CAPITOLO IX.Quali i concetti di Ferdinando il Cattolico nello istituire la Inquisizione di Spagna: procura estenderla a Napoli ma poi se ne rimane, e perchè. — Piero di Toledo vuole introdurla a Napoli; il Papa prima per interesse si oppone, e poi per interesse acconsente; lo tenta due volte invano; alla terza contrasta un Bozzuto poi arcivescovo di Avignone ed in ultimo cardinale; il Vicerè ricorre alla forza, ed è vinto. I rispettivi si mettono tra mezzo tra il popolo e il Vicerè, e persuadono i Napolitani di mandare deputati a Cesare, e rimettersene al suo giudizio. — Principe di Salerno eletto deputato domanda parere; consigli del Martelli e di Bernardo Tasso stampati. — Dialogo di Torquato Tasso del Piacere onesto su questo proposito. — Giannone giudicando il principe di Salerno sè condanna. — Soccorsi del Doria e di Cosimo duca di Firenze al Toledo; il quale inorgoglito mette le mani addosso a cinque giovani nobili, e i giudici ricusandosi condannarli, il boia decapitarli, ne fa scannare tre da un suo moro affricano. — Popolo dà nelle furie; lo quieta Pasquale Caracciolo; lo inviperisce Scipione della Somma e come; i rispettivi sempre lì a tagliare i nervi al popolo. — Giustizia dello Imperatore quale: nuovo tumulto e miracolo della paura. — La Inquisizione si mette da parte, ma i Napolitani pagano cara la vittoria; multe, e condanne; al principe di Salerno tocca chiarirsi ribelle. — Considerazioni sul Doria. — Se Andrea pigliasse parte nella congiura controPierluigi Farnese e quanta; prima pratica appiccata dal Doria col Landi; seconda pratica con Girolamo Pallavicino; strana persecuzione di Pierluigi contro questo barone, e strano caso, che mostra potenza di femmina a che arrivi. — Don Ferrante Gonzaga presentito dallo Imperatore scredita il trattato di Andrea, e lo assume per sè. Particolari sopra Pierluigi Farnese bastardo di Paolo III; legittimato per concessione di Giulio II; si ammoglia con la Girolama Orsina; milita contro Roma insieme al Borbone e piglia parte allo eccidio della Patria; — sotto Firenze è casso dalla milizia con infamia. — Caso nefando del vescovo di Fano; se vero; obiezioni contro il Varchi confutate; — prognostici del suo astrologo; — bestial caccia di un giovane famigliare del cardinale di Ferrara. — Astutezza di Pierluigi, e modi da lui praticati co' suoi segretari; — è fatto duca di Castro, e gonfaloniere della Chiesa; poi marchese di Novara; il Papa vorrebbe procurargli la signoria di Milano; ma non riesce; — i Veneziani lo scrivono sul libro di oro. — Giulia da Varano spogliata dal papa di Camerino per darlo al nepote Ottavio. — Di Parma e Piacenza, e loro fortuna; il Papa propone infeudarle a Pierluigi; trovando contrasto in concistoro le baratta con Camerino e Nepi; i cardinali a mala pena consentono; qualcheduno nega sempre. — Pierluigi governa civilmente, promuove il bene del popolo, abbatte i feudatarii; suoi ordinamenti. — Il Gonzaga tenta i feudatari piacentini. — Sua corrispondenza con lo Imperatore; ed esquisite fraudolenze di lui. — Pierluigi con incredibile celerità costruisce la cittadella di Piacenza. — Altra corrispondenza del Gonzaga con lo Imperatore, il quale accetta la congiura; solo raccomanda non si mettano le mani addosso al Farnese. — Come il Gonzaga interpetri la volontà di Cesare ai congiurati; — questi mettono fuori nuove pretensioni; si tentenna a concederle e perchè. — Ottavio genero di Carlo visitail padre Pierluigi: nuovo intoppo alla congiura. — Il Gonzaga avvisa l'Imperatore alla scoperta che i congiurati intendono ammazzare il Duca; e Carlo approva. — Avvisi dati al duca dal Caro, dal Buoncambi e dal Giovio; non è vero lo avvertisse il Papa; questi il dì che gli trucidavano il figliuolo si vantava felice più diTiberio,Plac,Cabal e Prope. Il gesuita Segneri. — Modo tenuto nello ammazzare Pierluigi; con esso lui si scannano due preti. — Il popolo infuria e vuole il Duca; gli buttano i corpi dei preti; il Duca legano fuori di finestra per un piede; non lo ravvisando il popolo buttano giù anco lui. — I soldati del morto Duca cedono alla fortuna e vanno a salvare Parma; i congiurati, dato il segno con le artiglierie, il Gonzaga muove da Cremona per occupare Piacenza. — La città si protesta incolpevole, e manda lettere al Papa a profferirsegli devota; per prepotenza poi è costretta a dichiarare che si sottopone spontanea a Cesare. — Chi desse al Duca sepoltura cristiana; se lo facesse diseppellire il Gonzaga, e per quali cause. — Cesare tiene Piacenza e finchè regna non la vuole rendere. — Se ci sia bisogno di obbligare i preti al perdono; e come lo concedano essi. — Tetrastico contro lo Imperatore. — Filippo II rende Piacenza ai Farnesi e perchè. — Apollonio Filareto segretario del Duca col vice-segretario sono sostenuti e messi al tormento; quali le cagioni. — Annibal Caro altro segretario del Duca con buono accorgimento si salva. — Come il Papa sentisse la nuova della strage del figliuolo: novelle degli scrittori chiesastici; altre novelle e peggiori degl'imperiali; quello, che ci è di vero. — Il Papa volendo rendere Parma alla Chiesa scopre nemici tutti i suoi; e Ottavio in procinto di legarsi coll'omicida di suo padre per contrastargli; di ciò si accuora e muore. — Andrea Doria esulta della morte di Pierluigi; s'è vero, che rimandasse a consolare il Papa la lettera stessa, che questigli aveva scritto in occasione della morte di Giannettino. — Giannettino compare di Pierluigi. — Sospetti di Andrea per la sua vita. — Congiura di Giulio Cibo: cause di discordia tra la marchesa Ricciarda e il figliuolo Giulio; questi usurpa lo Stato alla madre; gli tocca a lasciarlo; lo ripiglia sovvenuto dal Doria, e da Cosimo dei Medici. — Carlo V ordina lo restituisca, e commette a Cosimo e al Doria lo costringano. — Insidie di Cosimo. — Giulio inasprito congiura ribellare Genova ai Francesi; nelle sue reti irretisce; è preso, martoriato, e fatto in due tocchi a Milano. — Considerazioni su questo caso. — Ipocrisie di scrittori venali. — Carlo V disegna fabbricare una fortezza a Genova; pratiche dell'oratore cesareo col Doria. — Ai nobili vecchi la proposta piace e perchè, — e Andrea ci acconsente — pei conforti del Senato si ricrede, e non crolla più. Insidie spagnuole. — Il Papa dà la sveglia a Genova: accorte provvidenze e animose. — Viaggio del principe Don Filippo di Spagna in Italia. — Lusso smodato e sequele dello esempio nei costumi spagnuoli. — Stupidità di scrittori venali. — I cortigiani straziano Andrea pensando averlo agguindolato, ed egli finge non avvedersene. — Arti del Gonzaga. — Se sia verosimile che Cosimo duca di Firenze partecipasse alle insidie, e se, partecipandovi prima, vi persistesse poi; perchè non andasse a Genova per complirvi Filippo; se verosimile ci mandasse il figliuolo Francesco col donativo di 100,000 ducati. — Filippo tenta pigliare albergo nel palazzo del Doge, e risposta di Andrea. — Mentre gli Spagnuoli si tengono sicuri di occupare Genova, il Gonzaga manda avvisi essere andati all'aria i disegni; — sdegno di Filippo sedato dal duca di Alva; — piglia terra a Ventimiglia, tocca Savona, arriva a Genova. — Menzogne di scrittori venali. — Tumulti di Genova per le soverchierie degli Spagnuoli. — Ingresso, che ci fa Filippo: viltà antica e moderna. — Caso delFornari; e nuova insistenza del Gonzaga su la fortezza. — Se giusti i rimproveri dell'americano Prescott su i giudizii dei politici italiani, massime del secolo decimosesto. — Riforma del Garibetto che fosse; la legge del 1528 di cattiva diventa pessima.Che i carnefici di Cristo si spartissero lacerata la tunica di lui gli è fatto vero, e tuttavia potrebbe essere simbolo di questo, che gli oppressori dei popoli si prevalsero sempre della religione per onestare truci proponimenti: così Ferdinando il Cattolico, a torre via fin le radici delle sette moresca ed ebrea, le quali facessero rifiorire con la libertà della coscienza la libertà civile, instituì nella Spagna la Inquisizione; e non mica al modo praticato fin lì dalla Chiesa, sibbene perfidamente insidiosa, e ladramente omicida; però che dove, con la sentenza del giudice, quantunque corrottissimo, disperava arrivare cotesto Re si ripromise giungere con la mano del frate armata di corda e di fiamma; nella quale cosa avendo egli, o piuttosto parendogli avere trovato il conto, si avvisò piantarla anco in mezzo di Napoli. Senonchè, a contrastare le intenzioni regie, sorsero i baroni atterriti, i quali dimostrarono quivi non essere Arabi nè Ebrei; il popolo tutto di una legge e di un sangue; cotesto arnese in mano ai frati capacissimo a sconvolgere lo Stato, schiantandole sostanze, e le vite delle principali famiglie; molto più poi, che presso i Napoletani si teneva in poca riverenza la religione del giuramento, e il falso testimonio comune così, da non parere, come pur troppo era, peccato enorme contro a Dio.Il Cattolico per queste, che, comunque strane, pure si provarono verissime, e per altre più cause, giudicò prudente rimanersi da fare novità circa alle faccende della Inquisizione. Più tardi, governando Napoli in qualità di Vicerè Pietro di Toledo marchese di Villafranca, costui, un po' per abbassare i baroni, dai quali si sapeva aborrito, e un po' per compiacere al genio di Carlo V, che intendendo alla dominazione assoluta perseguitava in un paese la democrazia, e in un altro l'aristocrazia, s'industriò intromettervela per via di straforo. A tale scopo il cardinale di Burgos, fratello come dicono del Toledo, e certo della famiglia di lui, fece pratiche in corte di Roma per ottenere la facultà, ma non ne venne a capo, imperciocchè Paolo III astutissimo, considerato bene il negozio, non estimò spediente consentire l'abbassamento della baronia napoletana, la quale co' suoi umori, impediva che il dominio spagnuolo oltrapotesse nel regno, e nella Italia; ma più tardi, atterrito della dottrina dei Luterani,che per le terre italiane si allargava ad occhio, e serpentato dal cardinale Giovampietro Caraffa, alla perfine si lasciò andare.Qui l'argomento non comporta, che da noi si narrino le fortune di cotesto successo; basti tanto, che, malgrado l'accordo del Papa col Vicerè, fu mestieri tentare di mettere la Inquisizione dentro Napoli per bene due volte, e artatamente; pure non riescì; alla terza poi buttarono giù buffa; ma come il primo conato e il secondo cascarono dinanzi al mormorio dei cittadini, e alle parole franche del medico Pessa, e Antonio Grisone, così il terzo rimase vinto dal furore del popolo, e dallo ardimento di Annibale Bozzuto, che, bandito più tardi per cotesta colpa, riparò a Roma dove Giulio III in premio della dottrina, e della bontà sua lo creò arcivescovo di Avignone, e Pio IV lo promosse cardinale.Il Vicerè, venutigli meno i tiri furbeschi, ricorse alle armi, non risparmiando le stragi promiscue, nè il fulminare dai castelli la città in fascio; nè i fuochi lavorati, nè il briccolare di pentole incendiarie, nè gli altri argomenti che la tirannide, vinta sul campo della giustizia, adopera su quello della prepotenza, e n'ebbe la peggio. Se in cotesto giorno si fosse lasciato libero il corso all'ira del popolo, forse era finitaper la signoria spagnuola nel regno di Napoli, senonchè, a guastare ogni cosa, si rizzarono su, come suole, gli uomini dei mezzani partiti, i quali, quantunque predicassero la resistenza giusta, e savio ammannire le armi, tuttavia scongiurando il popolo a perseverare nella divozione di Cesare, lo consigliavano a eleggere deputati, che a lui recassero con le querele la istanza di definire la causa tra il popolo e il Vicerè. Il popolo, invece di pigliare a sassi cotesti sciagurati, lasciatosi, come suole, abbindolare da loro, elesse deputati allo imperatore Ferdinando Sanseverino principe di Salerno, suo consorte per via della madre, Maria di Arragona, che fu nipote di Ferdinando il Cattolico, e Placido Sangro cavaliere di molto seguito.Il principe di Salerno, prima di accettare quel carico, sembrandogli come pur troppo fu cagione di guai, volle consultare il parere dei cortigiani, tra i quali precipui Vincenzo Martelli maggiordomo, e Bernardo Tasso segretario; fu il consiglio del primo più cauto, meglio generoso quello del secondo, e per ventura ci rimangono entrambi stampati nelle opere loro, anzi Torquato Tasso gli pigliò ad argomento del suo dialogo delGonzaga, ovvero delPiacere onesto. Il Giannone appuntò nella sua storiacivile il Principe di leggerezza per essersi messo a cotesto cimento, ma se lo studio del proprio comodo avesse a somministrare la misura della bontà delle azioni umane, mal giudizio si dovrebbe portare sul senno dello storico napoletano; imperciocchè, se egli si fosse provvidamente astenuto dall'offendere la Curia romana, non avrebbe provato la miseria, lo esilio, e per ultimo la dodicenne prigionia in cui lo tenne, con ingiustizia pari alla slealtà, un Carlo Emanuele re di Sardegna per avvantaggiare i suoi interessi con Roma.Il vicerè Toledo, poichè sentendosi debole gli toccava rodere il freno, disse si contenterebbe ad aspettare la risoluzione di Cesare, e intanto spediva messi su messi agl'imperiali cagnotti in Italia, chiedendo armi e soldati per isgararla col popolo. Principale tra questi Andrea Doria, che allestite subito le galee, e inviatele alla Spezia, v'imbarcò mille Spagnuoli forniti dal Gonzaga vicerè di Milano, ed altrettanti Italiani da Cosimo duca di Firenze, i quali giunsero a tempo in Napoli per servire ministri ai furori del Toledo[14]. La storia rammenta,che per la parte di Andrea Doria andaronci altresì Marco Centurione luogotenente delle sue galee, ed Antonio Doria capitano dei presidii. Ora il vicerè, tra per questi ed altri aiuti che gli vennero da Sicilia e da Roma, salito in superbia fece mettere le mani addosso a cinque giovani nobili, per un po' di rumore che menarono in piazza contro gli sbirri, tre dei quali ordinò che ad ogni patto si condannassero a morte, nonostante che un Lappedo presidente del Consiglio negasse sottoscrivere la sentenza, più che il terrore del delitto potendo in lui la lusinga, che la moltitudine sbigottita dalla strage quetasse, siccome gliene porgeva speranza Scipione di Somma consigliere di guerra con lo esempio fresco del Focillo, e dei susurroni suoi compagni, strozzati i quali, il tumulto per le gabelle cessò. E' sembra, che anco al boia l'infame beccheria repugnasse, dacchè troviamo che il Toledo, impaziente d'indugio, facesse scannare quei miseri da un suo moro affricano dinanzi al largo del castello sopra untappeto di panno nero; nè pago di tanto, salì a cavallo, e scorrazzando su e giù la città, bravava il popolo. — Certo e' non l'avria contata, ma anco lì i soliti rispettivi a fare delle braccia croce, affinchè il popolo non desse nei mazzi, e a scongiurarlo che un negozio tanto bene avviato non arruffasse da capo, nella giustizia dello imperatore ponesse fiducia intera; e Pasquale Caracciolo aggiungeva: — a fine dei conti i tre scannati gentiluomini erano di noi altri, però il popolo non si ha da pigliare tanta smania dei fatti nostri; lasci ritirare le gambe a cui scottano i piedi. — Per le quali parole il popolo immelensito perse la balía di menare le mani e si strinse solo a negare il saluto al vicerè; però Scipione di Somma avendo ardito voltarsi alla moltitudine per dirle: — ti sieno troncati i piedi e le mani — questa divampando gli si strinse addosso con gli urli: — a te troncati il collo, i piedi, e le mani, e a quanti traditori della Patria ci sono: — tuttavolta i respettivi, sbracciandovisi attorno, non senza sudarci acqua e sangue, giunsero a rimettere incolume il vicerè in castello: dopo ciò, sembrando loro avere salvata la Patria, attesero tranquilli gli effetti della sperimentata giustizia imperiale.La giustizia venne e fu questa: deponesserole armi; in tutto e per tutto obbedissero al vicerè. Bandita in piazza, proruppe un tumulto quale in cotesti paesi costuma; pareva il finimondo, e il Summonte con molta piacevolezza ci narra che arrivò fino ad operare miracoli, dacchè un Giovambattista Caraffa cavaliere gerosolomitano, il quale, per non potersi più reggere in piedi a cagione della podagra, si era fatto portare dai suoi famigli a braccia per udire la relazione del cavaliere Sangro, tutto sottosopra dalla paura, guarito di un tratto salì scappando in cima al campanile di San Lorenzo; non dimanco, dopo la prima sfuriata, si accomodò anche questa, affermando il Sangro con giuramento come la risposta acerba fosse accompagnata con istruzioni tali, da rimandare tutti contenti come una pasqua a casa; e il popolo insensato nella sua fede credè, e cesse le armi.Il dì di San Lorenzo, di cui il martirio è per lo appunto simbolo della vita del popolo, arrostito sempre, e non consumato mai, fu pubblicato intero il regio indulto, il quale diceva: — la Inquisizione si mettesse da parte, alla città le artiglierie si restituissero, e con le artiglierie il titolo di fedelissima: dall'altro lato, in pena di avere avuto ragione, pagasse di multa centomila ducati, ventiquattro capi del tumultodal perdono si eccettuassero; a cui il Vicerè, in grazia della sua particolare munificenza, ne aggiunse altri trentasei, che in un giorno furono condannati a morte con l'arrato della confisca dei beni: ebbero ventura, che avvertiti in tempo, poterono mettersi in salvo. Al principe di Salerno trattenuto in corte toccò sopportare di ogni maniera strazi; alla fine dimesso tornò in patria a pigliarsene il resto; dove invelenito con umiliazioni quotidiane, nelle sostanze afflitto, nella vita insidiato conobbe quanto sia men sicuro ribellarsi a mezzo che intero; imperciocchè ribellandoti intero tu il faccia quando te ne torna il destro, e allora puoi vincere, o venire a patto; mentre ribellandoti a mezzo ti converrà ribellarti intero quando meno ti cada in acconcio, e ti troverai oppresso prima che tu ci possa mettere riparo. Da tutto questo pel nostro argomento basti cavarne tanto, che Andrea Doria, col farsi condottiero agli stipendii dell'Austria, non solo non rifuggì, ma sollecito accorse a spegnere nel sangue ogni spirito di libertà in Italia, e dopo i corpi, a incatenare gli spiriti, aiutando a piantarci come un chiodo nel cuore la Inquisizione: però male, a nostro avviso, si consiglia chiunque sostiene, che per esso la Italia serbò della libertà quel tanto, che la condizione pessima dei tempi concedeva, dacchè rimane chiaritoche non istette per lui, se la patria non isprofondava nell'inferno della servitù.Esponendo la congiura del Fiesco notammo in qual modo Andrea della venuta di Agostino Landi a Genova si approfittasse per mettere un po' di addentellato alla vendetta, la quale sempre agognò, e in breve ottenne; tuttavia non sembra vero, ch'ei fosse parte precipua nella strage di Pierluigi Farnese, come l'Ulloa nelle vite di don Ferrante Gonzaga e di Carlo V si industriò dare ad intendere; mi adopererò a investigare la cosa affinchè tocchi ad ognuno la infamia che gli spetta: piace ai potenti tuffare il braccio nel sangue e fino al gomito quando ci trovano interesse, e poi si arrovellano a rovesciarne la colpa sul capo altrui; così non ha da essere; chi bebbe il dolce (se dolce fu) gusti l'amaro.Si trova come Andrea, accontatosi con don Giovanni di Lucca, ed in ciò spinti dalle indefesse sollecitazioni del Gonzaga, pigliassero ad infiammare l'animo di Cesare, affinchè non lasciasse impunito il Farnese per le tante ingiurie arrecategli; e da questo ottennero lo assenso di congiurargli contro, avendolo rinvenuto maravigliosamente disposto adesso, che alle vecchie gozzaie aggiungevasi il favore manifesto fatto a Piero Strozzi nel fuggirsi di Lombardia,e la congiura del Fiesco istigata dal duca: del Doria poco all'imperatore importava, massime adesso che era diventato vecchio, moltissimo di quel tramestio continuo che i Farnesi facevano con la Francia per intorbidare le acque e pescarvi dentro qualche altro brano di Italia, e ciò tanto più ora, che le recenti vittorie di Germania, dandogli il capo giro, lo persuadevano di tenersi ormai sicuro di agguantare il dominio universale della terra, e però non è da dirsi quanto s'infellonisse contro chiunque egli giudicava si mettesse tra mezzo la sua mano e il mondo.Allora Andrea, o perchè il Girolamo Pallavicino conte di Cortemaggiore avesse vincoli di parentela a Genova, o sia perchè riputasse avere pegno sicuro in mano della fede di lui, prese a condurre pratiche per ammazzare il Farnese con esso più da vicino che col Landi, e certo che se gli altri nobili di Piacenza sentivano molestamente le offese nelle sostanze e nelle giurisdizioni feudali, egli poi, oltre queste, ne pativa un'altra più grave di tutte quante uomo possa arrecare ad altro uomo. Sforza Pallavicino, essendo ad un punto nipote del Duca Pierluigi per parte di Costanza sua sorella ed erede necessario di Girolamo, si cacciò nella testa che egli avesse a morire senza successione, almancolegittima, affinchè le sostanze di quello gli entrassero in casa, e lo zio Duca s'impegnò di servirlo; ma a Girolamo, come succede, venne prurito di moglie, giusto in quel punto che se la sentì vietata, e di colta la prese; poi, pauroso della mala parata, sbiettò, e il Duca, cui parve rimanere giuntato, occupa violentemente Cortemaggiore, nè qui si ferma, che messe le mani addosso a Lodovica e a Cammilla, madre e moglie di Girolamo, le getta in prigione; e comecchè dal nequissimo caso turbati il cardinale Triulzio, i Veneziani, lo Imperatore e il Papa s'interponessero per indurre il Duca a sensi più miti, ei non si volle piegare, anzi incocciandosi si andava schermendo con ogni ragione amminicoli, che ora imputava al Conte non so quanti omicidi, ed ora pretendeva, che gli si umiliasse; non mancò perfino screditarlo presso Carlo V come settatore delle parti di Francia. Ma cosa anco più strana fu, che in onta di tutto questo, Cammilla si chiarì gravida; come ciò accadesse, può essere e può non essere mistero secondochè il figliuolo spettasse a Girolamo davvero, o assentisse a lasciar correre, che si credesse suo: da prima perfidiano nel negare il fatto, ma il ventre pregnante stava lì disperata testimonianza del vero: supplicato il Duca perchè liberasse la donna, per tema che a cagionedelle angustie dell'animo sconciasse, invelenito rifiutò.Girolamo pertanto, inteso anima e corpo a vendicarsi del Duca, prometteva consegnare, mercè di suoi aderenti, una porta di Piacenza a cui si fosse presentato ad occuparla, e Andrea, accettata la proposta, ne scrisse allo Imperatore: questi però, che avendo provato il Gonzaga arnese capacissimo di tirannide senza lui non moveva foglia in Italia, ne ricercava il parere, e il Gonzaga segretissimamente così sul declinare di luglio lo ammoniva: — potere anche egli impadronirsi di una porta della città, ma questo non sembrargli partito sicuro giacendo l'osso nella presa della cittadella: pericoloso poi servirsi di Girolamo Pallavicino come quello, di cui massimamente sospettando il Duca, ne faceva codiare i passi a Crema dov'erasi ridotto a vivere: avergli la fortuna aperto una pratica, la quale egli giudicava sicurissima perchè negoziata con uomo, che tenuto dal Duca in concetto di fedele, gli dava adito di tradirlo a man salva, e però esortare lo Imperatore a mostrarsi alieno dalle profferte del Doria, anco per non correre pericolo, che le carte si avessero ad imbrogliare. È verosimile, che il Gonzaga operasse a quel modo per gelosia di Andrea, o pel desiderio di non avere compagni nella impresa,ed in fine perchè il suo disegno gli comparisse migliore davvero, e più inteso al suo feroce proponimento; ed anco allo Imperatore forse piacque non crescere il fascio dei suoi debiti verso Andrea, mulinando fino d'allora tale concetto nella mente cui presagiva non avrebbe dovuto garbare allo astuto genovese. Certo Andrea fin qui non può sostenersi incolpevole della strage di Pierluigi, e nè anco dopo si rimase da insidiarlo, ma la congiura che menò a morte quel gramo fu tramata dal Gonzaga con l'accordo dello Imperatore, e questo sarà meglio chiarito da quello che verrò esponendo.Intanto giovi mettere alquante parole intorno al Duca di Piacenza. Pierluigi Farnese fu figliuolo di papa Paolo III, che lo ebbe da certa femmina romana, dicono di casa Ruffina, allorchè, essendo cardinale dei Santi Cosimo e Damiano, andò legato per Alessandro VI nella marca di Ancona, nè Pierluigi fu il solo figlio che rallegrasse la vita al buon pontefice, il quale, se lasciò dubbi i posteri che ei fosse santo, circa alla paternità sua desiderò non ci avessero a cascare dubbi; di fatti oltre a Pierluigi gli si noverarono figliuoli Paolo, Ranuccio, Costanza, e forse anco Isabella, nè mica tutti della sola Ruffina, bensì da altre donne. Giulio II con la bolla dell'8 luglio 1505 legittimòPierluigi e Paolo, e poichè grande a cotesti tempi era la reputazione della casa Farnese per aderenze e per facoltà, il cardinale dei santi Cosimo e Damiano vide ambite le nozze del suo primogenito dalle prime tra le famiglie principesche d'Italia; egli preferì alle altre la Orsina di Pitigliano, e con la Girolama ammogliò Pierluigi giovancello di dodici anni, cui la seconda moglie in breve partorì Alessandro, Ottavio, Ranuccio, Orazio e Vittoria: un tempo esercitò la milizia, e non pure senza gloria ma con infamia, imperciocchè di ventiquattro anni si trovasse nello esercito del Borbone contro la Patria, e di conserva con Sciarra e Cammillo Colonna, masnadieri piuttostochè capitani, empisse Roma di rapine e di sangue: e quando da Clemente VII e da Carlo V venne statuita la impresa di Firenze, costui, ci fu chiamato da Nocera dove stanziava con duemila fanti; però comparve fra i primi a fare la massa tra Fuligno e Spello; e perchè veruna specie d'infamia mancasse alla vita di lui, dopo avere ferita la patria Roma, volle dare di una lanciata anco in Firenze; ma ci si trattenne poco, che indi a breve fu casso dal marchese del Vasto dalla milizia con ignominia; nè se ne conosce la causa. Dei suoi costumi piglia vergogna a raccontare e ribrezzo. Il Varchi, in fine dellestorie, narra lo immane caso di Cosimo Gheri vescovo di Fano, il quale lo stesso preposto Ludovico Muratori non nega, quantunque ripigli il Varchi per averlo messo fuori; ma il Muratori era prete e dei buoni, però sentiva passione al divulgarsi di cosiffatte nefandigie, e di vero sarebbe bene celarle, se col tacerle si emendassero le colpe. Altri poi cotesta scelleraggine alla ricisa disdice, affermando il Varchi averla cavata fuori da Pierpaolo Vergerio, che di vescovo di Capo d'Istria si fece luterano, e allega in testimonio l'apologia dettata contro il Vergerio da monsignor della Casa: gli è tempo perso, imperciocchè Pierluigi tanto non lo trattenesse la vergogna, che in pubblico non se ne vantasse, e si citino complici del fatto Giulio da Piè di Luco, e Nicolò conte di Pitigliano; nè tolgono fede al racconto le infermità ond'era tutto guasto, conoscendosi come esse non lo impedissero dallo sprofondarsi in ogni maniera libidine. Tuttavolta i devoti della reputazione di Roma contrastano l'avventura per un altro argomento, il quale è questo: il Varchi, essi dicono, ci accerta come Pierluigi venisse assoluto dal misfatto, in grazia di una bolla, e questa per quante ricerche s'instituissero non riuscì rinvenire: al che si risponde, che il Varchi notava altresì simile assoluzione essere accadutain segreto, ed avere composto la bolla il vescovo di Cesena Ottaviano Spiriti, e Jacopo Cortese, per la quale cosa, potendo cotesta carta essere agevolmente soppressa, non abbiano mancato di farlo per torre di mezzo un testimonio di vergogna; anzi tu crederai addirittura così, se consideri, che se nello inventario delle bolle, conservato in Castello Santo Angiolo, la bolla di cui è discorso non occorre, nè manco si trovano in esso notate due altre bolle, che si ricordano nello inventario custodito in Ancona, e compilato nel 1532, dove, sotto la rubrica di scritture nuove raccolte da Sebastiano Gandulfo, tu vedi la bolla dell'assoluzione generale del Duca, e l'altra per la colpa del contrabbando del sale, e nondimanco chiusa con la clausula:e per ogni altro eccesso. Ora chi può dire, che l'assoluzione dell'atroce violenza esercitata a danno del mitissimo vescovo di Fano non si trovasse insinuata così di straforo alla coda della frode del sale? Di questi tiri Roma costuma; e di bene altri ancora. Oltre a ciò, se vuoi prova della mostruosa libidine di costui, ad ogni piè sospinto tu ne incontri un fascio: singolarissime queste. Pierluigi, compiacendo all'andazzo dei tempi, ed alla superstizione propria, in capo di ogni anno ordinava al suo astrologo (il quale, ad un punto facevaufficio da medico) il prognostico: di questi ne rimangono, a me noti, sette dal 1537 al 1544; quello del 1537 gli presagisce settanta anni di vita, o circa, e morte naturale per copia di umori osoverchio di coito dopo il bagordo; nel trentotto lo ammonisce a non incappare nellapeste, e gl'indovina che procederàcarnalacciosecondo il solito, e così di seguito crescendo sempre le previsioni dei mali, che, a quanto sembra, non avevano virtù di renderlo meno cavallino di prima[15]. Dimostrazione del costume non pure dell'uomo, ma altresì del tempo te la somministra certa lettera di Marco Braccio, scritta da Roma a messere Francesco del Riccio, che racconta una bestial caccia di Pierluigi ad un giovane famigliare del cardinale Farnese di Ferrara, e il giudizio, che di cotesto fatto porgevalo scrittore[16], messa in brani perfino la ipocrisia, ultimo e disperato velo del pudore. — Astutezza egli ebbe e molta, pregio vulgarein ogni età, e all'ultimo, in cui ci si fida, esiziale, sicchè i nostri antichi solevano ammonire, in pellicceria andare a far capo meno pelli di asino, che di volpe; e poichè le gherminelle alla lunga irretiscono cui le tende, così se resti preso, invece di misericordia provochi le beffe, e ben ti sta, che chi trova diletto di far frode non si deve lamentare se altri lo inganna. Nè Pierluigi camminava così insidioso fuori di casa, ma nelle mura domestiche altresì co' famigliari suoi e con gli stessi segretari: ed era in virtù di cosiffatto vezzo, che, mentre egli stava negoziando la lega con la Francia, fingeva acconsentire allo Imperatore, e ciò con l'Annibal Caro suo segretario, usando tenere parechi ministri, all'uno dei quali confidava quello, che nascondeva gelosamente all'altro. Tale fu l'uomo che Paolo III pontefice massimo elesse per fondamento della propriafamiglia, e forse tanto più lo ebbe caro, quanto lo meritava meno; da prima lo assunse duca di Castro, conferendogli ad un punto il gonfalonierato della Chiesa, poi gli ottenne dallo Imperatore il marchesato di Novara; per ultimo intendeva procurargli anco la signoria di Milano, ma qui fu dove gli si troncarono i disegni. I Veneziani, un giorno inflessibili a conservare incontaminato il libro di oro, oggi ridotti a cercare salute con la viltà, scrivevano sopra l'albo dei nobili il nome di Pierluigi bastardo.Ottavio figliuolo di Pierluigi da prima ebbe Nepi; poi Camerino, retaggio antico dei Varano, usurpato a danno di Giulia da Varano, e di Guidubaldo Feltrico della Rovere suo marito, il quale dai Veneziani, paurosi che il Papa cessasse da sovvenirli nella guerra contro il Turco, fu derelitto.Il Papa, sempre studioso di promovere la grandezza di casa sua, venne in pensiero di conferire in feudo a Pierluigi Parma e Piacenza: veramente coteste due città appartennero sempre al ducato di Milano, ma la Chiesa, tenacissima a tenere, non cessò mai di pretendere, che formavano parte dello esarcato. Giulio II le ridusse in sua potestà e le occupò finchè visse; lui morto si tolsero alla Chiesa,le ripigliò Leone X per cederle da capo al re di Francia conquistatore di Milano; all'ultimo le ricuperava la Chiesa. Lo impero non poteva razionalmente mettere innanzi sopra le medesime diritto di sorte alcuna, imperciocchè lo imperatore Massimiliano con ispeciale capitolo avesse ceduto a papa Giulio Piacenza, consenziente Ferdinando il Cattolico, che poi lo stesso Carlo V nel 1521 confermò: quanto a Parma spettava alla Chiesa per tutte le medesime ragioni di Piacenza, anzi con qualcheduna di più: almeno si afferma così nella scrittura intorno alle cose di Piacenza, dettata dall'Annibal Caro in nome del Cardinale Farnese, quando, dopo morto Pierluigi, avendo il Gonzaga occupato la città a nome dello Imperatore, questi con ogni maniera amminicoli si scansava restituirla, proponendo, tra le altre cose, assegnare in iscambio di Parma e Piacenza quarantamila scudi di entrata pei nipoti del Papa.Ora, per tornare al nostro racconto, il cardinale Gambara studiandosi andare a' versi del Pontefice, saltò su a proporre al Collegio dei Cardinali s'infeudassero in Pierluigi Farnese Parma e Piacenza come ducati dipendenti dalla Santa Sede: giudicava il Papa sarebbe stato dai Cardinali bene accolto il partito, dacchè a conti fatti, tenuto a calcolo le spese di mantenimentodelle fortezze vecchie, della fabbrica delle nuove, dei presidii, non che delle munizioni, poco civanzo ne faceva la Chiesa; tuttavolta non accadde così; allora per ispuntarla con la opposizione del Sacro Collegio, offerse in baratto Camerino e Nepi togliendoli al nipote: ripreso il negoziato a questo modo potè andare, sempre però con inciampi e non pochi, chè qualche Cardinale si asteneva da comparire in Concistoro, qualche altro protestò contro, e il Caraffa fu visto in quel dì visitare le sette chiese come si costuma per la espiazione di qualche grosso peccato.Giustizia vuole, che per noi si dica come Pierluigi, investito di cotesti ducati, non si comportasse già contro i popoli tiranno, anzi attendesse, per quanto lo concedevano i tempi, a felicitarli: forse operò così, a norma dell'arte nota ai Principi nuovi, di gratificarsi il popolo per opprimere i signori, e questi vinti, venire destramente a capo dello incauto aiutatore; o forse lo persuase a mitezza lo stesso consiglio, che induce il villano ad ingrassare il bue; tuttavia la storia gliene deve tener conto, imperciocchè allora vissero principi, e non hanno cessato anco adesso, i quali non seppero reggere i popoli nè manco con l'arte che adoperano i contadini a governare le bestie.Ad abbattere pertanto i feudatari, avvezzi sotto la Chiesa a vivere secondo il libito proprio, egli ordinò che, cessato il vivere dentro alle castella, dove imbestiavano la vita, si riducessero ad abitare le città, mutava la elezione del consiglio e degli altri ufficiali, tolse via i privilegi, ed istituendo la milizia, affrancò i popoli dal vassallaggio, dacchè una volta arrolati, non dovessero servire altri tranne il Duca e i Capitani preposti da lui; quello poi che soprattutto gli fece nimico giurato Agostino Landi, fu il partito preso di privarlo dei feudi di Bardi e di Campiano.Ferdinando Gonzaga, poichè tentati gli umori li trovò più che disposti a dargli mano, ecco come ammanniva la trama, e ciò moltissimo per compiacere all'odio proprio contro ai Farnesi, e molto altresì all'imperiale padrone, il quale mentr'egli si portava a pigliare il governo di Milano, gli fece sapere, che morto il Papa, intendeva rimettere le mani sopra Parma e Piacenza[17]: nel febbraio del 1547 Ferdinando avvisa lo Imperatore, come Pierluigi, fidandosi di soverchio nel Papa, non si guardava con le debite diligenze, quindi agevole sorprenderlo; per la quale cosa lo supplicava, così per suogoverno, a fargli sapere, se capitando il destro dirubarglialcuna delle due terre volesserestare servita. Carlo, che di casa di Austria era, risponde: magari! ma desiderava esserne avvisato prima: allora il Gonzaga riscrive avere rinvenuto un modo acconcio arubarePiacenza[18]:SaVostra Maestà, che nelrobbare(almanco chiamava le cose col suo vero nome costui, e scrivendo allo Imperatore di Austria gli canta in faccia, che il modo del rubare ei lo ha a sapere) un luogo, la maggiore difficoltà che si presenta è lo unire le genti senza scandalo, che hanno a fare il furto: ora la comodità si presenterebbe col mettere insieme gente per Montobbio (però s'ingannava, che la batteva da pirata e corsaro, e il Duca, il quale teneva, più ch'ei non sospettasse, occhio alla penna, aveva preso fumo ed ordinato fino dall'aprile di mettere sentinelle alla custodia dei confini per diligenza di Francesco Clerici castellano di Campiano) e così gittare della polvere negli occhi al Duca. Presa una porta, per suo avviso sarebbe caduta la terra, a patto, che ci si fosse potuto intromettere di colta buona mano di gente; a questo fine farebbe, che un suo servitore insultasse certo fidato dilui;questi fingessemettersi in salvo a Crema, donde avrebbe spedito cartelli di sfida; egli Gonzaga,fingendosioffeso per siffatti cartelli,fingerebbemandare sicarii a sbertire il suo fidato, il qualefingendoscoprire la trama, riparerebbe a Piacenza, donde rinnoverebbe sfide, e cartelli, e si metterebbe attorno otto o dieci uomini raunati sotto pretesto di guardarsi la vita: per la notte poi che si avesse a dare esecuzione al trattato, egli invierebbe altri quindici uomini senza che uno sapesse dell'altro, e così si troverebbero in venticinque ad occupare la porta: in tanto spargerebbe voce di raccogliere trecento fanti per aiutare l'assedio di Montobbio, ma in verità avrieno ad essere più di seicento: e siccome da Lodi, dov'ei ne farebbe la mostra, per giungere a Piacenza bisogna passare il Po, ordinerebbe al suo maestro di casa comperasse legna od altro in quel contorno, e mandasse barche per levarle: egli poi cavalcherebbe fino a Lodi sotto colore di recarsi a Mantova per complire il fratello; se nonchè, appena avvisato del caso, piegherebbe con diligenza costà in compagnia dei suoi gentiluomini, e darebbe sesto al negozio: in breve messi dentro alla terra duemila fanti, e cento cavalli manderebbe fuori un bando terribile, che chi si attentasse in qualunque modo sovvenireil Duca, guai! I gentiluomini piacentini tastati da lui non si opporrebbero: uno aiuterebbe alla scoperta; però al fine, che la impresa tornasse proprio a profitto, sarebbe mestieri impadronirsi anco di Parma, e questo si potrebbe fare appostando un trecento cavalli su quel di Cremona, e seguito lo effetto di Piacenza, passare il Po alla volta di Parma, minacciando ferro e fuoco a cui si movesse: inoltre, a seconda della congiuntura, metterà in opera partiti, che si potranno allora meglio fare, che ora dire: vorriasi altresì tirare dalla nostra il conte di San Secondo, ma con costui bisognerebbe ungere; e se la Maestà Sua lo facultasse a spendere, supplicarla a credere, ch'egli starebbe su lo stringato più che si potesse. Adesso che Sua Maestà è chiarita, ordini quanto reputa prudente, però si desidererebbe sollecita risposta perchè bisogneriafare lo effettola prima domenica dopo Pasqua. — Tutto questo il buono Imperatore Carlo V ordinava a danno del padre del suo genero; senonchè, a dir vero, per questa volta egli rispondeva: piacergli riavere Parma e Piacenza, ma non gli garbare il modo.Don Ferrante, che non era uomo da sgomentarsi per poco, persistendo nella pratica, propone allo Imperatore ch'ei procuri barattareSiena con Parma e Piacenza, e pauroso che un senso di onestà venisse importunamente a trattenere il suo augusto padrone (anco a quei tempi si chiamavano augusti), ovviava al pericolo dicendo: che quanto al mantenere la fede ai Sanesi non ci era da pensarci nè manco, essendosi eglino mostrati per lo addietro tanto contumaci; e poi si lasciasse servire, ch'egli avrebbe condotto la pratica con tale ragione, che mutandosi i tempi, la Maestà Sua potrebbe rigettarla a beneplacito, e conchiude la lettera con queste notabilissime parole: — Sapendo la poca carità che passa tra il Papa e me, può ben credere ch'io non mi muova a questo per volontà di fargli servitio. —Tutti questi tramestii non si erano potuti condurre, senzachè ne scappasse fuori un qualche odore, però che un segreto in due, difficilmente, ma pure si custodisce, di rado in tre, disperato poi in quattro; e mosso per avventura da particolari avvisi, il Papa non rifiniva mai sollecitare il Duca a costruire la cittadella di Piacenza, e Antonfrancesco Rainieri per commissione di lui scriveva nel 27 maggio 1547 al Duca: — il Papa non dice altro se non se si elegga un prospero giorno nel quale si getti la prima pietra della fabbrica, la quale la Sua Santità felicita col segno della sua santissimabenedizione. — Veramente il Duca in questa parte non assonnava, imperciocchè l'avesse già posta tre giorni prima: tuttavia fece buon viso alla benedizione, quantunque serotina, e ne cavò tutto il partito che si può cavare dalle benedizioni papali per tirare su le mura di una cittadella: quindi facendo lavorare indefesso grandissima quantità di muratori, Pierluigi l'ebbe dentro piccolo spazio di tempo condotta a termine di difesa; dal quale fatto i congiurati pigliavano argomento di venire alla conchiusione del negozio, avvertendo essi, che una volta ultimata, le difficoltà sarebbero loro cresciute nelle mani due cotanti: il Gonzaga non aveva mestiere gli facessero dintorno calca, tuttavia serpentato serpentava Carlo V, e mettendoci di suo non poca mazza avvertiva, i gentiluomini piacentini essere ormai disposti di levarsi a rumore contro il Duca; solo a cose fatte domandare soccorso, e sostegno: perhonestareil negozio, dopo seguíto il colpo manderebbero uomini a posta per significargli, che non gli accettando egli, nella sua qualità di vicerè di Milano, come uomini dello Imperatore, si sarebbero dati al re di Francia. Laddove Sua Maestà non si voglia scoprire subito, si tengono capaci di durare otto mesi o un anno, ma dentro questo tempo bisogna, ch'eisi pigli Piacenza a patto di non la rendere ai Farnesi; e qualora egli ricusi il partito, e' si confessano costretti di fare la cosa ad ogni modo, perchè il Duca lavora di forza intorno alla fortezza, e intende averla fornita in ottobre, che se questo avvenisse, e' si dovrieno tenere per ispacciati; molto più, che il Papa negozia il parentado col re di Francia a condizione, che pigli la difesa del Ducato; consideri con la usata diligenza questa deliberazione di volere mandare a compimento in ogni modo la impresa, e il pericolo che si possano voltarsi alla Francia: questa occasione perduta, pensi che per tempo lunghissimo non si presenterebbe un'altra pari in bontà. — Lo Imperatore rispondeva a tale informazione del Gonzaga con la lettera del 12 luglio 1547; mediante cui, accettando il trattato, raccomandava un mondo di cautele perchè non capitasse male la impresa, e soprattutto non si mettessero le mani addosso a Pierluigi Farnese. —Dacchè di poche trame ci rimanga così continuo e patente il filo come di questa, non fia grave a chi legge conoscere come Ferrante Gonzaga le volontà del suo padrone intendesse, e come altrui le interpretasse, e si chiarirà che, anco con meno, un sacramento potria convertirsi in peccato mortale: sacramenti poinon erano le parole, nè le intenzioni dello Imperatore: pertanto il Gonzaga faceva capire ai congiurati tali essere le volontà di Carlo: — desiderare lo Imperatore, per alquanti dì si soprassedesse, ma poi in ciò rimettersene a loro: non si muova foglia senza sicurezza dell'esito: la persona del Duca non si guasti, solo si cacci fuori dalla terra libero: però egli Gonzaga non si può dissimulare punto come lo indugio sia pieno di pericolo, e prudentissima la prigionia del Farnese. Fatto il colpo, il conte Giovanni Anguissola ed i compagni suoi mandino subito ad offerirgli la città a questi patti:1.º Dentro un giorno risolvasi a tenerla o a lasciarla, imperciocchè, avendolo a fare contro un nemico potente, non possono stare senza padrone;aliterdarannosi in balía di altri signori. 2.º Tutti i feudatarii del Ducato, senza eccezione, vengano a fare omaggio a Sua Maestà, e mancando, confischinsi loro i beni. 3.º Non si liberi il Duca pel razionale sospetto, che liberato non corra a Parma per tentare di rifarsi. 4.º Il ducato riducasi a devozione di Sua Maestà. 5.º Tengasi il Duca imprigionato finchè anco Parma non venga in potere dello Imperatore. 6.º Di quanto accadde in cotesto dì, sia diomicidii, sia diguadagni, non si abbia a cercare,nè inquisire, reputandosi il tutto fatto e acquistato in buona guerra.Dopo spedite simili istruzioni ai congiurati, il Gonzaga, scrivendo allo Imperatore, nel ragguagliarlo dell'operato, vantavasi del tiro furbesco di farsi mandare dai congiurati i capitoli, con la intimazione ricisa di accettarli o ricusarli dentro ventiquattro ore: per cotesto modo, egli avvertiva, si toglie via il pericolo di lasciare la città nelle mani dei congiurati, e si riversa sul capo a costoro l'odio della prigionia del Duca, come quella che dallo Imperatore era stata dissentita, e da lui Gonzaga assentita per forza.Ma se ai congiurati premeva far presto, premeva altresì di non fare a fidanza: però aggiunsero per patto: le rendite della città si riducessero come ai tempi dei duchi di Milano e dei Papi; le cause da mille scudi in giù si decidano a Piacenza: il Gonzaga, non prevedendo questo intoppo, mancava di facoltà per assentire simili concessioni, onde dichiarò averne a riferire allo Imperatore; forse anco poteva concedere, ma pensò che, mettendo i congiurati alle strette, non si sarieno gingillati a badare il nodo nel giunco, e prese errore; di qui nuovo ritardo. Carlo V informato delle nuove pretensioni, nicchia per parere, ma poi promette: quanto allo attendere, il tempo darebbe consiglio.In questo tempo Ottavio Farnese, partendosi allo improvviso dalla corte del socero, s'incammina verso Piacenza per visitare suo padre: e da capo la matassa si arruffa. Il Gonzaga, traendo dal caso argomento di profitto pel suo odio, così ne scrive allo Imperatore: — dargli molestia il proposito dei congiurati di volere in ogni modo ammazzare Pierluigi, il che ècontro la mente di Vostra Maestà, ma questo non è tutto ancora, perchè alla fine, morto ch'egli fosse, miparria che poco caso si havesse a fare di lui, quanto che, essendo venuto ora il Duca Ottavio, verosimilmente si havrà a trovare in questo conflitto dov'essi non mi possono assicurare di salvarlo come da loro ho cercato, perchè in un caso simile, dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile potere assicurare di persona et massimamente quando, egli si mettesse su le difese. —Nonostante questo avviso, Carlo V non trattenne i congiurati; al contrario, esigendo essi nuova conferma del capitolo della impunità per qualsivogliaomicidioeguadagnocommesso o fatto in quel dì, non si rimase dal darla; nè Carlo era tal uomo da non sapere, che cosa cotesto capitolo adombrasse: inutili allora coteste ipocrisie, inutili anco adesso; pure non si smisero, nè si smetteranno: conosce la sua pedanteria anco la frode.E non mancarono gli avvisi al duca Pierluigi che si badasse; conciossiachè, lasciando da parte quelli, i quali soglionsi fabbricare per ordinario dopo il fatto dalla prosunzione, e dal volgo si credono (e tutti siamo volgo un po') per sete di cose strane, gli è certo che Annibal Caro scrisse il 17 di luglio al Farnese: come in Milano corressero millepazzie; quivi i servitori del Duca vivere odiati e sospetti; da don Ferrante non si potere cavare nulla, come quello che soleva camminare coperto, ma dagli altri conoscersi manifesto l'animo avverso, e se potessero farerubberia, per suo avviso lo farebbono. Anco più aperto del Caro, Vincenzo Boncambi d'Augusta, dove stanziava residente del Duca, il 9 del medesimo mese lo ammonì avergli domandato l'oratore Veneziano se in Piacenza si fossero scoperte congiure; e dettogli di no, quegli averlo fiducialmente avvertito, essere capitato costà da Milano due volte in posta Niccolò Sacco capitano di giustizia, nè ciò aversi a giudicare senza cagione: anzi costui essersi sbilanciato fino a svertare, che se gli riuscisse certo tratto, il quale allora gli stava per le mani, si saria accomodato per sempre; con essolui accontarsi il capitano Sacco, accompagnatisi insieme da Trento dove si erano dati la posta per arrivare di conserva a corte: ambeduecagnotti di don Ferrante, e dei peggio: tanto per suo governo, ed egli ci pensasse su con la consueta prudenza. Anco Paolo Giorgio così mandava da Roma il quattro Agosto al Duca: — essere in cotesto anno 1547 trascorso uno assaicapricciosopianeta causatore di ribellioni per lo che si conchiude, che la volontà degli uomini può assai, ma più il cielo — ed aggiunse poi — questo influsso maligno, avere messo il Burlamacchi a Lucca in isbaraglio di novità fortunose, il conte Fiesco in esizio della sua casa, e la Lupa Foiosa a ributtare la guardia da Siena. — Nel Gosellini, e nel Villa si legge riportato un altro annunzio venutogli da Cremona il 9; e ci ha perfino chi afferma, tra gli altri Giovanni Sleidano, il Papa avere spedito a Pierluigi un prognostico nel quale si ammoniva a guardarsi dal dieci settembre come da giornouziaco[19]; ma questo è falso, ed i parziali della curia Romana lo fecero per isdebitare il Papa, il quale, nel giorno stesso in cui gli trucidavano il figliuolo, baldanzoso oltre l'usato, per soffiargli, com'egli giudicava, la fortuna in filo di ruota, sè diceva avventuroso e feliceda disgradarne lo imperatore Tiberio; e qui tu nota: che tra Tiberio e parecchi Papi così antichi come moderni non ci corra divario, tutti sanno; ma che Paolo III lo dicesse da sè, non si capisce. Di questo poi occorre testimonianze in copia, fra le altre una, della verità della quale non è permesso dubitare[20].Nel dì 10 settembre, forse nell'ora in cui il Papa si vantava beatissimo, il conte Giovanni Anguissola verso le ore quindici si presenta in compagnia di due fidati nell'anticamera del Duca nel palazzo che si era murato in cittadella; altri quivi attendeva, chè Pierluigi stava a mensa, ed erano Cammillo Fogliani, e Giulio Coppellati dottore: l'Anguissola si mise a passeggiare con esso loro alternando colloquio: quando il Duca fece avvertire gli attendenti che potevano entrare, il Fogliani e il Coppellati dichiararono cedere il passo al potente conte Giovanni, ma questi nol consentì, studioso di mostrare deferenza al sacro carattere che vestivano entrambi, essendo sacerdoti: il Conte non aveva anco sentito il segno, che in breve venne a rintronare il palazzo, avendo stabilito tra loro, che giunto il momento di far faccende, Agostino Landi sparasse una pistola; allora l'Anguissola fatto impeto nella stanza del Duca gli trasse di una coltellata sul capo, ed un'altra nel petto; poi gli altri sconciamente lo lacerarono; nè si rimasero a lui, che o presi dalla ubbriachezza del sangue, o perchè li temessero testimoni, o per altra causa a noi ignota, finirono anco i due preti. Il Confalonieri co' suoi assalse di repente la famiglia del Duca, che poca, per essersi sbandata come gente che vive senzasospetto, e colta alla sprovvista, si lasciò sopraffare; con impeto pari il Landi, con gli altri, che in numero maggiore gli stavano dintorno, presero a menare strage dei Lanzi, di cui ammazzarono a man salva otto o dieci avendo le armi discoste. Levasi nella cittadella orribile rumore che, propagandosi nella città, comincia a far bollire il popolo; i congiurati, accorrendo al riparo, si attaccano alle catene del ponte levatoio e lo sollevano. Le altre guardie della cittadella qua e là disperse, inermi e sbigottite, agevolmente sommettono. Intanto il popolo, ingrossando, infuria; se per amore al padrone, o per odio ai feudatarii, è incerto; e, poichè faceva le viste di scalare i muri, gli omicidii a sbaldanzirlo gittano giù i due cadaveri dei preti nel fosso; quello del Duca legano penzoloni fuori di finestra per un piede; ma il popolo imperversa vie più gridando: Duca! Duca! perocchè in cotesto corpo straziato non ravvisasse il suo signore: allora, tagliata la fune, buttano anco quello nel fosso; al popolo cascò il cuore, e poi di corto avrà pensato, che tanto di padroni non ne mancano mai, onde sarà tornato tranquillo alle case e botteghe sue. I soldati non mancarono al debito, senonchè Alessandro da Terni capitano preposto a tutti, giudicando zaroso tenere la città senza la cittadella, statuìrecarsi ad afforzare Parma co' fanti del conte di Santafiora, e già ci si era avviato Sforza Pallavicino co' cavalli. I congiurati, dopo presa la porta al Po, con le artiglierie della cittadella diedero il segno alle vicine città di Lodi e di Cremona, secondo il concertato, e Ferdinando Gonzaga, il quale si trovava in questa ultima città, per cose, come dice lo ingenuo Ulloa, che toccavano lo Stato, mandò gente ad occupare Piacenza[21], parte con Alvaro di Luna pel Po e parte da Pavia col capitano Ruschino: così Piacenza venne nelle mani dello Imperatore, consegnatagli fellonescamente da una mano di patrizi insanguinati e ladri, contro la volontà del popolo[22].Il Priore, gli Anziani, e i Richiesti della città,mentre più infuriava il tumulto, radunatisi, scrissero lettere dolentissime al Papa e al Cardinale Farnese protestando la città incolpevole, e sè disposti a perseverare in fede, ma non valse, chè la tirannide, cupida di onestare le opere sue quanto più inique, costrinse la città a fingere che gli si sottoponesse volontariamente in virtù di certi patti, ch'egli di leggeri accettò. Questi capitoli si conservano tuttora, e fanno prova che vecchie durano fra noi la viltà e la prepotenza; nè le antiche vincono le moderne, nè queste quelle: potrieno riportarsi, ma a qual pro? Infelice conforto è conoscere, che i nostri padri furono poco meno di noi ipocriti, e codardi[23].Per tutto questo non dubito affermare che Andrea Doria non va debitore presso Dio e gli uomini dell'omicidio di Pierluigi Farnese, tranneche per la mala intenzione; però iniquamente l'Ulloa, per cause a noi ignote, dichiara dubbie le pratiche del Gonzaga per ammazzare il Duca, e rubargli la città, e meglio soddisfarlo quello che ha detto dei concerti del Principe Doria co' congiurati, che molti furono e potenti, e poi ne nacque parentela fra loro[24]. Anco il Gosellino, segretario di Don Ferrante, nella vita che scrisse di lui, attesta l'Imperatore e il Gonzaga, come spiriti eletti e di natura magnanima, avere rifuggito dalla strage di Pierluigi Farnese, anzi essersi messa ogni opera per loro a salvarlo, raccomandando in ispecie ai congiurati di tenerlo in vita. Più sincero il Campana, nella vita di Filippo II, aggiunge: questo andare perfettamente, senonchè aveva posto la clausola:se pure è possibile; e a lui era noto come i congiurati intendessero ammazzarlo ad ogni modo, e rubarlo; per la quale cosa chiesero ed ottennero impunità: anco l'Ulloa, scrivendo dei gesti di Carlo V, narra, come l'Imperatore scrivesse al Gonzaga, che,dovendosi trucidare il Farnese, e' si destreggiasse in modo di trovarsi in luogo per dare subito soccorso alla città ed ai cittadini; meglio della opinione dei cortigiani storiografice ne hanno chiarito le scritture allegate. L'Ulloa[25]ci conta altresì, come il Gonzaga facesse trarre il corpo fuori del fosso, e, postolo dentro una cassa coperta di velluto nero, ordinòpietosamentelo depositassero dentro una chiesa,affinchè il popolo non lo vituperasse. Ora sappiamo se il popolo volle vituperare le reliquie dello sciaguratissimo; nè gli fu pio il Gonzaga, bensì Barnaba da Porro dottore di legge, e priore del Comune, che, andato co' suoi servitori a levarlo, lo portò nella vicina chiesa di Santa Maria degli Speroni detta San Fermo, dove lo fece tenere tutta notte a porte chiuse, e la mattina dipoi, acconciatolo dentro una cassa di legno, lo seppellì: certo prima cura del Gonzaga fu ricercare del cadavere dell'odiato Duca, e volle lo levassero di sotto terra, e sconficcata la cassa, si piacque contemplarvi le membra lacere; dopo ciò lo chiuse in altra cassa, col proprio sigillo la suggellò, e la commise in custodia dei Minori Osservanti della Chiesa della Madonna in Campagna. Creda chi vuole alla pietà del Gonzaga; massime se pensi, che gli furono a cotesta opera compagni Girolamo Pallavicino e Oliviero Casabianca, nemici mortalissimi del morto: forse fu voluttà di vendetta, ed ancocautela non solo di verificare bene la strage, ma sì, che in seguito non si levassero novità, dando per dubbia la strage di lui. Il Gonzaga (e nessuno dei moderni si vanti vincere di simulazione i nostri padri) si attentò perfino scrivere lettere di condoglianza al cardinale Farnese, e si leggono fra quelle dei Principi[26]: il Cardinale e Ottavio gli risposero studiando, finchè ei visse, l'arte di spengerlo a ghiado; senonchè il Gonzaga, da quello sparvierato ch'era, se ne schermì sempre, e giunse a morire nel suo letto.Lo Imperatore, finchè regnò, tenne Piacenza per sè; i congiurati protesse; il genero Ottavio, figliuolo a Pierluigi, costrinse a dargli sicurtà di non gli offendere, nè solo per sè, ma pei suoi fratelli cardinali Alessandro e Santo Angiolo. Questi si andarono lungamente schermendo con la scusa, che per essere gente di Chiesa, non faceva mestieri, dacchè il perdono per gli ecclesiastici non costituisce fondamento principale del sacro loro istituto? Quando poi non si fidando alle parole ebbero a promettere, non lo vollero fare che a tempo, da prima sei mesi, poi tira tira vennero all'anno[27]; da tanto,che come preti si sentivano disposti a perdonare! Tempestato lo Imperatore dalla figliuola e dal genero a rendere loro Piacenza, se ne scansò ora con questo pretesto, ed ora con quell'altro[28]: apparisce, che certa volta fosse proposto da lui, si rendesse Piacenza, ma nel punto medesimo, Parma con Siena si barattasse; nè per quanto si ricava dalle lettere del cardinale Farnese, sembra si facesse alla pratica il viso dell'uomo di arme[29]; però vuolsi credere le fossero tutte lustre per parere, e menare le cose per le lunghe. Di fatti Carlo cesse lo impero, nè rese Piacenza, nè Parma barattò con Siena, solo nove anni dopo Filippo II, per istaccare i Farnesi dalle parti di Francia, restituiva le mal tolte provincie con certe condizioni, che qui non importa discorrere.Il Gonzaga, nello intento di sminuire a sè e allo Imperatore la infamia che loro fruttò cotesto tradimento, mise le mani addosso ad Apollonio Filareto segretario del Duca, il quale il dì della sua morte lo aveva lasciato per assistere a non so quale banchetto da nozze, e insieme con lui presero il vice-segretario, e asprissimamente li tormentarono, dicendo, volerne ricavare il vero circa i disegni di Pierluigi, e se avesse tenuto mano nella congiura del Fiesco, non che su la pratica di mettere lo esercito francese nel Piacentino; ma in sostanza, fossero o no queste cose vere, poco importava, bastava bensì le confessassero; tuttavia essi tacquero o per costanza di animo, o perchè ignari dei più riposti consigli del Duca; durò il Filareto prigione tre anni; e poichè il carcere a pochi è cote, dove la virtù si affina, a molti scoglio dove rompe ogni parte virile dell'anima, uscitone condusse divotamente la rimanente sua vita rifuggendo ogni commercio umano. Il padre Ireneo Affò afferma che per poco non agguantarono Annibal Caro, e che gli fu ventura essersi trovato a villeggiare fuori della città: questo non è vero. Il Caro, descrivendo nelle sue lettere il caso, racconta, come accaduta la strage del Duca, egli si tirasse da parte recandosi a Rivolta presso il conte Giulio Landi, mentre ilsuo amico Spina, oltre a salvargli le sue robe a Piacenza, gli otteneva il salvocondotto dal Gonzaga di ridursi a Parma; ma indi a breve il Gonzaga si pentì e volle anco lui; ed egli, fidandosi poco, non prese già la via di Crema, dov'erano già comparse le genti da Cremona, nè tenne verso la montagna a cagione delle strade rotte, bensì traghettato subito il Po, si dilungava su per lo Cremonese, e pel Mantovano; poi ripassato il Po a Brescello, si condusse a Parma: nondimanco i cavalleggeri mandatigli dietro lo fallirono di poco, chè la sera medesima essi albergarono nella città di Cremona, ed egli nei borghi presso ai frati del convento di San Gismondo.Gli scrittori parziali al Papato, copiosissimi allora e di parecchi anco adesso, narrano come la nuova del caso fosse portata a papa Paolo mentre si tratteneva a Perugia; uditala parve mediocremente si commovesse, anzi con romana costanza esclamasse averne sospettato più volte, e che ciò era incolto al Duca per la soverchia incuria: aggiungono il cardinale Caraffa, che poi fu Paolo IV, gravemente lo ammonisse, e Ridolfo Pio cardinale di Carpi, della utilità della Chiesa zelatore, non si ristasse da rinfacciargli avergli predetto, che quelle due città, come si toglievano alla Chiesa, così non le avrebbe godutenè la Chiesa nè il Duca, e del suo consiglio non essersi approdato; per le quali cose, essendo comparso al cospetto del Papa il cardinale Gambara, promotore del mal sortito disegno, ne fu respinto a vituperio, di che egli fieramente sconvolto si chiuse in casa, dove pochi giorni dopo morì non dicendo parole se non queste: «che egli bene aveva istruito il Papa e Pierluigi del come il Papa e Pierluigi potessero avere Parma e Piacenza, ma non avere già insegnato al Duca a vivere senza guardia, e diverso dal costume de' principi.» Gli scrittori ligi allo Imperatore affermano come il Pontefice nei suoi discorsi non tassava Carlo nè gli ministri suoi partecipi della congiura, e l'Adriani aggiunge: ch'egli venne in sospetto di questo, solo allorquando il Gonzaga fece sapere al conte di Santafiora si astenesse da moversi contro Piacenza, perchè sarebbe come un contraffare allo Imperatore; per ordine suo essendoci entrato, ed a suo nome tenerla. Arduo a credersi è questo, molto più che nel concistoro, tenuto pochi giorni dopo la triste ventura, il Papa annunziava ai Cardinali aver scoperto Ferdinando autore della trama[30], e nel concistoro medesimo disse altresì: «di Pierluigi Farnese duca diParma e di Piacenza io Alessandro padre di lui non piglierò mai vendetta, ma sì come Paolo III pontefice massimo, e capo della Chiesa, di Pierluigi figlio e gonfaloniere di Santa Chiesa farò vendetta a tutto mio potere, sebbene mi credessi andare al martirio come molti altri.»Senonchè la vendetta contro gli Imperatori è più facile desiderare che eseguire. Paolo non si potè vendicare, e nè manco ebbe facoltà di rendere Parma alla Chiesa, come pure intendeva di fare: gli si rovesciarono contro come aspidi i nipoti da lui sperimentati fino a cotesto punto ossequentissimi; il cardinale Alessandro pel primo; e siccome egli ostinavasi ad ogni modo spuntarla, ebbe il dolore di sentire come Ottavio, figliuolo del tradito, stesse in procinto di stringere lega col traditore Gonzaga per contrastare ai suoi disegni: questo lo accorava così, che in breve tratto di tempo ne moriva di affanno, non si potendo capacitare, egli così esperto degli umori degli uomini, che se i nepoti lo avevano obbedito, ciò era stato solo perchè ne avesse del continuo promosso la grandezza, e che nei tempi appellati civili si perdona più agevolmente chi ti ammazza il padre, che chi ti porta via, o ti menoma la roba; e questo ha scritto Macchiavello, e noi dopo lui più volte, perchè lo abbiamo trovato tremendamente vero.La tradizione conservò, ed anco qualche storico lasciava scritto, come allo annunzio della strage di Pierluigi tanta gioia assalisse Andrea da non capire in sè medesimo, epperò, cercato il breve col quale il Papa, usando lo stile bugiardamente pomposo che si costuma nella Curia romana, erasi con esso lui doluto per la strage di Giannettino, e trovatolo, dopo averlo fatto con molto studio ricopiare, glielo rinviò tale e quale, mutati i nomi e quanto era da mutarsi; solo per maggiore strazio toccò degli uffici della parentela spirituale, dacchè quando ad Ottavio figliuolo di Pierluigi nacquero da Margherita austriaca due gemelli, gli levassero al sacro fonte tre compari, il duca di Firenze, il marchese del Vasto, e il Giannettino Doria. Se per me si dettassero adesso libri a modo di dramma, io piglierei questo fatto senza troppo approfondare la cosa, ma componendo storie io devo dire, che mi sembra poco verosimile, avuto riguardo alla consueta natura di Andrea, la quale fu chiusa, e per la età, e pel bisogno simulatrice e dissimulatrice; massime poi che in questi giorni medesimi viveva in travaglio grande per la sua vita, dimodochè io penso, che, invece di provocare, avrebbe messo pegno se lo lasciavano in pace. Infatti ci rimane di Andrea Doria a Ferdinando Gonzaga una letterascritta nel medesimo dì in cui cadeva trucidato Pierluigi, con la quale gli racconta per disteso le vie che si tentavano dal re di Francia di levarlo dal mondo: a questo uopo, egli afferma, essere stati eletti quattro sicarii al borgo di Valditaro, ed otto alla Mirandola da un Galeotto da Pico, cui avevano dato il carico di assaltarlo mentre andava al palazzo; però egli stava a buona guardia, e metteva fiducia di salvarsi prima in Dio, e poi nell'ordine di usare sottile diligenza, affinchè veruna persona sconosciuta o forestiera entrasse in città; affermava eziandio avere saputo, e forse glielo avranno dato ad intendere, essersi formata un'altra trama, la quale consisteva nel mandare, sopra la galea del Fiesco, un ducento archibusieri, sotto la condotta di Cornelio Bentivoglio, a Genova nel mezzo della notte, e assalire la sua casa, e combatterla, finchè i banditi genovesi ingrossati ai confini non fossero giunti con celerissimi passi ad occupare la città per consegnarla ai Francesi. Tuttavia vuolsi notare, che a mo' delle molle di acciaio, le quali quando sono da maggiore forza compresse, dove di un tratto sprigioninsi, vibrano con maravigliosa veemenza, così accade della natura umana, e se gli animi ritenuti irrompono, lo fanno con impeto metuendo e terribile: di questo possiamo vederneun esempio nel medesimo Andrea Doria, quando ormai co' piedi nella fossa, ordinò che sotto i suoi occhi si mazzerasse Ottobuono Fiesco. Checchè di ciò sia, la lettera spedita da Andrea a Paolo III intorno alla strage del figliuolo io non vidi, nè credo che altri abbia visto mai.Laudatori della iniqua opera non difettarono; tra scelleraggine e virtù una sola la distinzione per loro, se prospera o infelice. Il barone Sisnech ne scriveva al Gonzaga congratulazioni, come se gli fosse nato un figliuolo, e giova riportare in parte cotesta lettera nel preciso linguaggio, pur desiderando, che le barbare cose non incontrino mai linguaggio meno barbaro di quello, però che per essa molte menzogne dei sicarii di penna di cotesto tempo vengano fatte palesi: «a qui havemo inteso la morte del signor Pietro Aluisio, ed io non ho visto niguno che havesse piansuto, se non generalmente hanno dato la sententia, ch'el è stato pagato secondo gli suoi meriti, ed che vostra Excellentia s'ha gubernato nel ditto caso da valoroso et prudente come quel savio principe, ch'è.»Di lui a mille doppi più indegno il Bonfadio, che, educato nelle umane lettere, doveva da ogni bruttezza morale aborrire: costui pertanto, che nei suoi Annali poche pagine primagiudicò la congiura del Fiesco parricidio, adesso scrivendo del macello del duca Farnese, per andare a' versi dei padroni, racconta come il conte Giovanni Anguissola con tre o quattro dei suoi, che secondo il solito lo accompagnavano, entrato in castello, e udito appena il segno convenuto tra loro, conincredibile grandezza di animofece l'ufficio suo; e fu, siccome abbiamo veduto, ammazzare alla sprovvista un uomo stroppio, e due preti incolpevoli, forse all'Anguissola ignoti, e certo non contrastanti: paura fu questa di assassino, e lusso di ferocia!Scrivendo talora libri, nei quali, ai fatti veramente accaduti, andai di tratto in tratto innestando uomini e casi immaginati, udii spesso appormi l'accusa di viziato vagheggiatore ed espositore di ogni maniera efferatezze: ora che mi sono condotto a raccontare storie affatto vere, o che le si reputano tali, non vedo quale civanzo ne sia venuto a me, nè ad altrui; all'opposto parmi averci scapitato e di molto: imperciocchè nella mia immaginativa allato dell'uomo iniquo io potessi mettere il virtuoso; dove lasciava l'orma la scelleraggine farci mettere il piede alla pena umana qualchevolta, e sempre alla divina; alternare insomma veleni e antidoti, demoni ed angioli; ora non è più così; il morto giace su la bara, e mi tocca dicolpa trapassare in colpa, sicchè, per lo immenso laberinto di opere fraudolenti e di sangue, l'anima sbigottisce, e lo stesso giudizio per incertezza balena. Tanto mi scappò quasi a forza, considerando come dopo due congiure adesso mi occorra raccontare la terza, e forse la più lamentevole di tutte.Ricciarda Malaspina nacque figliuola primogenita del marchese Alberico di Massa e Carrara. Rimasta erede dello stato dopo la morte paterna condusse a marito Lorenzo Cibo, che fu nipote per sorella di Lione X, e pronipote di Innocenzo VIII; da questo matrimonio ebbe due figliuoli Giulio e Alberico; essendo ella di natura piuttosto superba, che altera, quantunque celebrassero il suo consorte perfettissimo cavaliere, pure vivevasi a Roma separata da lui, donde per via di Vicari governava il suo stato, che del marito, per quanto si ha ricordo, poco caso faceva o nessuno. Questa divisione di corpi, e più di animi, doveva partorire pessimi frutti in famiglia, e di vero li partorì; dei figli il maggiore, mostrandosi inchinevole al padre di preferenza che alla madre, da questa fu preso in uggia, la quale per contrasto fece sua delizia del figliuolo minore ossequentissimo a lei. Di qui il sospetto in Giulio, che la madre tentasse ogni via di privarlodel marchesato al quale lo chiamava erede il testamento dell'avo Alberico: si trova altresì che la madre Ricciarda, largheggiando di danaro col figliuolo minore, lasciasse sovente nella inopia Giulio, dicendogli che se ne facesse dare da suo padre, il quale per natura generoso anco troppo, invece di poterne somministrare altrui, sovente aveva mestieri accattarne per esso. Finchè Lorenzo visse, le cose rimasero in termini di una cotale quiete torbida, che non è guerra, nè può chiamarsi pace; ma non sì tosto ebbe cessato di vivere, che Giulio, giovane appena dicianovenne, sovvenuto dai vassalli, i quali se molto aborrivano la marchesa lontana, adesso ch'era venuta a stanziare fra loro non la potevano soffrire, s'impadronì dello stato, e lei, e il cardinale Cibo suo zio (quel desso tanto famoso a cui Filippo Strozzi lasciava, morendo, il suo sangue perchè se ne facesse un migliaccio) imprigionò; ma cotesta impresa, come quella ch'era stata condotta piuttosto con impeto che con discorso, capitò subito male, onde Ricciarda, agevolmente liberatasi, riparò in Castello, e Giulio ebbe a ventura di salvarsi con la fuga, riparando presso il marchese Malaspina di Fosdinuovo. Ricciarda usò della vittoria conforme le persuadeva l'indole di mala femmina, e per di più inviperita; nè il cognato prete èda credersi buttasse acqua su quel fuoco; bandiva pertanto i ribelli, ne atterrava le case, le fortezze per via di opere murarie rinforzava, di munizione le forniva; tuttavolta, interponendosi pacieri i parenti, a malincuore la donna perdona al figliuolo, e di corto, preposto il cardinale al governo dello stato, vassi a Roma.Giulio, rimasto a Massa, ebbe odore, che la marchesa, partendo, lasciasse ordine al Castellano, che, in caso di bisogno, avesse a chiedere aiuto al Duca di Ferrara; e morta lei, guardasse la fortezza e lo stato pel suo figliuolo Alberico: ora essendo questi disegni fatti palesi ad Andrea Doria e a Cosimo duca di Firenze, accadde, che nè l'uno nè l'altro ci trovassero il proprio conto; non Andrea, perchè fosse in trattato di maritare la Peretta sorella di Giannettino con Giulio, come poi veramente condusse in matrimonio; non Cosimo, che emulo del duca di Ferrara, sentiva venirsi i brividi addosso al solo pensiero di averlo a sofferire vicino; però ambedue di accordo sbracciaronsi a tutto uomo per aizzare il giovane Giulio, affinchè occupasse da capo lo stato materno: questi, che aveva bisogno piuttosto di freno che di sperone, non è a credersi se ora, che alle parole quei due astutissimi aggiungevano fatti, ci camminasse di buone gambe. GiannettinoDoria lo accomodò di ottocento fanti e di quattro pezzi di artiglieria, Cosimo di munizioni e di bombardieri per abbattere la Rocca; ma non ce ne fu mestieri, imperciocchè i sicarii di Giulio ammazzassero a tradimento il Castellano co' suoi figliuoli; allora Giulio ci mise dentro a guardarla Paolo da Castello soldato di Cosimo, e questo merita nota, perchè da un lato testimonia la levità del giudizio del marchese, e dall'altro la manifesta complicità di Cosimo. Levossi per simile immanità rumore infinito, e la Ricciarda in Roma mosse subito lite davanti ai Tribunali a fine di diseredare il figliuolo per causa d'ingratitudine; meglio avvisata poi, le parve più spediente ricorrere allo Imperatore, che cotesti modi spicci non tollerava, bene intesi in altrui, pretendendo che gli uomini vassalli allo impero non rifiatassero, io sto per dire, senza il suo consenso, ed oggi avendolo le vittorie germaniche imbaldanzito, così che per pigliarsi il mondo, pensava gli avesse a bastare di stendere le braccia; ordinava pertanto: sgombrisi da ogni soldato Massa e subito; si depositi nelle sue mani la Rocca; la custodisca presidio spagnuolo a cui preponeva il cardinale Cibo. Giulio, comecchè per essere stato nudrito in Corte dello Imperatore fosse uso a tenerlo in reverenza grande, tuttaviaad obbedire cotesti comandamenti ricalcitrava, e diceva a cui non lo voleva sapere sè essere disposto a mettersi in isbaraglio per difendere il fatto suo, ma avendo Carlo commesso per lo appunto ad Andrea Doria ed a Cosimo di ridurre il giovane a partito, questi con lo zelo stemperato di servi, i quali paurosi di avere perduto la grazia del padrone si mettono in quattro per ricuperarla, tirano lo improvvido giovane a Pisa, e quivi gli fanno capire, che o con le buone o con le cattive bisogna che si adatti; anzi occorrono scrittori, il Cappelloni e il Sigonio tra gli altri, che attestano Cosimo averlo fatto addirittura prigione: a me è mancato modo di chiarirlo, ma devo confessare che per siffatti tiri Cosimo pareva fatto a posta, che nella sua natura ci entrava del principe, ma del bargello troppo più. Aggiungono che Cosimo si movesse a ciò per le ardentissime istanze del cardinale Cibo; e può darsi, chè il Cardinale in confronto a Cosimo non iscapitava di un pelo; ma io non lo credo: bastava a Cosimo il bisogno di tenersi bene edificato lo Imperatore per fare quello e peggio. Poi per iscusarsi, così Andrea come Cosimo, mandarono voce dintorno, che Giulio, prevedendo contraria la sentenza che stava per dare Ferdinando Gonzaga eletto giudice dalloImperatore nella controversia tra lui e la madre, avesse di già messo pratica col cardinale di Lorena, e con gli Strozzi di ribellare Genova, e dopo, imprigionato Andrea, consegnarla ai Francesi, e questo aveva rivelato certo Paolino di Arezzo, grande famigliare di Giulio; trovati tutti nè verosimili, nè veri. Giulio, uscito salvo dalle accoglienze dell'ospite toscano, va a Roma, dove s'ingegna tornare in grazia alla madre, e par che ci riesca, compiacendola con la renunzia dei suoi diritti sul marchesato, dal quale già lo aveva dichiarato, come si presagiva, decaduto la sentenza di Ferrante Gonzaga; la madre in compenso gli pagò certa quantità di moneta. Giulio sembra si confermasse più che mai a tentare cose nuove in Genova o altrove, e certo avevano troppa virtù a dargli la pinta il giovanile bollore, il tempo pravo, gli esempi nequissimi e il cruccio delle ingiurie patite, dacchè lo vediamo adesso intento a raccogliere da ogni lato pecunia; a tale scopo egli si adoperò ritirare anco la dote della moglie Peretta; ma Andrea diritto, subodorata la cosa, si andò con varie giravolte scansando; e questo sicuramente non valse a blandire l'animo del giovane. Quantunque le sieno cose difficili a provare per vie di scritture, puossi razionalmente credere, se guardiamo alla qualitàdegli uomini e delle passioni loro, che non mancassero al Marchese i conforti dei cardinali di Bellay e di Guisa, e nè manco quelli del Papa o degli attenenti del Papa: leggo eziandio, che gli venissero stimoli anco da Scipione Fiesco, il quale la marchesana Ricciarda aveva come parente accolto nelle sue case di Roma; ma ciò giudico fosse fatto per apparecchiare un pretesto d'infierire, come su gli altri Fieschi, su lui, imperciocchè troppo egli fosse giovanetto in quel tempo: questo altro credo piuttosto, che Giulio, nel quale non sembra la prudenza andasse a pari con l'animo irrequieto e macchinatore, gli facesse sapere cose, che svertate poi dal garzone, gli dessero il tracollo. Concertatosi pertanto il conte Giulio con la fazione francese di tentare che Genova si ribellasse e Andrea si togliesse di mezzo, sia coll'ammazzarlo o altrimenti, volendola filare troppo sottile, si condusse a visitare Don Diego Mendozza oratore cesareo a Roma e gli disse: «i Francesi tentarlo di entrare ai loro servizi, e se fosse con buona grazia di lui, egli fingerebbe trovarsi disposto a contentarli, promettendogli, che dove questo fosse accaduto, egli s'ingegnerebbe in modo di mettere nelle mani dì Sua Maestà qualche piazza forte presidiata dai Francesi nel Piemonte.» Il Mendozza,che era tristo, e volpe vecchia, gli rispose: «rimettersi in tutto e per tutto nelle sue braccia;» e l'altro: «ci pensasse bene, perchè non voleva ch'egli poi venisse in sospetto di lui, se gli riportassero il bazzicare che avrebbe fatto co' Francesi;» e il Mendozza da capo: «nè manco per ombra:» onde il giovane, che aveva presunzione molta, e senno poco, riputando essersi messo lo Spagnuolo in tasca, procedè meno rispettivo di quello che forse avria, senza cotesta arcata, adoperato. Assicuratosi, come credeva, da questa parte, si recò a Venezia, dove venuto a mezza spada co' congiurati, rimase stabilito fra loro: mandassersi ad avvisare gli aderenti dì Genova, che ci chiamassero quanti più uomini potessero, introducendoli uno alla volta e sotto vesti mentite; il conte Ottobuono Fiesco in Valditaro, che fu suo feudo, radunasse i sudditi rimasti fedeli su le mosse, per non lasciare solo nel repentaglio il conte Giulio; egli poi, tornato a Genova sotto colore di visitare la moglie, menasse copiosa compagnia; gli dettero lettere commendatizie pei parenti dei banditi, lo fornirono di danaro; procurasse, che in certo determinato giorno la guardia del palazzo del Doge si trovasse tutta, e nella massima parte composta di gente amica; e poichè a lui, comecongiunto, era facile lo ingresso in ogni tempo al Principe, lo ammazzasse senza riguardo, e con esso lui l'oratore imperiale con otto o dieci dei maggiorenti della città; agli aiuti di Ottobuono Fiesco arieno tenuto prossimamente dietro i Francesi dal Piemonte, dalla Mirandola e da Parma. L'oratore di Francia a Genova gli dette il contrassegno per monsignore di Chental, che si doveva tenere pronto a sovvenire la impresa con duemila fanti, e dicono, che fosse:il Re Artu con tutti i cavalieri della tavola tonda; a questo modo disposta ogni cosa, mosse da Roma per Genova, in compagnia di Alessandro Tommasi sanese, con molta pecunia addosso, e carte bianche col nome di Ottobuono Fiesco per gli partigiani suoi. Dicono, che la madre, accortasi delle pratiche di Giulio, lo tradisse porgendone avviso all'Oratore di Sua Maestà, ma io credo piuttosto lo facesse intendere al Cardinale perchè si guardasse; e da questo n'ebbe contezza l'Oratore: così mi gioverebbe potere affermare per carità di questa nostra umana natura, ma forse il rimedio è peggiore del male; chè zio paterno essendo il prete, stava in luogo del padre; se nonchè come prete, non era obbligato a sentire le voci del sangue; nè a nulla che sappia di umano.
Quali i concetti di Ferdinando il Cattolico nello istituire la Inquisizione di Spagna: procura estenderla a Napoli ma poi se ne rimane, e perchè. — Piero di Toledo vuole introdurla a Napoli; il Papa prima per interesse si oppone, e poi per interesse acconsente; lo tenta due volte invano; alla terza contrasta un Bozzuto poi arcivescovo di Avignone ed in ultimo cardinale; il Vicerè ricorre alla forza, ed è vinto. I rispettivi si mettono tra mezzo tra il popolo e il Vicerè, e persuadono i Napolitani di mandare deputati a Cesare, e rimettersene al suo giudizio. — Principe di Salerno eletto deputato domanda parere; consigli del Martelli e di Bernardo Tasso stampati. — Dialogo di Torquato Tasso del Piacere onesto su questo proposito. — Giannone giudicando il principe di Salerno sè condanna. — Soccorsi del Doria e di Cosimo duca di Firenze al Toledo; il quale inorgoglito mette le mani addosso a cinque giovani nobili, e i giudici ricusandosi condannarli, il boia decapitarli, ne fa scannare tre da un suo moro affricano. — Popolo dà nelle furie; lo quieta Pasquale Caracciolo; lo inviperisce Scipione della Somma e come; i rispettivi sempre lì a tagliare i nervi al popolo. — Giustizia dello Imperatore quale: nuovo tumulto e miracolo della paura. — La Inquisizione si mette da parte, ma i Napolitani pagano cara la vittoria; multe, e condanne; al principe di Salerno tocca chiarirsi ribelle. — Considerazioni sul Doria. — Se Andrea pigliasse parte nella congiura controPierluigi Farnese e quanta; prima pratica appiccata dal Doria col Landi; seconda pratica con Girolamo Pallavicino; strana persecuzione di Pierluigi contro questo barone, e strano caso, che mostra potenza di femmina a che arrivi. — Don Ferrante Gonzaga presentito dallo Imperatore scredita il trattato di Andrea, e lo assume per sè. Particolari sopra Pierluigi Farnese bastardo di Paolo III; legittimato per concessione di Giulio II; si ammoglia con la Girolama Orsina; milita contro Roma insieme al Borbone e piglia parte allo eccidio della Patria; — sotto Firenze è casso dalla milizia con infamia. — Caso nefando del vescovo di Fano; se vero; obiezioni contro il Varchi confutate; — prognostici del suo astrologo; — bestial caccia di un giovane famigliare del cardinale di Ferrara. — Astutezza di Pierluigi, e modi da lui praticati co' suoi segretari; — è fatto duca di Castro, e gonfaloniere della Chiesa; poi marchese di Novara; il Papa vorrebbe procurargli la signoria di Milano; ma non riesce; — i Veneziani lo scrivono sul libro di oro. — Giulia da Varano spogliata dal papa di Camerino per darlo al nepote Ottavio. — Di Parma e Piacenza, e loro fortuna; il Papa propone infeudarle a Pierluigi; trovando contrasto in concistoro le baratta con Camerino e Nepi; i cardinali a mala pena consentono; qualcheduno nega sempre. — Pierluigi governa civilmente, promuove il bene del popolo, abbatte i feudatarii; suoi ordinamenti. — Il Gonzaga tenta i feudatari piacentini. — Sua corrispondenza con lo Imperatore; ed esquisite fraudolenze di lui. — Pierluigi con incredibile celerità costruisce la cittadella di Piacenza. — Altra corrispondenza del Gonzaga con lo Imperatore, il quale accetta la congiura; solo raccomanda non si mettano le mani addosso al Farnese. — Come il Gonzaga interpetri la volontà di Cesare ai congiurati; — questi mettono fuori nuove pretensioni; si tentenna a concederle e perchè. — Ottavio genero di Carlo visitail padre Pierluigi: nuovo intoppo alla congiura. — Il Gonzaga avvisa l'Imperatore alla scoperta che i congiurati intendono ammazzare il Duca; e Carlo approva. — Avvisi dati al duca dal Caro, dal Buoncambi e dal Giovio; non è vero lo avvertisse il Papa; questi il dì che gli trucidavano il figliuolo si vantava felice più diTiberio,Plac,Cabal e Prope. Il gesuita Segneri. — Modo tenuto nello ammazzare Pierluigi; con esso lui si scannano due preti. — Il popolo infuria e vuole il Duca; gli buttano i corpi dei preti; il Duca legano fuori di finestra per un piede; non lo ravvisando il popolo buttano giù anco lui. — I soldati del morto Duca cedono alla fortuna e vanno a salvare Parma; i congiurati, dato il segno con le artiglierie, il Gonzaga muove da Cremona per occupare Piacenza. — La città si protesta incolpevole, e manda lettere al Papa a profferirsegli devota; per prepotenza poi è costretta a dichiarare che si sottopone spontanea a Cesare. — Chi desse al Duca sepoltura cristiana; se lo facesse diseppellire il Gonzaga, e per quali cause. — Cesare tiene Piacenza e finchè regna non la vuole rendere. — Se ci sia bisogno di obbligare i preti al perdono; e come lo concedano essi. — Tetrastico contro lo Imperatore. — Filippo II rende Piacenza ai Farnesi e perchè. — Apollonio Filareto segretario del Duca col vice-segretario sono sostenuti e messi al tormento; quali le cagioni. — Annibal Caro altro segretario del Duca con buono accorgimento si salva. — Come il Papa sentisse la nuova della strage del figliuolo: novelle degli scrittori chiesastici; altre novelle e peggiori degl'imperiali; quello, che ci è di vero. — Il Papa volendo rendere Parma alla Chiesa scopre nemici tutti i suoi; e Ottavio in procinto di legarsi coll'omicida di suo padre per contrastargli; di ciò si accuora e muore. — Andrea Doria esulta della morte di Pierluigi; s'è vero, che rimandasse a consolare il Papa la lettera stessa, che questigli aveva scritto in occasione della morte di Giannettino. — Giannettino compare di Pierluigi. — Sospetti di Andrea per la sua vita. — Congiura di Giulio Cibo: cause di discordia tra la marchesa Ricciarda e il figliuolo Giulio; questi usurpa lo Stato alla madre; gli tocca a lasciarlo; lo ripiglia sovvenuto dal Doria, e da Cosimo dei Medici. — Carlo V ordina lo restituisca, e commette a Cosimo e al Doria lo costringano. — Insidie di Cosimo. — Giulio inasprito congiura ribellare Genova ai Francesi; nelle sue reti irretisce; è preso, martoriato, e fatto in due tocchi a Milano. — Considerazioni su questo caso. — Ipocrisie di scrittori venali. — Carlo V disegna fabbricare una fortezza a Genova; pratiche dell'oratore cesareo col Doria. — Ai nobili vecchi la proposta piace e perchè, — e Andrea ci acconsente — pei conforti del Senato si ricrede, e non crolla più. Insidie spagnuole. — Il Papa dà la sveglia a Genova: accorte provvidenze e animose. — Viaggio del principe Don Filippo di Spagna in Italia. — Lusso smodato e sequele dello esempio nei costumi spagnuoli. — Stupidità di scrittori venali. — I cortigiani straziano Andrea pensando averlo agguindolato, ed egli finge non avvedersene. — Arti del Gonzaga. — Se sia verosimile che Cosimo duca di Firenze partecipasse alle insidie, e se, partecipandovi prima, vi persistesse poi; perchè non andasse a Genova per complirvi Filippo; se verosimile ci mandasse il figliuolo Francesco col donativo di 100,000 ducati. — Filippo tenta pigliare albergo nel palazzo del Doge, e risposta di Andrea. — Mentre gli Spagnuoli si tengono sicuri di occupare Genova, il Gonzaga manda avvisi essere andati all'aria i disegni; — sdegno di Filippo sedato dal duca di Alva; — piglia terra a Ventimiglia, tocca Savona, arriva a Genova. — Menzogne di scrittori venali. — Tumulti di Genova per le soverchierie degli Spagnuoli. — Ingresso, che ci fa Filippo: viltà antica e moderna. — Caso delFornari; e nuova insistenza del Gonzaga su la fortezza. — Se giusti i rimproveri dell'americano Prescott su i giudizii dei politici italiani, massime del secolo decimosesto. — Riforma del Garibetto che fosse; la legge del 1528 di cattiva diventa pessima.
Quali i concetti di Ferdinando il Cattolico nello istituire la Inquisizione di Spagna: procura estenderla a Napoli ma poi se ne rimane, e perchè. — Piero di Toledo vuole introdurla a Napoli; il Papa prima per interesse si oppone, e poi per interesse acconsente; lo tenta due volte invano; alla terza contrasta un Bozzuto poi arcivescovo di Avignone ed in ultimo cardinale; il Vicerè ricorre alla forza, ed è vinto. I rispettivi si mettono tra mezzo tra il popolo e il Vicerè, e persuadono i Napolitani di mandare deputati a Cesare, e rimettersene al suo giudizio. — Principe di Salerno eletto deputato domanda parere; consigli del Martelli e di Bernardo Tasso stampati. — Dialogo di Torquato Tasso del Piacere onesto su questo proposito. — Giannone giudicando il principe di Salerno sè condanna. — Soccorsi del Doria e di Cosimo duca di Firenze al Toledo; il quale inorgoglito mette le mani addosso a cinque giovani nobili, e i giudici ricusandosi condannarli, il boia decapitarli, ne fa scannare tre da un suo moro affricano. — Popolo dà nelle furie; lo quieta Pasquale Caracciolo; lo inviperisce Scipione della Somma e come; i rispettivi sempre lì a tagliare i nervi al popolo. — Giustizia dello Imperatore quale: nuovo tumulto e miracolo della paura. — La Inquisizione si mette da parte, ma i Napolitani pagano cara la vittoria; multe, e condanne; al principe di Salerno tocca chiarirsi ribelle. — Considerazioni sul Doria. — Se Andrea pigliasse parte nella congiura controPierluigi Farnese e quanta; prima pratica appiccata dal Doria col Landi; seconda pratica con Girolamo Pallavicino; strana persecuzione di Pierluigi contro questo barone, e strano caso, che mostra potenza di femmina a che arrivi. — Don Ferrante Gonzaga presentito dallo Imperatore scredita il trattato di Andrea, e lo assume per sè. Particolari sopra Pierluigi Farnese bastardo di Paolo III; legittimato per concessione di Giulio II; si ammoglia con la Girolama Orsina; milita contro Roma insieme al Borbone e piglia parte allo eccidio della Patria; — sotto Firenze è casso dalla milizia con infamia. — Caso nefando del vescovo di Fano; se vero; obiezioni contro il Varchi confutate; — prognostici del suo astrologo; — bestial caccia di un giovane famigliare del cardinale di Ferrara. — Astutezza di Pierluigi, e modi da lui praticati co' suoi segretari; — è fatto duca di Castro, e gonfaloniere della Chiesa; poi marchese di Novara; il Papa vorrebbe procurargli la signoria di Milano; ma non riesce; — i Veneziani lo scrivono sul libro di oro. — Giulia da Varano spogliata dal papa di Camerino per darlo al nepote Ottavio. — Di Parma e Piacenza, e loro fortuna; il Papa propone infeudarle a Pierluigi; trovando contrasto in concistoro le baratta con Camerino e Nepi; i cardinali a mala pena consentono; qualcheduno nega sempre. — Pierluigi governa civilmente, promuove il bene del popolo, abbatte i feudatarii; suoi ordinamenti. — Il Gonzaga tenta i feudatari piacentini. — Sua corrispondenza con lo Imperatore; ed esquisite fraudolenze di lui. — Pierluigi con incredibile celerità costruisce la cittadella di Piacenza. — Altra corrispondenza del Gonzaga con lo Imperatore, il quale accetta la congiura; solo raccomanda non si mettano le mani addosso al Farnese. — Come il Gonzaga interpetri la volontà di Cesare ai congiurati; — questi mettono fuori nuove pretensioni; si tentenna a concederle e perchè. — Ottavio genero di Carlo visitail padre Pierluigi: nuovo intoppo alla congiura. — Il Gonzaga avvisa l'Imperatore alla scoperta che i congiurati intendono ammazzare il Duca; e Carlo approva. — Avvisi dati al duca dal Caro, dal Buoncambi e dal Giovio; non è vero lo avvertisse il Papa; questi il dì che gli trucidavano il figliuolo si vantava felice più diTiberio,Plac,Cabal e Prope. Il gesuita Segneri. — Modo tenuto nello ammazzare Pierluigi; con esso lui si scannano due preti. — Il popolo infuria e vuole il Duca; gli buttano i corpi dei preti; il Duca legano fuori di finestra per un piede; non lo ravvisando il popolo buttano giù anco lui. — I soldati del morto Duca cedono alla fortuna e vanno a salvare Parma; i congiurati, dato il segno con le artiglierie, il Gonzaga muove da Cremona per occupare Piacenza. — La città si protesta incolpevole, e manda lettere al Papa a profferirsegli devota; per prepotenza poi è costretta a dichiarare che si sottopone spontanea a Cesare. — Chi desse al Duca sepoltura cristiana; se lo facesse diseppellire il Gonzaga, e per quali cause. — Cesare tiene Piacenza e finchè regna non la vuole rendere. — Se ci sia bisogno di obbligare i preti al perdono; e come lo concedano essi. — Tetrastico contro lo Imperatore. — Filippo II rende Piacenza ai Farnesi e perchè. — Apollonio Filareto segretario del Duca col vice-segretario sono sostenuti e messi al tormento; quali le cagioni. — Annibal Caro altro segretario del Duca con buono accorgimento si salva. — Come il Papa sentisse la nuova della strage del figliuolo: novelle degli scrittori chiesastici; altre novelle e peggiori degl'imperiali; quello, che ci è di vero. — Il Papa volendo rendere Parma alla Chiesa scopre nemici tutti i suoi; e Ottavio in procinto di legarsi coll'omicida di suo padre per contrastargli; di ciò si accuora e muore. — Andrea Doria esulta della morte di Pierluigi; s'è vero, che rimandasse a consolare il Papa la lettera stessa, che questigli aveva scritto in occasione della morte di Giannettino. — Giannettino compare di Pierluigi. — Sospetti di Andrea per la sua vita. — Congiura di Giulio Cibo: cause di discordia tra la marchesa Ricciarda e il figliuolo Giulio; questi usurpa lo Stato alla madre; gli tocca a lasciarlo; lo ripiglia sovvenuto dal Doria, e da Cosimo dei Medici. — Carlo V ordina lo restituisca, e commette a Cosimo e al Doria lo costringano. — Insidie di Cosimo. — Giulio inasprito congiura ribellare Genova ai Francesi; nelle sue reti irretisce; è preso, martoriato, e fatto in due tocchi a Milano. — Considerazioni su questo caso. — Ipocrisie di scrittori venali. — Carlo V disegna fabbricare una fortezza a Genova; pratiche dell'oratore cesareo col Doria. — Ai nobili vecchi la proposta piace e perchè, — e Andrea ci acconsente — pei conforti del Senato si ricrede, e non crolla più. Insidie spagnuole. — Il Papa dà la sveglia a Genova: accorte provvidenze e animose. — Viaggio del principe Don Filippo di Spagna in Italia. — Lusso smodato e sequele dello esempio nei costumi spagnuoli. — Stupidità di scrittori venali. — I cortigiani straziano Andrea pensando averlo agguindolato, ed egli finge non avvedersene. — Arti del Gonzaga. — Se sia verosimile che Cosimo duca di Firenze partecipasse alle insidie, e se, partecipandovi prima, vi persistesse poi; perchè non andasse a Genova per complirvi Filippo; se verosimile ci mandasse il figliuolo Francesco col donativo di 100,000 ducati. — Filippo tenta pigliare albergo nel palazzo del Doge, e risposta di Andrea. — Mentre gli Spagnuoli si tengono sicuri di occupare Genova, il Gonzaga manda avvisi essere andati all'aria i disegni; — sdegno di Filippo sedato dal duca di Alva; — piglia terra a Ventimiglia, tocca Savona, arriva a Genova. — Menzogne di scrittori venali. — Tumulti di Genova per le soverchierie degli Spagnuoli. — Ingresso, che ci fa Filippo: viltà antica e moderna. — Caso delFornari; e nuova insistenza del Gonzaga su la fortezza. — Se giusti i rimproveri dell'americano Prescott su i giudizii dei politici italiani, massime del secolo decimosesto. — Riforma del Garibetto che fosse; la legge del 1528 di cattiva diventa pessima.
Che i carnefici di Cristo si spartissero lacerata la tunica di lui gli è fatto vero, e tuttavia potrebbe essere simbolo di questo, che gli oppressori dei popoli si prevalsero sempre della religione per onestare truci proponimenti: così Ferdinando il Cattolico, a torre via fin le radici delle sette moresca ed ebrea, le quali facessero rifiorire con la libertà della coscienza la libertà civile, instituì nella Spagna la Inquisizione; e non mica al modo praticato fin lì dalla Chiesa, sibbene perfidamente insidiosa, e ladramente omicida; però che dove, con la sentenza del giudice, quantunque corrottissimo, disperava arrivare cotesto Re si ripromise giungere con la mano del frate armata di corda e di fiamma; nella quale cosa avendo egli, o piuttosto parendogli avere trovato il conto, si avvisò piantarla anco in mezzo di Napoli. Senonchè, a contrastare le intenzioni regie, sorsero i baroni atterriti, i quali dimostrarono quivi non essere Arabi nè Ebrei; il popolo tutto di una legge e di un sangue; cotesto arnese in mano ai frati capacissimo a sconvolgere lo Stato, schiantandole sostanze, e le vite delle principali famiglie; molto più poi, che presso i Napoletani si teneva in poca riverenza la religione del giuramento, e il falso testimonio comune così, da non parere, come pur troppo era, peccato enorme contro a Dio.
Il Cattolico per queste, che, comunque strane, pure si provarono verissime, e per altre più cause, giudicò prudente rimanersi da fare novità circa alle faccende della Inquisizione. Più tardi, governando Napoli in qualità di Vicerè Pietro di Toledo marchese di Villafranca, costui, un po' per abbassare i baroni, dai quali si sapeva aborrito, e un po' per compiacere al genio di Carlo V, che intendendo alla dominazione assoluta perseguitava in un paese la democrazia, e in un altro l'aristocrazia, s'industriò intromettervela per via di straforo. A tale scopo il cardinale di Burgos, fratello come dicono del Toledo, e certo della famiglia di lui, fece pratiche in corte di Roma per ottenere la facultà, ma non ne venne a capo, imperciocchè Paolo III astutissimo, considerato bene il negozio, non estimò spediente consentire l'abbassamento della baronia napoletana, la quale co' suoi umori, impediva che il dominio spagnuolo oltrapotesse nel regno, e nella Italia; ma più tardi, atterrito della dottrina dei Luterani,che per le terre italiane si allargava ad occhio, e serpentato dal cardinale Giovampietro Caraffa, alla perfine si lasciò andare.
Qui l'argomento non comporta, che da noi si narrino le fortune di cotesto successo; basti tanto, che, malgrado l'accordo del Papa col Vicerè, fu mestieri tentare di mettere la Inquisizione dentro Napoli per bene due volte, e artatamente; pure non riescì; alla terza poi buttarono giù buffa; ma come il primo conato e il secondo cascarono dinanzi al mormorio dei cittadini, e alle parole franche del medico Pessa, e Antonio Grisone, così il terzo rimase vinto dal furore del popolo, e dallo ardimento di Annibale Bozzuto, che, bandito più tardi per cotesta colpa, riparò a Roma dove Giulio III in premio della dottrina, e della bontà sua lo creò arcivescovo di Avignone, e Pio IV lo promosse cardinale.
Il Vicerè, venutigli meno i tiri furbeschi, ricorse alle armi, non risparmiando le stragi promiscue, nè il fulminare dai castelli la città in fascio; nè i fuochi lavorati, nè il briccolare di pentole incendiarie, nè gli altri argomenti che la tirannide, vinta sul campo della giustizia, adopera su quello della prepotenza, e n'ebbe la peggio. Se in cotesto giorno si fosse lasciato libero il corso all'ira del popolo, forse era finitaper la signoria spagnuola nel regno di Napoli, senonchè, a guastare ogni cosa, si rizzarono su, come suole, gli uomini dei mezzani partiti, i quali, quantunque predicassero la resistenza giusta, e savio ammannire le armi, tuttavia scongiurando il popolo a perseverare nella divozione di Cesare, lo consigliavano a eleggere deputati, che a lui recassero con le querele la istanza di definire la causa tra il popolo e il Vicerè. Il popolo, invece di pigliare a sassi cotesti sciagurati, lasciatosi, come suole, abbindolare da loro, elesse deputati allo imperatore Ferdinando Sanseverino principe di Salerno, suo consorte per via della madre, Maria di Arragona, che fu nipote di Ferdinando il Cattolico, e Placido Sangro cavaliere di molto seguito.
Il principe di Salerno, prima di accettare quel carico, sembrandogli come pur troppo fu cagione di guai, volle consultare il parere dei cortigiani, tra i quali precipui Vincenzo Martelli maggiordomo, e Bernardo Tasso segretario; fu il consiglio del primo più cauto, meglio generoso quello del secondo, e per ventura ci rimangono entrambi stampati nelle opere loro, anzi Torquato Tasso gli pigliò ad argomento del suo dialogo delGonzaga, ovvero delPiacere onesto. Il Giannone appuntò nella sua storiacivile il Principe di leggerezza per essersi messo a cotesto cimento, ma se lo studio del proprio comodo avesse a somministrare la misura della bontà delle azioni umane, mal giudizio si dovrebbe portare sul senno dello storico napoletano; imperciocchè, se egli si fosse provvidamente astenuto dall'offendere la Curia romana, non avrebbe provato la miseria, lo esilio, e per ultimo la dodicenne prigionia in cui lo tenne, con ingiustizia pari alla slealtà, un Carlo Emanuele re di Sardegna per avvantaggiare i suoi interessi con Roma.
Il vicerè Toledo, poichè sentendosi debole gli toccava rodere il freno, disse si contenterebbe ad aspettare la risoluzione di Cesare, e intanto spediva messi su messi agl'imperiali cagnotti in Italia, chiedendo armi e soldati per isgararla col popolo. Principale tra questi Andrea Doria, che allestite subito le galee, e inviatele alla Spezia, v'imbarcò mille Spagnuoli forniti dal Gonzaga vicerè di Milano, ed altrettanti Italiani da Cosimo duca di Firenze, i quali giunsero a tempo in Napoli per servire ministri ai furori del Toledo[14]. La storia rammenta,che per la parte di Andrea Doria andaronci altresì Marco Centurione luogotenente delle sue galee, ed Antonio Doria capitano dei presidii. Ora il vicerè, tra per questi ed altri aiuti che gli vennero da Sicilia e da Roma, salito in superbia fece mettere le mani addosso a cinque giovani nobili, per un po' di rumore che menarono in piazza contro gli sbirri, tre dei quali ordinò che ad ogni patto si condannassero a morte, nonostante che un Lappedo presidente del Consiglio negasse sottoscrivere la sentenza, più che il terrore del delitto potendo in lui la lusinga, che la moltitudine sbigottita dalla strage quetasse, siccome gliene porgeva speranza Scipione di Somma consigliere di guerra con lo esempio fresco del Focillo, e dei susurroni suoi compagni, strozzati i quali, il tumulto per le gabelle cessò. E' sembra, che anco al boia l'infame beccheria repugnasse, dacchè troviamo che il Toledo, impaziente d'indugio, facesse scannare quei miseri da un suo moro affricano dinanzi al largo del castello sopra untappeto di panno nero; nè pago di tanto, salì a cavallo, e scorrazzando su e giù la città, bravava il popolo. — Certo e' non l'avria contata, ma anco lì i soliti rispettivi a fare delle braccia croce, affinchè il popolo non desse nei mazzi, e a scongiurarlo che un negozio tanto bene avviato non arruffasse da capo, nella giustizia dello imperatore ponesse fiducia intera; e Pasquale Caracciolo aggiungeva: — a fine dei conti i tre scannati gentiluomini erano di noi altri, però il popolo non si ha da pigliare tanta smania dei fatti nostri; lasci ritirare le gambe a cui scottano i piedi. — Per le quali parole il popolo immelensito perse la balía di menare le mani e si strinse solo a negare il saluto al vicerè; però Scipione di Somma avendo ardito voltarsi alla moltitudine per dirle: — ti sieno troncati i piedi e le mani — questa divampando gli si strinse addosso con gli urli: — a te troncati il collo, i piedi, e le mani, e a quanti traditori della Patria ci sono: — tuttavolta i respettivi, sbracciandovisi attorno, non senza sudarci acqua e sangue, giunsero a rimettere incolume il vicerè in castello: dopo ciò, sembrando loro avere salvata la Patria, attesero tranquilli gli effetti della sperimentata giustizia imperiale.
La giustizia venne e fu questa: deponesserole armi; in tutto e per tutto obbedissero al vicerè. Bandita in piazza, proruppe un tumulto quale in cotesti paesi costuma; pareva il finimondo, e il Summonte con molta piacevolezza ci narra che arrivò fino ad operare miracoli, dacchè un Giovambattista Caraffa cavaliere gerosolomitano, il quale, per non potersi più reggere in piedi a cagione della podagra, si era fatto portare dai suoi famigli a braccia per udire la relazione del cavaliere Sangro, tutto sottosopra dalla paura, guarito di un tratto salì scappando in cima al campanile di San Lorenzo; non dimanco, dopo la prima sfuriata, si accomodò anche questa, affermando il Sangro con giuramento come la risposta acerba fosse accompagnata con istruzioni tali, da rimandare tutti contenti come una pasqua a casa; e il popolo insensato nella sua fede credè, e cesse le armi.
Il dì di San Lorenzo, di cui il martirio è per lo appunto simbolo della vita del popolo, arrostito sempre, e non consumato mai, fu pubblicato intero il regio indulto, il quale diceva: — la Inquisizione si mettesse da parte, alla città le artiglierie si restituissero, e con le artiglierie il titolo di fedelissima: dall'altro lato, in pena di avere avuto ragione, pagasse di multa centomila ducati, ventiquattro capi del tumultodal perdono si eccettuassero; a cui il Vicerè, in grazia della sua particolare munificenza, ne aggiunse altri trentasei, che in un giorno furono condannati a morte con l'arrato della confisca dei beni: ebbero ventura, che avvertiti in tempo, poterono mettersi in salvo. Al principe di Salerno trattenuto in corte toccò sopportare di ogni maniera strazi; alla fine dimesso tornò in patria a pigliarsene il resto; dove invelenito con umiliazioni quotidiane, nelle sostanze afflitto, nella vita insidiato conobbe quanto sia men sicuro ribellarsi a mezzo che intero; imperciocchè ribellandoti intero tu il faccia quando te ne torna il destro, e allora puoi vincere, o venire a patto; mentre ribellandoti a mezzo ti converrà ribellarti intero quando meno ti cada in acconcio, e ti troverai oppresso prima che tu ci possa mettere riparo. Da tutto questo pel nostro argomento basti cavarne tanto, che Andrea Doria, col farsi condottiero agli stipendii dell'Austria, non solo non rifuggì, ma sollecito accorse a spegnere nel sangue ogni spirito di libertà in Italia, e dopo i corpi, a incatenare gli spiriti, aiutando a piantarci come un chiodo nel cuore la Inquisizione: però male, a nostro avviso, si consiglia chiunque sostiene, che per esso la Italia serbò della libertà quel tanto, che la condizione pessima dei tempi concedeva, dacchè rimane chiaritoche non istette per lui, se la patria non isprofondava nell'inferno della servitù.
Esponendo la congiura del Fiesco notammo in qual modo Andrea della venuta di Agostino Landi a Genova si approfittasse per mettere un po' di addentellato alla vendetta, la quale sempre agognò, e in breve ottenne; tuttavia non sembra vero, ch'ei fosse parte precipua nella strage di Pierluigi Farnese, come l'Ulloa nelle vite di don Ferrante Gonzaga e di Carlo V si industriò dare ad intendere; mi adopererò a investigare la cosa affinchè tocchi ad ognuno la infamia che gli spetta: piace ai potenti tuffare il braccio nel sangue e fino al gomito quando ci trovano interesse, e poi si arrovellano a rovesciarne la colpa sul capo altrui; così non ha da essere; chi bebbe il dolce (se dolce fu) gusti l'amaro.
Si trova come Andrea, accontatosi con don Giovanni di Lucca, ed in ciò spinti dalle indefesse sollecitazioni del Gonzaga, pigliassero ad infiammare l'animo di Cesare, affinchè non lasciasse impunito il Farnese per le tante ingiurie arrecategli; e da questo ottennero lo assenso di congiurargli contro, avendolo rinvenuto maravigliosamente disposto adesso, che alle vecchie gozzaie aggiungevasi il favore manifesto fatto a Piero Strozzi nel fuggirsi di Lombardia,e la congiura del Fiesco istigata dal duca: del Doria poco all'imperatore importava, massime adesso che era diventato vecchio, moltissimo di quel tramestio continuo che i Farnesi facevano con la Francia per intorbidare le acque e pescarvi dentro qualche altro brano di Italia, e ciò tanto più ora, che le recenti vittorie di Germania, dandogli il capo giro, lo persuadevano di tenersi ormai sicuro di agguantare il dominio universale della terra, e però non è da dirsi quanto s'infellonisse contro chiunque egli giudicava si mettesse tra mezzo la sua mano e il mondo.
Allora Andrea, o perchè il Girolamo Pallavicino conte di Cortemaggiore avesse vincoli di parentela a Genova, o sia perchè riputasse avere pegno sicuro in mano della fede di lui, prese a condurre pratiche per ammazzare il Farnese con esso più da vicino che col Landi, e certo che se gli altri nobili di Piacenza sentivano molestamente le offese nelle sostanze e nelle giurisdizioni feudali, egli poi, oltre queste, ne pativa un'altra più grave di tutte quante uomo possa arrecare ad altro uomo. Sforza Pallavicino, essendo ad un punto nipote del Duca Pierluigi per parte di Costanza sua sorella ed erede necessario di Girolamo, si cacciò nella testa che egli avesse a morire senza successione, almancolegittima, affinchè le sostanze di quello gli entrassero in casa, e lo zio Duca s'impegnò di servirlo; ma a Girolamo, come succede, venne prurito di moglie, giusto in quel punto che se la sentì vietata, e di colta la prese; poi, pauroso della mala parata, sbiettò, e il Duca, cui parve rimanere giuntato, occupa violentemente Cortemaggiore, nè qui si ferma, che messe le mani addosso a Lodovica e a Cammilla, madre e moglie di Girolamo, le getta in prigione; e comecchè dal nequissimo caso turbati il cardinale Triulzio, i Veneziani, lo Imperatore e il Papa s'interponessero per indurre il Duca a sensi più miti, ei non si volle piegare, anzi incocciandosi si andava schermendo con ogni ragione amminicoli, che ora imputava al Conte non so quanti omicidi, ed ora pretendeva, che gli si umiliasse; non mancò perfino screditarlo presso Carlo V come settatore delle parti di Francia. Ma cosa anco più strana fu, che in onta di tutto questo, Cammilla si chiarì gravida; come ciò accadesse, può essere e può non essere mistero secondochè il figliuolo spettasse a Girolamo davvero, o assentisse a lasciar correre, che si credesse suo: da prima perfidiano nel negare il fatto, ma il ventre pregnante stava lì disperata testimonianza del vero: supplicato il Duca perchè liberasse la donna, per tema che a cagionedelle angustie dell'animo sconciasse, invelenito rifiutò.
Girolamo pertanto, inteso anima e corpo a vendicarsi del Duca, prometteva consegnare, mercè di suoi aderenti, una porta di Piacenza a cui si fosse presentato ad occuparla, e Andrea, accettata la proposta, ne scrisse allo Imperatore: questi però, che avendo provato il Gonzaga arnese capacissimo di tirannide senza lui non moveva foglia in Italia, ne ricercava il parere, e il Gonzaga segretissimamente così sul declinare di luglio lo ammoniva: — potere anche egli impadronirsi di una porta della città, ma questo non sembrargli partito sicuro giacendo l'osso nella presa della cittadella: pericoloso poi servirsi di Girolamo Pallavicino come quello, di cui massimamente sospettando il Duca, ne faceva codiare i passi a Crema dov'erasi ridotto a vivere: avergli la fortuna aperto una pratica, la quale egli giudicava sicurissima perchè negoziata con uomo, che tenuto dal Duca in concetto di fedele, gli dava adito di tradirlo a man salva, e però esortare lo Imperatore a mostrarsi alieno dalle profferte del Doria, anco per non correre pericolo, che le carte si avessero ad imbrogliare. È verosimile, che il Gonzaga operasse a quel modo per gelosia di Andrea, o pel desiderio di non avere compagni nella impresa,ed in fine perchè il suo disegno gli comparisse migliore davvero, e più inteso al suo feroce proponimento; ed anco allo Imperatore forse piacque non crescere il fascio dei suoi debiti verso Andrea, mulinando fino d'allora tale concetto nella mente cui presagiva non avrebbe dovuto garbare allo astuto genovese. Certo Andrea fin qui non può sostenersi incolpevole della strage di Pierluigi, e nè anco dopo si rimase da insidiarlo, ma la congiura che menò a morte quel gramo fu tramata dal Gonzaga con l'accordo dello Imperatore, e questo sarà meglio chiarito da quello che verrò esponendo.
Intanto giovi mettere alquante parole intorno al Duca di Piacenza. Pierluigi Farnese fu figliuolo di papa Paolo III, che lo ebbe da certa femmina romana, dicono di casa Ruffina, allorchè, essendo cardinale dei Santi Cosimo e Damiano, andò legato per Alessandro VI nella marca di Ancona, nè Pierluigi fu il solo figlio che rallegrasse la vita al buon pontefice, il quale, se lasciò dubbi i posteri che ei fosse santo, circa alla paternità sua desiderò non ci avessero a cascare dubbi; di fatti oltre a Pierluigi gli si noverarono figliuoli Paolo, Ranuccio, Costanza, e forse anco Isabella, nè mica tutti della sola Ruffina, bensì da altre donne. Giulio II con la bolla dell'8 luglio 1505 legittimòPierluigi e Paolo, e poichè grande a cotesti tempi era la reputazione della casa Farnese per aderenze e per facoltà, il cardinale dei santi Cosimo e Damiano vide ambite le nozze del suo primogenito dalle prime tra le famiglie principesche d'Italia; egli preferì alle altre la Orsina di Pitigliano, e con la Girolama ammogliò Pierluigi giovancello di dodici anni, cui la seconda moglie in breve partorì Alessandro, Ottavio, Ranuccio, Orazio e Vittoria: un tempo esercitò la milizia, e non pure senza gloria ma con infamia, imperciocchè di ventiquattro anni si trovasse nello esercito del Borbone contro la Patria, e di conserva con Sciarra e Cammillo Colonna, masnadieri piuttostochè capitani, empisse Roma di rapine e di sangue: e quando da Clemente VII e da Carlo V venne statuita la impresa di Firenze, costui, ci fu chiamato da Nocera dove stanziava con duemila fanti; però comparve fra i primi a fare la massa tra Fuligno e Spello; e perchè veruna specie d'infamia mancasse alla vita di lui, dopo avere ferita la patria Roma, volle dare di una lanciata anco in Firenze; ma ci si trattenne poco, che indi a breve fu casso dal marchese del Vasto dalla milizia con ignominia; nè se ne conosce la causa. Dei suoi costumi piglia vergogna a raccontare e ribrezzo. Il Varchi, in fine dellestorie, narra lo immane caso di Cosimo Gheri vescovo di Fano, il quale lo stesso preposto Ludovico Muratori non nega, quantunque ripigli il Varchi per averlo messo fuori; ma il Muratori era prete e dei buoni, però sentiva passione al divulgarsi di cosiffatte nefandigie, e di vero sarebbe bene celarle, se col tacerle si emendassero le colpe. Altri poi cotesta scelleraggine alla ricisa disdice, affermando il Varchi averla cavata fuori da Pierpaolo Vergerio, che di vescovo di Capo d'Istria si fece luterano, e allega in testimonio l'apologia dettata contro il Vergerio da monsignor della Casa: gli è tempo perso, imperciocchè Pierluigi tanto non lo trattenesse la vergogna, che in pubblico non se ne vantasse, e si citino complici del fatto Giulio da Piè di Luco, e Nicolò conte di Pitigliano; nè tolgono fede al racconto le infermità ond'era tutto guasto, conoscendosi come esse non lo impedissero dallo sprofondarsi in ogni maniera libidine. Tuttavolta i devoti della reputazione di Roma contrastano l'avventura per un altro argomento, il quale è questo: il Varchi, essi dicono, ci accerta come Pierluigi venisse assoluto dal misfatto, in grazia di una bolla, e questa per quante ricerche s'instituissero non riuscì rinvenire: al che si risponde, che il Varchi notava altresì simile assoluzione essere accadutain segreto, ed avere composto la bolla il vescovo di Cesena Ottaviano Spiriti, e Jacopo Cortese, per la quale cosa, potendo cotesta carta essere agevolmente soppressa, non abbiano mancato di farlo per torre di mezzo un testimonio di vergogna; anzi tu crederai addirittura così, se consideri, che se nello inventario delle bolle, conservato in Castello Santo Angiolo, la bolla di cui è discorso non occorre, nè manco si trovano in esso notate due altre bolle, che si ricordano nello inventario custodito in Ancona, e compilato nel 1532, dove, sotto la rubrica di scritture nuove raccolte da Sebastiano Gandulfo, tu vedi la bolla dell'assoluzione generale del Duca, e l'altra per la colpa del contrabbando del sale, e nondimanco chiusa con la clausula:e per ogni altro eccesso. Ora chi può dire, che l'assoluzione dell'atroce violenza esercitata a danno del mitissimo vescovo di Fano non si trovasse insinuata così di straforo alla coda della frode del sale? Di questi tiri Roma costuma; e di bene altri ancora. Oltre a ciò, se vuoi prova della mostruosa libidine di costui, ad ogni piè sospinto tu ne incontri un fascio: singolarissime queste. Pierluigi, compiacendo all'andazzo dei tempi, ed alla superstizione propria, in capo di ogni anno ordinava al suo astrologo (il quale, ad un punto facevaufficio da medico) il prognostico: di questi ne rimangono, a me noti, sette dal 1537 al 1544; quello del 1537 gli presagisce settanta anni di vita, o circa, e morte naturale per copia di umori osoverchio di coito dopo il bagordo; nel trentotto lo ammonisce a non incappare nellapeste, e gl'indovina che procederàcarnalacciosecondo il solito, e così di seguito crescendo sempre le previsioni dei mali, che, a quanto sembra, non avevano virtù di renderlo meno cavallino di prima[15]. Dimostrazione del costume non pure dell'uomo, ma altresì del tempo te la somministra certa lettera di Marco Braccio, scritta da Roma a messere Francesco del Riccio, che racconta una bestial caccia di Pierluigi ad un giovane famigliare del cardinale Farnese di Ferrara, e il giudizio, che di cotesto fatto porgevalo scrittore[16], messa in brani perfino la ipocrisia, ultimo e disperato velo del pudore. — Astutezza egli ebbe e molta, pregio vulgarein ogni età, e all'ultimo, in cui ci si fida, esiziale, sicchè i nostri antichi solevano ammonire, in pellicceria andare a far capo meno pelli di asino, che di volpe; e poichè le gherminelle alla lunga irretiscono cui le tende, così se resti preso, invece di misericordia provochi le beffe, e ben ti sta, che chi trova diletto di far frode non si deve lamentare se altri lo inganna. Nè Pierluigi camminava così insidioso fuori di casa, ma nelle mura domestiche altresì co' famigliari suoi e con gli stessi segretari: ed era in virtù di cosiffatto vezzo, che, mentre egli stava negoziando la lega con la Francia, fingeva acconsentire allo Imperatore, e ciò con l'Annibal Caro suo segretario, usando tenere parechi ministri, all'uno dei quali confidava quello, che nascondeva gelosamente all'altro. Tale fu l'uomo che Paolo III pontefice massimo elesse per fondamento della propriafamiglia, e forse tanto più lo ebbe caro, quanto lo meritava meno; da prima lo assunse duca di Castro, conferendogli ad un punto il gonfalonierato della Chiesa, poi gli ottenne dallo Imperatore il marchesato di Novara; per ultimo intendeva procurargli anco la signoria di Milano, ma qui fu dove gli si troncarono i disegni. I Veneziani, un giorno inflessibili a conservare incontaminato il libro di oro, oggi ridotti a cercare salute con la viltà, scrivevano sopra l'albo dei nobili il nome di Pierluigi bastardo.
Ottavio figliuolo di Pierluigi da prima ebbe Nepi; poi Camerino, retaggio antico dei Varano, usurpato a danno di Giulia da Varano, e di Guidubaldo Feltrico della Rovere suo marito, il quale dai Veneziani, paurosi che il Papa cessasse da sovvenirli nella guerra contro il Turco, fu derelitto.
Il Papa, sempre studioso di promovere la grandezza di casa sua, venne in pensiero di conferire in feudo a Pierluigi Parma e Piacenza: veramente coteste due città appartennero sempre al ducato di Milano, ma la Chiesa, tenacissima a tenere, non cessò mai di pretendere, che formavano parte dello esarcato. Giulio II le ridusse in sua potestà e le occupò finchè visse; lui morto si tolsero alla Chiesa,le ripigliò Leone X per cederle da capo al re di Francia conquistatore di Milano; all'ultimo le ricuperava la Chiesa. Lo impero non poteva razionalmente mettere innanzi sopra le medesime diritto di sorte alcuna, imperciocchè lo imperatore Massimiliano con ispeciale capitolo avesse ceduto a papa Giulio Piacenza, consenziente Ferdinando il Cattolico, che poi lo stesso Carlo V nel 1521 confermò: quanto a Parma spettava alla Chiesa per tutte le medesime ragioni di Piacenza, anzi con qualcheduna di più: almeno si afferma così nella scrittura intorno alle cose di Piacenza, dettata dall'Annibal Caro in nome del Cardinale Farnese, quando, dopo morto Pierluigi, avendo il Gonzaga occupato la città a nome dello Imperatore, questi con ogni maniera amminicoli si scansava restituirla, proponendo, tra le altre cose, assegnare in iscambio di Parma e Piacenza quarantamila scudi di entrata pei nipoti del Papa.
Ora, per tornare al nostro racconto, il cardinale Gambara studiandosi andare a' versi del Pontefice, saltò su a proporre al Collegio dei Cardinali s'infeudassero in Pierluigi Farnese Parma e Piacenza come ducati dipendenti dalla Santa Sede: giudicava il Papa sarebbe stato dai Cardinali bene accolto il partito, dacchè a conti fatti, tenuto a calcolo le spese di mantenimentodelle fortezze vecchie, della fabbrica delle nuove, dei presidii, non che delle munizioni, poco civanzo ne faceva la Chiesa; tuttavolta non accadde così; allora per ispuntarla con la opposizione del Sacro Collegio, offerse in baratto Camerino e Nepi togliendoli al nipote: ripreso il negoziato a questo modo potè andare, sempre però con inciampi e non pochi, chè qualche Cardinale si asteneva da comparire in Concistoro, qualche altro protestò contro, e il Caraffa fu visto in quel dì visitare le sette chiese come si costuma per la espiazione di qualche grosso peccato.
Giustizia vuole, che per noi si dica come Pierluigi, investito di cotesti ducati, non si comportasse già contro i popoli tiranno, anzi attendesse, per quanto lo concedevano i tempi, a felicitarli: forse operò così, a norma dell'arte nota ai Principi nuovi, di gratificarsi il popolo per opprimere i signori, e questi vinti, venire destramente a capo dello incauto aiutatore; o forse lo persuase a mitezza lo stesso consiglio, che induce il villano ad ingrassare il bue; tuttavia la storia gliene deve tener conto, imperciocchè allora vissero principi, e non hanno cessato anco adesso, i quali non seppero reggere i popoli nè manco con l'arte che adoperano i contadini a governare le bestie.
Ad abbattere pertanto i feudatari, avvezzi sotto la Chiesa a vivere secondo il libito proprio, egli ordinò che, cessato il vivere dentro alle castella, dove imbestiavano la vita, si riducessero ad abitare le città, mutava la elezione del consiglio e degli altri ufficiali, tolse via i privilegi, ed istituendo la milizia, affrancò i popoli dal vassallaggio, dacchè una volta arrolati, non dovessero servire altri tranne il Duca e i Capitani preposti da lui; quello poi che soprattutto gli fece nimico giurato Agostino Landi, fu il partito preso di privarlo dei feudi di Bardi e di Campiano.
Ferdinando Gonzaga, poichè tentati gli umori li trovò più che disposti a dargli mano, ecco come ammanniva la trama, e ciò moltissimo per compiacere all'odio proprio contro ai Farnesi, e molto altresì all'imperiale padrone, il quale mentr'egli si portava a pigliare il governo di Milano, gli fece sapere, che morto il Papa, intendeva rimettere le mani sopra Parma e Piacenza[17]: nel febbraio del 1547 Ferdinando avvisa lo Imperatore, come Pierluigi, fidandosi di soverchio nel Papa, non si guardava con le debite diligenze, quindi agevole sorprenderlo; per la quale cosa lo supplicava, così per suogoverno, a fargli sapere, se capitando il destro dirubarglialcuna delle due terre volesserestare servita. Carlo, che di casa di Austria era, risponde: magari! ma desiderava esserne avvisato prima: allora il Gonzaga riscrive avere rinvenuto un modo acconcio arubarePiacenza[18]:SaVostra Maestà, che nelrobbare(almanco chiamava le cose col suo vero nome costui, e scrivendo allo Imperatore di Austria gli canta in faccia, che il modo del rubare ei lo ha a sapere) un luogo, la maggiore difficoltà che si presenta è lo unire le genti senza scandalo, che hanno a fare il furto: ora la comodità si presenterebbe col mettere insieme gente per Montobbio (però s'ingannava, che la batteva da pirata e corsaro, e il Duca, il quale teneva, più ch'ei non sospettasse, occhio alla penna, aveva preso fumo ed ordinato fino dall'aprile di mettere sentinelle alla custodia dei confini per diligenza di Francesco Clerici castellano di Campiano) e così gittare della polvere negli occhi al Duca. Presa una porta, per suo avviso sarebbe caduta la terra, a patto, che ci si fosse potuto intromettere di colta buona mano di gente; a questo fine farebbe, che un suo servitore insultasse certo fidato dilui;questi fingessemettersi in salvo a Crema, donde avrebbe spedito cartelli di sfida; egli Gonzaga,fingendosioffeso per siffatti cartelli,fingerebbemandare sicarii a sbertire il suo fidato, il qualefingendoscoprire la trama, riparerebbe a Piacenza, donde rinnoverebbe sfide, e cartelli, e si metterebbe attorno otto o dieci uomini raunati sotto pretesto di guardarsi la vita: per la notte poi che si avesse a dare esecuzione al trattato, egli invierebbe altri quindici uomini senza che uno sapesse dell'altro, e così si troverebbero in venticinque ad occupare la porta: in tanto spargerebbe voce di raccogliere trecento fanti per aiutare l'assedio di Montobbio, ma in verità avrieno ad essere più di seicento: e siccome da Lodi, dov'ei ne farebbe la mostra, per giungere a Piacenza bisogna passare il Po, ordinerebbe al suo maestro di casa comperasse legna od altro in quel contorno, e mandasse barche per levarle: egli poi cavalcherebbe fino a Lodi sotto colore di recarsi a Mantova per complire il fratello; se nonchè, appena avvisato del caso, piegherebbe con diligenza costà in compagnia dei suoi gentiluomini, e darebbe sesto al negozio: in breve messi dentro alla terra duemila fanti, e cento cavalli manderebbe fuori un bando terribile, che chi si attentasse in qualunque modo sovvenireil Duca, guai! I gentiluomini piacentini tastati da lui non si opporrebbero: uno aiuterebbe alla scoperta; però al fine, che la impresa tornasse proprio a profitto, sarebbe mestieri impadronirsi anco di Parma, e questo si potrebbe fare appostando un trecento cavalli su quel di Cremona, e seguito lo effetto di Piacenza, passare il Po alla volta di Parma, minacciando ferro e fuoco a cui si movesse: inoltre, a seconda della congiuntura, metterà in opera partiti, che si potranno allora meglio fare, che ora dire: vorriasi altresì tirare dalla nostra il conte di San Secondo, ma con costui bisognerebbe ungere; e se la Maestà Sua lo facultasse a spendere, supplicarla a credere, ch'egli starebbe su lo stringato più che si potesse. Adesso che Sua Maestà è chiarita, ordini quanto reputa prudente, però si desidererebbe sollecita risposta perchè bisogneriafare lo effettola prima domenica dopo Pasqua. — Tutto questo il buono Imperatore Carlo V ordinava a danno del padre del suo genero; senonchè, a dir vero, per questa volta egli rispondeva: piacergli riavere Parma e Piacenza, ma non gli garbare il modo.
Don Ferrante, che non era uomo da sgomentarsi per poco, persistendo nella pratica, propone allo Imperatore ch'ei procuri barattareSiena con Parma e Piacenza, e pauroso che un senso di onestà venisse importunamente a trattenere il suo augusto padrone (anco a quei tempi si chiamavano augusti), ovviava al pericolo dicendo: che quanto al mantenere la fede ai Sanesi non ci era da pensarci nè manco, essendosi eglino mostrati per lo addietro tanto contumaci; e poi si lasciasse servire, ch'egli avrebbe condotto la pratica con tale ragione, che mutandosi i tempi, la Maestà Sua potrebbe rigettarla a beneplacito, e conchiude la lettera con queste notabilissime parole: — Sapendo la poca carità che passa tra il Papa e me, può ben credere ch'io non mi muova a questo per volontà di fargli servitio. —
Tutti questi tramestii non si erano potuti condurre, senzachè ne scappasse fuori un qualche odore, però che un segreto in due, difficilmente, ma pure si custodisce, di rado in tre, disperato poi in quattro; e mosso per avventura da particolari avvisi, il Papa non rifiniva mai sollecitare il Duca a costruire la cittadella di Piacenza, e Antonfrancesco Rainieri per commissione di lui scriveva nel 27 maggio 1547 al Duca: — il Papa non dice altro se non se si elegga un prospero giorno nel quale si getti la prima pietra della fabbrica, la quale la Sua Santità felicita col segno della sua santissimabenedizione. — Veramente il Duca in questa parte non assonnava, imperciocchè l'avesse già posta tre giorni prima: tuttavia fece buon viso alla benedizione, quantunque serotina, e ne cavò tutto il partito che si può cavare dalle benedizioni papali per tirare su le mura di una cittadella: quindi facendo lavorare indefesso grandissima quantità di muratori, Pierluigi l'ebbe dentro piccolo spazio di tempo condotta a termine di difesa; dal quale fatto i congiurati pigliavano argomento di venire alla conchiusione del negozio, avvertendo essi, che una volta ultimata, le difficoltà sarebbero loro cresciute nelle mani due cotanti: il Gonzaga non aveva mestiere gli facessero dintorno calca, tuttavia serpentato serpentava Carlo V, e mettendoci di suo non poca mazza avvertiva, i gentiluomini piacentini essere ormai disposti di levarsi a rumore contro il Duca; solo a cose fatte domandare soccorso, e sostegno: perhonestareil negozio, dopo seguíto il colpo manderebbero uomini a posta per significargli, che non gli accettando egli, nella sua qualità di vicerè di Milano, come uomini dello Imperatore, si sarebbero dati al re di Francia. Laddove Sua Maestà non si voglia scoprire subito, si tengono capaci di durare otto mesi o un anno, ma dentro questo tempo bisogna, ch'eisi pigli Piacenza a patto di non la rendere ai Farnesi; e qualora egli ricusi il partito, e' si confessano costretti di fare la cosa ad ogni modo, perchè il Duca lavora di forza intorno alla fortezza, e intende averla fornita in ottobre, che se questo avvenisse, e' si dovrieno tenere per ispacciati; molto più, che il Papa negozia il parentado col re di Francia a condizione, che pigli la difesa del Ducato; consideri con la usata diligenza questa deliberazione di volere mandare a compimento in ogni modo la impresa, e il pericolo che si possano voltarsi alla Francia: questa occasione perduta, pensi che per tempo lunghissimo non si presenterebbe un'altra pari in bontà. — Lo Imperatore rispondeva a tale informazione del Gonzaga con la lettera del 12 luglio 1547; mediante cui, accettando il trattato, raccomandava un mondo di cautele perchè non capitasse male la impresa, e soprattutto non si mettessero le mani addosso a Pierluigi Farnese. —
Dacchè di poche trame ci rimanga così continuo e patente il filo come di questa, non fia grave a chi legge conoscere come Ferrante Gonzaga le volontà del suo padrone intendesse, e come altrui le interpretasse, e si chiarirà che, anco con meno, un sacramento potria convertirsi in peccato mortale: sacramenti poinon erano le parole, nè le intenzioni dello Imperatore: pertanto il Gonzaga faceva capire ai congiurati tali essere le volontà di Carlo: — desiderare lo Imperatore, per alquanti dì si soprassedesse, ma poi in ciò rimettersene a loro: non si muova foglia senza sicurezza dell'esito: la persona del Duca non si guasti, solo si cacci fuori dalla terra libero: però egli Gonzaga non si può dissimulare punto come lo indugio sia pieno di pericolo, e prudentissima la prigionia del Farnese. Fatto il colpo, il conte Giovanni Anguissola ed i compagni suoi mandino subito ad offerirgli la città a questi patti:
1.º Dentro un giorno risolvasi a tenerla o a lasciarla, imperciocchè, avendolo a fare contro un nemico potente, non possono stare senza padrone;aliterdarannosi in balía di altri signori. 2.º Tutti i feudatarii del Ducato, senza eccezione, vengano a fare omaggio a Sua Maestà, e mancando, confischinsi loro i beni. 3.º Non si liberi il Duca pel razionale sospetto, che liberato non corra a Parma per tentare di rifarsi. 4.º Il ducato riducasi a devozione di Sua Maestà. 5.º Tengasi il Duca imprigionato finchè anco Parma non venga in potere dello Imperatore. 6.º Di quanto accadde in cotesto dì, sia diomicidii, sia diguadagni, non si abbia a cercare,nè inquisire, reputandosi il tutto fatto e acquistato in buona guerra.
Dopo spedite simili istruzioni ai congiurati, il Gonzaga, scrivendo allo Imperatore, nel ragguagliarlo dell'operato, vantavasi del tiro furbesco di farsi mandare dai congiurati i capitoli, con la intimazione ricisa di accettarli o ricusarli dentro ventiquattro ore: per cotesto modo, egli avvertiva, si toglie via il pericolo di lasciare la città nelle mani dei congiurati, e si riversa sul capo a costoro l'odio della prigionia del Duca, come quella che dallo Imperatore era stata dissentita, e da lui Gonzaga assentita per forza.
Ma se ai congiurati premeva far presto, premeva altresì di non fare a fidanza: però aggiunsero per patto: le rendite della città si riducessero come ai tempi dei duchi di Milano e dei Papi; le cause da mille scudi in giù si decidano a Piacenza: il Gonzaga, non prevedendo questo intoppo, mancava di facoltà per assentire simili concessioni, onde dichiarò averne a riferire allo Imperatore; forse anco poteva concedere, ma pensò che, mettendo i congiurati alle strette, non si sarieno gingillati a badare il nodo nel giunco, e prese errore; di qui nuovo ritardo. Carlo V informato delle nuove pretensioni, nicchia per parere, ma poi promette: quanto allo attendere, il tempo darebbe consiglio.
In questo tempo Ottavio Farnese, partendosi allo improvviso dalla corte del socero, s'incammina verso Piacenza per visitare suo padre: e da capo la matassa si arruffa. Il Gonzaga, traendo dal caso argomento di profitto pel suo odio, così ne scrive allo Imperatore: — dargli molestia il proposito dei congiurati di volere in ogni modo ammazzare Pierluigi, il che ècontro la mente di Vostra Maestà, ma questo non è tutto ancora, perchè alla fine, morto ch'egli fosse, miparria che poco caso si havesse a fare di lui, quanto che, essendo venuto ora il Duca Ottavio, verosimilmente si havrà a trovare in questo conflitto dov'essi non mi possono assicurare di salvarlo come da loro ho cercato, perchè in un caso simile, dove i colpi non si danno a misura, è cosa difficile potere assicurare di persona et massimamente quando, egli si mettesse su le difese. —
Nonostante questo avviso, Carlo V non trattenne i congiurati; al contrario, esigendo essi nuova conferma del capitolo della impunità per qualsivogliaomicidioeguadagnocommesso o fatto in quel dì, non si rimase dal darla; nè Carlo era tal uomo da non sapere, che cosa cotesto capitolo adombrasse: inutili allora coteste ipocrisie, inutili anco adesso; pure non si smisero, nè si smetteranno: conosce la sua pedanteria anco la frode.
E non mancarono gli avvisi al duca Pierluigi che si badasse; conciossiachè, lasciando da parte quelli, i quali soglionsi fabbricare per ordinario dopo il fatto dalla prosunzione, e dal volgo si credono (e tutti siamo volgo un po') per sete di cose strane, gli è certo che Annibal Caro scrisse il 17 di luglio al Farnese: come in Milano corressero millepazzie; quivi i servitori del Duca vivere odiati e sospetti; da don Ferrante non si potere cavare nulla, come quello che soleva camminare coperto, ma dagli altri conoscersi manifesto l'animo avverso, e se potessero farerubberia, per suo avviso lo farebbono. Anco più aperto del Caro, Vincenzo Boncambi d'Augusta, dove stanziava residente del Duca, il 9 del medesimo mese lo ammonì avergli domandato l'oratore Veneziano se in Piacenza si fossero scoperte congiure; e dettogli di no, quegli averlo fiducialmente avvertito, essere capitato costà da Milano due volte in posta Niccolò Sacco capitano di giustizia, nè ciò aversi a giudicare senza cagione: anzi costui essersi sbilanciato fino a svertare, che se gli riuscisse certo tratto, il quale allora gli stava per le mani, si saria accomodato per sempre; con essolui accontarsi il capitano Sacco, accompagnatisi insieme da Trento dove si erano dati la posta per arrivare di conserva a corte: ambeduecagnotti di don Ferrante, e dei peggio: tanto per suo governo, ed egli ci pensasse su con la consueta prudenza. Anco Paolo Giorgio così mandava da Roma il quattro Agosto al Duca: — essere in cotesto anno 1547 trascorso uno assaicapricciosopianeta causatore di ribellioni per lo che si conchiude, che la volontà degli uomini può assai, ma più il cielo — ed aggiunse poi — questo influsso maligno, avere messo il Burlamacchi a Lucca in isbaraglio di novità fortunose, il conte Fiesco in esizio della sua casa, e la Lupa Foiosa a ributtare la guardia da Siena. — Nel Gosellini, e nel Villa si legge riportato un altro annunzio venutogli da Cremona il 9; e ci ha perfino chi afferma, tra gli altri Giovanni Sleidano, il Papa avere spedito a Pierluigi un prognostico nel quale si ammoniva a guardarsi dal dieci settembre come da giornouziaco[19]; ma questo è falso, ed i parziali della curia Romana lo fecero per isdebitare il Papa, il quale, nel giorno stesso in cui gli trucidavano il figliuolo, baldanzoso oltre l'usato, per soffiargli, com'egli giudicava, la fortuna in filo di ruota, sè diceva avventuroso e feliceda disgradarne lo imperatore Tiberio; e qui tu nota: che tra Tiberio e parecchi Papi così antichi come moderni non ci corra divario, tutti sanno; ma che Paolo III lo dicesse da sè, non si capisce. Di questo poi occorre testimonianze in copia, fra le altre una, della verità della quale non è permesso dubitare[20].
Nel dì 10 settembre, forse nell'ora in cui il Papa si vantava beatissimo, il conte Giovanni Anguissola verso le ore quindici si presenta in compagnia di due fidati nell'anticamera del Duca nel palazzo che si era murato in cittadella; altri quivi attendeva, chè Pierluigi stava a mensa, ed erano Cammillo Fogliani, e Giulio Coppellati dottore: l'Anguissola si mise a passeggiare con esso loro alternando colloquio: quando il Duca fece avvertire gli attendenti che potevano entrare, il Fogliani e il Coppellati dichiararono cedere il passo al potente conte Giovanni, ma questi nol consentì, studioso di mostrare deferenza al sacro carattere che vestivano entrambi, essendo sacerdoti: il Conte non aveva anco sentito il segno, che in breve venne a rintronare il palazzo, avendo stabilito tra loro, che giunto il momento di far faccende, Agostino Landi sparasse una pistola; allora l'Anguissola fatto impeto nella stanza del Duca gli trasse di una coltellata sul capo, ed un'altra nel petto; poi gli altri sconciamente lo lacerarono; nè si rimasero a lui, che o presi dalla ubbriachezza del sangue, o perchè li temessero testimoni, o per altra causa a noi ignota, finirono anco i due preti. Il Confalonieri co' suoi assalse di repente la famiglia del Duca, che poca, per essersi sbandata come gente che vive senzasospetto, e colta alla sprovvista, si lasciò sopraffare; con impeto pari il Landi, con gli altri, che in numero maggiore gli stavano dintorno, presero a menare strage dei Lanzi, di cui ammazzarono a man salva otto o dieci avendo le armi discoste. Levasi nella cittadella orribile rumore che, propagandosi nella città, comincia a far bollire il popolo; i congiurati, accorrendo al riparo, si attaccano alle catene del ponte levatoio e lo sollevano. Le altre guardie della cittadella qua e là disperse, inermi e sbigottite, agevolmente sommettono. Intanto il popolo, ingrossando, infuria; se per amore al padrone, o per odio ai feudatarii, è incerto; e, poichè faceva le viste di scalare i muri, gli omicidii a sbaldanzirlo gittano giù i due cadaveri dei preti nel fosso; quello del Duca legano penzoloni fuori di finestra per un piede; ma il popolo imperversa vie più gridando: Duca! Duca! perocchè in cotesto corpo straziato non ravvisasse il suo signore: allora, tagliata la fune, buttano anco quello nel fosso; al popolo cascò il cuore, e poi di corto avrà pensato, che tanto di padroni non ne mancano mai, onde sarà tornato tranquillo alle case e botteghe sue. I soldati non mancarono al debito, senonchè Alessandro da Terni capitano preposto a tutti, giudicando zaroso tenere la città senza la cittadella, statuìrecarsi ad afforzare Parma co' fanti del conte di Santafiora, e già ci si era avviato Sforza Pallavicino co' cavalli. I congiurati, dopo presa la porta al Po, con le artiglierie della cittadella diedero il segno alle vicine città di Lodi e di Cremona, secondo il concertato, e Ferdinando Gonzaga, il quale si trovava in questa ultima città, per cose, come dice lo ingenuo Ulloa, che toccavano lo Stato, mandò gente ad occupare Piacenza[21], parte con Alvaro di Luna pel Po e parte da Pavia col capitano Ruschino: così Piacenza venne nelle mani dello Imperatore, consegnatagli fellonescamente da una mano di patrizi insanguinati e ladri, contro la volontà del popolo[22].
Il Priore, gli Anziani, e i Richiesti della città,mentre più infuriava il tumulto, radunatisi, scrissero lettere dolentissime al Papa e al Cardinale Farnese protestando la città incolpevole, e sè disposti a perseverare in fede, ma non valse, chè la tirannide, cupida di onestare le opere sue quanto più inique, costrinse la città a fingere che gli si sottoponesse volontariamente in virtù di certi patti, ch'egli di leggeri accettò. Questi capitoli si conservano tuttora, e fanno prova che vecchie durano fra noi la viltà e la prepotenza; nè le antiche vincono le moderne, nè queste quelle: potrieno riportarsi, ma a qual pro? Infelice conforto è conoscere, che i nostri padri furono poco meno di noi ipocriti, e codardi[23].
Per tutto questo non dubito affermare che Andrea Doria non va debitore presso Dio e gli uomini dell'omicidio di Pierluigi Farnese, tranneche per la mala intenzione; però iniquamente l'Ulloa, per cause a noi ignote, dichiara dubbie le pratiche del Gonzaga per ammazzare il Duca, e rubargli la città, e meglio soddisfarlo quello che ha detto dei concerti del Principe Doria co' congiurati, che molti furono e potenti, e poi ne nacque parentela fra loro[24]. Anco il Gosellino, segretario di Don Ferrante, nella vita che scrisse di lui, attesta l'Imperatore e il Gonzaga, come spiriti eletti e di natura magnanima, avere rifuggito dalla strage di Pierluigi Farnese, anzi essersi messa ogni opera per loro a salvarlo, raccomandando in ispecie ai congiurati di tenerlo in vita. Più sincero il Campana, nella vita di Filippo II, aggiunge: questo andare perfettamente, senonchè aveva posto la clausola:se pure è possibile; e a lui era noto come i congiurati intendessero ammazzarlo ad ogni modo, e rubarlo; per la quale cosa chiesero ed ottennero impunità: anco l'Ulloa, scrivendo dei gesti di Carlo V, narra, come l'Imperatore scrivesse al Gonzaga, che,dovendosi trucidare il Farnese, e' si destreggiasse in modo di trovarsi in luogo per dare subito soccorso alla città ed ai cittadini; meglio della opinione dei cortigiani storiografice ne hanno chiarito le scritture allegate. L'Ulloa[25]ci conta altresì, come il Gonzaga facesse trarre il corpo fuori del fosso, e, postolo dentro una cassa coperta di velluto nero, ordinòpietosamentelo depositassero dentro una chiesa,affinchè il popolo non lo vituperasse. Ora sappiamo se il popolo volle vituperare le reliquie dello sciaguratissimo; nè gli fu pio il Gonzaga, bensì Barnaba da Porro dottore di legge, e priore del Comune, che, andato co' suoi servitori a levarlo, lo portò nella vicina chiesa di Santa Maria degli Speroni detta San Fermo, dove lo fece tenere tutta notte a porte chiuse, e la mattina dipoi, acconciatolo dentro una cassa di legno, lo seppellì: certo prima cura del Gonzaga fu ricercare del cadavere dell'odiato Duca, e volle lo levassero di sotto terra, e sconficcata la cassa, si piacque contemplarvi le membra lacere; dopo ciò lo chiuse in altra cassa, col proprio sigillo la suggellò, e la commise in custodia dei Minori Osservanti della Chiesa della Madonna in Campagna. Creda chi vuole alla pietà del Gonzaga; massime se pensi, che gli furono a cotesta opera compagni Girolamo Pallavicino e Oliviero Casabianca, nemici mortalissimi del morto: forse fu voluttà di vendetta, ed ancocautela non solo di verificare bene la strage, ma sì, che in seguito non si levassero novità, dando per dubbia la strage di lui. Il Gonzaga (e nessuno dei moderni si vanti vincere di simulazione i nostri padri) si attentò perfino scrivere lettere di condoglianza al cardinale Farnese, e si leggono fra quelle dei Principi[26]: il Cardinale e Ottavio gli risposero studiando, finchè ei visse, l'arte di spengerlo a ghiado; senonchè il Gonzaga, da quello sparvierato ch'era, se ne schermì sempre, e giunse a morire nel suo letto.
Lo Imperatore, finchè regnò, tenne Piacenza per sè; i congiurati protesse; il genero Ottavio, figliuolo a Pierluigi, costrinse a dargli sicurtà di non gli offendere, nè solo per sè, ma pei suoi fratelli cardinali Alessandro e Santo Angiolo. Questi si andarono lungamente schermendo con la scusa, che per essere gente di Chiesa, non faceva mestieri, dacchè il perdono per gli ecclesiastici non costituisce fondamento principale del sacro loro istituto? Quando poi non si fidando alle parole ebbero a promettere, non lo vollero fare che a tempo, da prima sei mesi, poi tira tira vennero all'anno[27]; da tanto,che come preti si sentivano disposti a perdonare! Tempestato lo Imperatore dalla figliuola e dal genero a rendere loro Piacenza, se ne scansò ora con questo pretesto, ed ora con quell'altro[28]: apparisce, che certa volta fosse proposto da lui, si rendesse Piacenza, ma nel punto medesimo, Parma con Siena si barattasse; nè per quanto si ricava dalle lettere del cardinale Farnese, sembra si facesse alla pratica il viso dell'uomo di arme[29]; però vuolsi credere le fossero tutte lustre per parere, e menare le cose per le lunghe. Di fatti Carlo cesse lo impero, nè rese Piacenza, nè Parma barattò con Siena, solo nove anni dopo Filippo II, per istaccare i Farnesi dalle parti di Francia, restituiva le mal tolte provincie con certe condizioni, che qui non importa discorrere.
Il Gonzaga, nello intento di sminuire a sè e allo Imperatore la infamia che loro fruttò cotesto tradimento, mise le mani addosso ad Apollonio Filareto segretario del Duca, il quale il dì della sua morte lo aveva lasciato per assistere a non so quale banchetto da nozze, e insieme con lui presero il vice-segretario, e asprissimamente li tormentarono, dicendo, volerne ricavare il vero circa i disegni di Pierluigi, e se avesse tenuto mano nella congiura del Fiesco, non che su la pratica di mettere lo esercito francese nel Piacentino; ma in sostanza, fossero o no queste cose vere, poco importava, bastava bensì le confessassero; tuttavia essi tacquero o per costanza di animo, o perchè ignari dei più riposti consigli del Duca; durò il Filareto prigione tre anni; e poichè il carcere a pochi è cote, dove la virtù si affina, a molti scoglio dove rompe ogni parte virile dell'anima, uscitone condusse divotamente la rimanente sua vita rifuggendo ogni commercio umano. Il padre Ireneo Affò afferma che per poco non agguantarono Annibal Caro, e che gli fu ventura essersi trovato a villeggiare fuori della città: questo non è vero. Il Caro, descrivendo nelle sue lettere il caso, racconta, come accaduta la strage del Duca, egli si tirasse da parte recandosi a Rivolta presso il conte Giulio Landi, mentre ilsuo amico Spina, oltre a salvargli le sue robe a Piacenza, gli otteneva il salvocondotto dal Gonzaga di ridursi a Parma; ma indi a breve il Gonzaga si pentì e volle anco lui; ed egli, fidandosi poco, non prese già la via di Crema, dov'erano già comparse le genti da Cremona, nè tenne verso la montagna a cagione delle strade rotte, bensì traghettato subito il Po, si dilungava su per lo Cremonese, e pel Mantovano; poi ripassato il Po a Brescello, si condusse a Parma: nondimanco i cavalleggeri mandatigli dietro lo fallirono di poco, chè la sera medesima essi albergarono nella città di Cremona, ed egli nei borghi presso ai frati del convento di San Gismondo.
Gli scrittori parziali al Papato, copiosissimi allora e di parecchi anco adesso, narrano come la nuova del caso fosse portata a papa Paolo mentre si tratteneva a Perugia; uditala parve mediocremente si commovesse, anzi con romana costanza esclamasse averne sospettato più volte, e che ciò era incolto al Duca per la soverchia incuria: aggiungono il cardinale Caraffa, che poi fu Paolo IV, gravemente lo ammonisse, e Ridolfo Pio cardinale di Carpi, della utilità della Chiesa zelatore, non si ristasse da rinfacciargli avergli predetto, che quelle due città, come si toglievano alla Chiesa, così non le avrebbe godutenè la Chiesa nè il Duca, e del suo consiglio non essersi approdato; per le quali cose, essendo comparso al cospetto del Papa il cardinale Gambara, promotore del mal sortito disegno, ne fu respinto a vituperio, di che egli fieramente sconvolto si chiuse in casa, dove pochi giorni dopo morì non dicendo parole se non queste: «che egli bene aveva istruito il Papa e Pierluigi del come il Papa e Pierluigi potessero avere Parma e Piacenza, ma non avere già insegnato al Duca a vivere senza guardia, e diverso dal costume de' principi.» Gli scrittori ligi allo Imperatore affermano come il Pontefice nei suoi discorsi non tassava Carlo nè gli ministri suoi partecipi della congiura, e l'Adriani aggiunge: ch'egli venne in sospetto di questo, solo allorquando il Gonzaga fece sapere al conte di Santafiora si astenesse da moversi contro Piacenza, perchè sarebbe come un contraffare allo Imperatore; per ordine suo essendoci entrato, ed a suo nome tenerla. Arduo a credersi è questo, molto più che nel concistoro, tenuto pochi giorni dopo la triste ventura, il Papa annunziava ai Cardinali aver scoperto Ferdinando autore della trama[30], e nel concistoro medesimo disse altresì: «di Pierluigi Farnese duca diParma e di Piacenza io Alessandro padre di lui non piglierò mai vendetta, ma sì come Paolo III pontefice massimo, e capo della Chiesa, di Pierluigi figlio e gonfaloniere di Santa Chiesa farò vendetta a tutto mio potere, sebbene mi credessi andare al martirio come molti altri.»
Senonchè la vendetta contro gli Imperatori è più facile desiderare che eseguire. Paolo non si potè vendicare, e nè manco ebbe facoltà di rendere Parma alla Chiesa, come pure intendeva di fare: gli si rovesciarono contro come aspidi i nipoti da lui sperimentati fino a cotesto punto ossequentissimi; il cardinale Alessandro pel primo; e siccome egli ostinavasi ad ogni modo spuntarla, ebbe il dolore di sentire come Ottavio, figliuolo del tradito, stesse in procinto di stringere lega col traditore Gonzaga per contrastare ai suoi disegni: questo lo accorava così, che in breve tratto di tempo ne moriva di affanno, non si potendo capacitare, egli così esperto degli umori degli uomini, che se i nepoti lo avevano obbedito, ciò era stato solo perchè ne avesse del continuo promosso la grandezza, e che nei tempi appellati civili si perdona più agevolmente chi ti ammazza il padre, che chi ti porta via, o ti menoma la roba; e questo ha scritto Macchiavello, e noi dopo lui più volte, perchè lo abbiamo trovato tremendamente vero.
La tradizione conservò, ed anco qualche storico lasciava scritto, come allo annunzio della strage di Pierluigi tanta gioia assalisse Andrea da non capire in sè medesimo, epperò, cercato il breve col quale il Papa, usando lo stile bugiardamente pomposo che si costuma nella Curia romana, erasi con esso lui doluto per la strage di Giannettino, e trovatolo, dopo averlo fatto con molto studio ricopiare, glielo rinviò tale e quale, mutati i nomi e quanto era da mutarsi; solo per maggiore strazio toccò degli uffici della parentela spirituale, dacchè quando ad Ottavio figliuolo di Pierluigi nacquero da Margherita austriaca due gemelli, gli levassero al sacro fonte tre compari, il duca di Firenze, il marchese del Vasto, e il Giannettino Doria. Se per me si dettassero adesso libri a modo di dramma, io piglierei questo fatto senza troppo approfondare la cosa, ma componendo storie io devo dire, che mi sembra poco verosimile, avuto riguardo alla consueta natura di Andrea, la quale fu chiusa, e per la età, e pel bisogno simulatrice e dissimulatrice; massime poi che in questi giorni medesimi viveva in travaglio grande per la sua vita, dimodochè io penso, che, invece di provocare, avrebbe messo pegno se lo lasciavano in pace. Infatti ci rimane di Andrea Doria a Ferdinando Gonzaga una letterascritta nel medesimo dì in cui cadeva trucidato Pierluigi, con la quale gli racconta per disteso le vie che si tentavano dal re di Francia di levarlo dal mondo: a questo uopo, egli afferma, essere stati eletti quattro sicarii al borgo di Valditaro, ed otto alla Mirandola da un Galeotto da Pico, cui avevano dato il carico di assaltarlo mentre andava al palazzo; però egli stava a buona guardia, e metteva fiducia di salvarsi prima in Dio, e poi nell'ordine di usare sottile diligenza, affinchè veruna persona sconosciuta o forestiera entrasse in città; affermava eziandio avere saputo, e forse glielo avranno dato ad intendere, essersi formata un'altra trama, la quale consisteva nel mandare, sopra la galea del Fiesco, un ducento archibusieri, sotto la condotta di Cornelio Bentivoglio, a Genova nel mezzo della notte, e assalire la sua casa, e combatterla, finchè i banditi genovesi ingrossati ai confini non fossero giunti con celerissimi passi ad occupare la città per consegnarla ai Francesi. Tuttavia vuolsi notare, che a mo' delle molle di acciaio, le quali quando sono da maggiore forza compresse, dove di un tratto sprigioninsi, vibrano con maravigliosa veemenza, così accade della natura umana, e se gli animi ritenuti irrompono, lo fanno con impeto metuendo e terribile: di questo possiamo vederneun esempio nel medesimo Andrea Doria, quando ormai co' piedi nella fossa, ordinò che sotto i suoi occhi si mazzerasse Ottobuono Fiesco. Checchè di ciò sia, la lettera spedita da Andrea a Paolo III intorno alla strage del figliuolo io non vidi, nè credo che altri abbia visto mai.
Laudatori della iniqua opera non difettarono; tra scelleraggine e virtù una sola la distinzione per loro, se prospera o infelice. Il barone Sisnech ne scriveva al Gonzaga congratulazioni, come se gli fosse nato un figliuolo, e giova riportare in parte cotesta lettera nel preciso linguaggio, pur desiderando, che le barbare cose non incontrino mai linguaggio meno barbaro di quello, però che per essa molte menzogne dei sicarii di penna di cotesto tempo vengano fatte palesi: «a qui havemo inteso la morte del signor Pietro Aluisio, ed io non ho visto niguno che havesse piansuto, se non generalmente hanno dato la sententia, ch'el è stato pagato secondo gli suoi meriti, ed che vostra Excellentia s'ha gubernato nel ditto caso da valoroso et prudente come quel savio principe, ch'è.»
Di lui a mille doppi più indegno il Bonfadio, che, educato nelle umane lettere, doveva da ogni bruttezza morale aborrire: costui pertanto, che nei suoi Annali poche pagine primagiudicò la congiura del Fiesco parricidio, adesso scrivendo del macello del duca Farnese, per andare a' versi dei padroni, racconta come il conte Giovanni Anguissola con tre o quattro dei suoi, che secondo il solito lo accompagnavano, entrato in castello, e udito appena il segno convenuto tra loro, conincredibile grandezza di animofece l'ufficio suo; e fu, siccome abbiamo veduto, ammazzare alla sprovvista un uomo stroppio, e due preti incolpevoli, forse all'Anguissola ignoti, e certo non contrastanti: paura fu questa di assassino, e lusso di ferocia!
Scrivendo talora libri, nei quali, ai fatti veramente accaduti, andai di tratto in tratto innestando uomini e casi immaginati, udii spesso appormi l'accusa di viziato vagheggiatore ed espositore di ogni maniera efferatezze: ora che mi sono condotto a raccontare storie affatto vere, o che le si reputano tali, non vedo quale civanzo ne sia venuto a me, nè ad altrui; all'opposto parmi averci scapitato e di molto: imperciocchè nella mia immaginativa allato dell'uomo iniquo io potessi mettere il virtuoso; dove lasciava l'orma la scelleraggine farci mettere il piede alla pena umana qualchevolta, e sempre alla divina; alternare insomma veleni e antidoti, demoni ed angioli; ora non è più così; il morto giace su la bara, e mi tocca dicolpa trapassare in colpa, sicchè, per lo immenso laberinto di opere fraudolenti e di sangue, l'anima sbigottisce, e lo stesso giudizio per incertezza balena. Tanto mi scappò quasi a forza, considerando come dopo due congiure adesso mi occorra raccontare la terza, e forse la più lamentevole di tutte.
Ricciarda Malaspina nacque figliuola primogenita del marchese Alberico di Massa e Carrara. Rimasta erede dello stato dopo la morte paterna condusse a marito Lorenzo Cibo, che fu nipote per sorella di Lione X, e pronipote di Innocenzo VIII; da questo matrimonio ebbe due figliuoli Giulio e Alberico; essendo ella di natura piuttosto superba, che altera, quantunque celebrassero il suo consorte perfettissimo cavaliere, pure vivevasi a Roma separata da lui, donde per via di Vicari governava il suo stato, che del marito, per quanto si ha ricordo, poco caso faceva o nessuno. Questa divisione di corpi, e più di animi, doveva partorire pessimi frutti in famiglia, e di vero li partorì; dei figli il maggiore, mostrandosi inchinevole al padre di preferenza che alla madre, da questa fu preso in uggia, la quale per contrasto fece sua delizia del figliuolo minore ossequentissimo a lei. Di qui il sospetto in Giulio, che la madre tentasse ogni via di privarlodel marchesato al quale lo chiamava erede il testamento dell'avo Alberico: si trova altresì che la madre Ricciarda, largheggiando di danaro col figliuolo minore, lasciasse sovente nella inopia Giulio, dicendogli che se ne facesse dare da suo padre, il quale per natura generoso anco troppo, invece di poterne somministrare altrui, sovente aveva mestieri accattarne per esso. Finchè Lorenzo visse, le cose rimasero in termini di una cotale quiete torbida, che non è guerra, nè può chiamarsi pace; ma non sì tosto ebbe cessato di vivere, che Giulio, giovane appena dicianovenne, sovvenuto dai vassalli, i quali se molto aborrivano la marchesa lontana, adesso ch'era venuta a stanziare fra loro non la potevano soffrire, s'impadronì dello stato, e lei, e il cardinale Cibo suo zio (quel desso tanto famoso a cui Filippo Strozzi lasciava, morendo, il suo sangue perchè se ne facesse un migliaccio) imprigionò; ma cotesta impresa, come quella ch'era stata condotta piuttosto con impeto che con discorso, capitò subito male, onde Ricciarda, agevolmente liberatasi, riparò in Castello, e Giulio ebbe a ventura di salvarsi con la fuga, riparando presso il marchese Malaspina di Fosdinuovo. Ricciarda usò della vittoria conforme le persuadeva l'indole di mala femmina, e per di più inviperita; nè il cognato prete èda credersi buttasse acqua su quel fuoco; bandiva pertanto i ribelli, ne atterrava le case, le fortezze per via di opere murarie rinforzava, di munizione le forniva; tuttavolta, interponendosi pacieri i parenti, a malincuore la donna perdona al figliuolo, e di corto, preposto il cardinale al governo dello stato, vassi a Roma.
Giulio, rimasto a Massa, ebbe odore, che la marchesa, partendo, lasciasse ordine al Castellano, che, in caso di bisogno, avesse a chiedere aiuto al Duca di Ferrara; e morta lei, guardasse la fortezza e lo stato pel suo figliuolo Alberico: ora essendo questi disegni fatti palesi ad Andrea Doria e a Cosimo duca di Firenze, accadde, che nè l'uno nè l'altro ci trovassero il proprio conto; non Andrea, perchè fosse in trattato di maritare la Peretta sorella di Giannettino con Giulio, come poi veramente condusse in matrimonio; non Cosimo, che emulo del duca di Ferrara, sentiva venirsi i brividi addosso al solo pensiero di averlo a sofferire vicino; però ambedue di accordo sbracciaronsi a tutto uomo per aizzare il giovane Giulio, affinchè occupasse da capo lo stato materno: questi, che aveva bisogno piuttosto di freno che di sperone, non è a credersi se ora, che alle parole quei due astutissimi aggiungevano fatti, ci camminasse di buone gambe. GiannettinoDoria lo accomodò di ottocento fanti e di quattro pezzi di artiglieria, Cosimo di munizioni e di bombardieri per abbattere la Rocca; ma non ce ne fu mestieri, imperciocchè i sicarii di Giulio ammazzassero a tradimento il Castellano co' suoi figliuoli; allora Giulio ci mise dentro a guardarla Paolo da Castello soldato di Cosimo, e questo merita nota, perchè da un lato testimonia la levità del giudizio del marchese, e dall'altro la manifesta complicità di Cosimo. Levossi per simile immanità rumore infinito, e la Ricciarda in Roma mosse subito lite davanti ai Tribunali a fine di diseredare il figliuolo per causa d'ingratitudine; meglio avvisata poi, le parve più spediente ricorrere allo Imperatore, che cotesti modi spicci non tollerava, bene intesi in altrui, pretendendo che gli uomini vassalli allo impero non rifiatassero, io sto per dire, senza il suo consenso, ed oggi avendolo le vittorie germaniche imbaldanzito, così che per pigliarsi il mondo, pensava gli avesse a bastare di stendere le braccia; ordinava pertanto: sgombrisi da ogni soldato Massa e subito; si depositi nelle sue mani la Rocca; la custodisca presidio spagnuolo a cui preponeva il cardinale Cibo. Giulio, comecchè per essere stato nudrito in Corte dello Imperatore fosse uso a tenerlo in reverenza grande, tuttaviaad obbedire cotesti comandamenti ricalcitrava, e diceva a cui non lo voleva sapere sè essere disposto a mettersi in isbaraglio per difendere il fatto suo, ma avendo Carlo commesso per lo appunto ad Andrea Doria ed a Cosimo di ridurre il giovane a partito, questi con lo zelo stemperato di servi, i quali paurosi di avere perduto la grazia del padrone si mettono in quattro per ricuperarla, tirano lo improvvido giovane a Pisa, e quivi gli fanno capire, che o con le buone o con le cattive bisogna che si adatti; anzi occorrono scrittori, il Cappelloni e il Sigonio tra gli altri, che attestano Cosimo averlo fatto addirittura prigione: a me è mancato modo di chiarirlo, ma devo confessare che per siffatti tiri Cosimo pareva fatto a posta, che nella sua natura ci entrava del principe, ma del bargello troppo più. Aggiungono che Cosimo si movesse a ciò per le ardentissime istanze del cardinale Cibo; e può darsi, chè il Cardinale in confronto a Cosimo non iscapitava di un pelo; ma io non lo credo: bastava a Cosimo il bisogno di tenersi bene edificato lo Imperatore per fare quello e peggio. Poi per iscusarsi, così Andrea come Cosimo, mandarono voce dintorno, che Giulio, prevedendo contraria la sentenza che stava per dare Ferdinando Gonzaga eletto giudice dalloImperatore nella controversia tra lui e la madre, avesse di già messo pratica col cardinale di Lorena, e con gli Strozzi di ribellare Genova, e dopo, imprigionato Andrea, consegnarla ai Francesi, e questo aveva rivelato certo Paolino di Arezzo, grande famigliare di Giulio; trovati tutti nè verosimili, nè veri. Giulio, uscito salvo dalle accoglienze dell'ospite toscano, va a Roma, dove s'ingegna tornare in grazia alla madre, e par che ci riesca, compiacendola con la renunzia dei suoi diritti sul marchesato, dal quale già lo aveva dichiarato, come si presagiva, decaduto la sentenza di Ferrante Gonzaga; la madre in compenso gli pagò certa quantità di moneta. Giulio sembra si confermasse più che mai a tentare cose nuove in Genova o altrove, e certo avevano troppa virtù a dargli la pinta il giovanile bollore, il tempo pravo, gli esempi nequissimi e il cruccio delle ingiurie patite, dacchè lo vediamo adesso intento a raccogliere da ogni lato pecunia; a tale scopo egli si adoperò ritirare anco la dote della moglie Peretta; ma Andrea diritto, subodorata la cosa, si andò con varie giravolte scansando; e questo sicuramente non valse a blandire l'animo del giovane. Quantunque le sieno cose difficili a provare per vie di scritture, puossi razionalmente credere, se guardiamo alla qualitàdegli uomini e delle passioni loro, che non mancassero al Marchese i conforti dei cardinali di Bellay e di Guisa, e nè manco quelli del Papa o degli attenenti del Papa: leggo eziandio, che gli venissero stimoli anco da Scipione Fiesco, il quale la marchesana Ricciarda aveva come parente accolto nelle sue case di Roma; ma ciò giudico fosse fatto per apparecchiare un pretesto d'infierire, come su gli altri Fieschi, su lui, imperciocchè troppo egli fosse giovanetto in quel tempo: questo altro credo piuttosto, che Giulio, nel quale non sembra la prudenza andasse a pari con l'animo irrequieto e macchinatore, gli facesse sapere cose, che svertate poi dal garzone, gli dessero il tracollo. Concertatosi pertanto il conte Giulio con la fazione francese di tentare che Genova si ribellasse e Andrea si togliesse di mezzo, sia coll'ammazzarlo o altrimenti, volendola filare troppo sottile, si condusse a visitare Don Diego Mendozza oratore cesareo a Roma e gli disse: «i Francesi tentarlo di entrare ai loro servizi, e se fosse con buona grazia di lui, egli fingerebbe trovarsi disposto a contentarli, promettendogli, che dove questo fosse accaduto, egli s'ingegnerebbe in modo di mettere nelle mani dì Sua Maestà qualche piazza forte presidiata dai Francesi nel Piemonte.» Il Mendozza,che era tristo, e volpe vecchia, gli rispose: «rimettersi in tutto e per tutto nelle sue braccia;» e l'altro: «ci pensasse bene, perchè non voleva ch'egli poi venisse in sospetto di lui, se gli riportassero il bazzicare che avrebbe fatto co' Francesi;» e il Mendozza da capo: «nè manco per ombra:» onde il giovane, che aveva presunzione molta, e senno poco, riputando essersi messo lo Spagnuolo in tasca, procedè meno rispettivo di quello che forse avria, senza cotesta arcata, adoperato. Assicuratosi, come credeva, da questa parte, si recò a Venezia, dove venuto a mezza spada co' congiurati, rimase stabilito fra loro: mandassersi ad avvisare gli aderenti dì Genova, che ci chiamassero quanti più uomini potessero, introducendoli uno alla volta e sotto vesti mentite; il conte Ottobuono Fiesco in Valditaro, che fu suo feudo, radunasse i sudditi rimasti fedeli su le mosse, per non lasciare solo nel repentaglio il conte Giulio; egli poi, tornato a Genova sotto colore di visitare la moglie, menasse copiosa compagnia; gli dettero lettere commendatizie pei parenti dei banditi, lo fornirono di danaro; procurasse, che in certo determinato giorno la guardia del palazzo del Doge si trovasse tutta, e nella massima parte composta di gente amica; e poichè a lui, comecongiunto, era facile lo ingresso in ogni tempo al Principe, lo ammazzasse senza riguardo, e con esso lui l'oratore imperiale con otto o dieci dei maggiorenti della città; agli aiuti di Ottobuono Fiesco arieno tenuto prossimamente dietro i Francesi dal Piemonte, dalla Mirandola e da Parma. L'oratore di Francia a Genova gli dette il contrassegno per monsignore di Chental, che si doveva tenere pronto a sovvenire la impresa con duemila fanti, e dicono, che fosse:il Re Artu con tutti i cavalieri della tavola tonda; a questo modo disposta ogni cosa, mosse da Roma per Genova, in compagnia di Alessandro Tommasi sanese, con molta pecunia addosso, e carte bianche col nome di Ottobuono Fiesco per gli partigiani suoi. Dicono, che la madre, accortasi delle pratiche di Giulio, lo tradisse porgendone avviso all'Oratore di Sua Maestà, ma io credo piuttosto lo facesse intendere al Cardinale perchè si guardasse; e da questo n'ebbe contezza l'Oratore: così mi gioverebbe potere affermare per carità di questa nostra umana natura, ma forse il rimedio è peggiore del male; chè zio paterno essendo il prete, stava in luogo del padre; se nonchè come prete, non era obbligato a sentire le voci del sangue; nè a nulla che sappia di umano.