CAPITOLO X.Imprese di Andrea decrepito; ha bisogno di vivere, e vive. — Si parla di Dragut, e si mostra in qual concetto lo tenesse il Doria. — Dragutte vigila per ampliare nel Mediterraneo lo imperio di Solimano. — Casi di Affrica, città in Affrica. — Arti del Dragutte per impadronirsene; — capitate male le insidie ricorre alla forza, ed anco questa mescolata di frode, sicchè all'ultimo riesce, e se ne fa signore; nè però la regge improvvido o crudele. — Carlo V ordina la impresa dell'Affrica, e ci prepone Andrea per le cose di mare, e Giovanni della Vega vicerè di Sicilia per quelle di terra. — Ingiustizia degl'improperi degli storici anco moderni contra il Dragut. — Dragut nabissa le coste d'Italia; ruina di Rapallo, e caso dello innamorato Magiacco. — Gl'imperiali pigliano Monastir, prima la terra, poi la rôcca con la morte di tutti i difensori. — Il Dragutte infuria su le spiagge spagnuole per divertire la guerra dall'Affrica e invano. Assedio dell'Affrica, e sue difficoltà. — Battesi la cortina invano; scalata al rivellino respinta; pretesti inutili per onestare la disfatta. — Screzio tra il vicerè della Vega e don Garzia di Toledo. — Le milizie sconfortate, i capi si rimettono in Andrea, che manda a Genova e a Livorno a pigliarli; i quali celeremente portati sollevano le speranze degli assediati. — Disegni del Dragutte di assalire da due parti il campo; il della Vega avvisato lo previene, fazione contro il Dragut, che rotto ripara alle navi. — Osservazioni su gliscrittori di varie nazioni, che parlano di Andrea Doria. — Sortita degli assediati respinta. — Si delibera l'assalto della terra dal mare. — Il Doria inventa le batterie galleggianti e come le fabbrica. — S'è verosimile che inventasse queste batterie don Garzia di Toledo. — Gl'Italiani e i cavalieri di Rodi assaltano la terra e la pigliano con la morte di tutti i Turchi. — I cristiani fanno schiavi i cittadini e li vendono; — ma di ogni altra cosa si trova scarsa la preda. — L'armata imperiale al ritorno patisce fortuna di mare. — Il Dragutte va a Costantinopoli, dove propiziatosi Solimano è creato da lui Sangiacco di Barberia. — Il Dragutte alle Gerbe, va a chiudercelo il Doria; il quale muove all'ospite del Dragutte turpe proposta e n'è vergognosamente ributtato. — Il Dragutte gli sguizza di mano con lo stesso strattagemma che adoperò Annibale a Taranto. — Paolo Giovio attribuisce il medesimo trovato a Consalvo Fernandez. — Dove e quando morisse il Dragutte. — Fortuna e sua mutabilità. — Decadenza di Carlo V. — Guerra di Parma; il duca Ottavio si lega con Francia; papa e impero contra lui; non fanno frutto; il papa Giulio III perde in cotesta guerra reputazione, pecunia e la vita del nipote. — Guerra in Piemonte. — Guerra in Germania. — Fuga dello imperatore da Villaco descritta. — Guerra di Siena. — Cosimo dei Medici e Piero Strozzi. — Andrea soccorre languidamente Cosimo; alcuni dicono che salvasse, altri che perdesse navi cariche di grano: come si accorda la discrepanza. — Gesti gloriosi del Doria in Maremma. — Andrea fugge davanti Lione Strozzi. — Lione Strozzi va in Ispagna e per poco non piglia Barcellona. — Rotta di Ponza, dove Andrea Doria perde sette galee e non soccorre Napoli. — Commissione della Francia al Mormile; che per astio del principe di Salerno tradisce. — Il Doria tornando a Napoli libera Orbetello dallo assedio. — Lettere falsate dal Mormile perrimandare l'armata turca, e corruzioni. — Arimone oratore di Francia per troppo zelo dà nella pania. — La guerra si volta tutta in Corsica. — Genova perde tutta la isola tranne Calvi e San Bonifazio. — Mirabile difesa di San Bonifazio: si rende a patti: opinioni varie intorno alle cause della resa: i patti non si osservano. — I Francesi rendono la pariglia allo Imperatore co' falsi sigilli compensando le false lettere. — Francia offre rendere la Corsica al Senato di Genova, purchè si stacchi dallo Imperatore; il Senato e Andrea ne ragguagliano Cesare. — Gagliardi soccorsi di Carlo; anco Cosimo duca di Firenze sovviene la impresa; provvisioni di guerra e condotte di soldati che fa l'ufficio di San Giorgio. — Andrea eletto capitano generale riceve lo stendardo di san Lorenzo. — Cristofano Pallavicino precede Andrea e libera Calvi; — Agostino Spinola sbarca a Erbalunga e manda il paese a ferro e a fuoco. — Andrea sbarca nel golfo di San Fiorenzo, e assedia la terra che porta il medesimo nome; — poi percosso dalla infinita mortalità muta l'assedio in blocco. — Manda Angiolo Santo delle Vie ad assalire Bastia, e quegli piglia la città e la rôcca; volendo poi stravincere a Furiani è battuto due volte. — Il Thermes tenta offendere di fianco Agostino Spinola. — Bella azione di Giovanni da Torino che soccorre per forza San Fiorenzo, e poi n'esce alla scoperta e si salva combattendo. — Andrea si ostina a rimanere intorno San Fiorenzo in onta alla moría; — il Thermes e il Sampiero, tentato ogni verso invano per sorprendere la sua vigilanza, per disperati si ritirano a Corte. — San Fiorenzo viene a patti; Andrea ne propone dei crudeli: ributtansi; alle istanze dei suoi ricusa cedere in apparenza, ma in sostanza concede si salvino i fuorusciti côrsi e napolitani; ma poi si pente; e presi trentatrè côrsi gli mette al remo. — I Francesi abbandonano i Côrsi nella pace di Castello Cambrese. — Andrea ha da levarsidalla impresa di Corsica per condurre soccorsi a Napoli; passando presso la torre di Spano, tratto in agguato, perde quattrocento e più uomini. — Giovannandrea perde una galea a Portoferraio investendo tra gli scogli; nove ne manda a traverso in prossimità di Portovecchio: quasi a conforto di tante trafitture di Andrea il suo nipote piglia poco dopo cinque fuste turche.Quando i Romani videro Mario, il quale ormai vecchio di sessanta anni, desiderando di andare a combattere Archelao e Neottolemo satrapi del re Mitridate, industriavasi mantenersi gagliarde e bene disposte le membra esercitandosi nella palestra coi giovani a maneggiare cavalli ed a trattare armi, lo compassionavano come quello, che di povero diventato ricco, e di piccolo grandissimo, dopo tanti trionfi e dopo tante gioie godute non sapesse finire in pace la prospera ventura. Ciò che i Romani avrieno detto adesso, considerando Andrea Doria, ignoro; questo so, che come a me, ad altri deve riuscire stupendo contemplare un vecchio di ottantaquattro anni (che tanti ne contava Andrea in quel torno), condotto a quello estremo termine in cui la vita della più parte dei mortali è conchiusa, o se da taluni è toccata, a sè procaccia fastidio, in altrui mestizia per la ruina di animo e di corpo, che partorisce strappare, per così dire, al sepolcro gli anni che avrebbe dovutovivere Giannettino, e correggendo l'errore della morte, aggiungerli alla propria vita, riempiendone lo spazio tra sè e il nepote Giovannandrea; la quale cosa avrebbe dovuto naturalmente fare il suo figliuolo adottivo Giannettino: certo la volontà, comunque indomata, dell'uomo tanto non può, e tuttavia, in parte, penso, che possa. Narriamo dunque le geste di Andrea decrepito, mentre i suoi coetanei tutti, e dei discendenti i più, da lunga stagione dormono il sonno eterno.Chi fosse Dragutte narrammo, e come, caduto in podestà di Andrea, lo francasse non già per cupidigia di taglia eccessiva, secondochè parecchi fra gli antichi, e taluno moderno scrittore si ostina a rinfacciargli (avendo dimostrato che la fu piuttostochè discreta meschina); bensì perchè i Turchi si piegassero al costume di fare a buona guerra o almanco non incrudelissero. Che poi il Rais turco fosse uomo di guerra prestantissimo, veruno il seppe quanto Andrea, il quale così lo tenne in pregio che volle perpetuarne la immagine sopra le proprie medaglie dietro la sua: di fatti non si revoca in dubbio che ritragga il Dragutte la testa che vediamo nel rovescio di quella disegnata nelle monete, medaglie e sigilli dei principi Doria descritti ed illustrati da Antonio Olivieri, ed èla prima della Tavola II[36]. Costui pertanto, dopo la morte dell'ultimo Barbarossa, rimasto solo a vigilare le cose dell'Affrica, spiando diligentissimo le occasioni per confermare od ampliare il dominio del suo Signore, venne a sapere come nella città modernamente chiamata Affrica e Media, ed in antico Lepti, ovvero Afrodisio pel culto che dentro un solennissimo tempio vi professavano a Venere dea, alcuni, congiurati insieme per odio alla tirannide, o piuttosto, secondochè più spesso avviene, per voglia di farsi tiranni, spento il principe la ressero, e bene, almeno su i primordi, come suole, procurando metterla in fiore col ricoverarvi copia di Ebrei e di Arabi cacciati via dalla Spagna e dal Portogallo, i quali vi trasportarono le industrie loro e i commerci. Sembra che la città imperassero o tutti in una volta, o con alterna vece quattro principali cittadini, dacchè sappiamo che Dragut, essendosi propiziato co' doni uno fra essi chiamato Brambara, chiese accettassero in Affrica come cittadino, persuaso che volentieri glielo assentissero; e s'ingannò, imperciocchè quanto più si sbracciava il Brambara a caldeggiare il partito, tanto meglio glialtri si ostinavano a rigettarlo, conoscendo espresso che, entrato cittadino in piccola terra il comandante di sessanta tra galee, galeotte e legni minori, se dura un dì senza farsi tiranno gli è per miracolo. Andate male le arti astute, si pose mano alle violente. Dragutte incollerito bandiva, poichè compagni non avevano voluto diventargli, gli abitatori dell'Affrica si apparecchiassero ad obbedirlo servi; se sapevano si difendessero. Chiamato il Brambara in luogo segreto parecchie miglia lontano della città, gli commette quanto egli abbia da fare dopo consegnatigli cinquecento Turchi usi agli sbaragli; egli poi va con le navi ad attelarsi dinanzi la città, briccolandoci di tratto in tratto qualche palla, indi rinforza, all'ultimo piglia a bombardarla con ruinoso fracasso. I terrazzani non temendo assalti dalla parte di terra voltansi al mare, e nella zuffa si versano intensissimi, tanto più che pareva loro di cavarla a bene; per le quali cose il Brambara ebbe agio, sperto com'era dei luoghi, di accostarsi inosservato alle mura, scalarle, e correre co' Turchi la città. Così l'Affrica cadde in potere del Dragutte, che posto subito termine al saccheggio, la governò prudente, la costituì emporio delle sue prede, arsenale delle navi, arnese di guerra, così a difendere come ad offendere adattatissimo,giacendo ella sopra una estrema lingua di terra proprio di rimpetto alla Sicilia; donde però lo speculare continuo, lo spiccarsi istantaneo, e il ripararsi sicuro. Carlo V, non potendo patire cotesto stecco su gli occhi, mosso ancora dai prieghi dei popoli, ordinò a Giovanni della Vega vicerè di Sicilia, e al Doria, di condursi a fare cotesta impresa, preponendo il primo al comando della gente di terra, il secondo a quello dell'armata.Era mente dei capi che gli apparecchi così in segreto si ammannissero, che nè anco un fumo ne traspirasse; comandi questi più facili a darsi che ad ottenersi; in vero, di ciò tosto ragguagliato il Dragutte irrompe a tempestare per le coste d'Italia; in ogni tempo per uscire in corso gli saria bastato anco meno, adesso poi lo moveva causa giusta, e ce n'era di avanzo, conciossiachè intendesse stornare la guerra dall'Affrica. Gli storici contemporanei, che diluviano vituperii sopra Dragutte, voglionsi compatire come quelli che trasporta la veemenza delle passioni del tempo, ma noi che conosciamo oggi come Turchi e Spagnuoli fossero belve pari, e del pari bramosi di preda, bene possiamo riprendere il modo di condurre la guerra nel Dragutte, ma, oltrechè dal modo col quale la conducevano gli Spagnuoli la sgarava di poco,dobbiamo confessare, che quanto al fine, i Turchi miravano conquistare la Italia su gli Spagnuoli, e gli Spagnuoli cacciare via i Turchi dall'Affrica; entrambi ladri di terre altrui; e se noi altri Italiani dovevamo scapitare o avvantaggiarci piuttosto con Maometto che con la Inquisizione, o con questa piuttosto che con quello, è cosa che renunzio a definire.Dragutte pertanto, presa una nave genovese dei Caneti presso Trapani, la spoglia del carico; poi fa correre voce: che, lacero dalle tempeste, gli è forza rientrare nei porti. Il Doria tosto esce sul mare dove, cercato invano il Dragutte, torna indietro per torsi su la nave Muleasse re di Tunisi e traghettarlo per prezzo in Affrica: allora Dragutte sguizza fuori dai nascondigli, e mena ruina lungo le riviere. Rapallo ne andò sottosopra, e qui la tradizione racconta accadesse la strana avventura, che forse non fie grave di leggere a sollievo della mente affaticata dalla storia dei continui infortuni. Bartolommeo Magiocco, giovane rapallese, ama una giovane donna e non è amato: già si crede che formosissima ella fosse, ma bella o no piaceva al giovane e basta. Nel buio della notte irrompono i Turchi, la gente atterrita dagli urli, dai fuochi e dallo strepito delle armi, non fugge, vola: l'aspra cura di sè vince ogni affetto; nèa padre, nè a congiunti pensano, o se ci pensano non gli sovvengono; così lasciano in abbandono la ritrosa amata dal Magiocco, che desta al rumore trema come foglia, e si rannicchia nel buio; però al Magiocco bastò l'animo di volgere il viso colà dove tutti voltavano le spalle, nè gli preme morire, dacchè tanto vivere senza l'amor suo non pativa, e così sperimenta la fortuna cortese, che inosservato penetra nella casa della giovane, lei svenuta si reca sopra le spalle, e con esso seco si riduce a salvamento: affermano che a tanta prova di affetto il cuore della giovane si squagliasse, e l'amò, e forse lo amava anco prima, che in molte donne è natura mostrarsi superbe quanto più si mirano attorno gli amanti devoti: e se taluna viene per blandimenti propizia, ad altre all'opposto piace essere espugnata come rocca nemica: ma ciò agl'intendenti.Queste ed altrettali accortezze giovarono poco al Dragut, imperciocchè Andrea, recatisi in nave nel golfo della Spezia mille Spagnuoli, quinci sferrando con ventidue galee, venti sue e due del Visconte Cicala, veleggia per Napoli e Sicilia, dove si aggiunge altre trentadue galee imperiali tutte, togline tre del Papa comandate dal Priore di Lombardia, e tre di Cosimo ducadi Firenze cui era preposto Giordano Orsino; poi tocca Trapani dove si reca a Capobuono già promontorio Mercurio. — Data e ricevuta qualche batosta, su lo appressarsi della spiaggia fu consiglio dei capitani occupare innanzi tratto Monastir terricciuola prossima all'Affrica, la quale, per trovarsi povera di gente, Dragutte aveva presidiata con un buon polso di Turchi, e parve ottimo partito, essendo a temersi, che mentre essi si sarieno travagliati intorno all'Affrica, Dragutte, che se ne stava fuori, colà raccogliesse lo sforzo dei Turchi e degli Arabi dalla universa Barberia, e fatto impeto improvviso sturbasse e ruinasse la impresa. La terra cadde in mano dei nostri, e fu poca fatica: più duro intoppo oppose il castello, perchè prima non si ebbe se non se ne ammazzarono tutti i difensori: dei nostri ce ne rimase oltre sessanta, senza contare i feriti, e dei più prestanti, come suole; una galera per lo stianto di un cannone si sfasciò.Dragutte, cruccioso per non avere potuto stornare le armi imperiali dall'Affrica, imbizzarrisce su i mari, e dopo le liguri manda a fuoco e a sacco le spiagge côrse, elbane, tosche, e poi si arrischia fino alle spagnuole; a Valenza fa danno, lo ributtarono a Maiorca, ma invano, chè Andrea fermo più che maidi starsi alla espugnazione di Media lo lascia sfogare.E' fu solo sul finire del giugno che don Giovanni della Vega, il quale, dopo surrogato il figliuolo Alvaro a reggere come vicerè la Sicilia, si condusse all'assedio di Media recando seco quattromila Spagnuoli, e arnesi adatti per abbattere muraglie; compito in meno di due giorni lo sbarco così della gente, come di ogni altra cosa necessaria al campeggiare, manda don Garzia a mettere le tende su certo colle soprastante alla città, egli si accampa poco oltre in luogo dilettevole, postando due compagnie di Spagnuoli in certo ricetto fabbricato sul lido a guardia e difesa delle munizioni.Sorge la città di Media in cima di una lingua di terra su la costa di Barberia a tramontana dalla Sicilia: dal lato di oriente guarda Malta e l'isola di Gerbe, a ponente Tunisi e la Goletta; gira all'intorno quattro miglia e più; da tre parti la circonda il mare, la quarta va esposta agli assalti di terra: però dal mare non temeva offese o poco, imperciocchè il basso fondo del mare, se togli in due anguste calanche, non desse luogo si accostassero navi grosse; delle piccole non era a farsi caso. Muraglie validissime, e rinforzate da cinque torri costruite a uguali intervalli, la difendevano dallaparte di terra con un rivellino più in alto sporgente in punta molto in fuori. Riconosciuta per la seconda volta la terra, parve impresa più ardua di quella che dapprima non comparisse, e giudicando impossibile batterla dal lato del mare, ventilarono sul modo di assalirla per terra. Alcuni volevano si battesse prima il rivellino, prevedendosi che i cannoni, di che appariva munito, arieno malconcio qualunque si fosse attentato battere la cortina: altri all'opposto opinavano si avesse a combattere addirittura la cortina schermendosi dai fuochi del rivellino, sia bersagliando con gli archibusieri chi stava attorno alle artiglierie, sia costruendo terrapieni e travate. Prevalse in Consulta il secondo partito, però che il buon costume di guerra persuadesse incominciare gli assalti dai luoghi più deboli; e di vero procedendo altramente si corre pericolo, che i soldati per la troppa resistenza si scorino, e più volte respinti perdano la speranza del vincere. Tutto il giorno durarono a battere la terra con ventitrè cannoni, ma le cortine furono rinvenute oltre l'aspettativa gagliarde: fecero miglior prova contro il rivellino, dove riusci agli archibusieri condurre tanto innanzi le trincee da bersagliare a man salva chiunque si affacciasse al parapetto. Poichè l'esito aveva mandato allarovescia i presagi, per quel giorno si rimasono; nella notte presero la deliberazione, comecchè paresse ostica, di tentare la scalata al rivellino, e la tentarono sul fare del dì, che fu il secondo di luglio, gli Spagnuoli del Terzo di Sicilia: la fortuna non arrise al valore, o piuttosto gli Spagnuoli pari alla ferocia non possedevano la spigliatezza necessaria a costesta maniera di fazioni: fatto sta che dopo avere messo il piè su i parapetti ne furono ributtati. Gli storici parziali agli Spagnuoli, e Spagnuoli raccontano, che si trattennero spontanei da scendere giù dalle mura, avendoli per carità avvertiti un Moro dabbene, che nol facessero perchè sarebbero caduti dentro un fosso profondissimo tutto irto di acuti e di triboli, dove gli aspettava morte certa non menochè ingloriosa: novelle di cui gli uomini non patiscono penuria per onestare la disfatta, massime se questi uomini nascono o di Spagna o di Francia. Oltre la pesantezza delle milizie spagnuole, che fu la causa vera onde la scalata sinistrasse, vuolsi in parte attribuire la colpa all'astio che si portavano tra loro il Vega e il Toledo, il quale operò sì, che questi si movesse quando il giorno era chiaro, e tardi e inopportuno lo sovvenisse. Quantunque questa colpa del Toledo non sia facile a provarsi,su ciò mi occorre notare, che veramente la invidia, peccato assai comune negli uomini, è proprio vizio delle Corti, e poi lo screzio tra i due capitani ci viene così concordemente testimoniato dagli storici, che non si potrebbe con ragione mettere in dubbio.Scemo il campo di combattenti, sconfortati i superstiti, le munizioni logore, la inopia delle vettovaglie, che poche ed a stento si avevano a cavare dalla Sicilia (dacchè il signor di Camorano, il quale doveva tenere provveduto il campo e fornire certe squadre di cavalli, fallì le promesse), le nuove del giorno, per gli apparecchi che si udiva allestire il Dragut formidabili, sempre più paurose, ebbero virtù di mettere il cervello dei capitani a partito, i quali fecero capo ad Andrea perchè trovasse modo di spuntare la impresa; e questi spedì senza frapporre indugio Marco Centurione con dieci galere a Genova a pigliarvi milleduegento Spagnuoli levati da Milano, nuove artiglierie, e munizioni provvedute dal Senato, e dall'Officio di San Giorgio: il duca di Firenze dette due mila palle di ferro, e copia di polvere, che il Centurione prese passando da Livorno. Questi rinforzi condotti al campo con diligente prestezza ebbero virtù di rinfrancare gli spiriti: certo essi capitarono in buon punto, perchè alVega fu porto avviso da un moro di don Luigi Perez Vergas governatore della Goletta[37], il quale era stato chiamato per consiglio al campo, come Dragutte accorso in aiuto dell'Affrica con quattordici vascelli, dopo averli messi in sicuro dentro certo golfo lontano una trentina di miglia su quella costa, n'era sceso con settecentoTurchi di provato valore, a cui avendo aggiunto molte bande di Arabi gratificatesi co' doni, ed anco con la fama della sua prodezza, mulinava percotere il campo con qualche improvvisa battitura da un lato, mentre dall'altro gli assediati, facendo impeto subitaneo fuori delle porte, lo arieno tolto in mezzo quasi sicuri di romperlo. Il Vergas da prudente capitano, non attese ad essere assalito sotto le mura, esperto che chi assalta ha sempre vantaggio così per l'animo concitato come per lo impeto che il corpo acquista col corpo: e poi il combattere in luogo e punto medesimo due nemici gli è come mettere tutto il suo sopra una posta sola: quindi, sotto pretesto di legnare, spedì due compagnie di archibusieri spagnuoli in certo bosco a ponente, e dopo breve intervallo seguitò egli con parecchie squadre, le quali, camminato che ebbero forse due miglia, occorsero nei Mori e nei Turchi affrettantisi allo assalto del campo: fu da una parte e dall'altra combattuto con la solita rabbia che nè dà, nè spera quartiere: prevalse al fine la virtù dei nostri, sicchè Dragutte, visti i suoi o spenti o laceri da non potere più reggere le armi, riparò alle navi, con le quali si ridusse alle Gerbe, e quivi stette ad aspettare la caduta del suo fidato asilo dell'Affrica, cruccioso per non poterla, come pure avrebbe voluto, sovvenire.Gli assediati non avevano dal canto loro mancato al debito, e da tre punti, sortendo, assaltarono il campo; ma la furia turca si ruppe contro la costanza spagnuola, sicchè vennero aspramente respinti; ciò nonostante le cose dello assedio non accennavano a sollecita risoluzione, imperciocchè molta gente in tanti scontri di arme fosse andata perduta, ed i ricordi dei tempi lamentano, tra gli altri, morto un Ferdinando Toledo maestro del campo, cavaliere di molta prodezza; nè gli assediati facevano punto vista di balenare, anzi vie più nella difesa s'intoravano, animati da Hissè Rais nipote del Dragutte, giovane ferocissimo, preposto loro come capo; ed hassi inoltre a notare, che, sebbene per industria di Consalvo da Cordova, meritamente salutato col nome di Gran capitano, le fanterie spagnuole fossero diventate tali da reggere il paragone con le turche e superarle in campo aperto, per dare gli assalti stavano di sotto alle italiane. L'arte delle artiglierie, massime quella delle mine, aveva fatto con Piero Navarro notabili progressi, pure non tanti da sfasciare agevolmente muraglie costruite con sodezza e diligenza, e secondo il bisogno riparate: in ultimo, per difendere fortezze, i Turchi furono tenuti sempre, e anco ai dì nostri si reputano piuttosto singolari che rari. Giàaccostavasi settembre, e se la impresa non si vinceva nel corso del mese, era da prevedersi che la perversa stagione, repugnanti o volenti, avrebbe cacciati gl'imperiali di costà. Quando Andrea Doria, per fuggire danno e vergogna, propose in Consiglio: poichè le mine, le trincee, ed ogni altro sforzo erano riusciti invano dalla parte di terra, si tentasse l'assalto dal mare; a questo scopo egli mise fuori un suo nuovo trovato, il quale fu questo: alleggerite due galere di zavorra, e di attrezzi, le assicurò bene insieme con grosse catene, poi ci costruì sopra travate, riempiendo di terra pesta gli spazii rimasti vuoti tra l'uno e l'altro assito, e dietro a queste collocò i cannoni grossi da battere mura, non però più di quattro: forse avrà anco aggiunto intorno al corpo delle galee botti vuote, affinchè queste sporgessero più galleggianti su l'acqua, ma non lo trovo scritto, epperò senza iattanza parmi si possa dire, che quando don Barcelo, nel secolo passato, mise in opera nel famoso assedio di Gibilterra le barche cannoniere descritte dal Botta nel libro duodecimo della sua storia della Guerra Americana, non inventava, bensì ricordò, ed adattò all'uopo. Il Brantôme, sempre studioso di denigrare il Doria, tolto a questo il merito della invenzione delle batterie galleggianti, l'attribuisceal Toledo, ed è malignità francese, chè da lui in fuori veruno autore lo asserisce, e se di tali bisogne Andrea si avesse ad intendere un po' meglio di don Garzia lascio che giudichi ogni uomo di senno.Il dieci di settembre pertanto, rimorchiate le batterie quanto meglio si potè presso le mura, cominciarono a bombardarle, e trovatele da questo lato deboli oltre l'aspettativa, che chi prima le fabbricò, non avendo immaginato che la terra da questa parte potesse ricevere offesa, trascurava di farle più forti, in breve n'ebbero abbattute per di molte braccia: e come fu per industria italiana che si fece la breccia, così per valore italiano si compì l'assalto: con gl'Italiani andarono i cavalieri di Rodi, non secondi mai ad alcuno nel cimentarsi alle più disperate fazioni, e ce ne rimase morti diciassette. Giordano Orsino ne rilevò un'archibugiata in un braccio, e assai ci si distinse Astorre Baglione, che poi fu generale dei Veneziani nella guerra di Cipro[38]. I Turchi non chieseroi patti, forse presaghi che non l'arieno ottenuti, ma contesero la terra palmo a palmo, e combatterono fintantochè caddero tutti morti; dei paesani menarono schiavi quanti poterono agguantare, di cui il numero giunse a ben diecimila, e gli menarono a vendere in Sicilia, dove, nota uno storico, le donne andavano, per così dire, a nulla, ed i fanciulli si davano per giunta; il saccheggio ci fu menato peggio che se le mani dell'uomo si fossero convertite in falci fienaie, e tuttavia l'avara crudeltà dei ladroni rimase delusa, o perchè i terrazzani avessero trovato modo di cansare altrove le robe, o perchè, come credo piuttosto, le industrie, quantunque ci avessero attecchito bene, non ci fossero anco venute in fiore. Se toccarono gravi al Dragut i danni del perdere, nè anco il Doria provò copiosi gli utili della vittoria;se quegli pianse il prode nipote miseramente ammazzato, questi pianse la morte della moglie Peretta, che giusto allora cessò di vivere, e tanto più amaro quanto che le rimaneva sola compagna delle antiche venture, e consigliera fidatissima: per modo che o tu consideri lo acquisto dei beni terreni, o le passioni dell'animo, qui pure trovò intera l'applicazione il dettato: che tra corsaro e pirata non ci corrono che i barili vuoti.Rilevati i muri, messoci dentro presidio spagnuolo, e scarsamente fornitolo di munizioni e di viveri, gli assedianti tornano di malo umore in Italia; a crescerne la scontentezza li prese a travagliare la fortuna, onde per più di trabalzati su le onde stettero in dubbio della vita. Dragutte vassi a Costantinopoli non senza trepidazione, chè infelice capitano o colpevole fu un tempo la stessa cosa pei Turchi, nè pei Turchi soltanto; ma Solimano propiziato prima co' doni, e poi con parole accorte persuaso, crebbe di grazia al Dragutte, e lo promosse a Sangiacco di tutta la Barberia.Adesso troviamo attestato da parecchi storici, che scrissero dei gesti di Andrea, com'egli avvertito del pericolo, che correva l'Affrica per gli assalti imminenti che il Dragutte stava allestendo a mezzo il verno, andasse dirittamentea rifornirla; la quale cosa per opinione mia non è vera, dacchè il Dragutte essendosi ridotto alla isola delle Gerbe per racconciarvi il naviglio, riusciva agevole con un po' di ricerca sapere, che fino a primavera non sarebbe stato in punto di tentare cose nuove, nè poteva supporsi, che il novello Sangiacco volesse imprendere fazioni zarose prima dei rinforzi che attendeva da Costantinopoli: certo è questo altro, che Andrea sul principio di marzo, studioso di opprimere il Dragutte prima dello arrivo degli aiuti, salpò da Genova con ventitrè galee remigando a golfo lanciato colà dove costui stava riparando le navi. Circondano l'isola delle Gerbe bassi fondi ond'ella poco sporge fuori dal mare; in sè non contiene colli: bensì lievi eminenze, e tutte terra; solo da un lato ci si accostano le navi entrando per mezzo di uno angusto canale dentro certo golfo poco anch'esso capace; il Dragutte, comecchè colto alla sprovvista, ritrasse sollecitamente dentro al golfo le navi; rinforzò di artiglierie una torre, che sorgeva alla bocca del golfo, e di qua e di là la munì di trincee da campagna condotte in fretta con la zappa, munendole di bersagliatori capaci a tenerne lontane le fregate, le saettie, ed altri legni minori, che delle galee, stante il molto immergersi di loro nell'acqua, egli non temeva. — Il Doria, riconosciutoper bene tutto il luogo dintorno, si persuase come fosse più agevole vedere, che pigliare il Dragutte; però si rivolse al signore dell'isola Solimano Schecchi, e con preghiere e profferte miste a minaccie assai lo stimolava perchè glielo consegnasse a man salva, e gli diceva non essere il Dragut soldato, sibbene ladrone di mari, infesto così ai Turchi come ai Cristiani; ma l'onesto Moro gli rispondeva: queste medesime cose il Dragutte dirgli per lo appunto di lui; ospite il Dragutte, sè non traditore; indegno sollecitare altrui di tradimento: aspettasse il suo nemico in alto mare, e con virtù lo vincesse: i prodi uomini desiderano vincere gli emuli in battaglia, non pretendono averli in mano come bestie da macello. Dura lezione e meritata. Allora Andrea, non potendo fare di meglio, si mise con sottile vigilanza a custodire l'uscita del porto, e sicuro che non gli potesse sguizzare di mano, attese ad averlo per fame.Di fatti pareva non ci fosse proprio verso di sfuggire di sotto al Doria, molto più che il Moro signore della Isola aveva fatto conoscere al Dragutte tuttodì scemarsi la vittovaglia, e necessità non ha legge; pensasse pertanto ai casi suoi. Il Dragutte ci pensò, e la necessità, la quale come è suprema suaditrice di mali, così proviamomadre dei più stupendi trovati, gl'insegnò il modo di cavarsi dallo impaccio; quantunque sia più che verosimile, che il Dragutte non leggesse mai Tito Livio, anzi non lo udisse ricordare nè manco, immaginò lo stesso strattagemma, in virtù del quale Annibale tratte fuori dal porto, o seno di mare dei Tarentini, le navi sicule, e varatele in mare, le oppose alle Romane impedendo a quel modo, che la Rocca di Taranto venisse rifornita vie via di vettovaglia, e costringendola a rendersi per fame, che altrimenti se ne giudicava disperato l'acquisto[39]. Raccolti pertanto, quanti più potè, marraioli, ed allettatili con larghi salari, il Dragutte fece spianare sentieri, colmare valli, abbattere alberi, rendere insomma agevole la via; poi perforza di argani tirate le navi in terra, e accomodatole sopra cilindri, le spinse in mare dalla parte opposta del Golfo. Taluno racconta ch'egli ciò conseguisse non mica nel modo che ho esposto, bensì scavando un lungo canale fino all'altro lato della isola: troppo dura opera sarebbe stata questa e piena di difficoltà; però non ci sentiamo disposti a prestarci fede: anzi dubitiamo, che invece di trainare le navi per lo appunto su la contraria sponda della isola, siasi contentato di trasportarle in parte dove potesse andare inavvertito, anzi si avrebbe addirittura giudicare che la cosa stesse così, se dobbiamo credere quanto ne riporta il Campana nella vita di Filippo II, il quale attesta come le navi fossero trainate circa mezzo miglio più oltre dal luogo dove si trovavano prima; comunque però andasse, fatto sta che il Dragutte giunse a sguizzare di mano al Doria, che mentre, vigilata la bocca del porto, vive sicuro di pigliarlo da un momento all'altro, sel vede allo improvviso riuscirgli alle spalle e impadronirsi quasi su gli occhi suoi della buona galea laGalifada lui poco dianzi spedita a Napoli ed in Sicilia per cavarne provvisioni. Per cotesto evento scemò la reputazione del Doria, il quale apprese, e veramente aveva atteso ad impararlo un po' tardi, come, quando si mette il nemico alla disperazione,bisogna stare parati ai partiti ed agli sforzi stupendi che consiglia la necessità; crebbe all'opposto la fama del Dragutte di accorto non meno che di valoroso capitano, il quale indi a poco congiuntosi al Sinam Bascià si volse a combattere Malta e non la potè pigliare; ma era nei fati che cotesta terra gli avesse a riuscire funesta, imperciocchè tornato ad assalirla, e adoperandocisi dintorno con la solita prodezza, colto da una scheggia di pietra nel capo cessò di vivere con infinita allegrezza della Cristianità, che per la morte di lui si sentì come sollevata, dimostrando così in quanto pregio ella avesse la prestanza di questo capitano: però questo accadde più tardi, nel 1564, e dopo ch'egli ebbe percosso la Cristianità di fiere battiture e sè onorato con nobili gesti di guerra.Niccolò Macchiavello, nel libro terzo delle Storie, racconta come Piero degli Albizzi avendo messo convito a molti cittadini, taluno o suo amico per ammonirlo, o nemico per minacciarlo della istabilità della fortuna gli mandasse, dentro un nappo di confetti, un chiodo, volendo significargli che si provasse con quello a conficcarne la ruota. Di fatti la esperienza dimostra come tutte le umane cose, toccato che abbiano la cima, o con violenza o gradatamente, forza è che calino, e questo sanno tutti; mapoichè natura ci creava non contentabili mai, e noi non sappiamo o non vogliamo conoscere quando siamo giunti al colmo, e cerchiamo irrequieti di arrivare più in su, accade che veruno uomo, comecchè sapientissimo, trovi tempo opportuno per dire a sè stesso: basta! Però il tempo che non sa trovare egli, la provvidenza lo trova, cui poi serve ministra quella, che da noi si suole chiamare fortuna: allora i nemici che tenevi sotto i piedi, te li scottano come se fossero diventati carboni accesi, il senno diventa follía, la forza debolezza, gli amici stessi non sai se più ti nuocono abbandonandoti alla tua sorte, ovvero quando si affrettano a sovvenirti; insoliti mostri ti opprimono, il mare non avrà altro che tempeste per te, rigori la estate, il verno arsura. La comune degli uomini sotto il fascio dei mali presto si ripiega, e così in fondo, che incontrando qualche volta una creatura tutta peritosa, ombratile, piena di ambagi, di ogni più lieve contrarietà intollerante, tu non sai persuaderti com'ella sia quella dessa ch'ebbe fama un dì di risoluta nei consigli, di prestante nelle opere[40]: alcuno, ma raro, offre contrastando mirabile spettacolo di sè, tuttavia all'ultimo infrantoanch'egli curva il capo e mormora fremendo: un Dio avverso mi opprime. Di questo ci dava testimonio solenne la nostra età; e nei tempi di cui favelliamo ce lo porse Carlo V ed invano: imperciocchè nonostante lo esempio e i moniti paterni, Filippo II rinnovò la prova con potenza ed ingegno molto minori di lui, epperò con esito più infelice.Cominciava a dargli fastidio Parma quasi favilla accenditrice di alto incendio, che il cardinale del Monte promise, se fosse stato eletto pontefice, di rendere ad Ottavio Farnese, ed eletto principalmente per opera dei settatori di questa casa, quantunque prete, osservò la promessa, e non fu poco. Il Gonzaga, a cui l'aspra ragione delle ingiurie fatte imponeva l'obbligo di farne sempre di nuove, onestando l'odio e la paura sotto colore di pubblica utilità (ed in questo lo sovveniva con molto calore il Mendozza, oratore cesareo in corte di Roma, o per soverchio zelo pel suo signore, o per altra passione a noi ignota), esponeva allo Imperatore come consiglio di buona politica fosse i nemici offesi aversi a placare co' benefizii, ovvero opprimerli; però ad Ottavio o togliesse anco Piacenza o restituisse Parma: via di mezzo non sapere vederci, nè esserci; a Carlo austriaco piacque naturalmente dei due partiti il primo,nulla badando al vincolo di sangue; epperò commise al Gonzaga adoperasse la sua industria per ispogliare il genero. Ottavio, presentite le insidie, ricorre al Papa, perchè pigli in mano la difesa del feudo della Chiesa, senonchè il Papa aborriva spendere, e il danaro se lo teneva per sè; e poi dello Imperatore egli tremava a verga, per la quale cosa gli rispose: si aiutasse, lo aiuterebbe anco Dio; e siccome Ottavio gli faceva notare come Dio non lo potesse, secondo ogni verosimiglianza, sovvenire altramente, che con la lega di Francia, il Papa stringendosi nelle spalle non seppe dire altro: ci badasse due volte, avvertisse bene a quello che faceva. Ottavio reputando queste parole consenso, o per lo manco facoltà di provvedere al fatto suo come meglio gli paresse, si legò con la Francia. Di qui una guerra lunga e promiscua, dove all'ultimo prese parte anco il Papa, non già a difesa, bensì ad offesa di Parma, dove unite le sue alle armi imperiali, perse pecunia, reputazione, la pace dell'animo, e più di tutto amaro, la vita del nipote Giovambattista dal Monte, uomo chiaro per bontà e per valore.Intanto che il Gonzaga, acceso da troppa voglia di ridurre a mal partito Parma, sprovvede di milizie la parte del Piemonte occupata dalle armi imperiali, il Brissac succeduto al principedi Melfi, nell'altra parte tenuta dai Francesi, procura alla sordina di far massa di gente traendone grossa mano di Francia a cui fece passare le Alpi alla sfilata, e raccoltane quanta gli parve bastevole al suo disegno, assaltava allo improvviso e prendeva Chieri e San Damiano, onde al Gonzaga, messo da parte ogni pensiero di Parma e della Mirandola, toccò tornare indietro più che di passo per impedire che i Francesi si allargassero.Più fiero nembo si addensava in Germania, dove Enrico II di Francia, stretta lega co' principi protestanti sotto colore di rivendicare in libertà il Langravio, mosse contro Cesare tutto lo impero; e fu in questa guerra, che accadde la vergognosa fuga dello Imperatore e di Ferdinando re dei Romani suo fratello, imperciocchè standosi eglino ad Jnspruk a sicurezza con la corte e gli oratori dei principi stranieri, Maurizio duca di Sassonia, capo dei confederati alemanni, indettatosi segretissimamente co' soli Guglielmo di Assia primogenito del Langravio, e Giovanni Alberto duca di Mechlenburgo, così si spinse subitaneo contro cotesta terra, che fu gran ventura a tutti quei personaggi potersi salvare nel fitto della notte, per mezzo pioggie rovinose, fra sentieri fangosi, dove si procedeva appena a lume di torce. Principi di corona, duchi,e marchesi vedevansi a gran stento movere passi affondando le gambe fino al ginocchio nel pantano: per Carlo già guasto del male di gotte trovarono una lettiga, donde di tratto in tratto sporto il capo mostrava lieto sembiante, ed ai tristi che gli trottavano attorno diceva: non si sgomentassero, avrebbe, prima che fosse molto, saputo ben egli tirare solenne castigo da cotesto più pazzo che fellone, che con tanta temerarietà si era mosso contro di lui. — Parole inani con le quali ostentava simulare l'acerbità del cruccio per la patita umiliazione, e più di questo doloroso assai il senso della propria decadenza: riparò a Villaco, castello su la Drava, dove udendo che i Veneziani radunavano milizie, entrò in sospetto di avere fuggito l'acqua sotto le grondaie, senonchè avendogli inviato la Repubblica oratori per confortarlo a starsi di buona voglia, si sentì tutto ricreare.E poichè, come suol dirsi, ad albero che casca, accetta, accetta, anche a Siena, tocca dal contagio, saltò in testa di ribellarsi, e cacciati via gli Spagnuoli, accolse in vece di quelli i Francesi, che il mutare basti (lo avvertii altrove e lo ripeto adesso) fu detto un tempo in Italia riacquistare libertà, e piaccia a Dio, che anche ora non sia così. Colà la guerra crebbe grossa e terribile, conciossiachè Cosimo dei Medici ePiero Strozzi se facessero quasi un campo chiuso per combattervi un duello a morte. Cosimo combattè con le industrie, le provvisioni, e i consigli accorti, l'altro con la prestanza del braccio, e le imprese arrisicate; prevalse il primo, e a dritto, perchè giudicarono ottimamente Piero Strozzi quelli che dissero di lui essere diligentissimo e valorosissimo capitano, celere a pigliare partiti, e più pronto altresì a mandarli in esecuzione; dei comandamenti altrui se buoni miglioratore, se tristi emendatore, però più fortunato a uscire e ad entrare dove voleva, e a camminare per piani, per monti, e per paesi nemici in ogni tempo, che in combattere.In questa guerra di Siena, certo non per deliberazione dell'animo, Andrea anzichè combattere contro la libertà si travagliava in favore della tirannide, però che i Francesi e lo Strozzi il vivere libero conoscessero poco ed amassero meno, e in Siena tornasse con loro l'apparenza non la sostanza della libertà; solo procedeva sincero il popolo, come suole, e come suole non godè della libertà e patì per la tirannide; tuttavia Andrea vi andò di male gambe, e quando più tardi ebbe a levare di Corsica ottocento Spagnuoli per traghettarli sopra le coste sanesi, ei gli condusse a Livorno, scusandosi con la necessità di recarsi presto a Genova, ma Cosimo,sospettoso sempre, tenne per fermo che tale operasse in odio del suo incremento, o per vedersi scemato lo aiuto degl'imperiali nella guerra di Corsica; i quali sospetti crebbero a dismisura alloraquando Andrea, trovandosi a Portoferraio, non volle impedire che i Francesi soccorressero Portercole, e si lasciò pigliare quasi su gli occhi sette navi cariche di grano[41]protestando che con l'armata scema di diciannove galee spedite poco prima a Napoli egli era un giocare da disperati: più tardi, o cedendo alle istanze di Cosimo, o come credo piuttosto obbedendo ai comandi di Carlo, mandò il nipote Giovannandrea in compagnia di Bernardino Mendozza con venticinque galee al servizio degl'imperiali in Maremma, ma nè anco adesso Cosimo ebbe a sperimentarlo cedevole ai suoi desideri, però che avendo loro ordinato, che s'ingegnassero pigliare Castiglione della Pescaia per impedire che venisse a Grosseto l'aiuto dal mare,se ne tirarono indietro allegando che i soldati spagnuoli si ricusavano di fare la fazione se prima non si saldavano delle paghe; e poichè parendo, come infatti era, ostico a Cosimo avere a pagare i debiti altrui, propose che se gli Spagnuoli non volevano combattere, gli mettessero a terra, e invece loro imbarcassero altrettanti archibusieri dei suoi: essi lo fecero, ma in luogo di assalire Castiglione della Pescaia pigliarono Talamone, e non fu impresa degna di poema nè di storia, chè soli quaranta Francesi vi stavano di presidio.Cosimo ordinò le fazioni, ma il Doria tirava l'acqua al suo mulino, perchè trovandosi con le ciurme scarse, quanti prigioni agguantava, tanti senza misericordia metteva al remo.Non contenti i Francesi di tenere sollevate le cose di Siena, si volsero alla Corsica e quasi tutta la occuparono, levandola di sotto alla devozione di Genova; prima però di esporre cotesti successi mi occorre toccare di taluni rivolgimenti donde Andrea ebbe ad accorgersi che, satellite dell'astro imperiale, come lo aveva seguitato al meriggio così doveva accompagnarlo al tramonto. Lione Strozzi priore di Capua, ammiraglio peritissimo non menochè prode, il quale fu fratello a Piero Strozzi, e in questa guerra di Siena morì di un'archibugiata nel fianco aScarlino, avendo sentito come Andrea sferrasse con l'armata da Genova per la Spagna, a levarne Massimiliano re di Boemia con la reina sua moglie e condurlo in Italia, donde restituirsi in Lamagna, deliberò andare ad incontrarlo e combatterlo: per la quale cosa uscito dal porto di Marsilia con ventitrè galee ed una galeotta, si pose ad aspettarlo verso le isole Jeres. Andavano con Andrea ventisette galee, ma, come taluno affermò, avendo scoperto l'armata nemica alla distanza di cinque miglia, o come tal altro assicura, essendo stato avvertito da un capitano nizzardo, non si attentò d'ingaggiare battaglia; all'opposto a furia di remi si riparava nel porto di Villafranca. Chi cerca per la storia, qualche volta ha motivo piuttosto di giocondarsi che no su la miseria umana, e adesso argomento di riso lo somministra il molto affaccendarsi che fanno i parziali del Doria, per iscusare cotesta fuga; e chi asserisce ch'egli a quel modo operasse a cagione del trovarsi le sue galee mal fornite, come se, dove ciò fosse stato, non gli si dovesse ascrivere a colpa, e meriti fede andando a levare personaggi di tanta importanza per traghettarli lungo coste e per mari infestati da' nemici: altri poi ci fa intendere, che Andrea, mancando di ordine per parte dello Imperatore, si astenne da combattere, come se le occasionidi menare le mani non fossero lasciate in arbitrio del Capitano; più bugiardo di tutti il Sigonio accerta che Andrea, arringati i suoi soldati, e confortatili a portarsi da valentuomini, mosse contro il Priore, senonchè il vento lo allargò nel mare, e rinforzando tutta notte lo spinse a Villafranca, mentre all'opposto il Cappelloni, più verecondo di ogni altro, passò in silenzio il caso.Lione, poichè inseguito un tratto il Doria conobbe non lo potere agguantare, tornò a Marsilia dove artatamente fece correre voce volere condursi in Affrica contro i Pirati, ma trattosi in alto mare trasformò le sue galee, nell'alberatura, negli ornati, nelle bandiere come in ogni altra cosa, in guisa da parere anco agli occhi dei meglio esperti spagnuole, poi si volse risoluto a Barcellona, dove comparso allo improvviso nel dì di San Bartolomeo empì di confusione e di paura l'universale, e si tiene generalmente per certo, ch'egli se la sarebbe recata in mano, se i suoi fossero stati meno vaghi di gloria, che di bottino: di vero la preda che menarono si ricorda grandissima; sette navi cariche di merci, altri legni minori, ed una galea fornita di tutto punto vennero in potestà dei vincitori, e questa per curiosa vicenda, che scambiato Lione per Andrea si era condotta a salutarlofuori del porto oltre un miglio; i cavalieri, le donne, e anco i borghesi che si trovarono sopra la galea, Lione lasciò andare assai cortesemente senza riscatto, il popolo no; lo mandò al remo. Andrea più tardi quando seppe libero il mare e rinforzato dalle tre galee del Duca di Firenze, andò in Ispagna, donde trasferito il Re di Boemia a Genova, quivi secondo il consueto nel proprio palazzo con regale magnificenza ospitò.Ma più fiera battitura così nella roba come nella fama Andrea ebbe a rilevare nel disastro di Ponza, il quale meritando essere partitamente raccontato, innanzi tratto è mestieri avvertire come Enrico II di Francia, smanioso di appiccare lo incendio ai quattro canti del mondo per ardervi dentro l'odiato Imperatore, serpentasse Solimano perchè anco per quell'anno spedisse la sua flotta nel Mediterraneo, dove congiuntasi con la sua che allestiva a Tolone, arieno potuto nabissare il reame di Spagna non che Napoli e Sicilia; nè Solimano alle premurose istanze dell'oratore francese diede ripulsa, all'opposto promise mandare centocinquanta tra galee, e galeotte, e le mandò costituendone ammiraglio generale Rustan pascià, e capitano della vanguardia Dragutte. I primi doni questa armata recava alla Italia ardendo di colta la torre del faro diMessina, e la chiesa della Madonna della Grotta; procedendo oltre manda a ferro ed a fuoco Reggio, Policastro, Zainetto, insomma tutte le terre dove potè allungare le branche. E perchè lo incendio per difetto di alimento non avesse a illanguidire, o per crescerlo, la Corte di Francia commise a Cesare Mormile fuoruscito napolitano, di fazione popolare, si recasse in Italia a scrivere fanti e cavalli e concertarsi in tutto e per tutto coll'Arimon, che navigava su la flotta turchesca, fornendolo a questo uopo di danari in copia e di credenziali amplissime, quali appena si affidano ai più provati ministri, voglio dire, carte bianche col nome in fondo, testimonio di levità di cui le dava, non di merito per quello che le riceveva. Tanto struggimento poteva bastare, e sembrare anco troppo, ma non se ne contentarono, e come avviene sempre, il soverchio ruppe il coperchio, imperciocchè in Corte di Francia considerando come il Mormile, per essere popolesco, co' baroni di Napoli non avrebbe attecchito, pensarono affidare un carico in tutto pari al suo al Sanseverino principe di Salerno, di già chiaritosi ribello allo Imperatore, piuttosto spasimante che cupido di vendetta: di ciò informato il Mormile si fece a trovare l'oratore di Cesare, e il cardinale di Mendozza a Roma, ai quali profferse di rivelare la trama, che siordiva a danno di Napoli, e d'impedirne per quanto stava in lui lo effetto: se costoro lo accogliessero con carezze a sgorgo, di leggieri si comprende, e tanto più gli sbraciavano promesse quanto già erano deliberati ad osservargliene meno. — Chiamava il Mormile in testimonio Dio e i Santi, come lo movessero a questo non già astio contro il Sanseverino deputato anch'egli a simile impresa, nè rancore contro la Francia (la quale in mal punto dopo avere messo in costui tanta fede, e tanto in mal punto gliela toglieva), nè manco voglia avara di avere in guiderdone tutti o parte i beni del ribelle principe, o cupidità di riacquistare i proprii, mai no; — ed ambi i Mendozza, l'oratore e il cardinale rispondevano: — non ci è mestieri sacramenti, capirsi da sè che lui infiammava unico il bel desío di tornarsi in grazia al suo signore e padrone; lo amore suo per la Patria essere tutt'oro di quaranta carati, e questo fargli desiderare di chiudere in pace gli occhi nella terra che cuopre le ossa dei suoi, e dove al sacro fonte fu redento cristiano: tuttavolta era certo, che lo Imperatore nella sua magnanimità l'avrebbe costretto a tornare al possesso dei suoi beni, e con la spoglia del servo traditore avrebbe vestito il servo fedele; oltre tutto questo lui aspettare la riconoscenza dei cittadini salvati, e lafama perenne della storia: questo gli mallevavano essi e ci mettevano pegno. Al Mormile veramente sarebbe bastato molto meno, ma quello che ebbe esporremo tra poco.L'armata turca dopo le variate imprese surse a Ponza, ma non così da starsi ferma su le áncore, che ora si tirava a Procida, ora alla punta di Posilipo, ed altre volte altrove. Andrea per tenere ferme le cose di Napoli minacciate da tanto sforzo di guerra palese e segreto, ebbe ordine dallo Imperatore d'imbarcare duemila fanti tedeschi alla Spezia, e trasportarli a Napoli su ventinove galee, e come gli fu comandato così fece: poi si mise cauto a navigare costa costa, sperando in onta alla vigilanza nemica sbarcarli a Gaeta, o in altro luogo più destro della spiaggia napoletana: si fermò per fare acqua in foce di Tevere, e quivi, investigate sottilmente quante persone gli occorsero, non gli venne fatto di raccogliere novità alcuna, onde giudicando che il nemico stanziasse a Procida inteso ad impedire, che Napoli li sovvenisse, ordinava ai Comiti procedessero schivando monte Circello per tema d'insidie, e adagio perchè le ciurme non si affaticassero risoluto di scivolargli di sotto per le bocche di Capri. Però se le spie non servivano a dovere il Doria, buono ufficio rendevano al Dragutte, sia ch'egli ci adoperassemaggiore diligenza o più larghezza, sicchè costui dello appressarsi dell'armata imperiale ebbe avviso, giusto mentre se ne stava appiattato dietro monte Circello, e non gli parendo luogo adatto cotesto ad opprimerlo, nè reputando senza lo sforzo dell'armata di poterlo fare, quinci di cheto partissi, mandando innanzi un legno sparvierato per avvertire il Rustan bascià a starsi ammannito. Andrea finchè le forze gli valsero non si mosse di su il castello della galea a specolare, ma essendosi messo il buio fitto, nè per vegliare che facesse udendo attorno rumore alcuno, cedeva alla stanchezza raccomandando sempre ai Comiti si tenessero al largo: e questi è da credersi non trascurassero il debito, ma le correnti forse li trasportarono più, che non volevano vicino a Ponza; tuttavia, nè manco avrebbe loro approdato a starci discosto, imperciocchè l'armata turca si fosse distesa per modo da circuirli anco in mare più aperto. La più parte degli storici narra come Andrea, chiamato dal pericolo in coperta, non sapesse trovare altro rimedio al subitaneo caso, eccetto quello di ordinare la fuga, ma havvi tale che afferma avere Andrea mostrato buon viso alla fortuna, fermo in tutto di combattere quantunque più di due volte inferiore al nemico, al quale intento commise, le galee quanto megliopotevano si stringessero, ad ora ad ora levassero i remi per aspettare le tarde, affinchè o tutte si salvassero o si perdessero tutte. I Turchi pronti con le miccie accese avere cominciato allora a balestrare un turbine di ferro e di fuoco, in questa un gruppo di palle traversando lo spazio tra la Capitana di Andrea e la Spagnuola, rasenta da vicino questa ultima, onde gli Spagnuoli domandano con gran voce, che cosa si avessero a fare, e Andrea instando sempre rispondeva: una galea facesse spalla, e remi ci adoperassero e vela. — Di queste parole o non intesero o non vollero intendere che l'ultima, per la quale cosa subito si levò, e si diffuse il grido:vela! vela!Comincia la fuga; Andrea visto andare tutto a rifascio, attende come gli altri a salvarsi; gli tenne dietro la Capitana spagnuola con due altre; i Turchi dettero la caccia, ma durante la notte non giunsero a mettere mano se non sopra una galera sola; però continuandola con inestimabile ardore fino alle cinque pomeridiane, arrivarono ad agguantarne alla spicciolata fino a sette con entrovi settecento circa Tedeschi, i quali furono dai Turchi, come quelli che pativano difetto di ciurma, immediate messi al remo: vi cadde eziandio prigione il nipote del Cardinale di Trento Colonnello Giorgio Madruzzi,giovane assai reputato nell'arme, il quale condotto a Costantinopoli fu poi riscattato con larga taglia dallo zio, adoperandosi molto alla liberazione di lui anco Monsignore di Cognac oratore francese presso Solimano. Però non è affatto vero, che riuscisse al Doria di passare co' rimanenti navigli, e ormeggiatili alla costa napolitana mettere a terra le altre bande dei Tedeschi, egli al contrario ebbe a tornare indietro, anzi, spinto da fortuna di mare, andò fino in Sardegna, donde si ridusse a Genova, e quivi risarciti i legni ripigliò da capo il cammino per Napoli. E' fu in questa occasione, che rasentando le spiagge toscane, avvisato come i Sanesi assediando Orbetello ci avessero ridotto a mal termine alcuni Spagnuoli lasciati di presidio là dentro, sbarcò due compagnie di Spagnuoli che si era recati a bordo in Genova a fine di completare il soccorso scemato dalla cattura dei Tedeschi, e fece agevolmente risolvere l'assedio.Ma Napoli oggimai non aveva più mestieri di soccorso, imperciocchè quando sembrava inevitabile la ruina minacciata dai Turchi, e la gente sbigottita non sapeva più a qual santo votarsi, di un tratto corse voce che i Turchi se ne andavano, ed invero con maraviglia pari al contento di tutti furono visti in breve darele vele ai venti e allontanarsi: questo avvenne per la industria del Mormile, il quale, valendosi fellonescamente di uno dei fogli segnati in bianco, scrisse all'Arimone, oratore, come fu detto, sopra l'armata turchesca per la parte di Francia, che Sua Maestà cristianissima gli faceva sapere che fino ad un altro anno alla impresa di Napoli non poteva più attendere, perciò provvedesse ai casi suoi, negoziando destramente perchè l'armata turca tornasse a Costantinopoli senza che Solimano avesse a inalberare; e perchè il Rustano senza ciondolìo acconsentisse la partita, mandarongli in dono duegentomila scudi per compensare lui e i compagni della perdita delle prede, che si auguravano radunare se la guerra avesse tirato in lungo. L'Arimone dette nella pania, non si potendo mai immaginare che il Mormile ci volesse o potesse mettere duegento mila scudi di suo; difatti, ce li mise, non però di suo, che gli furono dati cavandoli dal donativo degli ottocentomila scudi largito dalla città di Napoli allo Imperatore. Così il francese Arimone venne giuntato, e rese irremediabile il danno a cagione dello zelo irrequieto, che ei pose a disservire il Re, secondochè costumano quelli i quali si appellano diplomatici, massime francesi, facendo e disfacendo senza darsi un pensiero al mondodel bene dello stato, pure di aggradire chi in quel momento fa da padrone, e paga. Al Mormile quando chiese il premio della fellonia, dopo agguardatolo un pezzo a squarciasacco, dissero: si votasse a Dio se gli lasciavano la testa sopra le spalle, e va bene. Il Principe di Salerno, dopo alcuni giorni (il Costo scrive otto) che si fu partita l'armata turca, giunse ad Ischia con la sua di ventisei galee ottimamente provveduta di archibusieri guasconi, e se rimanesse trasognato di non ci trovare i Turchi, pensatelo voi: avvertito della frode, fece forza di remi per agguantarli, ed in vero gli raggiunse alla Prevesa; ma, per quanto dicesse e pregasse, non persuase il Rustano a tornare in dietro, sicchè per disperato lo seguitò fino a Costantinopoli. —Non tutta però l'armata turca se ne andava col Rustano; rimasero nel Mediterraneo sessanta galee comandate dal Dragutte, il quale le condusse a Scio, facendo le viste di volerci svernare: colà gli si congiunsero le ventisei francesi venute col Principe di Salerno, e parve volessero concedere almanco per qualche mese requie alle fortune afflitte d'Italia, ma la natura del Dragutte non era di quelle, che nella pace riposino; e Andrea Doria, che conosceva per prova di che pelo costui portava chiazzatala coda, non rifiniva di avvisare la Signoria di Genova perchè facesse intendere allo ufficio di San Giorgio, in cotesto tempo principe di Corsica, tenesse di occhio le marine dell'isola, principalmente Calvi e Bonifazio; si legge altresì che conformi avvisi mandasse Cosimo di Firenze, principe quanto altri mai benissimo informato; ma i Governatori del Banco di San Giorgio, inetti o avari, non dettero mente, e il guaio accadde presto e più grave di quello avesse presagito il Doria. Di fatti il Dragutte e il Pelino ammiraglio delle galee francesi usciti di Scio, dopo avere messo a sacco la Elba e tastato Portoferraio, si volsero alle coste di Siena, dove toltisi in nave Monsignore di Thermes, il Duca di Somma, Giovanni di Torino, Giordano Orsino, Aurelio Fregoso, Vincenzo Taddei con altri elettissimi capitani, e duemilacinquecento fanti, li traghettò in Corsica; andava con esso loro assieme con molti fuorusciti côrsi, quel sì famoso Sampiero di Ornano, nemico mortale al nome genovese, e per virtù militare da anteporsi ai più illustri dell'antichità che da paragonarsi ai moderni; questi in breve capovolsero la isola così, che ai Genovesi non rimasero altro che Bonifazio nelle parti meridionali, e Calvi nelle occidentali della isola. Bonifazio, assalito con ferocia, virtuosamentesi difese: ben diciotto giorni resisterono le mura allo indefesso fulminare delle batterie del Dragutte, e aperta la trincea, sebbene con gara, io dirò piuttosto di ferocia che di onore, ci si avventassero Francesi e Turchi, non la poterono spuntare: dicono, che la strenua perseveranza in tutti i Bonafazini (e dico tutti perchè vecchi e giovani, donne ed uomini, laici e chierici combatterono, non curati gli anni, e nè anco le malattie) fosse mantenuta dalla fede di miracoli, e sarà, che la religione può molto nei petti dei mortali, pure anco l'amore della libertà è per sè solo capace di partorire miracoli; e le storie narrano con bella lode Antonio Caneto commissario di Genova preposto alle difese. Pure alla fine Bonifazio calò a patti, alcuni dicono perchè ridotti allo estremo, altri perchè abbindolati: con parole parche riferirò l'una opinione e l'altra. Affermano i primi, che il Caneto facesse sapere all'Ufficio di San Giorgio come, venuto oggimai allo stremo di ogni cosa, non avrebbe potuto resistere se nol sovvenivano sollecitamente e gagliardamente, nè a questo, per vero dire, l'Ufficio mancò, inviando costà Domenico Caraccioli con di parecchia pecunia; e' sembra che la pecunia in coteste angustie a niente potesse approdare, bensì ci fosse mestiero di vettovaglie, e di munizioni; ma iGenovesi erano di quelli, che giudicano con la pecunia assettarsi ogni cosa; di fatti il Colombo stesso, il quale fu sì pio, non dubitò lasciare scritto, che per virtù di bei contanti si andava anco in paradiso; il guaio fu che il danaro non giunse a salvamento; i Côrsi colsero il Caraccioli per la via, e gli tolsero vita e moneta. Ciò gli assedianti fecero sapere agli assediati per levarli di speranza, e al punto stesso col mezzo di Altobello da Brando proposero loro di rendersi a patti; avrebbono salve le robe e la vita, e se volessero condursi ad abitare fuori della isola non troverebbero impedimento. Accettarono, ma la capitolazione fu rotta o per avarizia dei Turchi, o per vendetta dei Côrsi, o piuttosto per ambedue, che tremendissime passioni furono allora e sono. Nè si rimasero al saccheggio, che messa mano nel sangue ammazzarono duegento di cotesti valorosi uomini, gli altri mandarono al remo, tra loro il pro-commissario Caneto. — Quelli che inclinano alla diversa opinione raccontano, che il Banco di San Giorgio, avendo spedito in diligenza un côrso, di cui tacciono il nome, al commissario Caneto, con lettere ortatorie perchè s'ingegnasse quanto meglio per lui si potesse tener fermo, stando in procinto di partire in suo aiuto il rinforzo, costui cadde in potestà dei nemici, osia che lo pigliassero, ovvero tradisse. I Francesi subito pensarono di rendere allo Imperatore, e a cui parteggiava per lui, la pariglia del Mormile, trovando modo di falsificare le lettere, e in quella guisa alterate presentarle al Commissario, il quale tanto meno le piglierebbe in sospetto se ci vedesse apposto sopra il sigillo della repubblica, e questo argutamente fu fatto togliendolo dalle lettere vere. Il Commissario, aggiungono, avendo letto l'ordine di consegnare la terra cessando ogni resistenza, e con quei patti che alla sua sagacia fosse riuscito ottenere men gravi, si strinse nelle spalle, e capitolò; i Francesi, quando intesero che il presidio domandava rendersi, circa a patti non istettero su lo spilluzzico, e così cadde la terra in potestà di loro. Da simili prosperi casi inanimato il Re di Francia mandava copia di vettovaglia e di munizione da guerra, massime artiglierie a fornire i luoghi acquistati; per suo comandamento fortificaronsi Ajaccio, e San Fiorenzo, dove Giordano Orsino rimase a compire le opere e difenderle.Certo le cose di Genova sopra la Corsica sembravano ormai del tutto spacciate, ma come accadde, non le potendo più rimanere depresse, era necessità che dovessero tornare in fiore. Di vero avendo i Francesi con assai mal consigliomandato oratori al Senato per chiarirlo, che volentieri l'avrebbono nella potestà della Corsica restituito, quante volte con la Francia si legasse, aprisse alle armate regie i suoi porti, facesse insomma gli uffici, che tra nazioni amiche costumansi, esso, in ciò sbracciandosi sopra tutto Andrea Doria, ragguagliò punto per punto lo Imperatore di ogni cosa, spedendogli a tale effetto ambasciatori a posta, e Andrea, nel suo particolare, gli mandò l'abate di Negro, prete svelto e sottile; i quali tutti in sostanza avevano commissione di rendere capace Cesare, come i francesi si fossero impadroniti della Corsica col solo fine di staccare Genova dalla lega della Spagna, e tornare come un tempo signori del Mediterraneo: avere i Genovesi deliberato resistere finchè le forze gli aiutassero, ma soli non potere lungamente sostenere lo impegno; mosso da questi sospetti l'Imperatore concesse sul momento duemila Spagnuoli e duemila Tedeschi, ai quali prepose per condurli maestro di campo Lorenzo Figheroa: e intanto che allestirebbe soccorsi maggiori, ordinava al Doria sovvenisse con le galee la Patria. Cosimo duca di Fiorenza, non si potendo dare pace finchè non avesse allontanato cotesto incendio da casa sua, promise il soccorso di duegento cavalleggeri e archibusieri acavallo capitanati da Carlotto Orsini, e da tre suoi luogotenenti venuti in fama di valorosi soldati, che furono il conte Troilo dei Rossi, Greco da Rodi, e Paolo Cerato, più le sue quattro galee pagate per quattro mesi, e tutti i comodi che dal suo stato si potessero cavare: per simile conforto ripreso animo i Genovesi assoldarono seimila fanti la più parte in Toscana, a mille dei quali preposero Chiappino Vitelli, per servizi resi al principato, promosso da Cosimo marchese di Cetona, cinquecento erano Côrsi (che maledizione dei Côrsi fu non trovarsi mai in pace tra loro) e li conduceva il Colonnello Angelo Santo delle Vie. Il carico di tutta la impresa ebbe Andrea Doria a cui fu consegnato con solenne rito lo stendardo grande della Repubblica in San Lorenzo. Precederono in Corsica Andrea Doria, Cristofano Pallavicino, che con quattro galee e due compagnie di eletti soldati andò a sovvenire Calvi perchè nella devozione della Repubblica si mantenesse, ed Agostino Spinola, il quale, trasportati sopra ventisette navi i quattromila fanti dell'Imperatore ad Erbalunga, prese a devastare il paese disertando col ferro e col fuoco case, colli e oliveti; gli Spagnuoli e i Tedeschi per ciò commettere non avevano mestieri eccitamenti; pure i Genovesi gli eccitavano,tanto in loro potendo la rabbia di vendetta da non conoscere che con mani barbare si laceravano le proprie viscere; Andrea tiene dietro loro con quindici navi onerarie e trentasei galee: andarono con lui Ludovico Vistarino di Lodi maestro del campo, e commissari per le paghe Cattaneo Pinello e Paolo Casanuova; Agostino Spinola ebbe titolo e grado di tenente generale. Nelle storie è ricordo, come Andrea uscito la prima volta dal porto, colto da furiosissima bufera, la quale durò senza intromissione per bene diciotto giorni, tenne per ventura potercisi riparare da capo; salpato poi l'otto novembre, dette fondo nel golfo di San Fiorenzo il quindici del medesimo mese. Un dì stette specolando alla Mortella il luogo acconcio per iscalare, poi varò il naviglio a Olchini e quivi attese a mettere le milizie a terra, contrastanti invano gli archibusieri francesi arripa, e pone il campo presso il convento di San Francesco; colà avendolo raggiunto Agostino Spinola s'incominciò ad assediare San Fiorenzo. — Stavano dentro la piazza Giordano Orsini, Bernardino di Ornano parente di Sampiero, e Teramo di San Fiorenzo con una mano di fuorusciti côrsi e napoletani, gente tutta di cuore; sufficiente il presidio; scarso il fodero. Qui non occorre raccontare i casi di cotesto assedio; cifurono opere del continuo disfatte dagli assedianti, e con pari pertinacia dagli assediati rifatte, sortite sanguinose e senza pro', guerra varia, promiscua, non interrotta mai, sperpero così di uomini come di cose: più feroci accadevano le zuffe presso la Chiesa di Santa Maria dove stavano trincerati gli Spagnuoli. Andrea esaminando con diligenza tutte queste cose non menochè il terreno pantanoso, e la difficoltà degli approcci, deliberò miglior consiglio essere assicurare i passi e convertire l'assedio in blocco: a questo scopo, ricinta la torre della Mortella di spaldi e spianate, fece disperato lo appressarsi al golfo delle navi nemiche; rinforzò i presidii agli sbocchi delle vie, con ispessi fortini li riparò, il paese dintorno fece deserto: in certo modo strinse lega con la fame e con la febbre: ciò fatto spicca dodici galee e dodici fuste con soldati parte côrsi e parte spagnuoli ad assaltare Bastia; le conduceva Angelo Santo delle Vie, il quale celere e animoso espugna prima la città, poi la rocca; Andrea mandò a reggere la terra riacquistata un Luciano Spinola, se mite non so, certo astuto, e capacissimo ad assonnare gli animi crucciosi con le blandizie, e gli animi arrendevoli ammansire a servitù. Il presidio côrso e francese di Bastia si ritirò a Furiani, donde volendo snidarlila gente del Doria, baldanzosa oltre il dovere per la riportata vittoria, viene due volte aspramente respinta. Il Thermes, costretto a partirsi dallo assedio di Calvi sovvenuto a tempo, cammina cauto e difilato a percotere di fianco Agostino Spinola, perchè Andrea sia costretto di levare a sua posta l'assedio da San Fiorenzo: in questa fazione si crebbe fama quel Giovanni da Torino, che anco allo assedio di Firenze tante belle prove di valore operò in vantaggio della Repubblica, perocchè, traversando terre pantanose, riuscì a entrare di straforo nella città assediata portandoci alcune provvisioni, e mulini a braccia, e poi ne sortiva alla scoperta, nè circondato volle posare le armi, all'opposto sempre menando virtuosamente le mani si ridusse incolume tra i suoi: nè questo fu l'unico assalto al campo genovese, bensì ogni giorno Sampiero e il Thermes tribolavano il Doria; il quale, piuttosto ostinato che costante, si era fitto in cuore di volere ad ogni modo domare l'Orsino con la fame: dall'una parte e dall'altra non requie mai nè posa, gli uni ad offendere, gli altri a prevenire le offese, ma quel perpetuo aggirarsi di Sampiero e del Thermes non partorendo frutto alcuno, l'Orsino ebbe a sgomentarsi, e poi cessare del tutto come rifinito pel soverchio della fatica.Ritiraronsi a Corte perchè Carlotto Orsini scorrazzava il paese dintorno co' suoi cavalleggieri, ed essi non avevano da opporgli cavalleria, sicchè correvano pericolo di vedersi scemi ora di questa, ora dell'altra banda tagliata fuori dal grosso della gente. In quel torno comparve in Corsica Piero Strozzi con diciassette galee, ma sovvenne poco le parti dei Côrsi e dei Francesi, essendo la sua commissione per Siena; bensì vi lasciò una compagnia di Côrsi, compagni del Sampiero nel Piemonte, e al tempo stesso consegnava a questo côrso, di stupendo valore, le regie patenti, che lo creavano maestro di campo generale degl'Italiani nella isola: prima di partire si strinse a segreto colloquio col Thermes; quello che gli dicesse ignoriamo, nè da veruno storico si accenna: forse, chi sa, che fin d'allora non lo ammonisse ad allestirsi piano piano a lasciare l'isola in balía di sè: usanza vecchia dei Francesi, i quali, a mo' degli antichi sacerdoti, dorano le corna ed ornano di fettucce la fronte della vittima, prima di darle della scure sul capo.A San Fiorenzo quello che non seppe fare il valore, la fame potè; non riuscirono a sovvenirlo gli amici, quando gli stavano attorno vigili a cogliere la occasione; pensiamo, se adesso lontani; pane solo e poco cibavano senzadistinzione capitani e soldati: di acqua pativano doloroso stremo: ma se le sorti volgevano agli assediati lacrimose, nè anco gli assedianti le provavano liete: ai nostri giorni eziandio l'aere intorno a San Fiorenzo si spande grave e maligno, allora poi molto più, massime che le sconcie piogge, durate un mese, avevano ridotto la stanza di cattiva pessima: le compagnie del Doria comparivano più che mezzo scemate: le vendemmiava la morte. Il Sampiero di questi casi ragguagliato, instava presso il Thermes perchè sortiti alla campagna con subito impeto si assalisse il campo, che a lui, non uso a diffidare mai della vittoria, pareva sicuro di romperlo, ma il Thermes, al quale non garbava il partito, andavasi schermendo, e come suole dirsi gli girava nel manico. Dall'altra parte i capitani della Repubblica non tempestavano meno Andrea a levare il campo, se pure non volesse vedere sepolti tutti sotto San Fiorenzo, ma egli vie più irrigidiva: lì vincere o lì morire: taluni siffatta risoluzione lodano come testimonio di costanza in Andrea, altri e sono i più lo accusano di caparbietà senile; certo per ultimo gli venne in mano San Fiorenzo, ma e' parve si aguzzasse il piolo sul ginocchio, imperciocchè si stima, che la perdita delle vite sommasse a diecimila nel campodei Genovesi, e quasi tutti morti d'infermità: morironvi Imperiale Doria, Giustiniano Cicala, Domenico dei Franchi, e Vincenzo Negrone, e comecchè Luciano Spinola e Cattaneo Spinello si facessero di Corsica trasportare a Genova per curarsi della febbre maligna, a nulla approdarono, che il morbo attaccato loro nelle ossa li precipitò nel sepolcro. Sicchè, tutto bene avvertito, la carne non valse il giunco, molto più, che oltre la prima andata ci si ebbe a sciupare altra gente, e non poca. Genova mandò compagnie di nuova leva, la Spagna quattromila fanti, e copia di munizioni o vuoi da bocca o vuoi da guerra: anco la Francia non si rimase da inviarci il Polino con la flotta, ma o sperimentasse la fortuna contraria, o procedesse di male gambe, non fece frutto, e San Fiorenzo ebbe a calare a patti.Andrea li propose infami e crudeli; pretendeva nientemeno libera facoltà per dare alle forche quanti fuorusciti côrsi avrebbe trovato dentro a difendere San Fiorenzo; i Napolitani gli premevano meno; per questi si sarebbe contentato mandarli in galera a vita. Gli ributtò con parole gravi Giordano Orsino, le quali, quanto procurarono onoranza al prode gentiluomo, altrettanto avvilirono il rancoroso vecchio; e alle parole l'Orsino aggiunse magnanimifatti, imperciocchè raccolti i soldati, gli fece giurare di morire tutti con le armi alla mano, prima di abbandonare i compagni al fato che loro si minacciava, e i soldati giurarono. — I capitani genovesi, a cui mal seppe la intempestiva ferocia di Andrea, e piuttosto mostruosa che insolita tra gente presso la quale il mutuo combattersi con prestanza, posate le armi, è argomento di lode non di odio, con preghiere accesissime istarono, e comecchè reluttante, condussero il fiero vecchio a più miti consigli: piega, ma in modo che non aveva a comparire: tanto allo accostarsi del sepolcro piacque al Doria la ferocia, che renunziata a forza la sostanza, volle conservarne l'apparenza: però ordinava che nella convenzione si stipulasse i Côrsi dovessero rimettersi impreteribilmente in sua potestà: solo assenti, che prima di pigliare possesso di San Fiorenzo si cansassero; egli, facendo le viste di non accorgersene, gli avrebbe lasciati passare: veramente che il Doria volesse delle sue parole fare fango non era da temersi, o poco; tuttavia i profughi, finchè non si conobbero in salvo, di tratto in tratto si tastavano il collo; e non senza ragione, perchè Andrea, parola o non parola, tanto a trentatrè di loro volle mettere le mani addosso; però non li mandò a morte, bensì alremo; nell'animo del genovese la ferocia venuta a contrasto con lo interesse, vinse lo interesse, e non nocque, perchè dal remo si scampa, e si torna alla vendetta. Tra perdonare e opprimere il nemico, meglio è il perdono, però come perniciosissimo rigetta il partito che non opprime affatto, nè affatto perdona il nemico.Non cade qui in acconcio narrare i molteplici casi e pieni o di grandezza o di furore, anzi di bestialità, che avvennero in cotesta guerra; nella vita di Sampiero Ornano troveranno luogo opportuno; ora basti avvertire come i Côrsi mentre agognano francarsi da un padrone antico e domestico ce ne chiamano altri quattro nuovi, e forestieri i più, francesi, turchi, spagnuoli e toscani, e dopo avere gustato le dolcezze di tutti, dai Francesi, perpetui sommovitori di ribellioni in casa altrui e in casa propria, dai Francesi che spedirono da Parigi al Sampiero in Corsica la bandiera col motto ricamato a lettere di oro: —pugna pro Patria— furono restituiti accaprettati in virtù della pace di Castello Cambrese nelle mani della offesa padrona; però profondo si educarono in cuore gli antichi Côrsi l'odio contro lo straniero, e contro chiunque parteggiasse per lui: anch'oggi, cessate le cause dell'odio, gli amano poco: la passione nel cuore umano,come la navicella sul lago, sebbene taccia la forza che prima la mise in moto, quella dura, e questa corre più lungo e funesto, che non si penserebbe o vorrebbe.Andrea si levò di Corsica, dopo averla distrutta tutta e riconquistata in parte. La lasciava, cruccioso di avere, in obbedienza agli ordini dello Imperatore, a trasportare duemila Spagnuoli a Napoli, i quali Cosimo duca di Firenze, prima chiese a Carlo per guardare le sue coste dai Turchi e dai Francesi, e gli ottenne, ma ammonito dal cardinale di Seguenza, che pericoli pari correvano i suoi stati della Italia meridionale, glieli disdisse. A crescergli l'ira si aggiunse questo, che veleggiando egli verso Calvi, quei delle Pievi circostanti alla torre di Spano mandarongli a dire, che se avesse messo in terra un polso di gente ci sarebbe stato verso d'impadronirsi della torre, imperciocchè il paese vicino assai si professasse devoto alla Repubblica, ed anco si era aperto un trattato con taluno del presidio della Torre per esservi messi dentro a mano salva. Andrea abboccò l'amo, e s'indusse a sbarcare un seicento fanti, ai quali ordinava s'inoltrassero nel cuore del paese, scansassero gl'incontri, e cauti e coperti procedessero verso la torre; ciò male gl'incolse, imperciocchè Giordano Orsino, che gli attendeva allaposta con duegento Côrsi disperati, piombò loro addosso sgominandoli a un tratto mentre non potevano avvisare Andrea dello agguato, nè questi soccorrerli. Le Pievi circostanti si levarono pur troppo, ma per cercare a morte i traditi, che presi dal terrore, gittate le armi, non fuggono, volano alla spiaggia; la quale cosa contemplando il Doria, o per la stizza che lo pigliasse o perchè in altra guisa non potesse soccorrere fulminando il mucchio degl'inseguiti e dei persecutori, giunse a ricovrare solo duegento dei suoi su le galee, e conci così che mettevano pietà a vederli. Però è da credersi che da tutte queste contrarietà inasprita la sua natura, abbastanza immansueta, lo trasportasse oltre i suoi stessi confini, allorchè, costeggiando le spiagge sanesi, udito che Cosimo duca di Firenze aveva preso Ottobuono Fiesco, con focose istanze lo supplicò che a lui lo consegnasse: fu già detto in altra parte di questa storia, che dopo chiuso dentro un sacco lo fece senza misericordia mazzerare, e per giudicio degli uomini prudenti cotesto caso è tale da deturpare nome anco più illustre di quello che di Andrea Doria non sia.Esponemmo già con modo sicuramente più figurato che a stile storico non convenga, come Andrea si facesse quasi per forza erede degli anni del suo figliuolo Giannettino per empirnela lacuna tra il suo nepote e sè, ma aggiuntando la sua alla vita di Giovannandrea per continuare la fortuna dei Doria, ebbe a patire il danno della sua troppa vecchiezza e della troppa gioventù di lui. Di fatti conducendo il giovane nipote in Corsica dodici galee con più spavalderia che prudenza, investì con una nell'Elba, e vi perse anime e beni; proseguendo poi notte tempo con gran vento, invece di entrare in Portovecchio sopra la costa orientale della Corsica, dà a traverso con nove galee dentro una calanca, dov'essendosegli sdrucite ebbe a patire inestimabile danno di uomini e di cose. Se Andrea percosso da così duri e spessi colpi di fortuna esclamasse come Carlo di Angiò: — Sire Dio, deh! fa che il mio calare sia a piccoli passi — ignoro; ma certo deve avere sentito che il braccio di Dio gli diventava grave sul capo; però dopo tanti infortunii un conforto gli venne, e fu carezza della fortuna, la quale, per tribolarci meglio, ci accende e ci agghiaccia con perpetua vicenda di speranza e di paura: il nipote Giovannandrea, sul finire del medesimo anno 1556 andando con otto galee in Sicilia, incontrò sette fuste turche, e si pose immantinente a combatterle: certo non fu grande sforzo cotesto, cinque ne prese, gliene fuggirono due, tuttavia il cuore del vecchio si sollevò nel presagio di cose maggiori.
Imprese di Andrea decrepito; ha bisogno di vivere, e vive. — Si parla di Dragut, e si mostra in qual concetto lo tenesse il Doria. — Dragutte vigila per ampliare nel Mediterraneo lo imperio di Solimano. — Casi di Affrica, città in Affrica. — Arti del Dragutte per impadronirsene; — capitate male le insidie ricorre alla forza, ed anco questa mescolata di frode, sicchè all'ultimo riesce, e se ne fa signore; nè però la regge improvvido o crudele. — Carlo V ordina la impresa dell'Affrica, e ci prepone Andrea per le cose di mare, e Giovanni della Vega vicerè di Sicilia per quelle di terra. — Ingiustizia degl'improperi degli storici anco moderni contra il Dragut. — Dragut nabissa le coste d'Italia; ruina di Rapallo, e caso dello innamorato Magiacco. — Gl'imperiali pigliano Monastir, prima la terra, poi la rôcca con la morte di tutti i difensori. — Il Dragutte infuria su le spiagge spagnuole per divertire la guerra dall'Affrica e invano. Assedio dell'Affrica, e sue difficoltà. — Battesi la cortina invano; scalata al rivellino respinta; pretesti inutili per onestare la disfatta. — Screzio tra il vicerè della Vega e don Garzia di Toledo. — Le milizie sconfortate, i capi si rimettono in Andrea, che manda a Genova e a Livorno a pigliarli; i quali celeremente portati sollevano le speranze degli assediati. — Disegni del Dragutte di assalire da due parti il campo; il della Vega avvisato lo previene, fazione contro il Dragut, che rotto ripara alle navi. — Osservazioni su gliscrittori di varie nazioni, che parlano di Andrea Doria. — Sortita degli assediati respinta. — Si delibera l'assalto della terra dal mare. — Il Doria inventa le batterie galleggianti e come le fabbrica. — S'è verosimile che inventasse queste batterie don Garzia di Toledo. — Gl'Italiani e i cavalieri di Rodi assaltano la terra e la pigliano con la morte di tutti i Turchi. — I cristiani fanno schiavi i cittadini e li vendono; — ma di ogni altra cosa si trova scarsa la preda. — L'armata imperiale al ritorno patisce fortuna di mare. — Il Dragutte va a Costantinopoli, dove propiziatosi Solimano è creato da lui Sangiacco di Barberia. — Il Dragutte alle Gerbe, va a chiudercelo il Doria; il quale muove all'ospite del Dragutte turpe proposta e n'è vergognosamente ributtato. — Il Dragutte gli sguizza di mano con lo stesso strattagemma che adoperò Annibale a Taranto. — Paolo Giovio attribuisce il medesimo trovato a Consalvo Fernandez. — Dove e quando morisse il Dragutte. — Fortuna e sua mutabilità. — Decadenza di Carlo V. — Guerra di Parma; il duca Ottavio si lega con Francia; papa e impero contra lui; non fanno frutto; il papa Giulio III perde in cotesta guerra reputazione, pecunia e la vita del nipote. — Guerra in Piemonte. — Guerra in Germania. — Fuga dello imperatore da Villaco descritta. — Guerra di Siena. — Cosimo dei Medici e Piero Strozzi. — Andrea soccorre languidamente Cosimo; alcuni dicono che salvasse, altri che perdesse navi cariche di grano: come si accorda la discrepanza. — Gesti gloriosi del Doria in Maremma. — Andrea fugge davanti Lione Strozzi. — Lione Strozzi va in Ispagna e per poco non piglia Barcellona. — Rotta di Ponza, dove Andrea Doria perde sette galee e non soccorre Napoli. — Commissione della Francia al Mormile; che per astio del principe di Salerno tradisce. — Il Doria tornando a Napoli libera Orbetello dallo assedio. — Lettere falsate dal Mormile perrimandare l'armata turca, e corruzioni. — Arimone oratore di Francia per troppo zelo dà nella pania. — La guerra si volta tutta in Corsica. — Genova perde tutta la isola tranne Calvi e San Bonifazio. — Mirabile difesa di San Bonifazio: si rende a patti: opinioni varie intorno alle cause della resa: i patti non si osservano. — I Francesi rendono la pariglia allo Imperatore co' falsi sigilli compensando le false lettere. — Francia offre rendere la Corsica al Senato di Genova, purchè si stacchi dallo Imperatore; il Senato e Andrea ne ragguagliano Cesare. — Gagliardi soccorsi di Carlo; anco Cosimo duca di Firenze sovviene la impresa; provvisioni di guerra e condotte di soldati che fa l'ufficio di San Giorgio. — Andrea eletto capitano generale riceve lo stendardo di san Lorenzo. — Cristofano Pallavicino precede Andrea e libera Calvi; — Agostino Spinola sbarca a Erbalunga e manda il paese a ferro e a fuoco. — Andrea sbarca nel golfo di San Fiorenzo, e assedia la terra che porta il medesimo nome; — poi percosso dalla infinita mortalità muta l'assedio in blocco. — Manda Angiolo Santo delle Vie ad assalire Bastia, e quegli piglia la città e la rôcca; volendo poi stravincere a Furiani è battuto due volte. — Il Thermes tenta offendere di fianco Agostino Spinola. — Bella azione di Giovanni da Torino che soccorre per forza San Fiorenzo, e poi n'esce alla scoperta e si salva combattendo. — Andrea si ostina a rimanere intorno San Fiorenzo in onta alla moría; — il Thermes e il Sampiero, tentato ogni verso invano per sorprendere la sua vigilanza, per disperati si ritirano a Corte. — San Fiorenzo viene a patti; Andrea ne propone dei crudeli: ributtansi; alle istanze dei suoi ricusa cedere in apparenza, ma in sostanza concede si salvino i fuorusciti côrsi e napolitani; ma poi si pente; e presi trentatrè côrsi gli mette al remo. — I Francesi abbandonano i Côrsi nella pace di Castello Cambrese. — Andrea ha da levarsidalla impresa di Corsica per condurre soccorsi a Napoli; passando presso la torre di Spano, tratto in agguato, perde quattrocento e più uomini. — Giovannandrea perde una galea a Portoferraio investendo tra gli scogli; nove ne manda a traverso in prossimità di Portovecchio: quasi a conforto di tante trafitture di Andrea il suo nipote piglia poco dopo cinque fuste turche.
Imprese di Andrea decrepito; ha bisogno di vivere, e vive. — Si parla di Dragut, e si mostra in qual concetto lo tenesse il Doria. — Dragutte vigila per ampliare nel Mediterraneo lo imperio di Solimano. — Casi di Affrica, città in Affrica. — Arti del Dragutte per impadronirsene; — capitate male le insidie ricorre alla forza, ed anco questa mescolata di frode, sicchè all'ultimo riesce, e se ne fa signore; nè però la regge improvvido o crudele. — Carlo V ordina la impresa dell'Affrica, e ci prepone Andrea per le cose di mare, e Giovanni della Vega vicerè di Sicilia per quelle di terra. — Ingiustizia degl'improperi degli storici anco moderni contra il Dragut. — Dragut nabissa le coste d'Italia; ruina di Rapallo, e caso dello innamorato Magiacco. — Gl'imperiali pigliano Monastir, prima la terra, poi la rôcca con la morte di tutti i difensori. — Il Dragutte infuria su le spiagge spagnuole per divertire la guerra dall'Affrica e invano. Assedio dell'Affrica, e sue difficoltà. — Battesi la cortina invano; scalata al rivellino respinta; pretesti inutili per onestare la disfatta. — Screzio tra il vicerè della Vega e don Garzia di Toledo. — Le milizie sconfortate, i capi si rimettono in Andrea, che manda a Genova e a Livorno a pigliarli; i quali celeremente portati sollevano le speranze degli assediati. — Disegni del Dragutte di assalire da due parti il campo; il della Vega avvisato lo previene, fazione contro il Dragut, che rotto ripara alle navi. — Osservazioni su gliscrittori di varie nazioni, che parlano di Andrea Doria. — Sortita degli assediati respinta. — Si delibera l'assalto della terra dal mare. — Il Doria inventa le batterie galleggianti e come le fabbrica. — S'è verosimile che inventasse queste batterie don Garzia di Toledo. — Gl'Italiani e i cavalieri di Rodi assaltano la terra e la pigliano con la morte di tutti i Turchi. — I cristiani fanno schiavi i cittadini e li vendono; — ma di ogni altra cosa si trova scarsa la preda. — L'armata imperiale al ritorno patisce fortuna di mare. — Il Dragutte va a Costantinopoli, dove propiziatosi Solimano è creato da lui Sangiacco di Barberia. — Il Dragutte alle Gerbe, va a chiudercelo il Doria; il quale muove all'ospite del Dragutte turpe proposta e n'è vergognosamente ributtato. — Il Dragutte gli sguizza di mano con lo stesso strattagemma che adoperò Annibale a Taranto. — Paolo Giovio attribuisce il medesimo trovato a Consalvo Fernandez. — Dove e quando morisse il Dragutte. — Fortuna e sua mutabilità. — Decadenza di Carlo V. — Guerra di Parma; il duca Ottavio si lega con Francia; papa e impero contra lui; non fanno frutto; il papa Giulio III perde in cotesta guerra reputazione, pecunia e la vita del nipote. — Guerra in Piemonte. — Guerra in Germania. — Fuga dello imperatore da Villaco descritta. — Guerra di Siena. — Cosimo dei Medici e Piero Strozzi. — Andrea soccorre languidamente Cosimo; alcuni dicono che salvasse, altri che perdesse navi cariche di grano: come si accorda la discrepanza. — Gesti gloriosi del Doria in Maremma. — Andrea fugge davanti Lione Strozzi. — Lione Strozzi va in Ispagna e per poco non piglia Barcellona. — Rotta di Ponza, dove Andrea Doria perde sette galee e non soccorre Napoli. — Commissione della Francia al Mormile; che per astio del principe di Salerno tradisce. — Il Doria tornando a Napoli libera Orbetello dallo assedio. — Lettere falsate dal Mormile perrimandare l'armata turca, e corruzioni. — Arimone oratore di Francia per troppo zelo dà nella pania. — La guerra si volta tutta in Corsica. — Genova perde tutta la isola tranne Calvi e San Bonifazio. — Mirabile difesa di San Bonifazio: si rende a patti: opinioni varie intorno alle cause della resa: i patti non si osservano. — I Francesi rendono la pariglia allo Imperatore co' falsi sigilli compensando le false lettere. — Francia offre rendere la Corsica al Senato di Genova, purchè si stacchi dallo Imperatore; il Senato e Andrea ne ragguagliano Cesare. — Gagliardi soccorsi di Carlo; anco Cosimo duca di Firenze sovviene la impresa; provvisioni di guerra e condotte di soldati che fa l'ufficio di San Giorgio. — Andrea eletto capitano generale riceve lo stendardo di san Lorenzo. — Cristofano Pallavicino precede Andrea e libera Calvi; — Agostino Spinola sbarca a Erbalunga e manda il paese a ferro e a fuoco. — Andrea sbarca nel golfo di San Fiorenzo, e assedia la terra che porta il medesimo nome; — poi percosso dalla infinita mortalità muta l'assedio in blocco. — Manda Angiolo Santo delle Vie ad assalire Bastia, e quegli piglia la città e la rôcca; volendo poi stravincere a Furiani è battuto due volte. — Il Thermes tenta offendere di fianco Agostino Spinola. — Bella azione di Giovanni da Torino che soccorre per forza San Fiorenzo, e poi n'esce alla scoperta e si salva combattendo. — Andrea si ostina a rimanere intorno San Fiorenzo in onta alla moría; — il Thermes e il Sampiero, tentato ogni verso invano per sorprendere la sua vigilanza, per disperati si ritirano a Corte. — San Fiorenzo viene a patti; Andrea ne propone dei crudeli: ributtansi; alle istanze dei suoi ricusa cedere in apparenza, ma in sostanza concede si salvino i fuorusciti côrsi e napolitani; ma poi si pente; e presi trentatrè côrsi gli mette al remo. — I Francesi abbandonano i Côrsi nella pace di Castello Cambrese. — Andrea ha da levarsidalla impresa di Corsica per condurre soccorsi a Napoli; passando presso la torre di Spano, tratto in agguato, perde quattrocento e più uomini. — Giovannandrea perde una galea a Portoferraio investendo tra gli scogli; nove ne manda a traverso in prossimità di Portovecchio: quasi a conforto di tante trafitture di Andrea il suo nipote piglia poco dopo cinque fuste turche.
Quando i Romani videro Mario, il quale ormai vecchio di sessanta anni, desiderando di andare a combattere Archelao e Neottolemo satrapi del re Mitridate, industriavasi mantenersi gagliarde e bene disposte le membra esercitandosi nella palestra coi giovani a maneggiare cavalli ed a trattare armi, lo compassionavano come quello, che di povero diventato ricco, e di piccolo grandissimo, dopo tanti trionfi e dopo tante gioie godute non sapesse finire in pace la prospera ventura. Ciò che i Romani avrieno detto adesso, considerando Andrea Doria, ignoro; questo so, che come a me, ad altri deve riuscire stupendo contemplare un vecchio di ottantaquattro anni (che tanti ne contava Andrea in quel torno), condotto a quello estremo termine in cui la vita della più parte dei mortali è conchiusa, o se da taluni è toccata, a sè procaccia fastidio, in altrui mestizia per la ruina di animo e di corpo, che partorisce strappare, per così dire, al sepolcro gli anni che avrebbe dovutovivere Giannettino, e correggendo l'errore della morte, aggiungerli alla propria vita, riempiendone lo spazio tra sè e il nepote Giovannandrea; la quale cosa avrebbe dovuto naturalmente fare il suo figliuolo adottivo Giannettino: certo la volontà, comunque indomata, dell'uomo tanto non può, e tuttavia, in parte, penso, che possa. Narriamo dunque le geste di Andrea decrepito, mentre i suoi coetanei tutti, e dei discendenti i più, da lunga stagione dormono il sonno eterno.
Chi fosse Dragutte narrammo, e come, caduto in podestà di Andrea, lo francasse non già per cupidigia di taglia eccessiva, secondochè parecchi fra gli antichi, e taluno moderno scrittore si ostina a rinfacciargli (avendo dimostrato che la fu piuttostochè discreta meschina); bensì perchè i Turchi si piegassero al costume di fare a buona guerra o almanco non incrudelissero. Che poi il Rais turco fosse uomo di guerra prestantissimo, veruno il seppe quanto Andrea, il quale così lo tenne in pregio che volle perpetuarne la immagine sopra le proprie medaglie dietro la sua: di fatti non si revoca in dubbio che ritragga il Dragutte la testa che vediamo nel rovescio di quella disegnata nelle monete, medaglie e sigilli dei principi Doria descritti ed illustrati da Antonio Olivieri, ed èla prima della Tavola II[36]. Costui pertanto, dopo la morte dell'ultimo Barbarossa, rimasto solo a vigilare le cose dell'Affrica, spiando diligentissimo le occasioni per confermare od ampliare il dominio del suo Signore, venne a sapere come nella città modernamente chiamata Affrica e Media, ed in antico Lepti, ovvero Afrodisio pel culto che dentro un solennissimo tempio vi professavano a Venere dea, alcuni, congiurati insieme per odio alla tirannide, o piuttosto, secondochè più spesso avviene, per voglia di farsi tiranni, spento il principe la ressero, e bene, almeno su i primordi, come suole, procurando metterla in fiore col ricoverarvi copia di Ebrei e di Arabi cacciati via dalla Spagna e dal Portogallo, i quali vi trasportarono le industrie loro e i commerci. Sembra che la città imperassero o tutti in una volta, o con alterna vece quattro principali cittadini, dacchè sappiamo che Dragut, essendosi propiziato co' doni uno fra essi chiamato Brambara, chiese accettassero in Affrica come cittadino, persuaso che volentieri glielo assentissero; e s'ingannò, imperciocchè quanto più si sbracciava il Brambara a caldeggiare il partito, tanto meglio glialtri si ostinavano a rigettarlo, conoscendo espresso che, entrato cittadino in piccola terra il comandante di sessanta tra galee, galeotte e legni minori, se dura un dì senza farsi tiranno gli è per miracolo. Andate male le arti astute, si pose mano alle violente. Dragutte incollerito bandiva, poichè compagni non avevano voluto diventargli, gli abitatori dell'Affrica si apparecchiassero ad obbedirlo servi; se sapevano si difendessero. Chiamato il Brambara in luogo segreto parecchie miglia lontano della città, gli commette quanto egli abbia da fare dopo consegnatigli cinquecento Turchi usi agli sbaragli; egli poi va con le navi ad attelarsi dinanzi la città, briccolandoci di tratto in tratto qualche palla, indi rinforza, all'ultimo piglia a bombardarla con ruinoso fracasso. I terrazzani non temendo assalti dalla parte di terra voltansi al mare, e nella zuffa si versano intensissimi, tanto più che pareva loro di cavarla a bene; per le quali cose il Brambara ebbe agio, sperto com'era dei luoghi, di accostarsi inosservato alle mura, scalarle, e correre co' Turchi la città. Così l'Affrica cadde in potere del Dragutte, che posto subito termine al saccheggio, la governò prudente, la costituì emporio delle sue prede, arsenale delle navi, arnese di guerra, così a difendere come ad offendere adattatissimo,giacendo ella sopra una estrema lingua di terra proprio di rimpetto alla Sicilia; donde però lo speculare continuo, lo spiccarsi istantaneo, e il ripararsi sicuro. Carlo V, non potendo patire cotesto stecco su gli occhi, mosso ancora dai prieghi dei popoli, ordinò a Giovanni della Vega vicerè di Sicilia, e al Doria, di condursi a fare cotesta impresa, preponendo il primo al comando della gente di terra, il secondo a quello dell'armata.
Era mente dei capi che gli apparecchi così in segreto si ammannissero, che nè anco un fumo ne traspirasse; comandi questi più facili a darsi che ad ottenersi; in vero, di ciò tosto ragguagliato il Dragutte irrompe a tempestare per le coste d'Italia; in ogni tempo per uscire in corso gli saria bastato anco meno, adesso poi lo moveva causa giusta, e ce n'era di avanzo, conciossiachè intendesse stornare la guerra dall'Affrica. Gli storici contemporanei, che diluviano vituperii sopra Dragutte, voglionsi compatire come quelli che trasporta la veemenza delle passioni del tempo, ma noi che conosciamo oggi come Turchi e Spagnuoli fossero belve pari, e del pari bramosi di preda, bene possiamo riprendere il modo di condurre la guerra nel Dragutte, ma, oltrechè dal modo col quale la conducevano gli Spagnuoli la sgarava di poco,dobbiamo confessare, che quanto al fine, i Turchi miravano conquistare la Italia su gli Spagnuoli, e gli Spagnuoli cacciare via i Turchi dall'Affrica; entrambi ladri di terre altrui; e se noi altri Italiani dovevamo scapitare o avvantaggiarci piuttosto con Maometto che con la Inquisizione, o con questa piuttosto che con quello, è cosa che renunzio a definire.
Dragutte pertanto, presa una nave genovese dei Caneti presso Trapani, la spoglia del carico; poi fa correre voce: che, lacero dalle tempeste, gli è forza rientrare nei porti. Il Doria tosto esce sul mare dove, cercato invano il Dragutte, torna indietro per torsi su la nave Muleasse re di Tunisi e traghettarlo per prezzo in Affrica: allora Dragutte sguizza fuori dai nascondigli, e mena ruina lungo le riviere. Rapallo ne andò sottosopra, e qui la tradizione racconta accadesse la strana avventura, che forse non fie grave di leggere a sollievo della mente affaticata dalla storia dei continui infortuni. Bartolommeo Magiocco, giovane rapallese, ama una giovane donna e non è amato: già si crede che formosissima ella fosse, ma bella o no piaceva al giovane e basta. Nel buio della notte irrompono i Turchi, la gente atterrita dagli urli, dai fuochi e dallo strepito delle armi, non fugge, vola: l'aspra cura di sè vince ogni affetto; nèa padre, nè a congiunti pensano, o se ci pensano non gli sovvengono; così lasciano in abbandono la ritrosa amata dal Magiocco, che desta al rumore trema come foglia, e si rannicchia nel buio; però al Magiocco bastò l'animo di volgere il viso colà dove tutti voltavano le spalle, nè gli preme morire, dacchè tanto vivere senza l'amor suo non pativa, e così sperimenta la fortuna cortese, che inosservato penetra nella casa della giovane, lei svenuta si reca sopra le spalle, e con esso seco si riduce a salvamento: affermano che a tanta prova di affetto il cuore della giovane si squagliasse, e l'amò, e forse lo amava anco prima, che in molte donne è natura mostrarsi superbe quanto più si mirano attorno gli amanti devoti: e se taluna viene per blandimenti propizia, ad altre all'opposto piace essere espugnata come rocca nemica: ma ciò agl'intendenti.
Queste ed altrettali accortezze giovarono poco al Dragut, imperciocchè Andrea, recatisi in nave nel golfo della Spezia mille Spagnuoli, quinci sferrando con ventidue galee, venti sue e due del Visconte Cicala, veleggia per Napoli e Sicilia, dove si aggiunge altre trentadue galee imperiali tutte, togline tre del Papa comandate dal Priore di Lombardia, e tre di Cosimo ducadi Firenze cui era preposto Giordano Orsino; poi tocca Trapani dove si reca a Capobuono già promontorio Mercurio. — Data e ricevuta qualche batosta, su lo appressarsi della spiaggia fu consiglio dei capitani occupare innanzi tratto Monastir terricciuola prossima all'Affrica, la quale, per trovarsi povera di gente, Dragutte aveva presidiata con un buon polso di Turchi, e parve ottimo partito, essendo a temersi, che mentre essi si sarieno travagliati intorno all'Affrica, Dragutte, che se ne stava fuori, colà raccogliesse lo sforzo dei Turchi e degli Arabi dalla universa Barberia, e fatto impeto improvviso sturbasse e ruinasse la impresa. La terra cadde in mano dei nostri, e fu poca fatica: più duro intoppo oppose il castello, perchè prima non si ebbe se non se ne ammazzarono tutti i difensori: dei nostri ce ne rimase oltre sessanta, senza contare i feriti, e dei più prestanti, come suole; una galera per lo stianto di un cannone si sfasciò.
Dragutte, cruccioso per non avere potuto stornare le armi imperiali dall'Affrica, imbizzarrisce su i mari, e dopo le liguri manda a fuoco e a sacco le spiagge côrse, elbane, tosche, e poi si arrischia fino alle spagnuole; a Valenza fa danno, lo ributtarono a Maiorca, ma invano, chè Andrea fermo più che maidi starsi alla espugnazione di Media lo lascia sfogare.
E' fu solo sul finire del giugno che don Giovanni della Vega, il quale, dopo surrogato il figliuolo Alvaro a reggere come vicerè la Sicilia, si condusse all'assedio di Media recando seco quattromila Spagnuoli, e arnesi adatti per abbattere muraglie; compito in meno di due giorni lo sbarco così della gente, come di ogni altra cosa necessaria al campeggiare, manda don Garzia a mettere le tende su certo colle soprastante alla città, egli si accampa poco oltre in luogo dilettevole, postando due compagnie di Spagnuoli in certo ricetto fabbricato sul lido a guardia e difesa delle munizioni.
Sorge la città di Media in cima di una lingua di terra su la costa di Barberia a tramontana dalla Sicilia: dal lato di oriente guarda Malta e l'isola di Gerbe, a ponente Tunisi e la Goletta; gira all'intorno quattro miglia e più; da tre parti la circonda il mare, la quarta va esposta agli assalti di terra: però dal mare non temeva offese o poco, imperciocchè il basso fondo del mare, se togli in due anguste calanche, non desse luogo si accostassero navi grosse; delle piccole non era a farsi caso. Muraglie validissime, e rinforzate da cinque torri costruite a uguali intervalli, la difendevano dallaparte di terra con un rivellino più in alto sporgente in punta molto in fuori. Riconosciuta per la seconda volta la terra, parve impresa più ardua di quella che dapprima non comparisse, e giudicando impossibile batterla dal lato del mare, ventilarono sul modo di assalirla per terra. Alcuni volevano si battesse prima il rivellino, prevedendosi che i cannoni, di che appariva munito, arieno malconcio qualunque si fosse attentato battere la cortina: altri all'opposto opinavano si avesse a combattere addirittura la cortina schermendosi dai fuochi del rivellino, sia bersagliando con gli archibusieri chi stava attorno alle artiglierie, sia costruendo terrapieni e travate. Prevalse in Consulta il secondo partito, però che il buon costume di guerra persuadesse incominciare gli assalti dai luoghi più deboli; e di vero procedendo altramente si corre pericolo, che i soldati per la troppa resistenza si scorino, e più volte respinti perdano la speranza del vincere. Tutto il giorno durarono a battere la terra con ventitrè cannoni, ma le cortine furono rinvenute oltre l'aspettativa gagliarde: fecero miglior prova contro il rivellino, dove riusci agli archibusieri condurre tanto innanzi le trincee da bersagliare a man salva chiunque si affacciasse al parapetto. Poichè l'esito aveva mandato allarovescia i presagi, per quel giorno si rimasono; nella notte presero la deliberazione, comecchè paresse ostica, di tentare la scalata al rivellino, e la tentarono sul fare del dì, che fu il secondo di luglio, gli Spagnuoli del Terzo di Sicilia: la fortuna non arrise al valore, o piuttosto gli Spagnuoli pari alla ferocia non possedevano la spigliatezza necessaria a costesta maniera di fazioni: fatto sta che dopo avere messo il piè su i parapetti ne furono ributtati. Gli storici parziali agli Spagnuoli, e Spagnuoli raccontano, che si trattennero spontanei da scendere giù dalle mura, avendoli per carità avvertiti un Moro dabbene, che nol facessero perchè sarebbero caduti dentro un fosso profondissimo tutto irto di acuti e di triboli, dove gli aspettava morte certa non menochè ingloriosa: novelle di cui gli uomini non patiscono penuria per onestare la disfatta, massime se questi uomini nascono o di Spagna o di Francia. Oltre la pesantezza delle milizie spagnuole, che fu la causa vera onde la scalata sinistrasse, vuolsi in parte attribuire la colpa all'astio che si portavano tra loro il Vega e il Toledo, il quale operò sì, che questi si movesse quando il giorno era chiaro, e tardi e inopportuno lo sovvenisse. Quantunque questa colpa del Toledo non sia facile a provarsi,su ciò mi occorre notare, che veramente la invidia, peccato assai comune negli uomini, è proprio vizio delle Corti, e poi lo screzio tra i due capitani ci viene così concordemente testimoniato dagli storici, che non si potrebbe con ragione mettere in dubbio.
Scemo il campo di combattenti, sconfortati i superstiti, le munizioni logore, la inopia delle vettovaglie, che poche ed a stento si avevano a cavare dalla Sicilia (dacchè il signor di Camorano, il quale doveva tenere provveduto il campo e fornire certe squadre di cavalli, fallì le promesse), le nuove del giorno, per gli apparecchi che si udiva allestire il Dragut formidabili, sempre più paurose, ebbero virtù di mettere il cervello dei capitani a partito, i quali fecero capo ad Andrea perchè trovasse modo di spuntare la impresa; e questi spedì senza frapporre indugio Marco Centurione con dieci galere a Genova a pigliarvi milleduegento Spagnuoli levati da Milano, nuove artiglierie, e munizioni provvedute dal Senato, e dall'Officio di San Giorgio: il duca di Firenze dette due mila palle di ferro, e copia di polvere, che il Centurione prese passando da Livorno. Questi rinforzi condotti al campo con diligente prestezza ebbero virtù di rinfrancare gli spiriti: certo essi capitarono in buon punto, perchè alVega fu porto avviso da un moro di don Luigi Perez Vergas governatore della Goletta[37], il quale era stato chiamato per consiglio al campo, come Dragutte accorso in aiuto dell'Affrica con quattordici vascelli, dopo averli messi in sicuro dentro certo golfo lontano una trentina di miglia su quella costa, n'era sceso con settecentoTurchi di provato valore, a cui avendo aggiunto molte bande di Arabi gratificatesi co' doni, ed anco con la fama della sua prodezza, mulinava percotere il campo con qualche improvvisa battitura da un lato, mentre dall'altro gli assediati, facendo impeto subitaneo fuori delle porte, lo arieno tolto in mezzo quasi sicuri di romperlo. Il Vergas da prudente capitano, non attese ad essere assalito sotto le mura, esperto che chi assalta ha sempre vantaggio così per l'animo concitato come per lo impeto che il corpo acquista col corpo: e poi il combattere in luogo e punto medesimo due nemici gli è come mettere tutto il suo sopra una posta sola: quindi, sotto pretesto di legnare, spedì due compagnie di archibusieri spagnuoli in certo bosco a ponente, e dopo breve intervallo seguitò egli con parecchie squadre, le quali, camminato che ebbero forse due miglia, occorsero nei Mori e nei Turchi affrettantisi allo assalto del campo: fu da una parte e dall'altra combattuto con la solita rabbia che nè dà, nè spera quartiere: prevalse al fine la virtù dei nostri, sicchè Dragutte, visti i suoi o spenti o laceri da non potere più reggere le armi, riparò alle navi, con le quali si ridusse alle Gerbe, e quivi stette ad aspettare la caduta del suo fidato asilo dell'Affrica, cruccioso per non poterla, come pure avrebbe voluto, sovvenire.
Gli assediati non avevano dal canto loro mancato al debito, e da tre punti, sortendo, assaltarono il campo; ma la furia turca si ruppe contro la costanza spagnuola, sicchè vennero aspramente respinti; ciò nonostante le cose dello assedio non accennavano a sollecita risoluzione, imperciocchè molta gente in tanti scontri di arme fosse andata perduta, ed i ricordi dei tempi lamentano, tra gli altri, morto un Ferdinando Toledo maestro del campo, cavaliere di molta prodezza; nè gli assediati facevano punto vista di balenare, anzi vie più nella difesa s'intoravano, animati da Hissè Rais nipote del Dragutte, giovane ferocissimo, preposto loro come capo; ed hassi inoltre a notare, che, sebbene per industria di Consalvo da Cordova, meritamente salutato col nome di Gran capitano, le fanterie spagnuole fossero diventate tali da reggere il paragone con le turche e superarle in campo aperto, per dare gli assalti stavano di sotto alle italiane. L'arte delle artiglierie, massime quella delle mine, aveva fatto con Piero Navarro notabili progressi, pure non tanti da sfasciare agevolmente muraglie costruite con sodezza e diligenza, e secondo il bisogno riparate: in ultimo, per difendere fortezze, i Turchi furono tenuti sempre, e anco ai dì nostri si reputano piuttosto singolari che rari. Giàaccostavasi settembre, e se la impresa non si vinceva nel corso del mese, era da prevedersi che la perversa stagione, repugnanti o volenti, avrebbe cacciati gl'imperiali di costà. Quando Andrea Doria, per fuggire danno e vergogna, propose in Consiglio: poichè le mine, le trincee, ed ogni altro sforzo erano riusciti invano dalla parte di terra, si tentasse l'assalto dal mare; a questo scopo egli mise fuori un suo nuovo trovato, il quale fu questo: alleggerite due galere di zavorra, e di attrezzi, le assicurò bene insieme con grosse catene, poi ci costruì sopra travate, riempiendo di terra pesta gli spazii rimasti vuoti tra l'uno e l'altro assito, e dietro a queste collocò i cannoni grossi da battere mura, non però più di quattro: forse avrà anco aggiunto intorno al corpo delle galee botti vuote, affinchè queste sporgessero più galleggianti su l'acqua, ma non lo trovo scritto, epperò senza iattanza parmi si possa dire, che quando don Barcelo, nel secolo passato, mise in opera nel famoso assedio di Gibilterra le barche cannoniere descritte dal Botta nel libro duodecimo della sua storia della Guerra Americana, non inventava, bensì ricordò, ed adattò all'uopo. Il Brantôme, sempre studioso di denigrare il Doria, tolto a questo il merito della invenzione delle batterie galleggianti, l'attribuisceal Toledo, ed è malignità francese, chè da lui in fuori veruno autore lo asserisce, e se di tali bisogne Andrea si avesse ad intendere un po' meglio di don Garzia lascio che giudichi ogni uomo di senno.
Il dieci di settembre pertanto, rimorchiate le batterie quanto meglio si potè presso le mura, cominciarono a bombardarle, e trovatele da questo lato deboli oltre l'aspettativa, che chi prima le fabbricò, non avendo immaginato che la terra da questa parte potesse ricevere offesa, trascurava di farle più forti, in breve n'ebbero abbattute per di molte braccia: e come fu per industria italiana che si fece la breccia, così per valore italiano si compì l'assalto: con gl'Italiani andarono i cavalieri di Rodi, non secondi mai ad alcuno nel cimentarsi alle più disperate fazioni, e ce ne rimase morti diciassette. Giordano Orsino ne rilevò un'archibugiata in un braccio, e assai ci si distinse Astorre Baglione, che poi fu generale dei Veneziani nella guerra di Cipro[38]. I Turchi non chieseroi patti, forse presaghi che non l'arieno ottenuti, ma contesero la terra palmo a palmo, e combatterono fintantochè caddero tutti morti; dei paesani menarono schiavi quanti poterono agguantare, di cui il numero giunse a ben diecimila, e gli menarono a vendere in Sicilia, dove, nota uno storico, le donne andavano, per così dire, a nulla, ed i fanciulli si davano per giunta; il saccheggio ci fu menato peggio che se le mani dell'uomo si fossero convertite in falci fienaie, e tuttavia l'avara crudeltà dei ladroni rimase delusa, o perchè i terrazzani avessero trovato modo di cansare altrove le robe, o perchè, come credo piuttosto, le industrie, quantunque ci avessero attecchito bene, non ci fossero anco venute in fiore. Se toccarono gravi al Dragut i danni del perdere, nè anco il Doria provò copiosi gli utili della vittoria;se quegli pianse il prode nipote miseramente ammazzato, questi pianse la morte della moglie Peretta, che giusto allora cessò di vivere, e tanto più amaro quanto che le rimaneva sola compagna delle antiche venture, e consigliera fidatissima: per modo che o tu consideri lo acquisto dei beni terreni, o le passioni dell'animo, qui pure trovò intera l'applicazione il dettato: che tra corsaro e pirata non ci corrono che i barili vuoti.
Rilevati i muri, messoci dentro presidio spagnuolo, e scarsamente fornitolo di munizioni e di viveri, gli assedianti tornano di malo umore in Italia; a crescerne la scontentezza li prese a travagliare la fortuna, onde per più di trabalzati su le onde stettero in dubbio della vita. Dragutte vassi a Costantinopoli non senza trepidazione, chè infelice capitano o colpevole fu un tempo la stessa cosa pei Turchi, nè pei Turchi soltanto; ma Solimano propiziato prima co' doni, e poi con parole accorte persuaso, crebbe di grazia al Dragutte, e lo promosse a Sangiacco di tutta la Barberia.
Adesso troviamo attestato da parecchi storici, che scrissero dei gesti di Andrea, com'egli avvertito del pericolo, che correva l'Affrica per gli assalti imminenti che il Dragutte stava allestendo a mezzo il verno, andasse dirittamentea rifornirla; la quale cosa per opinione mia non è vera, dacchè il Dragutte essendosi ridotto alla isola delle Gerbe per racconciarvi il naviglio, riusciva agevole con un po' di ricerca sapere, che fino a primavera non sarebbe stato in punto di tentare cose nuove, nè poteva supporsi, che il novello Sangiacco volesse imprendere fazioni zarose prima dei rinforzi che attendeva da Costantinopoli: certo è questo altro, che Andrea sul principio di marzo, studioso di opprimere il Dragutte prima dello arrivo degli aiuti, salpò da Genova con ventitrè galee remigando a golfo lanciato colà dove costui stava riparando le navi. Circondano l'isola delle Gerbe bassi fondi ond'ella poco sporge fuori dal mare; in sè non contiene colli: bensì lievi eminenze, e tutte terra; solo da un lato ci si accostano le navi entrando per mezzo di uno angusto canale dentro certo golfo poco anch'esso capace; il Dragutte, comecchè colto alla sprovvista, ritrasse sollecitamente dentro al golfo le navi; rinforzò di artiglierie una torre, che sorgeva alla bocca del golfo, e di qua e di là la munì di trincee da campagna condotte in fretta con la zappa, munendole di bersagliatori capaci a tenerne lontane le fregate, le saettie, ed altri legni minori, che delle galee, stante il molto immergersi di loro nell'acqua, egli non temeva. — Il Doria, riconosciutoper bene tutto il luogo dintorno, si persuase come fosse più agevole vedere, che pigliare il Dragutte; però si rivolse al signore dell'isola Solimano Schecchi, e con preghiere e profferte miste a minaccie assai lo stimolava perchè glielo consegnasse a man salva, e gli diceva non essere il Dragut soldato, sibbene ladrone di mari, infesto così ai Turchi come ai Cristiani; ma l'onesto Moro gli rispondeva: queste medesime cose il Dragutte dirgli per lo appunto di lui; ospite il Dragutte, sè non traditore; indegno sollecitare altrui di tradimento: aspettasse il suo nemico in alto mare, e con virtù lo vincesse: i prodi uomini desiderano vincere gli emuli in battaglia, non pretendono averli in mano come bestie da macello. Dura lezione e meritata. Allora Andrea, non potendo fare di meglio, si mise con sottile vigilanza a custodire l'uscita del porto, e sicuro che non gli potesse sguizzare di mano, attese ad averlo per fame.
Di fatti pareva non ci fosse proprio verso di sfuggire di sotto al Doria, molto più che il Moro signore della Isola aveva fatto conoscere al Dragutte tuttodì scemarsi la vittovaglia, e necessità non ha legge; pensasse pertanto ai casi suoi. Il Dragutte ci pensò, e la necessità, la quale come è suprema suaditrice di mali, così proviamomadre dei più stupendi trovati, gl'insegnò il modo di cavarsi dallo impaccio; quantunque sia più che verosimile, che il Dragutte non leggesse mai Tito Livio, anzi non lo udisse ricordare nè manco, immaginò lo stesso strattagemma, in virtù del quale Annibale tratte fuori dal porto, o seno di mare dei Tarentini, le navi sicule, e varatele in mare, le oppose alle Romane impedendo a quel modo, che la Rocca di Taranto venisse rifornita vie via di vettovaglia, e costringendola a rendersi per fame, che altrimenti se ne giudicava disperato l'acquisto[39]. Raccolti pertanto, quanti più potè, marraioli, ed allettatili con larghi salari, il Dragutte fece spianare sentieri, colmare valli, abbattere alberi, rendere insomma agevole la via; poi perforza di argani tirate le navi in terra, e accomodatole sopra cilindri, le spinse in mare dalla parte opposta del Golfo. Taluno racconta ch'egli ciò conseguisse non mica nel modo che ho esposto, bensì scavando un lungo canale fino all'altro lato della isola: troppo dura opera sarebbe stata questa e piena di difficoltà; però non ci sentiamo disposti a prestarci fede: anzi dubitiamo, che invece di trainare le navi per lo appunto su la contraria sponda della isola, siasi contentato di trasportarle in parte dove potesse andare inavvertito, anzi si avrebbe addirittura giudicare che la cosa stesse così, se dobbiamo credere quanto ne riporta il Campana nella vita di Filippo II, il quale attesta come le navi fossero trainate circa mezzo miglio più oltre dal luogo dove si trovavano prima; comunque però andasse, fatto sta che il Dragutte giunse a sguizzare di mano al Doria, che mentre, vigilata la bocca del porto, vive sicuro di pigliarlo da un momento all'altro, sel vede allo improvviso riuscirgli alle spalle e impadronirsi quasi su gli occhi suoi della buona galea laGalifada lui poco dianzi spedita a Napoli ed in Sicilia per cavarne provvisioni. Per cotesto evento scemò la reputazione del Doria, il quale apprese, e veramente aveva atteso ad impararlo un po' tardi, come, quando si mette il nemico alla disperazione,bisogna stare parati ai partiti ed agli sforzi stupendi che consiglia la necessità; crebbe all'opposto la fama del Dragutte di accorto non meno che di valoroso capitano, il quale indi a poco congiuntosi al Sinam Bascià si volse a combattere Malta e non la potè pigliare; ma era nei fati che cotesta terra gli avesse a riuscire funesta, imperciocchè tornato ad assalirla, e adoperandocisi dintorno con la solita prodezza, colto da una scheggia di pietra nel capo cessò di vivere con infinita allegrezza della Cristianità, che per la morte di lui si sentì come sollevata, dimostrando così in quanto pregio ella avesse la prestanza di questo capitano: però questo accadde più tardi, nel 1564, e dopo ch'egli ebbe percosso la Cristianità di fiere battiture e sè onorato con nobili gesti di guerra.
Niccolò Macchiavello, nel libro terzo delle Storie, racconta come Piero degli Albizzi avendo messo convito a molti cittadini, taluno o suo amico per ammonirlo, o nemico per minacciarlo della istabilità della fortuna gli mandasse, dentro un nappo di confetti, un chiodo, volendo significargli che si provasse con quello a conficcarne la ruota. Di fatti la esperienza dimostra come tutte le umane cose, toccato che abbiano la cima, o con violenza o gradatamente, forza è che calino, e questo sanno tutti; mapoichè natura ci creava non contentabili mai, e noi non sappiamo o non vogliamo conoscere quando siamo giunti al colmo, e cerchiamo irrequieti di arrivare più in su, accade che veruno uomo, comecchè sapientissimo, trovi tempo opportuno per dire a sè stesso: basta! Però il tempo che non sa trovare egli, la provvidenza lo trova, cui poi serve ministra quella, che da noi si suole chiamare fortuna: allora i nemici che tenevi sotto i piedi, te li scottano come se fossero diventati carboni accesi, il senno diventa follía, la forza debolezza, gli amici stessi non sai se più ti nuocono abbandonandoti alla tua sorte, ovvero quando si affrettano a sovvenirti; insoliti mostri ti opprimono, il mare non avrà altro che tempeste per te, rigori la estate, il verno arsura. La comune degli uomini sotto il fascio dei mali presto si ripiega, e così in fondo, che incontrando qualche volta una creatura tutta peritosa, ombratile, piena di ambagi, di ogni più lieve contrarietà intollerante, tu non sai persuaderti com'ella sia quella dessa ch'ebbe fama un dì di risoluta nei consigli, di prestante nelle opere[40]: alcuno, ma raro, offre contrastando mirabile spettacolo di sè, tuttavia all'ultimo infrantoanch'egli curva il capo e mormora fremendo: un Dio avverso mi opprime. Di questo ci dava testimonio solenne la nostra età; e nei tempi di cui favelliamo ce lo porse Carlo V ed invano: imperciocchè nonostante lo esempio e i moniti paterni, Filippo II rinnovò la prova con potenza ed ingegno molto minori di lui, epperò con esito più infelice.
Cominciava a dargli fastidio Parma quasi favilla accenditrice di alto incendio, che il cardinale del Monte promise, se fosse stato eletto pontefice, di rendere ad Ottavio Farnese, ed eletto principalmente per opera dei settatori di questa casa, quantunque prete, osservò la promessa, e non fu poco. Il Gonzaga, a cui l'aspra ragione delle ingiurie fatte imponeva l'obbligo di farne sempre di nuove, onestando l'odio e la paura sotto colore di pubblica utilità (ed in questo lo sovveniva con molto calore il Mendozza, oratore cesareo in corte di Roma, o per soverchio zelo pel suo signore, o per altra passione a noi ignota), esponeva allo Imperatore come consiglio di buona politica fosse i nemici offesi aversi a placare co' benefizii, ovvero opprimerli; però ad Ottavio o togliesse anco Piacenza o restituisse Parma: via di mezzo non sapere vederci, nè esserci; a Carlo austriaco piacque naturalmente dei due partiti il primo,nulla badando al vincolo di sangue; epperò commise al Gonzaga adoperasse la sua industria per ispogliare il genero. Ottavio, presentite le insidie, ricorre al Papa, perchè pigli in mano la difesa del feudo della Chiesa, senonchè il Papa aborriva spendere, e il danaro se lo teneva per sè; e poi dello Imperatore egli tremava a verga, per la quale cosa gli rispose: si aiutasse, lo aiuterebbe anco Dio; e siccome Ottavio gli faceva notare come Dio non lo potesse, secondo ogni verosimiglianza, sovvenire altramente, che con la lega di Francia, il Papa stringendosi nelle spalle non seppe dire altro: ci badasse due volte, avvertisse bene a quello che faceva. Ottavio reputando queste parole consenso, o per lo manco facoltà di provvedere al fatto suo come meglio gli paresse, si legò con la Francia. Di qui una guerra lunga e promiscua, dove all'ultimo prese parte anco il Papa, non già a difesa, bensì ad offesa di Parma, dove unite le sue alle armi imperiali, perse pecunia, reputazione, la pace dell'animo, e più di tutto amaro, la vita del nipote Giovambattista dal Monte, uomo chiaro per bontà e per valore.
Intanto che il Gonzaga, acceso da troppa voglia di ridurre a mal partito Parma, sprovvede di milizie la parte del Piemonte occupata dalle armi imperiali, il Brissac succeduto al principedi Melfi, nell'altra parte tenuta dai Francesi, procura alla sordina di far massa di gente traendone grossa mano di Francia a cui fece passare le Alpi alla sfilata, e raccoltane quanta gli parve bastevole al suo disegno, assaltava allo improvviso e prendeva Chieri e San Damiano, onde al Gonzaga, messo da parte ogni pensiero di Parma e della Mirandola, toccò tornare indietro più che di passo per impedire che i Francesi si allargassero.
Più fiero nembo si addensava in Germania, dove Enrico II di Francia, stretta lega co' principi protestanti sotto colore di rivendicare in libertà il Langravio, mosse contro Cesare tutto lo impero; e fu in questa guerra, che accadde la vergognosa fuga dello Imperatore e di Ferdinando re dei Romani suo fratello, imperciocchè standosi eglino ad Jnspruk a sicurezza con la corte e gli oratori dei principi stranieri, Maurizio duca di Sassonia, capo dei confederati alemanni, indettatosi segretissimamente co' soli Guglielmo di Assia primogenito del Langravio, e Giovanni Alberto duca di Mechlenburgo, così si spinse subitaneo contro cotesta terra, che fu gran ventura a tutti quei personaggi potersi salvare nel fitto della notte, per mezzo pioggie rovinose, fra sentieri fangosi, dove si procedeva appena a lume di torce. Principi di corona, duchi,e marchesi vedevansi a gran stento movere passi affondando le gambe fino al ginocchio nel pantano: per Carlo già guasto del male di gotte trovarono una lettiga, donde di tratto in tratto sporto il capo mostrava lieto sembiante, ed ai tristi che gli trottavano attorno diceva: non si sgomentassero, avrebbe, prima che fosse molto, saputo ben egli tirare solenne castigo da cotesto più pazzo che fellone, che con tanta temerarietà si era mosso contro di lui. — Parole inani con le quali ostentava simulare l'acerbità del cruccio per la patita umiliazione, e più di questo doloroso assai il senso della propria decadenza: riparò a Villaco, castello su la Drava, dove udendo che i Veneziani radunavano milizie, entrò in sospetto di avere fuggito l'acqua sotto le grondaie, senonchè avendogli inviato la Repubblica oratori per confortarlo a starsi di buona voglia, si sentì tutto ricreare.
E poichè, come suol dirsi, ad albero che casca, accetta, accetta, anche a Siena, tocca dal contagio, saltò in testa di ribellarsi, e cacciati via gli Spagnuoli, accolse in vece di quelli i Francesi, che il mutare basti (lo avvertii altrove e lo ripeto adesso) fu detto un tempo in Italia riacquistare libertà, e piaccia a Dio, che anche ora non sia così. Colà la guerra crebbe grossa e terribile, conciossiachè Cosimo dei Medici ePiero Strozzi se facessero quasi un campo chiuso per combattervi un duello a morte. Cosimo combattè con le industrie, le provvisioni, e i consigli accorti, l'altro con la prestanza del braccio, e le imprese arrisicate; prevalse il primo, e a dritto, perchè giudicarono ottimamente Piero Strozzi quelli che dissero di lui essere diligentissimo e valorosissimo capitano, celere a pigliare partiti, e più pronto altresì a mandarli in esecuzione; dei comandamenti altrui se buoni miglioratore, se tristi emendatore, però più fortunato a uscire e ad entrare dove voleva, e a camminare per piani, per monti, e per paesi nemici in ogni tempo, che in combattere.
In questa guerra di Siena, certo non per deliberazione dell'animo, Andrea anzichè combattere contro la libertà si travagliava in favore della tirannide, però che i Francesi e lo Strozzi il vivere libero conoscessero poco ed amassero meno, e in Siena tornasse con loro l'apparenza non la sostanza della libertà; solo procedeva sincero il popolo, come suole, e come suole non godè della libertà e patì per la tirannide; tuttavia Andrea vi andò di male gambe, e quando più tardi ebbe a levare di Corsica ottocento Spagnuoli per traghettarli sopra le coste sanesi, ei gli condusse a Livorno, scusandosi con la necessità di recarsi presto a Genova, ma Cosimo,sospettoso sempre, tenne per fermo che tale operasse in odio del suo incremento, o per vedersi scemato lo aiuto degl'imperiali nella guerra di Corsica; i quali sospetti crebbero a dismisura alloraquando Andrea, trovandosi a Portoferraio, non volle impedire che i Francesi soccorressero Portercole, e si lasciò pigliare quasi su gli occhi sette navi cariche di grano[41]protestando che con l'armata scema di diciannove galee spedite poco prima a Napoli egli era un giocare da disperati: più tardi, o cedendo alle istanze di Cosimo, o come credo piuttosto obbedendo ai comandi di Carlo, mandò il nipote Giovannandrea in compagnia di Bernardino Mendozza con venticinque galee al servizio degl'imperiali in Maremma, ma nè anco adesso Cosimo ebbe a sperimentarlo cedevole ai suoi desideri, però che avendo loro ordinato, che s'ingegnassero pigliare Castiglione della Pescaia per impedire che venisse a Grosseto l'aiuto dal mare,se ne tirarono indietro allegando che i soldati spagnuoli si ricusavano di fare la fazione se prima non si saldavano delle paghe; e poichè parendo, come infatti era, ostico a Cosimo avere a pagare i debiti altrui, propose che se gli Spagnuoli non volevano combattere, gli mettessero a terra, e invece loro imbarcassero altrettanti archibusieri dei suoi: essi lo fecero, ma in luogo di assalire Castiglione della Pescaia pigliarono Talamone, e non fu impresa degna di poema nè di storia, chè soli quaranta Francesi vi stavano di presidio.
Cosimo ordinò le fazioni, ma il Doria tirava l'acqua al suo mulino, perchè trovandosi con le ciurme scarse, quanti prigioni agguantava, tanti senza misericordia metteva al remo.
Non contenti i Francesi di tenere sollevate le cose di Siena, si volsero alla Corsica e quasi tutta la occuparono, levandola di sotto alla devozione di Genova; prima però di esporre cotesti successi mi occorre toccare di taluni rivolgimenti donde Andrea ebbe ad accorgersi che, satellite dell'astro imperiale, come lo aveva seguitato al meriggio così doveva accompagnarlo al tramonto. Lione Strozzi priore di Capua, ammiraglio peritissimo non menochè prode, il quale fu fratello a Piero Strozzi, e in questa guerra di Siena morì di un'archibugiata nel fianco aScarlino, avendo sentito come Andrea sferrasse con l'armata da Genova per la Spagna, a levarne Massimiliano re di Boemia con la reina sua moglie e condurlo in Italia, donde restituirsi in Lamagna, deliberò andare ad incontrarlo e combatterlo: per la quale cosa uscito dal porto di Marsilia con ventitrè galee ed una galeotta, si pose ad aspettarlo verso le isole Jeres. Andavano con Andrea ventisette galee, ma, come taluno affermò, avendo scoperto l'armata nemica alla distanza di cinque miglia, o come tal altro assicura, essendo stato avvertito da un capitano nizzardo, non si attentò d'ingaggiare battaglia; all'opposto a furia di remi si riparava nel porto di Villafranca. Chi cerca per la storia, qualche volta ha motivo piuttosto di giocondarsi che no su la miseria umana, e adesso argomento di riso lo somministra il molto affaccendarsi che fanno i parziali del Doria, per iscusare cotesta fuga; e chi asserisce ch'egli a quel modo operasse a cagione del trovarsi le sue galee mal fornite, come se, dove ciò fosse stato, non gli si dovesse ascrivere a colpa, e meriti fede andando a levare personaggi di tanta importanza per traghettarli lungo coste e per mari infestati da' nemici: altri poi ci fa intendere, che Andrea, mancando di ordine per parte dello Imperatore, si astenne da combattere, come se le occasionidi menare le mani non fossero lasciate in arbitrio del Capitano; più bugiardo di tutti il Sigonio accerta che Andrea, arringati i suoi soldati, e confortatili a portarsi da valentuomini, mosse contro il Priore, senonchè il vento lo allargò nel mare, e rinforzando tutta notte lo spinse a Villafranca, mentre all'opposto il Cappelloni, più verecondo di ogni altro, passò in silenzio il caso.
Lione, poichè inseguito un tratto il Doria conobbe non lo potere agguantare, tornò a Marsilia dove artatamente fece correre voce volere condursi in Affrica contro i Pirati, ma trattosi in alto mare trasformò le sue galee, nell'alberatura, negli ornati, nelle bandiere come in ogni altra cosa, in guisa da parere anco agli occhi dei meglio esperti spagnuole, poi si volse risoluto a Barcellona, dove comparso allo improvviso nel dì di San Bartolomeo empì di confusione e di paura l'universale, e si tiene generalmente per certo, ch'egli se la sarebbe recata in mano, se i suoi fossero stati meno vaghi di gloria, che di bottino: di vero la preda che menarono si ricorda grandissima; sette navi cariche di merci, altri legni minori, ed una galea fornita di tutto punto vennero in potestà dei vincitori, e questa per curiosa vicenda, che scambiato Lione per Andrea si era condotta a salutarlofuori del porto oltre un miglio; i cavalieri, le donne, e anco i borghesi che si trovarono sopra la galea, Lione lasciò andare assai cortesemente senza riscatto, il popolo no; lo mandò al remo. Andrea più tardi quando seppe libero il mare e rinforzato dalle tre galee del Duca di Firenze, andò in Ispagna, donde trasferito il Re di Boemia a Genova, quivi secondo il consueto nel proprio palazzo con regale magnificenza ospitò.
Ma più fiera battitura così nella roba come nella fama Andrea ebbe a rilevare nel disastro di Ponza, il quale meritando essere partitamente raccontato, innanzi tratto è mestieri avvertire come Enrico II di Francia, smanioso di appiccare lo incendio ai quattro canti del mondo per ardervi dentro l'odiato Imperatore, serpentasse Solimano perchè anco per quell'anno spedisse la sua flotta nel Mediterraneo, dove congiuntasi con la sua che allestiva a Tolone, arieno potuto nabissare il reame di Spagna non che Napoli e Sicilia; nè Solimano alle premurose istanze dell'oratore francese diede ripulsa, all'opposto promise mandare centocinquanta tra galee, e galeotte, e le mandò costituendone ammiraglio generale Rustan pascià, e capitano della vanguardia Dragutte. I primi doni questa armata recava alla Italia ardendo di colta la torre del faro diMessina, e la chiesa della Madonna della Grotta; procedendo oltre manda a ferro ed a fuoco Reggio, Policastro, Zainetto, insomma tutte le terre dove potè allungare le branche. E perchè lo incendio per difetto di alimento non avesse a illanguidire, o per crescerlo, la Corte di Francia commise a Cesare Mormile fuoruscito napolitano, di fazione popolare, si recasse in Italia a scrivere fanti e cavalli e concertarsi in tutto e per tutto coll'Arimon, che navigava su la flotta turchesca, fornendolo a questo uopo di danari in copia e di credenziali amplissime, quali appena si affidano ai più provati ministri, voglio dire, carte bianche col nome in fondo, testimonio di levità di cui le dava, non di merito per quello che le riceveva. Tanto struggimento poteva bastare, e sembrare anco troppo, ma non se ne contentarono, e come avviene sempre, il soverchio ruppe il coperchio, imperciocchè in Corte di Francia considerando come il Mormile, per essere popolesco, co' baroni di Napoli non avrebbe attecchito, pensarono affidare un carico in tutto pari al suo al Sanseverino principe di Salerno, di già chiaritosi ribello allo Imperatore, piuttosto spasimante che cupido di vendetta: di ciò informato il Mormile si fece a trovare l'oratore di Cesare, e il cardinale di Mendozza a Roma, ai quali profferse di rivelare la trama, che siordiva a danno di Napoli, e d'impedirne per quanto stava in lui lo effetto: se costoro lo accogliessero con carezze a sgorgo, di leggieri si comprende, e tanto più gli sbraciavano promesse quanto già erano deliberati ad osservargliene meno. — Chiamava il Mormile in testimonio Dio e i Santi, come lo movessero a questo non già astio contro il Sanseverino deputato anch'egli a simile impresa, nè rancore contro la Francia (la quale in mal punto dopo avere messo in costui tanta fede, e tanto in mal punto gliela toglieva), nè manco voglia avara di avere in guiderdone tutti o parte i beni del ribelle principe, o cupidità di riacquistare i proprii, mai no; — ed ambi i Mendozza, l'oratore e il cardinale rispondevano: — non ci è mestieri sacramenti, capirsi da sè che lui infiammava unico il bel desío di tornarsi in grazia al suo signore e padrone; lo amore suo per la Patria essere tutt'oro di quaranta carati, e questo fargli desiderare di chiudere in pace gli occhi nella terra che cuopre le ossa dei suoi, e dove al sacro fonte fu redento cristiano: tuttavolta era certo, che lo Imperatore nella sua magnanimità l'avrebbe costretto a tornare al possesso dei suoi beni, e con la spoglia del servo traditore avrebbe vestito il servo fedele; oltre tutto questo lui aspettare la riconoscenza dei cittadini salvati, e lafama perenne della storia: questo gli mallevavano essi e ci mettevano pegno. Al Mormile veramente sarebbe bastato molto meno, ma quello che ebbe esporremo tra poco.
L'armata turca dopo le variate imprese surse a Ponza, ma non così da starsi ferma su le áncore, che ora si tirava a Procida, ora alla punta di Posilipo, ed altre volte altrove. Andrea per tenere ferme le cose di Napoli minacciate da tanto sforzo di guerra palese e segreto, ebbe ordine dallo Imperatore d'imbarcare duemila fanti tedeschi alla Spezia, e trasportarli a Napoli su ventinove galee, e come gli fu comandato così fece: poi si mise cauto a navigare costa costa, sperando in onta alla vigilanza nemica sbarcarli a Gaeta, o in altro luogo più destro della spiaggia napoletana: si fermò per fare acqua in foce di Tevere, e quivi, investigate sottilmente quante persone gli occorsero, non gli venne fatto di raccogliere novità alcuna, onde giudicando che il nemico stanziasse a Procida inteso ad impedire, che Napoli li sovvenisse, ordinava ai Comiti procedessero schivando monte Circello per tema d'insidie, e adagio perchè le ciurme non si affaticassero risoluto di scivolargli di sotto per le bocche di Capri. Però se le spie non servivano a dovere il Doria, buono ufficio rendevano al Dragutte, sia ch'egli ci adoperassemaggiore diligenza o più larghezza, sicchè costui dello appressarsi dell'armata imperiale ebbe avviso, giusto mentre se ne stava appiattato dietro monte Circello, e non gli parendo luogo adatto cotesto ad opprimerlo, nè reputando senza lo sforzo dell'armata di poterlo fare, quinci di cheto partissi, mandando innanzi un legno sparvierato per avvertire il Rustan bascià a starsi ammannito. Andrea finchè le forze gli valsero non si mosse di su il castello della galea a specolare, ma essendosi messo il buio fitto, nè per vegliare che facesse udendo attorno rumore alcuno, cedeva alla stanchezza raccomandando sempre ai Comiti si tenessero al largo: e questi è da credersi non trascurassero il debito, ma le correnti forse li trasportarono più, che non volevano vicino a Ponza; tuttavia, nè manco avrebbe loro approdato a starci discosto, imperciocchè l'armata turca si fosse distesa per modo da circuirli anco in mare più aperto. La più parte degli storici narra come Andrea, chiamato dal pericolo in coperta, non sapesse trovare altro rimedio al subitaneo caso, eccetto quello di ordinare la fuga, ma havvi tale che afferma avere Andrea mostrato buon viso alla fortuna, fermo in tutto di combattere quantunque più di due volte inferiore al nemico, al quale intento commise, le galee quanto megliopotevano si stringessero, ad ora ad ora levassero i remi per aspettare le tarde, affinchè o tutte si salvassero o si perdessero tutte. I Turchi pronti con le miccie accese avere cominciato allora a balestrare un turbine di ferro e di fuoco, in questa un gruppo di palle traversando lo spazio tra la Capitana di Andrea e la Spagnuola, rasenta da vicino questa ultima, onde gli Spagnuoli domandano con gran voce, che cosa si avessero a fare, e Andrea instando sempre rispondeva: una galea facesse spalla, e remi ci adoperassero e vela. — Di queste parole o non intesero o non vollero intendere che l'ultima, per la quale cosa subito si levò, e si diffuse il grido:vela! vela!
Comincia la fuga; Andrea visto andare tutto a rifascio, attende come gli altri a salvarsi; gli tenne dietro la Capitana spagnuola con due altre; i Turchi dettero la caccia, ma durante la notte non giunsero a mettere mano se non sopra una galera sola; però continuandola con inestimabile ardore fino alle cinque pomeridiane, arrivarono ad agguantarne alla spicciolata fino a sette con entrovi settecento circa Tedeschi, i quali furono dai Turchi, come quelli che pativano difetto di ciurma, immediate messi al remo: vi cadde eziandio prigione il nipote del Cardinale di Trento Colonnello Giorgio Madruzzi,giovane assai reputato nell'arme, il quale condotto a Costantinopoli fu poi riscattato con larga taglia dallo zio, adoperandosi molto alla liberazione di lui anco Monsignore di Cognac oratore francese presso Solimano. Però non è affatto vero, che riuscisse al Doria di passare co' rimanenti navigli, e ormeggiatili alla costa napolitana mettere a terra le altre bande dei Tedeschi, egli al contrario ebbe a tornare indietro, anzi, spinto da fortuna di mare, andò fino in Sardegna, donde si ridusse a Genova, e quivi risarciti i legni ripigliò da capo il cammino per Napoli. E' fu in questa occasione, che rasentando le spiagge toscane, avvisato come i Sanesi assediando Orbetello ci avessero ridotto a mal termine alcuni Spagnuoli lasciati di presidio là dentro, sbarcò due compagnie di Spagnuoli che si era recati a bordo in Genova a fine di completare il soccorso scemato dalla cattura dei Tedeschi, e fece agevolmente risolvere l'assedio.
Ma Napoli oggimai non aveva più mestieri di soccorso, imperciocchè quando sembrava inevitabile la ruina minacciata dai Turchi, e la gente sbigottita non sapeva più a qual santo votarsi, di un tratto corse voce che i Turchi se ne andavano, ed invero con maraviglia pari al contento di tutti furono visti in breve darele vele ai venti e allontanarsi: questo avvenne per la industria del Mormile, il quale, valendosi fellonescamente di uno dei fogli segnati in bianco, scrisse all'Arimone, oratore, come fu detto, sopra l'armata turchesca per la parte di Francia, che Sua Maestà cristianissima gli faceva sapere che fino ad un altro anno alla impresa di Napoli non poteva più attendere, perciò provvedesse ai casi suoi, negoziando destramente perchè l'armata turca tornasse a Costantinopoli senza che Solimano avesse a inalberare; e perchè il Rustano senza ciondolìo acconsentisse la partita, mandarongli in dono duegentomila scudi per compensare lui e i compagni della perdita delle prede, che si auguravano radunare se la guerra avesse tirato in lungo. L'Arimone dette nella pania, non si potendo mai immaginare che il Mormile ci volesse o potesse mettere duegento mila scudi di suo; difatti, ce li mise, non però di suo, che gli furono dati cavandoli dal donativo degli ottocentomila scudi largito dalla città di Napoli allo Imperatore. Così il francese Arimone venne giuntato, e rese irremediabile il danno a cagione dello zelo irrequieto, che ei pose a disservire il Re, secondochè costumano quelli i quali si appellano diplomatici, massime francesi, facendo e disfacendo senza darsi un pensiero al mondodel bene dello stato, pure di aggradire chi in quel momento fa da padrone, e paga. Al Mormile quando chiese il premio della fellonia, dopo agguardatolo un pezzo a squarciasacco, dissero: si votasse a Dio se gli lasciavano la testa sopra le spalle, e va bene. Il Principe di Salerno, dopo alcuni giorni (il Costo scrive otto) che si fu partita l'armata turca, giunse ad Ischia con la sua di ventisei galee ottimamente provveduta di archibusieri guasconi, e se rimanesse trasognato di non ci trovare i Turchi, pensatelo voi: avvertito della frode, fece forza di remi per agguantarli, ed in vero gli raggiunse alla Prevesa; ma, per quanto dicesse e pregasse, non persuase il Rustano a tornare in dietro, sicchè per disperato lo seguitò fino a Costantinopoli. —
Non tutta però l'armata turca se ne andava col Rustano; rimasero nel Mediterraneo sessanta galee comandate dal Dragutte, il quale le condusse a Scio, facendo le viste di volerci svernare: colà gli si congiunsero le ventisei francesi venute col Principe di Salerno, e parve volessero concedere almanco per qualche mese requie alle fortune afflitte d'Italia, ma la natura del Dragutte non era di quelle, che nella pace riposino; e Andrea Doria, che conosceva per prova di che pelo costui portava chiazzatala coda, non rifiniva di avvisare la Signoria di Genova perchè facesse intendere allo ufficio di San Giorgio, in cotesto tempo principe di Corsica, tenesse di occhio le marine dell'isola, principalmente Calvi e Bonifazio; si legge altresì che conformi avvisi mandasse Cosimo di Firenze, principe quanto altri mai benissimo informato; ma i Governatori del Banco di San Giorgio, inetti o avari, non dettero mente, e il guaio accadde presto e più grave di quello avesse presagito il Doria. Di fatti il Dragutte e il Pelino ammiraglio delle galee francesi usciti di Scio, dopo avere messo a sacco la Elba e tastato Portoferraio, si volsero alle coste di Siena, dove toltisi in nave Monsignore di Thermes, il Duca di Somma, Giovanni di Torino, Giordano Orsino, Aurelio Fregoso, Vincenzo Taddei con altri elettissimi capitani, e duemilacinquecento fanti, li traghettò in Corsica; andava con esso loro assieme con molti fuorusciti côrsi, quel sì famoso Sampiero di Ornano, nemico mortale al nome genovese, e per virtù militare da anteporsi ai più illustri dell'antichità che da paragonarsi ai moderni; questi in breve capovolsero la isola così, che ai Genovesi non rimasero altro che Bonifazio nelle parti meridionali, e Calvi nelle occidentali della isola. Bonifazio, assalito con ferocia, virtuosamentesi difese: ben diciotto giorni resisterono le mura allo indefesso fulminare delle batterie del Dragutte, e aperta la trincea, sebbene con gara, io dirò piuttosto di ferocia che di onore, ci si avventassero Francesi e Turchi, non la poterono spuntare: dicono, che la strenua perseveranza in tutti i Bonafazini (e dico tutti perchè vecchi e giovani, donne ed uomini, laici e chierici combatterono, non curati gli anni, e nè anco le malattie) fosse mantenuta dalla fede di miracoli, e sarà, che la religione può molto nei petti dei mortali, pure anco l'amore della libertà è per sè solo capace di partorire miracoli; e le storie narrano con bella lode Antonio Caneto commissario di Genova preposto alle difese. Pure alla fine Bonifazio calò a patti, alcuni dicono perchè ridotti allo estremo, altri perchè abbindolati: con parole parche riferirò l'una opinione e l'altra. Affermano i primi, che il Caneto facesse sapere all'Ufficio di San Giorgio come, venuto oggimai allo stremo di ogni cosa, non avrebbe potuto resistere se nol sovvenivano sollecitamente e gagliardamente, nè a questo, per vero dire, l'Ufficio mancò, inviando costà Domenico Caraccioli con di parecchia pecunia; e' sembra che la pecunia in coteste angustie a niente potesse approdare, bensì ci fosse mestiero di vettovaglie, e di munizioni; ma iGenovesi erano di quelli, che giudicano con la pecunia assettarsi ogni cosa; di fatti il Colombo stesso, il quale fu sì pio, non dubitò lasciare scritto, che per virtù di bei contanti si andava anco in paradiso; il guaio fu che il danaro non giunse a salvamento; i Côrsi colsero il Caraccioli per la via, e gli tolsero vita e moneta. Ciò gli assedianti fecero sapere agli assediati per levarli di speranza, e al punto stesso col mezzo di Altobello da Brando proposero loro di rendersi a patti; avrebbono salve le robe e la vita, e se volessero condursi ad abitare fuori della isola non troverebbero impedimento. Accettarono, ma la capitolazione fu rotta o per avarizia dei Turchi, o per vendetta dei Côrsi, o piuttosto per ambedue, che tremendissime passioni furono allora e sono. Nè si rimasero al saccheggio, che messa mano nel sangue ammazzarono duegento di cotesti valorosi uomini, gli altri mandarono al remo, tra loro il pro-commissario Caneto. — Quelli che inclinano alla diversa opinione raccontano, che il Banco di San Giorgio, avendo spedito in diligenza un côrso, di cui tacciono il nome, al commissario Caneto, con lettere ortatorie perchè s'ingegnasse quanto meglio per lui si potesse tener fermo, stando in procinto di partire in suo aiuto il rinforzo, costui cadde in potestà dei nemici, osia che lo pigliassero, ovvero tradisse. I Francesi subito pensarono di rendere allo Imperatore, e a cui parteggiava per lui, la pariglia del Mormile, trovando modo di falsificare le lettere, e in quella guisa alterate presentarle al Commissario, il quale tanto meno le piglierebbe in sospetto se ci vedesse apposto sopra il sigillo della repubblica, e questo argutamente fu fatto togliendolo dalle lettere vere. Il Commissario, aggiungono, avendo letto l'ordine di consegnare la terra cessando ogni resistenza, e con quei patti che alla sua sagacia fosse riuscito ottenere men gravi, si strinse nelle spalle, e capitolò; i Francesi, quando intesero che il presidio domandava rendersi, circa a patti non istettero su lo spilluzzico, e così cadde la terra in potestà di loro. Da simili prosperi casi inanimato il Re di Francia mandava copia di vettovaglia e di munizione da guerra, massime artiglierie a fornire i luoghi acquistati; per suo comandamento fortificaronsi Ajaccio, e San Fiorenzo, dove Giordano Orsino rimase a compire le opere e difenderle.
Certo le cose di Genova sopra la Corsica sembravano ormai del tutto spacciate, ma come accadde, non le potendo più rimanere depresse, era necessità che dovessero tornare in fiore. Di vero avendo i Francesi con assai mal consigliomandato oratori al Senato per chiarirlo, che volentieri l'avrebbono nella potestà della Corsica restituito, quante volte con la Francia si legasse, aprisse alle armate regie i suoi porti, facesse insomma gli uffici, che tra nazioni amiche costumansi, esso, in ciò sbracciandosi sopra tutto Andrea Doria, ragguagliò punto per punto lo Imperatore di ogni cosa, spedendogli a tale effetto ambasciatori a posta, e Andrea, nel suo particolare, gli mandò l'abate di Negro, prete svelto e sottile; i quali tutti in sostanza avevano commissione di rendere capace Cesare, come i francesi si fossero impadroniti della Corsica col solo fine di staccare Genova dalla lega della Spagna, e tornare come un tempo signori del Mediterraneo: avere i Genovesi deliberato resistere finchè le forze gli aiutassero, ma soli non potere lungamente sostenere lo impegno; mosso da questi sospetti l'Imperatore concesse sul momento duemila Spagnuoli e duemila Tedeschi, ai quali prepose per condurli maestro di campo Lorenzo Figheroa: e intanto che allestirebbe soccorsi maggiori, ordinava al Doria sovvenisse con le galee la Patria. Cosimo duca di Fiorenza, non si potendo dare pace finchè non avesse allontanato cotesto incendio da casa sua, promise il soccorso di duegento cavalleggeri e archibusieri acavallo capitanati da Carlotto Orsini, e da tre suoi luogotenenti venuti in fama di valorosi soldati, che furono il conte Troilo dei Rossi, Greco da Rodi, e Paolo Cerato, più le sue quattro galee pagate per quattro mesi, e tutti i comodi che dal suo stato si potessero cavare: per simile conforto ripreso animo i Genovesi assoldarono seimila fanti la più parte in Toscana, a mille dei quali preposero Chiappino Vitelli, per servizi resi al principato, promosso da Cosimo marchese di Cetona, cinquecento erano Côrsi (che maledizione dei Côrsi fu non trovarsi mai in pace tra loro) e li conduceva il Colonnello Angelo Santo delle Vie. Il carico di tutta la impresa ebbe Andrea Doria a cui fu consegnato con solenne rito lo stendardo grande della Repubblica in San Lorenzo. Precederono in Corsica Andrea Doria, Cristofano Pallavicino, che con quattro galee e due compagnie di eletti soldati andò a sovvenire Calvi perchè nella devozione della Repubblica si mantenesse, ed Agostino Spinola, il quale, trasportati sopra ventisette navi i quattromila fanti dell'Imperatore ad Erbalunga, prese a devastare il paese disertando col ferro e col fuoco case, colli e oliveti; gli Spagnuoli e i Tedeschi per ciò commettere non avevano mestieri eccitamenti; pure i Genovesi gli eccitavano,tanto in loro potendo la rabbia di vendetta da non conoscere che con mani barbare si laceravano le proprie viscere; Andrea tiene dietro loro con quindici navi onerarie e trentasei galee: andarono con lui Ludovico Vistarino di Lodi maestro del campo, e commissari per le paghe Cattaneo Pinello e Paolo Casanuova; Agostino Spinola ebbe titolo e grado di tenente generale. Nelle storie è ricordo, come Andrea uscito la prima volta dal porto, colto da furiosissima bufera, la quale durò senza intromissione per bene diciotto giorni, tenne per ventura potercisi riparare da capo; salpato poi l'otto novembre, dette fondo nel golfo di San Fiorenzo il quindici del medesimo mese. Un dì stette specolando alla Mortella il luogo acconcio per iscalare, poi varò il naviglio a Olchini e quivi attese a mettere le milizie a terra, contrastanti invano gli archibusieri francesi arripa, e pone il campo presso il convento di San Francesco; colà avendolo raggiunto Agostino Spinola s'incominciò ad assediare San Fiorenzo. — Stavano dentro la piazza Giordano Orsini, Bernardino di Ornano parente di Sampiero, e Teramo di San Fiorenzo con una mano di fuorusciti côrsi e napoletani, gente tutta di cuore; sufficiente il presidio; scarso il fodero. Qui non occorre raccontare i casi di cotesto assedio; cifurono opere del continuo disfatte dagli assedianti, e con pari pertinacia dagli assediati rifatte, sortite sanguinose e senza pro', guerra varia, promiscua, non interrotta mai, sperpero così di uomini come di cose: più feroci accadevano le zuffe presso la Chiesa di Santa Maria dove stavano trincerati gli Spagnuoli. Andrea esaminando con diligenza tutte queste cose non menochè il terreno pantanoso, e la difficoltà degli approcci, deliberò miglior consiglio essere assicurare i passi e convertire l'assedio in blocco: a questo scopo, ricinta la torre della Mortella di spaldi e spianate, fece disperato lo appressarsi al golfo delle navi nemiche; rinforzò i presidii agli sbocchi delle vie, con ispessi fortini li riparò, il paese dintorno fece deserto: in certo modo strinse lega con la fame e con la febbre: ciò fatto spicca dodici galee e dodici fuste con soldati parte côrsi e parte spagnuoli ad assaltare Bastia; le conduceva Angelo Santo delle Vie, il quale celere e animoso espugna prima la città, poi la rocca; Andrea mandò a reggere la terra riacquistata un Luciano Spinola, se mite non so, certo astuto, e capacissimo ad assonnare gli animi crucciosi con le blandizie, e gli animi arrendevoli ammansire a servitù. Il presidio côrso e francese di Bastia si ritirò a Furiani, donde volendo snidarlila gente del Doria, baldanzosa oltre il dovere per la riportata vittoria, viene due volte aspramente respinta. Il Thermes, costretto a partirsi dallo assedio di Calvi sovvenuto a tempo, cammina cauto e difilato a percotere di fianco Agostino Spinola, perchè Andrea sia costretto di levare a sua posta l'assedio da San Fiorenzo: in questa fazione si crebbe fama quel Giovanni da Torino, che anco allo assedio di Firenze tante belle prove di valore operò in vantaggio della Repubblica, perocchè, traversando terre pantanose, riuscì a entrare di straforo nella città assediata portandoci alcune provvisioni, e mulini a braccia, e poi ne sortiva alla scoperta, nè circondato volle posare le armi, all'opposto sempre menando virtuosamente le mani si ridusse incolume tra i suoi: nè questo fu l'unico assalto al campo genovese, bensì ogni giorno Sampiero e il Thermes tribolavano il Doria; il quale, piuttosto ostinato che costante, si era fitto in cuore di volere ad ogni modo domare l'Orsino con la fame: dall'una parte e dall'altra non requie mai nè posa, gli uni ad offendere, gli altri a prevenire le offese, ma quel perpetuo aggirarsi di Sampiero e del Thermes non partorendo frutto alcuno, l'Orsino ebbe a sgomentarsi, e poi cessare del tutto come rifinito pel soverchio della fatica.Ritiraronsi a Corte perchè Carlotto Orsini scorrazzava il paese dintorno co' suoi cavalleggieri, ed essi non avevano da opporgli cavalleria, sicchè correvano pericolo di vedersi scemi ora di questa, ora dell'altra banda tagliata fuori dal grosso della gente. In quel torno comparve in Corsica Piero Strozzi con diciassette galee, ma sovvenne poco le parti dei Côrsi e dei Francesi, essendo la sua commissione per Siena; bensì vi lasciò una compagnia di Côrsi, compagni del Sampiero nel Piemonte, e al tempo stesso consegnava a questo côrso, di stupendo valore, le regie patenti, che lo creavano maestro di campo generale degl'Italiani nella isola: prima di partire si strinse a segreto colloquio col Thermes; quello che gli dicesse ignoriamo, nè da veruno storico si accenna: forse, chi sa, che fin d'allora non lo ammonisse ad allestirsi piano piano a lasciare l'isola in balía di sè: usanza vecchia dei Francesi, i quali, a mo' degli antichi sacerdoti, dorano le corna ed ornano di fettucce la fronte della vittima, prima di darle della scure sul capo.
A San Fiorenzo quello che non seppe fare il valore, la fame potè; non riuscirono a sovvenirlo gli amici, quando gli stavano attorno vigili a cogliere la occasione; pensiamo, se adesso lontani; pane solo e poco cibavano senzadistinzione capitani e soldati: di acqua pativano doloroso stremo: ma se le sorti volgevano agli assediati lacrimose, nè anco gli assedianti le provavano liete: ai nostri giorni eziandio l'aere intorno a San Fiorenzo si spande grave e maligno, allora poi molto più, massime che le sconcie piogge, durate un mese, avevano ridotto la stanza di cattiva pessima: le compagnie del Doria comparivano più che mezzo scemate: le vendemmiava la morte. Il Sampiero di questi casi ragguagliato, instava presso il Thermes perchè sortiti alla campagna con subito impeto si assalisse il campo, che a lui, non uso a diffidare mai della vittoria, pareva sicuro di romperlo, ma il Thermes, al quale non garbava il partito, andavasi schermendo, e come suole dirsi gli girava nel manico. Dall'altra parte i capitani della Repubblica non tempestavano meno Andrea a levare il campo, se pure non volesse vedere sepolti tutti sotto San Fiorenzo, ma egli vie più irrigidiva: lì vincere o lì morire: taluni siffatta risoluzione lodano come testimonio di costanza in Andrea, altri e sono i più lo accusano di caparbietà senile; certo per ultimo gli venne in mano San Fiorenzo, ma e' parve si aguzzasse il piolo sul ginocchio, imperciocchè si stima, che la perdita delle vite sommasse a diecimila nel campodei Genovesi, e quasi tutti morti d'infermità: morironvi Imperiale Doria, Giustiniano Cicala, Domenico dei Franchi, e Vincenzo Negrone, e comecchè Luciano Spinola e Cattaneo Spinello si facessero di Corsica trasportare a Genova per curarsi della febbre maligna, a nulla approdarono, che il morbo attaccato loro nelle ossa li precipitò nel sepolcro. Sicchè, tutto bene avvertito, la carne non valse il giunco, molto più, che oltre la prima andata ci si ebbe a sciupare altra gente, e non poca. Genova mandò compagnie di nuova leva, la Spagna quattromila fanti, e copia di munizioni o vuoi da bocca o vuoi da guerra: anco la Francia non si rimase da inviarci il Polino con la flotta, ma o sperimentasse la fortuna contraria, o procedesse di male gambe, non fece frutto, e San Fiorenzo ebbe a calare a patti.
Andrea li propose infami e crudeli; pretendeva nientemeno libera facoltà per dare alle forche quanti fuorusciti côrsi avrebbe trovato dentro a difendere San Fiorenzo; i Napolitani gli premevano meno; per questi si sarebbe contentato mandarli in galera a vita. Gli ributtò con parole gravi Giordano Orsino, le quali, quanto procurarono onoranza al prode gentiluomo, altrettanto avvilirono il rancoroso vecchio; e alle parole l'Orsino aggiunse magnanimifatti, imperciocchè raccolti i soldati, gli fece giurare di morire tutti con le armi alla mano, prima di abbandonare i compagni al fato che loro si minacciava, e i soldati giurarono. — I capitani genovesi, a cui mal seppe la intempestiva ferocia di Andrea, e piuttosto mostruosa che insolita tra gente presso la quale il mutuo combattersi con prestanza, posate le armi, è argomento di lode non di odio, con preghiere accesissime istarono, e comecchè reluttante, condussero il fiero vecchio a più miti consigli: piega, ma in modo che non aveva a comparire: tanto allo accostarsi del sepolcro piacque al Doria la ferocia, che renunziata a forza la sostanza, volle conservarne l'apparenza: però ordinava che nella convenzione si stipulasse i Côrsi dovessero rimettersi impreteribilmente in sua potestà: solo assenti, che prima di pigliare possesso di San Fiorenzo si cansassero; egli, facendo le viste di non accorgersene, gli avrebbe lasciati passare: veramente che il Doria volesse delle sue parole fare fango non era da temersi, o poco; tuttavia i profughi, finchè non si conobbero in salvo, di tratto in tratto si tastavano il collo; e non senza ragione, perchè Andrea, parola o non parola, tanto a trentatrè di loro volle mettere le mani addosso; però non li mandò a morte, bensì alremo; nell'animo del genovese la ferocia venuta a contrasto con lo interesse, vinse lo interesse, e non nocque, perchè dal remo si scampa, e si torna alla vendetta. Tra perdonare e opprimere il nemico, meglio è il perdono, però come perniciosissimo rigetta il partito che non opprime affatto, nè affatto perdona il nemico.
Non cade qui in acconcio narrare i molteplici casi e pieni o di grandezza o di furore, anzi di bestialità, che avvennero in cotesta guerra; nella vita di Sampiero Ornano troveranno luogo opportuno; ora basti avvertire come i Côrsi mentre agognano francarsi da un padrone antico e domestico ce ne chiamano altri quattro nuovi, e forestieri i più, francesi, turchi, spagnuoli e toscani, e dopo avere gustato le dolcezze di tutti, dai Francesi, perpetui sommovitori di ribellioni in casa altrui e in casa propria, dai Francesi che spedirono da Parigi al Sampiero in Corsica la bandiera col motto ricamato a lettere di oro: —pugna pro Patria— furono restituiti accaprettati in virtù della pace di Castello Cambrese nelle mani della offesa padrona; però profondo si educarono in cuore gli antichi Côrsi l'odio contro lo straniero, e contro chiunque parteggiasse per lui: anch'oggi, cessate le cause dell'odio, gli amano poco: la passione nel cuore umano,come la navicella sul lago, sebbene taccia la forza che prima la mise in moto, quella dura, e questa corre più lungo e funesto, che non si penserebbe o vorrebbe.
Andrea si levò di Corsica, dopo averla distrutta tutta e riconquistata in parte. La lasciava, cruccioso di avere, in obbedienza agli ordini dello Imperatore, a trasportare duemila Spagnuoli a Napoli, i quali Cosimo duca di Firenze, prima chiese a Carlo per guardare le sue coste dai Turchi e dai Francesi, e gli ottenne, ma ammonito dal cardinale di Seguenza, che pericoli pari correvano i suoi stati della Italia meridionale, glieli disdisse. A crescergli l'ira si aggiunse questo, che veleggiando egli verso Calvi, quei delle Pievi circostanti alla torre di Spano mandarongli a dire, che se avesse messo in terra un polso di gente ci sarebbe stato verso d'impadronirsi della torre, imperciocchè il paese vicino assai si professasse devoto alla Repubblica, ed anco si era aperto un trattato con taluno del presidio della Torre per esservi messi dentro a mano salva. Andrea abboccò l'amo, e s'indusse a sbarcare un seicento fanti, ai quali ordinava s'inoltrassero nel cuore del paese, scansassero gl'incontri, e cauti e coperti procedessero verso la torre; ciò male gl'incolse, imperciocchè Giordano Orsino, che gli attendeva allaposta con duegento Côrsi disperati, piombò loro addosso sgominandoli a un tratto mentre non potevano avvisare Andrea dello agguato, nè questi soccorrerli. Le Pievi circostanti si levarono pur troppo, ma per cercare a morte i traditi, che presi dal terrore, gittate le armi, non fuggono, volano alla spiaggia; la quale cosa contemplando il Doria, o per la stizza che lo pigliasse o perchè in altra guisa non potesse soccorrere fulminando il mucchio degl'inseguiti e dei persecutori, giunse a ricovrare solo duegento dei suoi su le galee, e conci così che mettevano pietà a vederli. Però è da credersi che da tutte queste contrarietà inasprita la sua natura, abbastanza immansueta, lo trasportasse oltre i suoi stessi confini, allorchè, costeggiando le spiagge sanesi, udito che Cosimo duca di Firenze aveva preso Ottobuono Fiesco, con focose istanze lo supplicò che a lui lo consegnasse: fu già detto in altra parte di questa storia, che dopo chiuso dentro un sacco lo fece senza misericordia mazzerare, e per giudicio degli uomini prudenti cotesto caso è tale da deturpare nome anco più illustre di quello che di Andrea Doria non sia.
Esponemmo già con modo sicuramente più figurato che a stile storico non convenga, come Andrea si facesse quasi per forza erede degli anni del suo figliuolo Giannettino per empirnela lacuna tra il suo nepote e sè, ma aggiuntando la sua alla vita di Giovannandrea per continuare la fortuna dei Doria, ebbe a patire il danno della sua troppa vecchiezza e della troppa gioventù di lui. Di fatti conducendo il giovane nipote in Corsica dodici galee con più spavalderia che prudenza, investì con una nell'Elba, e vi perse anime e beni; proseguendo poi notte tempo con gran vento, invece di entrare in Portovecchio sopra la costa orientale della Corsica, dà a traverso con nove galee dentro una calanca, dov'essendosegli sdrucite ebbe a patire inestimabile danno di uomini e di cose. Se Andrea percosso da così duri e spessi colpi di fortuna esclamasse come Carlo di Angiò: — Sire Dio, deh! fa che il mio calare sia a piccoli passi — ignoro; ma certo deve avere sentito che il braccio di Dio gli diventava grave sul capo; però dopo tanti infortunii un conforto gli venne, e fu carezza della fortuna, la quale, per tribolarci meglio, ci accende e ci agghiaccia con perpetua vicenda di speranza e di paura: il nipote Giovannandrea, sul finire del medesimo anno 1556 andando con otto galee in Sicilia, incontrò sette fuste turche, e si pose immantinente a combatterle: certo non fu grande sforzo cotesto, cinque ne prese, gliene fuggirono due, tuttavia il cuore del vecchio si sollevò nel presagio di cose maggiori.