CAPITOLO IX.

CAPITOLO IX.

Quantunque in libri di uso scolastico trovinsi alcuni miti interpretati allegoricamente secondo ilMythologicondi Fulgenzio, non è da credere che l'interpretazione allegorica dell'Eneide, quale trovasi nelDe Continentiafosse svolta in quelle scuole elementari di grammatica alle quali propriamente apparteneva Virgilio come testo scolastico. Quella ricerca di sensi arcani nel libro del grande poeta, quello scrutare nelle profondità del sapere maraviglioso che a lui si attribuisce, è opera, come già vedemmo in Macrobio e vedesi anche in Fulgenzio, di gente che vuol essere affatto estranea alla scuola e tenersi molto al di sopra di essa[350]. Il maestro che avesse voluto esporre quella allegoria sarebbe stato obbligato ad un corso speciale su Virgilio, nel quale tutta l'Eneide fosse commentata in modo continuo, con uno scopo diverso da quello del materiale insegnamento della grammatica latina, a cui principalmente doveva servire l'esposizione di Virgilio nelle scuole medievali. Curioso e interessante sarebbe conoscere dappresso queste scuole e i maestri e il loro insegnamento, studiare l'uso di Virgilio in quelle e l'idea che ne riportavano gli scolari. Ma un'ombra fitta ricopre, nel medio evo, questoimportante ramo di attività, allora più che mai modesto ed oscuro. A farci però un'idea assai sufficiente della natura e del livello di quell'insegnamento servono quelli che possiamo considerare come i monumenti scolastici dell'epoca, e che possediamo in buon numero, cioè le grammatiche, e i commenti a Virgilio e ad altri autori.

Il numero degli scritti grammaticali composti dopo la caduta dell'impero lungo tutto il medio evo, è assai considerevole. Taluni sono opera di uomini che ebbero in un'altra sfera di attività, per quei tempi più importante, la ragione di molta nominanza; altri sono opera di grammatici di professione che limitarono a questo genere di sapere laico la loro produttività. Il valore degli uni e degli altri è nullo; più oscuri, quantunque alcuni assai adoperati e citati, sono naturalmente i secondi. Quell'opera ha così poca pretensione di originalità, è ridotta ad un uso talmente materiale e quasi di mestiere, ed è considerata come di un ordine talmente secondario rimpetto alla meta della vita intellettuale del tempo, che molto facilmente essa diviene impersonale. Come per tante cose d'uso triviale che servono ai bisogni della vita giornaliera, il nome dell'autore poco importa. Perciò gli autori meglio conosciuti sono quelli che si distinsero nel campo ecclesiastico ed in questo campo istesso trovarono la ragione di scendere al più modesto ufficio di grammatici. Degli altri molto spesso non si conosce neppure il nome, e di rado qualche cosa più di questo; di non pochi in mancanza di dati esterni e d'ogni speciale caratteristica interna, oggi è impossibile segnare l'età precisa. Molti scritti grammaticali, che certamente non furono pubblicati anonimi, sono giunti a noi senza nome d'autore attraverso alle copie fattene pel volgare uso della scuola. Quelli scritti sono in generale consideratie trattati come proprietà comune; si aggiunge, si toglie, si modifica a capriccio e senza riguardo veruno; e quest'uso dura come cosa ammessa fino alle ultime epoche del medio evo. Alessandro da Villedieu (sec. XIII), nel prologo al suo glossario in versi, prega di fare aggiunte o modificazioni al suo lavoro con moderazione ed in margine; e deplora l'inconveniente che deriva dall'usare in questo troppa libertà[351]. Scopo propriamente filologico non c'è; tutti compongono per una ragione prattica. Così Cassiodoro, Isidoro, e i dotti, distinti per quel tempo, delle scuole irlandesi ed anglo-sassoni, Beda, Aldelmo, Clemente e gli altri; nè altrimenti i numerosi autori di scritti grammaticali che provocò il movimento di resurrezione impresso da Carlomagno a questi studi; Smaragdo, Alcuino, Rabano Mauro non iscrivono di grammatica che in vista delle scuole riaperte per cura di quel principe. Nè filologico è il nuovo carattere che presentano gli scritti grammaticali, influenzati nella parte teorica dalla scolastica, dal XII secolo al XV. In tanta decadenza degli studi laici il solo fare qualcosa in questo genere basta a dare un merito all'autore; non si chiede se fa bene o male, nè la critica si trattiene in queste materie. Dinanzi alla povertà d'idee e di cognizioni che è patente nei più distinti, spaventa il pensare al grado che la barbarie e l'ignoranza dovea raggiungere fra il gregge più basso e più triviale degli insegnanti di mestiere.

Il livello generale delle menti è bassissimo nè i maestri sono meno imbarazzati nello scegliere e nel porgere ledottrine, di quello siano gli allievi nell'intenderle e nel profittarne. Da questo imbarazzo e da questa preoccupazione nasce il continuo sminuzzare, abbreviare e rimpastare in mille maniere del vecchio materiale, «pro fratrum mediocritate» come dice umilmente il titolo di un compendio di Donato attribuito a torto ad Agostino[352]. Per molti altri esempi possono servire le seguenti caratteristiche parole che trovansi premesse ad un rimpasto di Donato che porta il nome di Beda[353]: «Il libro delle arti di Donato è stato da molti talmente guasto e corrotto, ciascuno aggiungendo liberamente ciò che gli piace o che prende da altri autori, oppure inserendovi declinazioni, coniugazioni e simili cose, che soltanto ne' più antichi manoscritti si ritrova puro ed intatto quale l'autore l'ha pubblicato. Il che onde non si creda che anche da noi si faccia, abbiamo voluto dire qui perchè sia stato posto assieme il presente scritto. Tutti coloro che di quest'arte sanno anche più di noi, ben conoscono che il prefato grammatico ha scritto la suaArs priorper istruzione de' fanciulli, a domande e risposte, secondo ch'egli giudicò potesse bastare agli ingegni ed agli studi del suo tempo. Siccome però noi, ed altri come noi, siamo tanto ebeti ed ottusi d'ingegno, che per lo più non sappiamo nè come interrogare nè come rispondere, abbiam compilato, conforme alla pochezzadel nostro intendimento, questo libricciuolo non necessario per le menti più acute e più destre, utile però, a nostro credere, alle più semplici e meno pronte.»

Allorchè Carlomagno rinfocolava e richiamava a vita i vecchi studi latini, già di mezzo al latino, tuttavia dominante nelle scritture, si facevano strada i volgari neolatini, come già prima avean fatto i volgari di popoli non latini o non latinizzati, di stirpe celtica o germanica: ed insieme, nel grande abbassamento della cultura e di mezzo alle gigantesche lotte di popoli, eransi anche pronunziate e distinte le varie nazionalità, prima confuse nell'unità romana. Il che naturalmente rendeva più ardua l'opera dei grammatici, che dovevano ricondurre al latino menti già divenute troppo estranee ad esso; e la massima parte di costoro essendo di stirpe non latina, ed avendo già la coscienza della propria nazionalità, nel maneggiare l'antico materiale latino, sentivano e spesso anche confessavano schiettamente la propria barbarie[354], e malamente lottavanocolle difficoltà da quella procedenti. Così nella farragine di quegli scritti grammaticali regna una ignoranza ed una confusione d'idee da sorprendere spesso anche i meglio preparati. Il concetto della latinità è sempre vago e rozzo e profondamente turbato dalla influenza dell'uso[355], ossia di quel latino basso ed imbarbarito che viene generalmente usato come lingua che pur vive benchè di vita artificiale, e trovasi esemplato nella letteratura ecclesiastica, a cui non possono negare autorità, anche grammaticale, uomini che la forma comune del pensare rende affatto incapaci di porsi su piede esclusivamente profano[356]. Mancando quindi un criterio ben solido ed applicabile con rigorosa coerenza, tutto vacilla, e mentre tutto riposa sull'autorità, di questa stessa autorità non si ha alcuna giusta idea che ne determini e circoscriva la natura ed i limiti[357].È un continuo andar tentoni, senza lume, senza direzione, senza guida, fermandosi alla parola di qualsivoglia libro capita dinanzi, senza badare a contradizioni, incompatibilità o controsensi.

Oggi cercare la via di quelle menti in questi lavori, tentare di seguirla, è impresa disperata, è uno strazio spietato del senso comune. Chi però si è abbastanza internato in quella Babele, ed è riuscito a ben concepire la natura ed il grado di quella confusione, non si maraviglia vedendo sorgere di mezzo ad essa quella enimmatica mostruosità, ridicola e trista ad un tempo, che è il Virgilio Tolosano[358], il quale considerato rispetto a ciò che lo attornia, e sul fondo da cui si distacca, fa l'impressione di una grottesca ironia. È questo il solo grammatico del medio evo che possa realmente dirsi affatto nuovo ed originale; ma quale originalità! Idee, fatti, nomi d'autori, parole, regole, teorie tutto inventa la feconda sua fantasia, fino a distinguere dodici specie diverse di latinità ed a riferire Virgilio aitempi del diluvio. Questo strano scrittore che pretende ad una grandissima autorità grammaticale, e perciò vuol chiamarsi Virgilio Marone, nello squallore dei tempi a cui appartiene (VI-VII sec.), rammenta quei vegetali fetidi e di brutto aspetto che nascono dallo imputridire delle foglie cadute in autunno. Dinanzi a quel fatuo, incessante fantasticare si rimane perplessi ed attoniti, e mal se ne intende lo scopo e la ragione; niuno fino ad oggi ha saputo spiegarsi questo Virgilio intieramente. Dirlo un cerretano è poco, vista la estensione del suo lavoro e il distacco completo dalle idee e dalla tradizione comune; pensare ad una satira, non lo permette la natura e il tono dei suoi scritti; è facile chiamarlo un eccentrico o un mentecatto, scompiglia però non solo il non trovare in tutto il medio evo una voce che si levi contro di lui, ma il vedere anzi che più manoscritti hanno conservato i suoi lavori insieme a quelli di altri grammatici, che Beda, Clemente irlandese ed altri uomini stimati citano seriamente la sua autorità, ed il trovare nello scritto di un anonimo intitolatoHisperica famina[359], nelPolyptychumdi Attone di Vercelli[360]e in più altri scritti medievali[361]una strana latinità convenzionale e misteriosa che fa ripensare a questo Virgilio, il quale senza dubbio apparisce come un caposcuola autorevole e rispettato. Son fatti questi che mostrano, in prodotti anormali e meramente patologici, il marcido stato degli studi classici del medio evo. C'è in quanto li concerne un'assenza di attenzione razionatrice, una sonnolenza morbosa, per la qualeil sapere, perduti i legami logici e la tessitura teoretica che lo rendono vitale e compatto, rimane inerte nelle menti, mescolato e confuso con sogni e fantasmi d'ogni maniera.

I sommi autori della grammatica sono sempre Donato e Prisciano, e dopo di essi Carisio, Diomede e gli altri compilatori della decadenza; intorno a questi però si accumulano un numero di autorità nuove, che in fondo tutto desumono da essi e di nuovo non aggiungono che errori; il numero sopratutto degli abbreviatori, rifacitori e commentatori di Donato è veramente sorprendente. La confusione in più compilazioni grammaticali arriva al punto che, con una cecità inaudita, le fantasticherie del Virgilio grammatico sono citate di piè pari con Donato e con Prisciano[362]. La stessa irrazionale mescolanza e strana confusione si rivela nelle esemplificazioni delle dottrine grammaticali e negli autori spiegati nelle scuole. Virgilio domina sempre come prima autorità negli scritti grammaticali e come principale autore scolastico; la sua vecchia e meritata fama di gran maestro nella proprietà del dire non si perde mai[363]; ma agli antichi autori che in quest'uso venivano un tempo dopo di lui si sono aggiunti poeti e scrittori di picciol valore e anche d'infima lega, che pure sono citati quasi fossero buoni modelli dello scriver latino e grandi autorità di lingua. Prudenzio, Giuvenco, Sedulio, Avito, Prospero, Paolino, Lattanzio figuranoaccanto a Virgilio, Lucano, Stazio, Giovenale. E ciò comincia assai di buon'ora, come ognuno può vedere nel noto libro di Isidoro. Nel libroDe dubiis nominibus, di cui i MSS. più antichi risalgono al IX secolo[364]l'autore più citato dopo Virgilio è Prudenzio, poi Giuvenco e poi Varrone; quindi Paolino, Lattanzio, Sidonio ecc. Talvolta uno stesso manoscritto riunisce glosse su poeti diversissimi sott'ogni rapporto, quali per es. Virgilio e Sedulio[365]. Fra i poeti cristiani colui che godette di maggior voga e più fu letto nelle scuole è Prudenzio, il «prudentissimus Prudentius» come lo chiama Notker il Balbo[366]. Difatti, questo poeta, imitatore anch'egli di Virgilio, è realmente il più notevole fra i poeti cristiani, e l'uso che se ne fece è provato dai MSS. numerosi che ce ne rimangono, fra i quali uno del VI secolo. Nè soltanto i poeti e i padri cristiani sono citati nelle opere di grammatica e letti nelle scuole insieme ai classici, ma anche al testo della vulgata la pia barbarie di quei grammatici attribuisce autorità di lingua, perchè «ispirato dallo Spirito Santo, più sapiente di Donato»[367].

E l'ignoranza è grandissima. Più d'uno e fra gli altri Smaragdo, prende l'Eunuchus comoediae l'Orestis tragoediache cita Donato, per due nomi di autori. Di greco non sanno neppur tanto da spiegare i termini più comuni della scuola, ai quali talvolta assegnano etimologie da sbalordire.Poema, secondo Remigio da Auxerre (IX sec.), vuol direpositio;emblemavuol direhabundantia[368]. Non parlo delle questioni futili, delle difficoltà immaginarie, delle bizzarre ed arbitrarie soluzioni. Nelle citazioni, spessissimo di seconda mano, non di rado un autore è citato in luogo di un altro[369]. Quanto poi la mente di questi uomini fosse altrove si vede in taluni casi, assai frequenti, nei quali applicando l'anagoge anche alla grammatica, ripensano, come fa un anonimo (IX sec.), alle persone della trinità divina a proposito delle tre persone del verbo[370], o, come fa Smaragdo, ai numeri biblici a proposito delle otto parti del discorso[371]. Nè più serio era lo studio dell'ortografia, ad onta dei molti trattati che si scrivevano su tal materia;e ciò vedesi dai tanti manoscritti nei quali si rivela evidente la pronunzia volgare e barbara del paese in cui furono copiati[372].

Qual cosa potesse essere la esposizione degli autori possiamo argomentarlo dai commenti che ci rimangono di quest'epoca. In essi la confusione, l'arbitrio e l'ignoranza si accusano anche più fortemente che nelle opere di grammatica. Anche qui lo stesso irrequieto compendiare, rifare, interpolare. Come fra i grammatici Donato, e fra i poeti Virgilio, così fra i commentatori Servio domina nelle scuole, quale satellite del grande poeta; ma la massa di note che il medio evo ha trasmesso a noi con quel nome, se in gran parte appartiene a Servio, in buona parte appartiene anche al medio evo stesso che, fino all'ultima sua fine nel XV secolo, non cessò di interpolare e di guastare quel testo. Oltre poi a Servio così interpolato, a Donato, Aspro ed agli altri commenti antichi che guasti ed interpolati egualmente, sono giunti a noi attraverso al medio evo, giacciono, in grandissima parte inediti, nelle biblioteche molti commenti di origine medievale, per lo più anonimi, su Virgilio ed altri autori. La indomabile pazienza degli odiernifilologi non si è mostrata ancora abbastanza robusta per affrontare il disgustoso lavoro di cercare in questo enorme ammasso di chiose quello che potrebbe esservi di proveniente da fonti antiche. Gli scolii bernensi del nono secolo, già messi a luce dall'Hagen[373], proverebbero che qualche cosa da raccogliere potrebbe pure trovarsi. Ma in tutte quelle parti che sono opera propria del medio evo, quel che v'ha di più notevole è un'ignoranza talmente spettacolosa, che talvolta si domanderebbe se l'autore impazzi o vaneggi. Che cosa pensare di un commentatore che spiegaefficiampereffigiem, imaginem?[374]o che in luogo diQuo te, Moeri, pedesleggeQuot Emori pedes, e in questo trova un'allusione alle quattro zampe di una specie di velocissimo cavallo saracinesco dettoEmoris?[375]Che dire di un altro che incomincia il suo commento (in latino stranamente barbaro) alle Bucoliche con queste parole: In quel tempo essendo Giulio Cesare a capo dell'impero, regnò Bruto Cassio sulle dodici pievi dei Tusci, e nacque guerra fra Cesare e Bruto Cassio, col qual trovavasi Virgilio, e Bruto fu vinto da Giulio; dopo di che Giulio fu ucciso a colpi di sgabello?[376]In un altro commento che lessi manoscritto a Venezia itre generi di stile dei quali tocca anche Servio in principio al suo commento, vengono così distinti: «Stile sublime è quello che tratta di alti personaggi, re, principi, baroni; ed è lo stile dell'Eneide; il mediocre stile tratta di persone di ceto medio; ed è quel delle Georgiche; lo stile basso tratta di persone d'infima condizione, quali sono appunto i pastori, ed è perciò lo stile delle Bucoliche»[377]. V'ha un commentatore di Giovenale che pullula di spropositi incredibili messi giù con una disinvoltura maravigliosa[378];elencosecondo lui, significatitolo di libro, e viene dal grecoelcos(sic) che vuol diresole«perchè come il sole illumina il mondo così il titolo rischiara tutto lo scritto»;provinciaha significato avverbiale e vuol direceleremente, ed inoltre significa ancheprovvidenza, regione e patria;circensesderiva dacircum enses, «perchè da una parte correva il fiume, dall'altra piantavano delle spade e lì nel mezzo facevan le corse»[379]. Non si finirebbe se si volesse riferire tutto il vaniloquio ignorante di costui e di tanti e tanti altri[380]. Questo è duopo avvertire, che moltierrori di questa gente si spiegano dall'essere divenuto già, in molti paesi, il latino estraneo all'uso comune e dall'aver prevalso i volgari. Certamente in paese dove il latino fosse parlato e familiare, o si parlasse un linguaggio neo-latino, non sarebbe stato possibile prendere, come fa quello scoliasta, senza dubbio tedesco[381], di Giovenale,umbellaper una specie di pietra verde,asparagusper unpesciolinood unaspecie di fungo.

La difficoltà che nell'intendere il latino provavano già i popoli non latini o non latinizzati, vedesi anche chiaramente nella sostituzione che ha luogo fin dal settimo secolo, dei volgari celtici e teutonici al latino nelle glosse. L'uso di spiegare in latino i vocaboli degli scrittori studiati, era divenuto incomodo o meno opportuno; quindi le numerose glosse celtiche, anglosassoni, o antico-alto-tedesche, oggi tanto preziose per la conoscenza e la storia di quelle lingue, che accompagnano i testi biblici, più scritti ecclesiastici, e i versi dei poeti classici e cristiani[382]. Dei poeti cristiani Prudenzio ha sempre la palma; Raumer annovera 21 MSS. di questo autore corredati di glosse antico-alto-tedesche[383]. Fra i classici il più ricco di tali glosse è naturalmente Virgilio; esistono anche antichi vocabolari latino-germanici esclusivamente desunti da glosse virgiliane[384]. Questo movimento doveva avere per ultimorisultato le traduzioni in quelle lingue. Non rammenteremo qui il più antico fatto di tal genere che si presenta presso i Goti, come quello che si collega con cause e condizioni più speciali. Re Alfredo, l'Augusto degli anglosassoni, nel IX secolo traduceva in anglosassone Boezio ed ilDe cura Pastoralidi papa Gregorio. Egli che per fare queste traduzioni aveva avuto bisogno che altri ponesse quei testi in parole più semplici ed in forma più chiara[385], non si attentava a tradurre Virgilio, che però anch'egli, come tutti, considerava come il padre dei poeti latini e il discepolo di Omero[386]. Non così il tedesco Notker, che nel X secolo traduceva le Bucoliche, Marziano Capella, Boezio ed altri scrittori[387]. Questa scelta degli autori in voga coi quali Virgilio divide l'onore di queste prime traduzioni è piena di significato per la caratteristica del nome di questo poeta nel medio evo.

Assai meno che la grammatica offre da dire la retorica del medio evo, in quanto è continuazione della retorica classica. La retorica, come seconda delle sette arti,è tenuta in onore, ma essa è lungi dall'apparirci in realtà con quei colori splendidi di arte sovrana con cui la presentavano nella decadenza Ennodio, Capella ed altri. Commenti di opere antiche, rimpasti e compendi non mancano neppur qui; ma non raggiungono quel gran numero che toccano le opere grammaticali. Propriamente della retorica classica non sopravvive che lo schematismo, la terminologia, certe definizioni e singolarmente quella parte relativa ai tropi e alle figure che già da antico tempo la collegava alla grammatica, della quale diviene così come un'appendice[388]. L'oratoria cristiana ed in generale lo stile cristiano aveano natura e risorse del tutto proprie e particolari, e chi li consideri nell'essenza loro non si maraviglierà se il trattato di Alcuino sulla retorica[389]cominciando colle solite divisioni e definizioni delle parti e dei generi dell'orazione, insensibilmente si fuorvia in definizioni che spettano alla dialettica e finisce in morale con una serie di definizioni relative alle virtù.

Dato il carattere dello stile cristiano, e le idee e i sentimenti e gli scopi degli scrittori, qui assai più che per la grammatica era ovvio e giustificabile l'uso dei librisacri, per la esemplificazione. Ed infatti anche per la retorica ha luogo quella stessa mescolanza di autorità che abbiamo notato per la grammatica[390]; ma l'uso degli esemplari sacri non giunge realmente mai alle proporzioni che potrebbero aspettarsi e che anche qualche dottore più fervoroso vorrebbe vedere raggiunte. La grande remora sta, più che in altro, nello studio grammaticale che era connesso assai intimamente col retorico, e fissava solidamente nella tradizione antica il primo fondamento e la naturale autorità dello studio profano, ad essa richiamando quindi anche per le altre discipline. Inoltre tutto il vecchio apparato di termini, definizioni, divisioni ecc. imponeva in modo inevitabile l'autorità antica, quando l'indifferenza per questi studi non era tanta da farli dimenticare affatto, e mancava d'altro lato per essi calore ed energia sufficiente a produrre un radicale rinnovamento[391].

Come autorità in fatto di retorica, Virgilio seguitava ad averne quel tanto che gli assegnavano gli antichi trattatisti ancora letti nelle scuole e la voga sua come autore universale; però la prevalenza, fra gli altri trattatisti, di Cicerone rendeva meno frequente l'occasione di rammentare il Mantovano nelle scuole dei retori. Pur nondimeno il posto suo nella grammatica e i rapporti fra questa e la retorica, insegnate da uno stesso maestro, portavano naturalmente all'uso del suo libro anche per quest'altro studio, com'era accaduto già in epoca più antica. Gerberto, come già i retori della decadenza, credeva indispensabile al retore lo studio dei poeti per la ricerca delle locuzioni, e spiegando Virgilio, Stazio, Terenzio, Giovenale, Persio, Orazio e Lucano introduceva alla retorica i suoi alunni[392].Quella parte del libro di Macrobio che si riferisce alle virtù retoriche di Virgilio trovasi in qualche MS. unita alla biografia del poeta attribuita a Donato[393]. Certamente di quella parte, che, come vedemmo, può considerarsi come un compendio di retorica, il medio evo fece assai uso e ad essa vanno riferite certe curiose parole, che trovansi nelFior di Retoricadi Fra Guidotto, su Virgilio, come colui che in piccol volume riunì la somma di quest'arte[394].

Negli scrittori di prosa del medio evo le reminiscenze virgiliane sono frequentissime e s'incontrano in Orosio nel V secolo[395]come in Liutprando nel X[396]. Ma la retorica ebbe speciale influenza sulla poesia e, singolarmente nel primo medio evo, diede luogo a produzioni che riguardano Virgilio da vicino, delle quali dobbiamo avviarci a parlare, rivolgendoci per poco addietro sulla via che già abbiamo percorsa.


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