LEGGENDADI PIETRO BARLIARIO

LEGGENDADI PIETRO BARLIARIO(Ved. vol. II, pag.126).

(Ved. vol. II, pag.126).

Mille cinquantacinque anni volgeaLa mentitrice etate in lieta calmaVittorio Secondo il soglio avea,Alla Chiesa portando amica palma,Enrico Quarto il scettro allor reggeaCon fausta sorte, fortunata, ed alma;Chè se eserciti contro altrui già spinseO vincente o perdente ei sempre vinse.Ma prima di solcar i flutti e l'ondeFebo che mi raggiri entro l'ingegnoPer scriver le voragini profonde,Acciò non si sommerga il fragil legno;Tu infondi al mio cantar luci giocondeE vegga pur de' tuoi favori un segno;Chè se sol da un tal raggio io sarò scortoBacio l'amica terra e giungo in porto.Or ritornando alla mia storia ordita,Correa la sesta età quando in Salerno,Che fra l'altre cittadi è più fiorita,Di Partenope alzando il nome eterno,Nacque con gran ricchezze, e stirpe avitaChe già mise terrore al cieco Averno,Nacque Pietro Barliario, e fu allevatoDal suo nobile e ricco parentato.Cresciuto poscia in tenerella etadeFece tutti gli studi, un gran portento,Tanto che ai genitori persuadeDi un futuro sperare alto e contento;Ma come in petto giovanile accadeTentar ciò che si vuol con ardimento,Di desir arse (e mostra mente ria)Per dotto diventar nella magia.Ma l'inimico dell'umana genteChe sol per nostro male è destro ognoraE così fa nascere sovente,Come a Pietro fe senza dimora,Fece un dì che il garzone afflittamenteDalla natia città n'uscisse fuora,E a spasso andasse ove di verdi erbetteEran dipinte vaghe collinette.E trovò quivi a caso una cavernaChe avea oscuro e sotterraneo ingresso.Egli benchè la via qui non discerna,Vuol penetrar nel rustical recesso.Spintovi pur da cupidigia internaPose le piante e non pensò a sè stesso,Come il guerrier che tanto si rinomaCol suo precipitar liberò Roma.E giunto colaggiù vidde una stanzaCon due altre da quella separate.Un vecchio qui facea sua dimoranzaSotto dell'empie soglie disperate;Qual subito l'accolse con istanzaDi cerimonie e con parole grate,Gli domandò chi in quelle stanze ombroseL'avea condotto; a cui Pietro rispose:La mia curiosità, dicea, m'ha spinto;Non cercherò altra cosa in questo mondoSe non che il saper vero e distinto,Il modo di magia sommo e profondo;E perchè venni in questo laberinto,Sperando di trovar in questo fondo...Volea pur dir, ma il vecchio tutto umanoIn quell'istante il prese per la mano.Si volse a tergo e tosto gli ha additatoUn colosso inalzato in quel soggiornoQual in mano tenea libro serrato,D'indegne note e stigi nomi adorno.Gli disse il tuo pensier pago è restatoDi ciò che mi chiedesti in questo giorno;Prendilo, disse; e il prese, e una sol bandaDa lui fu aperta, e udì tosto: comanda.Lieto lui gli soggiunse: io vi comandoChe fuor da questo centro mi portiate,Senza insulto però vi raccomando,E che danno nessuno mi facciate.Siccome avesse dato al suono bandoFuori si ritrovò delle incantateMura, per forza solo empia e nefanda.Aprì di nuovo il libro e udì: comanda.Comanda che in città volea andare,Ed in piazza trovossi immantinenteCon gli altri cavalieri a passeggiare,Come solea fare continuamente.A casa se ne andiè senza tardare,Sicuro già di sua virtù potente.Riaprì il comando e con sua voce propriaDisse di tutti i libri voler copia.Di tutti i libri sparsi in questo mondoChe trattin di magia voglio portiate,Ossian in mar ossian in cupo fondoOssian in terre occulte o inabitate.Finì appena di dir, che con gran pondoDi scritture diaboliche segnateVenner molti; d'Averno in quell'istanteMolti libri gli portaron davante.Barliario allor vedendosi arricchitoDi quella scienza che cotanto amavaE che il suo desiderio era compito,Con fervor grande notte e dì studiava,Talchè così perfetto era riuscitoIn quella scienza maledetta e pravaChe fece cose di tal maraviglia,Che inarcherete al mio cantar le ciglia.Trovavasi in quel tempo abitatriceDonna in Salerno di sovrana bellezzaE celebre e famosa incantatrice,Come la fama a noi ci dà contezza.Per questa Pietro ardea mesto e infeliceAl cor portando avvelenata frezza.Porta Pietro nel sen immenso ardore,Angelina per lui di gelo ha il cuore.Angelina chiamavasi la bellaChe di un vago garzon viveva amante.Quanto Barliario l'ama, altrettanto ellaCrudel gli si dimostra ed inconstante.Così il suo cuor si strugge, mentre quellaDel suo diletto adora il bel sembiante.Di questo accorto Pietro fu ripienoDi geloso timore, e di veleno.Stava a diporto un giorno la crudeleIn un giardin con il suo drudo a lato;Pietro vi apparse e fece all'infedeleVeder l'amante in sasso trasformato,E per sfogar della sua rabbia il feleFece a colei, che tanto l'ha sprezzato,La sua persona e il volto così belloTrasformar in un florido arboscello.Ritrasse poi le piante da quel loco;Mentre Angelina tutta a parte a parteRicolma il seno di rabbioso foco,Per liberarsi opra la magica arte.Tanto disse e parlò e di lì a pocoRipigliorno ambedue le forme sparte.Ritorna nella sua sembianza adornaAngelina e l'amante ancor ritornaRitornò Pietro, e vide liberatiI due amanti e ripieno di furoreMormorò allora con terribil fiatiChe spaventò sino di Pluto il cuore,E comandò agli Angioli dannatiChe in un punto l'amata e l'amatoreDiventino, con forma assai più strana,L'amante un tronco, ed ella una fontana.Finta così vedendosi la bellaRicorse indarno dai Stigi numi.Con singhiozzi interrompe la favellaE di lagrime fa scorrer due fiumi;E tanto si lamenta e si querelaChe la sua gran bellezza li consumi;Pietro, mosso a pietà, più non comanda,Scioglie l'incanto e liberi li manda.Attuffato i corsieri in grembo al mareAvea di Delo il nume e tolto il giorno,Quando portossi Pietro a ritrovareUn cavalier amico, al suo soggiorno.Facea costui vago festino fareDi canti, suoni, balli in moto adorno.Qui donna vi trovò di vago aspettoChe l'alma gli passò per mezzo il petto.Pietro la mira, ed arde nella menteE gli stimola in cuore un santo onore.O non s'avvede o non si cura nienteChe per lei nutre in seno un vast'ardore.Di lì Pietro partissi di repenteE la bella aspettò che uscisse fuore.Giunse la donna, a casa, che non pensaChe abbia Pietro per lei l'anima accensa.Era la porta chiusa e ben serrata,Perchè la donna allor volea dormireE degli abbigliamenti era spogliata,Quando Pietro si vidde comparireChe con voglia proterva ed infiammataScopriva li suoi affetti e il suo desire.Tutta irata colei con gran baldanzaGli dice, che abbandoni la sua stanza.E in vece in lei di tema entrò lo sdegnoE: importuno, gli disse, ed arroganteScaccia di mente pure il tuo disegnoE dalla vista mia torci le piante.Pietro si parte, e con turbato ingegnoDicea tra sè, mi schernisti amanteMi troverai fiero nemico e rio,Chè brama sol vendetta il pensier mio.Adirato si parte, indi comandaAi demoni che tosto abbino spentoTutto il fuoco che fosse in ogni banda,Fosse da loro estinto in un momento.Onde, per compir l'opera nefanda,La donna fe pigliar con gran tormentoE in piazza fu portata di repenteNuda, parea ch'ardesse in fiamma ardente.Correa il popol tutto in folta schieraPer provveder di fuoco le lor case,Fra le piante di quella in tal manieraSorgea la fiamma, onde ciascun rimase,E l'uno all'altro darlo invano speraChè presto si smorzava; intanto spaseLa Dea ch'ha cento bocche un gran rumoreE l'avviso n'andò al Governatore.Il qual di un tal misfatto molto iratoIl Bargello chiamar fece ben prestoE pena il viver suo gli ha comandatoPietro imprigioni senza alcun pretesto;In altro modo non sarà scusato.Partì il meschin, ma molt'afflitto e mestoPensando se l'andava a carcerare,Poco guadagno vi poteva fare.E, per fuggire un sì fatal comandoDalla città si risolvè partire;Ma pria di far un volontario bando,Volle Pietro Barliario riverireA lui l'ordine imposto dichiarando,Dirgli come per lui volea fuggire,E se di vendicarsi egli desiraContro il Governator rivolga l'ira.Ma Pietro già per infernale avvisoEra stato informato del successoE vedendo il Bargel, dicea con riso:So che il Governatore appunto adessoChe mi mettessi in prigion t'ha commiso.Disse il Bargello allor tutto dimesso:Vero è Signor, ma per fuggir tal sorteOr di Salerno vuò lasciar le porte.Soggiunse Pietro allor: per mia cagioneTu giammai farai questo, così spero;Va corri, e di' a colui che io son prigioneChe d'andarvi giur'io da Cavaliero.Scacciò allor il Bargel tanta afflizioneE corse a darne avviso a quell'altieroIl qual, con volto minaccioso e tetro,Discese alla prigione e trovò Pietro.E incominciò: quanti misfatti io sentoDi voi che siete un Cavalier di pregio!Perchè così oscurate in un momentoDi vostra antica stirpe il nome egregio?Un Signor siete voi di gran talentoChe racchiudete in sen animo regio;Tanti richiami in tribunal ci sonoChe luogo non vi trovo di perdono.Volea più dir ma Pietro, interrompendoDisse, che se voleva predicareAndasse altrove, pur di lì partendo,Chè gran gente lo staria ascoltare:Chè sentir correzioni io non intendo,Diceali, il tuo mestiero è giudicare,Pensa d'amministrar d'Astrea l'imperoCon giustizia, con senno e cor sincero.Tanto studio che posso in quel che vuoiDarti senza fallir gran correzioneNon solo a te, ma alli ministri tuoiEmpi ministri di un crudel Nerone.Più non volle ascoltar li detti suoiIl giudice adirato e la prigioneAbbandonando, in stanza s'era messoPer fabbricar di lui il processo.Qual seppe ordir con tanta crudeltadeLa sentenza scrivendogli di morte;Quando a un tempo si vider spalancateDelle prigioni le serrate porte,E delle afflitte genti carcerate,Si fa lui condottiere, mago forte,Mirando ognuno e di letizia pienoIl ciel scoperto e l'aere sereno.Indi, aperto il comando, in quell'istanteAlzar fur viste le prigion da terraCome se niuna fosse scossa innanteL'insidioso seno al ciel disserra;Così per vendicarsi il dotto AtlanteFe veder sì rovinosa guerra,Ma se prestate al mio cantar orecchia,Udite quel che far poi s'apparecchia.Sorgea la notte oltre l'usato oscuraCinta di orride nubi in fosco velo;Ma pria di proseguir l'impresa duraPrestami aita, biondo Dio di Delo;Tu le nubi al mio dir discaccia e furaE d'un vile timore un freddo gelo;Sorgea, dico, la notte allora quandoAprì Pietro il terribile comando.E disse agli empi spiriti: adesso voglioPortiate questo rio Governatore,Ignudo come sta, sopra quel scoglioChe fra l'onde del mar spunta più fuore.Fu ubbidito il suo cenno e con orgoglioPietro mirava quello in gran doloreSopra quel sasso esposto in mezzo al mareChe non meno di un sasso ignudo pare.Ma intanto poi nel liquido elementoEi disserra dai suoi chiostri i ventiE nasce gran tempesta in un momentoCon soffi d'Aquiloni empi e tremendi;Parea che contro il ciel con ardimentoDel gran tridente i numi più possentiMostri marini, gregge, la canagliaInsultasse per fare aspra battaglia.Un dì e una notte la tempesta algenteDurò pria che tornasse in lieta calmaIl mar furioso; il misero dolenteAl Creator stava per render l'alma,Quando poi fu veduto dalla genteE ognun correa per riportar tal palmaE acciò che in terra si conduca in frettaFu spedita dal lido una barchetta.S'accostò il legno al rilevato sassoEt in terra buttollo immantinente,Ripien di doglia tutto afflitto e lasso,Con somma maraviglia della gente.Fu condotto al palazzo a lento passo,E sulle piume posto incontanenteE qui gli si appresenta, in varie forme,Cose di gran spavento, allor che dorme.Pareagli ad or ad or che in aria erettoFosse gran fuoco, e in cenere temeaSpesso che il suo nobile e bel tettoChe rovinar volesse gli parea;Così di gran timor riscosso il pettoIn tal mestizia, in tal dolor cadeaChe in quattro dì, ahi disperata sorte!Poichè temea morir, ebbe la morte.Poichè Pietro si vidde vendicatoDi quel Governator che l'avea offesoDi Salerno la patria ebbe lasciato,Verso Palermo il suo cammino ha preso.Quivi giunto un compare ebbe trovatoChe gran sospir fuor del suo petto acceso,Lagnandosi ad ognor, mandava all'aria,Per aver la fortuna empia e contraria.Avea fornaci il miser'uom più d'unaE molta robba avea del suo lavoroMa la sua minacciosa e ria fortunaGli dava di miserie un gran martoro.Pietro trovollo ch'era l'aria brunaE dando ai suoi lamenti un gran ristoro,Gli dicea: non temer, ch'io son venutoPer riparar tuoi danni e darti aiuto.Pietro intanto si parte e il cieco orroreGià dispiegato avea la notte, quando,Per consolar del suo compare il cuore,Aprì Pietro il terribile comandoE costrinse il Demon, che per quattr'oreVenga in giù dal ciel precipitandoGrandine tale e tanta (ahi fiero scempio!)Che rovini ogni casa ed ogni tempio.Non vuoto andò il desio, e gran spaventoDi repente Palermo avesti in seno,S'ode l'aria fischiare e in un momentoManca di stelle amiche un sol baleno,E grandine sì grossa con fier ventoSpinse dal ciel, e ognun di tema pieno,Colla sua famigliuola accolta intorno,Pensò che fosse allor l'estremo giorno.Dopo tanto travaglio e tanta guerraPortò l'aurora il bel mattin rosato;Quando scorse l'infelice terraD'ogni casa il suo tetto rovinato,E ai pianti ognun le luci sue disserraVedendo quegli tutto al suol prostratoIl suo tugurio, e per destin infidoPiange quell'altro il caro antico nido.Per rimediar dunque a tal danno alloraE di tevole i tetti ricuoprire,Dal compare ne andiè senza dimoraQual volentieri ebbe tal sorte a udire,Nè passasse cred'io neppur un'ora,Che il miser fornaciar s'ebbe arricchire,Spacciando la sua robba; in un momentoPigliò gran quantità d'oro e d'argento.Ma divulgò la fama in un istanteLa venuta di Pietro e la sua scienza,Onde ogni cittadino ed abitanteStima per opra sua tal violenza,E altri dispetti ricevuti innanteFanno che Pietro sia di scusa senzaE per sfogare la mente lor sdegnata,Fecero un stuol di molta gente armata.Già benissimo Pietro lo sapeaCome a suo danno armata era la gente,Ma dentro del suo cuor se ne ridea,Che alla giustizia avea già posto menteE disegnando nella propria ideaUna burla di fargli assai valente,In piazza si trovava allora quandoVenne la turba contro lui infuriando.E di crudel ritorte circondatoPietro guidorno in tenebrosa stanzaIn un fondo di torre rinserrato,E qui facea penosa dimoranza.Con rigor fu il processo fabbricato,E conclusero alfin, senza speranzaDi esser dalla pena liberato,Senza indugiar che sia decapitato.Venne l'ora fatal che dee morireE al patibolo giunto immantinenteGià salito sul palco s'udì dire:Datemi un poco d'acqua amica gente.Un vaso d'acqua ebbe apparire;Ma prima che bevesse, lietamente:Signori di Palermo, gli ebbe detto,Io vi saluto e a Napoli vi aspetto.Ridea il popolo al dir del sventuratoE che allor vaneggiasse ognun pensava.Dopo bevuto, al ministro voltato,Che presto oprar volesse lo pregava;Ma quel, tutto atterrito e spaventato,Temea di qualche scherzo e dubitava;E discacciato alfin qualche timore,Il colpo gli vibrò con gran furore.Ma chi potria ridir con molti accenti,Lingua non ho da raccontarvi appienoIn ridire il sussurro delle gentiSe tu Calliope non m'aiuti almenoTanto che per più avvenimento (sic)Ne cant'io sol di meraviglia pieno.Sparì Pietro; il ministro in quell'istanteUn asino trovossi in tra le piante.Alza la testa, e con furore tantoSi mise in un gridar che spaventava.Ma a Pietro, ch'è sparito, io torno intantoChe già disse che in Napoli aspettava.Pria che la notte spicchi il nero mantoDi Partenope al lido si trovava,Quando ad un spirto di valletto in formaGli dà una lettera e del suo dir l'informa.E che in Palermo vada indi gl'impone,Che la consegni a quel Governatore,Chi la mandi però non gli ragione.Sparve a quel dir allora il rio latoreEd in Palermo giunto in conclusioneLa lettera presenta a quel Signore;Vi giunse che la gente ancor rideaDi quel gran caso che veduto avea.Diede dico la lettera al superbissimoGiudice che ripieno era di furiaLa qual dicea: o Signor riveritissimo,Dottore come voi non ha l'Etruria,Nella vostra città vedo benissimoChe non ci avete d'asini penuria;Nel mondo mai s'intese tal notiziaChe si facesse d'asini giustizia.Imparate però, e avvertite beneA conoscere prima le persone;Perchè darvi potrei tormenti e pene,Se conoscessi in voi senno e ragione;E se voi camminate queste areneCredete che è la mia bontà cagione,Chè potria ben farvi pagare il fio.Questo vi sia d'eterno avviso. Addio.Diè appen la lettera lo spirito immondoChe dispiega verso dell'aria i vanniE il giudice lasciò che con gran pondoRimase d'afflizion, e di altri affanni.Per il dolor fu per uscir dal mondoE sempre mesto poi condusse gli anniE come di quaggiù fosse divisoIn bocca sua non si vedea più riso.Or Pietro per Lisbona s'incamminaE in un momento giunse a quelle portePer virtù di sua magica dottrinaChe avvien che altrui tante ruine apporte;E camminando in Lisbona una mattinaVidde dentro una casa un pozzo a sorteE ad un uom domandò con forme lieteUn poco d'acqua per smorzar la sete.Ma rispose colui che se ne vadaE ritirossi entro sue stanze allora.Pietro irato si parte e senza spadaE senz'altre armi il rio punito fora.La mattina seguente nella stradaAvanti quelle case il pozzo fuoraFu ritrovato; per far l'empio umile,Udite che trovò nel suo cortile.Le forche si vedeano ben piantateNel luogo ove già il pozzo si vedea;Il figlio di colui con crudeltateA un demon da carnefice facea;Il capestro e l'altr'armi apparecchiateIl provido suo figlio allora avea.Tal spettacol vedendo il padre intantoForte gridò spargendo un mar di pianto.Gli sgridava lasciar l'uffizio rio,Ma quel sorridendo e non curandoLa dura impresa lui già proseguiaE sopra il rio demon giva montando.A tante strida a tanto mormorioGran popolo concorse rimirandoLo spettacolo enorme e ognuno prestoPer farlo alla giustizia manifesto.Che sia magico incanto ognuno crede,E per virtude d'infernal magia;Ma il tribunal che lo spettacol vedeLa cosa vuol sapere come stia.Il padron della casa che si avvedeChe questo è solo per vendetta ria,Fu mandato a chiamar afflitto e mesto,Il qual fe alla giustizia manifestoChe in casa un forestier era venutoPer chieder acqua e gliel'avea negatoE come la mattina avea vedutoL'obbrobrio, l'ignominia, il duro fato.Gli disser se l'avesse conosciutoSe per città l'avesse riscontrato;Lui rispose di sì con gran duolo;E presto armar fu fatto un grosso stuolo.Qual seguitando allor le sue pedate,Giunsero in piazza e quivi ritrovornoIl forestiere, e quelle genti armateA quel subito corsero d'intorno,E la vita e le mani incatenate,In un oscuro carcer lo guidorno,Dove, senza di vita amica speme,Sei banditi di vita erano insieme.Entrato Pietro disse a quelli alloraCosa in quel luogo ci volean fare.Ma quelli, rispondendo; e voi ancoraPer qual cagion veniste qui abitare?Credon che Pietro sia di mente fuoraA quella gran stoltezza di parlare,E benchè dica liberar li vuoleNon però danno fede a sue parole.Già il sol coi suoi bei raggi fatto il giornoAvea del nostro mondo come appare,Che Pietro cominciò con viso adornoCon quelli carcerati a ragionare.Gli domandò che cosa in quel soggiornoGli dava la giustizia da mangiare.Rispose un di coloro in modo irato:Sol che pane, ed acqua ci vien dato.Rispose Pietro allor: povera genteCosì trattati male ora voi siete;Ma vi prometto lesto qui presenteChe tutti consolati resterete.Si vidde in quella grotta immantinenteCircondare di lumi le pareteE una mensa si vide apparecchiata,Di preziose vivande era adornata.Cena Pietro con gli altri carceratiEd era ognun di maraviglia pieno,E sazi delli cibi che portatiFuron dai Spiriti in quell'oscuro seno,Quando Pietro gli disse: amici grati,Io partir vuò e non fia laccio e freno;Se volete venir, io sarò scortaPer fuora uscir dalla serrata porta.Preso un picciol carbone a disegnareIncominciò una barca in quell'istante,Indi poi i compagni ebbe a chiamareChe ponessero in quella le lor piante;Ridevan quelli e pur per soddisfareIl suo pensier, che a liberarli è amante,Di sei ch'erano entrar un sol non vuole,Perchè fede non presta sue parole.Ma lo stolto n'avrà doglia e rancore.La barca è presto in aria sollevataE se ne uscì dalla prigione fuore,Benchè la porta fosse ben serrata.Per l'aria se n'andava, o gran stupore!Ed in parte lontana è già arrivata;E come l'aurora i raggi spaseOgnun di quei trovossi alle loro case.Ma è d'uopo tornare alla giustizia,Che Barliario volea esaminare.Al carcere ne andò molta miliziaPer farlo avanti il giudice parlare,Ma pieni i Saraceni di tristizia,La porta apriro e nol poter trovare;Sol trovato a dormir quel così stoltoChe per far da sapiente in lacci è avvoltoIl qual, interrogato, disse comeE quanto fatto avea quell'uom stranieroIl qual non sa chi sia, nè sa il nomeMa che lo stima il rio Plutone invero.Arricciorsi ai ministri allor le chiomeSentendo raccontar il caso intero;Condusser quello dal GovernatorePer fargli raccontar tutto il tenore.Udito il tutto, il giudice in personaAndiè a vedere se rottura v'era,E la porta trovò valida e buonaSol v'era scritta una leggenda altiera.Dicea: Pietro Barliario s'imprigiona,Ma lui, per isfuggir tal sorte fiera,Con le porte serrate osò scappare;Andate un'altra volta a ben studiare.Tornò confuso nella sua maggione,Mentre Pietro in Salerno è già tornato,Che si sentia nel cor tanta afflizioneUdendo un suono giorno e notte allatoChe in cor gli favellava: empio fellone,In questa estrema età tu sei arrivatoNè ancor vuoi contemplar con luci vagheDel Crocifisso le pietose piagheSicchè Pietro ogni giorno, benchè rio,Cinque Pater dicea inginocchionePensando alla bontà del sommo Dio,Che per l'uomo patì tanta afflizione,Era buono il voler, ma il cor restio,Perchè a morbo invecchiato invan si poneO da chirurgo o da persone astuteErba ed impiastro ad apportar saluteAmmaestrando i suoi alunni un giorno,Di celeste voler o gran portento!Li suoi nipoti in una stanza entrorno,Che due lustri compiti aveano a stento;E Fortunato, e Secondino osorno,Che con tai nomi rinomar li sento,Entrorno dico in quella libreriaUn libro aprire d'infernal magia.E per scherzo pueril givan passando,Con una penna, quelle note atroci,Quando uno stuol di spiriti minacciando,Con urli apparve o con terribil voci;Sbigottiti i fanciulli allor tremandoA quei gridi diabolici e feroci,Sorpresi dal timor, caddero spentiE dal numero uscir delli viventi.Corse Pietro e i parenti alla vicinaStanza e mirando l'infelice caso,L'infausta morte e la fatal ruinaDelli nipoti suoi giunti all'occaso,Barliario tocco allor da man divina,Già dentro del suo cuor è persuasoDetestando abborrire in tutti i modiL'inganno di Satanno e l'empie frodi.Tutti portando i libri incontanenteOve a S. Benedetto è sacro tempio,Fe con proprie sue man un foco ardenteE quei libri vi pose a fare scempioPluto con i libri arse repente;Il suo gridar fu sì crudel ed empioChe il gran Tartareo, sbigottito e lasso,Guardava indarno il maledetto passo.Così Pietro rivolto ad un altareChe vi era un Crocifisso, assai divotoCominciò si forte a sospirareE per tre giorni fu sempre immoto;Con un sasso alla mano a lacerareIncominciossi il petto e con gran coreDi contrizione fe in un momentoChe ondeggiasse di pianto il pavimento.Dicea: Signor di schiavitù comprareCol tuo prezioso sangue ti è piaciutoMe peccatore e somigliante fareA chi del ciel dagli Angeli ha saluto.Dal niente mi creasti, ed aspettareIn questa estrema etade m'hai voluto;Or pentito a te vengo, o Redentore,D'ogni mia colpa e d'ogni altro errore.Lavar può solo il prezioso SangueLe bruttezze ch'il cor m'hanno macchiato;Pietà, Signore, all'anima che langueConsiderando ogni primier peccato;Pietà, se già di Stige all'orrid'anguePiù d'un alma, d'un cor ho consagrato,E per giustizia io già incapace sonoDi ricever da te grazia e perdono.Ma perchè tu Signor c'insegni a sorteChe non vuoi che si perda un peccatore,Ma che ben si converta e pianga forte,Che detesti ogni passato errore,E perchè avemmo sì felice sorteChe dell'anime foste il Redentore,Confido che non già tra' maledettiMa scrivermi vorrai fra li tuoi eletti.La tua pietà la mia miseria implora,Nel tuo santo costato me nascondi,Nelle viscere tue fa ch'io muora,Tu che per noi di compassione abbondiNon far ch'io sia di redenzione fuoraCondannato fra i spiriti empi ed immondi;Solo per mia cagione, ahi core atroce!Sei conficcato in quella dura croce.Con li misfatti miei ti ho flagellato,L'osceno fui che ti sporcai il bel viso,Di spine col mio oprar t'ho coronato,I piè, le mani t'inchiodai, m'avviso,Ho riaperta la piaga al tuo costato,Nè ancor per il dolor restò conquiso;Ben cieco fui che sin ad or non venniUbbidïente dei divini cenni.Risguarda me, o Signor, con luci grate,Come già festi degna Maddalena;Rimira me con luci dispietate,Come già nella deserta arenaAlla gran penitente fur mostrate,Che per voler di tua grazia serenaS'ode ad esempio ognor alto ed invitto,La pazienza sua vantar l'Egitto.A questo suon di sì dolente voceChe allor usciva da un contrito cuoreIl Santo Crocifisso dalla croceFerì dagl'occhi il lucido splendore.Signor, non basta, il mio fallire è atroce,Pietro vorrei, dicea, segno maggiore.E ad un tal dir con voce mesta,Il Crocifisso allor chinò la testa.Vanne, o alma felice, all'alto regnoA goder tra le schiere alme beateE di contrizion tu lascia un pegno,La fama il narri alla futura etade,E a me di Pizzo abitatore indegnoChe già cantai di te l'opre incantateIntercedi da Dio tal dolce sorteChe alla tua paragoni la mia morte.Di ricche pietre e di marmoree foglieL'urna in quel tempio fu subito eretta,Al tumulo vicino della moglie,Estinta un tempo ed Agrippina detta.Ed appresso un sepolcro, il quale accoglieDi tenerella età coppia diletta,Delli due nipoti io parlo intantoChe causa fu del fortunato incanto.Anni novantatrè, sei mesi e giorniVisse nel maggio quel forte AtlanteE mille quarantotto e cento adorniAnni gridava allor l'età volante.Morì di marzo allorchè pene e scornoCristo soffrì per noi, pene cotante;La Settimana Santa estinto giacque,Ma all'occaso suo presto rinacque.Della Chiesa reggeva allora il frenoEugenio Terzo e con felice imperoDi pace scintillava il bel sereno,Era lungi Bellona e Marte fiero,Nè percoteva a Teti il molle senoCon legni armati il timido nocchiero;In lieta calma allor l'età correaCome quando Ottaviano il scetro avea.Corrado Terzo Imperatore egregioLi suoi popoli avea fidi e costantiE del suo forte ardir mostrò gran fregioDebellando ad ognor nemici tanti,Regnava con valor, con spirito regio.Troppo sariano a dir sue glorie e canti,E di alloro ornandogli la chiomaL'elesse per suo Re l'inclita Roma.Beato chi di divozione armatoA questo mondo porta il seno e il cuore!Chè l'eterno martoro avrà scampato;Perchè dopo il goder alfin si muore.

Mille cinquantacinque anni volgeaLa mentitrice etate in lieta calmaVittorio Secondo il soglio avea,Alla Chiesa portando amica palma,Enrico Quarto il scettro allor reggeaCon fausta sorte, fortunata, ed alma;Chè se eserciti contro altrui già spinseO vincente o perdente ei sempre vinse.Ma prima di solcar i flutti e l'ondeFebo che mi raggiri entro l'ingegnoPer scriver le voragini profonde,Acciò non si sommerga il fragil legno;Tu infondi al mio cantar luci giocondeE vegga pur de' tuoi favori un segno;Chè se sol da un tal raggio io sarò scortoBacio l'amica terra e giungo in porto.Or ritornando alla mia storia ordita,Correa la sesta età quando in Salerno,Che fra l'altre cittadi è più fiorita,Di Partenope alzando il nome eterno,Nacque con gran ricchezze, e stirpe avitaChe già mise terrore al cieco Averno,Nacque Pietro Barliario, e fu allevatoDal suo nobile e ricco parentato.Cresciuto poscia in tenerella etadeFece tutti gli studi, un gran portento,Tanto che ai genitori persuadeDi un futuro sperare alto e contento;Ma come in petto giovanile accadeTentar ciò che si vuol con ardimento,Di desir arse (e mostra mente ria)Per dotto diventar nella magia.Ma l'inimico dell'umana genteChe sol per nostro male è destro ognoraE così fa nascere sovente,Come a Pietro fe senza dimora,Fece un dì che il garzone afflittamenteDalla natia città n'uscisse fuora,E a spasso andasse ove di verdi erbetteEran dipinte vaghe collinette.E trovò quivi a caso una cavernaChe avea oscuro e sotterraneo ingresso.Egli benchè la via qui non discerna,Vuol penetrar nel rustical recesso.Spintovi pur da cupidigia internaPose le piante e non pensò a sè stesso,Come il guerrier che tanto si rinomaCol suo precipitar liberò Roma.E giunto colaggiù vidde una stanzaCon due altre da quella separate.Un vecchio qui facea sua dimoranzaSotto dell'empie soglie disperate;Qual subito l'accolse con istanzaDi cerimonie e con parole grate,Gli domandò chi in quelle stanze ombroseL'avea condotto; a cui Pietro rispose:La mia curiosità, dicea, m'ha spinto;Non cercherò altra cosa in questo mondoSe non che il saper vero e distinto,Il modo di magia sommo e profondo;E perchè venni in questo laberinto,Sperando di trovar in questo fondo...Volea pur dir, ma il vecchio tutto umanoIn quell'istante il prese per la mano.Si volse a tergo e tosto gli ha additatoUn colosso inalzato in quel soggiornoQual in mano tenea libro serrato,D'indegne note e stigi nomi adorno.Gli disse il tuo pensier pago è restatoDi ciò che mi chiedesti in questo giorno;Prendilo, disse; e il prese, e una sol bandaDa lui fu aperta, e udì tosto: comanda.Lieto lui gli soggiunse: io vi comandoChe fuor da questo centro mi portiate,Senza insulto però vi raccomando,E che danno nessuno mi facciate.Siccome avesse dato al suono bandoFuori si ritrovò delle incantateMura, per forza solo empia e nefanda.Aprì di nuovo il libro e udì: comanda.Comanda che in città volea andare,Ed in piazza trovossi immantinenteCon gli altri cavalieri a passeggiare,Come solea fare continuamente.A casa se ne andiè senza tardare,Sicuro già di sua virtù potente.Riaprì il comando e con sua voce propriaDisse di tutti i libri voler copia.Di tutti i libri sparsi in questo mondoChe trattin di magia voglio portiate,Ossian in mar ossian in cupo fondoOssian in terre occulte o inabitate.Finì appena di dir, che con gran pondoDi scritture diaboliche segnateVenner molti; d'Averno in quell'istanteMolti libri gli portaron davante.Barliario allor vedendosi arricchitoDi quella scienza che cotanto amavaE che il suo desiderio era compito,Con fervor grande notte e dì studiava,Talchè così perfetto era riuscitoIn quella scienza maledetta e pravaChe fece cose di tal maraviglia,Che inarcherete al mio cantar le ciglia.Trovavasi in quel tempo abitatriceDonna in Salerno di sovrana bellezzaE celebre e famosa incantatrice,Come la fama a noi ci dà contezza.Per questa Pietro ardea mesto e infeliceAl cor portando avvelenata frezza.Porta Pietro nel sen immenso ardore,Angelina per lui di gelo ha il cuore.Angelina chiamavasi la bellaChe di un vago garzon viveva amante.Quanto Barliario l'ama, altrettanto ellaCrudel gli si dimostra ed inconstante.Così il suo cuor si strugge, mentre quellaDel suo diletto adora il bel sembiante.Di questo accorto Pietro fu ripienoDi geloso timore, e di veleno.Stava a diporto un giorno la crudeleIn un giardin con il suo drudo a lato;Pietro vi apparse e fece all'infedeleVeder l'amante in sasso trasformato,E per sfogar della sua rabbia il feleFece a colei, che tanto l'ha sprezzato,La sua persona e il volto così belloTrasformar in un florido arboscello.Ritrasse poi le piante da quel loco;Mentre Angelina tutta a parte a parteRicolma il seno di rabbioso foco,Per liberarsi opra la magica arte.Tanto disse e parlò e di lì a pocoRipigliorno ambedue le forme sparte.Ritorna nella sua sembianza adornaAngelina e l'amante ancor ritornaRitornò Pietro, e vide liberatiI due amanti e ripieno di furoreMormorò allora con terribil fiatiChe spaventò sino di Pluto il cuore,E comandò agli Angioli dannatiChe in un punto l'amata e l'amatoreDiventino, con forma assai più strana,L'amante un tronco, ed ella una fontana.Finta così vedendosi la bellaRicorse indarno dai Stigi numi.Con singhiozzi interrompe la favellaE di lagrime fa scorrer due fiumi;E tanto si lamenta e si querelaChe la sua gran bellezza li consumi;Pietro, mosso a pietà, più non comanda,Scioglie l'incanto e liberi li manda.Attuffato i corsieri in grembo al mareAvea di Delo il nume e tolto il giorno,Quando portossi Pietro a ritrovareUn cavalier amico, al suo soggiorno.Facea costui vago festino fareDi canti, suoni, balli in moto adorno.Qui donna vi trovò di vago aspettoChe l'alma gli passò per mezzo il petto.Pietro la mira, ed arde nella menteE gli stimola in cuore un santo onore.O non s'avvede o non si cura nienteChe per lei nutre in seno un vast'ardore.Di lì Pietro partissi di repenteE la bella aspettò che uscisse fuore.Giunse la donna, a casa, che non pensaChe abbia Pietro per lei l'anima accensa.Era la porta chiusa e ben serrata,Perchè la donna allor volea dormireE degli abbigliamenti era spogliata,Quando Pietro si vidde comparireChe con voglia proterva ed infiammataScopriva li suoi affetti e il suo desire.Tutta irata colei con gran baldanzaGli dice, che abbandoni la sua stanza.E in vece in lei di tema entrò lo sdegnoE: importuno, gli disse, ed arroganteScaccia di mente pure il tuo disegnoE dalla vista mia torci le piante.Pietro si parte, e con turbato ingegnoDicea tra sè, mi schernisti amanteMi troverai fiero nemico e rio,Chè brama sol vendetta il pensier mio.Adirato si parte, indi comandaAi demoni che tosto abbino spentoTutto il fuoco che fosse in ogni banda,Fosse da loro estinto in un momento.Onde, per compir l'opera nefanda,La donna fe pigliar con gran tormentoE in piazza fu portata di repenteNuda, parea ch'ardesse in fiamma ardente.Correa il popol tutto in folta schieraPer provveder di fuoco le lor case,Fra le piante di quella in tal manieraSorgea la fiamma, onde ciascun rimase,E l'uno all'altro darlo invano speraChè presto si smorzava; intanto spaseLa Dea ch'ha cento bocche un gran rumoreE l'avviso n'andò al Governatore.Il qual di un tal misfatto molto iratoIl Bargello chiamar fece ben prestoE pena il viver suo gli ha comandatoPietro imprigioni senza alcun pretesto;In altro modo non sarà scusato.Partì il meschin, ma molt'afflitto e mestoPensando se l'andava a carcerare,Poco guadagno vi poteva fare.E, per fuggire un sì fatal comandoDalla città si risolvè partire;Ma pria di far un volontario bando,Volle Pietro Barliario riverireA lui l'ordine imposto dichiarando,Dirgli come per lui volea fuggire,E se di vendicarsi egli desiraContro il Governator rivolga l'ira.Ma Pietro già per infernale avvisoEra stato informato del successoE vedendo il Bargel, dicea con riso:So che il Governatore appunto adessoChe mi mettessi in prigion t'ha commiso.Disse il Bargello allor tutto dimesso:Vero è Signor, ma per fuggir tal sorteOr di Salerno vuò lasciar le porte.Soggiunse Pietro allor: per mia cagioneTu giammai farai questo, così spero;Va corri, e di' a colui che io son prigioneChe d'andarvi giur'io da Cavaliero.Scacciò allor il Bargel tanta afflizioneE corse a darne avviso a quell'altieroIl qual, con volto minaccioso e tetro,Discese alla prigione e trovò Pietro.E incominciò: quanti misfatti io sentoDi voi che siete un Cavalier di pregio!Perchè così oscurate in un momentoDi vostra antica stirpe il nome egregio?Un Signor siete voi di gran talentoChe racchiudete in sen animo regio;Tanti richiami in tribunal ci sonoChe luogo non vi trovo di perdono.Volea più dir ma Pietro, interrompendoDisse, che se voleva predicareAndasse altrove, pur di lì partendo,Chè gran gente lo staria ascoltare:Chè sentir correzioni io non intendo,Diceali, il tuo mestiero è giudicare,Pensa d'amministrar d'Astrea l'imperoCon giustizia, con senno e cor sincero.Tanto studio che posso in quel che vuoiDarti senza fallir gran correzioneNon solo a te, ma alli ministri tuoiEmpi ministri di un crudel Nerone.Più non volle ascoltar li detti suoiIl giudice adirato e la prigioneAbbandonando, in stanza s'era messoPer fabbricar di lui il processo.Qual seppe ordir con tanta crudeltadeLa sentenza scrivendogli di morte;Quando a un tempo si vider spalancateDelle prigioni le serrate porte,E delle afflitte genti carcerate,Si fa lui condottiere, mago forte,Mirando ognuno e di letizia pienoIl ciel scoperto e l'aere sereno.Indi, aperto il comando, in quell'istanteAlzar fur viste le prigion da terraCome se niuna fosse scossa innanteL'insidioso seno al ciel disserra;Così per vendicarsi il dotto AtlanteFe veder sì rovinosa guerra,Ma se prestate al mio cantar orecchia,Udite quel che far poi s'apparecchia.Sorgea la notte oltre l'usato oscuraCinta di orride nubi in fosco velo;Ma pria di proseguir l'impresa duraPrestami aita, biondo Dio di Delo;Tu le nubi al mio dir discaccia e furaE d'un vile timore un freddo gelo;Sorgea, dico, la notte allora quandoAprì Pietro il terribile comando.E disse agli empi spiriti: adesso voglioPortiate questo rio Governatore,Ignudo come sta, sopra quel scoglioChe fra l'onde del mar spunta più fuore.Fu ubbidito il suo cenno e con orgoglioPietro mirava quello in gran doloreSopra quel sasso esposto in mezzo al mareChe non meno di un sasso ignudo pare.Ma intanto poi nel liquido elementoEi disserra dai suoi chiostri i ventiE nasce gran tempesta in un momentoCon soffi d'Aquiloni empi e tremendi;Parea che contro il ciel con ardimentoDel gran tridente i numi più possentiMostri marini, gregge, la canagliaInsultasse per fare aspra battaglia.Un dì e una notte la tempesta algenteDurò pria che tornasse in lieta calmaIl mar furioso; il misero dolenteAl Creator stava per render l'alma,Quando poi fu veduto dalla genteE ognun correa per riportar tal palmaE acciò che in terra si conduca in frettaFu spedita dal lido una barchetta.S'accostò il legno al rilevato sassoEt in terra buttollo immantinente,Ripien di doglia tutto afflitto e lasso,Con somma maraviglia della gente.Fu condotto al palazzo a lento passo,E sulle piume posto incontanenteE qui gli si appresenta, in varie forme,Cose di gran spavento, allor che dorme.Pareagli ad or ad or che in aria erettoFosse gran fuoco, e in cenere temeaSpesso che il suo nobile e bel tettoChe rovinar volesse gli parea;Così di gran timor riscosso il pettoIn tal mestizia, in tal dolor cadeaChe in quattro dì, ahi disperata sorte!Poichè temea morir, ebbe la morte.Poichè Pietro si vidde vendicatoDi quel Governator che l'avea offesoDi Salerno la patria ebbe lasciato,Verso Palermo il suo cammino ha preso.Quivi giunto un compare ebbe trovatoChe gran sospir fuor del suo petto acceso,Lagnandosi ad ognor, mandava all'aria,Per aver la fortuna empia e contraria.Avea fornaci il miser'uom più d'unaE molta robba avea del suo lavoroMa la sua minacciosa e ria fortunaGli dava di miserie un gran martoro.Pietro trovollo ch'era l'aria brunaE dando ai suoi lamenti un gran ristoro,Gli dicea: non temer, ch'io son venutoPer riparar tuoi danni e darti aiuto.Pietro intanto si parte e il cieco orroreGià dispiegato avea la notte, quando,Per consolar del suo compare il cuore,Aprì Pietro il terribile comandoE costrinse il Demon, che per quattr'oreVenga in giù dal ciel precipitandoGrandine tale e tanta (ahi fiero scempio!)Che rovini ogni casa ed ogni tempio.Non vuoto andò il desio, e gran spaventoDi repente Palermo avesti in seno,S'ode l'aria fischiare e in un momentoManca di stelle amiche un sol baleno,E grandine sì grossa con fier ventoSpinse dal ciel, e ognun di tema pieno,Colla sua famigliuola accolta intorno,Pensò che fosse allor l'estremo giorno.Dopo tanto travaglio e tanta guerraPortò l'aurora il bel mattin rosato;Quando scorse l'infelice terraD'ogni casa il suo tetto rovinato,E ai pianti ognun le luci sue disserraVedendo quegli tutto al suol prostratoIl suo tugurio, e per destin infidoPiange quell'altro il caro antico nido.Per rimediar dunque a tal danno alloraE di tevole i tetti ricuoprire,Dal compare ne andiè senza dimoraQual volentieri ebbe tal sorte a udire,Nè passasse cred'io neppur un'ora,Che il miser fornaciar s'ebbe arricchire,Spacciando la sua robba; in un momentoPigliò gran quantità d'oro e d'argento.Ma divulgò la fama in un istanteLa venuta di Pietro e la sua scienza,Onde ogni cittadino ed abitanteStima per opra sua tal violenza,E altri dispetti ricevuti innanteFanno che Pietro sia di scusa senzaE per sfogare la mente lor sdegnata,Fecero un stuol di molta gente armata.Già benissimo Pietro lo sapeaCome a suo danno armata era la gente,Ma dentro del suo cuor se ne ridea,Che alla giustizia avea già posto menteE disegnando nella propria ideaUna burla di fargli assai valente,In piazza si trovava allora quandoVenne la turba contro lui infuriando.E di crudel ritorte circondatoPietro guidorno in tenebrosa stanzaIn un fondo di torre rinserrato,E qui facea penosa dimoranza.Con rigor fu il processo fabbricato,E conclusero alfin, senza speranzaDi esser dalla pena liberato,Senza indugiar che sia decapitato.Venne l'ora fatal che dee morireE al patibolo giunto immantinenteGià salito sul palco s'udì dire:Datemi un poco d'acqua amica gente.Un vaso d'acqua ebbe apparire;Ma prima che bevesse, lietamente:Signori di Palermo, gli ebbe detto,Io vi saluto e a Napoli vi aspetto.Ridea il popolo al dir del sventuratoE che allor vaneggiasse ognun pensava.Dopo bevuto, al ministro voltato,Che presto oprar volesse lo pregava;Ma quel, tutto atterrito e spaventato,Temea di qualche scherzo e dubitava;E discacciato alfin qualche timore,Il colpo gli vibrò con gran furore.Ma chi potria ridir con molti accenti,Lingua non ho da raccontarvi appienoIn ridire il sussurro delle gentiSe tu Calliope non m'aiuti almenoTanto che per più avvenimento (sic)Ne cant'io sol di meraviglia pieno.Sparì Pietro; il ministro in quell'istanteUn asino trovossi in tra le piante.Alza la testa, e con furore tantoSi mise in un gridar che spaventava.Ma a Pietro, ch'è sparito, io torno intantoChe già disse che in Napoli aspettava.Pria che la notte spicchi il nero mantoDi Partenope al lido si trovava,Quando ad un spirto di valletto in formaGli dà una lettera e del suo dir l'informa.E che in Palermo vada indi gl'impone,Che la consegni a quel Governatore,Chi la mandi però non gli ragione.Sparve a quel dir allora il rio latoreEd in Palermo giunto in conclusioneLa lettera presenta a quel Signore;Vi giunse che la gente ancor rideaDi quel gran caso che veduto avea.Diede dico la lettera al superbissimoGiudice che ripieno era di furiaLa qual dicea: o Signor riveritissimo,Dottore come voi non ha l'Etruria,Nella vostra città vedo benissimoChe non ci avete d'asini penuria;Nel mondo mai s'intese tal notiziaChe si facesse d'asini giustizia.Imparate però, e avvertite beneA conoscere prima le persone;Perchè darvi potrei tormenti e pene,Se conoscessi in voi senno e ragione;E se voi camminate queste areneCredete che è la mia bontà cagione,Chè potria ben farvi pagare il fio.Questo vi sia d'eterno avviso. Addio.Diè appen la lettera lo spirito immondoChe dispiega verso dell'aria i vanniE il giudice lasciò che con gran pondoRimase d'afflizion, e di altri affanni.Per il dolor fu per uscir dal mondoE sempre mesto poi condusse gli anniE come di quaggiù fosse divisoIn bocca sua non si vedea più riso.Or Pietro per Lisbona s'incamminaE in un momento giunse a quelle portePer virtù di sua magica dottrinaChe avvien che altrui tante ruine apporte;E camminando in Lisbona una mattinaVidde dentro una casa un pozzo a sorteE ad un uom domandò con forme lieteUn poco d'acqua per smorzar la sete.Ma rispose colui che se ne vadaE ritirossi entro sue stanze allora.Pietro irato si parte e senza spadaE senz'altre armi il rio punito fora.La mattina seguente nella stradaAvanti quelle case il pozzo fuoraFu ritrovato; per far l'empio umile,Udite che trovò nel suo cortile.Le forche si vedeano ben piantateNel luogo ove già il pozzo si vedea;Il figlio di colui con crudeltateA un demon da carnefice facea;Il capestro e l'altr'armi apparecchiateIl provido suo figlio allora avea.Tal spettacol vedendo il padre intantoForte gridò spargendo un mar di pianto.Gli sgridava lasciar l'uffizio rio,Ma quel sorridendo e non curandoLa dura impresa lui già proseguiaE sopra il rio demon giva montando.A tante strida a tanto mormorioGran popolo concorse rimirandoLo spettacolo enorme e ognuno prestoPer farlo alla giustizia manifesto.Che sia magico incanto ognuno crede,E per virtude d'infernal magia;Ma il tribunal che lo spettacol vedeLa cosa vuol sapere come stia.Il padron della casa che si avvedeChe questo è solo per vendetta ria,Fu mandato a chiamar afflitto e mesto,Il qual fe alla giustizia manifestoChe in casa un forestier era venutoPer chieder acqua e gliel'avea negatoE come la mattina avea vedutoL'obbrobrio, l'ignominia, il duro fato.Gli disser se l'avesse conosciutoSe per città l'avesse riscontrato;Lui rispose di sì con gran duolo;E presto armar fu fatto un grosso stuolo.Qual seguitando allor le sue pedate,Giunsero in piazza e quivi ritrovornoIl forestiere, e quelle genti armateA quel subito corsero d'intorno,E la vita e le mani incatenate,In un oscuro carcer lo guidorno,Dove, senza di vita amica speme,Sei banditi di vita erano insieme.Entrato Pietro disse a quelli alloraCosa in quel luogo ci volean fare.Ma quelli, rispondendo; e voi ancoraPer qual cagion veniste qui abitare?Credon che Pietro sia di mente fuoraA quella gran stoltezza di parlare,E benchè dica liberar li vuoleNon però danno fede a sue parole.Già il sol coi suoi bei raggi fatto il giornoAvea del nostro mondo come appare,Che Pietro cominciò con viso adornoCon quelli carcerati a ragionare.Gli domandò che cosa in quel soggiornoGli dava la giustizia da mangiare.Rispose un di coloro in modo irato:Sol che pane, ed acqua ci vien dato.Rispose Pietro allor: povera genteCosì trattati male ora voi siete;Ma vi prometto lesto qui presenteChe tutti consolati resterete.Si vidde in quella grotta immantinenteCircondare di lumi le pareteE una mensa si vide apparecchiata,Di preziose vivande era adornata.Cena Pietro con gli altri carceratiEd era ognun di maraviglia pieno,E sazi delli cibi che portatiFuron dai Spiriti in quell'oscuro seno,Quando Pietro gli disse: amici grati,Io partir vuò e non fia laccio e freno;Se volete venir, io sarò scortaPer fuora uscir dalla serrata porta.Preso un picciol carbone a disegnareIncominciò una barca in quell'istante,Indi poi i compagni ebbe a chiamareChe ponessero in quella le lor piante;Ridevan quelli e pur per soddisfareIl suo pensier, che a liberarli è amante,Di sei ch'erano entrar un sol non vuole,Perchè fede non presta sue parole.Ma lo stolto n'avrà doglia e rancore.La barca è presto in aria sollevataE se ne uscì dalla prigione fuore,Benchè la porta fosse ben serrata.Per l'aria se n'andava, o gran stupore!Ed in parte lontana è già arrivata;E come l'aurora i raggi spaseOgnun di quei trovossi alle loro case.Ma è d'uopo tornare alla giustizia,Che Barliario volea esaminare.Al carcere ne andò molta miliziaPer farlo avanti il giudice parlare,Ma pieni i Saraceni di tristizia,La porta apriro e nol poter trovare;Sol trovato a dormir quel così stoltoChe per far da sapiente in lacci è avvoltoIl qual, interrogato, disse comeE quanto fatto avea quell'uom stranieroIl qual non sa chi sia, nè sa il nomeMa che lo stima il rio Plutone invero.Arricciorsi ai ministri allor le chiomeSentendo raccontar il caso intero;Condusser quello dal GovernatorePer fargli raccontar tutto il tenore.Udito il tutto, il giudice in personaAndiè a vedere se rottura v'era,E la porta trovò valida e buonaSol v'era scritta una leggenda altiera.Dicea: Pietro Barliario s'imprigiona,Ma lui, per isfuggir tal sorte fiera,Con le porte serrate osò scappare;Andate un'altra volta a ben studiare.Tornò confuso nella sua maggione,Mentre Pietro in Salerno è già tornato,Che si sentia nel cor tanta afflizioneUdendo un suono giorno e notte allatoChe in cor gli favellava: empio fellone,In questa estrema età tu sei arrivatoNè ancor vuoi contemplar con luci vagheDel Crocifisso le pietose piagheSicchè Pietro ogni giorno, benchè rio,Cinque Pater dicea inginocchionePensando alla bontà del sommo Dio,Che per l'uomo patì tanta afflizione,Era buono il voler, ma il cor restio,Perchè a morbo invecchiato invan si poneO da chirurgo o da persone astuteErba ed impiastro ad apportar saluteAmmaestrando i suoi alunni un giorno,Di celeste voler o gran portento!Li suoi nipoti in una stanza entrorno,Che due lustri compiti aveano a stento;E Fortunato, e Secondino osorno,Che con tai nomi rinomar li sento,Entrorno dico in quella libreriaUn libro aprire d'infernal magia.E per scherzo pueril givan passando,Con una penna, quelle note atroci,Quando uno stuol di spiriti minacciando,Con urli apparve o con terribil voci;Sbigottiti i fanciulli allor tremandoA quei gridi diabolici e feroci,Sorpresi dal timor, caddero spentiE dal numero uscir delli viventi.Corse Pietro e i parenti alla vicinaStanza e mirando l'infelice caso,L'infausta morte e la fatal ruinaDelli nipoti suoi giunti all'occaso,Barliario tocco allor da man divina,Già dentro del suo cuor è persuasoDetestando abborrire in tutti i modiL'inganno di Satanno e l'empie frodi.Tutti portando i libri incontanenteOve a S. Benedetto è sacro tempio,Fe con proprie sue man un foco ardenteE quei libri vi pose a fare scempioPluto con i libri arse repente;Il suo gridar fu sì crudel ed empioChe il gran Tartareo, sbigottito e lasso,Guardava indarno il maledetto passo.Così Pietro rivolto ad un altareChe vi era un Crocifisso, assai divotoCominciò si forte a sospirareE per tre giorni fu sempre immoto;Con un sasso alla mano a lacerareIncominciossi il petto e con gran coreDi contrizione fe in un momentoChe ondeggiasse di pianto il pavimento.Dicea: Signor di schiavitù comprareCol tuo prezioso sangue ti è piaciutoMe peccatore e somigliante fareA chi del ciel dagli Angeli ha saluto.Dal niente mi creasti, ed aspettareIn questa estrema etade m'hai voluto;Or pentito a te vengo, o Redentore,D'ogni mia colpa e d'ogni altro errore.Lavar può solo il prezioso SangueLe bruttezze ch'il cor m'hanno macchiato;Pietà, Signore, all'anima che langueConsiderando ogni primier peccato;Pietà, se già di Stige all'orrid'anguePiù d'un alma, d'un cor ho consagrato,E per giustizia io già incapace sonoDi ricever da te grazia e perdono.Ma perchè tu Signor c'insegni a sorteChe non vuoi che si perda un peccatore,Ma che ben si converta e pianga forte,Che detesti ogni passato errore,E perchè avemmo sì felice sorteChe dell'anime foste il Redentore,Confido che non già tra' maledettiMa scrivermi vorrai fra li tuoi eletti.La tua pietà la mia miseria implora,Nel tuo santo costato me nascondi,Nelle viscere tue fa ch'io muora,Tu che per noi di compassione abbondiNon far ch'io sia di redenzione fuoraCondannato fra i spiriti empi ed immondi;Solo per mia cagione, ahi core atroce!Sei conficcato in quella dura croce.Con li misfatti miei ti ho flagellato,L'osceno fui che ti sporcai il bel viso,Di spine col mio oprar t'ho coronato,I piè, le mani t'inchiodai, m'avviso,Ho riaperta la piaga al tuo costato,Nè ancor per il dolor restò conquiso;Ben cieco fui che sin ad or non venniUbbidïente dei divini cenni.Risguarda me, o Signor, con luci grate,Come già festi degna Maddalena;Rimira me con luci dispietate,Come già nella deserta arenaAlla gran penitente fur mostrate,Che per voler di tua grazia serenaS'ode ad esempio ognor alto ed invitto,La pazienza sua vantar l'Egitto.A questo suon di sì dolente voceChe allor usciva da un contrito cuoreIl Santo Crocifisso dalla croceFerì dagl'occhi il lucido splendore.Signor, non basta, il mio fallire è atroce,Pietro vorrei, dicea, segno maggiore.E ad un tal dir con voce mesta,Il Crocifisso allor chinò la testa.Vanne, o alma felice, all'alto regnoA goder tra le schiere alme beateE di contrizion tu lascia un pegno,La fama il narri alla futura etade,E a me di Pizzo abitatore indegnoChe già cantai di te l'opre incantateIntercedi da Dio tal dolce sorteChe alla tua paragoni la mia morte.Di ricche pietre e di marmoree foglieL'urna in quel tempio fu subito eretta,Al tumulo vicino della moglie,Estinta un tempo ed Agrippina detta.Ed appresso un sepolcro, il quale accoglieDi tenerella età coppia diletta,Delli due nipoti io parlo intantoChe causa fu del fortunato incanto.Anni novantatrè, sei mesi e giorniVisse nel maggio quel forte AtlanteE mille quarantotto e cento adorniAnni gridava allor l'età volante.Morì di marzo allorchè pene e scornoCristo soffrì per noi, pene cotante;La Settimana Santa estinto giacque,Ma all'occaso suo presto rinacque.Della Chiesa reggeva allora il frenoEugenio Terzo e con felice imperoDi pace scintillava il bel sereno,Era lungi Bellona e Marte fiero,Nè percoteva a Teti il molle senoCon legni armati il timido nocchiero;In lieta calma allor l'età correaCome quando Ottaviano il scetro avea.Corrado Terzo Imperatore egregioLi suoi popoli avea fidi e costantiE del suo forte ardir mostrò gran fregioDebellando ad ognor nemici tanti,Regnava con valor, con spirito regio.Troppo sariano a dir sue glorie e canti,E di alloro ornandogli la chiomaL'elesse per suo Re l'inclita Roma.Beato chi di divozione armatoA questo mondo porta il seno e il cuore!Chè l'eterno martoro avrà scampato;Perchè dopo il goder alfin si muore.

Mille cinquantacinque anni volgeaLa mentitrice etate in lieta calmaVittorio Secondo il soglio avea,Alla Chiesa portando amica palma,Enrico Quarto il scettro allor reggeaCon fausta sorte, fortunata, ed alma;Chè se eserciti contro altrui già spinseO vincente o perdente ei sempre vinse.

Mille cinquantacinque anni volgea

La mentitrice etate in lieta calma

Vittorio Secondo il soglio avea,

Alla Chiesa portando amica palma,

Enrico Quarto il scettro allor reggea

Con fausta sorte, fortunata, ed alma;

Chè se eserciti contro altrui già spinse

O vincente o perdente ei sempre vinse.

Ma prima di solcar i flutti e l'ondeFebo che mi raggiri entro l'ingegnoPer scriver le voragini profonde,Acciò non si sommerga il fragil legno;Tu infondi al mio cantar luci giocondeE vegga pur de' tuoi favori un segno;Chè se sol da un tal raggio io sarò scortoBacio l'amica terra e giungo in porto.

Ma prima di solcar i flutti e l'onde

Febo che mi raggiri entro l'ingegno

Per scriver le voragini profonde,

Acciò non si sommerga il fragil legno;

Tu infondi al mio cantar luci gioconde

E vegga pur de' tuoi favori un segno;

Chè se sol da un tal raggio io sarò scorto

Bacio l'amica terra e giungo in porto.

Or ritornando alla mia storia ordita,Correa la sesta età quando in Salerno,Che fra l'altre cittadi è più fiorita,Di Partenope alzando il nome eterno,Nacque con gran ricchezze, e stirpe avitaChe già mise terrore al cieco Averno,Nacque Pietro Barliario, e fu allevatoDal suo nobile e ricco parentato.

Or ritornando alla mia storia ordita,

Correa la sesta età quando in Salerno,

Che fra l'altre cittadi è più fiorita,

Di Partenope alzando il nome eterno,

Nacque con gran ricchezze, e stirpe avita

Che già mise terrore al cieco Averno,

Nacque Pietro Barliario, e fu allevato

Dal suo nobile e ricco parentato.

Cresciuto poscia in tenerella etadeFece tutti gli studi, un gran portento,Tanto che ai genitori persuadeDi un futuro sperare alto e contento;Ma come in petto giovanile accadeTentar ciò che si vuol con ardimento,Di desir arse (e mostra mente ria)Per dotto diventar nella magia.

Cresciuto poscia in tenerella etade

Fece tutti gli studi, un gran portento,

Tanto che ai genitori persuade

Di un futuro sperare alto e contento;

Ma come in petto giovanile accade

Tentar ciò che si vuol con ardimento,

Di desir arse (e mostra mente ria)

Per dotto diventar nella magia.

Ma l'inimico dell'umana genteChe sol per nostro male è destro ognoraE così fa nascere sovente,Come a Pietro fe senza dimora,Fece un dì che il garzone afflittamenteDalla natia città n'uscisse fuora,E a spasso andasse ove di verdi erbetteEran dipinte vaghe collinette.

Ma l'inimico dell'umana gente

Che sol per nostro male è destro ognora

E così fa nascere sovente,

Come a Pietro fe senza dimora,

Fece un dì che il garzone afflittamente

Dalla natia città n'uscisse fuora,

E a spasso andasse ove di verdi erbette

Eran dipinte vaghe collinette.

E trovò quivi a caso una cavernaChe avea oscuro e sotterraneo ingresso.Egli benchè la via qui non discerna,Vuol penetrar nel rustical recesso.Spintovi pur da cupidigia internaPose le piante e non pensò a sè stesso,Come il guerrier che tanto si rinomaCol suo precipitar liberò Roma.

E trovò quivi a caso una caverna

Che avea oscuro e sotterraneo ingresso.

Egli benchè la via qui non discerna,

Vuol penetrar nel rustical recesso.

Spintovi pur da cupidigia interna

Pose le piante e non pensò a sè stesso,

Come il guerrier che tanto si rinoma

Col suo precipitar liberò Roma.

E giunto colaggiù vidde una stanzaCon due altre da quella separate.Un vecchio qui facea sua dimoranzaSotto dell'empie soglie disperate;Qual subito l'accolse con istanzaDi cerimonie e con parole grate,Gli domandò chi in quelle stanze ombroseL'avea condotto; a cui Pietro rispose:

E giunto colaggiù vidde una stanza

Con due altre da quella separate.

Un vecchio qui facea sua dimoranza

Sotto dell'empie soglie disperate;

Qual subito l'accolse con istanza

Di cerimonie e con parole grate,

Gli domandò chi in quelle stanze ombrose

L'avea condotto; a cui Pietro rispose:

La mia curiosità, dicea, m'ha spinto;Non cercherò altra cosa in questo mondoSe non che il saper vero e distinto,Il modo di magia sommo e profondo;E perchè venni in questo laberinto,Sperando di trovar in questo fondo...Volea pur dir, ma il vecchio tutto umanoIn quell'istante il prese per la mano.

La mia curiosità, dicea, m'ha spinto;

Non cercherò altra cosa in questo mondo

Se non che il saper vero e distinto,

Il modo di magia sommo e profondo;

E perchè venni in questo laberinto,

Sperando di trovar in questo fondo...

Volea pur dir, ma il vecchio tutto umano

In quell'istante il prese per la mano.

Si volse a tergo e tosto gli ha additatoUn colosso inalzato in quel soggiornoQual in mano tenea libro serrato,D'indegne note e stigi nomi adorno.Gli disse il tuo pensier pago è restatoDi ciò che mi chiedesti in questo giorno;Prendilo, disse; e il prese, e una sol bandaDa lui fu aperta, e udì tosto: comanda.

Si volse a tergo e tosto gli ha additato

Un colosso inalzato in quel soggiorno

Qual in mano tenea libro serrato,

D'indegne note e stigi nomi adorno.

Gli disse il tuo pensier pago è restato

Di ciò che mi chiedesti in questo giorno;

Prendilo, disse; e il prese, e una sol banda

Da lui fu aperta, e udì tosto: comanda.

Lieto lui gli soggiunse: io vi comandoChe fuor da questo centro mi portiate,Senza insulto però vi raccomando,E che danno nessuno mi facciate.Siccome avesse dato al suono bandoFuori si ritrovò delle incantateMura, per forza solo empia e nefanda.Aprì di nuovo il libro e udì: comanda.

Lieto lui gli soggiunse: io vi comando

Che fuor da questo centro mi portiate,

Senza insulto però vi raccomando,

E che danno nessuno mi facciate.

Siccome avesse dato al suono bando

Fuori si ritrovò delle incantate

Mura, per forza solo empia e nefanda.

Aprì di nuovo il libro e udì: comanda.

Comanda che in città volea andare,Ed in piazza trovossi immantinenteCon gli altri cavalieri a passeggiare,Come solea fare continuamente.A casa se ne andiè senza tardare,Sicuro già di sua virtù potente.Riaprì il comando e con sua voce propriaDisse di tutti i libri voler copia.

Comanda che in città volea andare,

Ed in piazza trovossi immantinente

Con gli altri cavalieri a passeggiare,

Come solea fare continuamente.

A casa se ne andiè senza tardare,

Sicuro già di sua virtù potente.

Riaprì il comando e con sua voce propria

Disse di tutti i libri voler copia.

Di tutti i libri sparsi in questo mondoChe trattin di magia voglio portiate,Ossian in mar ossian in cupo fondoOssian in terre occulte o inabitate.Finì appena di dir, che con gran pondoDi scritture diaboliche segnateVenner molti; d'Averno in quell'istanteMolti libri gli portaron davante.

Di tutti i libri sparsi in questo mondo

Che trattin di magia voglio portiate,

Ossian in mar ossian in cupo fondo

Ossian in terre occulte o inabitate.

Finì appena di dir, che con gran pondo

Di scritture diaboliche segnate

Venner molti; d'Averno in quell'istante

Molti libri gli portaron davante.

Barliario allor vedendosi arricchitoDi quella scienza che cotanto amavaE che il suo desiderio era compito,Con fervor grande notte e dì studiava,Talchè così perfetto era riuscitoIn quella scienza maledetta e pravaChe fece cose di tal maraviglia,Che inarcherete al mio cantar le ciglia.

Barliario allor vedendosi arricchito

Di quella scienza che cotanto amava

E che il suo desiderio era compito,

Con fervor grande notte e dì studiava,

Talchè così perfetto era riuscito

In quella scienza maledetta e prava

Che fece cose di tal maraviglia,

Che inarcherete al mio cantar le ciglia.

Trovavasi in quel tempo abitatriceDonna in Salerno di sovrana bellezzaE celebre e famosa incantatrice,Come la fama a noi ci dà contezza.Per questa Pietro ardea mesto e infeliceAl cor portando avvelenata frezza.Porta Pietro nel sen immenso ardore,Angelina per lui di gelo ha il cuore.

Trovavasi in quel tempo abitatrice

Donna in Salerno di sovrana bellezza

E celebre e famosa incantatrice,

Come la fama a noi ci dà contezza.

Per questa Pietro ardea mesto e infelice

Al cor portando avvelenata frezza.

Porta Pietro nel sen immenso ardore,

Angelina per lui di gelo ha il cuore.

Angelina chiamavasi la bellaChe di un vago garzon viveva amante.Quanto Barliario l'ama, altrettanto ellaCrudel gli si dimostra ed inconstante.Così il suo cuor si strugge, mentre quellaDel suo diletto adora il bel sembiante.Di questo accorto Pietro fu ripienoDi geloso timore, e di veleno.

Angelina chiamavasi la bella

Che di un vago garzon viveva amante.

Quanto Barliario l'ama, altrettanto ella

Crudel gli si dimostra ed inconstante.

Così il suo cuor si strugge, mentre quella

Del suo diletto adora il bel sembiante.

Di questo accorto Pietro fu ripieno

Di geloso timore, e di veleno.

Stava a diporto un giorno la crudeleIn un giardin con il suo drudo a lato;Pietro vi apparse e fece all'infedeleVeder l'amante in sasso trasformato,E per sfogar della sua rabbia il feleFece a colei, che tanto l'ha sprezzato,La sua persona e il volto così belloTrasformar in un florido arboscello.

Stava a diporto un giorno la crudele

In un giardin con il suo drudo a lato;

Pietro vi apparse e fece all'infedele

Veder l'amante in sasso trasformato,

E per sfogar della sua rabbia il fele

Fece a colei, che tanto l'ha sprezzato,

La sua persona e il volto così bello

Trasformar in un florido arboscello.

Ritrasse poi le piante da quel loco;Mentre Angelina tutta a parte a parteRicolma il seno di rabbioso foco,Per liberarsi opra la magica arte.Tanto disse e parlò e di lì a pocoRipigliorno ambedue le forme sparte.Ritorna nella sua sembianza adornaAngelina e l'amante ancor ritorna

Ritrasse poi le piante da quel loco;

Mentre Angelina tutta a parte a parte

Ricolma il seno di rabbioso foco,

Per liberarsi opra la magica arte.

Tanto disse e parlò e di lì a poco

Ripigliorno ambedue le forme sparte.

Ritorna nella sua sembianza adorna

Angelina e l'amante ancor ritorna

Ritornò Pietro, e vide liberatiI due amanti e ripieno di furoreMormorò allora con terribil fiatiChe spaventò sino di Pluto il cuore,E comandò agli Angioli dannatiChe in un punto l'amata e l'amatoreDiventino, con forma assai più strana,L'amante un tronco, ed ella una fontana.

Ritornò Pietro, e vide liberati

I due amanti e ripieno di furore

Mormorò allora con terribil fiati

Che spaventò sino di Pluto il cuore,

E comandò agli Angioli dannati

Che in un punto l'amata e l'amatore

Diventino, con forma assai più strana,

L'amante un tronco, ed ella una fontana.

Finta così vedendosi la bellaRicorse indarno dai Stigi numi.Con singhiozzi interrompe la favellaE di lagrime fa scorrer due fiumi;E tanto si lamenta e si querelaChe la sua gran bellezza li consumi;Pietro, mosso a pietà, più non comanda,Scioglie l'incanto e liberi li manda.

Finta così vedendosi la bella

Ricorse indarno dai Stigi numi.

Con singhiozzi interrompe la favella

E di lagrime fa scorrer due fiumi;

E tanto si lamenta e si querela

Che la sua gran bellezza li consumi;

Pietro, mosso a pietà, più non comanda,

Scioglie l'incanto e liberi li manda.

Attuffato i corsieri in grembo al mareAvea di Delo il nume e tolto il giorno,Quando portossi Pietro a ritrovareUn cavalier amico, al suo soggiorno.Facea costui vago festino fareDi canti, suoni, balli in moto adorno.Qui donna vi trovò di vago aspettoChe l'alma gli passò per mezzo il petto.

Attuffato i corsieri in grembo al mare

Avea di Delo il nume e tolto il giorno,

Quando portossi Pietro a ritrovare

Un cavalier amico, al suo soggiorno.

Facea costui vago festino fare

Di canti, suoni, balli in moto adorno.

Qui donna vi trovò di vago aspetto

Che l'alma gli passò per mezzo il petto.

Pietro la mira, ed arde nella menteE gli stimola in cuore un santo onore.O non s'avvede o non si cura nienteChe per lei nutre in seno un vast'ardore.Di lì Pietro partissi di repenteE la bella aspettò che uscisse fuore.Giunse la donna, a casa, che non pensaChe abbia Pietro per lei l'anima accensa.

Pietro la mira, ed arde nella mente

E gli stimola in cuore un santo onore.

O non s'avvede o non si cura niente

Che per lei nutre in seno un vast'ardore.

Di lì Pietro partissi di repente

E la bella aspettò che uscisse fuore.

Giunse la donna, a casa, che non pensa

Che abbia Pietro per lei l'anima accensa.

Era la porta chiusa e ben serrata,Perchè la donna allor volea dormireE degli abbigliamenti era spogliata,Quando Pietro si vidde comparireChe con voglia proterva ed infiammataScopriva li suoi affetti e il suo desire.Tutta irata colei con gran baldanzaGli dice, che abbandoni la sua stanza.

Era la porta chiusa e ben serrata,

Perchè la donna allor volea dormire

E degli abbigliamenti era spogliata,

Quando Pietro si vidde comparire

Che con voglia proterva ed infiammata

Scopriva li suoi affetti e il suo desire.

Tutta irata colei con gran baldanza

Gli dice, che abbandoni la sua stanza.

E in vece in lei di tema entrò lo sdegnoE: importuno, gli disse, ed arroganteScaccia di mente pure il tuo disegnoE dalla vista mia torci le piante.Pietro si parte, e con turbato ingegnoDicea tra sè, mi schernisti amanteMi troverai fiero nemico e rio,Chè brama sol vendetta il pensier mio.

E in vece in lei di tema entrò lo sdegno

E: importuno, gli disse, ed arrogante

Scaccia di mente pure il tuo disegno

E dalla vista mia torci le piante.

Pietro si parte, e con turbato ingegno

Dicea tra sè, mi schernisti amante

Mi troverai fiero nemico e rio,

Chè brama sol vendetta il pensier mio.

Adirato si parte, indi comandaAi demoni che tosto abbino spentoTutto il fuoco che fosse in ogni banda,Fosse da loro estinto in un momento.Onde, per compir l'opera nefanda,La donna fe pigliar con gran tormentoE in piazza fu portata di repenteNuda, parea ch'ardesse in fiamma ardente.

Adirato si parte, indi comanda

Ai demoni che tosto abbino spento

Tutto il fuoco che fosse in ogni banda,

Fosse da loro estinto in un momento.

Onde, per compir l'opera nefanda,

La donna fe pigliar con gran tormento

E in piazza fu portata di repente

Nuda, parea ch'ardesse in fiamma ardente.

Correa il popol tutto in folta schieraPer provveder di fuoco le lor case,Fra le piante di quella in tal manieraSorgea la fiamma, onde ciascun rimase,E l'uno all'altro darlo invano speraChè presto si smorzava; intanto spaseLa Dea ch'ha cento bocche un gran rumoreE l'avviso n'andò al Governatore.

Correa il popol tutto in folta schiera

Per provveder di fuoco le lor case,

Fra le piante di quella in tal maniera

Sorgea la fiamma, onde ciascun rimase,

E l'uno all'altro darlo invano spera

Chè presto si smorzava; intanto spase

La Dea ch'ha cento bocche un gran rumore

E l'avviso n'andò al Governatore.

Il qual di un tal misfatto molto iratoIl Bargello chiamar fece ben prestoE pena il viver suo gli ha comandatoPietro imprigioni senza alcun pretesto;In altro modo non sarà scusato.Partì il meschin, ma molt'afflitto e mestoPensando se l'andava a carcerare,Poco guadagno vi poteva fare.

Il qual di un tal misfatto molto irato

Il Bargello chiamar fece ben presto

E pena il viver suo gli ha comandato

Pietro imprigioni senza alcun pretesto;

In altro modo non sarà scusato.

Partì il meschin, ma molt'afflitto e mesto

Pensando se l'andava a carcerare,

Poco guadagno vi poteva fare.

E, per fuggire un sì fatal comandoDalla città si risolvè partire;Ma pria di far un volontario bando,Volle Pietro Barliario riverireA lui l'ordine imposto dichiarando,Dirgli come per lui volea fuggire,E se di vendicarsi egli desiraContro il Governator rivolga l'ira.

E, per fuggire un sì fatal comando

Dalla città si risolvè partire;

Ma pria di far un volontario bando,

Volle Pietro Barliario riverire

A lui l'ordine imposto dichiarando,

Dirgli come per lui volea fuggire,

E se di vendicarsi egli desira

Contro il Governator rivolga l'ira.

Ma Pietro già per infernale avvisoEra stato informato del successoE vedendo il Bargel, dicea con riso:So che il Governatore appunto adessoChe mi mettessi in prigion t'ha commiso.Disse il Bargello allor tutto dimesso:Vero è Signor, ma per fuggir tal sorteOr di Salerno vuò lasciar le porte.

Ma Pietro già per infernale avviso

Era stato informato del successo

E vedendo il Bargel, dicea con riso:

So che il Governatore appunto adesso

Che mi mettessi in prigion t'ha commiso.

Disse il Bargello allor tutto dimesso:

Vero è Signor, ma per fuggir tal sorte

Or di Salerno vuò lasciar le porte.

Soggiunse Pietro allor: per mia cagioneTu giammai farai questo, così spero;Va corri, e di' a colui che io son prigioneChe d'andarvi giur'io da Cavaliero.Scacciò allor il Bargel tanta afflizioneE corse a darne avviso a quell'altieroIl qual, con volto minaccioso e tetro,Discese alla prigione e trovò Pietro.

Soggiunse Pietro allor: per mia cagione

Tu giammai farai questo, così spero;

Va corri, e di' a colui che io son prigione

Che d'andarvi giur'io da Cavaliero.

Scacciò allor il Bargel tanta afflizione

E corse a darne avviso a quell'altiero

Il qual, con volto minaccioso e tetro,

Discese alla prigione e trovò Pietro.

E incominciò: quanti misfatti io sentoDi voi che siete un Cavalier di pregio!Perchè così oscurate in un momentoDi vostra antica stirpe il nome egregio?Un Signor siete voi di gran talentoChe racchiudete in sen animo regio;Tanti richiami in tribunal ci sonoChe luogo non vi trovo di perdono.

E incominciò: quanti misfatti io sento

Di voi che siete un Cavalier di pregio!

Perchè così oscurate in un momento

Di vostra antica stirpe il nome egregio?

Un Signor siete voi di gran talento

Che racchiudete in sen animo regio;

Tanti richiami in tribunal ci sono

Che luogo non vi trovo di perdono.

Volea più dir ma Pietro, interrompendoDisse, che se voleva predicareAndasse altrove, pur di lì partendo,Chè gran gente lo staria ascoltare:Chè sentir correzioni io non intendo,Diceali, il tuo mestiero è giudicare,Pensa d'amministrar d'Astrea l'imperoCon giustizia, con senno e cor sincero.

Volea più dir ma Pietro, interrompendo

Disse, che se voleva predicare

Andasse altrove, pur di lì partendo,

Chè gran gente lo staria ascoltare:

Chè sentir correzioni io non intendo,

Diceali, il tuo mestiero è giudicare,

Pensa d'amministrar d'Astrea l'impero

Con giustizia, con senno e cor sincero.

Tanto studio che posso in quel che vuoiDarti senza fallir gran correzioneNon solo a te, ma alli ministri tuoiEmpi ministri di un crudel Nerone.Più non volle ascoltar li detti suoiIl giudice adirato e la prigioneAbbandonando, in stanza s'era messoPer fabbricar di lui il processo.

Tanto studio che posso in quel che vuoi

Darti senza fallir gran correzione

Non solo a te, ma alli ministri tuoi

Empi ministri di un crudel Nerone.

Più non volle ascoltar li detti suoi

Il giudice adirato e la prigione

Abbandonando, in stanza s'era messo

Per fabbricar di lui il processo.

Qual seppe ordir con tanta crudeltadeLa sentenza scrivendogli di morte;Quando a un tempo si vider spalancateDelle prigioni le serrate porte,E delle afflitte genti carcerate,Si fa lui condottiere, mago forte,Mirando ognuno e di letizia pienoIl ciel scoperto e l'aere sereno.

Qual seppe ordir con tanta crudeltade

La sentenza scrivendogli di morte;

Quando a un tempo si vider spalancate

Delle prigioni le serrate porte,

E delle afflitte genti carcerate,

Si fa lui condottiere, mago forte,

Mirando ognuno e di letizia pieno

Il ciel scoperto e l'aere sereno.

Indi, aperto il comando, in quell'istanteAlzar fur viste le prigion da terraCome se niuna fosse scossa innanteL'insidioso seno al ciel disserra;Così per vendicarsi il dotto AtlanteFe veder sì rovinosa guerra,Ma se prestate al mio cantar orecchia,Udite quel che far poi s'apparecchia.

Indi, aperto il comando, in quell'istante

Alzar fur viste le prigion da terra

Come se niuna fosse scossa innante

L'insidioso seno al ciel disserra;

Così per vendicarsi il dotto Atlante

Fe veder sì rovinosa guerra,

Ma se prestate al mio cantar orecchia,

Udite quel che far poi s'apparecchia.

Sorgea la notte oltre l'usato oscuraCinta di orride nubi in fosco velo;Ma pria di proseguir l'impresa duraPrestami aita, biondo Dio di Delo;Tu le nubi al mio dir discaccia e furaE d'un vile timore un freddo gelo;Sorgea, dico, la notte allora quandoAprì Pietro il terribile comando.

Sorgea la notte oltre l'usato oscura

Cinta di orride nubi in fosco velo;

Ma pria di proseguir l'impresa dura

Prestami aita, biondo Dio di Delo;

Tu le nubi al mio dir discaccia e fura

E d'un vile timore un freddo gelo;

Sorgea, dico, la notte allora quando

Aprì Pietro il terribile comando.

E disse agli empi spiriti: adesso voglioPortiate questo rio Governatore,Ignudo come sta, sopra quel scoglioChe fra l'onde del mar spunta più fuore.Fu ubbidito il suo cenno e con orgoglioPietro mirava quello in gran doloreSopra quel sasso esposto in mezzo al mareChe non meno di un sasso ignudo pare.

E disse agli empi spiriti: adesso voglio

Portiate questo rio Governatore,

Ignudo come sta, sopra quel scoglio

Che fra l'onde del mar spunta più fuore.

Fu ubbidito il suo cenno e con orgoglio

Pietro mirava quello in gran dolore

Sopra quel sasso esposto in mezzo al mare

Che non meno di un sasso ignudo pare.

Ma intanto poi nel liquido elementoEi disserra dai suoi chiostri i ventiE nasce gran tempesta in un momentoCon soffi d'Aquiloni empi e tremendi;Parea che contro il ciel con ardimentoDel gran tridente i numi più possentiMostri marini, gregge, la canagliaInsultasse per fare aspra battaglia.

Ma intanto poi nel liquido elemento

Ei disserra dai suoi chiostri i venti

E nasce gran tempesta in un momento

Con soffi d'Aquiloni empi e tremendi;

Parea che contro il ciel con ardimento

Del gran tridente i numi più possenti

Mostri marini, gregge, la canaglia

Insultasse per fare aspra battaglia.

Un dì e una notte la tempesta algenteDurò pria che tornasse in lieta calmaIl mar furioso; il misero dolenteAl Creator stava per render l'alma,Quando poi fu veduto dalla genteE ognun correa per riportar tal palmaE acciò che in terra si conduca in frettaFu spedita dal lido una barchetta.

Un dì e una notte la tempesta algente

Durò pria che tornasse in lieta calma

Il mar furioso; il misero dolente

Al Creator stava per render l'alma,

Quando poi fu veduto dalla gente

E ognun correa per riportar tal palma

E acciò che in terra si conduca in fretta

Fu spedita dal lido una barchetta.

S'accostò il legno al rilevato sassoEt in terra buttollo immantinente,Ripien di doglia tutto afflitto e lasso,Con somma maraviglia della gente.Fu condotto al palazzo a lento passo,E sulle piume posto incontanenteE qui gli si appresenta, in varie forme,Cose di gran spavento, allor che dorme.

S'accostò il legno al rilevato sasso

Et in terra buttollo immantinente,

Ripien di doglia tutto afflitto e lasso,

Con somma maraviglia della gente.

Fu condotto al palazzo a lento passo,

E sulle piume posto incontanente

E qui gli si appresenta, in varie forme,

Cose di gran spavento, allor che dorme.

Pareagli ad or ad or che in aria erettoFosse gran fuoco, e in cenere temeaSpesso che il suo nobile e bel tettoChe rovinar volesse gli parea;Così di gran timor riscosso il pettoIn tal mestizia, in tal dolor cadeaChe in quattro dì, ahi disperata sorte!Poichè temea morir, ebbe la morte.

Pareagli ad or ad or che in aria eretto

Fosse gran fuoco, e in cenere temea

Spesso che il suo nobile e bel tetto

Che rovinar volesse gli parea;

Così di gran timor riscosso il petto

In tal mestizia, in tal dolor cadea

Che in quattro dì, ahi disperata sorte!

Poichè temea morir, ebbe la morte.

Poichè Pietro si vidde vendicatoDi quel Governator che l'avea offesoDi Salerno la patria ebbe lasciato,Verso Palermo il suo cammino ha preso.Quivi giunto un compare ebbe trovatoChe gran sospir fuor del suo petto acceso,Lagnandosi ad ognor, mandava all'aria,Per aver la fortuna empia e contraria.

Poichè Pietro si vidde vendicato

Di quel Governator che l'avea offeso

Di Salerno la patria ebbe lasciato,

Verso Palermo il suo cammino ha preso.

Quivi giunto un compare ebbe trovato

Che gran sospir fuor del suo petto acceso,

Lagnandosi ad ognor, mandava all'aria,

Per aver la fortuna empia e contraria.

Avea fornaci il miser'uom più d'unaE molta robba avea del suo lavoroMa la sua minacciosa e ria fortunaGli dava di miserie un gran martoro.Pietro trovollo ch'era l'aria brunaE dando ai suoi lamenti un gran ristoro,Gli dicea: non temer, ch'io son venutoPer riparar tuoi danni e darti aiuto.

Avea fornaci il miser'uom più d'una

E molta robba avea del suo lavoro

Ma la sua minacciosa e ria fortuna

Gli dava di miserie un gran martoro.

Pietro trovollo ch'era l'aria bruna

E dando ai suoi lamenti un gran ristoro,

Gli dicea: non temer, ch'io son venuto

Per riparar tuoi danni e darti aiuto.

Pietro intanto si parte e il cieco orroreGià dispiegato avea la notte, quando,Per consolar del suo compare il cuore,Aprì Pietro il terribile comandoE costrinse il Demon, che per quattr'oreVenga in giù dal ciel precipitandoGrandine tale e tanta (ahi fiero scempio!)Che rovini ogni casa ed ogni tempio.

Pietro intanto si parte e il cieco orrore

Già dispiegato avea la notte, quando,

Per consolar del suo compare il cuore,

Aprì Pietro il terribile comando

E costrinse il Demon, che per quattr'ore

Venga in giù dal ciel precipitando

Grandine tale e tanta (ahi fiero scempio!)

Che rovini ogni casa ed ogni tempio.

Non vuoto andò il desio, e gran spaventoDi repente Palermo avesti in seno,S'ode l'aria fischiare e in un momentoManca di stelle amiche un sol baleno,E grandine sì grossa con fier ventoSpinse dal ciel, e ognun di tema pieno,Colla sua famigliuola accolta intorno,Pensò che fosse allor l'estremo giorno.

Non vuoto andò il desio, e gran spavento

Di repente Palermo avesti in seno,

S'ode l'aria fischiare e in un momento

Manca di stelle amiche un sol baleno,

E grandine sì grossa con fier vento

Spinse dal ciel, e ognun di tema pieno,

Colla sua famigliuola accolta intorno,

Pensò che fosse allor l'estremo giorno.

Dopo tanto travaglio e tanta guerraPortò l'aurora il bel mattin rosato;Quando scorse l'infelice terraD'ogni casa il suo tetto rovinato,E ai pianti ognun le luci sue disserraVedendo quegli tutto al suol prostratoIl suo tugurio, e per destin infidoPiange quell'altro il caro antico nido.

Dopo tanto travaglio e tanta guerra

Portò l'aurora il bel mattin rosato;

Quando scorse l'infelice terra

D'ogni casa il suo tetto rovinato,

E ai pianti ognun le luci sue disserra

Vedendo quegli tutto al suol prostrato

Il suo tugurio, e per destin infido

Piange quell'altro il caro antico nido.

Per rimediar dunque a tal danno alloraE di tevole i tetti ricuoprire,Dal compare ne andiè senza dimoraQual volentieri ebbe tal sorte a udire,Nè passasse cred'io neppur un'ora,Che il miser fornaciar s'ebbe arricchire,Spacciando la sua robba; in un momentoPigliò gran quantità d'oro e d'argento.

Per rimediar dunque a tal danno allora

E di tevole i tetti ricuoprire,

Dal compare ne andiè senza dimora

Qual volentieri ebbe tal sorte a udire,

Nè passasse cred'io neppur un'ora,

Che il miser fornaciar s'ebbe arricchire,

Spacciando la sua robba; in un momento

Pigliò gran quantità d'oro e d'argento.

Ma divulgò la fama in un istanteLa venuta di Pietro e la sua scienza,Onde ogni cittadino ed abitanteStima per opra sua tal violenza,E altri dispetti ricevuti innanteFanno che Pietro sia di scusa senzaE per sfogare la mente lor sdegnata,Fecero un stuol di molta gente armata.

Ma divulgò la fama in un istante

La venuta di Pietro e la sua scienza,

Onde ogni cittadino ed abitante

Stima per opra sua tal violenza,

E altri dispetti ricevuti innante

Fanno che Pietro sia di scusa senza

E per sfogare la mente lor sdegnata,

Fecero un stuol di molta gente armata.

Già benissimo Pietro lo sapeaCome a suo danno armata era la gente,Ma dentro del suo cuor se ne ridea,Che alla giustizia avea già posto menteE disegnando nella propria ideaUna burla di fargli assai valente,In piazza si trovava allora quandoVenne la turba contro lui infuriando.

Già benissimo Pietro lo sapea

Come a suo danno armata era la gente,

Ma dentro del suo cuor se ne ridea,

Che alla giustizia avea già posto mente

E disegnando nella propria idea

Una burla di fargli assai valente,

In piazza si trovava allora quando

Venne la turba contro lui infuriando.

E di crudel ritorte circondatoPietro guidorno in tenebrosa stanzaIn un fondo di torre rinserrato,E qui facea penosa dimoranza.Con rigor fu il processo fabbricato,E conclusero alfin, senza speranzaDi esser dalla pena liberato,Senza indugiar che sia decapitato.

E di crudel ritorte circondato

Pietro guidorno in tenebrosa stanza

In un fondo di torre rinserrato,

E qui facea penosa dimoranza.

Con rigor fu il processo fabbricato,

E conclusero alfin, senza speranza

Di esser dalla pena liberato,

Senza indugiar che sia decapitato.

Venne l'ora fatal che dee morireE al patibolo giunto immantinenteGià salito sul palco s'udì dire:Datemi un poco d'acqua amica gente.Un vaso d'acqua ebbe apparire;Ma prima che bevesse, lietamente:Signori di Palermo, gli ebbe detto,Io vi saluto e a Napoli vi aspetto.

Venne l'ora fatal che dee morire

E al patibolo giunto immantinente

Già salito sul palco s'udì dire:

Datemi un poco d'acqua amica gente.

Un vaso d'acqua ebbe apparire;

Ma prima che bevesse, lietamente:

Signori di Palermo, gli ebbe detto,

Io vi saluto e a Napoli vi aspetto.

Ridea il popolo al dir del sventuratoE che allor vaneggiasse ognun pensava.Dopo bevuto, al ministro voltato,Che presto oprar volesse lo pregava;Ma quel, tutto atterrito e spaventato,Temea di qualche scherzo e dubitava;E discacciato alfin qualche timore,Il colpo gli vibrò con gran furore.

Ridea il popolo al dir del sventurato

E che allor vaneggiasse ognun pensava.

Dopo bevuto, al ministro voltato,

Che presto oprar volesse lo pregava;

Ma quel, tutto atterrito e spaventato,

Temea di qualche scherzo e dubitava;

E discacciato alfin qualche timore,

Il colpo gli vibrò con gran furore.

Ma chi potria ridir con molti accenti,Lingua non ho da raccontarvi appienoIn ridire il sussurro delle gentiSe tu Calliope non m'aiuti almenoTanto che per più avvenimento (sic)Ne cant'io sol di meraviglia pieno.Sparì Pietro; il ministro in quell'istanteUn asino trovossi in tra le piante.

Ma chi potria ridir con molti accenti,

Lingua non ho da raccontarvi appieno

In ridire il sussurro delle genti

Se tu Calliope non m'aiuti almeno

Tanto che per più avvenimento (sic)

Ne cant'io sol di meraviglia pieno.

Sparì Pietro; il ministro in quell'istante

Un asino trovossi in tra le piante.

Alza la testa, e con furore tantoSi mise in un gridar che spaventava.Ma a Pietro, ch'è sparito, io torno intantoChe già disse che in Napoli aspettava.Pria che la notte spicchi il nero mantoDi Partenope al lido si trovava,Quando ad un spirto di valletto in formaGli dà una lettera e del suo dir l'informa.

Alza la testa, e con furore tanto

Si mise in un gridar che spaventava.

Ma a Pietro, ch'è sparito, io torno intanto

Che già disse che in Napoli aspettava.

Pria che la notte spicchi il nero manto

Di Partenope al lido si trovava,

Quando ad un spirto di valletto in forma

Gli dà una lettera e del suo dir l'informa.

E che in Palermo vada indi gl'impone,Che la consegni a quel Governatore,Chi la mandi però non gli ragione.Sparve a quel dir allora il rio latoreEd in Palermo giunto in conclusioneLa lettera presenta a quel Signore;Vi giunse che la gente ancor rideaDi quel gran caso che veduto avea.

E che in Palermo vada indi gl'impone,

Che la consegni a quel Governatore,

Chi la mandi però non gli ragione.

Sparve a quel dir allora il rio latore

Ed in Palermo giunto in conclusione

La lettera presenta a quel Signore;

Vi giunse che la gente ancor ridea

Di quel gran caso che veduto avea.

Diede dico la lettera al superbissimoGiudice che ripieno era di furiaLa qual dicea: o Signor riveritissimo,Dottore come voi non ha l'Etruria,Nella vostra città vedo benissimoChe non ci avete d'asini penuria;Nel mondo mai s'intese tal notiziaChe si facesse d'asini giustizia.

Diede dico la lettera al superbissimo

Giudice che ripieno era di furia

La qual dicea: o Signor riveritissimo,

Dottore come voi non ha l'Etruria,

Nella vostra città vedo benissimo

Che non ci avete d'asini penuria;

Nel mondo mai s'intese tal notizia

Che si facesse d'asini giustizia.

Imparate però, e avvertite beneA conoscere prima le persone;Perchè darvi potrei tormenti e pene,Se conoscessi in voi senno e ragione;E se voi camminate queste areneCredete che è la mia bontà cagione,Chè potria ben farvi pagare il fio.Questo vi sia d'eterno avviso. Addio.

Imparate però, e avvertite bene

A conoscere prima le persone;

Perchè darvi potrei tormenti e pene,

Se conoscessi in voi senno e ragione;

E se voi camminate queste arene

Credete che è la mia bontà cagione,

Chè potria ben farvi pagare il fio.

Questo vi sia d'eterno avviso. Addio.

Diè appen la lettera lo spirito immondoChe dispiega verso dell'aria i vanniE il giudice lasciò che con gran pondoRimase d'afflizion, e di altri affanni.Per il dolor fu per uscir dal mondoE sempre mesto poi condusse gli anniE come di quaggiù fosse divisoIn bocca sua non si vedea più riso.

Diè appen la lettera lo spirito immondo

Che dispiega verso dell'aria i vanni

E il giudice lasciò che con gran pondo

Rimase d'afflizion, e di altri affanni.

Per il dolor fu per uscir dal mondo

E sempre mesto poi condusse gli anni

E come di quaggiù fosse diviso

In bocca sua non si vedea più riso.

Or Pietro per Lisbona s'incamminaE in un momento giunse a quelle portePer virtù di sua magica dottrinaChe avvien che altrui tante ruine apporte;E camminando in Lisbona una mattinaVidde dentro una casa un pozzo a sorteE ad un uom domandò con forme lieteUn poco d'acqua per smorzar la sete.

Or Pietro per Lisbona s'incammina

E in un momento giunse a quelle porte

Per virtù di sua magica dottrina

Che avvien che altrui tante ruine apporte;

E camminando in Lisbona una mattina

Vidde dentro una casa un pozzo a sorte

E ad un uom domandò con forme liete

Un poco d'acqua per smorzar la sete.

Ma rispose colui che se ne vadaE ritirossi entro sue stanze allora.Pietro irato si parte e senza spadaE senz'altre armi il rio punito fora.La mattina seguente nella stradaAvanti quelle case il pozzo fuoraFu ritrovato; per far l'empio umile,Udite che trovò nel suo cortile.

Ma rispose colui che se ne vada

E ritirossi entro sue stanze allora.

Pietro irato si parte e senza spada

E senz'altre armi il rio punito fora.

La mattina seguente nella strada

Avanti quelle case il pozzo fuora

Fu ritrovato; per far l'empio umile,

Udite che trovò nel suo cortile.

Le forche si vedeano ben piantateNel luogo ove già il pozzo si vedea;Il figlio di colui con crudeltateA un demon da carnefice facea;Il capestro e l'altr'armi apparecchiateIl provido suo figlio allora avea.Tal spettacol vedendo il padre intantoForte gridò spargendo un mar di pianto.

Le forche si vedeano ben piantate

Nel luogo ove già il pozzo si vedea;

Il figlio di colui con crudeltate

A un demon da carnefice facea;

Il capestro e l'altr'armi apparecchiate

Il provido suo figlio allora avea.

Tal spettacol vedendo il padre intanto

Forte gridò spargendo un mar di pianto.

Gli sgridava lasciar l'uffizio rio,Ma quel sorridendo e non curandoLa dura impresa lui già proseguiaE sopra il rio demon giva montando.A tante strida a tanto mormorioGran popolo concorse rimirandoLo spettacolo enorme e ognuno prestoPer farlo alla giustizia manifesto.

Gli sgridava lasciar l'uffizio rio,

Ma quel sorridendo e non curando

La dura impresa lui già proseguia

E sopra il rio demon giva montando.

A tante strida a tanto mormorio

Gran popolo concorse rimirando

Lo spettacolo enorme e ognuno presto

Per farlo alla giustizia manifesto.

Che sia magico incanto ognuno crede,E per virtude d'infernal magia;Ma il tribunal che lo spettacol vedeLa cosa vuol sapere come stia.Il padron della casa che si avvedeChe questo è solo per vendetta ria,Fu mandato a chiamar afflitto e mesto,Il qual fe alla giustizia manifesto

Che sia magico incanto ognuno crede,

E per virtude d'infernal magia;

Ma il tribunal che lo spettacol vede

La cosa vuol sapere come stia.

Il padron della casa che si avvede

Che questo è solo per vendetta ria,

Fu mandato a chiamar afflitto e mesto,

Il qual fe alla giustizia manifesto

Che in casa un forestier era venutoPer chieder acqua e gliel'avea negatoE come la mattina avea vedutoL'obbrobrio, l'ignominia, il duro fato.Gli disser se l'avesse conosciutoSe per città l'avesse riscontrato;Lui rispose di sì con gran duolo;E presto armar fu fatto un grosso stuolo.

Che in casa un forestier era venuto

Per chieder acqua e gliel'avea negato

E come la mattina avea veduto

L'obbrobrio, l'ignominia, il duro fato.

Gli disser se l'avesse conosciuto

Se per città l'avesse riscontrato;

Lui rispose di sì con gran duolo;

E presto armar fu fatto un grosso stuolo.

Qual seguitando allor le sue pedate,Giunsero in piazza e quivi ritrovornoIl forestiere, e quelle genti armateA quel subito corsero d'intorno,E la vita e le mani incatenate,In un oscuro carcer lo guidorno,Dove, senza di vita amica speme,Sei banditi di vita erano insieme.

Qual seguitando allor le sue pedate,

Giunsero in piazza e quivi ritrovorno

Il forestiere, e quelle genti armate

A quel subito corsero d'intorno,

E la vita e le mani incatenate,

In un oscuro carcer lo guidorno,

Dove, senza di vita amica speme,

Sei banditi di vita erano insieme.

Entrato Pietro disse a quelli alloraCosa in quel luogo ci volean fare.Ma quelli, rispondendo; e voi ancoraPer qual cagion veniste qui abitare?Credon che Pietro sia di mente fuoraA quella gran stoltezza di parlare,E benchè dica liberar li vuoleNon però danno fede a sue parole.

Entrato Pietro disse a quelli allora

Cosa in quel luogo ci volean fare.

Ma quelli, rispondendo; e voi ancora

Per qual cagion veniste qui abitare?

Credon che Pietro sia di mente fuora

A quella gran stoltezza di parlare,

E benchè dica liberar li vuole

Non però danno fede a sue parole.

Già il sol coi suoi bei raggi fatto il giornoAvea del nostro mondo come appare,Che Pietro cominciò con viso adornoCon quelli carcerati a ragionare.Gli domandò che cosa in quel soggiornoGli dava la giustizia da mangiare.Rispose un di coloro in modo irato:Sol che pane, ed acqua ci vien dato.

Già il sol coi suoi bei raggi fatto il giorno

Avea del nostro mondo come appare,

Che Pietro cominciò con viso adorno

Con quelli carcerati a ragionare.

Gli domandò che cosa in quel soggiorno

Gli dava la giustizia da mangiare.

Rispose un di coloro in modo irato:

Sol che pane, ed acqua ci vien dato.

Rispose Pietro allor: povera genteCosì trattati male ora voi siete;Ma vi prometto lesto qui presenteChe tutti consolati resterete.Si vidde in quella grotta immantinenteCircondare di lumi le pareteE una mensa si vide apparecchiata,Di preziose vivande era adornata.

Rispose Pietro allor: povera gente

Così trattati male ora voi siete;

Ma vi prometto lesto qui presente

Che tutti consolati resterete.

Si vidde in quella grotta immantinente

Circondare di lumi le parete

E una mensa si vide apparecchiata,

Di preziose vivande era adornata.

Cena Pietro con gli altri carceratiEd era ognun di maraviglia pieno,E sazi delli cibi che portatiFuron dai Spiriti in quell'oscuro seno,Quando Pietro gli disse: amici grati,Io partir vuò e non fia laccio e freno;Se volete venir, io sarò scortaPer fuora uscir dalla serrata porta.

Cena Pietro con gli altri carcerati

Ed era ognun di maraviglia pieno,

E sazi delli cibi che portati

Furon dai Spiriti in quell'oscuro seno,

Quando Pietro gli disse: amici grati,

Io partir vuò e non fia laccio e freno;

Se volete venir, io sarò scorta

Per fuora uscir dalla serrata porta.

Preso un picciol carbone a disegnareIncominciò una barca in quell'istante,Indi poi i compagni ebbe a chiamareChe ponessero in quella le lor piante;Ridevan quelli e pur per soddisfareIl suo pensier, che a liberarli è amante,Di sei ch'erano entrar un sol non vuole,Perchè fede non presta sue parole.

Preso un picciol carbone a disegnare

Incominciò una barca in quell'istante,

Indi poi i compagni ebbe a chiamare

Che ponessero in quella le lor piante;

Ridevan quelli e pur per soddisfare

Il suo pensier, che a liberarli è amante,

Di sei ch'erano entrar un sol non vuole,

Perchè fede non presta sue parole.

Ma lo stolto n'avrà doglia e rancore.La barca è presto in aria sollevataE se ne uscì dalla prigione fuore,Benchè la porta fosse ben serrata.Per l'aria se n'andava, o gran stupore!Ed in parte lontana è già arrivata;E come l'aurora i raggi spaseOgnun di quei trovossi alle loro case.

Ma lo stolto n'avrà doglia e rancore.

La barca è presto in aria sollevata

E se ne uscì dalla prigione fuore,

Benchè la porta fosse ben serrata.

Per l'aria se n'andava, o gran stupore!

Ed in parte lontana è già arrivata;

E come l'aurora i raggi spase

Ognun di quei trovossi alle loro case.

Ma è d'uopo tornare alla giustizia,Che Barliario volea esaminare.Al carcere ne andò molta miliziaPer farlo avanti il giudice parlare,Ma pieni i Saraceni di tristizia,La porta apriro e nol poter trovare;Sol trovato a dormir quel così stoltoChe per far da sapiente in lacci è avvolto

Ma è d'uopo tornare alla giustizia,

Che Barliario volea esaminare.

Al carcere ne andò molta milizia

Per farlo avanti il giudice parlare,

Ma pieni i Saraceni di tristizia,

La porta apriro e nol poter trovare;

Sol trovato a dormir quel così stolto

Che per far da sapiente in lacci è avvolto

Il qual, interrogato, disse comeE quanto fatto avea quell'uom stranieroIl qual non sa chi sia, nè sa il nomeMa che lo stima il rio Plutone invero.Arricciorsi ai ministri allor le chiomeSentendo raccontar il caso intero;Condusser quello dal GovernatorePer fargli raccontar tutto il tenore.

Il qual, interrogato, disse come

E quanto fatto avea quell'uom straniero

Il qual non sa chi sia, nè sa il nome

Ma che lo stima il rio Plutone invero.

Arricciorsi ai ministri allor le chiome

Sentendo raccontar il caso intero;

Condusser quello dal Governatore

Per fargli raccontar tutto il tenore.

Udito il tutto, il giudice in personaAndiè a vedere se rottura v'era,E la porta trovò valida e buonaSol v'era scritta una leggenda altiera.Dicea: Pietro Barliario s'imprigiona,Ma lui, per isfuggir tal sorte fiera,Con le porte serrate osò scappare;Andate un'altra volta a ben studiare.

Udito il tutto, il giudice in persona

Andiè a vedere se rottura v'era,

E la porta trovò valida e buona

Sol v'era scritta una leggenda altiera.

Dicea: Pietro Barliario s'imprigiona,

Ma lui, per isfuggir tal sorte fiera,

Con le porte serrate osò scappare;

Andate un'altra volta a ben studiare.

Tornò confuso nella sua maggione,Mentre Pietro in Salerno è già tornato,Che si sentia nel cor tanta afflizioneUdendo un suono giorno e notte allatoChe in cor gli favellava: empio fellone,In questa estrema età tu sei arrivatoNè ancor vuoi contemplar con luci vagheDel Crocifisso le pietose piaghe

Tornò confuso nella sua maggione,

Mentre Pietro in Salerno è già tornato,

Che si sentia nel cor tanta afflizione

Udendo un suono giorno e notte allato

Che in cor gli favellava: empio fellone,

In questa estrema età tu sei arrivato

Nè ancor vuoi contemplar con luci vaghe

Del Crocifisso le pietose piaghe

Sicchè Pietro ogni giorno, benchè rio,Cinque Pater dicea inginocchionePensando alla bontà del sommo Dio,Che per l'uomo patì tanta afflizione,Era buono il voler, ma il cor restio,Perchè a morbo invecchiato invan si poneO da chirurgo o da persone astuteErba ed impiastro ad apportar salute

Sicchè Pietro ogni giorno, benchè rio,

Cinque Pater dicea inginocchione

Pensando alla bontà del sommo Dio,

Che per l'uomo patì tanta afflizione,

Era buono il voler, ma il cor restio,

Perchè a morbo invecchiato invan si pone

O da chirurgo o da persone astute

Erba ed impiastro ad apportar salute

Ammaestrando i suoi alunni un giorno,Di celeste voler o gran portento!Li suoi nipoti in una stanza entrorno,Che due lustri compiti aveano a stento;E Fortunato, e Secondino osorno,Che con tai nomi rinomar li sento,Entrorno dico in quella libreriaUn libro aprire d'infernal magia.

Ammaestrando i suoi alunni un giorno,

Di celeste voler o gran portento!

Li suoi nipoti in una stanza entrorno,

Che due lustri compiti aveano a stento;

E Fortunato, e Secondino osorno,

Che con tai nomi rinomar li sento,

Entrorno dico in quella libreria

Un libro aprire d'infernal magia.

E per scherzo pueril givan passando,Con una penna, quelle note atroci,Quando uno stuol di spiriti minacciando,Con urli apparve o con terribil voci;Sbigottiti i fanciulli allor tremandoA quei gridi diabolici e feroci,Sorpresi dal timor, caddero spentiE dal numero uscir delli viventi.

E per scherzo pueril givan passando,

Con una penna, quelle note atroci,

Quando uno stuol di spiriti minacciando,

Con urli apparve o con terribil voci;

Sbigottiti i fanciulli allor tremando

A quei gridi diabolici e feroci,

Sorpresi dal timor, caddero spenti

E dal numero uscir delli viventi.

Corse Pietro e i parenti alla vicinaStanza e mirando l'infelice caso,L'infausta morte e la fatal ruinaDelli nipoti suoi giunti all'occaso,Barliario tocco allor da man divina,Già dentro del suo cuor è persuasoDetestando abborrire in tutti i modiL'inganno di Satanno e l'empie frodi.

Corse Pietro e i parenti alla vicina

Stanza e mirando l'infelice caso,

L'infausta morte e la fatal ruina

Delli nipoti suoi giunti all'occaso,

Barliario tocco allor da man divina,

Già dentro del suo cuor è persuaso

Detestando abborrire in tutti i modi

L'inganno di Satanno e l'empie frodi.

Tutti portando i libri incontanenteOve a S. Benedetto è sacro tempio,Fe con proprie sue man un foco ardenteE quei libri vi pose a fare scempioPluto con i libri arse repente;Il suo gridar fu sì crudel ed empioChe il gran Tartareo, sbigottito e lasso,Guardava indarno il maledetto passo.

Tutti portando i libri incontanente

Ove a S. Benedetto è sacro tempio,

Fe con proprie sue man un foco ardente

E quei libri vi pose a fare scempio

Pluto con i libri arse repente;

Il suo gridar fu sì crudel ed empio

Che il gran Tartareo, sbigottito e lasso,

Guardava indarno il maledetto passo.

Così Pietro rivolto ad un altareChe vi era un Crocifisso, assai divotoCominciò si forte a sospirareE per tre giorni fu sempre immoto;Con un sasso alla mano a lacerareIncominciossi il petto e con gran coreDi contrizione fe in un momentoChe ondeggiasse di pianto il pavimento.

Così Pietro rivolto ad un altare

Che vi era un Crocifisso, assai divoto

Cominciò si forte a sospirare

E per tre giorni fu sempre immoto;

Con un sasso alla mano a lacerare

Incominciossi il petto e con gran core

Di contrizione fe in un momento

Che ondeggiasse di pianto il pavimento.

Dicea: Signor di schiavitù comprareCol tuo prezioso sangue ti è piaciutoMe peccatore e somigliante fareA chi del ciel dagli Angeli ha saluto.Dal niente mi creasti, ed aspettareIn questa estrema etade m'hai voluto;Or pentito a te vengo, o Redentore,D'ogni mia colpa e d'ogni altro errore.

Dicea: Signor di schiavitù comprare

Col tuo prezioso sangue ti è piaciuto

Me peccatore e somigliante fare

A chi del ciel dagli Angeli ha saluto.

Dal niente mi creasti, ed aspettare

In questa estrema etade m'hai voluto;

Or pentito a te vengo, o Redentore,

D'ogni mia colpa e d'ogni altro errore.

Lavar può solo il prezioso SangueLe bruttezze ch'il cor m'hanno macchiato;Pietà, Signore, all'anima che langueConsiderando ogni primier peccato;Pietà, se già di Stige all'orrid'anguePiù d'un alma, d'un cor ho consagrato,E per giustizia io già incapace sonoDi ricever da te grazia e perdono.

Lavar può solo il prezioso Sangue

Le bruttezze ch'il cor m'hanno macchiato;

Pietà, Signore, all'anima che langue

Considerando ogni primier peccato;

Pietà, se già di Stige all'orrid'angue

Più d'un alma, d'un cor ho consagrato,

E per giustizia io già incapace sono

Di ricever da te grazia e perdono.

Ma perchè tu Signor c'insegni a sorteChe non vuoi che si perda un peccatore,Ma che ben si converta e pianga forte,Che detesti ogni passato errore,E perchè avemmo sì felice sorteChe dell'anime foste il Redentore,Confido che non già tra' maledettiMa scrivermi vorrai fra li tuoi eletti.

Ma perchè tu Signor c'insegni a sorte

Che non vuoi che si perda un peccatore,

Ma che ben si converta e pianga forte,

Che detesti ogni passato errore,

E perchè avemmo sì felice sorte

Che dell'anime foste il Redentore,

Confido che non già tra' maledetti

Ma scrivermi vorrai fra li tuoi eletti.

La tua pietà la mia miseria implora,Nel tuo santo costato me nascondi,Nelle viscere tue fa ch'io muora,Tu che per noi di compassione abbondiNon far ch'io sia di redenzione fuoraCondannato fra i spiriti empi ed immondi;Solo per mia cagione, ahi core atroce!Sei conficcato in quella dura croce.

La tua pietà la mia miseria implora,

Nel tuo santo costato me nascondi,

Nelle viscere tue fa ch'io muora,

Tu che per noi di compassione abbondi

Non far ch'io sia di redenzione fuora

Condannato fra i spiriti empi ed immondi;

Solo per mia cagione, ahi core atroce!

Sei conficcato in quella dura croce.

Con li misfatti miei ti ho flagellato,L'osceno fui che ti sporcai il bel viso,Di spine col mio oprar t'ho coronato,I piè, le mani t'inchiodai, m'avviso,Ho riaperta la piaga al tuo costato,Nè ancor per il dolor restò conquiso;Ben cieco fui che sin ad or non venniUbbidïente dei divini cenni.

Con li misfatti miei ti ho flagellato,

L'osceno fui che ti sporcai il bel viso,

Di spine col mio oprar t'ho coronato,

I piè, le mani t'inchiodai, m'avviso,

Ho riaperta la piaga al tuo costato,

Nè ancor per il dolor restò conquiso;

Ben cieco fui che sin ad or non venni

Ubbidïente dei divini cenni.

Risguarda me, o Signor, con luci grate,Come già festi degna Maddalena;Rimira me con luci dispietate,Come già nella deserta arenaAlla gran penitente fur mostrate,Che per voler di tua grazia serenaS'ode ad esempio ognor alto ed invitto,La pazienza sua vantar l'Egitto.

Risguarda me, o Signor, con luci grate,

Come già festi degna Maddalena;

Rimira me con luci dispietate,

Come già nella deserta arena

Alla gran penitente fur mostrate,

Che per voler di tua grazia serena

S'ode ad esempio ognor alto ed invitto,

La pazienza sua vantar l'Egitto.

A questo suon di sì dolente voceChe allor usciva da un contrito cuoreIl Santo Crocifisso dalla croceFerì dagl'occhi il lucido splendore.Signor, non basta, il mio fallire è atroce,Pietro vorrei, dicea, segno maggiore.E ad un tal dir con voce mesta,Il Crocifisso allor chinò la testa.

A questo suon di sì dolente voce

Che allor usciva da un contrito cuore

Il Santo Crocifisso dalla croce

Ferì dagl'occhi il lucido splendore.

Signor, non basta, il mio fallire è atroce,

Pietro vorrei, dicea, segno maggiore.

E ad un tal dir con voce mesta,

Il Crocifisso allor chinò la testa.

Vanne, o alma felice, all'alto regnoA goder tra le schiere alme beateE di contrizion tu lascia un pegno,La fama il narri alla futura etade,E a me di Pizzo abitatore indegnoChe già cantai di te l'opre incantateIntercedi da Dio tal dolce sorteChe alla tua paragoni la mia morte.

Vanne, o alma felice, all'alto regno

A goder tra le schiere alme beate

E di contrizion tu lascia un pegno,

La fama il narri alla futura etade,

E a me di Pizzo abitatore indegno

Che già cantai di te l'opre incantate

Intercedi da Dio tal dolce sorte

Che alla tua paragoni la mia morte.

Di ricche pietre e di marmoree foglieL'urna in quel tempio fu subito eretta,Al tumulo vicino della moglie,Estinta un tempo ed Agrippina detta.Ed appresso un sepolcro, il quale accoglieDi tenerella età coppia diletta,Delli due nipoti io parlo intantoChe causa fu del fortunato incanto.

Di ricche pietre e di marmoree foglie

L'urna in quel tempio fu subito eretta,

Al tumulo vicino della moglie,

Estinta un tempo ed Agrippina detta.

Ed appresso un sepolcro, il quale accoglie

Di tenerella età coppia diletta,

Delli due nipoti io parlo intanto

Che causa fu del fortunato incanto.

Anni novantatrè, sei mesi e giorniVisse nel maggio quel forte AtlanteE mille quarantotto e cento adorniAnni gridava allor l'età volante.Morì di marzo allorchè pene e scornoCristo soffrì per noi, pene cotante;La Settimana Santa estinto giacque,Ma all'occaso suo presto rinacque.

Anni novantatrè, sei mesi e giorni

Visse nel maggio quel forte Atlante

E mille quarantotto e cento adorni

Anni gridava allor l'età volante.

Morì di marzo allorchè pene e scorno

Cristo soffrì per noi, pene cotante;

La Settimana Santa estinto giacque,

Ma all'occaso suo presto rinacque.

Della Chiesa reggeva allora il frenoEugenio Terzo e con felice imperoDi pace scintillava il bel sereno,Era lungi Bellona e Marte fiero,Nè percoteva a Teti il molle senoCon legni armati il timido nocchiero;In lieta calma allor l'età correaCome quando Ottaviano il scetro avea.

Della Chiesa reggeva allora il freno

Eugenio Terzo e con felice impero

Di pace scintillava il bel sereno,

Era lungi Bellona e Marte fiero,

Nè percoteva a Teti il molle seno

Con legni armati il timido nocchiero;

In lieta calma allor l'età correa

Come quando Ottaviano il scetro avea.

Corrado Terzo Imperatore egregioLi suoi popoli avea fidi e costantiE del suo forte ardir mostrò gran fregioDebellando ad ognor nemici tanti,Regnava con valor, con spirito regio.Troppo sariano a dir sue glorie e canti,E di alloro ornandogli la chiomaL'elesse per suo Re l'inclita Roma.

Corrado Terzo Imperatore egregio

Li suoi popoli avea fidi e costanti

E del suo forte ardir mostrò gran fregio

Debellando ad ognor nemici tanti,

Regnava con valor, con spirito regio.

Troppo sariano a dir sue glorie e canti,

E di alloro ornandogli la chioma

L'elesse per suo Re l'inclita Roma.

Beato chi di divozione armatoA questo mondo porta il seno e il cuore!Chè l'eterno martoro avrà scampato;Perchè dopo il goder alfin si muore.

Beato chi di divozione armato

A questo mondo porta il seno e il cuore!

Chè l'eterno martoro avrà scampato;

Perchè dopo il goder alfin si muore.

INDICEPrefazionePag. vij-xvPARTE PRIMAVIRGILIO NELLA TRADIZIONE LETTERARIA FINO A DANTE.Cap. IValore dell'Eneide per la rinomanza di Virgilio. Tendenza dei Romani per la produzione epica e condizioni di questa fra loro. Ragione nazionale dell'Eneide e suoi rapporti col sentimento romano. Prime impressioni prodotte da quel poemaPag. 5Cap. IIValore dell'elemento grammaticale, retorico, erudito nell'opera virgiliana, e importanza di esso nell'apprezzamento del Poeta. Natura dei primi lavori critici su Virgilio e carattere dei primi giudizi intorno ad esso20Cap. IIISegni della popolarità del Poeta nei migliori tempi dell'impero. Virgilio nelle scuole e nelle opere grammaticali32Cap. IVVirgilio nelle scuole e nelle opere dei retori. Moto reazionario in favore dei più antichi autori e posizione di Virgilio in questo; Frontone e i Frontoniani; Aulo Gellio. Venerazione pel Poeta; le sorti virgiliane45Cap. VI secoli della decadenza. Notorietà dei versi virgiliani. I Centoni. Commentatori; E. Donato e Servio; interpretazioni filosofiche; esagerazioni dell'allegoria storica nelle Bucoliche. Virgilio considerato come retore e suo uso come tale: commento retorico di T. Cl. Donato. Macrobio; idea della onniscienza e infallibilità di Virgilio. Autorità grammaticale del Poeta; Donato e Prisciano. Segni della rinomanza virgiliana e natura di questa al cadere dell'impero66Cap. VICristianesimo e medio evo. Sopravvivenza dell'antica tradizione scolastica; natura e limiti in cui sopravvive. Virgilio rappresentante della grammatica. Posizione di Virgilio e degli altri classici pagani in mezzo all'entusiasmo cristiano; ripugnanze, attrazioni e vie d'accomodamento99Cap. VIIVirgilio profeta di Cristo129Cap. VIIIL'allegoria filosofica. Natura e cause della interpretazione allegorica di Virgilio; Fulgenzio; Bernardo di Chartres; Giovanni di Salisbury; Dante139Cap. IXGli studi grammaticali e retorici nel medio evo, e uso di Virgilio in questi159Cap. XLa biografia virgiliana; sue vicende; favole letterarie sulla vita del poeta; distinzione di queste dalle leggende popolari. Esercizi retorici di versificazione su temi virgiliani di varia natura179Cap. XIConsiderazioni sulla poesia latina di forma classica prodotta nel medio evo; poca attitudine dei chierici medievali per questo genere di poesia; poesie ritmiche207Cap. XIICaratteri dell'ideale dell'antichità che fu proprio dei chierici del medio evo. Posizione che occupava Virgilio in quell'ideale e conseguente natura della sua celebrità in quell'epoca220Cap. XIIIPrecedenti psicologici del risorgimento nel medio evo; produttività di provenienza o di ragione laica; lettere popolari e volgari. Condizioni speciali dell'Italia a tal riguardo243Cap. XIVDante. Carattere e tendenza della sua attività intellettuale; limiti della sua cultura classica; in che per questo lato si approssimi ai chierici medievali, in che se ne distingua, e come sia un precursore del risorgimento. Suo sentimento della poesia antica. L'antichità romana e il sentimento nazionale italiano in Dante. Ragione della simpatia di Dante per Virgilio.Lo bello stiledi Dante e Virgilio259Cap. XVVirgilio nellaDivina Comedia; ragione storica e simbolica del suo collocamento in questo poema; perchè Virgilio è guida di Dante; perchè non Aristotele. In che il Virgilio di Dante differisce dal Virgilio del medio evo; eliminazione di talune idee, nobilitazione di altre. Virgilio e l'idea cristiana nel poema dantesco. Sapienza e onniscienza di Virgilio; suo carattere. La profezia di Cristo; rapporto fra Virgilio e Stazio. Virgilio e l'idea dell'impero278Cap. XVIVirgilio nelDolopathos, Passaggio dall'idea dotta tradizionale all'idea romantica308PARTE SECONDAVIRGILIO NELLA LEGGENDA POPOLARE.Cap. ILe lettere romantiche nei loro rapporti colla tradizione classica. L'antichità classica romantizzata; ilRomanzo d'Enea; ancora sul Virgilio delDolopathos. Ilmagoe ilsavionelle composizioni fantastiche. L'Italia e la produzione romantica. La leggenda di Virgilio mago ha origine in Napoli: accolta nelle lettere romantiche e nelle opere dotte. Che cosa s'intenda perLeggenda popolarePag. 1Cap. IILa leggenda a Napoli nel secolo XII; Corrado di Querfurt, Gervasio di Tilbury, Alessandro Neckam23Cap. IIINatura e cause della leggenda napoletana. Efficacia miracolosa attribuita dai napoletani al sepolcro ed alle ossa di Virgilio. La leggenda in Montevergine; rapporti colla tradizione storica. Origine meridionale ed essenzialmente napoletana dell'idea di Napoli protetta da Virgilio con Ottaviano e Marcello; travisamenti in senso napoletano di notizie date dalla biografia e dall'epitafio del poeta, non meno antichi del X sec; laVita di S. Atanasio, Alessandro di Telese; Virgilio, S. Agrippino, S. Gennaro protettori di Napoli33Cap. IVDiffusione della leggenda fuori d'Italia. Troveri e dotti66Cap. VAttività leggendaria e miracolosa di Virgilio riferita a Roma. LaSalvatio Romae73Cap. VIAccrescimenti e variazioni della leggenda nel secolo XIII;Image du Monde, Roman des sept sages,Cléomadés, Renart contrefait, Gesta Romanorum,Jans Enenkel81Cap. VIICombinazione dell'idea di Virgilio profeta di Cristo coll'idea di Virgilio mago. Virgilio e la Sibilla neiMisteri. Virgilio profeta di Cristo e laSalvatio Romae; Roman de Vespasien. Leggende sul libro magico di Virgilio. Espressione astratta dell'idea di Virgilio mago nellaPhilosophiadel Pseudo-Virgilio Cordubense. L'idea del mago completata con particolari biografici. Parti sporadiche della leggenda90Cap. VIIIVirgilio mago e il bel sesso. L'avventura della cesta; sua provenienza e diffusione. LaBocca della verità111Cap. IXVicende della leggenda a Napoli e nel resto d'Italia.Cronica di Partenope, Ruggeri Pugliese, Boccaccio, Cino da Pistoia, Antonio Pucci, etc. La leggenda a Roma. La leggenda a Mantova; Buonamente Aliprando. L'antica biografia virgiliana nei suoi rapporti colla leggenda132Cap. XProdotti riassuntivi della leggenda virgiliana o biografie romanzesche di Virgilio;Les faits merveilleux de Virgille; La fleur des histoiresdi Jean d'Outremeuse. —Romance de Virgilio.Scomparsa della leggenda dalla regione dotta e letteraria dopo il secolo XVI; sua sopravvivenza nella tradizione orale del popolo meridionale italiano fino ai dì nostri156TESTIDI LEGGENDE VIRGILIANE.ICorrado di QuerfurtPag.185IIGervasio di Tilbury187IIIAlessandro Neckam192IVL'image du monde194VId.199VIAdenès li Rois,Clèomadès202VIIRenars contrefais207VIIILi Roumans de Vespasien212IXJans Enenkel222XEnrico da Müglin237XIAnonimo tedesco241XIILa Cronica di Partenope246XIIIAntonio Pucci258XIVBuonamente Aliprando260XVLes faitz merveilleux de Virgille282Leggenda di Pietro Barliario303


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