Ormai i passi del giovane Conte sono contati: giunto a Pontremoli, intanto che muta cavalli alla posta, ecco circondarlo una mano di soldati spagnuoli condotti dal capitano Pietro Dureto, ed intimargli l'arresto: opponendosi egli, mentre tenta levare i terrazzani a rumore, come quelli che serbavano grata memoria di casa Fiesca, si mette mano alle armi, dove dopo avere rilevato due ferite casca in terra; preso e legato lo imprigionano nel castello di Milano: colà ricercato sottilmente da Niccolò Sacco capitano di giustizia, confessa parte a parte quanto di colpa compì, e quanto disegnava eseguire: lo condannano a morte: per alcun tempo non se ne parla più, e parve lo dimenticassero, un bel giorno, e fu di sabato, trovaronlo su la piazza del castello tagliato in due tocchi, tramezzo a due torchi accesi. A Genova sostennero parecchi in prigione, e dacchè, dopo minuta indagine, non si rinvenne in loro peccato, si contentarono bandirli, uno solo più gramo degli altri decapitarono; si chiamava Ottaviano Zini, e si tenne per comune opinione, che tale adoperassero per non parere che avessero straziato tanti cittadini senza fondamento di verità ; cosa praticata prima di allora, e dopo; costumando la tirannide, dove trova offesa, farla pagare a quanti scopre colpevoli; dove la sospetta soltanto,ed anco ad uno per tutti: sono la paura, e il sospetto reati di cui glieli desta nel cuore.Così ho narrato, perchè in altro modo non mi occorse, per ricerche instituite, trovare scritto. Che in parte più o meno grave la colpa fosse vera, apparisce probabile, considerata la natura umana, la impazienza giovanile, e le varie acerbissime offese con le quali lo avevano invelenito: però tutto a quel modo non deve essere passato, e di questo ogni uomo si persuaderà di leggieri dove pensi, che Jacopo Bonfadio, il quale per trovarsi in Genova, e allato a' Doria, doveva pure sapere di quel caso ben dentro, afferma che Giulio non ebbe mai intenzione di ammazzare Andrea, e che quanto confessò fu per forza di tormenti, che gli stessi storici venduti dicono crudelissimi: e se vuoi saggio d'ipocrisie vecchie, per farne confronto con le ipocrisie nuove, leggi quanto scrive Alfonso Ulloa, nella vita di Don Ferrante Gonzaga, intorno ad Alberigo fratello di Giulio ed al Gonzaga, di cui al primo cotesta morte approdò, e il secondo ordinò. «Cotesta morte dolseinternamenteal signore Alberigo, ed a tutti gli amici suoi, e principalmente a Don Ferrante, che conosceva, che quello incauto e mal consigliato cavaliere (che da fanciullo era stato messo ai servigi dell'Imperatore) era stato ingannato,e trattato diversamente di quello che il suo valoroso animo, ed altri pensieri ricercavano.» Misero! e non gli valse tutto questo almeno per non essere esposto, fatto a tocchi, sopra una pubblica piazza!Amico Platone, più amica la verità , disse l'antico, e Carlo, e con esso lui quanti reggono despoti ripetono: amici quanti travagliansi, e si fanno ammazzare per noi, più amica la nostra potenza; così egli nel concetto della monarchia universale mirando a sottomettersi intieramente Genova, riputata, come veramente ella è, porto d'Italia, intendeva rifabbricarci quella stessa fortezza che già murarono i Francesi e disseroBriglia, quasi per tenere in freno la città , e secondo il suo vecchio costume presidiarla con soldati spagnuoli. A questo fine l'Oratore imperiale si industriava scalzare l'animo di Andrea Doria, dimostrandogli da un lato le insidie dei Francesi inviperiti, potenti, e prossimi in guisa da temere di vederseli ruinare addosso con improvvisa scorreria, e dall'altra i nemici della Patria domi sì non estirpati, e scemi non già di maltalento, bensì di forze, le quali col tempo si rifanno; lui troppo esperto per ignorare che gli amici, massime politici, non rallegransi di tutte le contentezze degli amici, nè di tutte le disdette intristisconsi. Ai nobili vecchiil partito di fabbricare la fortezza non isgarbava, usi dalla propria sicurtà in fuori non vedere, o curare nella Patria altro interesse; e poi, secondo il costume antico, si adattavano meglio a servire da una parte per dominare dall'altra, che vivere civilmente con uguaglianza sotto la legge. Andrea le cose esposte dall'Oratore aveva veduto prima di lui, ed altre parecchie che a lui erano sfuggite, onde in quella subita perturbazione dell'animo, e vinto altresì dalle istanze dei suoi settatori si lasciò andare per modo, da farsi intendere che alla fabbrica non si sarebbe mostrato contrario; allora questi, colta la palla al balzo, mandarono Adamo Centurione in Ispagna per negoziare il trattato.Ma non si potendo le cose segretamente condurre, che in parte non trasparissero, il Comune di Genova, avuto odore del pericolo, si reca al Doria, e con preghiere la libertà della Patria gli raccomanda, che ormai in Italia non servire in tutto e per tutto gli stranieri appellavasi libertà , e lo supplica a rispettare la sua fama; pensi, a lui vecchio e senza figliuoli non potere concedere la fortuna maggiore onoranza quanto morire libero nella Patria per la sua virtù liberata, nè già sperasse che i cittadini di quieto sofferissero Genova ridotta alla odiosa servitù; che avrieno tolto innanzi mandarla afuoco e a fiamme. Al Doria, rimosso alquanto il pericolo e rinfrancato l'animo, tornarono gli antichi concetti a galla, di porre sè, la sua famiglia, e i suoi tra Genova e Spagna; serva la Patria a Carlo ma di seconda mano; e forse, anco, io lo voglio credere. Andrea in quel punto maledì in cuore suo la colpa antica di avere screduto, che la Italia potesse rivendicarsi a libertà : breve, promise non avrebbe avuto Genova nè fortezza, nè Spagnuoli; e mandata ogni pratica a monte, dalla osservanza delle promesse fatte ai cittadini nè per minacce, nè per blandizie si remosse: con lui d'insidie maestro, le insidie tornarono corte; nè la congiura del Fiesco fa caso, che il giovane conte di simulazione e di dissimulazione fu miracolo.E le insidie ci furono e potentissime, imperciocchè il duca di Alva, sotto colore di venire in Italia per cercarvi Massimiliano nipote di Carlo V e condurlo in Ispagna, avesse comandamento da questo Imperatore dabbene di concertarsi col vicerè di Milano Ferdinando Gonzaga, e con Cosimo duca di Firenze, di occupare Genova per sorpresa nella occasione della fermata che ci avrebbe fatto il principe don Filippo suo figliuolo nel prossimo viaggio per le terre d'Italia; questi personaggi, dopo essersi data la posta a Piacenza, reputaronoopportuno convenirci mediante loro ministri per non mettere il campo a rumore; i quali difatti, adunatisi, vi fermarono quello che in breve esporrò. Il papa che, scottato già dall'acqua calda temeva la fredda, stando su l'avviso presentì primo la trama, e facendo dal governatore di Parma Carlo Orsino instituire sottile indagine, questi venne in cognizione come un certo, del consiglio segreto del Gonzaga, avesse svertato di cotali parole: tenere adesso le mani in pasta, la quale rimestata a dovere avrebbe dato bene altro pane, che quello di Piacenza; gli bucinarono altresì negli orecchi come alcuni colonnelli dello Imperatore avessero avuto ordine segreto di avvicinarsi verso i confini di Genova, e ne riferì a Roma, dove o per bontà di amico, o per commissione segreta della Corte, pigliatane lingua Lionardo Strata, gentiluomo genovese, questi fu a tempo di porgere consigli salutari alla Patria. Il Senato, o Comune di Genova, senza stare, visto il lupo a cercare l'orma, provvide secondo gli antichi ordinamenti, forse caduti in disuso, si deputassero quaranta nobili, i quali, descritte quaranta compagnie di duecento cinquanta uomini l'una, di buone armi le armassero, e le tenessero bene edificate per eseguire quanto venisse loro commesso di fare.Andrea, come altrove dicemmo, sortito persua rea fortuna ad essere soprassagliente, ed albergatore di principi stranieri in Italia, imbarcava a Rosas, altri afferma a Barcellona, ma erra, Filippo per Genova, dopo avere condotto Massimiliano in Ispagna; chi nota cinquantotto essere, chi sessanta le galee capitanate allora da Andrea, sicule la più parte, e napolitane, o spagnuole; due di Antonio Doria, del Grimaldo di Monaco due, due del visconte Cicala, diciannove di Andrea, fra cui la quinquereme in cotesti tempi reputata cosa stupenda: quaranta navi onerarie seguivano. Quale e quanto il corteo, gli arnesi preziosi, le vesti sfoggiate, gli arazzi, le bandiere, i suoni, altri racconti: hacci un volume e grosso che ricorda i minuti particolari di questo viaggio, chi ne ha voglia lo legga: lo scrisse l'Estrellaspagnuolo[31]. A noi basti saperne tanto, che su le navi Filippo portava seco il vasellame della corte per comparire nei conviti onorevole, valutato un milione di oro[32]. Tuttavia notisi, ch'eilo portava per farlo vedere, e quasi per richiamo, come costuma chi uccella, perchè a veruno donò, se togli femmine[33], da tutti prese, massime in Italia, e più gli Spagnuoli insaccavano, e meno pareva loro che gli dessero, che davvero l'avara crudeltà di Catalognada nessuno fu vinta, se ne togli la odierna austriaca, la quale è pure consorte di quella.Veleggiavano per le coste d'Italia su la medesima galera Andrea, il principe Filippo, il duca di Alva, il Madruzzo cardinale di Trento, don Luigi Davila commendatore di Alcantara, don Gomez Figuerroa, capitano della guardia, Guittierez Lopez di Padiglia maggiordomo ed altri personaggi preposti a tali e tante così svariate cariche, che troppo sarebbe lungo riferire: a vederli parevano sviscerati amici, tanto non rifinavano avvicendarsi oneste accoglienze e liete; più di tutti Filippo, il quale un dìarringava Andrea, rendendogli grazie non pure grandi, maravigliose, e nella sua orazione piena di concetti superlativi paragonò prima il padre Carlo a Giulio Cesare e a Filippo macedonio, poi più modestamente sè ad Alessandro magno. Gli Spagnuoli, tenendo ormai di aver agguindolato Andrea, comecchè urbanamente, lo proverbiavano, e lo davano a divedere, Andrea al contrario affatto sicuro della solerzia ligure lasciava dire mostrando di non addarsene.Intanto chi di loro due si apponesse si chiariva da questo. Don Ferrante, giusto nel punto in che l'armata salpava da Rosas, aveva scritto al Senato: essere il principe Don Filippo partito di Spagna, ma siccome, venendo per mare, gli era tolto condurre seco accompagnatura dicevole alla grandezza sua, così dimandargli stanza per duemila cavalli e duemila fanti, co' quali egli si proponeva onorare in Genova la presenza del suo signore e padrone. Rispondeva il Senato: non la potere concedere, se non dopo informato del numero e della qualità degli uomini che traeva seco il principe Don Filippo; allora piglierebbe consiglio; replicava insistendo il Gonzaga: la guardia aversi a trovare sul posto appunto mentre il Principe scendeva a terra; gl'indugi sbandissero, ed i più tristi sospetti; ma il Senato pertinace ammonivaalla scoperta: dal poco fidarsi non essergliene capitato mai danno: venisse in compagnia di venti compagni e gli aprirebbero; se con più gli chiuderebbero le porte in faccia.Allora la collera del Gonzaga, come colui che vedeva il male esito dei suoi tiri furbeschi, rotti gli argini dette di fuori e di rinfacci mandò giù un diluvio. Di qua e di là si avvicendarono proteste; all'ultimo il Senato, per non tirare di soverchio la corda, consentiva alloggiasse il Gonzaga a Sestri con duecento cavalli e trecento fanti.Quanto a Cosimo ci occorre buona ragione per crederlo di voglie mutate, e lo argomentiamo da questo: premuroso di difendere e di crescere lo stato, egli aveva scritto allo Imperatore come Piombino, in mano di donna vedova e di garzone pupillo, male reggerebbe agli assalti nemici, e meno l'Elba per essere luogo aperto; desse a lui Piombino, spodestandone i signori vecchi, e gli consentisse fortificare la seconda, ed egli entrare mallevadore che sarieno entrambi rimasti illesi dagli sforzi dei Francesi. Piacque il partito allo Imperatore per molte cause, di cui non ultima, per non dire principale, quella di arruffare i principi italiani fra loro, e tenerseli come fili attaccati al dito. Gli Appiani pertanto si cacciarono via, e Piombino, consegnato a Cosimo, si munisce da luicon gagliardissimi baluardi; così eziandio l'Elba, e l'opere che ci furono fatte ammirò nel passato secolo il Vauban, ed anco nel nostro si tengono in pregio. I Genovesi, commossi per tale novità , come quelli che vivevano in inquietudine di Cosimo non meno ansiosa che dell'Imperatore, però che se questi superava quello in potenza, quegli vinceva questo di solerzia, e stando loro da canto poteva côrre a volo le occasioni, presero a levare infinite querimonie, e stette a un pelo che, saltati a tumulto su le galee, non uscissero a mettere sottosopra le muraglie fabbricate di fresco; ventura fu che Andrea, accorrendo, ordinasse le galee si sferrassero dal porto, e si discostassero in mare; allora il popolo, vistosi tronco il cammino, si placò alle promesse del Doria, il quale lo mallevava, che lo Imperatore informato gli avrebbe tolto cotesto spino dall'occhio. Cesare Pallavicino fu subito spedito a Corte, non si sa con quali argomenti (comecchè si sappia i Genovesi avere sempre fatto capitale su gli scudi di oro), tirarono dalla loro un certo frate domenicano Multedo confessore dello Imperatore; di cotanto più facile riesciva al Pallavicino cattivarsi il padre domenicano, quanto, che questi avesse ruggine contra Cosimo per la soppressione ch'ei fece dei Frati di san Marco in odio del cultoda loro serbato pel Savonarola. Il Multedo non omise mettere a scrupolo di coscienza del suo imperiale penitente lo spoglio iniquo consumato in suo nome a danno della vedova e del pupillo; uno storico qui nota e bene, che il frate operò da quel valentuomo ch'egli era; per altro bisognava confessare, che avrebbe fatto meglio, dacchè era entrato su questo tasto, a mettergli a scrupolo di coscienza tutto il rimanente, ed era troppo più, che egli si teneva, come i cani cuccioli, con ingiustizia anco maggiore usurpato. A Cesare, cui bastava che Piombino fosse stato munito co' danari di Cosimo, non parve vero, sotto pretesto di giustizia, far sentire al tirannello fiorentino che aveva la rosa una stretta di mano; e poi trovò utile alla sua politica le gozzaie fra i principi a lui sottoposti inasprire speculando su la discordia per allungare gli ugnoli; quindi a Giovanni De Luna, e al Mendozza commetteva, che preso possesso di Piombino, con soldati spagnuoli lo presidiassero. Cosimo al quale sembrò, com'era difatti, essere giuntato, si risentiva; e Cesare all'opposto lo tassava d'ingratitudine, avendogli, secondochè gli rinfacciava, ottenuto dai Genovesi non senza molta fatica il quieto possesso delle fortezze della isola d'Elba ai Genovesi molestissime, perchè da loro temute minaccie e pericolo per la prossima Corsica;nondimanco Cosimo imbroncito non si mosse da Firenze per complire don Filippo al suo arrivo a Genova; dicono ch'ei mandasse il figliuolo Francesco in compagnia di un vescovo Ricasoli, scusandosi, narra Giambattista Cini nella vita di Cosimo, col travaglio, che gli davano le cose di Genova da lui vigilate pel servizio dello Imperatore, ma invece perchè lo smacco di Piombino gli si era fitto nel cuore, e però aveva seco stesso deliberato non volere tanto precipitare la sua reputazione, che ogni cenno dello Imperatore lo avesse sempre, e a qualunque sua voglia a movere: amando per sè e per la rimanente Italia l'amicizia di Cesare non la servitù, mentre a questa egli si mostrava piuttosto stupidamente cupido che a diritto sollecito ridurre; e queste sono le parole che possono parere generose, ma insomma le proverai inani, perchè come un duca di Fiorenza potesse pigliare queste arie con lo Imperatore non si capisce, se non che barcamenandosi con la Francia; ma allora, invece di vendicarsi in libertà , si sottometteva a due dipendenze; invece i Medici, e gli altri piccoli principi italiani, avendo sperimentato di tale ragione politica, trovarono che egli era come cacciarsi tra la incudine e il martello. Non senza cagione poi ho scritto dicono che andasse Francesco a complire il principe Filippo, però chesimile novella venga smentita dal Cantini, altro spositore della vita di Cosimo, insieme con la giunta dei centomila scudi di oro portati dall'erede di Cosimo in dono a Filippo, non parendo verosimile, che il duca, tanto per natura e per abito sospettoso, volesse avventurare in cotesti tempi torbi il figliuolo unico, e fanciullino di sette anni, e per di più presentare di tante monete l'erede di colui, che con sì gravi ingiurie lo aveva di recente angustiato. Su di che, se da un lato è da dirsi, che gli scrittori contemporanei, e vissuti in Firenze, pei fatti che videro meritano fede su quelli che vissero ai tempi nostri, dall'altro poi bisogna persuaderci che lo inverosimile, e nè manco lo strano somministrano motivo plausibile per discredere le azioni degli uomini.Se durante il viaggio, ovvero dopo toccato il lido accadesse questo altro caso che trovo scritto ed io riporto, non mi è noto; però sembrerebbe più certo che avvenisse in cammino. Avendo il principe spagnuolo richiesto Andrea del luogo dov'egli credeva ben fatto, ch'egli pigliasse stanza, quegli accorto rispose: in casa sua, che tale veramente doveva considerare il palazzo di Fassuolo, avendolo egli donato allo Imperatore Carlo, il quale benignamente accettatolo, glielo aveva restituito, affinchè lo custodisse e tenesse in puntoper sè e suoi in occasione che si dovessero fermare a Genova; e siccome Filippo si avvide che volteggiando non si accostava, andò diritto col domandargli in qual modo gli venisse dissentito albergare nel palazzo della Signoria; alla quale recisa domanda Andrea rispose reciso: cotesta essere la sede del Governo, nè potere il Governo trasferirsi altrove senza scapito di reputazione. Mentre così le cose passavano tra pirata e corsaro, e gli Spagnuoli, sicuri dell'esito di cotesta scherma, ne pigliavano sollazzo, ecco appressarsi una galea sottile, spedita da Ferrante Gonzaga, annunziatrice essere le argute insidie andate all'aria; all'erta il Senato, l'ingresso della città alla gente in armi disdetto; guaste le insidie, se si potesse adoperarci la forza, si facesse; altrimenti mettessero l'animo in pace.Filippo, il quale alle stupende qualità di fingere sortite dalla natura non aveva anco dato l'ultima mano col freno dell'arte, sdegnoso dichiara non volere più oltre andarsene a Genova; gitterebbe l'áncora a Savona; lo dissuadeva il duca di Alva; però mutato animo, accoglieva cortese quattro ambasciatori della repubblica a Ventimiglia, donde poi avendo con esso loro mosso a Savona, colà lo raggiunsero a complirlo altri otto oratori con a capo Agostino Lomellino;poi l'ospitava Benedetta Spinola, e n'ebbe fama di gentile e di magnifica; dopo due giorni pigliava stanza nel palazzo di Fassuolo: però prima di entrare, quasi ammonimento della Provvidenza, a due miglia dalla lanterna, la galea Lione di Napoli ruppe dentro uno scoglio a fior d'acqua aprendosi da cima in fondo: comecchè fossero prontamente soccorsi, a stento poterono salvarsi quelli che ci erano su. Don Alonzo Osorio ci perse tutte le sue robe, e don Luigi della Cerda le robe e quasi la vita, imperciocchè tanto restasse in mare che sebbene si reggesse a noto, per la spossatezza o pel freddo stava lì per dare gli ultimi tratti. Su questa galea andavano i fornimenti della cappella del Principe, di valore non lieve, e ne patirono gran danno. Della gente accorsa in frotta dalla universa Italia a far prova di abiezione, o per agonia di comodi da lungo sollecitati e non conseguiti mai, o per isperanza di ottenerne dei nuovi, o per paura di perdere quelli già avuti, si tace. Andrea superò in isplendidezza la stessa aspettativa degli Spagnuoli magnifici molto, e più che magnifici ostentatori di magnificenza, studioso com'era di abbondare nelle mostre, quanto più fermo di niente cedere nella sostanza.Lo storico Bonfadio, cui io non saprei a che cosa paragonare, ove non fosse ai rei scrittoridi diari che oggidì appellansi officiali, narra come, durante i quindici giorni passati da Filippo a Genova, ogni cosa procedesse quietissimamente (adesso direbbesiregnò l'ordine più perfetto) e dovunque con plauso infinito lo accogliessero; però nacque un tumulto; dunque le cose non passarono quietissimamente; di fatti non uno, due furono i tumulti. La notte del 3 dicembre, levatosi allo improvviso romore, si udì il grido:ammazza! ammazza!e il popolo traendo fuori imperversato irrompe al molo, dove per le taverne cerca gli Spagnuoli, gli sostiene prigioni, li minaccia, e trascorreva a peggio; se non che a comporre il disordine accorse prontissimo con gente armata il colonnello Spinola, e subito dopo il Doria stesso, i quali, riscattati non senza molta fatica gli Spagnuoli dalle mani del popolo, li fece scortare alle navi; troppo più grave fu il caso che avvenne tre giorni dopo.Essendo giunto a notizia del Principe come si trovasse rifuggito a Genova don Antonio d'Arze gentiluomo spagnuolo, condannato a morte per avere affogato dentro la vasca del suo giardino il proprio nipote, fanciullo di otto anni, per iniqua ingordigia della sostanza di lui, mandò a mettergli le mani addosso il suo Auditore Migliacca o Minciacca, il quale chiese in grazia al Senato di pigliarlo in deposito nella torredel palazzo, cosa che gli venne di leggieri consentita: il giorno dopo il Migliacca, sotto pretesto di andarlo a levare per ispedirlo a Vagliadolidde, dove gli avevano a mozzare la testa, ci si condusse in compagnia di ottanta archibusieri, i quali portavano le micce accese. Forse l'Auditore cotale adoperò per sospetto che gli amici del gentiluomo non glielo cavassero di sotto, ma i Genovesi per natura acerbi, dal vecchio odio inviperiti, e tuttavia mareggianti per la fresca ingiuria, nonmenochè ombrosi di qualche nuova violenza, vista tanta gente, chiusero i rastrelli del palazzo e fecero sapere, che dentro non avrebbero messo che pochi, gli altri aspettassero alle porte; e avevano ragione: gli archibusieri, arrecandosene, si avvisarono fare impeto, e i Genovesi, non meno risoluti, aspramente li respinsero. Dapprima schiamazzi e minacce, poi, come suole, batoste, e per ultimo archibugiate con ferite e morte di parecchi Spagnuoli. In un attimo la terra andò sossopra: le strade asserragliansi, il popolo subito abbranca le armi allestite, queste mancate, quelle che il furore ministra. — La scattò proprio di un pelo che la città non corresse sangue; tuttavia anco questa volta i maggiorenti, versandosi per le strade con preghiere e con lacrime giunsero a placare il popolo. Furono visti avvolgersi fra laplebe il Doge e Andrea Doria, che inetto per la troppa età ai solleciti moti, si faceva trasportare in lettiga là dove il pericolo stringeva maggiore.La mattina di poi il Senato fu sollecito di mandare una solenne ambasceria al Principe perchè scusasse l'accaduto, la quale dopo avere dato amplissimo torto al popolo, e alla guardia del palazzo, con promessa di cavarne quel castigo esemplare, che pur troppo meritavano, non mancò di riprendere i modi adoperati dagli archibusieri nel fare violenza al palazzo. Siccome da un lato e dall'altro a bisticciarsi la perdita era sicura, il negozio presto si accomodò. Dopo pochi giorni Filippo, con molta istanza supplicato, visitava Genova. Anco qui taccio gli arazzi, le donne, i drappi, i patrizii sciorinati, e i fiori, e le iscrizioni, e le statue, e i sonetti, proprio nel modo che si costuma anche oggi, perocchè la piaggeria come cosa goffa non sa inventare nulla di nuovo[34], e Dio, che volle senza confino la generosità del cuore, mise un termine all'abiezione.Solo però tornerà curioso ricordare come Filippo, appunto su la entratura della portadi Vacca, incontrasse poste in luogo eminente due statue, una delle quali rappresentava la Fede, e l'altra la Libertà , entrambe in atto di raccomandarsi a lui, ed erano bene raccomandate per Dio! Alla Fede ci provvide con la Inquisizione; alla Libertà troncando il capo allaGiustiziadi Arragona[35]. Però se non lava, attenuala ignominia italiana il vituperio di Fiandra, imperciocchè delle terre di cotesto paese, che Filippo empì di ruina e di morte, quando egli prima le visitò, una, Arras, scrisse sopra la porta donde Filippo entrava:Clementia firmabitur thronus eius, ed un'altra, Dordrect, ci pose la seguente non meno strana:Te duce Libertas tranquilla pace beabit!— Filippo scortato da duegento archibusieri recossi in san Lorenzo a messa, carezzò le femmine, se le gratificò co' doni, e piacque; nè veramente ei fu a quei giorni di sgradevole aspetto: biondo, e pallido, con occhi cerulei, sopraccigli quasi uniti, il labbro inferiore tumido, e la mascella sporgente, entrambi segni, dicono, di superbia e di lascivia; di persona ottimamente formato, danzatore egregio, giostratore non imperito.Andato a male il tiro della fortezza a Genova, non gli rimaneva a farci altro; però se ne partiva; e vuolsi credere che i Genovesi gli mandassero dietro un subbisso di benedizioni. Andrea ebbe merito, se non di avere ributtato sempre la proposta della fortezza e del presidio, certo poi di avere sconcio il disegno un po' con la resistenza aperta, e un po' coll'accortezza, conciossiachè se egli si sbracciava a sedare i tumulti, questo non significa mica che egli non gli avesse sottomano eccitati; il farefuoco nell'orcio, tra le arti di governo, fu in ogni tempo giudicata facilmente la prima.Poco dopo successe l'altro caso di Giovambattista Fornari ch'era stato doge, sostenuto per accusa di pratiche segrete con la Francia, allo scopo di ribellarla allo Imperatore. Don Ferrante Gonzaga, tenendole addirittura per provate perchè estorte per via di tormento di bocca ad un Clemente provenzale, frate francescano, e perchè gli tornava crederle, imponeva si decollasse il Fornari, e su la necessità di costruire la fortezza in Genova, e metterci dentro presidio spagnuolo, tornava più pertinace che mai. Contro la pertinacia del Gonzaga ostava quella del Doria, lima contro lima, il quale alla ricisa gli fece sapere, che insomma di fortezza e di presidio spagnuolo non ne voleva sapere, ed avesselo per inteso. Poco dianzi io giudicai avere mosso Andrea a cosiffatta risoluzione l'antico concetto, che mi parve norma delle sue azioni; voglio dire, tenere sì Genova sottoposta allo Impero, ma a mediazione dei suoi e sua: forse ci entrò rinterzato un po' di amore di non vedere la Patria del tutto serva, e forse in maggior copia l'odio contro gli Spagnuoli ladri, che già gliel'avevano manomessa; ma comunque di ciò fosse, io mi confermo nella opinione, che di questa corda il maggior filo era l'utile proprio. E qui mi occorreammonire, che il Prescott, storico americano di virtù insigne, nella storia del regno di Ferdinando il cattolico e d'Isabella riprenda i politici italiani, massime quelli del secolo decimosesto, perchè inclinarono a riferire le cause degli atti umani piuttosto alle ree ed interessate, che alle generose passioni, donde ricava indizio infelice per la morale del nostro paese. Ciò parmi non retto, chè porre la utilità propria a principio delle nostre azioni è cosa naturale, e meno d'ogni altro l'arebbe a contrastare un americano, e questo non merita biasimo nè lode finchè lo studio della propria utilità così proceda, che alla utilità altrui non giovi nè noccia: merita all'opposto commendazione grandissima quando procura ed ottiene procedere congiunta con la utilità altrui; degna è di biasimo se la utilità dei terzi od offenda o distrugga. Nel secolo sedicesimo i costumi perversi persuadevano per ordinario, che un principe, di tanto si credesse avvantaggiato, di quanto danneggiava popoli e stati, sicchè i nostri storici e politici, quello che videro notarono: non creavano già essi la morale pubblica; solo ne porgevano testimonianza, pur deplorando che tanto la fosse scaduta, e molti adoperandosi a migliorarla.Terminerò questo capitolo toccando della riforma introdotta per opera di Andrea Doria nelleleggi statuite da lui nel 1528: di cattive ei le rese pessime, e dall'aristocrazia tirò lo Stato all'oligarchico. Se ci avverrà di dettare la Vita di Ambrogio Spinola, ne chiariremo a parte a parte le colpe, e gli errori, imperciocchè, e lo avvertimmo di già , lo Spinola le avversasse con tutti i nervi nel 1575 contro i conati non meno estremi di Giovannandrea Doria a mantenerle. Lasciato stare il modo della composizione del Consiglio grande, e il numero dei componenti, il Doria gli tolse la facoltà di dare il Doge alla Repubblica secondo le forme consuete; il Consiglietto di ora in poi non estrassero più a sorte dal Consiglio grande, bensì elessero a voti fra i membri del medesimo, con l'arroto degli otto Priori del Banco di San Giorgio, dei Sette del Magistrato degli Straordinari, e dei cinque Sindacatori, o Censori supremi, ossia da quattrocentoventi cittadini. Il Consiglietto mandava a partito ventotto uomini fra i suoi componenti, e a questi davano balÃa di nominare il Doge e i Governatori. Tale la riforma nota col nome delGaribetto, perocchè Andrea costumasse servirsi di cotesta voce per significare come egli alle antiche leggi decretate da lui, o a sua insinuazione, egli avesse compartito garbo e grazia; e ad Andrea aristocratico fino alla cima dei capelli doveva parere così; ma noi, che torniamosopra le orme della storia per emendare i giudizii che ci compaiono errati, ne caveremo argomento per confermarci nella sentenza che Andrea non si piacque mai della libertà , nè mai la largiva al suo popolo: Genova amò come l'accorto colono ama il podere.
Ormai i passi del giovane Conte sono contati: giunto a Pontremoli, intanto che muta cavalli alla posta, ecco circondarlo una mano di soldati spagnuoli condotti dal capitano Pietro Dureto, ed intimargli l'arresto: opponendosi egli, mentre tenta levare i terrazzani a rumore, come quelli che serbavano grata memoria di casa Fiesca, si mette mano alle armi, dove dopo avere rilevato due ferite casca in terra; preso e legato lo imprigionano nel castello di Milano: colà ricercato sottilmente da Niccolò Sacco capitano di giustizia, confessa parte a parte quanto di colpa compì, e quanto disegnava eseguire: lo condannano a morte: per alcun tempo non se ne parla più, e parve lo dimenticassero, un bel giorno, e fu di sabato, trovaronlo su la piazza del castello tagliato in due tocchi, tramezzo a due torchi accesi. A Genova sostennero parecchi in prigione, e dacchè, dopo minuta indagine, non si rinvenne in loro peccato, si contentarono bandirli, uno solo più gramo degli altri decapitarono; si chiamava Ottaviano Zini, e si tenne per comune opinione, che tale adoperassero per non parere che avessero straziato tanti cittadini senza fondamento di verità ; cosa praticata prima di allora, e dopo; costumando la tirannide, dove trova offesa, farla pagare a quanti scopre colpevoli; dove la sospetta soltanto,ed anco ad uno per tutti: sono la paura, e il sospetto reati di cui glieli desta nel cuore.
Così ho narrato, perchè in altro modo non mi occorse, per ricerche instituite, trovare scritto. Che in parte più o meno grave la colpa fosse vera, apparisce probabile, considerata la natura umana, la impazienza giovanile, e le varie acerbissime offese con le quali lo avevano invelenito: però tutto a quel modo non deve essere passato, e di questo ogni uomo si persuaderà di leggieri dove pensi, che Jacopo Bonfadio, il quale per trovarsi in Genova, e allato a' Doria, doveva pure sapere di quel caso ben dentro, afferma che Giulio non ebbe mai intenzione di ammazzare Andrea, e che quanto confessò fu per forza di tormenti, che gli stessi storici venduti dicono crudelissimi: e se vuoi saggio d'ipocrisie vecchie, per farne confronto con le ipocrisie nuove, leggi quanto scrive Alfonso Ulloa, nella vita di Don Ferrante Gonzaga, intorno ad Alberigo fratello di Giulio ed al Gonzaga, di cui al primo cotesta morte approdò, e il secondo ordinò. «Cotesta morte dolseinternamenteal signore Alberigo, ed a tutti gli amici suoi, e principalmente a Don Ferrante, che conosceva, che quello incauto e mal consigliato cavaliere (che da fanciullo era stato messo ai servigi dell'Imperatore) era stato ingannato,e trattato diversamente di quello che il suo valoroso animo, ed altri pensieri ricercavano.» Misero! e non gli valse tutto questo almeno per non essere esposto, fatto a tocchi, sopra una pubblica piazza!
Amico Platone, più amica la verità , disse l'antico, e Carlo, e con esso lui quanti reggono despoti ripetono: amici quanti travagliansi, e si fanno ammazzare per noi, più amica la nostra potenza; così egli nel concetto della monarchia universale mirando a sottomettersi intieramente Genova, riputata, come veramente ella è, porto d'Italia, intendeva rifabbricarci quella stessa fortezza che già murarono i Francesi e disseroBriglia, quasi per tenere in freno la città , e secondo il suo vecchio costume presidiarla con soldati spagnuoli. A questo fine l'Oratore imperiale si industriava scalzare l'animo di Andrea Doria, dimostrandogli da un lato le insidie dei Francesi inviperiti, potenti, e prossimi in guisa da temere di vederseli ruinare addosso con improvvisa scorreria, e dall'altra i nemici della Patria domi sì non estirpati, e scemi non già di maltalento, bensì di forze, le quali col tempo si rifanno; lui troppo esperto per ignorare che gli amici, massime politici, non rallegransi di tutte le contentezze degli amici, nè di tutte le disdette intristisconsi. Ai nobili vecchiil partito di fabbricare la fortezza non isgarbava, usi dalla propria sicurtà in fuori non vedere, o curare nella Patria altro interesse; e poi, secondo il costume antico, si adattavano meglio a servire da una parte per dominare dall'altra, che vivere civilmente con uguaglianza sotto la legge. Andrea le cose esposte dall'Oratore aveva veduto prima di lui, ed altre parecchie che a lui erano sfuggite, onde in quella subita perturbazione dell'animo, e vinto altresì dalle istanze dei suoi settatori si lasciò andare per modo, da farsi intendere che alla fabbrica non si sarebbe mostrato contrario; allora questi, colta la palla al balzo, mandarono Adamo Centurione in Ispagna per negoziare il trattato.
Ma non si potendo le cose segretamente condurre, che in parte non trasparissero, il Comune di Genova, avuto odore del pericolo, si reca al Doria, e con preghiere la libertà della Patria gli raccomanda, che ormai in Italia non servire in tutto e per tutto gli stranieri appellavasi libertà , e lo supplica a rispettare la sua fama; pensi, a lui vecchio e senza figliuoli non potere concedere la fortuna maggiore onoranza quanto morire libero nella Patria per la sua virtù liberata, nè già sperasse che i cittadini di quieto sofferissero Genova ridotta alla odiosa servitù; che avrieno tolto innanzi mandarla afuoco e a fiamme. Al Doria, rimosso alquanto il pericolo e rinfrancato l'animo, tornarono gli antichi concetti a galla, di porre sè, la sua famiglia, e i suoi tra Genova e Spagna; serva la Patria a Carlo ma di seconda mano; e forse, anco, io lo voglio credere. Andrea in quel punto maledì in cuore suo la colpa antica di avere screduto, che la Italia potesse rivendicarsi a libertà : breve, promise non avrebbe avuto Genova nè fortezza, nè Spagnuoli; e mandata ogni pratica a monte, dalla osservanza delle promesse fatte ai cittadini nè per minacce, nè per blandizie si remosse: con lui d'insidie maestro, le insidie tornarono corte; nè la congiura del Fiesco fa caso, che il giovane conte di simulazione e di dissimulazione fu miracolo.
E le insidie ci furono e potentissime, imperciocchè il duca di Alva, sotto colore di venire in Italia per cercarvi Massimiliano nipote di Carlo V e condurlo in Ispagna, avesse comandamento da questo Imperatore dabbene di concertarsi col vicerè di Milano Ferdinando Gonzaga, e con Cosimo duca di Firenze, di occupare Genova per sorpresa nella occasione della fermata che ci avrebbe fatto il principe don Filippo suo figliuolo nel prossimo viaggio per le terre d'Italia; questi personaggi, dopo essersi data la posta a Piacenza, reputaronoopportuno convenirci mediante loro ministri per non mettere il campo a rumore; i quali difatti, adunatisi, vi fermarono quello che in breve esporrò. Il papa che, scottato già dall'acqua calda temeva la fredda, stando su l'avviso presentì primo la trama, e facendo dal governatore di Parma Carlo Orsino instituire sottile indagine, questi venne in cognizione come un certo, del consiglio segreto del Gonzaga, avesse svertato di cotali parole: tenere adesso le mani in pasta, la quale rimestata a dovere avrebbe dato bene altro pane, che quello di Piacenza; gli bucinarono altresì negli orecchi come alcuni colonnelli dello Imperatore avessero avuto ordine segreto di avvicinarsi verso i confini di Genova, e ne riferì a Roma, dove o per bontà di amico, o per commissione segreta della Corte, pigliatane lingua Lionardo Strata, gentiluomo genovese, questi fu a tempo di porgere consigli salutari alla Patria. Il Senato, o Comune di Genova, senza stare, visto il lupo a cercare l'orma, provvide secondo gli antichi ordinamenti, forse caduti in disuso, si deputassero quaranta nobili, i quali, descritte quaranta compagnie di duecento cinquanta uomini l'una, di buone armi le armassero, e le tenessero bene edificate per eseguire quanto venisse loro commesso di fare.
Andrea, come altrove dicemmo, sortito persua rea fortuna ad essere soprassagliente, ed albergatore di principi stranieri in Italia, imbarcava a Rosas, altri afferma a Barcellona, ma erra, Filippo per Genova, dopo avere condotto Massimiliano in Ispagna; chi nota cinquantotto essere, chi sessanta le galee capitanate allora da Andrea, sicule la più parte, e napolitane, o spagnuole; due di Antonio Doria, del Grimaldo di Monaco due, due del visconte Cicala, diciannove di Andrea, fra cui la quinquereme in cotesti tempi reputata cosa stupenda: quaranta navi onerarie seguivano. Quale e quanto il corteo, gli arnesi preziosi, le vesti sfoggiate, gli arazzi, le bandiere, i suoni, altri racconti: hacci un volume e grosso che ricorda i minuti particolari di questo viaggio, chi ne ha voglia lo legga: lo scrisse l'Estrellaspagnuolo[31]. A noi basti saperne tanto, che su le navi Filippo portava seco il vasellame della corte per comparire nei conviti onorevole, valutato un milione di oro[32]. Tuttavia notisi, ch'eilo portava per farlo vedere, e quasi per richiamo, come costuma chi uccella, perchè a veruno donò, se togli femmine[33], da tutti prese, massime in Italia, e più gli Spagnuoli insaccavano, e meno pareva loro che gli dessero, che davvero l'avara crudeltà di Catalognada nessuno fu vinta, se ne togli la odierna austriaca, la quale è pure consorte di quella.
Veleggiavano per le coste d'Italia su la medesima galera Andrea, il principe Filippo, il duca di Alva, il Madruzzo cardinale di Trento, don Luigi Davila commendatore di Alcantara, don Gomez Figuerroa, capitano della guardia, Guittierez Lopez di Padiglia maggiordomo ed altri personaggi preposti a tali e tante così svariate cariche, che troppo sarebbe lungo riferire: a vederli parevano sviscerati amici, tanto non rifinavano avvicendarsi oneste accoglienze e liete; più di tutti Filippo, il quale un dìarringava Andrea, rendendogli grazie non pure grandi, maravigliose, e nella sua orazione piena di concetti superlativi paragonò prima il padre Carlo a Giulio Cesare e a Filippo macedonio, poi più modestamente sè ad Alessandro magno. Gli Spagnuoli, tenendo ormai di aver agguindolato Andrea, comecchè urbanamente, lo proverbiavano, e lo davano a divedere, Andrea al contrario affatto sicuro della solerzia ligure lasciava dire mostrando di non addarsene.
Intanto chi di loro due si apponesse si chiariva da questo. Don Ferrante, giusto nel punto in che l'armata salpava da Rosas, aveva scritto al Senato: essere il principe Don Filippo partito di Spagna, ma siccome, venendo per mare, gli era tolto condurre seco accompagnatura dicevole alla grandezza sua, così dimandargli stanza per duemila cavalli e duemila fanti, co' quali egli si proponeva onorare in Genova la presenza del suo signore e padrone. Rispondeva il Senato: non la potere concedere, se non dopo informato del numero e della qualità degli uomini che traeva seco il principe Don Filippo; allora piglierebbe consiglio; replicava insistendo il Gonzaga: la guardia aversi a trovare sul posto appunto mentre il Principe scendeva a terra; gl'indugi sbandissero, ed i più tristi sospetti; ma il Senato pertinace ammonivaalla scoperta: dal poco fidarsi non essergliene capitato mai danno: venisse in compagnia di venti compagni e gli aprirebbero; se con più gli chiuderebbero le porte in faccia.
Allora la collera del Gonzaga, come colui che vedeva il male esito dei suoi tiri furbeschi, rotti gli argini dette di fuori e di rinfacci mandò giù un diluvio. Di qua e di là si avvicendarono proteste; all'ultimo il Senato, per non tirare di soverchio la corda, consentiva alloggiasse il Gonzaga a Sestri con duecento cavalli e trecento fanti.
Quanto a Cosimo ci occorre buona ragione per crederlo di voglie mutate, e lo argomentiamo da questo: premuroso di difendere e di crescere lo stato, egli aveva scritto allo Imperatore come Piombino, in mano di donna vedova e di garzone pupillo, male reggerebbe agli assalti nemici, e meno l'Elba per essere luogo aperto; desse a lui Piombino, spodestandone i signori vecchi, e gli consentisse fortificare la seconda, ed egli entrare mallevadore che sarieno entrambi rimasti illesi dagli sforzi dei Francesi. Piacque il partito allo Imperatore per molte cause, di cui non ultima, per non dire principale, quella di arruffare i principi italiani fra loro, e tenerseli come fili attaccati al dito. Gli Appiani pertanto si cacciarono via, e Piombino, consegnato a Cosimo, si munisce da luicon gagliardissimi baluardi; così eziandio l'Elba, e l'opere che ci furono fatte ammirò nel passato secolo il Vauban, ed anco nel nostro si tengono in pregio. I Genovesi, commossi per tale novità , come quelli che vivevano in inquietudine di Cosimo non meno ansiosa che dell'Imperatore, però che se questi superava quello in potenza, quegli vinceva questo di solerzia, e stando loro da canto poteva côrre a volo le occasioni, presero a levare infinite querimonie, e stette a un pelo che, saltati a tumulto su le galee, non uscissero a mettere sottosopra le muraglie fabbricate di fresco; ventura fu che Andrea, accorrendo, ordinasse le galee si sferrassero dal porto, e si discostassero in mare; allora il popolo, vistosi tronco il cammino, si placò alle promesse del Doria, il quale lo mallevava, che lo Imperatore informato gli avrebbe tolto cotesto spino dall'occhio. Cesare Pallavicino fu subito spedito a Corte, non si sa con quali argomenti (comecchè si sappia i Genovesi avere sempre fatto capitale su gli scudi di oro), tirarono dalla loro un certo frate domenicano Multedo confessore dello Imperatore; di cotanto più facile riesciva al Pallavicino cattivarsi il padre domenicano, quanto, che questi avesse ruggine contra Cosimo per la soppressione ch'ei fece dei Frati di san Marco in odio del cultoda loro serbato pel Savonarola. Il Multedo non omise mettere a scrupolo di coscienza del suo imperiale penitente lo spoglio iniquo consumato in suo nome a danno della vedova e del pupillo; uno storico qui nota e bene, che il frate operò da quel valentuomo ch'egli era; per altro bisognava confessare, che avrebbe fatto meglio, dacchè era entrato su questo tasto, a mettergli a scrupolo di coscienza tutto il rimanente, ed era troppo più, che egli si teneva, come i cani cuccioli, con ingiustizia anco maggiore usurpato. A Cesare, cui bastava che Piombino fosse stato munito co' danari di Cosimo, non parve vero, sotto pretesto di giustizia, far sentire al tirannello fiorentino che aveva la rosa una stretta di mano; e poi trovò utile alla sua politica le gozzaie fra i principi a lui sottoposti inasprire speculando su la discordia per allungare gli ugnoli; quindi a Giovanni De Luna, e al Mendozza commetteva, che preso possesso di Piombino, con soldati spagnuoli lo presidiassero. Cosimo al quale sembrò, com'era difatti, essere giuntato, si risentiva; e Cesare all'opposto lo tassava d'ingratitudine, avendogli, secondochè gli rinfacciava, ottenuto dai Genovesi non senza molta fatica il quieto possesso delle fortezze della isola d'Elba ai Genovesi molestissime, perchè da loro temute minaccie e pericolo per la prossima Corsica;nondimanco Cosimo imbroncito non si mosse da Firenze per complire don Filippo al suo arrivo a Genova; dicono ch'ei mandasse il figliuolo Francesco in compagnia di un vescovo Ricasoli, scusandosi, narra Giambattista Cini nella vita di Cosimo, col travaglio, che gli davano le cose di Genova da lui vigilate pel servizio dello Imperatore, ma invece perchè lo smacco di Piombino gli si era fitto nel cuore, e però aveva seco stesso deliberato non volere tanto precipitare la sua reputazione, che ogni cenno dello Imperatore lo avesse sempre, e a qualunque sua voglia a movere: amando per sè e per la rimanente Italia l'amicizia di Cesare non la servitù, mentre a questa egli si mostrava piuttosto stupidamente cupido che a diritto sollecito ridurre; e queste sono le parole che possono parere generose, ma insomma le proverai inani, perchè come un duca di Fiorenza potesse pigliare queste arie con lo Imperatore non si capisce, se non che barcamenandosi con la Francia; ma allora, invece di vendicarsi in libertà , si sottometteva a due dipendenze; invece i Medici, e gli altri piccoli principi italiani, avendo sperimentato di tale ragione politica, trovarono che egli era come cacciarsi tra la incudine e il martello. Non senza cagione poi ho scritto dicono che andasse Francesco a complire il principe Filippo, però chesimile novella venga smentita dal Cantini, altro spositore della vita di Cosimo, insieme con la giunta dei centomila scudi di oro portati dall'erede di Cosimo in dono a Filippo, non parendo verosimile, che il duca, tanto per natura e per abito sospettoso, volesse avventurare in cotesti tempi torbi il figliuolo unico, e fanciullino di sette anni, e per di più presentare di tante monete l'erede di colui, che con sì gravi ingiurie lo aveva di recente angustiato. Su di che, se da un lato è da dirsi, che gli scrittori contemporanei, e vissuti in Firenze, pei fatti che videro meritano fede su quelli che vissero ai tempi nostri, dall'altro poi bisogna persuaderci che lo inverosimile, e nè manco lo strano somministrano motivo plausibile per discredere le azioni degli uomini.
Se durante il viaggio, ovvero dopo toccato il lido accadesse questo altro caso che trovo scritto ed io riporto, non mi è noto; però sembrerebbe più certo che avvenisse in cammino. Avendo il principe spagnuolo richiesto Andrea del luogo dov'egli credeva ben fatto, ch'egli pigliasse stanza, quegli accorto rispose: in casa sua, che tale veramente doveva considerare il palazzo di Fassuolo, avendolo egli donato allo Imperatore Carlo, il quale benignamente accettatolo, glielo aveva restituito, affinchè lo custodisse e tenesse in puntoper sè e suoi in occasione che si dovessero fermare a Genova; e siccome Filippo si avvide che volteggiando non si accostava, andò diritto col domandargli in qual modo gli venisse dissentito albergare nel palazzo della Signoria; alla quale recisa domanda Andrea rispose reciso: cotesta essere la sede del Governo, nè potere il Governo trasferirsi altrove senza scapito di reputazione. Mentre così le cose passavano tra pirata e corsaro, e gli Spagnuoli, sicuri dell'esito di cotesta scherma, ne pigliavano sollazzo, ecco appressarsi una galea sottile, spedita da Ferrante Gonzaga, annunziatrice essere le argute insidie andate all'aria; all'erta il Senato, l'ingresso della città alla gente in armi disdetto; guaste le insidie, se si potesse adoperarci la forza, si facesse; altrimenti mettessero l'animo in pace.
Filippo, il quale alle stupende qualità di fingere sortite dalla natura non aveva anco dato l'ultima mano col freno dell'arte, sdegnoso dichiara non volere più oltre andarsene a Genova; gitterebbe l'áncora a Savona; lo dissuadeva il duca di Alva; però mutato animo, accoglieva cortese quattro ambasciatori della repubblica a Ventimiglia, donde poi avendo con esso loro mosso a Savona, colà lo raggiunsero a complirlo altri otto oratori con a capo Agostino Lomellino;poi l'ospitava Benedetta Spinola, e n'ebbe fama di gentile e di magnifica; dopo due giorni pigliava stanza nel palazzo di Fassuolo: però prima di entrare, quasi ammonimento della Provvidenza, a due miglia dalla lanterna, la galea Lione di Napoli ruppe dentro uno scoglio a fior d'acqua aprendosi da cima in fondo: comecchè fossero prontamente soccorsi, a stento poterono salvarsi quelli che ci erano su. Don Alonzo Osorio ci perse tutte le sue robe, e don Luigi della Cerda le robe e quasi la vita, imperciocchè tanto restasse in mare che sebbene si reggesse a noto, per la spossatezza o pel freddo stava lì per dare gli ultimi tratti. Su questa galea andavano i fornimenti della cappella del Principe, di valore non lieve, e ne patirono gran danno. Della gente accorsa in frotta dalla universa Italia a far prova di abiezione, o per agonia di comodi da lungo sollecitati e non conseguiti mai, o per isperanza di ottenerne dei nuovi, o per paura di perdere quelli già avuti, si tace. Andrea superò in isplendidezza la stessa aspettativa degli Spagnuoli magnifici molto, e più che magnifici ostentatori di magnificenza, studioso com'era di abbondare nelle mostre, quanto più fermo di niente cedere nella sostanza.
Lo storico Bonfadio, cui io non saprei a che cosa paragonare, ove non fosse ai rei scrittoridi diari che oggidì appellansi officiali, narra come, durante i quindici giorni passati da Filippo a Genova, ogni cosa procedesse quietissimamente (adesso direbbesiregnò l'ordine più perfetto) e dovunque con plauso infinito lo accogliessero; però nacque un tumulto; dunque le cose non passarono quietissimamente; di fatti non uno, due furono i tumulti. La notte del 3 dicembre, levatosi allo improvviso romore, si udì il grido:ammazza! ammazza!e il popolo traendo fuori imperversato irrompe al molo, dove per le taverne cerca gli Spagnuoli, gli sostiene prigioni, li minaccia, e trascorreva a peggio; se non che a comporre il disordine accorse prontissimo con gente armata il colonnello Spinola, e subito dopo il Doria stesso, i quali, riscattati non senza molta fatica gli Spagnuoli dalle mani del popolo, li fece scortare alle navi; troppo più grave fu il caso che avvenne tre giorni dopo.
Essendo giunto a notizia del Principe come si trovasse rifuggito a Genova don Antonio d'Arze gentiluomo spagnuolo, condannato a morte per avere affogato dentro la vasca del suo giardino il proprio nipote, fanciullo di otto anni, per iniqua ingordigia della sostanza di lui, mandò a mettergli le mani addosso il suo Auditore Migliacca o Minciacca, il quale chiese in grazia al Senato di pigliarlo in deposito nella torredel palazzo, cosa che gli venne di leggieri consentita: il giorno dopo il Migliacca, sotto pretesto di andarlo a levare per ispedirlo a Vagliadolidde, dove gli avevano a mozzare la testa, ci si condusse in compagnia di ottanta archibusieri, i quali portavano le micce accese. Forse l'Auditore cotale adoperò per sospetto che gli amici del gentiluomo non glielo cavassero di sotto, ma i Genovesi per natura acerbi, dal vecchio odio inviperiti, e tuttavia mareggianti per la fresca ingiuria, nonmenochè ombrosi di qualche nuova violenza, vista tanta gente, chiusero i rastrelli del palazzo e fecero sapere, che dentro non avrebbero messo che pochi, gli altri aspettassero alle porte; e avevano ragione: gli archibusieri, arrecandosene, si avvisarono fare impeto, e i Genovesi, non meno risoluti, aspramente li respinsero. Dapprima schiamazzi e minacce, poi, come suole, batoste, e per ultimo archibugiate con ferite e morte di parecchi Spagnuoli. In un attimo la terra andò sossopra: le strade asserragliansi, il popolo subito abbranca le armi allestite, queste mancate, quelle che il furore ministra. — La scattò proprio di un pelo che la città non corresse sangue; tuttavia anco questa volta i maggiorenti, versandosi per le strade con preghiere e con lacrime giunsero a placare il popolo. Furono visti avvolgersi fra laplebe il Doge e Andrea Doria, che inetto per la troppa età ai solleciti moti, si faceva trasportare in lettiga là dove il pericolo stringeva maggiore.
La mattina di poi il Senato fu sollecito di mandare una solenne ambasceria al Principe perchè scusasse l'accaduto, la quale dopo avere dato amplissimo torto al popolo, e alla guardia del palazzo, con promessa di cavarne quel castigo esemplare, che pur troppo meritavano, non mancò di riprendere i modi adoperati dagli archibusieri nel fare violenza al palazzo. Siccome da un lato e dall'altro a bisticciarsi la perdita era sicura, il negozio presto si accomodò. Dopo pochi giorni Filippo, con molta istanza supplicato, visitava Genova. Anco qui taccio gli arazzi, le donne, i drappi, i patrizii sciorinati, e i fiori, e le iscrizioni, e le statue, e i sonetti, proprio nel modo che si costuma anche oggi, perocchè la piaggeria come cosa goffa non sa inventare nulla di nuovo[34], e Dio, che volle senza confino la generosità del cuore, mise un termine all'abiezione.Solo però tornerà curioso ricordare come Filippo, appunto su la entratura della portadi Vacca, incontrasse poste in luogo eminente due statue, una delle quali rappresentava la Fede, e l'altra la Libertà , entrambe in atto di raccomandarsi a lui, ed erano bene raccomandate per Dio! Alla Fede ci provvide con la Inquisizione; alla Libertà troncando il capo allaGiustiziadi Arragona[35]. Però se non lava, attenuala ignominia italiana il vituperio di Fiandra, imperciocchè delle terre di cotesto paese, che Filippo empì di ruina e di morte, quando egli prima le visitò, una, Arras, scrisse sopra la porta donde Filippo entrava:Clementia firmabitur thronus eius, ed un'altra, Dordrect, ci pose la seguente non meno strana:Te duce Libertas tranquilla pace beabit!— Filippo scortato da duegento archibusieri recossi in san Lorenzo a messa, carezzò le femmine, se le gratificò co' doni, e piacque; nè veramente ei fu a quei giorni di sgradevole aspetto: biondo, e pallido, con occhi cerulei, sopraccigli quasi uniti, il labbro inferiore tumido, e la mascella sporgente, entrambi segni, dicono, di superbia e di lascivia; di persona ottimamente formato, danzatore egregio, giostratore non imperito.
Andato a male il tiro della fortezza a Genova, non gli rimaneva a farci altro; però se ne partiva; e vuolsi credere che i Genovesi gli mandassero dietro un subbisso di benedizioni. Andrea ebbe merito, se non di avere ributtato sempre la proposta della fortezza e del presidio, certo poi di avere sconcio il disegno un po' con la resistenza aperta, e un po' coll'accortezza, conciossiachè se egli si sbracciava a sedare i tumulti, questo non significa mica che egli non gli avesse sottomano eccitati; il farefuoco nell'orcio, tra le arti di governo, fu in ogni tempo giudicata facilmente la prima.
Poco dopo successe l'altro caso di Giovambattista Fornari ch'era stato doge, sostenuto per accusa di pratiche segrete con la Francia, allo scopo di ribellarla allo Imperatore. Don Ferrante Gonzaga, tenendole addirittura per provate perchè estorte per via di tormento di bocca ad un Clemente provenzale, frate francescano, e perchè gli tornava crederle, imponeva si decollasse il Fornari, e su la necessità di costruire la fortezza in Genova, e metterci dentro presidio spagnuolo, tornava più pertinace che mai. Contro la pertinacia del Gonzaga ostava quella del Doria, lima contro lima, il quale alla ricisa gli fece sapere, che insomma di fortezza e di presidio spagnuolo non ne voleva sapere, ed avesselo per inteso. Poco dianzi io giudicai avere mosso Andrea a cosiffatta risoluzione l'antico concetto, che mi parve norma delle sue azioni; voglio dire, tenere sì Genova sottoposta allo Impero, ma a mediazione dei suoi e sua: forse ci entrò rinterzato un po' di amore di non vedere la Patria del tutto serva, e forse in maggior copia l'odio contro gli Spagnuoli ladri, che già gliel'avevano manomessa; ma comunque di ciò fosse, io mi confermo nella opinione, che di questa corda il maggior filo era l'utile proprio. E qui mi occorreammonire, che il Prescott, storico americano di virtù insigne, nella storia del regno di Ferdinando il cattolico e d'Isabella riprenda i politici italiani, massime quelli del secolo decimosesto, perchè inclinarono a riferire le cause degli atti umani piuttosto alle ree ed interessate, che alle generose passioni, donde ricava indizio infelice per la morale del nostro paese. Ciò parmi non retto, chè porre la utilità propria a principio delle nostre azioni è cosa naturale, e meno d'ogni altro l'arebbe a contrastare un americano, e questo non merita biasimo nè lode finchè lo studio della propria utilità così proceda, che alla utilità altrui non giovi nè noccia: merita all'opposto commendazione grandissima quando procura ed ottiene procedere congiunta con la utilità altrui; degna è di biasimo se la utilità dei terzi od offenda o distrugga. Nel secolo sedicesimo i costumi perversi persuadevano per ordinario, che un principe, di tanto si credesse avvantaggiato, di quanto danneggiava popoli e stati, sicchè i nostri storici e politici, quello che videro notarono: non creavano già essi la morale pubblica; solo ne porgevano testimonianza, pur deplorando che tanto la fosse scaduta, e molti adoperandosi a migliorarla.
Terminerò questo capitolo toccando della riforma introdotta per opera di Andrea Doria nelleleggi statuite da lui nel 1528: di cattive ei le rese pessime, e dall'aristocrazia tirò lo Stato all'oligarchico. Se ci avverrà di dettare la Vita di Ambrogio Spinola, ne chiariremo a parte a parte le colpe, e gli errori, imperciocchè, e lo avvertimmo di già , lo Spinola le avversasse con tutti i nervi nel 1575 contro i conati non meno estremi di Giovannandrea Doria a mantenerle. Lasciato stare il modo della composizione del Consiglio grande, e il numero dei componenti, il Doria gli tolse la facoltà di dare il Doge alla Repubblica secondo le forme consuete; il Consiglietto di ora in poi non estrassero più a sorte dal Consiglio grande, bensì elessero a voti fra i membri del medesimo, con l'arroto degli otto Priori del Banco di San Giorgio, dei Sette del Magistrato degli Straordinari, e dei cinque Sindacatori, o Censori supremi, ossia da quattrocentoventi cittadini. Il Consiglietto mandava a partito ventotto uomini fra i suoi componenti, e a questi davano balÃa di nominare il Doge e i Governatori. Tale la riforma nota col nome delGaribetto, perocchè Andrea costumasse servirsi di cotesta voce per significare come egli alle antiche leggi decretate da lui, o a sua insinuazione, egli avesse compartito garbo e grazia; e ad Andrea aristocratico fino alla cima dei capelli doveva parere così; ma noi, che torniamosopra le orme della storia per emendare i giudizii che ci compaiono errati, ne caveremo argomento per confermarci nella sentenza che Andrea non si piacque mai della libertà , nè mai la largiva al suo popolo: Genova amò come l'accorto colono ama il podere.