CAPITOLO XI.Misera condizione di salute dello Imperatore Carlo V. — Prognostici della sua morte vicina. — Minacce di un frate e fantasimi della sua mente agitata. — Renunzia a Filippo i suoi stati, meno lo impero; sua diceria in cotesta occasione solenne. — Differenza tra la renunzia di Carlo V e quella del Washington: magnanimità delle cause che mossero quest'ultimo. — Lettera dello Imperatore al principe Doria; gli raccomanda il figliuolo. — Andrea manda in dono a Carlo V una carta marina. — Incertezza storica: affermano che Carlo, prima di partire per la Spagna, renunziasse lo impero al fratello e non è vero: — affermano che risegnasse gli altri stati a Filippo il 16 gennaio 1556, e non è vero; che chiuso in San Giusto si staccasse affatto dalle cose mondane, e non è vero; che il figlio gli facesse stentare il danaro pel suo sostentamento, e non è vero; che celebrasse l'esequie a sè vivo, e non è certo; che non potendo accordare due orologi insieme irridesse la sua presunzione di volere che tutti i suoi sudditi pensassero ad un modo su le cose di religione, e non è certo: certo il pentimento di non avere ammazzato Lutero contro la fede del salvocondotto, e certo avere posto la sua ultima benedizione al figliuolo a patto che sterminasse gli eretici, e proteggesse la Inquisizione. — Si accenna alla guerra di Roma contro Paolo IV, e a quelladi Francia. — Andrea raccomanda a Filippo II non sottoscriva la pace di Castello Cambrese, se i Francesi non si obbligano a restituire la Corsica; e si tenga San Quintino in pegno dello adempimento del patto, ed è esaudito: — grave di 92 anni si ritira dal comando, e Filippo accetta per suo luogotenente Giovannandrea figliuolo di Giannettino. — Andrea i senili ozii svaga ornando la chiesa gentilizia di San Matteo. — Il granmaestro di Malta propone la guerra contro ai Turchi di Barberia, lo seconda il Duca di Medinaceli vicerè di Sicilia, e il re Filippo accoglie la proposta: diligenze e provvedimenti suoi. — Il duca di Medinaceli è creato capitano della impresa; Andrea Doria approva la impresa purchè si faccia presto; il Re lo mette a capo di tutta la flotta; solerzia sua, e del nipote Giovannandrea: ostacoli per la parte del Vicerè di Napoli, e per quella del vicerè di Milano. Giovannandrea prega il Mendozza ammiraglio di rimanere con le galee di Spagna, ma non lo può svolgere. — A Genova prima mancano i soldati alle navi, poi le navi ai soldati; raccolti gli uni e gli altri mancano le paghe: ammottinamento sedato; disastri sul principio del viaggio: la nave Spinola rompe sul lito con perdita di uomini e di robe. — Quanta fosse l'armata, e quanto l'esercito. — Ospitale militare in questa guerra ordinato come non lo fu mai prima di ora; e ci prepongono un vescovo. — Munizioni di pessima qualità e ne danno colpa ai Genovesi. — Armata raccolta nel porto di Siracusa tenta uscire ed è respinta; naufragio di una galea del Doria; va a Malta, poi ne parte e torna indietro a rimorchiare le navi; ribellioni su le navi, e fatti gravi che ne avvengono. L'armata giunta alle Gerbe preda navi mercantili; come le prede spartiscansi, ma non osservati gli ordini si fa un raffa arraffa: non si attenta assalire due galeotte turche su le quali andavano i doni del Dragutte a Solimano, ed Uccialy a sollecitare lo inviodell'armata turca. — I Mori della isola, che ai cristiani alla larga si professavano amici, vicini gli avversano; così per fare acqua bisogna andarci con lo esercito ordinato: — altre galee sopraggiunte dopo, volendo fare acqua con manco riguardo, ne rilevano una dolorosa sconfitta. — Il mare e il vento procellosi respingono l'armata da Tripoli; — moría fra i soldati e le ciurme; dopo molte consulte l'armata dal Secco del Palo torna alle Gerbe. — Battaglia aperta coi Mori, e subito dopo gli accordi, i quali così increscono agli Spagnuoli, che taluno per rovello si ammazza. — Si dà mano alla fabbrica del forte; e ordine che vi si tiene; si provvede a fornire di acqua le cisterne, ma per l'avarizia dei mercanti non si fa frutto. — Granmaestro di Malta avvertito della prossima venuta della flotta turca richiama i suoi legni dalle Gerbe; ma vergognando poi ne rimanda taluni. — Mentre il Duca attende a sollecitare il compimento del forte, accade tumulto tra Mori e Spagnuoli, con morte e ferite di una parte e dell'altra; si riconciliano; cerimonie e patti della dedizione dell'isola al re Filippo. Si sollecita lo imbarco ma è troppo tardi. — Avvisi spaventosi da Malta. — Giovannandrea intima la Consulta sopra la sua galea; il Duca prima di lasciare la terra impegna la sua fede ai rimasti, tornerebbe a pigliarli. — Tra il Duca e Giovannandrea corrono parole acerbe; proposti da questo parecchi partiti non vengono accettati. — Ordini funesti; disdette continue; Scipione Doria, commesso a speculare la notte, per paura non si allarga, sicchè al far del giorno la flotta turca prima che vista casca addosso ai Cristiani. — Soldati e marinai cercano scampo col buttarsi in mare, ma i Barbareschi mutata fede arrivati al lido gli ammazzano; il re del Carvan, e lo infante di Tunisi mandano avvisi al Duca si guardi dal Xeco. — Rotta dell'armata. — Giovannandrea investe con la sua galea in terra; per un momento se ne impadronisconoi forzati, poi casca in potestà dei Turchi. — Perdita di galee e di navi. — Molte galee si salvano per virtù dei commendatore Maldonato: — parole egregie di questo valentuomo. — Morte di Flaminio dell'Anguillara. — Virtù del suo buon paggio innominato. — Al duca di Medinaceli vanno tutte le cose alla rovescia. — La notizia dello infortunio arriva ad Andrea Doria; sue terribili ansietà. — Giovannandrea si salva in terra; adunati a consulta i rimasti propone partiti estremi; il Duca si piega a dargli retta. — Si decide passare durante la notte su di una fregata la flotta nemica; ma in molti sorge veementissima l'agonia di seguirli; nobiltà di animo di Don Alvaro Sandè, che sceglie restare co' compagni. I nostri su nove fregate tentano una notte il passaggio, e non riescono; sono più avventurati la seconda volta e riparano a Malta. — Considerazioni di Alfonso Ulloa scrittore della monografia di questa impresa. — Stato di Andrea Doria: arriva un corriero, vuole leggere da se le lettere e non gli riesce: saputo lo scampo del nipote si leva maravigliosamente in piedi, e ringrazia Dio. — Cade sfinito; si acconcia dell'anima; consigli che manda a Giovannandrea; sue ultime parole; ordina essere trasportato alla sepoltura senza pompa. — Funerali magnifici decretati dalla Repubblica. — Sue qualità fisiche e morali: costume di vita. — Ultime considerazioni.Quando l'ammiraglio di Sciatillon, oratore di Enrico II a Carlo V, gli presentò le sue lettere di credenza, questi, versando dagli occhi fuori alcuna stilla di amaro pianto, ebbe a dirgli: — Messere ammiraglio, deh! vogliatemi in cortesia aprire coteste lettere, imperciocchè, mirate, queste mie mani le quali pure, tante e tantograndi cose hanno impreso e compito, non conservano balía per rompere un suggello; ecco il frutto che ho ricavato dai lunghi travagli per acquistare fama di glorioso e di potente Imperatore! — E più volte fu udito con pari ambascia esclamare: — Ah! La fortuna come donna vaga s'innamora dei giovani. — La quale sentenza viene ad altri eziandio attribuita, massime al magno Trivulzio, allorchè Francesco di Francia lo rimproverava di non aver vinto. Certo con mani a stato così misero ridotte, volente o no, male si potevano reggere in tempi ordinarii imperi sì vasti, così vari, ed in sè stessi divisi; e tuttavia egli non gli lasciò volenteroso, anzi non depose mai intera la regia potestà, come noi chiariremo in breve, onde non sembra, che il Bryon potesse dirittamente mettere lo esempio di lui a contrasto di Napoleone, cui fu strappata a forza la male conseguita potenza, che gli faceva sfolgorare i pensieri a modo di fulmini.Anco Andrea Vesalio medico ipocratico, e secondo il costume che correva a quei tempi, astrologo di temuta dottrina, gli aveva prognosticato il termine della vita prossima, e quasi tutti questi spaventi fossero pochi, eccoti un predicatore andargli ogni dì a tempestare negli orecchi: — Vicini pendergli sul capo l'ora della morte eil giudizio di Dio, al quale avrebbe dovuto rendere conto di due maniere sangue; sangue versato su tanti campi per sete di ambizione, e sangue risparmiato dai roghi e dalle mannaie in pro' della santissima religione. — Anco per un'anima sana dentro corpo sano ce ne sarebbe stato d'avanzo; pensiamo se con uomo infermo di malattie proprie, e delle eredate dalla madre! sicchè fantasimi strani e paurosi gli angosciavano non pure i sonni, ma lui sveglio sconvolgevano la mente, e di tratto in tratto gli pareva udire distinta la voce materna che per nome l'appellasse, per la quale cosa egli, ad un punto intenerito e spaurito, rispondeva: — Signora madre, vengo. — Statuiva pertanto risegnare lo scettro, e poichè per la invitta repugnanza del fratello Ferdinando, ch'eletto re dei Romani non volle consentire che egli lo deponesse nelle mani del figliuolo intero, l'ebbe a spezzare, cedendo a Ferdinando lo impero, e al figliuolo gli altri dominii della monarchia spagnuola.Il dì venticinque ottobre millecinquecentocinquantacinque, nella grande sala del palazzo regio di Brusselle, Carlo V, di cinquantasei anni nato, sorreggendosi con la mano destra ad un bastone, e con la manca appoggiato alla spalla di Guglielmo d'Orange, giovanissimo allora, e sortito dai cieli a diventare più tardi il flagellodella casa di Austria, circondandolo i congiunti più prossimi, i cavalieri del Tosone di oro, i grandi ufficiali della Corona, i consiglieri, e i principali baroni così di Germania come di Fiandra, di Spagna e d'Italia, parlò di sè parole umili ad un punto e superbe, ma più superbe, onde le prime o non parvero sincere, o parvero strappate dal senso prepotente dei mali, conchiudendo: — La crudele infermità, la quale avevalo percosso, torgli ogni forza per durare alla fatica del regno, e già da molto tempo lui essere deciso a renunziarlo, e lo avria fatto, se non contribuivano a dissuaderlo, da una parte, lo stato infelice della madre sua, dall'altra la giovanile inesperienza del figliuolo: remossi ormai da qualche tempo questi ostacoli, non avanzargli scusa presso gli uomini nè verso Dio, per tenere tale ufficio a cui di ora in ora diventava più inetto; e confessati liberamente errori e colpe li buttava tutti su le spalle della sua ignoranza, come se la sua ignoranza fosse stata qualità distinta da lui, domandando di tutto perdono agli offesi, però che egli non lo avesse fatto proprio a posta; di ristorare però i danni patiti non accennava nè anco per ombra; per ultimo voltatosi a Filippo soggiungeva: «Se i vasti dominii, che oggi nelle vostre mani commetto, voi aveste raccolto per via di eredità, voi pureavreste a professarvene profondamente grato, quanto dunque non ha da crescere l'obbligo vostro venendovi, me sempre vivo, e per dono? Tuttavolta, per quanto a me paia grande il debito vostro, io lo giudicherò saldato, solo che pigliate a cuore il bene dei sudditi vostri. Regnate dunque in guisa da meritarvi la benevolenza loro; come avete incominciato, proseguite; temete Dio, siate giusto, osservate la legge, anteponete a tutto la religione, e possa l'Onnipotente gratificarvi di un figliuolo, al quale voi, quando vi sentirete sazio di giorni e dalle fatiche stanco, confidiate il regno col medesimo animo col quale adesso io vi commetto il mio.» Qui il figlio piegò il ginocchio dinanzi a lui, il padre lo benedisse, piansero essi, e con loro gli astanti; forse erano sinceri, imperciocchè vi abbiano corde dentro di noi, le quali, quantunque alterate dalle ree passioni, vibrino sempre; forse anco no, che il pianto e il riso ponno essere mossi da cause affatto materiali, e come lo sbadiglio e lo starnuto, proviamo contagiosi; i cortigiani poi, per ogni rappresentazione di corte tengono ammannite le sembianze diverse, anco le lacrime come sul teatro le scene. Washington nel deporre la presidenza chiedeva perdono delle colpe involontarie e degli errori, e di corpo sano e dimente, pieno di vita, tornava ai campi, perchè il troppo durare nel magistrato non educasse sè alla tirannide, altrui alla servitù; tutti ne rimasero commossi, ed anco adesso, leggendo le memorabili parole, a noi l'anima trema; gli Americani non pensarono a piangere, nè ci pensiamo noi, conciossiachè là dove lo esempio eccelso e l'ammirazione della virtù comprendano il nostro spirito, la pietà non entri a inumidirci il ciglio con le lacrime dovute alla miseria umana.Carlo scrisse, nel diciasette gennaio millecinquecentocinquantacinque, lettere al Doria, con le quali, dopo avergli annunziato che la sua partenza per la Spagna non avrebbe luogo prima della primavera, a cagione della malattia che lo tartassava, e dei molti negozii, che doveva mettere in sesto, finiva così: «Quanto a quello mi dite, circa al desiderio di venirmi a trovare se la età e la salute nostre non si opponessero, prima della mia partenza, ciò mi tornerebbe lietissimo, sapendo la devozione vostra. Il piacere di conferire con voi mi riuscirebbe così grande, che se la malattia me lo concedesse, vorrei movermi io alla volta vostra. In difetto di che posso assicurarvi, che come io ho causa profonda di essere soddisfatto della devozione vostra, vigilanza ezelo co' quali vi adoperaste a servirmi, così vogliate continuarli a fare verso il Serenissimo mio figliuolo: per questo modo si conserverà in ambedue la memoria vivente di quello che meritate, e non cessate meritare da noi per tanti rispetti. Desidero, che il Nostro Signore vi colmi di felicità, e vi prolunghi la vita. Mi sarà di letizia ricevere di tratto in tratto le vostre nuove.»Di vero e' sembra, che la corrispondenza di Andrea con Carlo, anco quando questi si fu ridotto a San Giusto, non rimanesse punto ricisa, dacchè gli scrittori, che molti e minuti ci ragguagliano degli ultimi giorni della vita di Carlo V, ci hanno tramandato la notizia che Andrea gli spedisse in dono un'ampissima carta marina, ottimamente disegnata, della quale lo Imperatore pigliava inestimabile diletto.Al nostro argomento non fa più mestieri cotesto Imperatore e noi possiamo buttarlo da canto; tuttavia per mostrare al lettore quanta tribolazione incolga allo storiografo per bene chiarire i casi che racconta, basti esporre le varie opinioni che corrono intorno agli ultimi giorni di lui; dove non fosse altro, questo ci frutterà, speriamo, venia, se dopo avere messo ogni fatica per appurare un fatto, siamo costretti poi, nel riferirlo, ad usare forme dubitative assaipiù spesso che non vorremmo. Corre la opinione comune che lo Imperatore Carlo, innanzi di partire per la Spagna, renunziasse lo impero al fratello Ferdinando, e questo non è vero, avendolo al contrario ad istanza di lui ritenuto finchè non avesse disposto gli animi degli elettori e dei popoli a consentire il trapasso. Ancora, sembra certo, che il tempo del rito solenne della renunzia degli altri stati a Filippo fosse quello avvertito da noi, cioè il venticinque ottobre 1555, e quello della stipulazione dell'atto il sedici gennaio 1556, e tuttavia da parecchi si sostengono queste due date erronee: vi ha chi dice, che una volta ridottosi al suo romitorio di San Giusto tutto ei si chiudesse in Dio spogliandosi di ogni cura mondana, mentre al contrario si trova che di consigli continui sovvenisse al figliuolo, sollecito di consultarlo nelle faccende di grave momento, e dei minimi particolari del governo di lui egli desiderasse essere informato; sul quale proposito narrano come, al Corriero che gli recò la novella della giornata di San Quintino, domandasse: — Il Re è già entrato a Parigi? — E poichè quegli gli rispose di no, aborrendo leggere il dispaccio lo scaraventava sul fuoco. Inoltre affermano in obrobrio di Filippo II, come dai centomila ducati riserbatisi da Carlo per provvedere al propriosostentamento, prima ne levasse i due terzi, e l'altro gli facesse stentare così, che spesso ebbe a patire penuria. Ora da carte autentiche si ricava come lo Imperatore da prima si assegnasse sedicimila ducati, i quali trovando poi scarsi se gli accrebbe fino a ventimila; ed è di più manifesto che, invece di cavare danari da Filippo, egli con premurosa sollecitudine gliene procurava, in ciò molto valendosi della Camera di commercio di Siviglia. Il Robertson ed altri, prima e dopo di lui, raccontano la strana avventura dell'esequie ch'ei fece celebrare a sè vivo, dello essersi steso dentro la bara nel mezzo della chiesa, e quinci avere risposto alle antifone dell'ufficio dei morti; e tuttavia non mancano scrittori, i quali negano alla recisa cotesto funerale spettacoloso. Per ultimo in tutto il mondo corre famoso l'aneddoto, che pigliando egli mirabile diletto nel fabbricare e tenere orologi, ogni dì al mezzogiorno gli rimetteva, e poichè conobbe nel rimetterli, che uno non accordava coll'altro, egli ebbe ad irridere la sua prosunzione di avere voluto che tutti i suoi sudditi, in fatto di fede, credessero ad un modo, mentre nel nove settembre, e così soli dodici giorni innanzi di morire, aggiunse un codicillo al suo testamento col quale supplicava il suo figliuolo, in virtù della obbedienza che gli doveva,di estirpare gli eretici senza rispetto alcuno, raccomandandogli come rimedio efficacissimo all'uopo la santa Inquisizione; a questo patto gl'impartiva la paterna benedizione, e gli prometteva l'aiuto divino; di una cosa sola pentendosi, e chiedendo perdono a Dio; ed era essersi lasciato scappare di mano Lutero, osservandogli la fede del salvocondotto[42]. Ma forse questi due fatti possono accordarsi insieme, che altro è l'uomo digiuno, ed altro sazio di cibo e di bevanda, e la mente nostra non alterata dai dolori del corpo accoglie volonterosa la luce della filosofia, mentre si abbuia nell'ombra della morte resa più fitta dall'avara crudeltà dei sacerdoti. Ad ogni modo la certezza storica hassi a reputare una arduissima cosa.Occorrerebbe qui tenere discorso della guerra che imprese Filippo II contro la Chiesa di Roma, che morto Giulio III, retta per pochi giorni da Marcello II, cadde in potestà di Paolo IV, il quale fu cardinale Caraffa, o teatino, avendo con un Gaetano da Tiene fondato certo ordine di religiosi, che si appellò dei Teatini; ma poichèAndrea Doria non prese parte in cotesta guerra, eccettochè col mandare le sue galee nel regno di Napoli alla custodia delle coste, e per trasporto delle milizie o dei foderi dove ne appariva il bisogno, così me ne passo, che meglio forse ci cadrà in acconcio raccontarla altrove, come meglio altrove la guerra di Francia, e la celebre rotta di San Quintino, onde salì in tanta fama Emanuele Filiberto duca di Savoia. Quello che a noi preme riferire si è, che mentre si negoziava la pace del Castello Cambrese, Andrea Doria scrisse a Filippo II fervidissime istanze, supplicandolo a non accordarsi co' Francesi se questi prima non si obbligavano a restituire a Genova la isola di Corsica e mettere per patto, che non si sarebbe reso San Quintino finchè per loro la Corsica non si consegnasse. Non ci era pericolo che Andrea facesse a fidarsi troppo! Come il Doria volle, così fu fatto; seguíta la pace, Andrea, sentendosi grave di quasi novantadue anni, mandò in Ispagna il nipote Giovannandrea affinchè si profferisse al re Filippo come luogotenente dell'avo, e a farlo persuaso che lo avria servito con la medesima devozione di lui. Accolto con benigna fronte dal Re, venne assai agevolmente confermato nell'ufficio, che per tanti anni esercitò Andrea, e col medesimo grado di lui, non senza adoperarvi di quelle parole,che la interessosa cortesia dei re sa mettere in bocca loro, quando hanno bisogno.Andrea, dopo che ebbe dato a tutte queste faccende ricapito, i senili ozii andava svagando coll'adornare la chiesa di San Matteo, dimora ultima della sua gente e di sè: oggimai egli si reputava ridotto in porto, dove procella di fortuna non lo potesse toccare, e s'ingannava, imperciocchè ella gli apparecchiasse un'altra batosta, ultima è vero, ma forse la più fiera ed affannosa di tutte.Per la pace di Castello Cambrese essendo stata fatta abilità a Filippo II di reprimere, e se gli fosse riuscito, stiantare le barbare scorrerie con le quali i Turchi desolavano quotidianamente la Cristianità, Fra Giovanni Della Valletta, granmaestro dell'ordine Gerosolimitano, mise pratica con Don Giovanni Bellalerda, duca di Medinaceli e vicerè di Sicilia, per non lasciarsi fuggire di mano la prospera occasione, nel quale parere con grande animo correndo il Duca, aggiunse le sue alle lettere ortatorie inviate dal Granmaestro al re Filippo, affinchè fosse contento di pigliarsi il carico di cotesta impresa, tanto dalla Cristianità tutta desiderata; e nè anco a determinare il Re ci furono mestieri troppi conforti, imperciocchè per lunghissimo tratto il mare Mediterraneo bagnasse isuoi stati, e questi abbisognassero di continua difesa, onde i mercanti di ogni nazione gli stavano attorno con perpetua ressa, molto più ora, che avevano sentito trovarsi il Dragutte a Tripoli di Barberia con cinquecento o pochi più Turchi, e però facile opprimerlo; e gli Arabi del Re del Carvan, se non amici ai Cristiani, certo infelloniti contro Turchi in guisa, che con qualche carezza e qualche dono si sarebbero potuti ottenere efficaci aiutatori della impresa. Dalle quali cose mosso il re Filippo, mandava attorno lettere circolari ai governatori dei suoi stati, perchè le forze raccogliessero ed ordinassero; costituì il duca di Medinaceli capitano generale della impresa, e al Granmaestro di Malta concesse grande balía, commettendosi nella esperienza e prestanza sue; ordinò al governatore di Milano spedisse duemila uomini del Terzo di Lombardia in Sicilia, al vicerè di Napoli del pari provvedesse duemila Spagnuoli; a Don Sancio da Leiva si recasse a militare in Affrica, e con esso lui si partisse il pro capitano Don Alvaro di Sandè, il quale doveva essere capo degli Spagnuoli tratti da Milano. Andrea Doria, il quale consultato in tempo approvava la impresa, a patto però che postergate le lungaggini spagnuole, con solerte diligenza si conducesse, volle preposto all'armata intera, conferendoglieziandio facoltà di dare il suo parere su le mosse dello esercito, e Andrea, al consiglio aggiungendo lo esempio, inviò celerissimo lettere al nipote Giovannandrea, affinchè si mettesse senza indugio al servizio del Generale, e questo Giovannandrea fece, appena gli giunsero le lettere dell'avo a Messina; dove conferito il tenore di quelle col Duca, questi, per avvantaggiarsi di tempo, lo persuase a mettersi di mezzo sollecitatore di Don Giovanni Mendozza, ammiraglio delle galee di Spagna stanziate in quel torno a Napoli, affinchè anch'egli si riducesse a Messina, e sovvenisse la impresa; e Giovannandrea, a cui parve ottimo partito, ci si adoperò con tutti i nervi, ma invano, perocchè avendo l'ammiraglio ricevuti ordini pressantissimi di tornarsene in Ispagna per la parte del Re, a cui sembrava che le galee di Italia avessero a bastare, gli toccò a obbedire. Un altro ostacolo venne dal lato del governatore di Milano, il quale, per la morte a quei giorni accaduta di Enrico II re di Francia, temendo non si avessero ad arruffare le faccende, negò i duemila Spagnuoli, e solo s'indusse a consentirli più tardi quando fu chiaro che nonostante la morte del Re, la Francia repugnasse avventurarsi in nuova guerra. Intanto il Figuerroa, oratore di Spagna a Genova, perisgravarsi di spesa, licenziava le navi noleggiate a trasportare il Terzo degli Spagnuoli di Lombardia, dacchè il Governatore non riputava sicuro mandarli: quando poi gli mandò, mancarono le navi: onde e' fu mestieri alloggiarli per diverse terre della riviera. Alla fine altre navi si poterono avere, e allora mancarono le paghe, nè ci era verso, senza la moneta, d'indurre le milizie a salire in nave; di qui confusione e tafferuglio; al commissario Meruto, entrato pei mezzi a sedare la cosa, dettero di una labarda sul capo: poi ritta su una bandiera ripigliano insieme il cammino di Lombardia: erano potute andare innanzi forse una diecina di miglia, quando vennero raggiunte da Don Alvaro Sandè e da Lorenzo di Figuerroa, i quali con buone parole, e meglio col saldarle di presente di quattro paghe, e promettendo prossimo il pagamento del resto, le abbonirono, sicchè ricondottele a Genova, le imbarcarono. Bisogna però avvertire, che oltre i duemila Spagnuoli del Terzo di Lombardia, erano stati, per la diligenza di Don Alvaro Sandè, arrolate alcune bande di Germani e d'Italiani, che s'imbarcarono ultime sopra una grossa nave vocata Spinola, con funesti presagi, imperciocchè, appena uscita di porto, sbattuta dal temporale, dava di traverso in terra; parecchi, atterriti,si tuffarono in mare, e, per paura di morire, persero la vita, molte armi andarono a fondo nè si poterono più ripescare, le robe guastaronsi tutte, onde bisognò tornare a rifarsi da capo con gli allestimenti, e logorare un tempo prezioso a risarcire il naviglio.Anche da Napoli mossero le difficoltà, imperciocchè essendo stato riferito (e non era vero) al Vicerè, come l'armata Turca stanziata alla Vallona facesse le viste di venir via, e le terre di Puglia fossero mal fornite di presidio, puntava i piedi perchè gli Spagnuoli non lasciassero Napoli, affermandoli necessari alla difesa del Regno. Così tra impedimenti infiniti, i quali ci chiariscono della stupenda imperfezione dell'ordinamento degli eserciti, quantunque corressero tempi famosi per guerre, e per battaglie memorabili nelle storie, la malavoglia degli uomini, l'emulazione e i dispetti, essendosi raccolte tardi le genti e le provviste, l'armata si trovò in punto a Messina sul finire dell'ottobre.Fatta la generale rassegna furono contati quattordicimila uomini da combattere, e chiunque li vide ebbe a giudicarli fior di gente, e messa benissimo in ordine; quarantasette bandiere erano di Spagnuoli, trentacinque d'Italiani, e quattro di Tedeschi. L'armata sommò a centoventidue legni, ventotto navi grosse, due galeoni, dodiciscorcapiniegrippi, sette brigantini, e sedici fregate. Delle galee tredici spettavano al principe Andrea Doria: sette a Don Sancio da Leiva; a Scipion Doria cinque; dieci alla Sicilia, comprese due del marchese di Terranuova; al Giustiniano di Monaco due: due al Cigala; al Papa tre; quattro al duca di Firenze; alla Religione di Malta cinque, e più una galeotta; due al Bandinello Sauli; due al capitano generale duca di Medinaceli, e per ultimo una a Don Luigi Osoni, ed una a Federigo Staite.Merita particolare attenzione uno istituto, nelle precedenti guerre negletto affatto, o mediocremente curato, e fu l'ospedale abbastanza copioso di cerusichi, di arnesi e di farmachi, e ci preposero il vescovo eletto di Maiorca, nobile ufficio, e veramente adattato a cui fa professione del sacerdozio. Le munizioni pareva avessero a bastare, perchè ammannite per trentamila uomini, e per la durata di quattro mesi; e nondimanco la gente ebbe a patire lo strazio della fame, e a cui si cibò incolse peggio, conciossiachè occorra scritto nell'Adriani, che essendo stato commesso il carico delle più importanti bisogne dello esercito ai ministri genovesi, «gente naturalmente avara e crudele, i quali oltre i molti danari, che si toglievano, avevano fatto buona parte di biscotto di sìcattiva materia, ed in tal modo mischiatolo, che in breve di ora si era muffato, e corrottosi convenne gittarne in mare una buona quantità.» E queste affermazioni io per me giudico maligne o intristite assai, però che il fodero fosse cavato per la più parte di Sicilia e di Napoli, come luoghi meglio copiosi di viveri, e pei trasporti destrissimi. Convenuta l'universa armata nel seno di Siracusa, si provò, come si narra, più volte a uscire dal porto, e sempre invano, respingendola indietro i tempi burrascosi e contrarii, per modo che una delle galee del Doria si perse anime e corpi; e fu danno doloroso, ma lo auspicio peggio; finalmente come piacque a Dio le galee, passato Capo Passero, di voga stanca arrivarono a Malta; con verun profitto però, che fu mestieri rimandarle in dietro parte per rimorchiare le navi, che andando a vela co' venti contrari non potevano fare cammino, e parte per rifornirsi di biscotto a Siracusa. Nè su le navi le faccende procederono di quieto. I Siciliani sul galeone del Cigala ammottinaronsi, e ucciso il sergente loro, rubarono le robe, le artiglierie inchiodarono, poi buttatisi nelle barche salvaronsi a terra; — però, non si trovando le barche capaci di contenerli tutti, ne lasciarono sul legno trenta con giuramento che, tosto scesi alla spiaggia, avrienomandato indietro le barche a levarli, e non lo attennero; onde ai rimasti cascò il cuore, e i marinari, ripreso animo, saltarono addosso a quei trenta, che forse erano i meno rei, e pagarono, come succede, per tutti; tre impiccarono, gli altri misero al remo: lo stesso accadde in altra nave con migliore fortuna degli ammottinati; i quali pure erano Siciliani, imperciocchè dopo messo il capitano in camicia, e rubato il legno scamparono tutti; men peggio in una terza nave, dove i soldati vollero bensì che il capitano li conducesse in Calabria, ma posti a terra andaronsi con Dio, astenendosi da qualsivoglia altro peccato. Non era agevole cosa guidare gente siffatta a cotesti tempi, e mirabile a dirsi, non si poteva anco affermare cominciata la impresa, e rinnovata la rassegna a Malta dei quattordicimila soldati, che furono annoverati a Messina, ormai se ne rinvennero ottomila appena, essendo in parte fuggiti, e in parte morti.Declinando il febbraio, le galee arrivarono alla Isola delle Gerbe, dove di colta sorpresero due navi turchesce, che venivano, di Alessandria, le quali postergato ogni pensiero di pubblica utilità, i nostri corsero a predare; la prima sorgeva alla bocca della Cantara dentro il Canale, dove, paurosi di dare in secco, peritavansitutti ad inoltrarsi, eccetto Don Sancio di Leiva, che avendo a bordo pilota turco pratichissimo dei luoghi, lo condusse per un sentiero fondo; dell'altra, che aveva gittata l'áncora presso la Rocchetta, s'impadronì Scipione Doria. Costume, per generale consentimento dai marini osservato, era, che quale galea di armata prendesse legno nemico, su questo la propria bandiera inalzasse per fare intendere alle altre, che dovevano starsene lontane; dopo si spartiva la preda con questa ragione; al Capitano Generale assegnavansi due parti con una gioia per giunta; alla galea che era stata la prima a mettere la mano addosso al nemico, oltre la parte le si dà la mancia; ogni restante si divide a rate uguali fra tutte le galee della flotta: in questa occasione non furono osservati regola nè modo, chi araffò araffò, onde contese infinite, e talvolta sanguinose. Nel fondo del Canale, ormeggiato su le ancore, in prossimità del Ponte pel quale l'isola delle Gerbe si unisce con la terra ferma, stavano due galeotte turche, e queste il Capitano Generale ordinò pigliassero e ardessersi, ma Giovannandrea, che si giaceva infermo sopra la Capitana, non potendo adoperarsi con la persona, ne commise lo incarico altrui, e lo servirono tardi e male, intantochè i Turchi sbarcata l'artiglieria, e riparataladietro certa trincea di terra ammannita in fretta, si posero in istato di difenderle in guisa, che i nostri giudicarono spediente lasciarli stare. Da ciò nacque danno inestimabile, e forse la ruina di tutta la impresa, perchè, non tenuto conto come in esse si trovassero danari, e gioie, i quali il Dragutte mandava in presente a Solimano, ed ai principali Bascià; non badando, che le conduceva quell'Uccialy, ora temuto corsale, e più tardi famoso ammiraglio, il quale o sarebbe caduto in potere dei Cristiani o lo avrieno potuto spengere, e' fu per esse, che a Costantinopoli si portò lo avviso del nuovo sforzo di Spagna contro la Barberia, e le accesissime istanze del Dragutte al Solimano, affinchè, con lo immediato invio della flotta nel Mediterraneo, le fortune turche pericolanti nell'Affrica sovvenisse.I Mori dell'isola, che quando i nostri erano lontani si profferirono amici, adesso, vedendoseli in casa, si scopersero avversi, tantochè per fare acqua i nostri ebbero a mettere tutto l'esercito in terra ed ordinarlo come a giornata campale. Di fatti e' fu mestieri combattere tutto il giorno, e se male peggiore non incolse, se ne deve merito alla solerte prudenza del Duca. Poichè si furono partiti i nostri dalla isola per girsene al Secco del Palo, ecco sopraggiungervialtre otto galee rimaste indietro, le quali volendo pure fare acqua, e non temendo guai od avendoci manco riguardo, ne rilevarono una dolorosa sconfitta con oltre a duegento morti senza contare i prigioni e i feriti. Così, poichè con tanto travaglio si fu la nostra armata riunita al Secco del Palo, mentre sta per isferrare alla volta di Tripoli, il vento e il mare ridivengono tempestosi, non rimettendo lo impeto loro notte nè giorno, per modo che, arrivato ormai il mezzo del mese, nè facendo punto le viste di smettere, il Duca se ne stava di pessima voglia, molto più, che pei disegni della navigazione, il cibo pessimo e l'acqua poca e salmastrosa, vedeva raddoppiare le febbri, alle quali non sovvenendo riparo che approdasse, pigliavano indole affatto pestifera; e i molti morti che ogni dì si avevano a buttare in mare, come intristivano dei casi presenti, sgomentavano dei futuri.Il Capitano Generale pertanto, siccome sempre accade quando le cose vanno per la peggio, intimò la Consulta dei capitani minori, a cui non potendo, a cagione d'infermità, Giovannandrea assistere, ci mandò in sua vece messere Plinio Tommacello bolognese, col consiglio del quale molto si governava; molti i pareri e diversi; conclusione veruna. Rinnovossi la Consulta il giorno di poi, e fu deliberato, se iltempo si mettesse al buono, si andasse a Tripoli, se no si stornasse alle Gerbe; ma poichè la stagione, invece di calmarsi, diventò sempre più rea, e le sventure, per essere state alcune navi cariche di vettovaglie respinte indietro, crebbero, e la Imperiale capitana delle navi ruppe con la perdita delle robe tutte e di non pochi marinari, fu preso partito di tornare alle Gerbe.Qui gli aspettavano gli estremi infortunii, che i Mori, diventati alla scoperta nemici, intimarono ai nostri sgombrassero dalla isola, guastarono i pozzi, con infiniti tranelli insidiaronli; per ultimo ruppero a manifesta battaglia. Prevalse la virtù dei nostri, ma il danno parve troppo maggiore del benefizio, sicchè il Generale se ne stava tutto maninconoso, quando cominciarono a comparire alla lontana certi Mori, i quali, dopo avere piantate in terra talune banderuole, si dileguarono: curioso di sapere che cosa questi atti significassero, taluno si avventurò di andarne a pigliare, e presele ci trovarono scritto, che i Mori conosciuto l'errore commesso, avevano del tutto deliberato posare le armi, sariensi ridotti a devozione di Spagna, a cui promettevano tributo annuo, e intantochè si accordassero i patti, avrebbono dato ostaggi e messo presidio spagnuolo dentro il castello;non parve vera la offerta, e dopo qualche lustra per non parere, si accettò a braccia quadre. Era proprio provvidenza cotesta, e pure così l'avarizia acceca, che a parecchi febbricitanti nella cupidità della rapina, che ormai si facevano sicura, sembrò l'accordo tradimento espresso; anzi uno spagnuolo (e qui nota la matta fortuna, la quale mentre tanti uomini illustri per bontà e per dottrina precipita interi nell'oblio, di questo ribaldo ci conserva il nome) chiamato Ordenez ne venne in tanto furore, che non potendo far peggio, con le proprie mani si ammazzò. Le leggi allora mandavano alla forca chi rubava, costui per non potere rubare s'impiccò.Venuto in podestà dei nostri il castello della Isola, il Duca, considerando la importanza di bene assicurare nella podestà del Re un luogo così atto alle difese come alle offese, deliberò rinforzarlo e accrescerlo: a questo scopo commise il disegno ad Antonio Conti, a cui in qualità di consultori aggiunse Don Sancio da Leiva, e Don Bernardo di Aldana; fatto ed approvato il disegno, si pensò a metterlo senza indugio in esecuzione, e per sollecitarlo meglio, venne quasi a istituirsi una gara fra le diverse nazioni del campo per costruire i lavori; gli Alemanni, dacchè si conobbe che dopo un po' diterra si saria trovato masso, presero ad aprire il fosso co' picconi, Don Alvaro di Sandè si accollò la cura di una cortina, dei quattro cavalieri uno tolsero a fare gli Italiani, uno il Capitano Generale, uno il Commendatore Guimerano di Malta, il quarto Giovannandrea, che, sempre infermo, prepose all'opera Quirico Spinola suo colonnello: il Capitano Duca come l'esterno del castello provvide di cavalieri, e di cortine, e di altre opere di arte, così corredava il di dentro con magazzini, quartieri e cisterne, dove raccomandava mettessero copia di fodero, ed acqua raccolta nell'isola, e in parte da raccattarsi dalle navi mercantili, che pei loro traffici capitavano nell'isola, se nonchè poco vantaggio se n'ebbe a cavare, a cagione, scrive lo autore della Monografia della Impresa di Tripoli[43](donde in gran parte estraggo questi particolari), — dell'avarizia dei mercanti, iquali attendevano più a caricare lane et oglio et altre mercantie, che in mettere acqua dentro le cisterne. —Intanto il Granmaestro di Malta, essendo stato in diligenza avvertito come a Costantinopoli si apparecchiasse la flotta per venire nel Mediterraneoai danni della Cristianità, spedì lettere al Capitano Generale perchè fosse contento di dare licenza alle galee ed al galeone dell'Ordine, affinchè tornassero a custodire le faccende di casa; alle quali lettere il Duca non diede risposta; solo, mostrandole al Commendatore, disse per lui non istava se remanessero o partissero, e partirono, e poichè per la loro andata restava in asso il cavaliere commesso al Commendatore Guimerano, Don Pietro d'Urias si tolse il carico di compirlo per conto di lui. Tuttavia il Granmaestro, quando si vide comparire le galee e il galeone a casa, senza nè anco un motto per la parte del Duca, temendo che dal ritirarsi affatto da una impresa, la quale era stata principalmente promossa da lui, gliene avesse a venire biasimo grande, rimandò indietro tre galee col Commendatore Maldonato, affinchè stessero a posta del Capitano Generale.Spesseggiando da ogni parte le nuove dello appressarsi dei Turchi, il Duca si dava dintorno a tutto uomo perchè il forte si conducesse a termine, con intenzione, compito ch'ei fosse, di prendere il giuramento dal signore del luogo, e ripararsi con la flotta in Sicilia; se non che le cose nostre in gran parte governa il fato, il quale sforza in virtù di contingenze che non si possono prevedere nè prevenire; di vero, acagione di un aspro, che vale quanto presso noi un quattrino, un moro ed uno spagnuolo vennero a contesa, dato di piglio all'arme rimase morto lo spagnuolo, di qui andava a rumore tutta la terra, rubarono il Bazar, o vogliamo dire il mercato dei Mori, con uccisione di parecchi tra loro, e fu causa che lo imbarco si ritardasse: alla fine, blanditi gli animi, reso il mal tolto, e per soddisfazione scambievole lo Xeco (o Sciac, che si deva dire) della Isola, fatto giustiziare il moro, causa prima della rissa, e il Duca un soldato, che doveva morire per altre colpe, ma fu sparsa voce per omicidio dei Mori, si venne alla cerimonia del giuramento, la quale il Duca volle seguisse con molta solennità credendo forse che la pompa dei riti valesse a cementare più forte la fede degli Affricani; ma troppo maggiore legame ci vuole per tenersi stretta quella stirpe infedele. Lo Xeco giurò, stesa la destra sul Corano, poi se la pose al cuore, all'ultimo preso lo stendardo del Re cattolico, lo sollevò tre volte: i patti non furono imposti gravi, epperò si sperava gli avrebbero osservati; pagherebbero quei delle Gerbe, per ogni capo dell'anno, al re Filippo seimila scudi di oro, quattro struzzi, quattro gazzelle, quattro falconi, ed un cammello. Terminato il rito, sparsa la moneta di oro e di argento in copiaal popolo, il Duca mandò un bando dintorno, perchè ogni uomo più presto che fosse possibile attendesse ad imbarcarsi; gli schifi alle navi niente altro trasportassero salvo che uomini.Ma da un lato per non temersi il pericolo tanto vicino, e dall'altro l'avarizia tirando un velo su lo intelletto, si attese a trasportare mercanzie molte, uomini pochi; tuttavia, anco operando dirittamente, non eravamo più a tempo. Ai dieci di maggio, due ore prima che tramontasse il sole, arrivò a voga arrancata una sottile saettía, con lettere del Granmaestro di Malta al Duca Medinaceli, annunziatrice della partita dal Gozzo dell'armata Turchesca sei ore prima di lei in quel medesimo dì; ponesse cura a badarsi, imperciocchè col mezzo di fidatissime spie avesse saputo come il Piali bascià, ultimamente informato del numero delle galee cristiane che si trovavano intorno alle Gerbe, delle condizioni in cui si erano ridotte, non menochè dell'essere o con poco o con verun presidio a cagione della milizia rimasta in terra, aveva risoluto di ferire un gran colpo, e il cavaliere Capones apportatore del dispaccio aggiunse: che passando presso la galea reale, ne aveva porto avviso a Giovannandrea, il quale senza mettere tempo tra mezzo aveva bandito il Consiglio dei capitani sopra la galea stessa, e per lui mandavaferventemente a pregarlo ci si recasse difilato anch'egli. Al Duca parendo che lo indugio pigliasse vizio, stava per moversi, quando gli sembrò vedere, e vide certo contristarsi in volto i capitani che lo circondavano, e ciò pel dubbio ch'egli partito una volta non fosse per tornare indietro, per la quale cosa il Duca, che fu cortese non menochè altero gentiluomo, su la fede di cavaliere cristiano promise loro sarebbe tornato a torgli seco. Nella Consulta, come sempre nelle angustie succede, infiniti i consigli e procellosi, e discordi. Dicesi che in cotesta consulta Giovannandrea, quantunque giovane, senza barbazzale rampognasse il Duca averlo a voce ammonito più volte, che se la flotta turca, uscita da Costantinopoli con quaranta galee, avesse preso seco il navilio dei Corsali sparso per l'Egeo, e l'altro del Dragutte, potevano tenersi per giudicati, ed egli all'opposto averlo spedito con parte delle galee in Sicilia ora a rimorchiare le navi cariche di materiali per costruire il forte, ed ora a far provvista di fodero; e sebbene ci avesse adoperato persone pratiche e di molta autorità, non essere mai giunto ad ottenere credito presso di lui, uso a disprezzare i consigli dei giovani; che se gli anni facessero bontà, il miglior consigliere che uomo sapesse desiderare sarebbe dicerro, il quale quanto più invecchia meglio prova fa; questo poi rammemorargli adesso, non mica per causa di querimonia, bensì perchè in cotesto frangente gli desse retta; e quindi assai lo confortava a non tornare in terra, le milizie lasciate nell'isola potersi ottimamente difendere, massime sostenute dal forte; eglino, solo che sapessero resistere ai vulgari lamenti, tornerebbero in breve cresciuti di forze a più giusta battaglia, salvando ad un punto la impresa, e quei dessi che ora avrebbero dato loro fama di tradimento. Ma il Duca non la voleva intendere, come quello, che avendo impegnato la sua fede di andare a torre i Capitani alemanni, per cosa al mondo non pativa parere di fare a fanciullo; onde Giovannandrea rincalzava, che per ciò non istesse, però che egli sarebbe ito con due galee delle più sparvierate ad imbarcarli, mentre il Duca con la rimanente armata trattosi al largo o si sarebbe ridotto a golfo lanciato ai porti di Sicilia, ovvero gli avrebbe attesi fermo su i remi, finchè fosse comparsa o no la squadra nemica; ed anco a quel modo non ci era verso di farne restare capace il Duca, imperciocchè da quel fiore di cavalleria, e da quel pessimo capitano ch'ei fu, sosteneva che la fede data ai capitani era del pari impegnata ai soldati, e sofisticare con cavilli appartenere a Farisei non giàa cavalieri; però stesse Giovannandrea contento di non si scostare con l'armata, e procurando avacciarsi ammannisse gli schifi per essere in punto la mattina su l'alba a pigliare la gente a bordo.Giovannandrea, costretto ad obbedire, e confidando sempre di provvedere in tempo, ordinò alle navi senza indugio partissero; il che fecero, e con danno, che, quando la fortuna ti si volta contro, la sapienza diventa follia, ed i prudenti consigli mucchi di cenere; di fatto i pratichi delle fazioni marinaresche giudicano, che se si fosse trovato con la massa di trenta navi e di tre galeoni, armate com'erano di gente e di artiglierie dintorno a sè, avrebbe potuto forse vincere, e certo resistere all'urto dei nemici. Il Duca sudava acqua e sangue per istrigarsi, ma secondo il solito più annaspa e più arruffa: fino all'ultimo ebbe disdetta, conciossiachè essendosi indettato col commendatore Guimerano di andare con la galera di lui, salì nella fregata, quivi aspettandolo oltre lo spazio di un'ora, ma il Guimerano tra il buio e la confusione non trovando la fregata, si recò su di un'altra barca alla galea: intanto si mise giorno, e col giorno si scoperse precipitare di abbrivo la flotta turca; allora il Guimerano scorta la fregata del Duca, affacciatosi alla paratiadella galea, con gran voce lo avvisava tornasse a terra, ruinare addosso il nemico. Di cosiffatta sorpresa assai ne accagionarono Scipione Doria, il quale, in cotesta notte, mandato fuori a speculare, si peritò di scostarsi troppo dal grosso della flotta, sicchè nè poteva scoprire nè avvisare in tempo, e i Turchi furono quasi al punto medesimo addosso a lui ed ai compagni suoi.Qui incomincia una dolente storia; le galee di Scipione Doria prime a fuggire; non però salvaronsi, che anzi nella disonesta fuga malamente implicandosi si persero tutte. Dei soldati in parte imbarcati su le galee, vinti dal terrore, rimase veruno saldo, e gittatisi in mare cercarono salute alla spiaggia: senonchè i Mori delle Gerbe, col cessare della fortuna cessarono l'amicizia, anzi avendo ripreso il sopravvento su l'animo loro l'avarizia e l'odio, su quanti cristiani ponevano le mani addosso tanti ammazzavano e spogliavano; bene fu sollecito ad accorrere Don Alvaro Sandè con molti archibugieri, ma se potè mettere fine alla strage non ebbe del pari facoltà per impedire, che molta e luttuosa se ne menasse. Parve al Duca savio partito spedire in diligenza il Re del Carvan e lo infante di Tunisi a dolersi col Xeco della fede tradita, e con minacce orribili spaventarloperchè raffrenasse i suoi, ma questi ebbero a ventura salvarsi dandosela a gambe, e per via di persona fidata mandarono avvisi al Duca si badasse dal Xeco, e lo tenesse come il suo più mortale nemico. Intanto i superstiti al naufragio, e alle scimitarre dei Turchi, nudi, intirizziti dal freddo, dallo spavento sbigottiti si raccoglievano dentro il forte, argomento al presidio non pure di pietà ma di terrore. L'armata correva correva senza governo in rotta, Giovannandrea, non si fidando nella galea reale per essere vecchia e grave, la spinse a investire sopra la spiaggia, poi si gittò dentro una barchetta; i forzati e gli schiavi, rotta la catena, s'impadronirono della galea, ma per poco: prima ordinarono a quattro galeotte delle nostre le si accostassero per buttarci dentro fuoco ed arderla, ma non si attentando farlo, cascò nelle mani ai Turchi. Sette sole galee per ventura si spinsero sotto il forte, ma così poco le ciurme si pensavano salve, che vivevano come se si sentissero il taglio della scimitarra sul collo. Il bascià Piali, tempestando sul mare, prese quella mattina diciannove galee, quattro del Doria, cinque di Napoli, due di Sicilia, una di Monaco, del marchese di Terranuova una, due del Papa, e due del Duca di Firenze chiamate l'Elbiginae laToscana, una di AntonioDoria, ed una finalmente dei Mari; un'altra del marchese di Terranuova dette in secco sul lito, e i nostri ci appiccarono le fiamme perchè non cascasse in mano ai Turchi. Delle navi ne furono combattute in caccia e catturate venticinque.Le altre galee, che si voltarono al mare, scamparono per la virtù del Commendatore Antonio Maldonato capo delle galee di Malta, il quale essendo conquiso dal suo pilota a ripararsi con le altre galee, passando per lo canale, sotto il forte rispose: «Questo io non farò, perchè, oltre allo essere codardo, parmi mal sicuro partito. Dio non ha mai permesso, che la nostra bandiera cascasse in mano ai Turchi, e confido nella sua bontà che non abbia voluto serbarmi in vita per contemplare un tanto infortunio: ad ogni modo, se pure è fisso che ci abbia a cascare, sta in noi valentuomini, che rimanga lunga e terribile presso i Turchi la memoria del fatto.» Onde le galee che lo seguivano, a lui accostandosi e obbedendolo e dietro al suo esempio governandosi, non senza molta fatica si ridussero in salvo.Un altro caso avvenne, ma questo pieno di pietà, il quale come mi riuscì grato di raccogliere, così non mi sarà grave raccontare. Soprala galea capitana del Papa governata da Flaminio dell'Anguillara, capitano eccellente e di molto giudizio nelle faccende navali, mentre la ciurma invasa dal fernetico tira con supremo sforzo il sartiame, rompe l'albero e l'antenna, i quali, cadendo con rovinoso fracasso, molti rematori e molti remi infransero; a questo modo la galea impedita nel corso sarebbe riuscito arduo salvare, e tuttavia, a renderne disperata la condizione, fortuna volle che, tagliate le funi all'antenna per lasciarla in balía del mare, ella venisse a invilupparsi nel timone, sicchè non si potendo più governare, in breve fu sopraggiunta e presa dai nemici, i quali saltativi su con le coltella in mano, la più parte misero in pezzi, e fra i primi il misero Flaminio che, di colto ferito nella testa e nel collo, rimase orribilmente calpestato; pochi serbarono in vita, e di questi si rammenta Galeazzo Farnese nobile giovanetto, che prode fu, ma non operò atti eroici, mentre la storia più che altri non crede, e a lei stessa non paia, piaggiatrice, lascia innominato un paggio dell'Anguillara, da lui con singolare benevolenza proseguito; visto egli pertanto il suo diletto signore estinto, e sentendosi minacciato da uno schiavo, che tra feroce e bestiale esclamava essere pur venuto il tempo, che ridottolo in poter suo lo avrebbestraziato a suo libito: «ciò a Dio non piaccia, rispose il paggio, che io venga in potestà di sì vile uomo, e poichè il mio signore se n'è andato, io volentieri nella morte lo seguito;» poi gittatosi capo volto nel mare vi rimase annegato.Difficilmente occorre nelle storie capitano da paragonarsi nella sventura al duca di Medinaceli, dacchè nè sapienza, nè diligenza gli valsero, tutto doveva tornargli in capo funesto, perfino la pietà, perfino la fede. Strana ventura di taluni uomini, cui una Nemesi avversa pose negli occhi la morte, il guasto nelle dita. Contemplando egli dall'alto del castello lo strazio dei suoi, poichè impedirlo non poteva, gli venne voglia, se pure avesse potuto, di cavarne alcuna vendetta: al quale scopo ordinò, che caricata una mezza colubrina si tirasse sopra le più prossime galee del nemico, messoci fuoco, il pezzo schiantò con tanta violenza, che le schegge ammazzarono dieci persone, fra le quali tre famigliari del Duca, quanto a lui e' la scattò di un pelo, che un frammento più grosso gli portasse via netto la testa.La nuova della sconfitta dolorosa giunse con la celerità delle triste novelle, e venne a percotere Andrea, mentre un filo sottilissimo di vita lo attaccava appena alle cose del mondo.Un mal fato pareva gli avesse tenuto così a lungo gli occhi aperti per vedere la mina dei suoi ingenerosi disegni: dubitò Giovannandrea caduto in potestà dei Turchi: forse gli corse un brivido per le ossa, temendo di sorte più funesta: tuttavolta anco ridotto in ischiavitù, egli era come perduto, dacchè Solimano costumasse dinegare il riscatto di persone di alto conto, e ormai in casa non gli avanzava altro fiato da Pagano in fuori, giovanetto incapace a schermirsi dalle insidie dei nemici, e ahimè! pur troppo dalla non meno acerba cupidità degli amici; e poi la potenza, interrotta nel quotidiano esercizio, tracolla; ventura sarebbe stata, e grande, se renunziata ogni speranza di augumento, la casa sua così com'era restasse. Quali pensieri, forse rimorsi, lo ingombrassero, a noi non è dato conoscere. Certo ogni fondamento degli umani concetti vacilla quaggiù, che tutte le cose nostre hanno lor morte siccome noi, ma lo individuo proviamo troppo più caduco della famiglia e della città; però l'uomo deve soltanto augurarsi di fabbricare eterno, o almanco durevole per quanto viene concesso alle sue facoltà, edificando per la Patria e per la Umanità. Lo spasimo supremo di Andrea durò tre giorni.Per buona fortuna Giovannandrea non eraperito nè caduto nelle mani ai Turchi: dopo essersi salvo su la barchetta a terra, si strinse a parlamento col Duca, don Alvaro Sandè, e il Commendatore Guimerano. Il Vicerè ondeggiava tra il senso dei patiti infortuni e la superbia spagnuola, la quale gli aveva persuaso di ributtare i consigli di Giovannandrea non poco a lui dispari di grado, moltissimo di anni; tuttavia adesso, comecchè riluttante, ci si piegava. Giovannandrea pertanto disse, che al punto in cui essi si trovavano condotti, prudenza suprema era non averne alcuna, doversi commettere in balía del caso per tentare di uscire ad ogni modo di costà, e questo avere divisato di fare col buttarsi dentro una sottile saettía, e cacciarsi in mezzo ai nemici; non gli opponessero essere cotesto arrisicato partito; saperselo egli primo; però non disperato, ed una via di salute lasciarla, mentre restando lì chiusi, ed ogni giorno stremando, tornava lo stesso che darsi per morti. Dove la fortuna secondasse il disegno di condurli incolumi traverso l'armata turca, si saria dato d'intorno a raccogliere le galee salvate, armarne due di suo rimaste a Malta, avvertire del successo l'avo Andrea, perchè non istesse più in pensiero, e quante galee erangli rimaste a Genova gli spedisse; parergli spediente, che il Duca si studiasse di fare altrettantoin Sicilia, senza turbarsi dello accaduto, perchè ogni diritto ha sempre il suo rovescio, e viceversa: così l'audacia rimette in bilico la bilancia se pencola: dunque la migliore delle consulte adesso stare in questo, che, tronco ogni consultarsi, si gittasse il dado: o asso o sei. Don Alvaro Sandè, riputatissimo uomo di guerra, pigliando a parlare dopo Giovannandrea, disse con parole succinte, che il giovane principe aveva ragione da vendere, per la quale cosa, buttati lì i ciondolii, si attese ad ammannire la fregata e i rematori di maggiore lena.Appena si sparse la fama di cosiffatta deliberazione, ecco una frotta di uomini, non mica dei vulgari, bensì cavalieri di alto lignaggio e di bella fama acquistatasi nella milizia, accalcarsi intorno al Duca, smaniando per volere essere con lui: ci adoperavano umili preci, ma così focose e smanianti, che bene si conosceva se respinte sariensi mutate in minacce; solo stava in disparte don Alvaro senza far motto, e quando il Vicerè gli ebbe domandato se anch'egli si volesse partire, il valentuomo rispose queste nobilissime parole: «anzi, se così piace alla Eccellenza vostra qui rimarrommi in servizio di Dio e del Re, e per non separarmi dai compagni, i quali in questa come in altre imprese con tanta fede mi hanno seguitato:fo voto a Dio, che mi parrebbe atto da marrano non già da cavaliere lasciarli soli, senza guida in mezzo a pericoli così manifesti: comuni avemmo sul cominciare della guerra le speranze, comuni dobbiamo avere i rischi nel terminarla; pari fortuna ci salvi, o pari fortuna ci spenga: però voi, mio signore, pensate, che dalla salute vostra molto dipende che ci possiamo salvare anco noi.»Queste parole, in altra occasione pronunziate, arieno senza fallo avuta virtù di avvampare la faccia dei cavalieri spagnuoli, per costume spavaldi piuttostochè alteri, ma in quel punto paura vinceva vergogna, che l'uomo va decoroso per varia maniera di coraggi, nè quegli che più si mostra avventato nelle zuffe, possiede maggior copia di cuore, e molto in costui col raffreddarsi del sangue svapora l'animo.L'effetto di questi tramestii fu, che invece di allestire una fregata se n'ebbe ad apprestare nove, e quando nella notte si mise il buio fitto si avventurarono alla rischiosa navigazione: procedevano cauti scansando dalla lontana qualunque oggetto desse loro ombra, così dopo lungo avvolgersi speculando dintorno, e poi riunendosi per avanzare di conserva vennero a perdere gran parte della notte, per la quale cosa Giovannandrea, misurando prossimal'alba, ordinava stornassero, e, come a Dio piacque, afferrarono il lido due ore innanzi al dì: non per questo egli si mostrava rimesso nell'animo: al contrario pieno di speranze lietissime, perchè nel primo tentativo non gli si fosse parato dinanzi ostacolo di sorte alcuna. La sera seguente nella medesima ora del giorno prima tornarono ad imbarcarsi, e provando adesso la fortuna benigna poterono, senza incontrare cosa molesta, ridursi a salvamento in Malta. Lo scrittore della Monografia di questa sventurata impresa conchiude il capitolo diciottesimo della sua narrativa con le seguenti considerazioni, le quali non potendo io rinvenire più accomodate all'uopo, nè sapendo con migliori parole significare, riporterò quasi a capello: «qui si possono considerare quanto sieno instabili le cose della fortuna, vedendo poco innanzi due Generali, uno di esercito di terra, l'altro di un'armata di mare, essersi partiti dalla cristianità con tante pompe, e poi essere giunti nel paese nemico, aver posto di colta tanto terrore, che Re, e capi di provincie, et genti vennero, et altri mandarono loro ambasciatori a sottomettersi a loro nome. Et adesso in una piccola barchetta essere forzati a fuggirsene in pericolo di annegarsi nel mare, et in pericolo di essere presi efatti schiavi, non solo dall'armata turchesca, che ivi era, ma da ogni piccolo corsaro, ch'essi avessero incontrato per cammino.»Mentre Andrea Doria a Genova, aggomitolato dentro un seggiolone a bracciuoli, col capo chino sul petto, e gli occhi chiusi, pativa la crudele battaglia, che gli toglieva le forze estreme della vita, nè per altro sembrava vivo, che per un rado sollevarsi del seno, ed un respirare a lunghi tratti affannoso, ecco fulminare dalla lontana un corriero, che al portamento, e agli atti si accenna annunziatore di liete novelle: i servi non attesero altro e si cacciano su difilati per le scale, gli precorre un Antonio Piscina familiarissimo di Andrea, il quale gli si accosta in punta di piedi, e toccandolo lieve lieve sopra la spalla, gli susurra nell'orecchio: «un corriero...» Andrea sollevato il capo spalanca gli occhi e domanda: «che nuove?» E il Piscina «per la Dio grazia, buone.» Intanto sopraggiunto il corriero mette le lettere in mano ad Andrea, da per sè egli le volle leggere, ma non gli bastando la vista, le prese il Piscina, che in fretta gliene disse il contenuto: allora gli astanti, attoniti per la maraviglia, mirarono Andrea levarsi in piedi senza aiuto di persona, e udironlo, che alzate le mani al cielo esclamava: «O Dio! O Dio! gran mercè!»Poi ricadde sfinito. Il ventidue di novembre, non si trovando balía da sorgere da letto, si volle acconciare delle cose, che si dicono dell'anima: verso la mezzanotte del giorno ventiquattro, che fu domenica, chiamato a sè dappresso il Piscina, gli mormorò con piccola voce: «sentirsi venire manco, ed ormai non nutrire fiducia di rivedere il nipote come avrebbe pur troppo desiderato, però egli da parte sua come novissimo avvertimento tanto gli raccomandasse: non si partisse mai dal servizio di sua maestà cattolica: avesse a cuore la Patria, ed in qualunque tempo con ogni sua possa la servisse: il piccolo tosone di oro gli ponesse accanto nella sepoltura, il grande poi riportasse in Ispagna, così parendogli ben fatto.» Dopo queste parole tacque, e di minuto in minuto venendo meno proprio come lampada cui l'olio manca, si spense il lunedì venticinque novembre 1560 di novantatrè anni, undici mesi e venticinque giorni.Leggo nel Sigonio, come Andrea udisse quotidianamente la messa, e recitasse l'ufficio della Madonna, e i sette salmi penitenziali; ed altresì leggo nel medesimo scrittore, come le parole ultime bisbigliate da lui fossero: «super aspidem et basiliscum ambulabis et conculcabis leonem et draconem.» Quelle desse, che papaAlessandro III si dice che pronunziasse mettendo il piè sul collo a Federigo Barbarossa. Se così fu, ipocrite erano le pratiche religiose, perchè persuase dalla volontà, mentre l'anima presso a morte, ormai in balía di sè stessa, mulinava concetti di superbia o feroci.Il commendatore Figuerroa oratore di Spagna presso la Repubblica di Genova, e Adamo Centurione, fecero aprire il testamento per sapere in che modo gli avessero ad ordinare l'esequie, e trovarono sua volontà essere, che di notte in san Matteo lo trasportassero, e senza pompa lo seppellissero, e così eseguirono. Dopo tornato Giovannandrea a Genova, la Signoria, con pubblico decreto, gli statuì funerali magnifici, dei quali, se te ne piglia vaghezza, troverai la descrizione negli storici dei tempi.Costume di cui dettava vite fin qui, fu di mettere in fondo la notizia delle qualità dell'uomo così fisiche come spirituali, e i detti o arguti sentenziosi dei personaggi argomento delle loro scritture. Di Andrea Doria, nel corso della presente storia, ne riportammo parecchi, cosicchè noi ci possiamo passare di questo carico, senza tema di venirne appuntati. Delle sue sembianze meglio delle parole assai ragguaglierà la immagine, che, diligentemente incisa, verrà posta, mi giova crederlo, a principiodel libro; pure ricordo che fu alto, complesso e forte di membra, di carne piuttosto scarso, e nello andare degli anni più segaligno che mai: faccia ebbe pensosa, e mesta, e forse anco un po' sinistra: aggrondate le sopracciglia, la bocca stretta, i labbri sottili: favellava rado; le più volte breve, e se talora il suo modo di ragionare più largo, nondimanco usciva sempre stringato, senza troppo, come senza vano: della sua pretesa dottrina parlammo di già; fu vago di arti a mo' di tutti i principi vissuti in quei tempi, ma non in guisa da reggere il paragone co' Medici, co' D'Este, nè co' Farnesi: prodezza ebbe molta, ma più che prodezza callidità, e s'intende, solo che tu pensi, com'egli, facendo la guerra, ci mettesse galee di suo: però vuolsi confessare che, dopo la tarda deliberazione, si mostrò sempre nello eseguire prontissimo e audacissimo. Della sua sobrietà fanno testimonianza i novantaquattro anni di vita vissuti senza quasi malattia, virtù anco adesso tanto più notabile, quantochè i beneficati dalla fortuna reputino lo stravizio quasi privilegio della loro condizione, a quei tempi poi rarissimo e con esizio della propria salute posero esempio d'intemperanza, oltre a Carlo V, il figliuol suo Filippo II, a cui il sangue s'infracidò per maniera che morì diftiriasi, male pedicolare, e, per dirla più alla casalinga, i pidocchi se lo mangiarono vivo; don Pietro da Toledo, quel desso che presumeva piantare a Napoli la inquisizione di Spagna, venuto a Firenze in corte del duca Cosimo suo genero, vi morì per indigestione di beccafichi, e lo stesso Emanuele Filiberto, mangiando a macco, e bevendo vini fumosi di Spagna, di tanto inaspriva la malattia di fegato ereditaria nella famiglia di Savoia, che cessava di vivere a cinquantadue anni. Della pertinacia sua non parlo, però che sia dote antica dei liguri; insomma gli arnesi per diventare personaggio supremo, e liberatore della Patria, anzi redentore della Italia, egli possedè tutti; gli mancò il concetto: scuse alla mancanza forse gli sono, piuttosto gli possono essere, la gioventù logorata nel servizio dei Principi, la mala opinione che nelle Corti si acquista degli uomini e della umanità, la cura mordace non meno che vulgare dello stato suo se non povero, assai prossimo alla povertà, in che nacque: e quel doversi sempre appoggiare su gli altri per sostenersi o per crescere. Quando poteva fare da sè, egli, come si dice, aveva messo il tetto, che nel ventotto contava ormai sessantadue anni, e nel ventinove, compiendo il suo palazzo in Fassuolo, si confessava (facendoloincidere nella fasciatura marmorea, che tuttavia si vede traverso la facciata di quello) dalle fatiche affranto: forse e senza forse questo non era vero; vero piuttosto questo altro, che nè anco allora era padrone di sè, e gli bisognava andare a' versi fuori di casa con Carlo V, e in casa con la Signoria, e i Nobili potenti quanto lui, se non più di lui.A Genova basti che Andrea Doria fu tale uomo, di cui ogni città potrebbe meritamente gloriarsi, siccome andarne altero qualunque lignaggio, ma non si dica Padre della Patria, nè restauratore della Libertà: questa laude divina è dovuta a pochi, per lo più infelici nei magnanimi conati; i quali pagarono l'alto ardimento con la vita, e, dolore troppo più acerbo! con la lunga infamia dal secolo servile imprecata alla loro memoria. Carità pertanto non che giustizia vogliono, che questo lauro con religioso zelo si educhi unicamente sopra la tomba di quelli. Ospite grato a Genova, non penso demeritare di lei, togliendo, giusta la mia estimativa, quello che ad Andrea Doria non si deve, e largamente consentendogli il dovuto. Troppo oggi i Liguri intendono libertà che sia, e sanno insegnare altrui com'essa consista principalmente, dentro, nello esercizio dei diritti civili comuni a tutti i cittadini,e fuori, nella potenza della Italia unita sotto un governo solo senza pure ombra di miscuglio di signoria straniera, perchè piglino in mala parte il niego che faccio di liberatore della Patria ad Andrea Doria, che Genova mise in mano all'aristocrazia, e nè manco a tutta, e la rese, se non serva, vassalla di Austria e di Spagna, per sovvenirle, pagato, a mantenere in servitù popoli e stati così italiani come fuori d'Italia. Toccarono ad Andrea i premi della vita, dovizie, gaudio del comando, sorriso dei padroni, piaggerie di servi, vendette su i nemici; giusto è che non usurpi agl'infelici più magnanimi di lui i premii della morte.FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.
Misera condizione di salute dello Imperatore Carlo V. — Prognostici della sua morte vicina. — Minacce di un frate e fantasimi della sua mente agitata. — Renunzia a Filippo i suoi stati, meno lo impero; sua diceria in cotesta occasione solenne. — Differenza tra la renunzia di Carlo V e quella del Washington: magnanimità delle cause che mossero quest'ultimo. — Lettera dello Imperatore al principe Doria; gli raccomanda il figliuolo. — Andrea manda in dono a Carlo V una carta marina. — Incertezza storica: affermano che Carlo, prima di partire per la Spagna, renunziasse lo impero al fratello e non è vero: — affermano che risegnasse gli altri stati a Filippo il 16 gennaio 1556, e non è vero; che chiuso in San Giusto si staccasse affatto dalle cose mondane, e non è vero; che il figlio gli facesse stentare il danaro pel suo sostentamento, e non è vero; che celebrasse l'esequie a sè vivo, e non è certo; che non potendo accordare due orologi insieme irridesse la sua presunzione di volere che tutti i suoi sudditi pensassero ad un modo su le cose di religione, e non è certo: certo il pentimento di non avere ammazzato Lutero contro la fede del salvocondotto, e certo avere posto la sua ultima benedizione al figliuolo a patto che sterminasse gli eretici, e proteggesse la Inquisizione. — Si accenna alla guerra di Roma contro Paolo IV, e a quelladi Francia. — Andrea raccomanda a Filippo II non sottoscriva la pace di Castello Cambrese, se i Francesi non si obbligano a restituire la Corsica; e si tenga San Quintino in pegno dello adempimento del patto, ed è esaudito: — grave di 92 anni si ritira dal comando, e Filippo accetta per suo luogotenente Giovannandrea figliuolo di Giannettino. — Andrea i senili ozii svaga ornando la chiesa gentilizia di San Matteo. — Il granmaestro di Malta propone la guerra contro ai Turchi di Barberia, lo seconda il Duca di Medinaceli vicerè di Sicilia, e il re Filippo accoglie la proposta: diligenze e provvedimenti suoi. — Il duca di Medinaceli è creato capitano della impresa; Andrea Doria approva la impresa purchè si faccia presto; il Re lo mette a capo di tutta la flotta; solerzia sua, e del nipote Giovannandrea: ostacoli per la parte del Vicerè di Napoli, e per quella del vicerè di Milano. Giovannandrea prega il Mendozza ammiraglio di rimanere con le galee di Spagna, ma non lo può svolgere. — A Genova prima mancano i soldati alle navi, poi le navi ai soldati; raccolti gli uni e gli altri mancano le paghe: ammottinamento sedato; disastri sul principio del viaggio: la nave Spinola rompe sul lito con perdita di uomini e di robe. — Quanta fosse l'armata, e quanto l'esercito. — Ospitale militare in questa guerra ordinato come non lo fu mai prima di ora; e ci prepongono un vescovo. — Munizioni di pessima qualità e ne danno colpa ai Genovesi. — Armata raccolta nel porto di Siracusa tenta uscire ed è respinta; naufragio di una galea del Doria; va a Malta, poi ne parte e torna indietro a rimorchiare le navi; ribellioni su le navi, e fatti gravi che ne avvengono. L'armata giunta alle Gerbe preda navi mercantili; come le prede spartiscansi, ma non osservati gli ordini si fa un raffa arraffa: non si attenta assalire due galeotte turche su le quali andavano i doni del Dragutte a Solimano, ed Uccialy a sollecitare lo inviodell'armata turca. — I Mori della isola, che ai cristiani alla larga si professavano amici, vicini gli avversano; così per fare acqua bisogna andarci con lo esercito ordinato: — altre galee sopraggiunte dopo, volendo fare acqua con manco riguardo, ne rilevano una dolorosa sconfitta. — Il mare e il vento procellosi respingono l'armata da Tripoli; — moría fra i soldati e le ciurme; dopo molte consulte l'armata dal Secco del Palo torna alle Gerbe. — Battaglia aperta coi Mori, e subito dopo gli accordi, i quali così increscono agli Spagnuoli, che taluno per rovello si ammazza. — Si dà mano alla fabbrica del forte; e ordine che vi si tiene; si provvede a fornire di acqua le cisterne, ma per l'avarizia dei mercanti non si fa frutto. — Granmaestro di Malta avvertito della prossima venuta della flotta turca richiama i suoi legni dalle Gerbe; ma vergognando poi ne rimanda taluni. — Mentre il Duca attende a sollecitare il compimento del forte, accade tumulto tra Mori e Spagnuoli, con morte e ferite di una parte e dell'altra; si riconciliano; cerimonie e patti della dedizione dell'isola al re Filippo. Si sollecita lo imbarco ma è troppo tardi. — Avvisi spaventosi da Malta. — Giovannandrea intima la Consulta sopra la sua galea; il Duca prima di lasciare la terra impegna la sua fede ai rimasti, tornerebbe a pigliarli. — Tra il Duca e Giovannandrea corrono parole acerbe; proposti da questo parecchi partiti non vengono accettati. — Ordini funesti; disdette continue; Scipione Doria, commesso a speculare la notte, per paura non si allarga, sicchè al far del giorno la flotta turca prima che vista casca addosso ai Cristiani. — Soldati e marinai cercano scampo col buttarsi in mare, ma i Barbareschi mutata fede arrivati al lido gli ammazzano; il re del Carvan, e lo infante di Tunisi mandano avvisi al Duca si guardi dal Xeco. — Rotta dell'armata. — Giovannandrea investe con la sua galea in terra; per un momento se ne impadronisconoi forzati, poi casca in potestà dei Turchi. — Perdita di galee e di navi. — Molte galee si salvano per virtù dei commendatore Maldonato: — parole egregie di questo valentuomo. — Morte di Flaminio dell'Anguillara. — Virtù del suo buon paggio innominato. — Al duca di Medinaceli vanno tutte le cose alla rovescia. — La notizia dello infortunio arriva ad Andrea Doria; sue terribili ansietà. — Giovannandrea si salva in terra; adunati a consulta i rimasti propone partiti estremi; il Duca si piega a dargli retta. — Si decide passare durante la notte su di una fregata la flotta nemica; ma in molti sorge veementissima l'agonia di seguirli; nobiltà di animo di Don Alvaro Sandè, che sceglie restare co' compagni. I nostri su nove fregate tentano una notte il passaggio, e non riescono; sono più avventurati la seconda volta e riparano a Malta. — Considerazioni di Alfonso Ulloa scrittore della monografia di questa impresa. — Stato di Andrea Doria: arriva un corriero, vuole leggere da se le lettere e non gli riesce: saputo lo scampo del nipote si leva maravigliosamente in piedi, e ringrazia Dio. — Cade sfinito; si acconcia dell'anima; consigli che manda a Giovannandrea; sue ultime parole; ordina essere trasportato alla sepoltura senza pompa. — Funerali magnifici decretati dalla Repubblica. — Sue qualità fisiche e morali: costume di vita. — Ultime considerazioni.
Misera condizione di salute dello Imperatore Carlo V. — Prognostici della sua morte vicina. — Minacce di un frate e fantasimi della sua mente agitata. — Renunzia a Filippo i suoi stati, meno lo impero; sua diceria in cotesta occasione solenne. — Differenza tra la renunzia di Carlo V e quella del Washington: magnanimità delle cause che mossero quest'ultimo. — Lettera dello Imperatore al principe Doria; gli raccomanda il figliuolo. — Andrea manda in dono a Carlo V una carta marina. — Incertezza storica: affermano che Carlo, prima di partire per la Spagna, renunziasse lo impero al fratello e non è vero: — affermano che risegnasse gli altri stati a Filippo il 16 gennaio 1556, e non è vero; che chiuso in San Giusto si staccasse affatto dalle cose mondane, e non è vero; che il figlio gli facesse stentare il danaro pel suo sostentamento, e non è vero; che celebrasse l'esequie a sè vivo, e non è certo; che non potendo accordare due orologi insieme irridesse la sua presunzione di volere che tutti i suoi sudditi pensassero ad un modo su le cose di religione, e non è certo: certo il pentimento di non avere ammazzato Lutero contro la fede del salvocondotto, e certo avere posto la sua ultima benedizione al figliuolo a patto che sterminasse gli eretici, e proteggesse la Inquisizione. — Si accenna alla guerra di Roma contro Paolo IV, e a quelladi Francia. — Andrea raccomanda a Filippo II non sottoscriva la pace di Castello Cambrese, se i Francesi non si obbligano a restituire la Corsica; e si tenga San Quintino in pegno dello adempimento del patto, ed è esaudito: — grave di 92 anni si ritira dal comando, e Filippo accetta per suo luogotenente Giovannandrea figliuolo di Giannettino. — Andrea i senili ozii svaga ornando la chiesa gentilizia di San Matteo. — Il granmaestro di Malta propone la guerra contro ai Turchi di Barberia, lo seconda il Duca di Medinaceli vicerè di Sicilia, e il re Filippo accoglie la proposta: diligenze e provvedimenti suoi. — Il duca di Medinaceli è creato capitano della impresa; Andrea Doria approva la impresa purchè si faccia presto; il Re lo mette a capo di tutta la flotta; solerzia sua, e del nipote Giovannandrea: ostacoli per la parte del Vicerè di Napoli, e per quella del vicerè di Milano. Giovannandrea prega il Mendozza ammiraglio di rimanere con le galee di Spagna, ma non lo può svolgere. — A Genova prima mancano i soldati alle navi, poi le navi ai soldati; raccolti gli uni e gli altri mancano le paghe: ammottinamento sedato; disastri sul principio del viaggio: la nave Spinola rompe sul lito con perdita di uomini e di robe. — Quanta fosse l'armata, e quanto l'esercito. — Ospitale militare in questa guerra ordinato come non lo fu mai prima di ora; e ci prepongono un vescovo. — Munizioni di pessima qualità e ne danno colpa ai Genovesi. — Armata raccolta nel porto di Siracusa tenta uscire ed è respinta; naufragio di una galea del Doria; va a Malta, poi ne parte e torna indietro a rimorchiare le navi; ribellioni su le navi, e fatti gravi che ne avvengono. L'armata giunta alle Gerbe preda navi mercantili; come le prede spartiscansi, ma non osservati gli ordini si fa un raffa arraffa: non si attenta assalire due galeotte turche su le quali andavano i doni del Dragutte a Solimano, ed Uccialy a sollecitare lo inviodell'armata turca. — I Mori della isola, che ai cristiani alla larga si professavano amici, vicini gli avversano; così per fare acqua bisogna andarci con lo esercito ordinato: — altre galee sopraggiunte dopo, volendo fare acqua con manco riguardo, ne rilevano una dolorosa sconfitta. — Il mare e il vento procellosi respingono l'armata da Tripoli; — moría fra i soldati e le ciurme; dopo molte consulte l'armata dal Secco del Palo torna alle Gerbe. — Battaglia aperta coi Mori, e subito dopo gli accordi, i quali così increscono agli Spagnuoli, che taluno per rovello si ammazza. — Si dà mano alla fabbrica del forte; e ordine che vi si tiene; si provvede a fornire di acqua le cisterne, ma per l'avarizia dei mercanti non si fa frutto. — Granmaestro di Malta avvertito della prossima venuta della flotta turca richiama i suoi legni dalle Gerbe; ma vergognando poi ne rimanda taluni. — Mentre il Duca attende a sollecitare il compimento del forte, accade tumulto tra Mori e Spagnuoli, con morte e ferite di una parte e dell'altra; si riconciliano; cerimonie e patti della dedizione dell'isola al re Filippo. Si sollecita lo imbarco ma è troppo tardi. — Avvisi spaventosi da Malta. — Giovannandrea intima la Consulta sopra la sua galea; il Duca prima di lasciare la terra impegna la sua fede ai rimasti, tornerebbe a pigliarli. — Tra il Duca e Giovannandrea corrono parole acerbe; proposti da questo parecchi partiti non vengono accettati. — Ordini funesti; disdette continue; Scipione Doria, commesso a speculare la notte, per paura non si allarga, sicchè al far del giorno la flotta turca prima che vista casca addosso ai Cristiani. — Soldati e marinai cercano scampo col buttarsi in mare, ma i Barbareschi mutata fede arrivati al lido gli ammazzano; il re del Carvan, e lo infante di Tunisi mandano avvisi al Duca si guardi dal Xeco. — Rotta dell'armata. — Giovannandrea investe con la sua galea in terra; per un momento se ne impadronisconoi forzati, poi casca in potestà dei Turchi. — Perdita di galee e di navi. — Molte galee si salvano per virtù dei commendatore Maldonato: — parole egregie di questo valentuomo. — Morte di Flaminio dell'Anguillara. — Virtù del suo buon paggio innominato. — Al duca di Medinaceli vanno tutte le cose alla rovescia. — La notizia dello infortunio arriva ad Andrea Doria; sue terribili ansietà. — Giovannandrea si salva in terra; adunati a consulta i rimasti propone partiti estremi; il Duca si piega a dargli retta. — Si decide passare durante la notte su di una fregata la flotta nemica; ma in molti sorge veementissima l'agonia di seguirli; nobiltà di animo di Don Alvaro Sandè, che sceglie restare co' compagni. I nostri su nove fregate tentano una notte il passaggio, e non riescono; sono più avventurati la seconda volta e riparano a Malta. — Considerazioni di Alfonso Ulloa scrittore della monografia di questa impresa. — Stato di Andrea Doria: arriva un corriero, vuole leggere da se le lettere e non gli riesce: saputo lo scampo del nipote si leva maravigliosamente in piedi, e ringrazia Dio. — Cade sfinito; si acconcia dell'anima; consigli che manda a Giovannandrea; sue ultime parole; ordina essere trasportato alla sepoltura senza pompa. — Funerali magnifici decretati dalla Repubblica. — Sue qualità fisiche e morali: costume di vita. — Ultime considerazioni.
Quando l'ammiraglio di Sciatillon, oratore di Enrico II a Carlo V, gli presentò le sue lettere di credenza, questi, versando dagli occhi fuori alcuna stilla di amaro pianto, ebbe a dirgli: — Messere ammiraglio, deh! vogliatemi in cortesia aprire coteste lettere, imperciocchè, mirate, queste mie mani le quali pure, tante e tantograndi cose hanno impreso e compito, non conservano balía per rompere un suggello; ecco il frutto che ho ricavato dai lunghi travagli per acquistare fama di glorioso e di potente Imperatore! — E più volte fu udito con pari ambascia esclamare: — Ah! La fortuna come donna vaga s'innamora dei giovani. — La quale sentenza viene ad altri eziandio attribuita, massime al magno Trivulzio, allorchè Francesco di Francia lo rimproverava di non aver vinto. Certo con mani a stato così misero ridotte, volente o no, male si potevano reggere in tempi ordinarii imperi sì vasti, così vari, ed in sè stessi divisi; e tuttavia egli non gli lasciò volenteroso, anzi non depose mai intera la regia potestà, come noi chiariremo in breve, onde non sembra, che il Bryon potesse dirittamente mettere lo esempio di lui a contrasto di Napoleone, cui fu strappata a forza la male conseguita potenza, che gli faceva sfolgorare i pensieri a modo di fulmini.
Anco Andrea Vesalio medico ipocratico, e secondo il costume che correva a quei tempi, astrologo di temuta dottrina, gli aveva prognosticato il termine della vita prossima, e quasi tutti questi spaventi fossero pochi, eccoti un predicatore andargli ogni dì a tempestare negli orecchi: — Vicini pendergli sul capo l'ora della morte eil giudizio di Dio, al quale avrebbe dovuto rendere conto di due maniere sangue; sangue versato su tanti campi per sete di ambizione, e sangue risparmiato dai roghi e dalle mannaie in pro' della santissima religione. — Anco per un'anima sana dentro corpo sano ce ne sarebbe stato d'avanzo; pensiamo se con uomo infermo di malattie proprie, e delle eredate dalla madre! sicchè fantasimi strani e paurosi gli angosciavano non pure i sonni, ma lui sveglio sconvolgevano la mente, e di tratto in tratto gli pareva udire distinta la voce materna che per nome l'appellasse, per la quale cosa egli, ad un punto intenerito e spaurito, rispondeva: — Signora madre, vengo. — Statuiva pertanto risegnare lo scettro, e poichè per la invitta repugnanza del fratello Ferdinando, ch'eletto re dei Romani non volle consentire che egli lo deponesse nelle mani del figliuolo intero, l'ebbe a spezzare, cedendo a Ferdinando lo impero, e al figliuolo gli altri dominii della monarchia spagnuola.
Il dì venticinque ottobre millecinquecentocinquantacinque, nella grande sala del palazzo regio di Brusselle, Carlo V, di cinquantasei anni nato, sorreggendosi con la mano destra ad un bastone, e con la manca appoggiato alla spalla di Guglielmo d'Orange, giovanissimo allora, e sortito dai cieli a diventare più tardi il flagellodella casa di Austria, circondandolo i congiunti più prossimi, i cavalieri del Tosone di oro, i grandi ufficiali della Corona, i consiglieri, e i principali baroni così di Germania come di Fiandra, di Spagna e d'Italia, parlò di sè parole umili ad un punto e superbe, ma più superbe, onde le prime o non parvero sincere, o parvero strappate dal senso prepotente dei mali, conchiudendo: — La crudele infermità, la quale avevalo percosso, torgli ogni forza per durare alla fatica del regno, e già da molto tempo lui essere deciso a renunziarlo, e lo avria fatto, se non contribuivano a dissuaderlo, da una parte, lo stato infelice della madre sua, dall'altra la giovanile inesperienza del figliuolo: remossi ormai da qualche tempo questi ostacoli, non avanzargli scusa presso gli uomini nè verso Dio, per tenere tale ufficio a cui di ora in ora diventava più inetto; e confessati liberamente errori e colpe li buttava tutti su le spalle della sua ignoranza, come se la sua ignoranza fosse stata qualità distinta da lui, domandando di tutto perdono agli offesi, però che egli non lo avesse fatto proprio a posta; di ristorare però i danni patiti non accennava nè anco per ombra; per ultimo voltatosi a Filippo soggiungeva: «Se i vasti dominii, che oggi nelle vostre mani commetto, voi aveste raccolto per via di eredità, voi pureavreste a professarvene profondamente grato, quanto dunque non ha da crescere l'obbligo vostro venendovi, me sempre vivo, e per dono? Tuttavolta, per quanto a me paia grande il debito vostro, io lo giudicherò saldato, solo che pigliate a cuore il bene dei sudditi vostri. Regnate dunque in guisa da meritarvi la benevolenza loro; come avete incominciato, proseguite; temete Dio, siate giusto, osservate la legge, anteponete a tutto la religione, e possa l'Onnipotente gratificarvi di un figliuolo, al quale voi, quando vi sentirete sazio di giorni e dalle fatiche stanco, confidiate il regno col medesimo animo col quale adesso io vi commetto il mio.» Qui il figlio piegò il ginocchio dinanzi a lui, il padre lo benedisse, piansero essi, e con loro gli astanti; forse erano sinceri, imperciocchè vi abbiano corde dentro di noi, le quali, quantunque alterate dalle ree passioni, vibrino sempre; forse anco no, che il pianto e il riso ponno essere mossi da cause affatto materiali, e come lo sbadiglio e lo starnuto, proviamo contagiosi; i cortigiani poi, per ogni rappresentazione di corte tengono ammannite le sembianze diverse, anco le lacrime come sul teatro le scene. Washington nel deporre la presidenza chiedeva perdono delle colpe involontarie e degli errori, e di corpo sano e dimente, pieno di vita, tornava ai campi, perchè il troppo durare nel magistrato non educasse sè alla tirannide, altrui alla servitù; tutti ne rimasero commossi, ed anco adesso, leggendo le memorabili parole, a noi l'anima trema; gli Americani non pensarono a piangere, nè ci pensiamo noi, conciossiachè là dove lo esempio eccelso e l'ammirazione della virtù comprendano il nostro spirito, la pietà non entri a inumidirci il ciglio con le lacrime dovute alla miseria umana.
Carlo scrisse, nel diciasette gennaio millecinquecentocinquantacinque, lettere al Doria, con le quali, dopo avergli annunziato che la sua partenza per la Spagna non avrebbe luogo prima della primavera, a cagione della malattia che lo tartassava, e dei molti negozii, che doveva mettere in sesto, finiva così: «Quanto a quello mi dite, circa al desiderio di venirmi a trovare se la età e la salute nostre non si opponessero, prima della mia partenza, ciò mi tornerebbe lietissimo, sapendo la devozione vostra. Il piacere di conferire con voi mi riuscirebbe così grande, che se la malattia me lo concedesse, vorrei movermi io alla volta vostra. In difetto di che posso assicurarvi, che come io ho causa profonda di essere soddisfatto della devozione vostra, vigilanza ezelo co' quali vi adoperaste a servirmi, così vogliate continuarli a fare verso il Serenissimo mio figliuolo: per questo modo si conserverà in ambedue la memoria vivente di quello che meritate, e non cessate meritare da noi per tanti rispetti. Desidero, che il Nostro Signore vi colmi di felicità, e vi prolunghi la vita. Mi sarà di letizia ricevere di tratto in tratto le vostre nuove.»
Di vero e' sembra, che la corrispondenza di Andrea con Carlo, anco quando questi si fu ridotto a San Giusto, non rimanesse punto ricisa, dacchè gli scrittori, che molti e minuti ci ragguagliano degli ultimi giorni della vita di Carlo V, ci hanno tramandato la notizia che Andrea gli spedisse in dono un'ampissima carta marina, ottimamente disegnata, della quale lo Imperatore pigliava inestimabile diletto.
Al nostro argomento non fa più mestieri cotesto Imperatore e noi possiamo buttarlo da canto; tuttavia per mostrare al lettore quanta tribolazione incolga allo storiografo per bene chiarire i casi che racconta, basti esporre le varie opinioni che corrono intorno agli ultimi giorni di lui; dove non fosse altro, questo ci frutterà, speriamo, venia, se dopo avere messo ogni fatica per appurare un fatto, siamo costretti poi, nel riferirlo, ad usare forme dubitative assaipiù spesso che non vorremmo. Corre la opinione comune che lo Imperatore Carlo, innanzi di partire per la Spagna, renunziasse lo impero al fratello Ferdinando, e questo non è vero, avendolo al contrario ad istanza di lui ritenuto finchè non avesse disposto gli animi degli elettori e dei popoli a consentire il trapasso. Ancora, sembra certo, che il tempo del rito solenne della renunzia degli altri stati a Filippo fosse quello avvertito da noi, cioè il venticinque ottobre 1555, e quello della stipulazione dell'atto il sedici gennaio 1556, e tuttavia da parecchi si sostengono queste due date erronee: vi ha chi dice, che una volta ridottosi al suo romitorio di San Giusto tutto ei si chiudesse in Dio spogliandosi di ogni cura mondana, mentre al contrario si trova che di consigli continui sovvenisse al figliuolo, sollecito di consultarlo nelle faccende di grave momento, e dei minimi particolari del governo di lui egli desiderasse essere informato; sul quale proposito narrano come, al Corriero che gli recò la novella della giornata di San Quintino, domandasse: — Il Re è già entrato a Parigi? — E poichè quegli gli rispose di no, aborrendo leggere il dispaccio lo scaraventava sul fuoco. Inoltre affermano in obrobrio di Filippo II, come dai centomila ducati riserbatisi da Carlo per provvedere al propriosostentamento, prima ne levasse i due terzi, e l'altro gli facesse stentare così, che spesso ebbe a patire penuria. Ora da carte autentiche si ricava come lo Imperatore da prima si assegnasse sedicimila ducati, i quali trovando poi scarsi se gli accrebbe fino a ventimila; ed è di più manifesto che, invece di cavare danari da Filippo, egli con premurosa sollecitudine gliene procurava, in ciò molto valendosi della Camera di commercio di Siviglia. Il Robertson ed altri, prima e dopo di lui, raccontano la strana avventura dell'esequie ch'ei fece celebrare a sè vivo, dello essersi steso dentro la bara nel mezzo della chiesa, e quinci avere risposto alle antifone dell'ufficio dei morti; e tuttavia non mancano scrittori, i quali negano alla recisa cotesto funerale spettacoloso. Per ultimo in tutto il mondo corre famoso l'aneddoto, che pigliando egli mirabile diletto nel fabbricare e tenere orologi, ogni dì al mezzogiorno gli rimetteva, e poichè conobbe nel rimetterli, che uno non accordava coll'altro, egli ebbe ad irridere la sua prosunzione di avere voluto che tutti i suoi sudditi, in fatto di fede, credessero ad un modo, mentre nel nove settembre, e così soli dodici giorni innanzi di morire, aggiunse un codicillo al suo testamento col quale supplicava il suo figliuolo, in virtù della obbedienza che gli doveva,di estirpare gli eretici senza rispetto alcuno, raccomandandogli come rimedio efficacissimo all'uopo la santa Inquisizione; a questo patto gl'impartiva la paterna benedizione, e gli prometteva l'aiuto divino; di una cosa sola pentendosi, e chiedendo perdono a Dio; ed era essersi lasciato scappare di mano Lutero, osservandogli la fede del salvocondotto[42]. Ma forse questi due fatti possono accordarsi insieme, che altro è l'uomo digiuno, ed altro sazio di cibo e di bevanda, e la mente nostra non alterata dai dolori del corpo accoglie volonterosa la luce della filosofia, mentre si abbuia nell'ombra della morte resa più fitta dall'avara crudeltà dei sacerdoti. Ad ogni modo la certezza storica hassi a reputare una arduissima cosa.
Occorrerebbe qui tenere discorso della guerra che imprese Filippo II contro la Chiesa di Roma, che morto Giulio III, retta per pochi giorni da Marcello II, cadde in potestà di Paolo IV, il quale fu cardinale Caraffa, o teatino, avendo con un Gaetano da Tiene fondato certo ordine di religiosi, che si appellò dei Teatini; ma poichèAndrea Doria non prese parte in cotesta guerra, eccettochè col mandare le sue galee nel regno di Napoli alla custodia delle coste, e per trasporto delle milizie o dei foderi dove ne appariva il bisogno, così me ne passo, che meglio forse ci cadrà in acconcio raccontarla altrove, come meglio altrove la guerra di Francia, e la celebre rotta di San Quintino, onde salì in tanta fama Emanuele Filiberto duca di Savoia. Quello che a noi preme riferire si è, che mentre si negoziava la pace del Castello Cambrese, Andrea Doria scrisse a Filippo II fervidissime istanze, supplicandolo a non accordarsi co' Francesi se questi prima non si obbligavano a restituire a Genova la isola di Corsica e mettere per patto, che non si sarebbe reso San Quintino finchè per loro la Corsica non si consegnasse. Non ci era pericolo che Andrea facesse a fidarsi troppo! Come il Doria volle, così fu fatto; seguíta la pace, Andrea, sentendosi grave di quasi novantadue anni, mandò in Ispagna il nipote Giovannandrea affinchè si profferisse al re Filippo come luogotenente dell'avo, e a farlo persuaso che lo avria servito con la medesima devozione di lui. Accolto con benigna fronte dal Re, venne assai agevolmente confermato nell'ufficio, che per tanti anni esercitò Andrea, e col medesimo grado di lui, non senza adoperarvi di quelle parole,che la interessosa cortesia dei re sa mettere in bocca loro, quando hanno bisogno.
Andrea, dopo che ebbe dato a tutte queste faccende ricapito, i senili ozii andava svagando coll'adornare la chiesa di San Matteo, dimora ultima della sua gente e di sè: oggimai egli si reputava ridotto in porto, dove procella di fortuna non lo potesse toccare, e s'ingannava, imperciocchè ella gli apparecchiasse un'altra batosta, ultima è vero, ma forse la più fiera ed affannosa di tutte.
Per la pace di Castello Cambrese essendo stata fatta abilità a Filippo II di reprimere, e se gli fosse riuscito, stiantare le barbare scorrerie con le quali i Turchi desolavano quotidianamente la Cristianità, Fra Giovanni Della Valletta, granmaestro dell'ordine Gerosolimitano, mise pratica con Don Giovanni Bellalerda, duca di Medinaceli e vicerè di Sicilia, per non lasciarsi fuggire di mano la prospera occasione, nel quale parere con grande animo correndo il Duca, aggiunse le sue alle lettere ortatorie inviate dal Granmaestro al re Filippo, affinchè fosse contento di pigliarsi il carico di cotesta impresa, tanto dalla Cristianità tutta desiderata; e nè anco a determinare il Re ci furono mestieri troppi conforti, imperciocchè per lunghissimo tratto il mare Mediterraneo bagnasse isuoi stati, e questi abbisognassero di continua difesa, onde i mercanti di ogni nazione gli stavano attorno con perpetua ressa, molto più ora, che avevano sentito trovarsi il Dragutte a Tripoli di Barberia con cinquecento o pochi più Turchi, e però facile opprimerlo; e gli Arabi del Re del Carvan, se non amici ai Cristiani, certo infelloniti contro Turchi in guisa, che con qualche carezza e qualche dono si sarebbero potuti ottenere efficaci aiutatori della impresa. Dalle quali cose mosso il re Filippo, mandava attorno lettere circolari ai governatori dei suoi stati, perchè le forze raccogliessero ed ordinassero; costituì il duca di Medinaceli capitano generale della impresa, e al Granmaestro di Malta concesse grande balía, commettendosi nella esperienza e prestanza sue; ordinò al governatore di Milano spedisse duemila uomini del Terzo di Lombardia in Sicilia, al vicerè di Napoli del pari provvedesse duemila Spagnuoli; a Don Sancio da Leiva si recasse a militare in Affrica, e con esso lui si partisse il pro capitano Don Alvaro di Sandè, il quale doveva essere capo degli Spagnuoli tratti da Milano. Andrea Doria, il quale consultato in tempo approvava la impresa, a patto però che postergate le lungaggini spagnuole, con solerte diligenza si conducesse, volle preposto all'armata intera, conferendoglieziandio facoltà di dare il suo parere su le mosse dello esercito, e Andrea, al consiglio aggiungendo lo esempio, inviò celerissimo lettere al nipote Giovannandrea, affinchè si mettesse senza indugio al servizio del Generale, e questo Giovannandrea fece, appena gli giunsero le lettere dell'avo a Messina; dove conferito il tenore di quelle col Duca, questi, per avvantaggiarsi di tempo, lo persuase a mettersi di mezzo sollecitatore di Don Giovanni Mendozza, ammiraglio delle galee di Spagna stanziate in quel torno a Napoli, affinchè anch'egli si riducesse a Messina, e sovvenisse la impresa; e Giovannandrea, a cui parve ottimo partito, ci si adoperò con tutti i nervi, ma invano, perocchè avendo l'ammiraglio ricevuti ordini pressantissimi di tornarsene in Ispagna per la parte del Re, a cui sembrava che le galee di Italia avessero a bastare, gli toccò a obbedire. Un altro ostacolo venne dal lato del governatore di Milano, il quale, per la morte a quei giorni accaduta di Enrico II re di Francia, temendo non si avessero ad arruffare le faccende, negò i duemila Spagnuoli, e solo s'indusse a consentirli più tardi quando fu chiaro che nonostante la morte del Re, la Francia repugnasse avventurarsi in nuova guerra. Intanto il Figuerroa, oratore di Spagna a Genova, perisgravarsi di spesa, licenziava le navi noleggiate a trasportare il Terzo degli Spagnuoli di Lombardia, dacchè il Governatore non riputava sicuro mandarli: quando poi gli mandò, mancarono le navi: onde e' fu mestieri alloggiarli per diverse terre della riviera. Alla fine altre navi si poterono avere, e allora mancarono le paghe, nè ci era verso, senza la moneta, d'indurre le milizie a salire in nave; di qui confusione e tafferuglio; al commissario Meruto, entrato pei mezzi a sedare la cosa, dettero di una labarda sul capo: poi ritta su una bandiera ripigliano insieme il cammino di Lombardia: erano potute andare innanzi forse una diecina di miglia, quando vennero raggiunte da Don Alvaro Sandè e da Lorenzo di Figuerroa, i quali con buone parole, e meglio col saldarle di presente di quattro paghe, e promettendo prossimo il pagamento del resto, le abbonirono, sicchè ricondottele a Genova, le imbarcarono. Bisogna però avvertire, che oltre i duemila Spagnuoli del Terzo di Lombardia, erano stati, per la diligenza di Don Alvaro Sandè, arrolate alcune bande di Germani e d'Italiani, che s'imbarcarono ultime sopra una grossa nave vocata Spinola, con funesti presagi, imperciocchè, appena uscita di porto, sbattuta dal temporale, dava di traverso in terra; parecchi, atterriti,si tuffarono in mare, e, per paura di morire, persero la vita, molte armi andarono a fondo nè si poterono più ripescare, le robe guastaronsi tutte, onde bisognò tornare a rifarsi da capo con gli allestimenti, e logorare un tempo prezioso a risarcire il naviglio.
Anche da Napoli mossero le difficoltà, imperciocchè essendo stato riferito (e non era vero) al Vicerè, come l'armata Turca stanziata alla Vallona facesse le viste di venir via, e le terre di Puglia fossero mal fornite di presidio, puntava i piedi perchè gli Spagnuoli non lasciassero Napoli, affermandoli necessari alla difesa del Regno. Così tra impedimenti infiniti, i quali ci chiariscono della stupenda imperfezione dell'ordinamento degli eserciti, quantunque corressero tempi famosi per guerre, e per battaglie memorabili nelle storie, la malavoglia degli uomini, l'emulazione e i dispetti, essendosi raccolte tardi le genti e le provviste, l'armata si trovò in punto a Messina sul finire dell'ottobre.
Fatta la generale rassegna furono contati quattordicimila uomini da combattere, e chiunque li vide ebbe a giudicarli fior di gente, e messa benissimo in ordine; quarantasette bandiere erano di Spagnuoli, trentacinque d'Italiani, e quattro di Tedeschi. L'armata sommò a centoventidue legni, ventotto navi grosse, due galeoni, dodiciscorcapiniegrippi, sette brigantini, e sedici fregate. Delle galee tredici spettavano al principe Andrea Doria: sette a Don Sancio da Leiva; a Scipion Doria cinque; dieci alla Sicilia, comprese due del marchese di Terranuova; al Giustiniano di Monaco due: due al Cigala; al Papa tre; quattro al duca di Firenze; alla Religione di Malta cinque, e più una galeotta; due al Bandinello Sauli; due al capitano generale duca di Medinaceli, e per ultimo una a Don Luigi Osoni, ed una a Federigo Staite.
Merita particolare attenzione uno istituto, nelle precedenti guerre negletto affatto, o mediocremente curato, e fu l'ospedale abbastanza copioso di cerusichi, di arnesi e di farmachi, e ci preposero il vescovo eletto di Maiorca, nobile ufficio, e veramente adattato a cui fa professione del sacerdozio. Le munizioni pareva avessero a bastare, perchè ammannite per trentamila uomini, e per la durata di quattro mesi; e nondimanco la gente ebbe a patire lo strazio della fame, e a cui si cibò incolse peggio, conciossiachè occorra scritto nell'Adriani, che essendo stato commesso il carico delle più importanti bisogne dello esercito ai ministri genovesi, «gente naturalmente avara e crudele, i quali oltre i molti danari, che si toglievano, avevano fatto buona parte di biscotto di sìcattiva materia, ed in tal modo mischiatolo, che in breve di ora si era muffato, e corrottosi convenne gittarne in mare una buona quantità.» E queste affermazioni io per me giudico maligne o intristite assai, però che il fodero fosse cavato per la più parte di Sicilia e di Napoli, come luoghi meglio copiosi di viveri, e pei trasporti destrissimi. Convenuta l'universa armata nel seno di Siracusa, si provò, come si narra, più volte a uscire dal porto, e sempre invano, respingendola indietro i tempi burrascosi e contrarii, per modo che una delle galee del Doria si perse anime e corpi; e fu danno doloroso, ma lo auspicio peggio; finalmente come piacque a Dio le galee, passato Capo Passero, di voga stanca arrivarono a Malta; con verun profitto però, che fu mestieri rimandarle in dietro parte per rimorchiare le navi, che andando a vela co' venti contrari non potevano fare cammino, e parte per rifornirsi di biscotto a Siracusa. Nè su le navi le faccende procederono di quieto. I Siciliani sul galeone del Cigala ammottinaronsi, e ucciso il sergente loro, rubarono le robe, le artiglierie inchiodarono, poi buttatisi nelle barche salvaronsi a terra; — però, non si trovando le barche capaci di contenerli tutti, ne lasciarono sul legno trenta con giuramento che, tosto scesi alla spiaggia, avrienomandato indietro le barche a levarli, e non lo attennero; onde ai rimasti cascò il cuore, e i marinari, ripreso animo, saltarono addosso a quei trenta, che forse erano i meno rei, e pagarono, come succede, per tutti; tre impiccarono, gli altri misero al remo: lo stesso accadde in altra nave con migliore fortuna degli ammottinati; i quali pure erano Siciliani, imperciocchè dopo messo il capitano in camicia, e rubato il legno scamparono tutti; men peggio in una terza nave, dove i soldati vollero bensì che il capitano li conducesse in Calabria, ma posti a terra andaronsi con Dio, astenendosi da qualsivoglia altro peccato. Non era agevole cosa guidare gente siffatta a cotesti tempi, e mirabile a dirsi, non si poteva anco affermare cominciata la impresa, e rinnovata la rassegna a Malta dei quattordicimila soldati, che furono annoverati a Messina, ormai se ne rinvennero ottomila appena, essendo in parte fuggiti, e in parte morti.
Declinando il febbraio, le galee arrivarono alla Isola delle Gerbe, dove di colta sorpresero due navi turchesce, che venivano, di Alessandria, le quali postergato ogni pensiero di pubblica utilità, i nostri corsero a predare; la prima sorgeva alla bocca della Cantara dentro il Canale, dove, paurosi di dare in secco, peritavansitutti ad inoltrarsi, eccetto Don Sancio di Leiva, che avendo a bordo pilota turco pratichissimo dei luoghi, lo condusse per un sentiero fondo; dell'altra, che aveva gittata l'áncora presso la Rocchetta, s'impadronì Scipione Doria. Costume, per generale consentimento dai marini osservato, era, che quale galea di armata prendesse legno nemico, su questo la propria bandiera inalzasse per fare intendere alle altre, che dovevano starsene lontane; dopo si spartiva la preda con questa ragione; al Capitano Generale assegnavansi due parti con una gioia per giunta; alla galea che era stata la prima a mettere la mano addosso al nemico, oltre la parte le si dà la mancia; ogni restante si divide a rate uguali fra tutte le galee della flotta: in questa occasione non furono osservati regola nè modo, chi araffò araffò, onde contese infinite, e talvolta sanguinose. Nel fondo del Canale, ormeggiato su le ancore, in prossimità del Ponte pel quale l'isola delle Gerbe si unisce con la terra ferma, stavano due galeotte turche, e queste il Capitano Generale ordinò pigliassero e ardessersi, ma Giovannandrea, che si giaceva infermo sopra la Capitana, non potendo adoperarsi con la persona, ne commise lo incarico altrui, e lo servirono tardi e male, intantochè i Turchi sbarcata l'artiglieria, e riparataladietro certa trincea di terra ammannita in fretta, si posero in istato di difenderle in guisa, che i nostri giudicarono spediente lasciarli stare. Da ciò nacque danno inestimabile, e forse la ruina di tutta la impresa, perchè, non tenuto conto come in esse si trovassero danari, e gioie, i quali il Dragutte mandava in presente a Solimano, ed ai principali Bascià; non badando, che le conduceva quell'Uccialy, ora temuto corsale, e più tardi famoso ammiraglio, il quale o sarebbe caduto in potere dei Cristiani o lo avrieno potuto spengere, e' fu per esse, che a Costantinopoli si portò lo avviso del nuovo sforzo di Spagna contro la Barberia, e le accesissime istanze del Dragutte al Solimano, affinchè, con lo immediato invio della flotta nel Mediterraneo, le fortune turche pericolanti nell'Affrica sovvenisse.
I Mori dell'isola, che quando i nostri erano lontani si profferirono amici, adesso, vedendoseli in casa, si scopersero avversi, tantochè per fare acqua i nostri ebbero a mettere tutto l'esercito in terra ed ordinarlo come a giornata campale. Di fatti e' fu mestieri combattere tutto il giorno, e se male peggiore non incolse, se ne deve merito alla solerte prudenza del Duca. Poichè si furono partiti i nostri dalla isola per girsene al Secco del Palo, ecco sopraggiungervialtre otto galee rimaste indietro, le quali volendo pure fare acqua, e non temendo guai od avendoci manco riguardo, ne rilevarono una dolorosa sconfitta con oltre a duegento morti senza contare i prigioni e i feriti. Così, poichè con tanto travaglio si fu la nostra armata riunita al Secco del Palo, mentre sta per isferrare alla volta di Tripoli, il vento e il mare ridivengono tempestosi, non rimettendo lo impeto loro notte nè giorno, per modo che, arrivato ormai il mezzo del mese, nè facendo punto le viste di smettere, il Duca se ne stava di pessima voglia, molto più, che pei disegni della navigazione, il cibo pessimo e l'acqua poca e salmastrosa, vedeva raddoppiare le febbri, alle quali non sovvenendo riparo che approdasse, pigliavano indole affatto pestifera; e i molti morti che ogni dì si avevano a buttare in mare, come intristivano dei casi presenti, sgomentavano dei futuri.
Il Capitano Generale pertanto, siccome sempre accade quando le cose vanno per la peggio, intimò la Consulta dei capitani minori, a cui non potendo, a cagione d'infermità, Giovannandrea assistere, ci mandò in sua vece messere Plinio Tommacello bolognese, col consiglio del quale molto si governava; molti i pareri e diversi; conclusione veruna. Rinnovossi la Consulta il giorno di poi, e fu deliberato, se iltempo si mettesse al buono, si andasse a Tripoli, se no si stornasse alle Gerbe; ma poichè la stagione, invece di calmarsi, diventò sempre più rea, e le sventure, per essere state alcune navi cariche di vettovaglie respinte indietro, crebbero, e la Imperiale capitana delle navi ruppe con la perdita delle robe tutte e di non pochi marinari, fu preso partito di tornare alle Gerbe.
Qui gli aspettavano gli estremi infortunii, che i Mori, diventati alla scoperta nemici, intimarono ai nostri sgombrassero dalla isola, guastarono i pozzi, con infiniti tranelli insidiaronli; per ultimo ruppero a manifesta battaglia. Prevalse la virtù dei nostri, ma il danno parve troppo maggiore del benefizio, sicchè il Generale se ne stava tutto maninconoso, quando cominciarono a comparire alla lontana certi Mori, i quali, dopo avere piantate in terra talune banderuole, si dileguarono: curioso di sapere che cosa questi atti significassero, taluno si avventurò di andarne a pigliare, e presele ci trovarono scritto, che i Mori conosciuto l'errore commesso, avevano del tutto deliberato posare le armi, sariensi ridotti a devozione di Spagna, a cui promettevano tributo annuo, e intantochè si accordassero i patti, avrebbono dato ostaggi e messo presidio spagnuolo dentro il castello;non parve vera la offerta, e dopo qualche lustra per non parere, si accettò a braccia quadre. Era proprio provvidenza cotesta, e pure così l'avarizia acceca, che a parecchi febbricitanti nella cupidità della rapina, che ormai si facevano sicura, sembrò l'accordo tradimento espresso; anzi uno spagnuolo (e qui nota la matta fortuna, la quale mentre tanti uomini illustri per bontà e per dottrina precipita interi nell'oblio, di questo ribaldo ci conserva il nome) chiamato Ordenez ne venne in tanto furore, che non potendo far peggio, con le proprie mani si ammazzò. Le leggi allora mandavano alla forca chi rubava, costui per non potere rubare s'impiccò.
Venuto in podestà dei nostri il castello della Isola, il Duca, considerando la importanza di bene assicurare nella podestà del Re un luogo così atto alle difese come alle offese, deliberò rinforzarlo e accrescerlo: a questo scopo commise il disegno ad Antonio Conti, a cui in qualità di consultori aggiunse Don Sancio da Leiva, e Don Bernardo di Aldana; fatto ed approvato il disegno, si pensò a metterlo senza indugio in esecuzione, e per sollecitarlo meglio, venne quasi a istituirsi una gara fra le diverse nazioni del campo per costruire i lavori; gli Alemanni, dacchè si conobbe che dopo un po' diterra si saria trovato masso, presero ad aprire il fosso co' picconi, Don Alvaro di Sandè si accollò la cura di una cortina, dei quattro cavalieri uno tolsero a fare gli Italiani, uno il Capitano Generale, uno il Commendatore Guimerano di Malta, il quarto Giovannandrea, che, sempre infermo, prepose all'opera Quirico Spinola suo colonnello: il Capitano Duca come l'esterno del castello provvide di cavalieri, e di cortine, e di altre opere di arte, così corredava il di dentro con magazzini, quartieri e cisterne, dove raccomandava mettessero copia di fodero, ed acqua raccolta nell'isola, e in parte da raccattarsi dalle navi mercantili, che pei loro traffici capitavano nell'isola, se nonchè poco vantaggio se n'ebbe a cavare, a cagione, scrive lo autore della Monografia della Impresa di Tripoli[43](donde in gran parte estraggo questi particolari), — dell'avarizia dei mercanti, iquali attendevano più a caricare lane et oglio et altre mercantie, che in mettere acqua dentro le cisterne. —
Intanto il Granmaestro di Malta, essendo stato in diligenza avvertito come a Costantinopoli si apparecchiasse la flotta per venire nel Mediterraneoai danni della Cristianità, spedì lettere al Capitano Generale perchè fosse contento di dare licenza alle galee ed al galeone dell'Ordine, affinchè tornassero a custodire le faccende di casa; alle quali lettere il Duca non diede risposta; solo, mostrandole al Commendatore, disse per lui non istava se remanessero o partissero, e partirono, e poichè per la loro andata restava in asso il cavaliere commesso al Commendatore Guimerano, Don Pietro d'Urias si tolse il carico di compirlo per conto di lui. Tuttavia il Granmaestro, quando si vide comparire le galee e il galeone a casa, senza nè anco un motto per la parte del Duca, temendo che dal ritirarsi affatto da una impresa, la quale era stata principalmente promossa da lui, gliene avesse a venire biasimo grande, rimandò indietro tre galee col Commendatore Maldonato, affinchè stessero a posta del Capitano Generale.
Spesseggiando da ogni parte le nuove dello appressarsi dei Turchi, il Duca si dava dintorno a tutto uomo perchè il forte si conducesse a termine, con intenzione, compito ch'ei fosse, di prendere il giuramento dal signore del luogo, e ripararsi con la flotta in Sicilia; se non che le cose nostre in gran parte governa il fato, il quale sforza in virtù di contingenze che non si possono prevedere nè prevenire; di vero, acagione di un aspro, che vale quanto presso noi un quattrino, un moro ed uno spagnuolo vennero a contesa, dato di piglio all'arme rimase morto lo spagnuolo, di qui andava a rumore tutta la terra, rubarono il Bazar, o vogliamo dire il mercato dei Mori, con uccisione di parecchi tra loro, e fu causa che lo imbarco si ritardasse: alla fine, blanditi gli animi, reso il mal tolto, e per soddisfazione scambievole lo Xeco (o Sciac, che si deva dire) della Isola, fatto giustiziare il moro, causa prima della rissa, e il Duca un soldato, che doveva morire per altre colpe, ma fu sparsa voce per omicidio dei Mori, si venne alla cerimonia del giuramento, la quale il Duca volle seguisse con molta solennità credendo forse che la pompa dei riti valesse a cementare più forte la fede degli Affricani; ma troppo maggiore legame ci vuole per tenersi stretta quella stirpe infedele. Lo Xeco giurò, stesa la destra sul Corano, poi se la pose al cuore, all'ultimo preso lo stendardo del Re cattolico, lo sollevò tre volte: i patti non furono imposti gravi, epperò si sperava gli avrebbero osservati; pagherebbero quei delle Gerbe, per ogni capo dell'anno, al re Filippo seimila scudi di oro, quattro struzzi, quattro gazzelle, quattro falconi, ed un cammello. Terminato il rito, sparsa la moneta di oro e di argento in copiaal popolo, il Duca mandò un bando dintorno, perchè ogni uomo più presto che fosse possibile attendesse ad imbarcarsi; gli schifi alle navi niente altro trasportassero salvo che uomini.
Ma da un lato per non temersi il pericolo tanto vicino, e dall'altro l'avarizia tirando un velo su lo intelletto, si attese a trasportare mercanzie molte, uomini pochi; tuttavia, anco operando dirittamente, non eravamo più a tempo. Ai dieci di maggio, due ore prima che tramontasse il sole, arrivò a voga arrancata una sottile saettía, con lettere del Granmaestro di Malta al Duca Medinaceli, annunziatrice della partita dal Gozzo dell'armata Turchesca sei ore prima di lei in quel medesimo dì; ponesse cura a badarsi, imperciocchè col mezzo di fidatissime spie avesse saputo come il Piali bascià, ultimamente informato del numero delle galee cristiane che si trovavano intorno alle Gerbe, delle condizioni in cui si erano ridotte, non menochè dell'essere o con poco o con verun presidio a cagione della milizia rimasta in terra, aveva risoluto di ferire un gran colpo, e il cavaliere Capones apportatore del dispaccio aggiunse: che passando presso la galea reale, ne aveva porto avviso a Giovannandrea, il quale senza mettere tempo tra mezzo aveva bandito il Consiglio dei capitani sopra la galea stessa, e per lui mandavaferventemente a pregarlo ci si recasse difilato anch'egli. Al Duca parendo che lo indugio pigliasse vizio, stava per moversi, quando gli sembrò vedere, e vide certo contristarsi in volto i capitani che lo circondavano, e ciò pel dubbio ch'egli partito una volta non fosse per tornare indietro, per la quale cosa il Duca, che fu cortese non menochè altero gentiluomo, su la fede di cavaliere cristiano promise loro sarebbe tornato a torgli seco. Nella Consulta, come sempre nelle angustie succede, infiniti i consigli e procellosi, e discordi. Dicesi che in cotesta consulta Giovannandrea, quantunque giovane, senza barbazzale rampognasse il Duca averlo a voce ammonito più volte, che se la flotta turca, uscita da Costantinopoli con quaranta galee, avesse preso seco il navilio dei Corsali sparso per l'Egeo, e l'altro del Dragutte, potevano tenersi per giudicati, ed egli all'opposto averlo spedito con parte delle galee in Sicilia ora a rimorchiare le navi cariche di materiali per costruire il forte, ed ora a far provvista di fodero; e sebbene ci avesse adoperato persone pratiche e di molta autorità, non essere mai giunto ad ottenere credito presso di lui, uso a disprezzare i consigli dei giovani; che se gli anni facessero bontà, il miglior consigliere che uomo sapesse desiderare sarebbe dicerro, il quale quanto più invecchia meglio prova fa; questo poi rammemorargli adesso, non mica per causa di querimonia, bensì perchè in cotesto frangente gli desse retta; e quindi assai lo confortava a non tornare in terra, le milizie lasciate nell'isola potersi ottimamente difendere, massime sostenute dal forte; eglino, solo che sapessero resistere ai vulgari lamenti, tornerebbero in breve cresciuti di forze a più giusta battaglia, salvando ad un punto la impresa, e quei dessi che ora avrebbero dato loro fama di tradimento. Ma il Duca non la voleva intendere, come quello, che avendo impegnato la sua fede di andare a torre i Capitani alemanni, per cosa al mondo non pativa parere di fare a fanciullo; onde Giovannandrea rincalzava, che per ciò non istesse, però che egli sarebbe ito con due galee delle più sparvierate ad imbarcarli, mentre il Duca con la rimanente armata trattosi al largo o si sarebbe ridotto a golfo lanciato ai porti di Sicilia, ovvero gli avrebbe attesi fermo su i remi, finchè fosse comparsa o no la squadra nemica; ed anco a quel modo non ci era verso di farne restare capace il Duca, imperciocchè da quel fiore di cavalleria, e da quel pessimo capitano ch'ei fu, sosteneva che la fede data ai capitani era del pari impegnata ai soldati, e sofisticare con cavilli appartenere a Farisei non giàa cavalieri; però stesse Giovannandrea contento di non si scostare con l'armata, e procurando avacciarsi ammannisse gli schifi per essere in punto la mattina su l'alba a pigliare la gente a bordo.
Giovannandrea, costretto ad obbedire, e confidando sempre di provvedere in tempo, ordinò alle navi senza indugio partissero; il che fecero, e con danno, che, quando la fortuna ti si volta contro, la sapienza diventa follia, ed i prudenti consigli mucchi di cenere; di fatto i pratichi delle fazioni marinaresche giudicano, che se si fosse trovato con la massa di trenta navi e di tre galeoni, armate com'erano di gente e di artiglierie dintorno a sè, avrebbe potuto forse vincere, e certo resistere all'urto dei nemici. Il Duca sudava acqua e sangue per istrigarsi, ma secondo il solito più annaspa e più arruffa: fino all'ultimo ebbe disdetta, conciossiachè essendosi indettato col commendatore Guimerano di andare con la galera di lui, salì nella fregata, quivi aspettandolo oltre lo spazio di un'ora, ma il Guimerano tra il buio e la confusione non trovando la fregata, si recò su di un'altra barca alla galea: intanto si mise giorno, e col giorno si scoperse precipitare di abbrivo la flotta turca; allora il Guimerano scorta la fregata del Duca, affacciatosi alla paratiadella galea, con gran voce lo avvisava tornasse a terra, ruinare addosso il nemico. Di cosiffatta sorpresa assai ne accagionarono Scipione Doria, il quale, in cotesta notte, mandato fuori a speculare, si peritò di scostarsi troppo dal grosso della flotta, sicchè nè poteva scoprire nè avvisare in tempo, e i Turchi furono quasi al punto medesimo addosso a lui ed ai compagni suoi.
Qui incomincia una dolente storia; le galee di Scipione Doria prime a fuggire; non però salvaronsi, che anzi nella disonesta fuga malamente implicandosi si persero tutte. Dei soldati in parte imbarcati su le galee, vinti dal terrore, rimase veruno saldo, e gittatisi in mare cercarono salute alla spiaggia: senonchè i Mori delle Gerbe, col cessare della fortuna cessarono l'amicizia, anzi avendo ripreso il sopravvento su l'animo loro l'avarizia e l'odio, su quanti cristiani ponevano le mani addosso tanti ammazzavano e spogliavano; bene fu sollecito ad accorrere Don Alvaro Sandè con molti archibugieri, ma se potè mettere fine alla strage non ebbe del pari facoltà per impedire, che molta e luttuosa se ne menasse. Parve al Duca savio partito spedire in diligenza il Re del Carvan e lo infante di Tunisi a dolersi col Xeco della fede tradita, e con minacce orribili spaventarloperchè raffrenasse i suoi, ma questi ebbero a ventura salvarsi dandosela a gambe, e per via di persona fidata mandarono avvisi al Duca si badasse dal Xeco, e lo tenesse come il suo più mortale nemico. Intanto i superstiti al naufragio, e alle scimitarre dei Turchi, nudi, intirizziti dal freddo, dallo spavento sbigottiti si raccoglievano dentro il forte, argomento al presidio non pure di pietà ma di terrore. L'armata correva correva senza governo in rotta, Giovannandrea, non si fidando nella galea reale per essere vecchia e grave, la spinse a investire sopra la spiaggia, poi si gittò dentro una barchetta; i forzati e gli schiavi, rotta la catena, s'impadronirono della galea, ma per poco: prima ordinarono a quattro galeotte delle nostre le si accostassero per buttarci dentro fuoco ed arderla, ma non si attentando farlo, cascò nelle mani ai Turchi. Sette sole galee per ventura si spinsero sotto il forte, ma così poco le ciurme si pensavano salve, che vivevano come se si sentissero il taglio della scimitarra sul collo. Il bascià Piali, tempestando sul mare, prese quella mattina diciannove galee, quattro del Doria, cinque di Napoli, due di Sicilia, una di Monaco, del marchese di Terranuova una, due del Papa, e due del Duca di Firenze chiamate l'Elbiginae laToscana, una di AntonioDoria, ed una finalmente dei Mari; un'altra del marchese di Terranuova dette in secco sul lito, e i nostri ci appiccarono le fiamme perchè non cascasse in mano ai Turchi. Delle navi ne furono combattute in caccia e catturate venticinque.
Le altre galee, che si voltarono al mare, scamparono per la virtù del Commendatore Antonio Maldonato capo delle galee di Malta, il quale essendo conquiso dal suo pilota a ripararsi con le altre galee, passando per lo canale, sotto il forte rispose: «Questo io non farò, perchè, oltre allo essere codardo, parmi mal sicuro partito. Dio non ha mai permesso, che la nostra bandiera cascasse in mano ai Turchi, e confido nella sua bontà che non abbia voluto serbarmi in vita per contemplare un tanto infortunio: ad ogni modo, se pure è fisso che ci abbia a cascare, sta in noi valentuomini, che rimanga lunga e terribile presso i Turchi la memoria del fatto.» Onde le galee che lo seguivano, a lui accostandosi e obbedendolo e dietro al suo esempio governandosi, non senza molta fatica si ridussero in salvo.
Un altro caso avvenne, ma questo pieno di pietà, il quale come mi riuscì grato di raccogliere, così non mi sarà grave raccontare. Soprala galea capitana del Papa governata da Flaminio dell'Anguillara, capitano eccellente e di molto giudizio nelle faccende navali, mentre la ciurma invasa dal fernetico tira con supremo sforzo il sartiame, rompe l'albero e l'antenna, i quali, cadendo con rovinoso fracasso, molti rematori e molti remi infransero; a questo modo la galea impedita nel corso sarebbe riuscito arduo salvare, e tuttavia, a renderne disperata la condizione, fortuna volle che, tagliate le funi all'antenna per lasciarla in balía del mare, ella venisse a invilupparsi nel timone, sicchè non si potendo più governare, in breve fu sopraggiunta e presa dai nemici, i quali saltativi su con le coltella in mano, la più parte misero in pezzi, e fra i primi il misero Flaminio che, di colto ferito nella testa e nel collo, rimase orribilmente calpestato; pochi serbarono in vita, e di questi si rammenta Galeazzo Farnese nobile giovanetto, che prode fu, ma non operò atti eroici, mentre la storia più che altri non crede, e a lei stessa non paia, piaggiatrice, lascia innominato un paggio dell'Anguillara, da lui con singolare benevolenza proseguito; visto egli pertanto il suo diletto signore estinto, e sentendosi minacciato da uno schiavo, che tra feroce e bestiale esclamava essere pur venuto il tempo, che ridottolo in poter suo lo avrebbestraziato a suo libito: «ciò a Dio non piaccia, rispose il paggio, che io venga in potestà di sì vile uomo, e poichè il mio signore se n'è andato, io volentieri nella morte lo seguito;» poi gittatosi capo volto nel mare vi rimase annegato.
Difficilmente occorre nelle storie capitano da paragonarsi nella sventura al duca di Medinaceli, dacchè nè sapienza, nè diligenza gli valsero, tutto doveva tornargli in capo funesto, perfino la pietà, perfino la fede. Strana ventura di taluni uomini, cui una Nemesi avversa pose negli occhi la morte, il guasto nelle dita. Contemplando egli dall'alto del castello lo strazio dei suoi, poichè impedirlo non poteva, gli venne voglia, se pure avesse potuto, di cavarne alcuna vendetta: al quale scopo ordinò, che caricata una mezza colubrina si tirasse sopra le più prossime galee del nemico, messoci fuoco, il pezzo schiantò con tanta violenza, che le schegge ammazzarono dieci persone, fra le quali tre famigliari del Duca, quanto a lui e' la scattò di un pelo, che un frammento più grosso gli portasse via netto la testa.
La nuova della sconfitta dolorosa giunse con la celerità delle triste novelle, e venne a percotere Andrea, mentre un filo sottilissimo di vita lo attaccava appena alle cose del mondo.Un mal fato pareva gli avesse tenuto così a lungo gli occhi aperti per vedere la mina dei suoi ingenerosi disegni: dubitò Giovannandrea caduto in potestà dei Turchi: forse gli corse un brivido per le ossa, temendo di sorte più funesta: tuttavolta anco ridotto in ischiavitù, egli era come perduto, dacchè Solimano costumasse dinegare il riscatto di persone di alto conto, e ormai in casa non gli avanzava altro fiato da Pagano in fuori, giovanetto incapace a schermirsi dalle insidie dei nemici, e ahimè! pur troppo dalla non meno acerba cupidità degli amici; e poi la potenza, interrotta nel quotidiano esercizio, tracolla; ventura sarebbe stata, e grande, se renunziata ogni speranza di augumento, la casa sua così com'era restasse. Quali pensieri, forse rimorsi, lo ingombrassero, a noi non è dato conoscere. Certo ogni fondamento degli umani concetti vacilla quaggiù, che tutte le cose nostre hanno lor morte siccome noi, ma lo individuo proviamo troppo più caduco della famiglia e della città; però l'uomo deve soltanto augurarsi di fabbricare eterno, o almanco durevole per quanto viene concesso alle sue facoltà, edificando per la Patria e per la Umanità. Lo spasimo supremo di Andrea durò tre giorni.
Per buona fortuna Giovannandrea non eraperito nè caduto nelle mani ai Turchi: dopo essersi salvo su la barchetta a terra, si strinse a parlamento col Duca, don Alvaro Sandè, e il Commendatore Guimerano. Il Vicerè ondeggiava tra il senso dei patiti infortuni e la superbia spagnuola, la quale gli aveva persuaso di ributtare i consigli di Giovannandrea non poco a lui dispari di grado, moltissimo di anni; tuttavia adesso, comecchè riluttante, ci si piegava. Giovannandrea pertanto disse, che al punto in cui essi si trovavano condotti, prudenza suprema era non averne alcuna, doversi commettere in balía del caso per tentare di uscire ad ogni modo di costà, e questo avere divisato di fare col buttarsi dentro una sottile saettía, e cacciarsi in mezzo ai nemici; non gli opponessero essere cotesto arrisicato partito; saperselo egli primo; però non disperato, ed una via di salute lasciarla, mentre restando lì chiusi, ed ogni giorno stremando, tornava lo stesso che darsi per morti. Dove la fortuna secondasse il disegno di condurli incolumi traverso l'armata turca, si saria dato d'intorno a raccogliere le galee salvate, armarne due di suo rimaste a Malta, avvertire del successo l'avo Andrea, perchè non istesse più in pensiero, e quante galee erangli rimaste a Genova gli spedisse; parergli spediente, che il Duca si studiasse di fare altrettantoin Sicilia, senza turbarsi dello accaduto, perchè ogni diritto ha sempre il suo rovescio, e viceversa: così l'audacia rimette in bilico la bilancia se pencola: dunque la migliore delle consulte adesso stare in questo, che, tronco ogni consultarsi, si gittasse il dado: o asso o sei. Don Alvaro Sandè, riputatissimo uomo di guerra, pigliando a parlare dopo Giovannandrea, disse con parole succinte, che il giovane principe aveva ragione da vendere, per la quale cosa, buttati lì i ciondolii, si attese ad ammannire la fregata e i rematori di maggiore lena.
Appena si sparse la fama di cosiffatta deliberazione, ecco una frotta di uomini, non mica dei vulgari, bensì cavalieri di alto lignaggio e di bella fama acquistatasi nella milizia, accalcarsi intorno al Duca, smaniando per volere essere con lui: ci adoperavano umili preci, ma così focose e smanianti, che bene si conosceva se respinte sariensi mutate in minacce; solo stava in disparte don Alvaro senza far motto, e quando il Vicerè gli ebbe domandato se anch'egli si volesse partire, il valentuomo rispose queste nobilissime parole: «anzi, se così piace alla Eccellenza vostra qui rimarrommi in servizio di Dio e del Re, e per non separarmi dai compagni, i quali in questa come in altre imprese con tanta fede mi hanno seguitato:fo voto a Dio, che mi parrebbe atto da marrano non già da cavaliere lasciarli soli, senza guida in mezzo a pericoli così manifesti: comuni avemmo sul cominciare della guerra le speranze, comuni dobbiamo avere i rischi nel terminarla; pari fortuna ci salvi, o pari fortuna ci spenga: però voi, mio signore, pensate, che dalla salute vostra molto dipende che ci possiamo salvare anco noi.»
Queste parole, in altra occasione pronunziate, arieno senza fallo avuta virtù di avvampare la faccia dei cavalieri spagnuoli, per costume spavaldi piuttostochè alteri, ma in quel punto paura vinceva vergogna, che l'uomo va decoroso per varia maniera di coraggi, nè quegli che più si mostra avventato nelle zuffe, possiede maggior copia di cuore, e molto in costui col raffreddarsi del sangue svapora l'animo.
L'effetto di questi tramestii fu, che invece di allestire una fregata se n'ebbe ad apprestare nove, e quando nella notte si mise il buio fitto si avventurarono alla rischiosa navigazione: procedevano cauti scansando dalla lontana qualunque oggetto desse loro ombra, così dopo lungo avvolgersi speculando dintorno, e poi riunendosi per avanzare di conserva vennero a perdere gran parte della notte, per la quale cosa Giovannandrea, misurando prossimal'alba, ordinava stornassero, e, come a Dio piacque, afferrarono il lido due ore innanzi al dì: non per questo egli si mostrava rimesso nell'animo: al contrario pieno di speranze lietissime, perchè nel primo tentativo non gli si fosse parato dinanzi ostacolo di sorte alcuna. La sera seguente nella medesima ora del giorno prima tornarono ad imbarcarsi, e provando adesso la fortuna benigna poterono, senza incontrare cosa molesta, ridursi a salvamento in Malta. Lo scrittore della Monografia di questa sventurata impresa conchiude il capitolo diciottesimo della sua narrativa con le seguenti considerazioni, le quali non potendo io rinvenire più accomodate all'uopo, nè sapendo con migliori parole significare, riporterò quasi a capello: «qui si possono considerare quanto sieno instabili le cose della fortuna, vedendo poco innanzi due Generali, uno di esercito di terra, l'altro di un'armata di mare, essersi partiti dalla cristianità con tante pompe, e poi essere giunti nel paese nemico, aver posto di colta tanto terrore, che Re, e capi di provincie, et genti vennero, et altri mandarono loro ambasciatori a sottomettersi a loro nome. Et adesso in una piccola barchetta essere forzati a fuggirsene in pericolo di annegarsi nel mare, et in pericolo di essere presi efatti schiavi, non solo dall'armata turchesca, che ivi era, ma da ogni piccolo corsaro, ch'essi avessero incontrato per cammino.»
Mentre Andrea Doria a Genova, aggomitolato dentro un seggiolone a bracciuoli, col capo chino sul petto, e gli occhi chiusi, pativa la crudele battaglia, che gli toglieva le forze estreme della vita, nè per altro sembrava vivo, che per un rado sollevarsi del seno, ed un respirare a lunghi tratti affannoso, ecco fulminare dalla lontana un corriero, che al portamento, e agli atti si accenna annunziatore di liete novelle: i servi non attesero altro e si cacciano su difilati per le scale, gli precorre un Antonio Piscina familiarissimo di Andrea, il quale gli si accosta in punta di piedi, e toccandolo lieve lieve sopra la spalla, gli susurra nell'orecchio: «un corriero...» Andrea sollevato il capo spalanca gli occhi e domanda: «che nuove?» E il Piscina «per la Dio grazia, buone.» Intanto sopraggiunto il corriero mette le lettere in mano ad Andrea, da per sè egli le volle leggere, ma non gli bastando la vista, le prese il Piscina, che in fretta gliene disse il contenuto: allora gli astanti, attoniti per la maraviglia, mirarono Andrea levarsi in piedi senza aiuto di persona, e udironlo, che alzate le mani al cielo esclamava: «O Dio! O Dio! gran mercè!»
Poi ricadde sfinito. Il ventidue di novembre, non si trovando balía da sorgere da letto, si volle acconciare delle cose, che si dicono dell'anima: verso la mezzanotte del giorno ventiquattro, che fu domenica, chiamato a sè dappresso il Piscina, gli mormorò con piccola voce: «sentirsi venire manco, ed ormai non nutrire fiducia di rivedere il nipote come avrebbe pur troppo desiderato, però egli da parte sua come novissimo avvertimento tanto gli raccomandasse: non si partisse mai dal servizio di sua maestà cattolica: avesse a cuore la Patria, ed in qualunque tempo con ogni sua possa la servisse: il piccolo tosone di oro gli ponesse accanto nella sepoltura, il grande poi riportasse in Ispagna, così parendogli ben fatto.» Dopo queste parole tacque, e di minuto in minuto venendo meno proprio come lampada cui l'olio manca, si spense il lunedì venticinque novembre 1560 di novantatrè anni, undici mesi e venticinque giorni.
Leggo nel Sigonio, come Andrea udisse quotidianamente la messa, e recitasse l'ufficio della Madonna, e i sette salmi penitenziali; ed altresì leggo nel medesimo scrittore, come le parole ultime bisbigliate da lui fossero: «super aspidem et basiliscum ambulabis et conculcabis leonem et draconem.» Quelle desse, che papaAlessandro III si dice che pronunziasse mettendo il piè sul collo a Federigo Barbarossa. Se così fu, ipocrite erano le pratiche religiose, perchè persuase dalla volontà, mentre l'anima presso a morte, ormai in balía di sè stessa, mulinava concetti di superbia o feroci.
Il commendatore Figuerroa oratore di Spagna presso la Repubblica di Genova, e Adamo Centurione, fecero aprire il testamento per sapere in che modo gli avessero ad ordinare l'esequie, e trovarono sua volontà essere, che di notte in san Matteo lo trasportassero, e senza pompa lo seppellissero, e così eseguirono. Dopo tornato Giovannandrea a Genova, la Signoria, con pubblico decreto, gli statuì funerali magnifici, dei quali, se te ne piglia vaghezza, troverai la descrizione negli storici dei tempi.
Costume di cui dettava vite fin qui, fu di mettere in fondo la notizia delle qualità dell'uomo così fisiche come spirituali, e i detti o arguti sentenziosi dei personaggi argomento delle loro scritture. Di Andrea Doria, nel corso della presente storia, ne riportammo parecchi, cosicchè noi ci possiamo passare di questo carico, senza tema di venirne appuntati. Delle sue sembianze meglio delle parole assai ragguaglierà la immagine, che, diligentemente incisa, verrà posta, mi giova crederlo, a principiodel libro; pure ricordo che fu alto, complesso e forte di membra, di carne piuttosto scarso, e nello andare degli anni più segaligno che mai: faccia ebbe pensosa, e mesta, e forse anco un po' sinistra: aggrondate le sopracciglia, la bocca stretta, i labbri sottili: favellava rado; le più volte breve, e se talora il suo modo di ragionare più largo, nondimanco usciva sempre stringato, senza troppo, come senza vano: della sua pretesa dottrina parlammo di già; fu vago di arti a mo' di tutti i principi vissuti in quei tempi, ma non in guisa da reggere il paragone co' Medici, co' D'Este, nè co' Farnesi: prodezza ebbe molta, ma più che prodezza callidità, e s'intende, solo che tu pensi, com'egli, facendo la guerra, ci mettesse galee di suo: però vuolsi confessare che, dopo la tarda deliberazione, si mostrò sempre nello eseguire prontissimo e audacissimo. Della sua sobrietà fanno testimonianza i novantaquattro anni di vita vissuti senza quasi malattia, virtù anco adesso tanto più notabile, quantochè i beneficati dalla fortuna reputino lo stravizio quasi privilegio della loro condizione, a quei tempi poi rarissimo e con esizio della propria salute posero esempio d'intemperanza, oltre a Carlo V, il figliuol suo Filippo II, a cui il sangue s'infracidò per maniera che morì diftiriasi, male pedicolare, e, per dirla più alla casalinga, i pidocchi se lo mangiarono vivo; don Pietro da Toledo, quel desso che presumeva piantare a Napoli la inquisizione di Spagna, venuto a Firenze in corte del duca Cosimo suo genero, vi morì per indigestione di beccafichi, e lo stesso Emanuele Filiberto, mangiando a macco, e bevendo vini fumosi di Spagna, di tanto inaspriva la malattia di fegato ereditaria nella famiglia di Savoia, che cessava di vivere a cinquantadue anni. Della pertinacia sua non parlo, però che sia dote antica dei liguri; insomma gli arnesi per diventare personaggio supremo, e liberatore della Patria, anzi redentore della Italia, egli possedè tutti; gli mancò il concetto: scuse alla mancanza forse gli sono, piuttosto gli possono essere, la gioventù logorata nel servizio dei Principi, la mala opinione che nelle Corti si acquista degli uomini e della umanità, la cura mordace non meno che vulgare dello stato suo se non povero, assai prossimo alla povertà, in che nacque: e quel doversi sempre appoggiare su gli altri per sostenersi o per crescere. Quando poteva fare da sè, egli, come si dice, aveva messo il tetto, che nel ventotto contava ormai sessantadue anni, e nel ventinove, compiendo il suo palazzo in Fassuolo, si confessava (facendoloincidere nella fasciatura marmorea, che tuttavia si vede traverso la facciata di quello) dalle fatiche affranto: forse e senza forse questo non era vero; vero piuttosto questo altro, che nè anco allora era padrone di sè, e gli bisognava andare a' versi fuori di casa con Carlo V, e in casa con la Signoria, e i Nobili potenti quanto lui, se non più di lui.
A Genova basti che Andrea Doria fu tale uomo, di cui ogni città potrebbe meritamente gloriarsi, siccome andarne altero qualunque lignaggio, ma non si dica Padre della Patria, nè restauratore della Libertà: questa laude divina è dovuta a pochi, per lo più infelici nei magnanimi conati; i quali pagarono l'alto ardimento con la vita, e, dolore troppo più acerbo! con la lunga infamia dal secolo servile imprecata alla loro memoria. Carità pertanto non che giustizia vogliono, che questo lauro con religioso zelo si educhi unicamente sopra la tomba di quelli. Ospite grato a Genova, non penso demeritare di lei, togliendo, giusta la mia estimativa, quello che ad Andrea Doria non si deve, e largamente consentendogli il dovuto. Troppo oggi i Liguri intendono libertà che sia, e sanno insegnare altrui com'essa consista principalmente, dentro, nello esercizio dei diritti civili comuni a tutti i cittadini,e fuori, nella potenza della Italia unita sotto un governo solo senza pure ombra di miscuglio di signoria straniera, perchè piglino in mala parte il niego che faccio di liberatore della Patria ad Andrea Doria, che Genova mise in mano all'aristocrazia, e nè manco a tutta, e la rese, se non serva, vassalla di Austria e di Spagna, per sovvenirle, pagato, a mantenere in servitù popoli e stati così italiani come fuori d'Italia. Toccarono ad Andrea i premi della vita, dovizie, gaudio del comando, sorriso dei padroni, piaggerie di servi, vendette su i nemici; giusto è che non usurpi agl'infelici più magnanimi di lui i premii della morte.
FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.