide partire, egli, che conosceva i concerti e le intelligenze prese con Roma, guardò trepidante l'orologio e battendosi la fronte esclamò addolorato: «Dio faccia che arrivino in tempo, ma temo che sia oramai troppo tardi!»
E s'apponeva al vero!
Il fiume classico, il fiume della storia e della poesia ci accolse nel suo seno. Il barcone che ci conteneva era seguito da altre due barchette nelle quali furono collocate due squadre comandate dal Fabris e dallo Stragliati.
Quest'ultimo ebbe l'ordine di sorprendere un posto di doganieri che doveva esistere presso la foce dell'Aniene. I segnali dal barcone alle barchette si dovevano fare con fanali a colori.
La corrente ci trasportava maestosa. Il cielo si era rasserenato, tirava un vento rigido e secco.
Il comandante dispose una guardia speciale sopra coperta del barcone e la mutava ogni mezz'ora. Il mio turno venne quando era già notte alta. Il vento frigidissimo mi aveva asciugati tutti i panni inzuppati, nè io me n'accorsi. Un senso indistinto di tristezza mi portava colla mente lontano, lontano, ove di certo si palpitava sulla mia sorte. Benchè il cielo fosse stellato, la notte era buia. Le due sponde del fiume si distinguevano appena come due nere striscie serpeggianti. Di tratto in tratto la pianura appariva ancor più cupa del resto: erano forre, macchie, canneti, boscaglie. Non un lumicino che additasse un casolare, che accennasse alla veglia, all'esistenza di qualche creatura. Tutto era buio, tutto dormiva. Pensavo alla notte eterna, senza speranza di nuovo sole, senza miraggio d'aurore più splendide delle nostre, e lo spirito rifuggiva aborrente da cotesta vacuità del nulla. Per alcuni ha l'attrazione dell'abisso, per me ha l'orrore del precipizio.
Alta la notte! Fra poche ore spunterà il sole: lo vedremo noi? lo vedrò io? Un colpo di fucile aggiustato nell'ombra da una di queste sponde potrebbe rompere la mia meditazione e con essa troncare il filo di mia vita, le mie speranze, i miei sogni. Addio illusioni di gloria! addio trionfidel Campidoglio! Morto nel buio! Colpito proditoriamente, non ebbe tempo di battersi, non vide il nemico in faccia!
Un brivido mi scoteva dai tetri pensieri. Aguzzavo la pupilla innanzi a me e dalle parti. Nulla! Le due barchette non si scorgevano affatto: a stento potevansi distinguere le tortuose sponde del fiume ed i gomiti repentini della corrente, che or ci portava presso a riva ed or ci lanciava ad arenarci contro la sabbia della spiaggia opposta: gli urti ed i sobbalzi improvvisi mi toglievano bruscamente alle mie tetre meditazioni.
Quand'io smontai la guardia e fui sceso in stiva, Giovannino mi toccò i panni, poi mi disse col suo dolce sorriso:
— Vedi un po', questo venticello è stato per te una manna. T'ha asciugati i panni senza bisogno di fuoco: così non ti prenderai nessun malanno.
Ed infatti non ebbi nemmeno il più piccolo raffreddore. Il morale s'impone al fisico e ne vince e ne sublima la debolezza.
A notte inoltrata fu ordinato il trasbordo dal barcone sopra tre barchette già predisposte a Passo Corese. Una di queste che s'era smarrita ed era stata causa del ritardo nella partenza, si era più tardi rinvenuta lungo il fiume. Ci trovammo per tal modo stipati sessanta uomini (l'avanguardiaStragliati non compresa) in tre piccoli schifi. I fucili li adagiammo sul fondo, dove per mala ventura c'era dell'acqua, e noi alla meglio ci accomodammo sopra di essi. Come ci si potesse stare ognuno può pensarlo! Si era accovacciati sugli acciarini, sui calci, sulle baionette. Le barche affondavano a cagione del peso, l'acqua era a quattro dita dalla sponda e guai al più leggero movimento!
Se un picchetto di gendarmi, o anche un solo gendarme si fosse divertito dalla sponda a fare di noi bersaglio e avesse tirato al buio in quelle tre masse nere che scorreano lente lungo il fiume, avrebbe fatto un massacro terribile. Guai poi se avessimo reagito, saremmo tutti finiti capovolti nell'acqua e affogati.
Ad onta della posizione incomoda, ad onta del freddo che penetrava nelle ossa, il sonno la vinse e molta parte di noi non tardò ad addormentarsi colle teste penzolanti. Non dormiva però l'infaticabile Enrico, il quale ad un certo punto del fiume fe' sostare le barche.
— Hai veduto un fanale? chiese al fratello.
— No, e tu?
— Io sì, ma non ho distinto bene. Siamo giunti al posto, dove Stragliati deve aver fatto il colpo. Ecco, ecco! rosso, sta bene! il colpo è riuscito.
Di fatto lo Stragliati, come si seppe di poi, inavvertito alle sentinelle, si era spinto fino al Postodi Finanza, aveva disarmato agevolmente il piantone e destate le altre guardie che dormivano, le aveva con sè imbarcate, impadronendosi delle loro armi. Vidi più tardi quei poveri disgraziati, che avranno probabilmente ricordato a lungo la brutta sorpresa di quella notte; più che spaventati mi sembravano insonnoliti.
Arrivammo finalmente ad una località dove l'amico Perozzi pratico dei luoghi, giudicò prudente di sostare in attesa di segnali che dovevano venire da Roma, alla quale, ei diceva, ci trovavamo ormai vicini. Tutti allora eravamo svegli.
— Vedete nulla? domandava ad ogni momento.
E ciascuno appuntava lo sguardo lontano quanto più poteva. Nulla!
Disgraziatamente una folta nebbia venne ad involgerci tutti e ci lasciò per qualche tempo nel buio più profondo. Era un freddo umidiccio, sicchè i panni cominciavano di nuovo ad aderire alla pelle.
Un barlume lontano lontano, quasi indistinto dapprima, cominciò a mostrarsi e subito una delle nostre barche fu sciolta. Vi montò il romano Candida per penetrare in Roma e ritornare poi immediatamente per barca o per terra a darci notizie. Ma il Candida non si vide più: forse lo arrestarono i gendarmi posti a guardia del fiume, forse gli fu impedito di retrocedere per terra.
Sbarcammo. Eravamo tutti indolenziti, colle ossa peste, affrante. Qualcuno di noi nel discendere, forse per naturale abitudine, cercava di ricomporre il proprio abbigliamento (per mo' di dire!) riabbottonandosi la giacca, scuotendo il fango dai calzoni, ponendosi un fazzoletto al collo a riparo dall'umido o ravviandosi colle dita i capelli.
Quando Enrico se ne avvide, sorrise. Fu forse l'unica volta che io lo vidi sorridere: non era suo naturale.
— Che cosa dovrei fare io allora! esclamò. Io che ho tanto girato in questi giorni senza mai svestirmi, io che non muto da un mese biancheria, e da otto giorni non mi sono nemmeno levata un momento la calzatura!
Albeggiava. Il Perozzi fece osservare che in quella località sarebbe tra breve cominciato il passaggio della gente, la quale veniva a bere l'Acqua Acetosa, fontana medicinale poco discosta, e che quindi conveniva che ci nascondessimo.
Poi che fummo sbarcati tutti, fatta una ricognizione del luogo, si riparò in un canneto e vi si stette parecchio tempo accovacciati o seduti sul fango. Fu allora che vidi distintamente i doganieri pontifici fatti prigionieri. Erano uomini dai trenta ai quarant'anni e sembravano rassegnati alla strana avventura loro toccata.
Neanche il canneto però fu ritenuto luogo opportuno per potervi rimanere l'intiera giornata.
Poco discosto da esso sorgevano quasi a picco alcuni dirupi frastagliati da alberi e cespugli: su di essi mise l'occhio Enrico e pensò che da quelle alture avremmo potuto agevolmente difenderci in caso di un attacco. Ordinò a Giovannino che colla sua sezione vi salisse per osservare se convenisse occupare quella posizione.
Salimmo tenendo nascosti i fucili colle coperte, perchè il bagliore delle canne non fosse veduto da lungi, precauzione inutile perchè i fucili si erano per l'acqua e per l'umido tutti arrugginiti. Sulla sommità ci trovammo in vicinanza di una villa, la quale aveva forma di castello piuttosto che di palazzina. Ci si avanzò prudentemente collocando sentinelle in parecchi punti e Giovannino si spinse per uno stradello fino ad un'altra casa alquanto più discosta e prospettante verso l'altra parte della collina.
Da là lo vidi ritornare con un uomo che recava seco delle chiavi. Era il vignarolo. Lo accompagnava un ragazzino suo, che alla vista di noi e specialmente dei fucili, si gettò in un piangere dirotto, come se lo avessero picchiato. Il vignarolo ora lo sgridava, ora lo rincorava: poi si fece animo, e quel ragazzetto, che aveva del resto molto spirito, ci fu di grande giovamento: riuscìperfino a penetrare in città e a riportarne un messaggio. Il vignarolo sembrava abbastanza disinvolto: lo giudicai un galantuomo che non ci avrebbe di certo traditi, e se ne ebbe infatti la prova il giorno dopo, quando egli diede ricetto ai feriti nostri.
Quella vigna apparteneva al signor Glori romano, clericale della più bell'acqua. Non era ancora passato l'anno, che già il vignarolo era stato licenziato dal Glori.
Fui a trovarlo nel 1870. Aveva mutato padrone, ma non per questo era accorato. Ricordo che bevemmo insieme un bicchiere e mi parlò con passione e con vero dolore di Giovannino morto un anno prima.
Quanto al signor Glori, volesse o no, dovette sorbirsi ogni anno, d'allora in poi, un pio pellegrinaggio, che per lui rappresentava una invasione.
La prima volta nel 1870, appena entrate le nostre truppe, molti patrioti si recarono con pio pensiero a visitare il posto dove era morto il povero Enrico. Il signor Glori ci si adirò e chiuse a chiave l'ingresso, talchè quando poco dopo ci andai io, mi fu forza corrompere il vignarolo per passare.
Ma venuto il 23 ottobre dello stesso anno, anniversario del fatto d'armi, fu organizzata una commemorazione solenne, alla quale intervennero tutte le Società e tutti i patrioti liberali di Roma.
La dimostrazione essendo troppo imponente e il proprietario non potendo opporvisi, dovette, a scanso di peggio, aderire. Però all'on, Pianciani che gliene aveva fatto chiedere il permesso, il signor Glori fece rispondere che egli lo accordava non al deputato Pianciani, bensì al conte Pianciani, e non per farvi commemorazioni, ma per fare quanto la sua discretezza, a cui si affidava, gli avrebbe consigliato.
La discretezza, ahimè! per quanto buon volere ci mettesse il Pianciani, andò a rotoli.
La folla era tale e tanta e l'onda invadente così impetuosa, che i sentieri della vigna, troppo angusti, non la contennero, onde la vigna e i campi subirono una calamità non prevista di certo in nessun contratto d'assicurazioni.
Il fatto che prende il nome da Villa Glori, non fu, in sè stesso, che una mischia accanita che durò un'ora o poco più. Preso isolato, non avrebbe avuto una grande importanza: parecchie fucilate e un vivace attacco alla bajonetta: ecco tutto. Ciò che valse a circondarlo, per così dire, di un'aureola,fu l'ardimento del tentativo e, più che tutto, il sacrificio dei due capi della spedizione, figli di una famiglia di martiri.
Il nostro còmpito era di spingerci dentro Roma. L'esserci invece dovuti fermare al di fuori, fu effetto di impreveduti accidenti e della necessità di attendere nuove comunicazioni. Arrivati fino a quel punto sarebbe stato viltà retrocedere prima di avere notizie da Roma, e venir meno alla promesse di d'appoggio fatta ai nostri; ma scoperti anzitempo ed attaccati, fu forza difenderci ed il campo rimase a noi; allora fu prudenza dei nostri il ritirarsi come fecero, nè era possibile fare altrimenti.
Sarebbe stata una pazzia rimanere sul posto. Come avrebbe potuto sostenersi lungamente una banda di settantotto uomini che aveva perduti i capi ed era decimata, con una posizione possibile forse a difendersi dal lato del fiume, ma impossibile dal lato opposto? Settanta uomini non sarebbero bastati nemmeno per le fazioni dal lato dello ingresso alla vigna, tanto il pendio vi è dolce ed allargantesi gradatamente fino alla base del colle. L'indomani mezzo il presidio di Roma sarebbe uscito ad attaccare la piccola colonna.
Entrare in Roma la notte stessa con le barche non si poteva, perchè queste erano sparite; entrarvi ordinati in colonna pigliando d'assalto Porta del Popolo o un'altra porta, non era cosa cui sipotesse neppur pensare, perchè erano tutte difese da cannoni. In ogni caso sarebbe occorsa l'opera simultanea di insorti che si muovessero dentro la città, e in quell'ora sarebbe stato impossibile avvertineli. Unico mezzo sbandarsi alla spicciolata, e così fu fatto. Perciò, lasciati due o tre a cura dei feriti, alcuni entrarono in Roma, altri furono a tempo per trovarsi a Monterotondo e Mentana; altri, pur troppo, furono sorpresi e carcerati[16].
Non vi è impresa, per quanto lodevole, che non possa dare argomento a critiche o ad osservazioni. Ai superstiti di Villa Glori qualche facile censore mosse il rimprovero di avere abbandonati i loro morti e feriti, pur tenendo il campo. Ho stimato per ciò doveroso per me scagionare i miei compagnida tale ingiusta accusa, benchè io creda che le mie difese siano affatto superflue.
Aperta la casa e visitata in ogni sua parte, poco ci volle a fissarvi quartiere. Una stanza venne adibita per il comandante ed il suo stato maggiore (diremo così), tutte le altre per la truppa.
Un po' alla volta tutta la compagnia fu sul colle portando seco i fucili e le munizioni che avevamo trasportato con noi. In breve tutta la casa fu occupata. Ci sbandammo tutti qua e là per le stanze, e frugando per ogni buco, trovammo in una camera dei melograni e buon numero di bottiglie. Ne sturammo parecchie a onore e gloria del signor Glori: così ci avevan detto chiamarsi il proprietario. Ciò che, del resto, era per noi di ottimo augurio.
Mancavano però i viveri ed il comandante pensò d'inviare all'uopo in città il furiere Muratti per provvederne e in pari tempo per dare e ricevere notizie.
Partì egli infatti e, per andar sicuro e senza molestie, credette bene, per suggerimento dello stesso comandante, di barattare passaporto con Mosettig che, come triestino, lo aveva austriaco. In tal modo il Mosettig diventò il conte Giovanni Colloredo, perchè, come già avvertii, il Muratti aveva il passaporto con questo nome. La precauzione fu eccessiva e forse dannosa. Il Muratti fuarrestato egualmente a Porta del Popolo e per quanto si spacciasse come austriaco e buon cattolico e parlasse tedesco, non essendo creduto, fu condotto alla polizia e soltanto più tardi lasciato libero.
Questo fatto dell'arresto del Muratti io non lo seppi che di poi, all'ospedale, dal cappellano dei gendarmi, il quale mi disse che noi avevamo mandato in città una spia tedesca!
In quel mattino noi avvertimmo parecchi oziosi e sospetti aggirarsi intorno alla vigna, e per quanto ci fu possibile, li arrestammo tutti. Tra costoro c'era un bifolco, un pezzo di giovinotto, che piangeva come un fanciullo; ma la sua ingenuità era così grossolana, da far pensare che fosse più furbo che santo. Ad ogni buon conto anch'egli fu requisito ed incamerato come gli altri.
Verso mezzodì dall'amico Veroi che era di sentinella, fu segnalato l'approssimarsi al colle di alcuni dragoni i quali sostarono al basso fuori del cancello. Enrico ne fu tosto avvertito e tenne consiglio coi capi sezione. Poco di poi intesi Giovannino che diceva ad uno dei nostri capi squadra:
— Porteremo la nostra sezione alla cascina del vignarolo: si prevede un attacco.
Riordinammo i fucili: un'occhiata alla rivoltella e una rassegna rapida delle munizioni di cui ci riempimmo le saccoccie dei calzoni, della giacca edel panciotto; poi ci recammo con cautela alla cascina del vignarolo.
Di fianco ad essa sorgeva isolato un monte di paglia; c'era in cima la nostra sentinella sdraiata, perchè potesse vedere senza essere veduta. Nel casolare del vignarolo si stava allora appunto allestendo un po' di cibo e più che tutto un buon brodo che ci andò in tanto sangue. Si mangiava allegri, non preoccupati per nulla della imminenza di una catastrofe: anzi si celiava lepidamente ricordando episodi ed aneddoti d'altri giorni e d'altri amici.
Il più faceto e grazioso narratore in quell'istante era il povero Mantovani. Parmi ancora vederlo seduto sopra una cassapanca con un pezzo di pane in una mano ed un quarto di pollo nell'altra. Narrava e mangiava a quattro palmenti. Infelice! Tre ore dopo era morto!
Infatti si stava ancora mangiando, quando entrò in gran fretta la sentinella esclamando a bassa voce:
— I soldati! i soldati!
Immediatamente ognuno diè di piglio all'arme sua, e tutti si uscì alla rinfusa dal casolare. Ci schierammo alla meglio lungo il ciglio del colle riparati da una leggera siepe e attendendo, ginocchio a terra, l'avanzarsi del nemico.
Lo si vedeva infatti venire innanzi con cautela disteso in colonna.
Evidentemente veniva ad una ricognizione. Non si distingueva di qual corpo fossero i militi, ma il colore cupo delle monture ce li faceva riconoscere per carabinieri esteri (svizzeri).
— Attenti! ci disse sottovoce Giovannino, non fate fuoco finchè non ve lo ordino io!
Una prima scarica ci salutò ad una distanza, per verità, troppo rispettabile e le palle passarono fischiando sul nostro capo.
— Non ancora, non ancora! lasciate che si accostino di più!
Infatti lentamente si avanzavano regalandoci una seconda, poi una terza ed una quarta scarica.
Ci dovevano discernere benissimo: ed a misura che progredivano, abbassavano la mira, talchè nelle ultime scariche le palle si piantavano entro terra al disotto di noi e il terreno spruzzando ci sbatteva in viso. Giovannino stimando per noi inutile imbarazzo quella siepe ci ordinò d'atterrarla, e fu fatto in un attimo.
— Fuoco! ordinò egli allora, e la nostra prima scarica partì.
Dopo, lo scambio delle fucilate continuò senza interruzione: ma chi può ridire la pena del caricar quei fucili e il disuguale combattimento! I papalini avevano deiremingtonbuonissimi che tiravano fino a 800 metri; noi invece dei ferrivecchi, avanzi della Guardia nazionale. Per caricarli occorrevastar ritti in piedi sul ciglio della collina: miglior bersaglio non si poteva loro offrire!
Qualcuno potè approfittare di qualche tronco d'albero e riuscire a caricare al riparo, ma i fucili, quasi tutti guasti per l'umidità sofferta, erano addirittura inservibili! Cinque capsule, mi ricordo, dovetti applicare per fare il primo colpo: e nella condizione mia erano tutti.
— I fucili non servono a nulla, cominciammo a gridare, ci vuol l'attacco alla bajonetta!
E in quell'istante, colpito da una palla, cadeva il povero Moruzzi. Accorsero Giovannino e il Campari e tentarono di sollevarlo da terra, ma il soccorso portò danno maggiore, poichè una seconda palla lo colpì al ventre.
D'altronde il nemico incalzava e non c'era da perdere tempo. Giovannino ordinò di ritirarsi verso la casa per unirci agli altri. Le ultime scariche ferirono anche il Castagnini.
— M'hanno ferito, gridò mostrando il braccio sanguinante.
Era quello il primo sangue che io vedevo e non potei trattenere un lieve moto di ribrezzo: guardai compassionevole il povero amico, ma il suo volto, tutt'altro che atterrito, mi rincorò.
Ci ritirammo ordinatamente.
Raggiunte le altre due sezioni, che al rumore delle fucilate e per l'avviso mandatone da Giovanni,erano uscite dalla casina e si erano schierate lungo la strada, ci fu un breve istante di ressa, di parapiglia e di incertezza sulle disposizioni da darsi. Non si sapeva effettivamente da qual parte potesse sbucare il nemico.
Ma quando furon visti spuntare i berretti in fondo alla stradicciuola, il comandante ordinò sul'attacco alla bajonetta nella direzione della strada stessa.
Vi si lanciò il Tabacchi colla sua sezione.
Senonchè si vide allora, dal lato sinistro della strada, apparire il grosso della colonna disteso in ordine sparso sul prato fiancheggiante.
Ma Enrico fu pronto a mutare comando, e senz'altro con quanta voce aveva gridò:
— Sulla sinistra! coraggio ragazzi! attacco alla baionetta! evviva Garibaldi!
Un urlo di noi tutti fe' seguito alle sue parole, e superando la scarpa della strada infossata, piombammo addosso ai pontifici.
Sorpresi anche dalle grida, costoro sostarono un momento esitanti; credettero senza dubbio di avere di fronte un nemico ben più numeroso.
Sventuratamente, oltre che montare il piccolo ciglio del campo di sinistra, dovevamo superare anche una siepe che costeggiava il ciglio stesso e che imbarazzava un movimento simultaneo di tutta la colonna. Enrico ch'era in testa a tutti,ne atterrò coi piedi quel tanto che bastava a lui solo per passare, e senz'altro si slanciò precipitoso in avanti.
— Fermati, Enrico, gli gridò Giovannino, che andiamo assieme!
Sono queste le ultime e le uniche impressioni che mi sono rimaste della tragedia che allora appunto avea principio: le parole di Giovannino, la corsa precipitosa di Enrico in mezzo al nemico colla rivoltella spianata contro il capitano dei pontifici e due o tre soldati sul suo fianco sinistro che lo prendean di mira. Poi non vidi altro, perchè nello stesso istante una palla tirata quasi a bruciapelo mi spaccò il polso del braccio sinistro.
Fu come un violento colpo di pietra: il braccio restò intorpidito, il fucile mi cadde e mi trovai disarmato di fronte a due soldati che m'investivano a bajonetta calata.
Trassi il revolver, ne scaricai due colpi nella lor direzione: la vista dell'arma li fe' retrocedere.
Squillò allora una tromba. Eran nuovi nemici che si avanzavano? era un segnale d'attacco alla villa per toglierci la difesa?.... Il Tabacchi lo prevenne portandosi sulla destra del luogo d'azione, e noi altri tutti accorremmo subito alla difesa della casa.
Appena entrato io caddi su di una seggiola ed ebbi qualche minuto di deliquio.
Quando rinvenni, la casa era tutta in trambusto.
Imbruniva; la lotta era finita, i papalini pareva che si fossero ritirati, ma c'era chi diceva che ci avrebbero assaliti per diversa parte.
— Bisogna difenderci, — barricheremo la porta, le finestre, — daranno fuoco alla casa, — è morto Enrico ed anche Giovannino, — meglio arrenderci, — no, dobbiamo vincere o morire, — è caduto Mantovani, — mancano pure Bassini e Papazzoni, — ci assaliranno da un momento all'altro, — di notte è impossibile, — usciamo di nuovo, — è caduto anche Mosettig, — non usciamo, ci prenderebbero, — difendiamoci qui.
Queste ed altre eran le frasi che rammento fra la trepidazione, la confusione, l'ansia dell'istante, il trambusto e l'urgenza di una pronta risoluzione.