X.L'indomani.

Fui medicato alla meglio dall'amico Fabris (noi lo chiamavamo Febo ed era allora studente di medicina a Bologna) con delle pezze strappate da una camicia. Il projettile m'avea spezzato il capo articolare dell'ulna, il dolore era acuto e ad ogni piccola mossa mi rincrudiva lo spasimo. Temevo d'essere preso dal tetano.

Per darmi animo mi fecero bere del vino e poi mi adattarono al collo una benda, sì che il braccio potesse star fermo e adagiato.

L'angoscia maggiore in tutti era però per la perdita dei fratelli Cairoli: si parlava d'Enrico caduto, di Giovannino pure; degli altri non si sapeva.Sarebbe stato necessario andarli a levare dal campo; ma e se la casa fosse circondata?....

Era scorsa fra codesti dubii e contrasti una buona ora dal combattimento e la notte era già avanzata, quando parve udire dal di fuori delle grida continuate. Si tacque tutti e di lì a poco si sentì una voce chiara, distinta, disperata gridare nel buio della notte:

— Aiutooo!

— Chiedono soccorso.

— Sono i nostri feriti. Bisogna andare.

— E se fosse una gherminella dei nemici per tirarci fuor di casa?

— Comunque sia, bisogna andare.

— Vado io, ci vieni tu?

Ma in quella nuovamente e più lungo e più desolato s'udì il grido: Ajutooo!

Immantinente l'amico Febo, lo Stragliati ed altri, salite le scale, aprirono una finestra e gridarono ad alta voce:

— Chi è?

— Mosettig! rispose la voce.

Non c'era più dubbio: erano i nostri che chiamavano soccorso. Subito alcuni uscirono e rientrarono ben tosto reggendo a spalle il compagno Mosettig ferito ad una gamba. Tra i caduti era stato il primo a riaversi e si era trascinato a piccole tappe fin presso alla casa.

Senza più indugi un altro drappello uscì di nuovo fuori; poi un altro ancora e in breve furon portati entro la casa il Papazzoni ferito ad un piede, il povero Enrico morto ed agonizzante l'infelice Mantovani.

Enrico ed il Mantovani furono entrambi deposti a terra nella stanza dove il mattino s'era tenuto consiglio tra i capi sezione. Il Mantovani respirava appena, ma ebbe il tempo di dirci, fra i singulti della morte, come essendo caduto per una ferita fosse poi bajonettato sul terreno.

Un grido d'orrore, lo rammento, accolse quella rivelazione di codarda barbarie. Pochi momenti dopo, fra spasimi convulsivi terribili, spirò.

Il nostro dolore per la perdita di quei due amici fu vivissimo. Si riandavano i momenti dell'attacco, della mischia, si deplorava di aver agito precipitosamente, di aver fatto un attacco alla bajonetta in quel posto; meglio era difenderci in casa, meglio ritirarci al mattino; già si dovea prevedere che quella non era posizione sostenibile!...

Sul campo non si poterono ritrovare nè Giovannino, nè il Bassini. C'era chi assicurava che erano morti entrambi, forse caduti lungo la strada, dopo aver tentato di guadagnar la casa, forse trasportati via dagli stessi pontifici.

Intanto lo spasimo al mio braccio andava aumentando. Sdraiato com'ero, mi riusciva insoffribile; mi alzai e salii dall'amico Mosettig.

La sua ferita era grave. Mi strinse con affetto la mano, mi baciò:

— Ah, poveri noi, sclamò poscia, quanto fummo sfortunati!

— Pur troppo, gli risposi, e me ne duole nell'anima! Ora ci terranno prigionieri chi sa quanto tempo!... E pensare che fra pochi giorni io avrei dovuto iscrivermi all'Università, e forse mi toccherà perdere l'anno!

L'amico mi guardò stupito con cera interrogativa, come per accertarsi se avevo dato di volta al cervello. Ma vedendo che io insistevo nel discorso:

— Ma ti par questo il momento di pensare all'Università? mi gridò. Chi sa domani cosa faranno di noi!

Per verità non aveva torto. Da parte mia, però, lo confesso ingenuamente, non fu nè millanteria nè sprezzo del pericolo. Io vado soggetto a distrazioni incredibili e anche in quella circostanza si vede che la regola non volle avere eccezione.

Durante la notte i nostri compagni si sbandarono tutti, chi da una parte, chi dall'altra. Rimasero a guardia dei feriti il Colombi, il Campari e il Fiorini, nonchè i doganieri pontifici fatti prigionieri la notte innanzi.

Cessato il trambusto e l'agitazione, dileguatisi uno ad uno i compagni, io mi gettai di nuovo sulla paglia, e fosse stanchezza dei patiti disagi oreazione all'angoscia sofferta, fatto sta che in quella casa dove pareva restassero gli avanzi di un saccheggio, fra compagni feriti che gemevano, con due amici morti d'accanto, con l'incertezza crudele del domani in cuore, quando il sole spuntò al mattino sull'orizzonte lontano ad illuminar quella scena d'orrore.... io dormivo.

Dormivo davvero quando un raggio di luce penetrò nella stanza a pianterreno. Destarmi e riconoscere subito la terribile realtà della situazione, fu cosa di un minuto. Non sognavo, no. Chi sogna dorme male ed io in quelle brevi ore avevo dormito profondamente. Tanto ero stanco!

Mi rizzai a sedere. La poca paglia su cui giacevo mi aveva mal difeso dall'umidità del pavimento e mi sentivo le ossa peste ed ammaccate come se mi avessero bastonato. Contemplai un istante la scena che mi circondava, poi uscii all'aria aperta. Avevo proprio bisogno di respirare liberamente.

L'orrore di quel luogo chiuso, barricato, pieno d'armi accatastate alla rinfusa, di cappotti, di borraccie, di vestiti abbandonati dai compagni per esserepiù lesti al cammino; l'aspetto di saccheggio e di devastazione che presentavano quei tavoli, quelle sedie rovesciate, le bottiglie fracassate, le stoviglie infrante, gli avanzi della cucina del giorno innanzi ancora sparsi sul pavimento e frammisti alla paglia, ai cappelli, alle bende, e tutto ciò chiazzato di macchie sanguigne; il gemito dei poveri miei compagni feriti, e nella stanza vicina, giacente a terra quasi a sbarrarne la porta, il cadavere del povero Enrico e l'altro più terribile del Mantovani, il quale pareva sfidasse ancora l'assassino che lo aveva morto a bajonettate sul terreno, formavano nell'insieme uno spettacolo raccapricciante.

Si soffocava: uscii, come ho detto.

Un magnifico sole cominciava ad indorare le foglie alle siepi ed agli alberelli che costeggiavano la stradicciuola di fronte alla casa. Di lontano giungeva il suono delle campane della città eterna, e ad ogni tratto un'archibugiata dei pacifici cacciatori onde abbonda la campagna romana, veniva a rompere la pace di quel luogo. Spettacolo di natura tanto tranquilla e sorridente che faceva vivo contrasto con la desolazione della villa, con la realtà del fatto, con l'amarissima incertezza della sorte nostra.

Pensavo... forse domani ci sottoporranno ad un Consiglio di guerra; forse.... e il pensiero inorridiva, mentre inavvertita dalla congiuntiva dell'occhio mi scendeva una lagrima... E la mamma?...

Levai il capo per cacciare i neri presentimenti e... mi vidi faccia a faccia con uno sconosciuto!... Dio mio! lo fisso. Era Giovannino! Giovannino Cairoli in persona!... Ma chi avrebbe potuto più ravvisarlo? Pallido in viso e macchiato orribilmente di sangue che era colato dalla testa fasciata con un cencio e coperta da un cappellaccio. Si reggeva su di un bastone e camminava a stento.

Anch'egli pativa per le ferite toccate nella schiena difendendo il fratello dopo che era caduto. Povero Giovanni! Avea lottato corpo a corpo, aveva veduto cadere il fratello in quel terribile attacco alla bajonetta, avea veduto i soldati precipitarglisi allora addosso, si era avventato colla rivoltella alle tempia di quegli aggressori; ma la rivoltella, arruginita, non aveva agito. Disperato l'aveva sbattuta sulla testa d'uno di quei miserabili colla furia della tigre ferita, e come tigre ferita era caduto poi rovescio, colpito da una palla che gli sfiorò il cranio. Si era gettato allora sul corpo del fratello esamine, colle mani, col petto facendogli scudo, e le bajonette nemiche avevano finito anche lui, che giacque spossato, sanguinante, svenuto accanto al suo Enrico!

E quanta vita, quant'anima in quel giovinetto, mentre mi raccontava sì orribile tragedia!

— Ah! lasciatemi vedere il mio Enrico! che io lo baci ancora una volta, una volta ancora!

Gli amici Campari, Colombi ed io pure tentamno in ogni modo di opporci, e lo assicurammo che più tardi gli avremmo concesso questo supremo sfogo di dolore. Fu fatto entrare in casa, ma uno di noi ebbe l'avvedutezza di andare innanzi e di chiudere la porta della stanza dove giaceva il fratello.

— Sentite, amici, disse poi risoluto ed appena entrato in casa, facciamo una cosa. Abbiamo ancora fucili, abbiamo rivoltelle; se vengono i soldati barrichiamoci in casa e vendiamo cara la nostra vita.

Eroico ardimento d'un cuore generoso e ferito.

Non ci volle molto però a farlo persuaso della impossibilità di tale progetto. I gemiti dei compagni pressochè moribondi avrebbero condannato qualunque tentativo temerario da parte di noi, feriti pur anco ed impotenti a qualsiasi resistenza.

Era prossimo il mezzogiorno. Una brezza leggiera piegava gli alberi, metteva un lieve senso di brivido nelle ossa indolenzite e faceva lentamente sventolare il bianco lenzuolo che, annodato a mo' di bandiera ad un bastone, avevamo issato da una finestra della casa.

Uno strepito confuso d'armi e di voci, lo scalpitar di cavalli ci fe' comprendere che s'avanzavano dei militi. Erano certamente venuti a levare i feriti.

Le guardie di Finanza da noi fatte prigioniere lungo il Tevere e liberate da noi quella mattina,avevano senza dubbio mosso il comando militare pontificio al soccorso dei nostri feriti.

Così pensavamo: ma non era così.

— I pochi della scaramuccia di ier sera non dovean essere che l'avanguardia. Di certo sui Monti Parioli ora ci deve essere il grosso della banda. La chiamata al soccorso dei feriti non può essere che un gherminella per tirarci lassù ed attaccarci.

Ecco quale certamente deve essere stato il ragionamento del ministro delle armi e generale delle truppe pontificie, poichè non è credibile che si venisse a levar feriti con tanto apparato di forze. Zuavi, antiboini, tiraioli, zampitti, dragoni, gendarmi, ogni arma era stata messa a contribuzione.

Al primo vederci puntarono le armi in atto difuoco.

— Feriti, feriti,blessés! gridavamo noi. Si! era come dire al muro! non ne capivano d'italiano! Finalmente un tenentino dei dragoni si fe' avanti gridando loro:

—Ne faites pas de feu! pas de feu!e fatti alcuni passi verso la nostra casa, prima ci ordinò d'uscire, poi messici in fila tutti fuor della porta, con una sentinella cui graziosamente ordinò d'infilzarci tutti se ci fossimo mossi, entrò nella casa e la masnada intera lo seguì.

Descrivere il fracasso che fecero con quei poveri fucili, ferrivecchi della Guardia nazionale, è cosada non potersi ridire! Ce n'erano moltissimi di carichi ed essi li prendevano per la canna e pestandoli contro il suolo o contro il muro, ne spaccavano il calcio.

E dire che non uno esplose loro nelle mani!

—Vous étiez venus ici avec de trés-bonnes intentions, ci disse il tenentino uscendo e portando in pugno una mezza dozzina di rivoltelle.

Ricordo ancora la faccia del Campari e la sua risposta. I buoni ambrosiani non dimenticano mai la loro parlata, talora francamente ingenua, anche nei momenti supremi della vita.

—Oh me par peu, rispose egli con un accento di bonaria persuasione,me par che voressen minga cojonà gnanca lor!

Dopo un'ora circa impiegata a distinguere i fucili, i vestiti e quanto trovarono, ripresero finalmente la loro strada e sembrava che avessero fretta. Chiedemmo loro dove andassero e perchè non trasportassero i feriti. Ci fu risposto che non ne avevano il tempo, perchè doveano inseguire le bande[17]! Credevan forse a pochi passi da noi di scovare Garibaldi in persona!

Un gendarme prima di montare a cavallo mi presentò una bottiglia, offerendomi da bere. Lo guardai in viso; non comprendevo così strana cortesia.

— Bevi, bevi, mi ripeteva.

— Ah è così che la credete? sclamai d'un tratto. Presi la bottiglia e tracannati tre o quattro sorsi, la lanciai contro lo stipite fracassandola in mille pezzi. Temevano che avessimo avvelenato il vino!

Imbruniva. Il povero Giovanni era riuscito ad ottenere da noi di poter dare l'ultimo bacio all'amato suo estinto. Ma lo trascinammo subito fuori dalla stanza, promettendogli che guarderemmo noi stessi la preziosa salma perchè nessuno la toccasse.

Pochi minuti dopo io ed il Campari gli consegnammo alcuni oggetti e ricordi tolti di dosso al glorioso eroe.

Un rumor sordo di carri ci avvertiva che finalmente qualcuno da Roma si era mosso in nostro aiuto.

Era ben ora. I feriti nostri languivano senza cibo da ventiquattr'ore e le ferite incrudivano coll'avvicinarsi della notte. Erano bare tirate da un cavallo e coperte da un saccone. In ciascuna fu adagiato alla meglio un ferito. Vi erano pure due carrozze. Il corteo era composto d'un medico, un cappellano, un capitano dei gendarmi e di quel tenentino della mattina. Costui al povero Giovanni che iopregava di usare riguardo nell'entrar dentro la stanza ov'era suo fratello morto, rispose cinico:

— Ebbene, se è morto, non posso certo fargli del male!

Anche nei momenti più tristi c'è sempre una nota amena. Ce la diede questa volta il cappellano, un grosso e corpulento prete belga con una faccia da cuor contento inesprimibile, il quale domandò a più d'uno dei nostri feriti se prima di battersi aveva fatto le devozioni sue: qualcuno gli rispose che sì, ed egli ne fu contento come una pasqua.

C'incaminammo. Si scendeva lentamente per la calata dell'Arco scuro, ma quando imboccammo lo stradone di Porta del Popolo si accelerò il passo. Io ero a cassetta ed il cocchiere mi andava infastidendo con rimproveri ed ammonimenti.

— Fate il vostro mestiere! gli dissi. E tacque.

Arrivammo a Porta del Popolo e il treno si arrestò. Una compagnia di truppa era in arme al limitare della porta. C'era una agitazione, una ressa indiavolata. Un capitano venne allo sportello della nostra carrozza e raccontò che in città avveniva un fatto d'arme: eran duecento, trecento, quattrocento insorti, c'eran morti, feriti, ecc.[18].

In quel mentre si udivano infatti parecchie fucilate.

— Oh Gesummaria! invocò il mio cocchiere.

— Niente paura, gridò il tenentino spavaldo, è qualcuno che... (lasciamo nella penna la parola). Avanti!

Uno squadrone di dragoni a cavallo ci si mise al fianco per iscorta e il corteo mosse di nuovo.

Tre cannoni erano puntati in Piazza del Popolo, uno contro il Corso, un altro verso il Babbuino, il terzo contro Ripetta. Noi prendemmo da questa parte. La via era deserta affatto, chiusi i negozi, le porte e le finestre. Il rumore delle ruote, lo scalpitar dei cavalli, il tintinnio delle sciabole dei dragoni in mezzo a quel sepolcrale silenzio aveano un che di sinistro. Appena vedevasi qualche imposta di finestra aprirsi un momento e far capolino qualche curioso attratto dall'insolito rumore, e poscia tosto rinchiudersi.

La traversata di Roma seguì senza inconvenienti.

Battevano le 8 di sera e noi arrivammo alle porte dell'ospedale di Santo Spirito incerti di nostra sorte, se prigionieri di guerra ovvero insorti sorpresi coll'armi alla mano, e quindi forse dannati nel capo per alto tradimento!

La ressa di popolo pel nostro arrivo all'ospedale militare era grande. Eravamo i primi garibaldini prigionieri portati in Roma: si può immaginare se la novella era corsa di bocca in bocca!

Al primo arrivare ci fu un po' di parapiglia, perchè non era stato preparato alcun locale. Ma la superiora delle suore trovò subito un ripiego; fatti levare alcuni zuavi del picchetto di guardia, che russavano placidamente sui pagliericci in una camera di pian terreno, in un momento ci fe' mettere insieme sette letti, e tutti in una sola stanza, cosa che ci fece molto piacere.

Ufficiali, medici, flebotomi, monsignori, cappellani, soldati, suore, tutti erano in moto per noi. La curiosità avea naturalmente molta parte in tante premure.

Prima cura fu quella di visitar le nostre ferite. Ne avevamo veramente bisogno, perchè ci si era fasciati appena alla meglio in modo da far ristagnare il sangue e questo s'era rappreso sulle ferite. Io poi desideravo sapere quale ferita fosse la mia, se grave o no.

Mentre ognuno di noi si adagiava alla meglio, mi venne fatto di notare un prete lungo, alto, con una croce sul petto, di fisonomia piuttosto seria, non troppo entrante; uno degli infermieri mi disse che era monsignor De Merode, elemosiniere segreto di sua Santità.

Fummo medicati con premura. A Giovannino, ricordo, furon tagliati i capelli e gli fu fatto dalla suora un salasso.

Tutto sommato, l'ingresso nostro non fu cattivo e ci lasciava sperare che non avremmo avuto dispiaceri, quantunque gli animi, specie dei militari, fossero irritatissimi per il fatto della caserma Serristori avvenuto il dì innanzi.

Il primo sospetto era stato per l'appunto che quel fatto fosse opera nostra.

Mia prima cura fu quella di chiedere carta penna e calamaio per scrivere alla mia buona mamma. Mi fu risposto che prima bisognava dar contezza di noi all'autorità militare politica, dopo avrei avuto quanto desideravo.

Di fatto, eseguita la medicatura, venne un auditore militare a prendere nota delle nostre generalità. Il nome di Colloredo fece grande impressione su lui e sugli astanti.

I Colloredo sono una famiglia antica nobilissima che trae la sua origine dal castello di Colloredo in Friuli. Ebbe molti illustri guerrierimarescialli e generali che in gran parte militarono al servizio dell'Austria, coprirono onorevoli incarichi e condussero a fine importanti missioni. Alcuni de' suoi rami esistono tuttora nel Friuli, ed in Austria pure sussiste sempre il ramo dei Colloredo Mels e dei Colloredo Mansfeld.

Uno dei Colloredo del Friuli era allora imparentato coi principi Altieri qui di Roma, perchè marito a donna Livia, morta alcuni anni or sono, e in Roma vivea allora anche un vecchio padre Colloredo dei preti dell'Oratorio.

Incontanente si sparse la voce che all'ospedale di Santo Spirito era ricoverato un Colloredo garibaldino e non tardò a diffondersi per la città, per l'Italia e dirò anzi per l'Europa. Infatti la notizia fu riportata, oltrechè dai giornali nostri e dai francesi, anche dallaPressedi Vienna e dalTageblatt.

Prima di lasciar Villa Glori si era fra noi convenuto di chiamare il Mosettig col nome di Colloredo, come si era fatto per il Muratti in Roma.

L'auditore militare si mostrò anche non poco stupito allorchè, chieste le generalità a Giovannino, si senti rispondere:

— Anni ventiquattro.

— Condizione?

— Ex capitano di artiglieria.

Infatti su quel volto ingenuo di gentil giovinetto, oltre che la bontà, si leggeva chiara anche l'intelligenza,che nei brevi anni vissuti già lo avea portato a quel grado distinto. O se vivesse ancora! sarebbe forse uno dei migliori nostri generali!

La prima notte fu affannosissima e appena al mattino mi fu dato di poter dormire un poco. L'apparecchio di stecche cui era raccomandato il mio braccio, mi costringeva ad una supina immobilità, la quale mal si prestava al sonno, ma ad ogni movimento ch'io facessi mi si rinnovellava il dolore.

L'indomani nuove domande dell'auditore militare, nuove ricerche, nuovi curiosi e sempre molti medici, infermieri, suore, inservienti.

Chiesi nuovamente al direttore dell'ospedale, capitano Galliani, l'occorrente per scrivere e, se mi era permesso, anche qualche libro da leggere. Immantinente egli si diede premura di soddisfare il mio desiderio e portò per tutti carta da scrivere ed alcuni romanzi di Walter Scott.

Il capitano Galliani era una gentilissima persona, della quale conserverò sempre finchè vivo ottima memoria. La gentilezza d'animo e la squisitezza di sentire sono una dote dei cuori buoni e non vengono meno per ragione dei principii o d'idee professate. Il Galliani era affezionatissimo al Santo Padre ed attaccato al governo papale che serviva con zelo ed attività esemplari. Nel1861 era stato alla battaglia di Castelfidardo; fatto prigioniero, era stato condotto a Genova, dove aveva avuto molte cortesie ed era stato trattato amorevolmente. Apprezzava quindi per esperienza fatta le attenzioni usate in simili circostanze e conosceva per prova come tornino gradite e quale imperituro ricordo lascino nell'animo dei vinti.

Veniva spesso a tenerci compagnia e sapeva evitare tutti i discorsi, nei quali non potevamo trovarci d'accordo; era uomo onesto, leale, di ottima cultura e d'ingegno acuto.

Pur di usarci un'attenzione si sarebbe fatto in quattro; se gli chiedevamo un favore si sarebbe detto che il piacere fosse tutto suo nel procurarcelo. Ci condusse la gentile sua signora con la figlia a visitarci: più volte ritirò la nostra biancheria e ne fece il bucato in casa sua. Un giorno che andò alla caccia, ci portò al ritorno una magnifica spiedata d'allodole.

A proposito della biancheria, anche il Galliani era fra coloro che subivano il fascino del nome di Colloredo: a tutti presentava il Mosettig e più a lungo con lui si tratteneva. Or bene, quando gentilmente egli si prese l'incarico della nostra biancheria, dovette trovare di necessità quella del Mosettig segnata con sigla differente da quella di Colloredo e senza alcun segno gentilizio. Ma di questa scoperta non diede segno: essa restò affatto segretanella famiglia Galliani. Il capitano venendo a visitarci continuò a salutare sempre per primo il Colloredo, e la signora e la figlia che ritornarono più volte, s'intrattenevano sempre colsignor conte.

Svelare il segreto all'autorità militare sarebbe stato una delazione vigliacca, dissimularlo anche con noi fu delicato riserbo d'animo squisito.

Chè se, tre mesi dopo, al momento di partire, il Mosettig si sentì ufficialmente denegata da un gendarme tale sua qualifica di nome e condizione, lo dovette ad uno dei conti Colloredo austriaci, il quale, quando vide girare sui giornali il proprio casato come appartenente ad un garibaldino, si affrettò a dare alla notizia una solenna smentita impugnando l'autenticità del preteso conte.

Rividi il capitano Galliani nel settembre del 1870, perchè appena entrato in Roma la mia prima visita fu allo spedale di Santo Spirito. Stava allora appunto il Galliani facendone la consegna all'incaricato italiano. Appena mi vide lasciò ogni cosa e mi venne incontro con vera effusione esclamando:

— Vedi, caro amico, ora abbiam mutato sorte: io son diventato servitore e tu sei il padrone.

Io gli risposi che fra noi non c'erano nè padroni nè servi, ma amici. E, in verità, amico gli ero proprio di cuore.

Mi condusse poi a visitare lo stabilimento, creazione che si poteva dire sua e che nulla lasciava a desiderare per ordine, pulizia e buon andamento di servizio e d'amministrazione. Mi espresse con espansione d'amico il vivissimo suo dispiacere di doverlo abbandonare, e da ultimo mi condusse a vedere la stanza di nostra prigionia.

Oh quanti ricordi, quante emozioni fra quelle quattro mura nude, bianche, illuminate da una sola finestra in un angolo; quanti pensieri rivedendo quel soffitto alto ed a volta, su cui io per tanti giorni, immobilmente supino, fui costretto a fissare lo sguardo!

Di sette che eravamo stati ricoverati in quel luogo, due erano già scomparsi dalla scena del mondo; e non erano scorsi tre anni!

Ritornai a Roma nel 1871 e nel 72 e non trascurai mai di fare una visita al capitano Galliani. Era pensionato; il nuovo ordine di cose lo avea danneggiato non poco, però non se ne doleva e conservò sempre l'ilare suo contegno e l'onesta sua bonomia di vecchio soldato. Ingannava il tempo andando a caccia, esercizio pel quale era appassionatissimo. L'ultima volta che lo vidi fu in casa sua ventisei anni or sono, la sera dellabefana, nella festosa e rumorosa allegria con cui si suole qui in Roma trascorrere quella sera, e la veglia si chiuse con una quadriglia da lui comandata.

Da allora non fui più a Roma per parecchi anni.

Ritornatoci dopo lungo tempo, non seppi risolvermi a chieder notizia di lui. Temevo sentirmene dare una brutta! Pochi mesi or sono finalmente, passando dal palazzo Gabrielli, dov'egli abitava, domandai della famiglia sua e il portiere mi rispose stupito come se gli chiedessi notizie dell'altro mondo.

Se egli vive ancora (e glielo auguro di cuore e per lungo tempo!) mando a lui un cortese saluto: sappia che io sono lieto d'avergli pagato modestamente il tributo di mia riconoscenza scrivendo il suo nome in queste povere pagine.

Avuta la carta e il calamaio scrissi a mia madre.

Senza reticenze le diedi addirittura la triste notizia dell'accaduto, incuorandola a non temere di nulla, trovandomi io ben ricoverato. Mi parve fosse meglio così, perchè pensai che la vista della mia scrittura avrebbe dovuto rassicurarla più di qualunque inutile ipocrisia. Quando si sta male e si soffre, non si scrive.

Quella lettera mi venne tra le mani pochi mesi or sono riordinando un pacco di vecchie carte e duolmi non averla conservata. Portava da piedi ilvistodel generale Zappi.

In quel primo giorno avemmo parecchie visite illustri che poi si rinnovarono spesso.

Prima fra tutte quella di due signore accompagnate da un prelato. L'una era una donna dibella statura, di piacevole aspetto e gentile di modi. Era la signora Kanzler moglie al Generale Ministro delle Armi. L'altra era una signora bionda con occhi bigi e lineamenti e mosse da maschio. Non era bella; portava un abbigliamento strano che non era nè da ragazza nè da matrona, ma un che di mezzo fra la monaca, la amazzone e la zingara. In capo un caschettino nero all'ungherese inforcato da una piuma alla cacciatora, col velo ripiegato all'intorno e tenuto a dovere da un enorme fermaglio d'argento rappresentante la medaglia di S. Pietro (una croce capovolta). In tutto il resto dell'abbigliamento nessun gingillo, nemmeno i pendenti; corsetto e sottana tutto in nero, e questa molto succinta, il che colle mode d'allora produceva un effetto strano. Parlava bene il francese, ma il biondo della sua capigliatura e la tinta pallida, le mosse originali, la spigliatezza indipendente del tratto l'accusavano inglese.

Seppi poi che era la signora Stone, una fanatica del sanfedismo, portata a cielo dai giornali clericali per il suo zelo e coraggio da vandeana, che non avean nulla da invidiare a quello dei soldati e dei birri. Durante la campagna insurrezionale dell'agro romano aveva sempre trovato tempo e modo di frequentare chiese, ospedali e carceri, di recarsi più volte al campo dei pontifici a curare i feriti, e di passare poi a quello dei garibaldini,di giorno e di notte, affrontando sentinelle, per riscattare prigionieri.

Una volta corse rischio di essere presa a fucilate: fu fatta prigioniera e condotta al generale Garibaldi col quale desiderava abboccarsi. Era di quelle nature esaltate che non s'acquetano di una pietà tranquilla, rassegnata, amorosa, ma vogliono la virtù attiva, inframmettente, turbolenta, crociata, le religione delle isteriche fantasie, la pietà rivoluzionaria, la carità del trambusto, il fervore che arrota i denti e mena le mani, l'arruffio continuato, il perpetuo sussulto.

Il prelato invece era un vero gentleman inglese in veste talare: si chiamava Edmund Stonor. Non mancò un giorno di venir a visitarci. Parlava bene l'italiano benchè con accento straniero, pacato, senza mai alterare d'un punto la voce e con grande compostezza e parsimonia di gesti.

Per qualunque servigio era con noi cortesissimo e molto s'adoperò in favor nostro. Quieto, gentile, moderato, era un vero cavaliere di modi e d'aspetto. Non ebbe mai una parola di rimprovero per noi, non una recriminazione. Anche Giovannino nei suoi Ricordi parla di lui con molta riconoscenza.

So che vive ancora qui in Roma. Non so quale grado coprisse allora alla Corte Pontificia, non so quale occupi ora. Non credo però che abbia fattocarriera politica; forse ama più la propria indipendenza che gli onori ed i fasti della diplomazia. Di famiglia credo fosse ricco: per noi allora avea un solo torto, quello d'essere prete.[19]

La visita fu un po' lunga; le interlocutrici erano donne e quindi avevano molta curiosità da soddisfare. La fissazione loro, come quella di tutti, era che la nostra fosse una banda di fuorusciti e non una colonna venuta dal confine.

Verso il mezzogiorno un ufficiale spalancò i due battenti della porta annunciando il Generale! Entrò infatti un ometto piuttosto vecchio, adusto, in assisa da generale, accompagnato dallo stato maggiore e dai medici dell'ospedale. Era il generale Zappi di Imola, comandante il presidio di Roma.

Per primo gli fu presentato Giovannino. Gli chiese come stava, gli domandò notizie della spedizione nostra, ebbe parole di compianto per le nostre illusioni. Giovannino approfittò del momento per chiedergli conto della salma del fratello e pregarlo a volersi adoperare perchè ne fosse eseguito il trasporto a Pavia con ogni cura e decoro.

— Di questo Ella non deve dubitare; sarà compito mio.

Giovannino arrischiò allora un'altra domanda e cioè di poter assistere egli stesso al trasporto.

Il generale aggrottò le ciglia.

— Ella non può ignorare, rispose, in quale condizione si trovi qui. Ella è prigioniero di guerra, e le leggi militari non permettono per ciò che possa uscire finchè non sia stipulata una regolare consegna dei prigionieri. Accordarle ora l'uscita dallo spedale mi è assolutamente impossibile. Però può star sicuro che da parte mia farò quanto sta in me per accontentarla interpretando io benissimo i di lei sentimenti.

Poi venne al mio letto.

— Ah, voi leggete, esclamò togliendomi di mano il libro e guardandone il titolo (Kenilworth). Il modo dell'esclamazione parea volesse dire: Ah voi sapete leggere! Infatti la prevenzione di una gran parte dei prelati, ufficiali e visitatori in genere che venivano da noi, si era che i garibaldini fossero nulla più che dei ragazzacci ignoranti sedotti dal fanatismo; forse a ciò contribuiva lo stato nostro miserevole di vestiario e di toeletta, dal quale essi non sapevano prescindere nel giudicare della cultura e del grado delle persone.

— Ah voi leggete! mi disse; ecco, è un romanzo. Infatti nelle vostre idee, tenetelo bene amente, c'è molto romanzo e pochissima storia; c'è della poesia, ma vi manca la prosa. Voi credevate di venire qui a fare la rivoluzione e che Roma insorgesse come un sol uomo. Nulla di tutto questo; lo avete constatato anche voi. Neppure Viterbo si è mossa. L'avete veduto coi vostri occhi stessi dai Monti Parioli che la Roma eterna non si muove.

Queste le testuali ed autentiche parole che lo Zappi, generale pontificio, disse a me il giorno 25 ottobre a mezzodì. Poche ore dopo accadeva l'eccidio di casa Aiani in Trastevere, tentativo eroico di Roma italiana, ahi pur troppo isolato e soffocato nel sangue! bastevole però a dare una mentita solenne al generale. Roma non si era mossa, perchè esilio e carcere aveano disperso i patrioti e, fatte poche eccezioni, non restavano in città che gli stranieri, i venduti e i rinnegati.

In quella mattina avemmo pure una breve visita di Monsignor De Merode. Parlò col pseudo Colloredo e da ultimo gli chiese quale mira avevamo con lo spingerci fin sotto le mura di Roma.

— Portarvi la rivoluzione, rispose Mosettig.

— E quanti eravate?

— Settantotto.

— Matti da legare! sclamò Monsignore scoppiando in una sonora risata e dato un lieve scapaccione sulla fronte al Mosettig, faceva atto diandarsene, ridendo sempre come si trattasse della più lepida cosa del mondo.

Inavvertentemente però la mano piuttosto pesante di sua Eccellenza aveva fatto un piccolo danno, avea rotto cioè al Mosettig l'occhialino ch'ei sempre portava.

— Oh, chi rompe...? osò, scherzando, esclamare il Mosettig levando in alto le lenti col cerchiello rotto e in attesa di risposta.

— Paga, paga, avete ragione. Ci penso io non dubitate, soggiunse tosto il prelato avvedutosi del malanno. Ma che matti! che matti graziosi! E se n'andò ridendo sempre in modo da far credere che il matto fosse lui.

Un'ora dopo all'incirca, si presentò nella sala un signore con una cassetta. Era un ottico e veniva da parte di S. E. Monsignor De Merode ad offrire al conte Colloredo un occhialino a sua scelta in sostituzione di quello che gli era stato rotto. Ve n'era d'ogni qualità, d'oro, d'argento, d'acciaio, di tartaruga. Il Mosettig ne scelse uno simile al rotto, che consegnò ravvolto in un foglietto di carta al negoziante.

— Che è questo? domandò egli.

— È roba di Monsignore. Chi rompe paga, sta bene; ma i cocci sono suoi.

L'ottico rise e portò seco i cocci.

Il secondo giorno il Castagnini, ch'era il ferito più lieve, potè alzarsi da letto: io invece fui preso da febbre, la febbre di reazione. Contemporaneamente mi si gonfiarono le tonsille e mi pigliò male alla gola, effetto dell'umidità assorbita i giorni prima.

Quello che peggiorava era il povero Moruzzi. Già dal suo stato chiaramente si comprendeva quale dovesse essere la sua sorte. Non gemeva, ma urlava; si lamentava e ad ogni istante desiderava cambiar di posizione. La ferita al basso ventre gli toglieva la possibilità di orinare e quest'era il sommo suo tormento. Sul proprio destino non avea dubbio e lo incontrò rassegnato. Chi ne lo fece sicuro fu un medico balordo, di cui spiacemi non ricordare il nome e che accompagnava appunto il generale Zappi.

— E questo che cos'ha? domandò il generale passando dal mio al suo letto.

— Ha una ferita mortale — rispose freddamente il medico.

Allungai il braccio sano e diedi una solenne strappata alla tunica di quell'imbecille per richiamarlo. Il generale stesso cercò di coprire la risposta e continuando quasi il discorso fatto dapprima a me, lo incuorò a stare di buon animo.

Ma il Moruzzi aveva udita la fatale parola ed al generale che gli chiedeva se gli occorresse alcunchè rispose:

— Desidero sapere schietta la verità sul conto mio.

Il generale naturalmente non gliela disse, ma il Moruzzi non ebbe più alcun dubbio su di essa.

La sera del 27 cominciò ad aggravarsi. Il letto gli era diventato insopportabile. Nostro infermiere in quella sera era un legionario d'Antibo. Fortunatamente il Moruzzi, che era stato molti anni a Ginevra, parlava correttamente il francese. Si faceva voltar di fianco, mettere supino, voleva alzar la testa, appoggiarsi ai gomiti, muoversi, girarsi, pativa una sete ardente, chiedeva da bere, si sentiva soffocare.

A notte inoltrata cominciò a singhiozzare interrotto. Il cappellano militare lo sollecitava perché facesse le sue devozioni; il povero infermo lo pregava a sua volta di volerlo lasciar in pace.

— Se provasse Ella a soffrire quello che soffro io! — gli rispondeva.

E il cappellano ripigliava lena ed argomento da ciò e lo scongiurava a rivolgersi a Dio, il consolatore degli afflitti: finalmente, vedendo che non riusciva a nulla, si volse a me interessandomi onde persuadessi il compagno.

Io gli risposi che il poveretto era troppo aggravato ed avea bisogno di quiete e che non mi pareva opportuno tormentarlo con inutili esortazioniin quegli istanti, dal momento che non si persuadeva.

Tacque infatti e si limitò a pregare in silenzio.

L'alba non era ancora spuntata e il povero mio amico aveva cessato di soffrire.

Una candela fu accesa appiè del suo letto ed il prete vi si inginocchiò accanto recitando le preci dei trapassati.

La mattina il cadavere fu trasportato alla cella mortuaria e di là al Campo Verano, dove non so se un cippo, per quanto modesto, abbia mai ricordato il suo nome.

Le giornate scorrevano tristi, lunghe, noiose. Si contavano i giorni passati, si chiedeva sempre ai medici quanto tempo ci sarebbe voluto a guarire. Essi ci trattavano con cura e con attenzione e s'intrattenevano volentieri, specialmente col Bassini, che era allora laureando in medicina. Ora è professore di chirurgia all'Università di Padova e mirabile operatore.

Dei medici che conobbi allora, mi è rimasta buona memoria, ed ancor m'accade di rivederne qualcuno. Uno di loro da poco tempo è scomparso. Però forse non v'ha persona che percorrendo qualche via del quartiere dell'Esquilino fino a pochi mesi or sono, non siasi abbattuto in una fisionomia asciutta, naso lungo, occhi bigi, figura allampanata ed infilata in uno stifelius dipanno chiaro scendente ai talloni, tuba nera, guanti di lana chiari, pantaloni a campana disegnati a quadrelli chiari con uose colorite alle piante, andatura lenta, mani pendenti a tergo, come temesse sciupare l'originale abbigliamento. Quello, non ne farò il nome, fu il primo medico che ci prese in cura all'ospedale di Santo Spirito.

Uno solo di quei medici non mi ha lasciato buona memoria di sè, quello già accennato più sopra parlando del Moruzzi, e la cui sciempiaggine andava di pari passo colla pretesa. M'era decisamente antipatico: doveva essere anche un vigliacco.

Un giorno, quando cominciai ad alzarmi di letto, avendo perduto il mio famoso caschettino ungherese, mi misi in testa un altro copricapo, che trovai, d'un mio compagno: era di quelli alla calabrese. Appena l'antipatico dottore me lo vide, me lo tolse di botto dicendomi che quello era un abbigliamento da facinoroso. Non so che cosa io gli abbia replicato, ma egli tagliò corto conchiudendo che era un cappello anticattolico! Guardate un po' dove ficcava costui il cattolicismo!

Oltre alle infermiere di servizio, frequentavano la nostra sala dei flebotomi che assistevano alle medicature. Un giorno uno di essi s'era tolto il cappotto e l'avea appoggiato su d'una sedia.L'esculapio sopralodato nel girar l'occhio vide da una delle tasche sporgere il calcio d'una pistola. Piantò lì la medicatura, corse a prendere il cappotto e levatane la pistola:

— Di chi è quest'arma? cominciò a strillare.

— Mia, signor dottore.

— E avete il coraggio di confessarlo?

— Che c'è di male?

— C'è che questo non è luogo da venire con armi. L'ospedale è luogo di pace e non di guerra. Portate via, subito! subito! e lo diceva con tale risolutezza ed era tale il suo orgasmo da farci comprendere chiaramente ch'egli temeva la presenza d'un arma in quella sala. Temeva che ce ne servissimo; forse sentiva di meritarselo.

Dopo il 1870 questo signore emigrò col corpo degli zuavi dello Charrette ed essendo còrso, andò a portare in Francia contro i tedeschi il suo coraggio e la sua scienza.

Oltre a monsignore Stonor, alle due signore ed a monsignor De Merode, venivano anche spesso a visitarci quel prete grasso che fu a levarci a Villa Glori, qualche cappellano militare e i monsignori Ricci e Talbot camerieri segreti di sua Santità. Quest'ultimo monsignore era stato preso anch'egli dalla malinconia di volerci convertire alla fede e ci portava ogni volta delle medaglie, dei rosari e dei libretti di Massime Eterne.

Un giorno gli chiedemmo se le medaglie erano d'argento e avendoci risposto di no, ci fu chi ebbe il coraggio di rimproverargli, scherzando, la povertà del regalo.

Un buon uomo in complesso, anzi un gentiluomo, ma di corta misura. In quella veste poi era addirittura un gentiluomo proibito! Discendente dall'illustre famiglia dei Talbot, che diede luogotenenti e vicerè d'Irlanda celebri per il loro attaccamento agli Stuardi, costui avea fatta rapida carriera alla Corte pontificia; ma l'esaltazione ascetica finì col pregiudicarlo. Si era proposto di convertire al cattolicismo la sua patria e assorto in tale idea andò in Inghilterra a predicare. Fu fatto segno immediatamente agli strali dei pubblici diarii, e la derisione fu tale che il pover'uomo finì con l'uscirne pazzo.

Ma non era il solo Talbot che avesse il ticchio di fare il missionario fra i garibaldini. Anche il De Merode ci si adoperava e avea preso di mira principalmente il pseudo conte Colloredo, al quale andava facendo delle lunghe ammonizioni.

Un giorno venne anche un frate dal profilo lungo ed adusto, in abito bianco, un vero tipo di asceta. Egli prese invece di mira me, forse perchè ero il più giovane, e venne a dirmi che era un sacerdote cattolico. Gli chiesi che cosa con ciò volesse significare.

— Se volete riconciliarvi con Dio, mi disse.

— A dir vero non sono mai stato in collera con lui, risposi sorridendo.

— Ma avete bisogno di confessarvi, replicò.

— Non sento questo bisogno.

— No? tuonò adirato. Ebbene, ricordatevi che Cristo è morto per voi; non vi dico altro. Poi girò sui tacchi e senza lasciarmi tempo di replicare, andò dal Cairoli, dal Bassini, dal Papazzoni, da tutti, di letto in letto, replicando enfaticamente ad ognuno:

— Ricordatevi che Cristo morì pure per voi, per voi, per voi, e se ne andò ritenendo di aver fatto in noi chi sa qual terribile sensazione.

Mi fu detto che era un generale non so se dei domenicani o dei carmelitani.

Se questo è il generale, pensai fra me, che cosa sarà l'armata?

Era morto da due o tre giorni il Moruzzi, quando un dopo pranzo venne un ufficiale coll'ordine di trasportare alle carceri i numeri uno, tre e sette, che corrispondevano ai nomi di Cairoli, Bassini e Castagnini. Il Bassini infatti avea occupato il posto vicino al mio lasciato vuoto dal Moruzzi.

Invano facemmo osservare all'ufficiale che era materialmente impossibile il trasporto del Bassini; egli insisteva pretestando l'ordine ricevuto. Mi offersi d'andar io in sua vece. Non ne volle sapere. Replicòche io era il numero due e che egli avea l'ordine per il numero tre. Finalmente ci riuscì di far chiamare un medico, il quale constatò la gravità del ferito e sulla propria responsabilità contrordinò il trasporto per il Bassini, che così rimase con noi.

Ma Giovannino e il Castagnini ci dovettero lasciare e ci dividemmo colle lagrime. Fu quello l'ultimo bacio. Il povero Giovannino non lo dovevo più rivedere!

— Madre superiora, noi ci presentiamo ancora una volta al venerabile arcispedale di Santo Spirito. Sia ringraziato Iddio benedetto! Per noi è andata abbastanza bene, ma le garantisco che fu un brutto affare, assai brutto.

Queste parole, colle quali uno dei medici, e precisamente quello eccentrico che ho più sopra descritto, salutava la Superiora delle suore entrando nella nostra sala dopo due giorni d'assenza, ci fecero intendere che qualche cosa di grave dovea essere accaduto.

Nulla, già lo dissi, a noi si lasciava trapelare di quanto avveniva fuori dell'ospedale. Dei fattidi Porta S. Paolo, del Campidoglio, di Casa Ajani, di Monte Rotondo noi non sapemmo nulla fino all'arrivo dei feriti di Mentana. Potemmo però comprendere chiaramente da quelle parole che un fatto d'armi era occorso e favorevole ai nostri. Infatti quel sanitario era reduce da Monterotondo.

Alla porta della sala c'era costantemente una sentinella che avea consegna di non lasciar passare se non le persone conosciute e quelle addette al servizio. In quella sera uno dei flebotomi che diceva essere stato sanitario al tempo della repubblica romana, mi confidò sottovoce e sotto sigillo che l'indomani Garibaldi avrebbe assalita Roma.

Questa notizia, ripetuta fra noi, ci riempì di gioia. La tristezza e la preoccupazione invece nell'ospedale si vedean dipinte in volto a tutti, militi, suore e prelati.

Aspettammo impazienti il domani, certi di sentire all'alba tuonare il cannone, invece...... nulla.

Le visite in quel giorno furono pochissime. Evidentemente gli animi erano tutti assorbiti da altri pensieri.

Scorsero così due giorni di penosa aspettativa, giorni lunghissimi, noiosi, insoffribili.

Ma alla sera del secondo giorno un prete molto ciarliero, già cappellano nell'armata francese e che veniva spesso ad annoiarci discutendo di politica con quella tracotanza che è tutta propria della suanazione, venne a visitarci e quasi trionfante ci disse:

— Ora sarete contenti: le truppe francesi stanno sbarcando a Civitavecchia.

Infatti era vero.

Il giorno seguente parecchi ufficiali francesi vennero a visitare l'ospedale. Uno di costoro vedendo appesi ai nostri letti scapolari e medaglie (regali di monaci e suore) ci credette feriti papalini e si rallegrava con noi perchè la nostra devozione ci avea salvati dalla morte. L'equivoco ci fece ridere non poco ed ei rimase, a dir vero, un po' male quando se ne accorse.

Noi però ancora speravamo!

Ma al mattino del giorno 4 novembre d'improvviso la porta della nostra sala si spalancò e questa fu invasa da una turba di flebotomi ed infermieri. Poco dopo comparvero quattro soldati sostenendo un ferito, poi un altro, poi un terzo, un quarto. Alcuni potevano camminare, altri eran portati a braccia o sovra un materasso, molti gemevano, altri imprecavano, chi era ferito alla testa, chi alle braccia, chi al petto, e tutti erano trasportati in una stanza attigua alla nostra, ove erano stati adattati alcuni letti.

Erano i feriti di Mentana.

Uno scoramento indicibile ci prese allorchè potemmo apprendere la triste realtà dei fatti. Si deplorava vivamente l'accaduto, si narravano particolaridolorosissimi, s'imprecava al Governo che non avea dato aiuto, si gridava, si giurava la riscossa. I francesi si sarebbero fucilati, l'imperatore impiccato, il Governo italiano posto in istato d'accusa. L'irritazione era al colmo, perchè il disastro era grande, la catastrofe immensa. Si parlava di eletta gioventù sacrificata, si diceva la colonna Valzania distrutta, i carabinieri livornesi rimasti pochissimi, Garibaldi sconfitto per la prima volta in sua vita, soprafatto dal numero, dalle armi eccellenti, dalle truppe fresche; feriti parecchi graduati, Stallo, Bezzi, Ronco, e fra tutte queste narrazioni i gemiti affermanti la terribile realtà dei fatti, lo strazio dei moribondi, le chiamate, le grida, la disperazione, la morte!

Gli infermieri, le suore, i militi accorrevano al letto ora di questo ed ora di quello. I medici prestarono le prime indispensabili cure e per tutto quel giorno fu un tetro affaccendarsi a collocare feriti, a rifar letti, a moltiplicar giacigli.

Ma sventuratamente arrivavano sempre nuovi convogli. Le sale dell'ospedale di S. Spirito erano incapaci a tanti ricoverati. Perciò l'indomani si dovette pensare ad un provvedimento. Per quella notte però tutti furono adattati alla meglio in S. Spirito.

E fu una notte infernale. Nella nostra stanza ce n'erano stati collocati tre, uno dei qualigemette per lo spasimo dalla sera all'alba. Nella stanza attigua s'udivano grida interrotte, lamenti, urla, scoppi di pianto, imprecazioni, si sentiva chiamare gli infermieri, le suore, i medici; e tanto strazio durò tutta la notte quanto fu lunga!

Nel mattino passò e ripassò il cappellano militare recitando preci, e dietro a lui erano soldati che reggevano enormi involti in lenzuola chiazzate di sangue. Erano due individui portati all'ospedale già moribondi e vaneggianti, morti nella notte senza che se ne potesse sapere il nome! Forse erano padri di famiglia, forse i loro parenti li aspettano ancora, li crederanno dispersi, fuggiti; non avendo avuto nessun annunzio della loro fine, ancora spereranno!

Tra i feriti collocati nella nostra sala ce n'era uno, maestro elementare, cui una palla avea offeso il dito medio della mano diritta che si dovette disarticolare. Non potendo scrivere, mi creò suo segretario e mi dettò parecchie lettere da spedire a suoi parenti ed amici. Tutte su per giù aveano lo stesso stile e dicevan le medesime cose. Sembrava che n'avesse preso il modello da qualche epistolario.

Nel primo giorno dopo il loro arrivo tutti i feriti furono trasportati in un locale a due piani situato a piè della salita di S. Onofrio e appartenentea monsignor Ricci commendatore di Santo Spirito.

Due o tre giorni prima dei dolorosi avvenimenti di Mentana ebbi una lettera dalla mia buona mamma, la quale si struggeva perchè non poteva venire in mio aiuto, e mi pregava di dirle in qual modo mi avrebbe potuto spedire soccorsi. Se non temessi urtare la delicata sua riservatezza, la riporterei, perchè rispecchia al giusto i sentimenti d'una vera madre italiana.[20]

La lettera, come al solito, portava in fine ilvistodel general Zappi.

Prima ancora però che io rispondessi, venne incontro al desiderio di mia madre un nostro conoscente che avea qui in Roma qualche influente relazione. Una sera si presentò al mio letto un cappellano militare e mi fece scivolar tra mano venti scudi, dicendomi che questi me li mandava il professor Luccardi da parte di mia madre e che l'indomani sarebbe venuto in persona il detto professore con Sua Eccellenza il Ministro delle armi a consegnarmi il restante d'una somma che avea ordine di farmi tenere.

— Così pure, soggiunsemi, se anche il conte Colloredo avesse bisogno di qualche cosa, il professor Luccardi è dispostissimo in suo favore, essendo amico di suo padre, il conte Giuseppe.

Il Luccardi ed il Kanzler erano cognati perchè mariti alle signore Vannutelli, romane e parenti, se non erro, ai due monsignori, ora cardinali ed al pittore.

Partito il cappellano, comunicai la cosa al Mosettig. Ne fummo impensieriti. La scoperta del pseudo Colloredo in faccia al Ministro delle armi era inevitabile. Chi potea immaginarne le conseguenze? Al postutto però non si trattava che di una sostituzione. Si stabilì quindi che io alla meglio con segni e con gesti facessi intendere al Luccardi il mutamento di nome pregandolo a non tradirci. Il Luccardi però io non lo conosceva e quindi tornava non poco difficile il mio assunto.

All'indomani, alle dieci del mattino vennero infatti il generale ed il Luccardi colle rispettive signore, ma io non ebbi nè tempo nè modo di farmi intendere. Era del resto affatto superfluo, perchè il Luccardi, accostatosi al letto dell'ammalato che tentava celarsi:

— Ah ecco, esclamò, questi è Colloredo! già lo si ravvisa subito, è suo padre spiccicato; tale e quale, nè più nè meno!

Respirai, ed anche il Colloredo, preso coraggio, si scoperse il volto senza timore per poter dar campo al Luccardi di trovare nuove rassomiglianze. Infatti egli andava ripetendo:

— Tutto, tutto suo padre: eravamo tanto amici!

Quanto era viva la mia apprensione prima, altrettanto ridevo in cuor mio dipoi. La cosa infatti volgeva in burletta. Per comprendere la quale bisogna notare che il Luccardi dimorava qui in Roma da molti e molti anni e che se in passato avea conosciuto ed era amico dell'ottimo conte Giuseppe Colloredo, ora defunto, non conosceva però alcuno dei figli suoi o quanto meno li avea conosciuti piccini.

Questo professor Luccardi venne poscia altre volte a trovarmi. Era in complesso un buon uomo: non fu però buon italiano quando accettò da Pio IX l'incarico di fare il monumento commemorante i soldati pontifici a Mentana, monumento che, in omaggio alla politica tolleranza, si ammira ancora a Campo Verano.

Lo rividi poi nel 1870 e fui a visitare anche il suo studio, ma quantunque dovessi riconoscere il merito di taluno dei suoi lavori, pure quel monumento non glielo potetti mai perdonare. E poichè gli dissi l'animo mio francamente quando era vivo, posso ora liberamente ridirlo senza per questo che la sua fama venga offuscata o scematoil suo valore come artista. L'Ajace, uno dei primi suoi lavori, ebbe plausi ed onoranze, ed ilCaino, il gruppo delDiluvio, ilRaffaelloeFornarinagli procacciarono nuova fama. IlDiluvioanzi venne molto ammirato all'Esposizione mondiale di Parigi di quell'anno e gli fruttò la croce della Legion d'onore.

Fra gli altri pochi che spesso ci venivano a visitare, oltre a monsignor Stonor che ci recava frequenti notizie di Giovannino, vi era pure un monsignor Tizzani, uomo di molta coltura e intelligenza, ma per sua sventura vecchio e cieco. Era stato vescovo di Terni, poi avendo perduta la vista, venne creato vescovoin partibusdi Nisibi. Campò ancora molto a lungo ed è morto solo da pochi anni.

La conversazione sua era molto piacevole, perchè aneddotica e perchè rivelava un uomo di scienza e di studio. Eppure anch'egli, parlandoci un giorno d'un suo cane da guardia affezionatissimo, lo chiamava Lutero! Piccinerie dell'intransigenza ed effetto d'ambiente che pur troppo talora subiscono anche gli spiriti elevati! S'intratteneva volentieri col Bassini ragionando di medicina, per la quale pare avesse una speciale inclinazione. Anzi ci portò un suo opuscolo stampato su alcuni casi di elefantiasi; non ci seccava mai nè colla confessione nè colle devozioni. Intendevaadempiere un dovere di carità visitandoci ed intrattenendosi con noi, e questo dovere si vedea che l'adempiva con vero sentimento e con profonda convinzione.

Non così potea dirsi d'un giovinotto vanitoso e scapato, quintessenza di sanfedismo sposata ad una donchisciottesca posa di crociato, un giovinotto, che venne un dì a visitarci appunto mentre stavamo conversando con monsignor Tizzani. Seppi dipoi che era un notissimo principe del patriziato romano. Questo signore, italiano pur troppo, baciata la mano al vescovo, prese a magnificare le fatiche ed i disagi da lui sostenuti in quei giorni per la difesa del papa, ossia nel dar la caccia ai nostri, e finiva coll'invitare il prelato ad ammirare l'abnegazione sua e dei suoi compagni i quali, mentre dai garibaldini non avevano avuto che sprezzi di ogni maniera e sputi in faccia (così diceva lui!), ora s'affaccendavano tra l'ospedale di Santo Spirito e quello di Sant'Agata a rendere male per bene ed a soccorrere i garibaldini.

Il vescovo gli rispose, e molto opportunamente, che di fronte alla sventura non vi sono partiti e che la carità, non facendo distinzioni di tal fatta, abbraccia tutti in un medesimo amplesso. E la risposta chiuse la bocca al petulante patrizio, il quale ora, fatto uomo e ripensando a quei giorni, troverà coll'esperienza acquistata per lo meno ridicole,se non deplorevoli, quelle giovanili sue smargiassate.

I feriti all'ospedale di Sant'Onofrio erano sistemati e tutto era organizzato il servizio medico dipendente dall'Ospedale civile di Santo Spirito, quando un bel giorno venne l'ordine di trasportare anche noi assieme agli altri. Provammo un vivissimo dolore all'idea di lasciare quel luogo, dove per le cure del capitano Galliani ricevevamo un'assistenza tutta speciale e dove si godeva d'una quiete per noi preziosa. Anche lui ne provò dispiacere intenso. Da alcune sue mezze frasi e da un leggiero tono di rancore mal celato potemmo comprendere che egli subiva una sopraffazione e che il nostro trasloco non doveva essere se non effetto delle attenzioni da lui usateci, riferite ad autorità superiori, facilmente esagerate e forse alterate.

L'ordine venuto alla mattina doveva eseguirsi subito. Fu ritardato di qualche ora in causa d'un avvenimento inatteso, la visita di Pio IX all'ospedale!

Le porte infatti furono spalancate a due battenti, la sentinella presentò l'arma in ginocchio, s'udirono grida di Evviva Pio IX, evviva il Papa-Re! poi una figura bianco vestita, piuttosto pingue, apparve sul limitare, benedicendo.

Un frate benedettino che seguiva il Papa più da vicino, lo condusse al letto del Mosettig per presentargli il conte Colloredo, di cui probabilmente a Pio IX si era in antecedenza discorso.

Il Papa si accostò al suo letto e sporse la mano destra all'infermo perchè la baciasse. Questi finse di non comprendere l'atto, simulandosi molto aggravato dai dolori, e non la baciò. Al Papa non isfuggì il rifiuto, ne conservò memoria in appresso; intanto anche sul momento volle, indispettito, rendergli la pariglia.

Chi conobbe da vicino Pio IX e la infantile sua vanità che lo rendeva tanto sensibile alle lustre ed alle compiacenze personali, potrà farsi giusta ragione di questa meschina vendetta.

— Soffrite molto? gli chiese.

— Si, rispose asciutto il Colloredo.

— Ebbene, pigliate questi dolori quale salutare penitenza dalla mano di Dio e chiedetegli perdono d'averlo offeso!

E suggellò l'amorevole conforto con l'apostolica benedizione!

Il padre benedettino che l'accompagnava e che, come seppi dipoi, era un Casareto di Genova, all'udire le parole del Papa s'intenerì e gli si mosse una commozione sì abbondante che egli si stemperava in lagrime di gioia le quali gocciavano a quattro a quattro, mentre egli andava esclamando:

— Ah, Santo Padre! ih, Santo Padre! quale degnazione, quanta bontà! e piangeva come un ragazzo.

Poco dopo, partito il pontefice, s'affrettò a rientrare per sentire da noi l'impressione di quell'avvenimento, che per noi doveva essere, secondo lui, veramente straordinario e da segnarsialbo lapillo. Era ancor tutto gongolante e badava a dirci:

— Eh, ci eravamo commossi, non è vero, alla visita del Santo Padre! non potevamo trattenere le lagrime! quanta bontà! quanta dolcezza! Siete pentiti, non è vero? Vero, Colloredo?

— Sì, rispose questi, di non averlo mandato a...

Sopravvennero in buon punto gli infermieri ad annunziarci che la carrozza e le barelle erano pronte, altrimenti la frase del Mosettig, se avesse avuto seguito, avrebbe senza meno essiccate al buon padre Casareto le fonti lacrimatorie tanto facili e copiose.


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