Intanto Gianluigi, notando con inquietudine che la galea non si moveva, chiesta la causa, seppe essersi incagliata: adoperandoci sforzi supremi, dopo mezz'ora la trassero d'impaccio, avviandola verso la bocca di Darsena.Gianluigi, disegnando assalire la Darsena dalla parte di terra e al medesimo momento dalla parte di mare, aveva pensato che la galea, giunta appena a mettersi dietro la Darsena, desse il segno con una cannonata: poi si rimase per non ispaventare la città; bensì, fatto il conto del tempo, quando gli parve ora, spedì innanzi a sè Tommaso Assereto, per soprannome Verze, con alquanti dei più maneschi, a torre su se potesse la porta di Darsena per via di astuzia; tosto giunto il Verze picchia; domandato qual fosse, dice il nome; lo riconoscono, e comecchè lo sapessero uomo di Giannettino, gli schiudono alquanto la imposta: troppo impetuoso costui si avventa per occupare la soglia dando adito ai custodi di sospettare la insidia e richiuderla a furia; allora luie i suoi piglia lo sgomento; onde correndo portano male nuove a Gianluigi. I congiurati, tra pel primo intoppo della galea, e quel secondo della porta, temendo che si abbuiassero le cose, cominciano a balenare; ma alquanto ripresili il Conte, senza punto smarrirsi, ordina al capitano Borgognino salga con la sua squadra certi legni con somma previdenza da lui fatti ammannire, assalti e rompa dal lato del mare la porta della gabella del vino, e con rapidi accenti gliene mostra il modo per lo appunto; il Capitano come gli fu insegnato fece, sicchè, ferendo ed ammazzando alla sprovvista i custodi, molto lievemente compì il comando. Irrompono i soldati del Conte ad un medesimo punto in Darsena dalla porta del vino e dalla galea: qui con mirabile prestezza ordinata la gente in manipoli, ci mette a capo l'altro fratello Girolamo perchè corra la città col grido di popolo, popolo, e libertà, menando rumore di pifferi, e di tamburi; dato assetto alle galee lo raggiungerebbe; la posta a San Siro. Cotesta faccenda delle galee s'intristiva, imperciocchè la maestranza della Darsena, e la plebe uscita dai borghi circostanti, massime da quella diPrè(che non volle in cotesta occasione far torto al nome, significando appunto in dialetto genovesePrede), facevano le viste di volerlemettere a ruba: anco le ciurme, accortesi correre stagione di pescare nel torbido, bollivano; nello indugio pericolo, però Gianluigi si mise a cacciare dinanzi a sè quanti gli stavano attorno, perchè, saliti su le galee, subito le presidiassero, ed egli dietro, passando di galea in galea, qui dava secondo la congiuntura consigli, là comandi. In questo punto la fortuna gli troncava i disegni e la vita; le galee, a cagione delle onde per cotesto trambusto commosse, mareggiavano ora accostandosi ed ora scostandosi, così che, mentre Gianluigi mette il piede sopra un assito, gli manca sotto, ed egli tracolla giù in un fascio con gli altri che lo seguitavano. Splendeva limpidissima la luna, ma la gente agitata dai moti scomposti, dal frastuono, che intorno si levava infinito, e più che altro dalla ansietà, non avvertì la caduta; forse anco avvertendola non l'avrebbero potuto salvare; sicchè vuolsi credere, che cause della sua morte fossero meno il peso dell'armatura, e la melma dentro la quale lo trovarono impegolato, quanto la percossa dei tre soldati, che gli rovinarono addosso, e rinvennero morti accanto a lui.Difficile affermare se, lui vivo, si sarebbe potuto impedire il sacco delle galee, e la fuga delle ciurme, chè le umane belve sperimentiamo terribili se punte nel medesimo istante daisupremi aculei, amore di rapina, e di libertà: certo è che, lui morto, andò ogni cosa a fascio; la cupidità della plebe giunse a tale, che di venti galee, in poco di ora, dalla scafa in fuori non ci rimase altro: se presto non veniva giorno avrieno disfatto anco questa. Di due maniere galeotti, una peggiore dell'altra: i forzati per delitti commessi dannati al remo, e i Turchi presi schiavi; pareva dovesse essere pari in entrambi la brama di libertà e di rapina; ma non fu così; prevalse l'amore della libertà negli schiavi fatti in guerra, ond'essi attesero a rompere le catene, ed impadronitisi della galea laTemperanza, naviglio destinato a strane venture, con grande furia di remi volsero alle coste dell'Affrica; più tardi gl'inseguirono due galee spagnuole condotte da Bernardino Mendoza, ma invano; se laTemperanzasboccasse dalla Darsena prima che si partisse il Verrina, non trovo; forse in tanto e sì fiero avvolgersi di casi, o non avvertì o non potè impedire; trovo eziandio ricordato che le due galee spagnuole del Mendoza surgessero in porto (luogo diverso della Darsena), ma mi capacita poco, dacchè se costui si fosse trovato presente al caso del Fiesco, spontaneo o richiesto avrebbe fatto opera efficace; mentre veruno storico rammenta ch'egli in cotesta congiuntura si mostrasse vivo, parmipur ragionevole supporre, che in qualche non lontano porto della riviera stanziassero.Gli altri galeotti servi della pena, chi sì, chi no, rotti i ceppi, trassero nella città dove pure scorrazzava la plebe. Di questi si riagguantò la massima parte, scontando poche ore di male usata libertà, con molti anni di pena meritamente inasprita.Intanto le grida diverse e terribili, che urlava il popolo; qui libertà, lì Francia; altroveGatto,Gatto, e più che tutto Fiesco, lo strepito delle armi, il suono dei tamburi, e dei pifferi, lo strascinio delle catene, si può immaginare se empissero il cuore a molti di spavento: dei vecchi nobili, e dei mercanti grassi non si parla nè manco: chi si asserragliava in casa tutto avvilito, chi dalla disperazione cavava ardimento, taluno per gli oscuri vicoli fuggiva; le altre moltiplici immagini di terrore finga chi legge, che me preme debito di sobrietà: pure questo mi giovi notare, esempio non ignobile dello strazio della fortuna: mentre tutta la città echeggia col nome del Fiesco, e sembra ormai accertata la impresa, ecco il Conte dibattendosi nel pantano trae l'ultimo fiato.Madonna Peretta (moglie di Andrea), destatasi, porgeva mente allo strepito, e sembrandole troppo maggiore di quello che faccia una galeaquando leva l'àncora, sveglia Giannettino, partecipandogli le sue apprensioni: questi, dopo porto ascolto, viene nel medesimo avviso, molto più che restava stabilito la partenza della galea si facesse quanto più si poteva di cheto per iscansare querele dallo Imperatore e dal Turco; pure non gli cadde in pensiero alcun sospetto, onde gittatasi addosso una veste marinaresca, senza più compagnia, che di un paggio solo, il quale lo precedeva con la torcia, s'incamminò alla porta di San Tommaso per pigliare lingua di quanto accadesse: qui giunto chiamò il Lercaro; conosciuto da quei di dentro alla voce, aprirongli la imposta; quivi entrato gli si fece incontro Agostino Bigellotti da Barga con lo archibugio in mano, dal quale non si badando Giannettino, come quello ch'era soldato della guardia di Genova, costui potè spararglielo a brucia pelo nel petto.E qui cade in acconcio discorrere se Gianluigi, come pur troppo lo accusano parecchi, fosse assetato del sangue altrui; in ispecie di quello dei Doria. Anzi taluno dei tristi piaggiatori della fortuna ardisce affermare come cosa vera, che a certo patrizio, il quale nel calare giù da Carignano in città gli domandava se avessero ad ammazzare tutti i nobili vecchi, cocendo a lui potere mettere in salvo qualche suo consorte,egli rispondesse: — tutti, cominciando dai miei parenti, imperciocchè, se si principia a fare eccezione, chi vorrà cavare fuori l'uno, chi l'altro, e a questo modo non ammazzeremo alcuno. —Certo che simili rivolgimenti possano condursi a fine senza sangue, arduo è che uomo creda, e forse meno degli altri lo credeva il Conte, ma tra levare di mezzo chi contrasta, e spegnere chi cede, corre divario grande; quella è necessità, questa talento di sangue; guerra la prima, la seconda beccheria. Però indizio della bontà dell'animo di lui tu lo hai nell'essersi egli astenuto di commettere ad Ottobuono, che ammazzasse il capitano Sebastiano Lercaro, custode della porta di San Tommaso, il quale sapeva essersi preso il carico di ammazzarlo, e posto eziandio che così egli non credesse, è sicuro, che egli desiderava di farlo credere altrui; adesso pei feroci ciò somministra anco troppo argomento di offendere, consapevoli come pel comune degli uomini la vendetta faccia prova della ingiuria nei privati, e nel pubblico la pena attesti il delitto: ad ogni modo riputavano il Lercaro, ed era, lancia del Doria; onde spegnere uomo devoto e prode poteva parere ben fatto. Nè anco i più ostili a Gianluigi possono negare, ch'egli non solo ordinasse, mai sì espressamenteproibisse di assaltare il palazzo di Andrea: questo poi non gli attribuiscono a bontà, all'opposto a cupidigia; chè le robe dei Doria desiderando intere per sè, non voleva le rubassero i soldati, e a provvidenza astuta temendo che nel saccheggio la gente di Ottobuono si sbandasse, lasciata senza presidio la porta; riserbandolo a farlo con maggiore agio più tardi; od anco a peritanza; anzi havvi perfino chi attesta, che, morto Giannettino, tanto assalse gli uccisori lo spavento, che rimasero lì come impietriti, il quale indugio fu causa che il vecchio Andrea si salvasse. Così fatte asserzioni non meritano seria disamina, perchè o affermano cose inverosimili, o riposti concetti dell'animo a cui non corrispondono i successi: a chiunque abbia fiore di senno apparirà come dal Conte si desiderasse, che i Doria ponessersi in salvo: aperte a loro le vie della terra, e del mare; nè da presumersi che in tanta vicinanza della città o da per sè stessi, o da qualche loro fidato non fossero avvertiti: di vero indi a breve Luigi Giulia preposto alla fregata del Doria, che vigilava il porto, venne a dargli notizia del caso, e Giannettino andò proprio a mettersi in mano alla morte; nè sarà fuggito all'attenzione del lettore come lui uccidesse non già lancia e cagnotto del Fiesco, bensì un soldato della guardia diGenova, forse per isgararsi di qualche ruggine antica.Andrea, alla nuova del fiero accidente, precipitò dal letto: proprio non aveva più tempo per sentirsi infermo; conobbe bisognargli vita e gagliardia se pure non voleva sopravvivere, in certo modo, a sè stesso: la virtù dell'animo gli somministrò ambedue; chiese di Giannettino più volte, e supplicò a non tenergli nascosto nulla; sè essere parato a tutto; non lo poterono contentare, pure non gli parendo questo il caso per dire, niuna nuova buona nuova, lo fece spacciato; donde in lui più urgente la necessità di mantenersi in vita: sopra i nipoti adottivi non poteva contare per ora, perocchè il maggiore Giovannandrea toccasse appena il nono anno, egli decrepito, adesso, unico pollone a conservare in fiore la casa; il tempo non pativa indugi, nè seco poteva salvare tutti; salito pertanto a cavallo in compagnia di Filippino, e di Agostino Doria, scortato da soli quattro famigliari, fuggiva il Fiesco in quel punto già morto. La moglie Peretta con le sue donne riparò nel monastero dei Canonici regolari di San Teodoro accanto al Palazzo di Fassuolo; la moglie di Giannettino co' tre figliuoli e le figlie si nascose in quello di Gesù e Maria. Ammirando la costanza del vecchio indomito, mi mette ribrezzocotesto immenso amor proprio, che lo persuade, seco, e solo con lui andare la fortuna dei Doria; forse non correvano periglio alcuno i fanciulli; poteva per avventura assicurarlo la conoscenza dell'indole generosa di Gianluigi, più che tutto il costume vecchio di Genova, dove si contendeva piuttosto per cupidità d'imperi, che per odio di persona: tuttavia sopra il Fiesco egli era caduto in grandissimo errore, nè il costume a cui accenno si mantenne sempre inalterato così, che qualche sanguinosa eccezione di tratto in tratto non incontrasse. Altri non avrebbe sofferto lasciarsi addietro tutti i nipoti, ed uno almanco, il maggiore, avrebbe condotto abbracciato al collo seco. A Sestri lo aspettavano lugubri novelle: quivi e non altrove seppe la morte di Giannettino; non pianse, ma scrisse a Cosimo duca di Firenze, e al Gonzaga vicerè di Milano, entrambi provati da lui fidatissimi allo Imperatore, e nemici mortali di ogni moto capace a sturbarne la tirannide, perchè in fretta e in furia avviassero armati su quel di Genova; poi salito sopra la fregata dei Costi giunse a Voltri, e da Voltri su per l'erta giogaia si arrampicò fino a Masone, castello degli Spinola.Non tutti i patrizii però furono codardi: alcuni al contrario animosi, i quali o non avvertito o non curato il pericolo, accorsero al palazzoper sovvenire, essi dicevano, alla Patria, e forse il credevano, in fatto gl'interessi della propria fazione. Le storie tengono ricordo di Niccolò Franco decano del Senato, e nello interregno magistrato supremo, il cardinale Girolamo Doria, Bonifacio Lomellino, Giovambattista Grimaldo con Antonio Calvo, e Cristoforo Pallavicino; eranvi altresì Ettore Fiesco, e Benedetto Fiesco Canevari consorti di Gianluigi, ai quali rimase fedele l'alfiere Giocante co' suoi trabanti corsi: ci si trovò presente anco Jacopo Bonfadio, di questi fatti narratore molto maligno e verace poco: l'oratore Figuerroa in cotesta fortuna comparve troppo minore del suo grado, perchè volesse ad ogni patto fuggire, e lo faceva, ma lo rattenne Paolo Lasagna, il quale confortandolo a stare fermo, sotto buona scorta lo condusse al palazzo; dove con la presenza, ed autorità sua confermò gli animi esitanti, crebbe la baldanza ai risoluti: nè questo fu il solo benefizio, che il Lasagna rese ai patrizii: datosi intorno a tutt'uomo, messe insieme nel generale trambusto copia di amici ed aderenti suoi, venendo per questo modo a levare forza ai Congiurati, ed aumentarla al governo. Che poi il Lasagna, borghese essendo, operasse a quel modo, veruno maraviglierà pensando come la borghesia proceda per ordinario troppo più nemicaal popolo minuto, che al patriziato, di questo astiando le ricchezze, di quello temendo la inopia; i patrizii, come quelli che sente da più di lei, maledice e sopporta, il popolo minuto reputando da meno di lei detesta e combatte; alla borghesia sembra che, dove co' patrizii non la possa sgarare, almeno la impatterà, perchè respinta dagli uffici supremi le rimarranno i minori, e si rifarà co' traffici; col popolo lo scapito è sicuro. Il borghese non si agita spesso, ma quando si agita nol fa mai per diventare cittadino pari ad ogni altro in libera terra, bensì per trasformarsi in patrizio entrando in verzicola co' dominatori; fra le tristi classi nell'umano consorzio pessima la borghesia bottegaia.La prima cosa, che i patrizii avvisassero fare, fu spedir gente verso la porta di San Tommaso, così per rinforzare la guardia, come per prendere lingua di Andrea: andarono il Lomellino, il Pallavicino, e il Calvo con l'alfiere Giocante e venticinque trabanti; il Mascardi dice cinquanta; ma in questo come negli altri particolari, dove il Bonfadio non aveva interesse a mentire, preferisco la sua storia ad ogni altra. Costoro, mentre usano diligenza per arrivare, s'imbattono in una banda di congiurati, i quali, scortili appena, gli urtano, e li sbarattano con minacce di morte; fuggendo essi, per ventura si salvano,eccetto uno, nelle case di Adamo Centurione quivi vicine. Anco là rinvennero raccolti Francesco Grimaldo, Domenico Doria con altri maggiorenti della terra; onde, rinnovata con loro la pratica, vennero d'accordo, che sul momento non ci era di meglio, che mandare a esecuzione il consiglio del palazzo: speculata da prima la via e uditala quieta, ripresero il cammino della porta di San Tommaso: colà arrivati domandarono passare per amore e non l'ottennero; tentarono per forza e furono respinti con busse e ferite; ci rimase preso Lomellino, il quale menava mani e piedi per riuscire dall'altra parte: gli altri tornarono addietro più che di passo, ma non istette guari, gli raggiunse il compagno svincolatosi a morsi e a calci dai nemici.Frattanto la Signoria non istava con le mani alla cintola: raccolti i soldati li dispose intorno al palagio: ai cittadini accorsi assegnò la difesa dei canti delle strade; trasse le artiglierie in piazza tenendoci allato i bombardieri con le miccie accese. Dal lato suo nè anco Girolamo tentennava, e comunque giovane assai e pingue della persona, pure in cotesta notte mostrò singolare prestanza, tenuti in buono ordine i suoi, comecchè ad ogni momento venissero a urtarsi con ischiamazzo infinito a cotesta bandaondate di popolo: giunse alla Chiesa di San Siro; pôsta assegnata. Qui la fortuna gl'inchiodò la sua ruota. L'Assereto, e a quanto sembra il Verrina, vennero ad annunziargli essersi smarrito Gianluigi; ma più basso aggiungevano farlo morto addirittura: però subito partito, deliberarono: Girolamo proseguirebbe la impresa in terra, il Verrina tornerebbe su la galea a vigilare il porto; e in ogni evento a tenere aperta alla salute una via; parve cotesto il più prudente consiglio, e per avventura era, ma spesso non isperimentiamo i consigli più prudenti migliori, però che a Girolamo, col partirsi dal Verrina, venne meno il più accorto, e risoluto aiutante, e ai congiurati la previdenza dello scampo rubò l'animo.La Signoria, udendo avvicinarsi il Fiesco, deliberava spedirgli contra due consorti suoi Ettore, e Francesco Fiesco per ispiare la mente di lui: profferirsi parata ad accordarsi con modi civili senza mettere la città al cimento di andare sottosopra: partirono, ma poi volendo dare maggiore autorità alla deputazione, richiamatili addietro, aggiunsero loro un Giambattista Lercaro, e un Bernardo Interiano Castagna in compagnia del cardinale Girolamo Doria; questi di conserva misersi in cammino, ma incontrati certi popoleschi che dissero loro villania, e temendopeggio, il Cardinale, a cui parve che la dignità sua ne scapitasse, ricusò farsi più oltre; mentre retrocedevano, un trabante della guardia, o pigliasse sospetto della turba che rispinta accalcavasi scomposta, e a tumulto, o per quale altra disgrazia, sparò l'archibugio, ed uccise di colta un Francesco Riccio proprio al lato del Cardinale, onde non ci fu più verso di svolgerlo, per quante supplicazioni gli facessero, a volere rendere servizio in tanto estremo alla Patria. Crescendo di minuto in minuto il pericolo, e considerato che si correva troppo grossa posta ad aspettare là dentro, chiusi, gli assalti, Ettore Fiesco, Ansaldo Giustiniano, Ambrogio Spinola, e Giovanni Imperiale Balbiano, come più animosi, si proffessero di andare a conferire col Fiesco, andarono di fatti e ben ebbero mestiere sentirsi saldo il cuore, imperciocchè, mentre raggiunto con conati infiniti Girolamo a San Siro stanno esponendogli l'ambasciata, l'Assereto, ed un altro popolesco chiamato il Marigliano si misero a gridare: a che prò parole? Tanto e' bisogna ammazzargli tutti: rifacciamoci da questi. E posta mano alle coltella presero a menare; gli altri fuggirono per miracolo; Agostino Lomellino stette a un pelo che non ci restasse ucciso; più tenace degli altri Ettore Fiesco, confidando forse nella parentela,cominciò a dire con voce sommessa; — che modi sono questi! Da quando in qua si accolgono a questa guisa amici e parenti, i quali s'intromettono pacieri del bene comune! Allora quietaronsi; poi, riconosciuto dai soldati per la usanza che aveva in casa Gianluigi Fiesco, ottenne facoltà di favellare ad agio con Girolamo: nella conferenza, egli che astuto era, alternando ad arte parole, venne a scoprire il caso di Gianluigi, e circa ai finali intendimenti di Girolamo, si accorse come nè anco nell'animo di lui fossero chiari, dacchè quegli insisteva sempre nel volere consegnato subito il palagio dichiarando che in quanto al resto si sarebbe provveduto a bello agio. Ad Ettore parendo averne cavato più del bisogno, pensò a scansarsi; onde, conchiudendo ne avrebbe riferito ai padri, e saria tornato con la risposta, prese licenza. La notizia della sorte toccata a Gianluigi riebbe i padri da morte a vita, i quali, ripreso coraggio, si ammannirono a sostenere gli assalti delle bande del Fiesco. Dall'altra parte la impresa del Fiesco appariva come una macchina a cui si fosse rotta corda o catena; non andava più: quel sostare a mezzo nelle rivoluzioni è morte espressa: i meno intorati dei compagni suoi, col favore dell'ultima vigilia della notte, di mano in mano spulezzavano, sicchè quando Girolamo,tardi impaziente degl'indugi trasse innanzi, trovò di tali apparecchi munito il palagio, che ben si accorse non potrebbe spuntarla con baruffa manesca; al contrario dovesse consultare con prudenza il modo dello assalto.In questa si metteva un po' di lume, e Girolamo non senza terrore si accorse come assottigliata gli durasse la gente dintorno; però conobbe che invece di pensare ad assalti, beato lui, se gli fosse concesso ritirarsi in salvo. In palazzo se si stava fermi su le difese, tuttavia non si era senza apprensione dell'esito, ignorando le forze dell'avversario; secondochè spesso succede fra i combattenti, se non paura, esitanza dall'un lato e dall'altro; sicchè tennero per provvidenza quando ci videro capitare Paolo Panza, che, uomo imbelle essendo, andò a protestarsi immune da qualunque connivenza coi Fiesco; lo crederono veramente sincero, e avrebbero finto crederlo anco sapendolo bugiardo: senza mettere tempo fra mezzo, in ciò affaticandosi l'oratore Figuerroa, cui pareva mille anni cavare le gambe da cotesto ginepraio, gli commisero andasse alla volta di Girolamo, con promessa di perdono intero ed a tutti, per le cose in cotesta notte commesse, con patto però, ch'egli co' suoi dalla città senza indugio sgombrasse. Al punto in cui Girolamo si trovava ridottoera bazza; però volle in pegno la fede pubblica per la osservanza della capitolazione, la quale fu tosto, e volontieri, da Ambrogio Senarega segretario della repubblica, a nome del senato conceduta. Allora il conte Girolamo saliva in Carignano, dove dato sollecito ricapito ad alcune faccende domestiche, si ricolse a Montobbio, forte arnese di guerra dei conti Fieschi.Il Verrina, informato del successo, mandò a levare Ottobono Fiesco, il Calcagno con la banda dei soldati dalla porta di San Tommaso, e ricevuti su la galea l'Assereto, il Marigliano, e quanti di quel perdono verdemezzo crederono non potersi fidare, navigò per Marsiglia, conducendo seco Sebastiano Serra, Manfredo Centurione, e Vincenzo Promontorio Vaccari, piuttosto in pegno di non molestato viaggio, che per cavarne riscatto; di vero, giunti alla foce del Varo, gli restituì in libertà.A questo modo ebbe fine questa stupenda congiura, e i Senatori, osserva uno storico, poterono al mezzo del terzo giorno di gennaio tornarsene a casa a mangiare. Prima però di separarsi spedirono in diligenza Benedetto Centurione, e Domenico Doria a Masone per ragguagliare il Principe punto per punto del successo, supplicandolo a venire quanto prima potesse a felicitare della sua presenza Genova; Andreapartì subito. Messo il piede in casa, come colui, che non aveva ancora tentato il terreno, cominciò a mostrare il sembiante doloroso di mite mestizia; non uscivano dalla sua bocca parole, che tutte umili e tutte benigne non fossero; si professava contento se col danno delle sue robe, e con parte del proprio sangue aveva potuto rendere salva la Patria: rispetto a punire raccomandava si camminasse adagio, però che in quei primi fervori si corresse rischio di scambiare la vendetta per giusto castigo: sopra tutto si astenessero mettere la mano nel sangue, chiudendo questo ogni adito all'ammenda: quanto a lui essere di avviso, che i più incolpati si bandissero in perpetuo; gli altri con esilii temporanei. Sensi di uomo in ogni secolo giusti, in quello poi santissimi, e pure erano lustre di vecchio astuto. In breve però, fatto capace come con cotesti nobili e borghesi potesse in Genova due cotanti più di prima, manda baleno del riposto rancore; ciò nella occasione della scoperta fatta del cadavere di Gianluigi Fiesco, quattro giorni dopo ch'ei si fu annegato, dal pescatore Palliano: ordinava di botto si strascinasse alle forche, ci si appendesse, ci si lasciasse spettacolo di ludibrio, e di terrore; ma i consorti partigiani suoi lo svolsero, comecchè a stento, ammonendolo che il popolo minuto non avevacessato di bollire; potrebbe nascerne tumulto da evitarsi a cose non anco assodate; le vendette più tardi. Tuttavia piegando Andrea volle che al cadavere si negasse cristiana sepoltura; colà dove si era trovato stesse; ci pose guardie; due mesi dopo sparve, dissero per comandamento del medesimo Andrea che, fattolo trasportare in alto mare, quivi ordinò lo sommergessero: altri opina che questo avvenisse contro la sua volontà, e così credo ancora io.Quando quei di fuori seppero tornato Andrea in fiore più di prima, cominciarono le condoglianze, e le seguenziali congratulazioni di Principi così nostrani come forestieri. Il Papa, come prima udì fallita la congiura, è fama che avvilito esclamasse: — non si può mica contrastare contro ai voleri di Dio, il quale sembra avere ordinato, che questo Imperatore prevalga per la ruina della Chiesa. Poi steso un breve pieno di benedizione, di lamentazione, e di bugie, glielo mandava da Andrea. Andrea, ricevuto il breve, lo lesse due o tre volte; dopo se lo ripose in seno dicendo, a tempo debito ci avrebbe dato riposta.In vero a fargli la debita risposta egli non perse tempo, imperciocchè il duca Pier Luigi Farnese non volendo scomparire di petto al suo beatissimo padre, agguantati certi forzati fuggitidalle galere del Doria, glieli fece ricapitare con un diluvio di proteste; nè contento di tanto gli mandò tre ambasciatori a Genova per condolersi del caso, tra i quali fu il conte Agostino Landi: questi ambasciatori esposero come della congiura il Papa e il Duca non avessero non pure colpa ma odore alcuno, scrupolosi come erano stati sempre ed erano di fuggire da cosa capace di recare dispiacere a principe tanto benemerito della cristianità; e se avevano sparso novelle in contrario, doversi attribuire tutto a gente perversa, che malignando godono seminare zizzania tra persone nate per amarsi, e stimarsi. Andrea rispose in pubblico non essere mestieri proteste; da per sè stessa dimostrarsi la cosa, non potere il padre dei fedeli desiderare se non opere buone, e il Duca alunno di tanto degna scuola, altresì; intanto profferire ad ambedue umilissime grazie, e proprio col cuore. In segreto prese a negoziare con gli ambasciatori, massime col conte Agostino Landi, come potesse ammazzare il Duca, e rendere a quel modo al vecchio Papa pane per focaccia; e per modo egli seppe industriarsi col Landi, che prima che ei partisse da Genova, gli promise di attendere sul serio a vedere se ci fosse verso di ammazzare il Duca, e mettere Piacenza nelle mani dello Imperatore; il quale trattato avendo effetto,Andrea si obbligava a dare una figliuola di Giannettino in moglie al suo figliuolo, e provvedere in guisa che la maestà di Carlo V rimunerasse da pari suo un servizio tanto qualificato. Gli oratori, tornando fecero fede al Duca, che Andrea non aveva pur ombra di sospetto contro di lui; solo dolersi della sua sorte, e della ingratitudine del Fiesco; e il Duca se la bevve. Mirabile questo, come si facciano di leggieri agguindolare i fraudulenti, onde il popolo significando il caso per via di proverbio ha detto: in pellicceria non ci hanno pelli che di volpe.Siccome poi al duca Farnese premesse troppo più lo Imperatore, che Andrea, così egli spediva in diligenza Ottavio Baiardo al vicerè di Milano con proteste, e profferte larghissime così della persona come dello Stato, e Ferdinando Gonzaga, ch'era diritto, pigliatolo in parola accettava. Sarebbe curioso seguire i ghirigori delle sottigliezze, con le quali il Duca si schermì dal Gonzaga, dacchè adesso le carte ci sono scoperte, e si conosca che il Papa, con lettere del 7 gennaio 1547 scritte dal Copollatto, gli vietasse soccorrere in ogni maniera il Gonzaga, ma qui non è luogo opportuno per questo. Il Duca un po' per simulazione, un po' per cupidità di dominio, che divorando cresce, sotto colore di fellonia occupò i castelli dei Fiesco sulPiacentino Calestano, e Valditaro, dove si erano rinchiusi Cornelio e Scipione, ma poi lasciò in Valditaro a guardarlo Cornelio. Dopo averli presidiati da non temere sorprese, commise da capo al Baiardo andasse a Milano, e facesse capace il Gonzaga corrergli debito confiscare i due castelli a cagione della fellonia del Conte, per cui eglino erano ricaduti alla Camera imperiale; al che rispose il Gonzaga, tutto questo camminare pei suoi piedi, ma non comprendere qual diritto avesse il Duca di castigare, e meno poi come si sostituisse alla Camera imperiale all'effetto d'impadronirsi dei castelli. Il Duca oppose le sue ragioni, il Gonzaga contrappose le sue; da una parte e dall'altra corsero proteste; chi aveva in mano lo strinse.Lo imperatore, oltre alle lettere, mandò al Doria Don Rodrigo Mendozza principale in corte, perchè gli manifestasse quale e quanto il cordoglio dell'animo suo; non presumere che agguagliasse quello di lui, padre orbato del figlio della sua predilezione; ma correrci poco; come sincero costui chiariremo fra poco.Cosimo duca di Firenze, che fece provvisioni grandissime mandando gente ad assoldare fanterie, raccogliendo tutte le ordinanze della milizia, e mettendole in punto di movere; a Pisa adunò i suoi cavalli guidati da Chiappino Vitelli,da Roma chiamò Stefano Colonna generale delle sue armi perchè incontanente si partisse; spedì celeri messi a Giovan della Vega ambasciatore di Carlo a Roma, al Toledo vicerè di Napoli, affinchè inviassero senza indugio le galee di Sicilia e di Napoli verso il mare ligustico; mirabile sollecitudine di principe atterrito da un'alba di libertà! — Quando le seconde notizie gli levarono il peso del cuore, mise Jacopo dei Medici a dolersi, e a congratularsi con Andrea; forse unico sincero perchè ci andava del proprio interesse.Gravissimi i danni di Andrea, però che le sue galee si avessero a rifornire da capo a fondo di attrezzi; mettere le mani addosso ai ladri forse avrebbe menato a niente, certo poi a lungo; ed era da temersi che partorisse scompiglio nella plebe, la quale, se per allora quietava, era miracolo. Andrea, trovandosi a secco di pecunia, gliela somministrò Adamo Centurione, col quale rimasero d'accordo, non dissentendo lo Imperatore, di preporre Marco figliuolo di lui alla condotta dell'armata, finchè non fosse giunto a conveniente età Giovannandrea nipote di entrambi. Durante cotesto anno, ed anco quello dopo, fu mestieri compire le ciurme pagando galeottibuone voglie; indi a poi il delitto, e la preda somministrarono forzati eschiavi di avanzo. Ma quando pure fossero stati cotesti danni mille volte maggiori, Andrea se ne ristorava con usura, però che della sostanza dei Fieschi gli riuscisse agguantare ben quattordici castelli; nella patente d'investitura data in Augusta da Carlo V il 19 giugno 1548 si legge, che furono Terriglia, Carega, Montavante, Calice, Veppio, Cremonte, Grondona, Croce, Val di Trebbia, Garbagna, Vargo, Mentaguto, Marsalaria, e Vivolone; e poichè all'arbore caduto ognuno corre per legna, il duca Pierluigi, non contento di Calestano e Val di Taro dopo demolite la Rocca, e le mura, volle anco Montobbio. Il Papa, non potendo ghermire altro, si prese le tre galee rimaste nel porto di Civitavecchia; poi tra padre e figliuolo si saranno aggiustati; nè i Fiesco si attentarono aprire bocca, non sapendo dinanzi qual tribunale portare le ragioni loro, oltrechè non avevano finito di pagarle; nè potevano trovare modo per farlo. Giulio Landi castellano di Varese, nel 22 gennaio 1547, dichiarò al Doria essere parato a renderlo, con un patto, e fu che si donasse a lui. Andrea gli rispose il castello appartenere al comune di Genova, e quanto più presto glielo restituisse meglio farebbe. Pontremoli lo Imperatore tenne per sè, e dicono per consigli di Andrea, dacchè chi l'occupa sta come a cavallotra Lombardia e Toscana; ed in quei tempi era un calcio in gola anco al duca Pierluigi. Genova a Varese aggiunse Roccatagliata, e Nirone; gli altri andarono divisi tra il comune di Genova, Antonio e Agostino Doria, ed Ettore Fiesco; il feudo toccato in sorte ad Antonio trovo si chiamasse Santo Stefano Davanto; degli altri non mi capitò rintracciarne il nome. Val di Taro più tardi ebbe Agostino Landi, e meritò titolo diacedelmao campo di sangue, ma lo Imperatore lo battezzò principato. Del palagio diVialatagià dicemmo non rimase pietra sopra pietra; una lapide colà messa portava inciso il decreto col quale si proibiva murare case su l'area maledetta; oggi la sola tradizione può indicare il luogo dove la nobile magione sorgesse.Il Verrina, il Calcagno, e parecchi compagni, da Marsiglia, si condussero traverso il Piemonte a raggiungere il conte Girolamo Fiesco che attendeva a radunare genti; ed a munire gagliardamente Montobbio; Giovanfrancesco Nicelli presidiava il castello di Cariseto; Andrea intanto con le sue molte aderenze e con le sue ardentissime esortazioni instava perchè i patti convenuti dal Senato co' Fiesco non si osservassero: da un lato mostrava la repubblica non potere con sicurezza, nè con decoro sopportareil fumo negli occhi di Montobbio a dieci miglia da Genova; da cotesto lato la porta sempre aperta a repentini assalti, o ad invasioni di guerra ordinate; e fin qui diceva bene; aggiungeva poi non doversi osservare fede ai ribelli; sostenevalo in questo la scienza infelice dei giureconsulti, usi per ordinario a trovare sembianza di ragione a qualsivoglia scelleratezza, tra gli altri un tale di cui il nome non merita essere tratto fuori dall'oblío; costoro, consultati rispondevano senza discrepanza: — la fede pubblica insufficiente a impedire il castigo di misfatti sì atroci, nè potersi affermare impegnata la fede pubblica, conciossiachè il partito non fosse stato proposto, nè discusso, nè vinto da numero legittimo di Senatori a seconda delle costumanze della repubblica: vulgata cosa in diritto le promesse estorte dalla paura non fare obbligo, e quivi (nota sofisma) essere caduta suprema violenza, avendo sforzato non un individuo, od una famiglia, bensì la intera repubblica; necessità il supplizio dei parricidi, che tramarono lo eccidio della Patria, non solo per vendetta, quanto, e più per salutare terrore dei superstiti.I padri da un lato consapevoli da qual parte tirasse il vento, e dall'altro repugnanti a ravvilupparsi in una guerra contro il Papa, il Duca di Piacenza, e la Francia, mentre lo Imperatorelontano, con tante legna su le braccia non inspirava fiducia di sollecita nè di efficace difesa: considerando inoltre i Fiesco, e i settatori loro andare e venire con sicurtà per gli Stati della Chiesa, argomentavano ciò non potere succedere senza permesso della Corte romana, e forse sapevano averglielo dato il Cardinale Alessandro; non ignoravano Cornelio, Scipione, fuggiti dopo il caso a Piacenza, essere stati scortati dai cavalli del Duca fino alla Mirandola, e Pierluigi avere notte tempo conferito lungamente con loro; il Papa, è vero, in pubblico ricusò ricevere Scipione, ma in privato lo accolse; ancora Pierluigi aveva fatto dire a Maria madre dei Fiesco, sgombrasse da Piacenza dove erasi ridotta, ma ella continuava a starci. Montobbio a quel tempo reputato validissimo a sostenere lungo assedio, presidiato da buoni archibusieri, e munito di artiglierie. Nè gl'indizii della parzialità del Duca pei Fiesco finivano qui; quantunque il castello di Valditaro si reggesse per lui, tuttavia ci mise dentro per castellano Giammaria Manara compare di Girolamo, e questi, come da sua creatura, cavava dal Manara ora provvisioni, ed ora archibugeri dei migliori per difesa della torre. Per ultimo quando il Gonzaga volle levare fanti in Monticelli e in Castelvetro, ne fuributtato, e siccome insisteva, Marchio, e Faustino, commissarii in cotesti luoghi pel Duca, gli fecero sapere non poterlo consentire; dover eglino osservare gli ordini del signore senza pigliare servitù. Da tutte queste cause a noi note, e forse da altre, che ignoriamo, mosso il Senato, nonostante il conquidere indefesso del Doria, e degli aderenti suoi, giudicò proporre patti al conte Girolamo per mezzo di Paolo Panza a cui commise di offerirgli fino a cinquantamila ducati perchè cedesse Montobbio, e si levasse di su le terre della repubblica a tribolarle con la guerra. Se questo fosse successo, al Senato pareva avrebbe fatto un buon negozio, dacchè nella spesa trovava compenso, e si cavava fuori dal ginestraio; quelle medesime cause che persuadevano il Senato a umiliarsi, aumentavano la superbia di Girolamo, e dei compagni suoi; i quali, levati ad alte speranze, non solo per gli aiuti del Duca, ma altresì per quelli altamente poderosi del re di Francia, si ricusarono di netto. Allora vinse il partito di Andrea, e i cinquantamila scudi si stanziarono per la guerra.Paolo Moneglia, e Paolo Centurione si fecero ad assalire Varese e con facile vittoria se ne impadronirono. Cariseto resistè due giorni, se nonchè la torre, battuta furiosamente, tracollando,gli assediati calarono a patti, i quali negò il capitano Garofolo Boniforte, o non volesse, o non potesse, e ciò con poca reputazione di lui, e manco vantaggio, perchè Giovanfrancesco Nicelli castellano, notte tempo uscito co' soldati e co' terrazzani tutti, uomini e donne, si mise in salvo sul contado di Piacenza.Per andare contro Montobbio si ammannirono con grosse provvisioni; levarono duemila fanti, massime côrsi, confidandone la condotta a due colonnelli Francesco e Domenico Doria; al comando delle universe milizie preposero Filippino Doria, commissarii di guerra elessero Cristofano Grimaldo, quel desso che nel 1535 fu Doge, e Lionardo Cattaneo: capitano generale di tutta la impresa elessero Agostino Spinola. Andarono custodi dei confini Lamba Doria, Bernardo Lomellino, e Gabriele Moneglia, però che corresse voce tutta la gente di Nura stare in procinto di prendere l'arme, e si sapeva, che il duca di Piacenza, difettando di archibugi, per mezzo del Valerio Armiano suo oratore a Venezia aveva richiesto al Senato la facoltà di cavarne ottomila da Brescia, e la ottenne solo per cinque, e più assai del Duca stessero in sospetto dei Francesi stanziati grossi nel Piemonte. E' fu dura cosa carreggiare leartiglierie per coteste aspre giogaie, e non meno difficile piantarle per modo che potessero fare buon frutto, sorgendo Montobbio isolato da tre punti sopra un colle ricinto da due torrenti; ci si sale da un lato solo, da tramontana; ma qui naturalmente i ripari erano maggiori, con mura spesse ben quindici piedi, e con una Rocca acconcissima alle difese come alle offese. Dato mano al trarre, ben si conobbe quanto premesse agli assalitori di terminare presto la impresa, imperciocchè nel corso di pochi dì sparassero ben diecimila cannonate, e senza costrutto; anzi dei cannoni parecchi troppo arroventiti spaccaronsi con morte, e ferite degli artiglieri che ci stavano attorno: poco dopo il tempo ruppe in isconci acquazzoni con molestia infinita dei soldati privi di ricovero, e bisognò smettere. Forse i Genovesi, a cui la feroce improntitudine del vecchio Doria già tornava sazievole, sariensi affatto remossi dalla impresa, se due casi di fresco accaduti non gli avessero confermati nella statuita deliberazione; il primo fu la morte di Francesco re di Francia, onde si presagì, e bene, che il successore su quelle novellizie del regno si sarebbe astenuto da partiti arrisicati, il secondo i soccorsi che oltre la speranza giungevano in fretta dalla parte del duca di Firenze, e delvicerè di Milano: di fatti questi mandò quattrocento fanti, quegli parecchie bande di archibugieri con Paolo da Castello, e talune di cavalleggeri condotte da Chiappino Vitelli con munizioni e artiglierie. Contro ai congiurati era comune la guerra dei tiranni vecchi e dei nuovi. La stagione rimessa al buono, Agostino Spinola dopo data migliore disposizione alle artiglierie, il dieci maggio ripigliò a battere la muraglia, e questa volta con frutto, chè in breve ne atterrò tanto tratto da rendere possibile lo assalto: nè pertanto le cose di quei di dentro sariensi avute disperate, se i fanti, per mancanza di paga, non avessero preso a tumultuare; e ciò saputo dallo Spinola, per corromperli meglio, mandò intorno parecchi trombetti a bandire che se gli assediati si confidavano negli aiuti di Francia mettessero l'animo in pace, e senza quello il duca di Piacenza non si saria attentato movere passo; a chiunque venisse talento sortire dal castello per quel dì, e l'altro appresso, egli assicurava transito libero senza pagare taglia, e le robe salve. Allora Girolamo, temendo di guai, venne d'accordo con gli altri di mandare Girolamo Garaventa e Tommaso Assereto allo Spinola per ottenere patti; vinti erano e volevano parere vincitori, chiesero il passo libero con arme e bagaglie; furono le gravi condizionifacilmente respinte da cui era fermo non accettare le lievi. Ridottosi il Fiesco coi fidatissimi suoi a segreto consiglio, esaminarono se ci fosse verso col favore delle tenebre mettersi in salvo, e parve che non ci fosse, correndo divario tra Cariseto e Montobbio, però che in Cariseto fossero tutti di un cuore; e lì avere pur troppo il Giuda in casa, ond'era da temersi che o prima, o al momento della fuga ne fosse dato avviso al nemico, il quale, giusto a cagione del caso di Cariseto, stava a buona guardia: inoltre al conte Girolamo il corpo pingue non permettere i passi solleciti della fuga.Capisco, che se quanto sono per dire io lo esporrò perchè gl'Italiani ne facciano senno, e' tornerà lo stesso, che mettere l'acqua nel vaglio; pure non lo vo tacere. Cornelio, il quale essendo giunto a raccogliere alla Mirandola più con le supplicazioni che co' danari una grossa banda di soldati spasimava di sovvenire il fratello e gli amici pericolanti, fu impedito dai Francesi allora in pratica di accordo con lo Imperatore. Così fu sempre: la Francia, quando ne va del suo interesse, il sangue altrui conta come acqua, la roba nulla.La conchiusione della consulta del conte Girolamo e degli amici suoi fu che ormai nonrimaneva altro partito, che rendersi, e questo fecero commettendosi alla fede del Senato; ciò accadde l'undici giugno, dopo quarantadue giorni di assedio, ma veramente tutta la impresa durò quattro mesi.Ora resta a vedere la fede, e la pietà dei vincitori. I soldati del Doria, appena messo il piede nel castello, tagliano a pezzi il Calcagno, il Manara, e quanti altri sospettarono si fossero trovati alla morte di Giannettino.Messa a partito in Senato la domanda del conte Girolamo, e dei compagni suoi, non mancò chi inclinasse a misericordia, industriandosi attenuare la colpa con la leggerezza giovanile; ed averla punita a sufficienza le morti avvenute, e lo schiantamento di una casa tra le genovesi principalissima; che se non si riputasse il passato bastevole castigo, altro vi se ne aggiungesse, purchè non di sangue. La fede pubblica si osservasse, senza badare se data con modi più o meno solenni; fallo, in ogni caso, da imputarsi piuttosto a cui la impegnava, che a cui la riceveva: vile sotterfugio, e alla dignità del Senato ingiurioso essere quello, che lo chiariva vinto dalla paura: ma più che tutto percoteva le menti di pietà certa lettera di suora Angiola Caterina Fiesco sorella del conte Girolamo, mandata alla Signoria, con laquale implorava la vita del fratello: certo ella apparisce scrittura unica per quella affettuosa eloquenza, che la passione ispira; a me per istudio di brevità non si concede riportarla intera; chi ne ha vaghezza la legga nelle note di Agostino Olivieri alla congiura del Fiesco dettata dal Cappelloni; giovi però alla nostra storia porne qui due passi: — «le supplico non manchino di ricordarsi come da quelli gli fu perdonato, il quale perdono gli fu confermato per decreto da loro medesimi: di poi piacque a quelle di non più levarlo. — In fondo; — prego le Signorie vostre illustrissime con lacrime, e sospiri amarissimi si vogliano ricordare che questo poverino sciagurato fu figliuolo di quella felice memoria del signor Sinibaldo Fiesco (ahi! dolcissimo padre, dove sei?) che anco lui fu autore della unione e libertà, la quale curò mentre visse del continuo mantenere.»Tutto questo era niente contro il rigido volere giunto alle istanze del Figuerroa, feroce, come suole, nella bonaccia, quanto si mostrò più codardo nella procella, il quale sosteneva, che il Senato in ogni caso mancava di facoltà per rimettere ai Fiesco il delitto di alto tradimento commesso da vassalli e pensionati dello Impero contro feudatarii, e vassalli imperiali,nè solo contro feudatarii, ma altresì in pregiudizio della stessa sacra maestà; bastava anco meno per dare il tracollo alla bilancia presso coteste povere anime, che non si peritavano chiamarsi Senato in Italia dove un tempo visse il Senato romano; si vinse pertanto, che i patti non si osservassero, nè la fede pubblica si avesse a reputare obbligata a mantenerli; e questa deliberazione fece testimonianza di avarizia, e di crudeltà, giudicando lo universale, che nei petti genovesi riardesse l'ira per essersi dovuta fare una spesa troppo maggiore della presagita, a fine di venire a capo di cotesta guerra: e di vero se tanto reputavano enorme adesso la colpa del conte Girolamo da non doverla per verun conto perdonare, e perdonato non tenergli fede, o perchè vennero una seconda volta a patti con esso lui profferendogli il compenso per la cessione del castello? Non si mercanteggia con gli scellerati, o se pure si mercanteggia egli è mestieri, che nel caso il Senato di queste due sequele ne accetti una, o forse non vi ha scelta, e gli conviene patirle entrambi: o i Fieschi non furono sempre nel giudizio dei Senatori reputati tali, che non meritassero alcun riguardo, o i Senatori fecero più conto della roba, che dell'onore. Di rado si avvertono, e avvertite, anco più di radosi evitano le conseguenze di tali infelici deliberazioni; sempre poi, per la maligna virtù dì loro, gli Stati prima perdono il credito; poi la vita.Condannati ormai Girolamo, e i settatori erano; tuttavia si pretese giudicarli, nè mancarono storici cui bastò la fronte di affermare, che la compilazione del processo fu fatta con diligenza scrupolosa; certo è, che gli sottoposero al tormento, e il conte Girolamo come gli altri: di già vedemmo come il Sacco, sapendo o dubitando trovarsi aggravato dal Verrina, scrivesse a Pierfrancesco Grimaldo scusandosi. I prigioni, o sia che l'uomo si attacchi alla vita quanto più sente sdrucciolarsela sotto, ovvero perchè lo estremo della miseria tolga ad un punto lume alla mente, e virtù al cuore, sembra, che sul serio sperassero dalle difese salute; imperciocchè, nonostante la sentenza condannatoria, essi si accinsero a interporre appello, ed havvi certa lettera, scritta da Montobbio al Senato del 7 luglio 1547, di un Polidamente Magno pretore, e di un Egidio giudice, i quali avvisavano come il conte Girolamo, il Verrina, e il Cangialanza intendano continuare a difendersi in ogni modo, avendo a questo fine esebito le loro scritture, le quali però eglino hanno ributtato per cinque distinteragioni, che insomma poi riduconsi ad una, ch'è, il Principe averli ormai condannati, e costoro avrebbono a questa ora a capire che, dallo sporgere il collo in fuori, non gli rimane altro partito a pigliare; tuttavia chiedono risposta per sapere come governarsi; e l'ebbero: la portò il boia, il quale il conte Girolamo e il Verrina con nobilesco costume decapitò, Desiderio Cangialanza plebeamente appese.Polidamante pretore, ed Egidio giudice, avevano ragione a dire inutile il proseguimento del processo; avrebbono fatto meglio a non incominciarlo nè manco; ma forse allora non si sarebbe potuto, secondo le regole, porre gl'incolpati alla tortura per cavarne indizi e fare una ghiacciata di complici; questa e non altra la causa per cui parve utile instituire il processo, e inutile proseguirlo; il torto l'hanno gli storici, i quali lepidamente affermano come i ribelli presi a Montobbio fossero con riguardo scrupoloso giudicati.Quale la fine di Cornelio non ci fu dato rinvenire; ridotto a vivere in Francia, io penso, che esercitasse la milizia; ma di lui, illegittimo e povero, forse non fu notata, o se avvertita, non premiata la prodezza; forse morì di morte precoce, o piuttosto, percosso da tante sciagure, amò giorni quieti di mesta oscurità. Di Scipionesi ha ricordo, e sappiamo come, quantunque fanciullo, non iscampasse dalla comune ruina dei suoi; condannato a parte, si ebbe bando perpetuo con la perdita di ogni suo avere; spenti poi Carlo V, e Andrea, chiese al novello Imperatore la sentenza si rivedesse; se ottenne giustizia, e se si ridusse a vivere in patria, non mi è noto; ma sembra di no, imperciocchè sposasse in Francia Alfonsina Strozzi figlia di Roberto, che fu cavaliere di Santo Spirito, con esso lei procreasse generosa prole, ed ottenesse in corte onoranze, e stati al pari dei principali gentiluomini di Francia[13].Sopra tutte truce la fine di Ottobuono Fiesco: la sorte il condusse a militare in Siena fra le armi francesi; caduta Siena, con valorosi uomini si chiuse in Porto Ercole; mille in tutti; e gli assalirono il marchese di Marignano, e Chiappino Vitelli con cinquemila fanti, fiore di soldati, e Andrea Doria ci andò, per comando dello Imperatore, con trentotto galee a circondarlo dal lato del mare: non pareva, e veramente non era cotesta impresa da sostenersi, ma ci comandava Piero Strozzi, per antico costume uso a non cedere, se prima non mirava la disperazione proprio in faccia; in fatti prestoli ridussero al verde, in grazia delle artiglierie, che il Doria prestò al marchese di Marignano; ruinati i forti, i difensori più prodi uccisi, Piero diè voce di andare con una galea contro l'armata turchesca per affrettarla alla riscossa; ad altri altre novelle; partì nè più si rivide, e ai rimasti toccò rendersi a discrezione; i soldati, spogli dell'arme, e di ogni valsente che portavano addosso, ebbero licenza di andare con Dio; i ribelli consegnansi al Doria, affinchè sopra le galee li trasportasse a Livorno; tra questi, agognata preda da lui, Ottobuono Fiesco. Andrea lo fece riporre dentro a un sacco, e poi con lunga vece ora tuffare, ora trarre fuora dall'acqua perchè si sentisse morire. Gli scrittori dei gesti del Doria tacciono del caso e a dritto; dacchè si comprenda il cruccio di un uomo, il quale, inteso durante tutta la vita a fondare la grandezza della propria famiglia, miri un dì schiantato l'erede su cui si appoggia tutta la sua speranza; anco in parte lo scusano i tempi, e gli esempi tristissimi; lo giustifica in certa guisa il costume di esercitarsi tra gente barbara: e tuttociò considerato pure non puoi astenerti da sentire raccapriccio per un uomo che, dopo otto anni dalla congiura Fiesco, su lo estremo della decrepitezza (così che da un punto all'altro dovevaaspettare la chiamata per comparire alla presenza di Dio) non rifuggiva spaventare il mondo con lo spettacolo dell'odio che non perdona mai. E nondimanco anco in me riarde implacabile l'odio, non già contro Andrea Doria, bensì contro i vituperosi scrittori, i quali si attentarono salutarlo magnanimo. Da un altro fatto si palesa eziandio, come l'odio, più che ogni altra forza, valesse a tenere tanto lungamente unita l'anima al corpo del Doria, il quale è questo, che, comunque decrepito, volle farsi ritrattare, in sembianza di percotere con la verga un gatto, che fu l'arme dei Fiesco, quasi per tenere sempre dinanzi agli occhi una immagine, che gli ricordasse il cómpito di sterminare la casa Fiesca, finchè gli bastasse il fiato.Romanzieri e Tragedi fantasticarono intorno alla Leonora Cybo, moglie di Gianluigi, strane cose e false. Lo Schiller finse che, aggirandosi ella durante la notte della congiura per le vie di Genova in traccia del marito, rinvenisse il mantello rosso che costumava portare Giannettino Doria, e in quello per celarsi nella baruffa si avvolgesse, onde poi Gianluigi, scambiandola in mezzo al tumulto pel suo nemico, miseramente la trucidasse; diverso il Tedaldi Fores (che se la morte non lo mieteva immaturo sarebbe cresciuto bella fama italiana) cimostra la Leonora sul lido pazza pel dolore del perduto consorte: ora di tutto questo è niente: Eleonora si consolò e presto. In certo libro manoscritto, che si conserva nella biblioteca civica di Genova, dettato da un Buonarroti ed ha per titolo:Alberi genealogicidi diverse famiglie genovesi, occorre notato, com'ella si maritasse in seconde nozze con Chiappino Vitelli marchese di Cetona, soldato di Cosimo duca di Firenze, immane, dicono, per corpulenza in guisa, che una sua coscia superasse in grossezza la vita della moglie; e, quello che spaventa di più, esecutore dei truci comandi in danno della famiglia del suo primo marito: apparisce altresì, che cotesta donna, se difettava di tenerezza, non patisse mancanza di solerzia pei suoi interessi, dacchè troviamo com'ella accomodasse nel 1549 grossi capitali sopra i banchi di San Giorgio. Dalle quali notizie sbalza fuori una considerazione, che parci buona, ed è, che gli uomini, invece di sbraciare alle donne virtù che non possiedono, farebbero molto bene a rispettare quelle che hanno.Adesso, affinchè conchiudiamo convenientemente questa parte della vita di Andrea Doria, rimane a vedere se la congiura di Gianluigi Fiesco potesse approdare o no. I panegiristi di Andrea affermano risoluti, che, comescellerata, ella fu pazza, non si potendo reggere per cause interne ed esterne; e discorrendo le interne, dicono come il Conte non potesse fare capitale sopra veruno ordine di cittadini; non su i nobili alieni da mutare stato, epperò impedimento inerte, se non tocchi; nemici potentissimi ed operosi, se offesi; non su i borghesi, come quelli che lo arieno tolto in odio come oppressore della libertà, e perturbatore dei traffici, quali desiderano sempre, e sia qualunque, quiete; forse tutto al più poteva sperare di rinvenire seguito nel popolo minuto; ma questo all'ultimo poteva difficilmente tenersi da offendere i cittadini nella roba o nella persona, onde gli offesi, stretti in lega pel comune pericolo, avrebbero respinto la forza con la forza, e così la città sarebbe caduta in guerra civile e moltiplice e infinita; e nè anco compariva che Gianluigi avesse preso accerto dei disegni del Verrina, nè pegno dei fatti suoi. Arrogi i torbidi pel caro della vittovaglia in cui allora si versava la città, di che non si sarebbe mancato attribuire la colpa al Conte; e poi, o come voleva fare Gianluigi a reggere, Andrea vivo? E morto, come resistere agli sforzi palesi o segreti di tanti amici, consorti e collegati suoi? Come alle insidie di Carlo imperatore, alla fortuna, e alle armi di lui?Inani cose tutte per piaggeria o per errore,ma più per piaggeria, perocchè i nobili, come vedemmo, fra loro si odiassero a morte, parendo ai nobili nuovi essere rimasti soperchiati con le leggi messe fuori dal Doria, e ai vecchi con la violenza dei nuovi; i borghesi, secondo il solito, stupidi, la più parte, e disposti al basto, purchè uno; se due forse si sarebbero risentiti; ma in qual modo sariasi comportato Gianluigi non si poteva sapere, ed è da credere bene, almanco su i primordii; del popolo non era a dubitarsi, compiacendo egli al proprio genio e dalle lusinghe vinto, e dai doni: lasciatolo un po' sfogare da principio, si poteva facilmente ridurre a partito, che co' tumulti verun governo dura, e Gianluigi, a quanto sembra, non era uomo da farsi tagliare le legna addosso; rispetto poi al Verrina, checchè altri abbia fantasticato di lui, egli si mostrò sempre fedele alla fortuna dei Fiesco, con loro si perigliò, con loro morì. Andrea, rotto come si trovava dagli anni, accasciato dalle infermità, vinto dall'angoscia, avrebbe avuto per ventura essersi messo in salvo con la fuga; gli amici e consorti, e i collegati suoi egli avrebbe sperimentato, nello infortunio, simili in tutto agli amici, ai consorti e ai collegati dei Fiesco; quelli, come questi, sariensi stretti in folla attorno l'albero caduto per levarne le schiappe; e sopra ogni altro te ne faccia provalo Imperatore Carlo V, il quale, sprofondato nella guerra dei luterani in Germania, e atterrito dai tumulti di Napoli, essendogli corso il grido che il rivolgimento di Genova aveva preso piega favorevole al Fiesco, spedì in diligenza a Ferdinando Gonzaga, affinchè s'industriasse con ogni argomento tenersi in divozione Gianluigi, promettendogli in modo solenne che, qualunque patto avesse convenuto con lui, egli lo avrebbe senza fallo osservato.A questo si riduce l'amicizia dei Principi; e a cui ci si fida toccano per ordinario le beffe e il danno; nè più ha forza presso di loro la parentela, e il caso di Pierluigi Farnese lo chiarirà fra poco; nè credo già, che possa maravigliarsene alcuno, imperciocchè tra le arti di regno si annoveri precipua la ragione di Stato, la quale viene costituita dal rinnegamento di ogni senso morale, dall'oblio dell'amicizia, della consanguineità e dello stesso amore. Affilata del continuo su la cote del più acerbo interesse, l'anima dei re diventa alla per fine un rasoio.
Intanto Gianluigi, notando con inquietudine che la galea non si moveva, chiesta la causa, seppe essersi incagliata: adoperandoci sforzi supremi, dopo mezz'ora la trassero d'impaccio, avviandola verso la bocca di Darsena.
Gianluigi, disegnando assalire la Darsena dalla parte di terra e al medesimo momento dalla parte di mare, aveva pensato che la galea, giunta appena a mettersi dietro la Darsena, desse il segno con una cannonata: poi si rimase per non ispaventare la città; bensì, fatto il conto del tempo, quando gli parve ora, spedì innanzi a sè Tommaso Assereto, per soprannome Verze, con alquanti dei più maneschi, a torre su se potesse la porta di Darsena per via di astuzia; tosto giunto il Verze picchia; domandato qual fosse, dice il nome; lo riconoscono, e comecchè lo sapessero uomo di Giannettino, gli schiudono alquanto la imposta: troppo impetuoso costui si avventa per occupare la soglia dando adito ai custodi di sospettare la insidia e richiuderla a furia; allora luie i suoi piglia lo sgomento; onde correndo portano male nuove a Gianluigi. I congiurati, tra pel primo intoppo della galea, e quel secondo della porta, temendo che si abbuiassero le cose, cominciano a balenare; ma alquanto ripresili il Conte, senza punto smarrirsi, ordina al capitano Borgognino salga con la sua squadra certi legni con somma previdenza da lui fatti ammannire, assalti e rompa dal lato del mare la porta della gabella del vino, e con rapidi accenti gliene mostra il modo per lo appunto; il Capitano come gli fu insegnato fece, sicchè, ferendo ed ammazzando alla sprovvista i custodi, molto lievemente compì il comando. Irrompono i soldati del Conte ad un medesimo punto in Darsena dalla porta del vino e dalla galea: qui con mirabile prestezza ordinata la gente in manipoli, ci mette a capo l'altro fratello Girolamo perchè corra la città col grido di popolo, popolo, e libertà, menando rumore di pifferi, e di tamburi; dato assetto alle galee lo raggiungerebbe; la posta a San Siro. Cotesta faccenda delle galee s'intristiva, imperciocchè la maestranza della Darsena, e la plebe uscita dai borghi circostanti, massime da quella diPrè(che non volle in cotesta occasione far torto al nome, significando appunto in dialetto genovesePrede), facevano le viste di volerlemettere a ruba: anco le ciurme, accortesi correre stagione di pescare nel torbido, bollivano; nello indugio pericolo, però Gianluigi si mise a cacciare dinanzi a sè quanti gli stavano attorno, perchè, saliti su le galee, subito le presidiassero, ed egli dietro, passando di galea in galea, qui dava secondo la congiuntura consigli, là comandi. In questo punto la fortuna gli troncava i disegni e la vita; le galee, a cagione delle onde per cotesto trambusto commosse, mareggiavano ora accostandosi ed ora scostandosi, così che, mentre Gianluigi mette il piede sopra un assito, gli manca sotto, ed egli tracolla giù in un fascio con gli altri che lo seguitavano. Splendeva limpidissima la luna, ma la gente agitata dai moti scomposti, dal frastuono, che intorno si levava infinito, e più che altro dalla ansietà, non avvertì la caduta; forse anco avvertendola non l'avrebbero potuto salvare; sicchè vuolsi credere, che cause della sua morte fossero meno il peso dell'armatura, e la melma dentro la quale lo trovarono impegolato, quanto la percossa dei tre soldati, che gli rovinarono addosso, e rinvennero morti accanto a lui.
Difficile affermare se, lui vivo, si sarebbe potuto impedire il sacco delle galee, e la fuga delle ciurme, chè le umane belve sperimentiamo terribili se punte nel medesimo istante daisupremi aculei, amore di rapina, e di libertà: certo è che, lui morto, andò ogni cosa a fascio; la cupidità della plebe giunse a tale, che di venti galee, in poco di ora, dalla scafa in fuori non ci rimase altro: se presto non veniva giorno avrieno disfatto anco questa. Di due maniere galeotti, una peggiore dell'altra: i forzati per delitti commessi dannati al remo, e i Turchi presi schiavi; pareva dovesse essere pari in entrambi la brama di libertà e di rapina; ma non fu così; prevalse l'amore della libertà negli schiavi fatti in guerra, ond'essi attesero a rompere le catene, ed impadronitisi della galea laTemperanza, naviglio destinato a strane venture, con grande furia di remi volsero alle coste dell'Affrica; più tardi gl'inseguirono due galee spagnuole condotte da Bernardino Mendoza, ma invano; se laTemperanzasboccasse dalla Darsena prima che si partisse il Verrina, non trovo; forse in tanto e sì fiero avvolgersi di casi, o non avvertì o non potè impedire; trovo eziandio ricordato che le due galee spagnuole del Mendoza surgessero in porto (luogo diverso della Darsena), ma mi capacita poco, dacchè se costui si fosse trovato presente al caso del Fiesco, spontaneo o richiesto avrebbe fatto opera efficace; mentre veruno storico rammenta ch'egli in cotesta congiuntura si mostrasse vivo, parmipur ragionevole supporre, che in qualche non lontano porto della riviera stanziassero.
Gli altri galeotti servi della pena, chi sì, chi no, rotti i ceppi, trassero nella città dove pure scorrazzava la plebe. Di questi si riagguantò la massima parte, scontando poche ore di male usata libertà, con molti anni di pena meritamente inasprita.
Intanto le grida diverse e terribili, che urlava il popolo; qui libertà, lì Francia; altroveGatto,Gatto, e più che tutto Fiesco, lo strepito delle armi, il suono dei tamburi, e dei pifferi, lo strascinio delle catene, si può immaginare se empissero il cuore a molti di spavento: dei vecchi nobili, e dei mercanti grassi non si parla nè manco: chi si asserragliava in casa tutto avvilito, chi dalla disperazione cavava ardimento, taluno per gli oscuri vicoli fuggiva; le altre moltiplici immagini di terrore finga chi legge, che me preme debito di sobrietà: pure questo mi giovi notare, esempio non ignobile dello strazio della fortuna: mentre tutta la città echeggia col nome del Fiesco, e sembra ormai accertata la impresa, ecco il Conte dibattendosi nel pantano trae l'ultimo fiato.
Madonna Peretta (moglie di Andrea), destatasi, porgeva mente allo strepito, e sembrandole troppo maggiore di quello che faccia una galeaquando leva l'àncora, sveglia Giannettino, partecipandogli le sue apprensioni: questi, dopo porto ascolto, viene nel medesimo avviso, molto più che restava stabilito la partenza della galea si facesse quanto più si poteva di cheto per iscansare querele dallo Imperatore e dal Turco; pure non gli cadde in pensiero alcun sospetto, onde gittatasi addosso una veste marinaresca, senza più compagnia, che di un paggio solo, il quale lo precedeva con la torcia, s'incamminò alla porta di San Tommaso per pigliare lingua di quanto accadesse: qui giunto chiamò il Lercaro; conosciuto da quei di dentro alla voce, aprirongli la imposta; quivi entrato gli si fece incontro Agostino Bigellotti da Barga con lo archibugio in mano, dal quale non si badando Giannettino, come quello ch'era soldato della guardia di Genova, costui potè spararglielo a brucia pelo nel petto.
E qui cade in acconcio discorrere se Gianluigi, come pur troppo lo accusano parecchi, fosse assetato del sangue altrui; in ispecie di quello dei Doria. Anzi taluno dei tristi piaggiatori della fortuna ardisce affermare come cosa vera, che a certo patrizio, il quale nel calare giù da Carignano in città gli domandava se avessero ad ammazzare tutti i nobili vecchi, cocendo a lui potere mettere in salvo qualche suo consorte,egli rispondesse: — tutti, cominciando dai miei parenti, imperciocchè, se si principia a fare eccezione, chi vorrà cavare fuori l'uno, chi l'altro, e a questo modo non ammazzeremo alcuno. —
Certo che simili rivolgimenti possano condursi a fine senza sangue, arduo è che uomo creda, e forse meno degli altri lo credeva il Conte, ma tra levare di mezzo chi contrasta, e spegnere chi cede, corre divario grande; quella è necessità, questa talento di sangue; guerra la prima, la seconda beccheria. Però indizio della bontà dell'animo di lui tu lo hai nell'essersi egli astenuto di commettere ad Ottobuono, che ammazzasse il capitano Sebastiano Lercaro, custode della porta di San Tommaso, il quale sapeva essersi preso il carico di ammazzarlo, e posto eziandio che così egli non credesse, è sicuro, che egli desiderava di farlo credere altrui; adesso pei feroci ciò somministra anco troppo argomento di offendere, consapevoli come pel comune degli uomini la vendetta faccia prova della ingiuria nei privati, e nel pubblico la pena attesti il delitto: ad ogni modo riputavano il Lercaro, ed era, lancia del Doria; onde spegnere uomo devoto e prode poteva parere ben fatto. Nè anco i più ostili a Gianluigi possono negare, ch'egli non solo ordinasse, mai sì espressamenteproibisse di assaltare il palazzo di Andrea: questo poi non gli attribuiscono a bontà, all'opposto a cupidigia; chè le robe dei Doria desiderando intere per sè, non voleva le rubassero i soldati, e a provvidenza astuta temendo che nel saccheggio la gente di Ottobuono si sbandasse, lasciata senza presidio la porta; riserbandolo a farlo con maggiore agio più tardi; od anco a peritanza; anzi havvi perfino chi attesta, che, morto Giannettino, tanto assalse gli uccisori lo spavento, che rimasero lì come impietriti, il quale indugio fu causa che il vecchio Andrea si salvasse. Così fatte asserzioni non meritano seria disamina, perchè o affermano cose inverosimili, o riposti concetti dell'animo a cui non corrispondono i successi: a chiunque abbia fiore di senno apparirà come dal Conte si desiderasse, che i Doria ponessersi in salvo: aperte a loro le vie della terra, e del mare; nè da presumersi che in tanta vicinanza della città o da per sè stessi, o da qualche loro fidato non fossero avvertiti: di vero indi a breve Luigi Giulia preposto alla fregata del Doria, che vigilava il porto, venne a dargli notizia del caso, e Giannettino andò proprio a mettersi in mano alla morte; nè sarà fuggito all'attenzione del lettore come lui uccidesse non già lancia e cagnotto del Fiesco, bensì un soldato della guardia diGenova, forse per isgararsi di qualche ruggine antica.
Andrea, alla nuova del fiero accidente, precipitò dal letto: proprio non aveva più tempo per sentirsi infermo; conobbe bisognargli vita e gagliardia se pure non voleva sopravvivere, in certo modo, a sè stesso: la virtù dell'animo gli somministrò ambedue; chiese di Giannettino più volte, e supplicò a non tenergli nascosto nulla; sè essere parato a tutto; non lo poterono contentare, pure non gli parendo questo il caso per dire, niuna nuova buona nuova, lo fece spacciato; donde in lui più urgente la necessità di mantenersi in vita: sopra i nipoti adottivi non poteva contare per ora, perocchè il maggiore Giovannandrea toccasse appena il nono anno, egli decrepito, adesso, unico pollone a conservare in fiore la casa; il tempo non pativa indugi, nè seco poteva salvare tutti; salito pertanto a cavallo in compagnia di Filippino, e di Agostino Doria, scortato da soli quattro famigliari, fuggiva il Fiesco in quel punto già morto. La moglie Peretta con le sue donne riparò nel monastero dei Canonici regolari di San Teodoro accanto al Palazzo di Fassuolo; la moglie di Giannettino co' tre figliuoli e le figlie si nascose in quello di Gesù e Maria. Ammirando la costanza del vecchio indomito, mi mette ribrezzocotesto immenso amor proprio, che lo persuade, seco, e solo con lui andare la fortuna dei Doria; forse non correvano periglio alcuno i fanciulli; poteva per avventura assicurarlo la conoscenza dell'indole generosa di Gianluigi, più che tutto il costume vecchio di Genova, dove si contendeva piuttosto per cupidità d'imperi, che per odio di persona: tuttavia sopra il Fiesco egli era caduto in grandissimo errore, nè il costume a cui accenno si mantenne sempre inalterato così, che qualche sanguinosa eccezione di tratto in tratto non incontrasse. Altri non avrebbe sofferto lasciarsi addietro tutti i nipoti, ed uno almanco, il maggiore, avrebbe condotto abbracciato al collo seco. A Sestri lo aspettavano lugubri novelle: quivi e non altrove seppe la morte di Giannettino; non pianse, ma scrisse a Cosimo duca di Firenze, e al Gonzaga vicerè di Milano, entrambi provati da lui fidatissimi allo Imperatore, e nemici mortali di ogni moto capace a sturbarne la tirannide, perchè in fretta e in furia avviassero armati su quel di Genova; poi salito sopra la fregata dei Costi giunse a Voltri, e da Voltri su per l'erta giogaia si arrampicò fino a Masone, castello degli Spinola.
Non tutti i patrizii però furono codardi: alcuni al contrario animosi, i quali o non avvertito o non curato il pericolo, accorsero al palazzoper sovvenire, essi dicevano, alla Patria, e forse il credevano, in fatto gl'interessi della propria fazione. Le storie tengono ricordo di Niccolò Franco decano del Senato, e nello interregno magistrato supremo, il cardinale Girolamo Doria, Bonifacio Lomellino, Giovambattista Grimaldo con Antonio Calvo, e Cristoforo Pallavicino; eranvi altresì Ettore Fiesco, e Benedetto Fiesco Canevari consorti di Gianluigi, ai quali rimase fedele l'alfiere Giocante co' suoi trabanti corsi: ci si trovò presente anco Jacopo Bonfadio, di questi fatti narratore molto maligno e verace poco: l'oratore Figuerroa in cotesta fortuna comparve troppo minore del suo grado, perchè volesse ad ogni patto fuggire, e lo faceva, ma lo rattenne Paolo Lasagna, il quale confortandolo a stare fermo, sotto buona scorta lo condusse al palazzo; dove con la presenza, ed autorità sua confermò gli animi esitanti, crebbe la baldanza ai risoluti: nè questo fu il solo benefizio, che il Lasagna rese ai patrizii: datosi intorno a tutt'uomo, messe insieme nel generale trambusto copia di amici ed aderenti suoi, venendo per questo modo a levare forza ai Congiurati, ed aumentarla al governo. Che poi il Lasagna, borghese essendo, operasse a quel modo, veruno maraviglierà pensando come la borghesia proceda per ordinario troppo più nemicaal popolo minuto, che al patriziato, di questo astiando le ricchezze, di quello temendo la inopia; i patrizii, come quelli che sente da più di lei, maledice e sopporta, il popolo minuto reputando da meno di lei detesta e combatte; alla borghesia sembra che, dove co' patrizii non la possa sgarare, almeno la impatterà, perchè respinta dagli uffici supremi le rimarranno i minori, e si rifarà co' traffici; col popolo lo scapito è sicuro. Il borghese non si agita spesso, ma quando si agita nol fa mai per diventare cittadino pari ad ogni altro in libera terra, bensì per trasformarsi in patrizio entrando in verzicola co' dominatori; fra le tristi classi nell'umano consorzio pessima la borghesia bottegaia.
La prima cosa, che i patrizii avvisassero fare, fu spedir gente verso la porta di San Tommaso, così per rinforzare la guardia, come per prendere lingua di Andrea: andarono il Lomellino, il Pallavicino, e il Calvo con l'alfiere Giocante e venticinque trabanti; il Mascardi dice cinquanta; ma in questo come negli altri particolari, dove il Bonfadio non aveva interesse a mentire, preferisco la sua storia ad ogni altra. Costoro, mentre usano diligenza per arrivare, s'imbattono in una banda di congiurati, i quali, scortili appena, gli urtano, e li sbarattano con minacce di morte; fuggendo essi, per ventura si salvano,eccetto uno, nelle case di Adamo Centurione quivi vicine. Anco là rinvennero raccolti Francesco Grimaldo, Domenico Doria con altri maggiorenti della terra; onde, rinnovata con loro la pratica, vennero d'accordo, che sul momento non ci era di meglio, che mandare a esecuzione il consiglio del palazzo: speculata da prima la via e uditala quieta, ripresero il cammino della porta di San Tommaso: colà arrivati domandarono passare per amore e non l'ottennero; tentarono per forza e furono respinti con busse e ferite; ci rimase preso Lomellino, il quale menava mani e piedi per riuscire dall'altra parte: gli altri tornarono addietro più che di passo, ma non istette guari, gli raggiunse il compagno svincolatosi a morsi e a calci dai nemici.
Frattanto la Signoria non istava con le mani alla cintola: raccolti i soldati li dispose intorno al palagio: ai cittadini accorsi assegnò la difesa dei canti delle strade; trasse le artiglierie in piazza tenendoci allato i bombardieri con le miccie accese. Dal lato suo nè anco Girolamo tentennava, e comunque giovane assai e pingue della persona, pure in cotesta notte mostrò singolare prestanza, tenuti in buono ordine i suoi, comecchè ad ogni momento venissero a urtarsi con ischiamazzo infinito a cotesta bandaondate di popolo: giunse alla Chiesa di San Siro; pôsta assegnata. Qui la fortuna gl'inchiodò la sua ruota. L'Assereto, e a quanto sembra il Verrina, vennero ad annunziargli essersi smarrito Gianluigi; ma più basso aggiungevano farlo morto addirittura: però subito partito, deliberarono: Girolamo proseguirebbe la impresa in terra, il Verrina tornerebbe su la galea a vigilare il porto; e in ogni evento a tenere aperta alla salute una via; parve cotesto il più prudente consiglio, e per avventura era, ma spesso non isperimentiamo i consigli più prudenti migliori, però che a Girolamo, col partirsi dal Verrina, venne meno il più accorto, e risoluto aiutante, e ai congiurati la previdenza dello scampo rubò l'animo.
La Signoria, udendo avvicinarsi il Fiesco, deliberava spedirgli contra due consorti suoi Ettore, e Francesco Fiesco per ispiare la mente di lui: profferirsi parata ad accordarsi con modi civili senza mettere la città al cimento di andare sottosopra: partirono, ma poi volendo dare maggiore autorità alla deputazione, richiamatili addietro, aggiunsero loro un Giambattista Lercaro, e un Bernardo Interiano Castagna in compagnia del cardinale Girolamo Doria; questi di conserva misersi in cammino, ma incontrati certi popoleschi che dissero loro villania, e temendopeggio, il Cardinale, a cui parve che la dignità sua ne scapitasse, ricusò farsi più oltre; mentre retrocedevano, un trabante della guardia, o pigliasse sospetto della turba che rispinta accalcavasi scomposta, e a tumulto, o per quale altra disgrazia, sparò l'archibugio, ed uccise di colta un Francesco Riccio proprio al lato del Cardinale, onde non ci fu più verso di svolgerlo, per quante supplicazioni gli facessero, a volere rendere servizio in tanto estremo alla Patria. Crescendo di minuto in minuto il pericolo, e considerato che si correva troppo grossa posta ad aspettare là dentro, chiusi, gli assalti, Ettore Fiesco, Ansaldo Giustiniano, Ambrogio Spinola, e Giovanni Imperiale Balbiano, come più animosi, si proffessero di andare a conferire col Fiesco, andarono di fatti e ben ebbero mestiere sentirsi saldo il cuore, imperciocchè, mentre raggiunto con conati infiniti Girolamo a San Siro stanno esponendogli l'ambasciata, l'Assereto, ed un altro popolesco chiamato il Marigliano si misero a gridare: a che prò parole? Tanto e' bisogna ammazzargli tutti: rifacciamoci da questi. E posta mano alle coltella presero a menare; gli altri fuggirono per miracolo; Agostino Lomellino stette a un pelo che non ci restasse ucciso; più tenace degli altri Ettore Fiesco, confidando forse nella parentela,cominciò a dire con voce sommessa; — che modi sono questi! Da quando in qua si accolgono a questa guisa amici e parenti, i quali s'intromettono pacieri del bene comune! Allora quietaronsi; poi, riconosciuto dai soldati per la usanza che aveva in casa Gianluigi Fiesco, ottenne facoltà di favellare ad agio con Girolamo: nella conferenza, egli che astuto era, alternando ad arte parole, venne a scoprire il caso di Gianluigi, e circa ai finali intendimenti di Girolamo, si accorse come nè anco nell'animo di lui fossero chiari, dacchè quegli insisteva sempre nel volere consegnato subito il palagio dichiarando che in quanto al resto si sarebbe provveduto a bello agio. Ad Ettore parendo averne cavato più del bisogno, pensò a scansarsi; onde, conchiudendo ne avrebbe riferito ai padri, e saria tornato con la risposta, prese licenza. La notizia della sorte toccata a Gianluigi riebbe i padri da morte a vita, i quali, ripreso coraggio, si ammannirono a sostenere gli assalti delle bande del Fiesco. Dall'altra parte la impresa del Fiesco appariva come una macchina a cui si fosse rotta corda o catena; non andava più: quel sostare a mezzo nelle rivoluzioni è morte espressa: i meno intorati dei compagni suoi, col favore dell'ultima vigilia della notte, di mano in mano spulezzavano, sicchè quando Girolamo,tardi impaziente degl'indugi trasse innanzi, trovò di tali apparecchi munito il palagio, che ben si accorse non potrebbe spuntarla con baruffa manesca; al contrario dovesse consultare con prudenza il modo dello assalto.
In questa si metteva un po' di lume, e Girolamo non senza terrore si accorse come assottigliata gli durasse la gente dintorno; però conobbe che invece di pensare ad assalti, beato lui, se gli fosse concesso ritirarsi in salvo. In palazzo se si stava fermi su le difese, tuttavia non si era senza apprensione dell'esito, ignorando le forze dell'avversario; secondochè spesso succede fra i combattenti, se non paura, esitanza dall'un lato e dall'altro; sicchè tennero per provvidenza quando ci videro capitare Paolo Panza, che, uomo imbelle essendo, andò a protestarsi immune da qualunque connivenza coi Fiesco; lo crederono veramente sincero, e avrebbero finto crederlo anco sapendolo bugiardo: senza mettere tempo fra mezzo, in ciò affaticandosi l'oratore Figuerroa, cui pareva mille anni cavare le gambe da cotesto ginepraio, gli commisero andasse alla volta di Girolamo, con promessa di perdono intero ed a tutti, per le cose in cotesta notte commesse, con patto però, ch'egli co' suoi dalla città senza indugio sgombrasse. Al punto in cui Girolamo si trovava ridottoera bazza; però volle in pegno la fede pubblica per la osservanza della capitolazione, la quale fu tosto, e volontieri, da Ambrogio Senarega segretario della repubblica, a nome del senato conceduta. Allora il conte Girolamo saliva in Carignano, dove dato sollecito ricapito ad alcune faccende domestiche, si ricolse a Montobbio, forte arnese di guerra dei conti Fieschi.
Il Verrina, informato del successo, mandò a levare Ottobono Fiesco, il Calcagno con la banda dei soldati dalla porta di San Tommaso, e ricevuti su la galea l'Assereto, il Marigliano, e quanti di quel perdono verdemezzo crederono non potersi fidare, navigò per Marsiglia, conducendo seco Sebastiano Serra, Manfredo Centurione, e Vincenzo Promontorio Vaccari, piuttosto in pegno di non molestato viaggio, che per cavarne riscatto; di vero, giunti alla foce del Varo, gli restituì in libertà.
A questo modo ebbe fine questa stupenda congiura, e i Senatori, osserva uno storico, poterono al mezzo del terzo giorno di gennaio tornarsene a casa a mangiare. Prima però di separarsi spedirono in diligenza Benedetto Centurione, e Domenico Doria a Masone per ragguagliare il Principe punto per punto del successo, supplicandolo a venire quanto prima potesse a felicitare della sua presenza Genova; Andreapartì subito. Messo il piede in casa, come colui, che non aveva ancora tentato il terreno, cominciò a mostrare il sembiante doloroso di mite mestizia; non uscivano dalla sua bocca parole, che tutte umili e tutte benigne non fossero; si professava contento se col danno delle sue robe, e con parte del proprio sangue aveva potuto rendere salva la Patria: rispetto a punire raccomandava si camminasse adagio, però che in quei primi fervori si corresse rischio di scambiare la vendetta per giusto castigo: sopra tutto si astenessero mettere la mano nel sangue, chiudendo questo ogni adito all'ammenda: quanto a lui essere di avviso, che i più incolpati si bandissero in perpetuo; gli altri con esilii temporanei. Sensi di uomo in ogni secolo giusti, in quello poi santissimi, e pure erano lustre di vecchio astuto. In breve però, fatto capace come con cotesti nobili e borghesi potesse in Genova due cotanti più di prima, manda baleno del riposto rancore; ciò nella occasione della scoperta fatta del cadavere di Gianluigi Fiesco, quattro giorni dopo ch'ei si fu annegato, dal pescatore Palliano: ordinava di botto si strascinasse alle forche, ci si appendesse, ci si lasciasse spettacolo di ludibrio, e di terrore; ma i consorti partigiani suoi lo svolsero, comecchè a stento, ammonendolo che il popolo minuto non avevacessato di bollire; potrebbe nascerne tumulto da evitarsi a cose non anco assodate; le vendette più tardi. Tuttavia piegando Andrea volle che al cadavere si negasse cristiana sepoltura; colà dove si era trovato stesse; ci pose guardie; due mesi dopo sparve, dissero per comandamento del medesimo Andrea che, fattolo trasportare in alto mare, quivi ordinò lo sommergessero: altri opina che questo avvenisse contro la sua volontà, e così credo ancora io.
Quando quei di fuori seppero tornato Andrea in fiore più di prima, cominciarono le condoglianze, e le seguenziali congratulazioni di Principi così nostrani come forestieri. Il Papa, come prima udì fallita la congiura, è fama che avvilito esclamasse: — non si può mica contrastare contro ai voleri di Dio, il quale sembra avere ordinato, che questo Imperatore prevalga per la ruina della Chiesa. Poi steso un breve pieno di benedizione, di lamentazione, e di bugie, glielo mandava da Andrea. Andrea, ricevuto il breve, lo lesse due o tre volte; dopo se lo ripose in seno dicendo, a tempo debito ci avrebbe dato riposta.
In vero a fargli la debita risposta egli non perse tempo, imperciocchè il duca Pier Luigi Farnese non volendo scomparire di petto al suo beatissimo padre, agguantati certi forzati fuggitidalle galere del Doria, glieli fece ricapitare con un diluvio di proteste; nè contento di tanto gli mandò tre ambasciatori a Genova per condolersi del caso, tra i quali fu il conte Agostino Landi: questi ambasciatori esposero come della congiura il Papa e il Duca non avessero non pure colpa ma odore alcuno, scrupolosi come erano stati sempre ed erano di fuggire da cosa capace di recare dispiacere a principe tanto benemerito della cristianità; e se avevano sparso novelle in contrario, doversi attribuire tutto a gente perversa, che malignando godono seminare zizzania tra persone nate per amarsi, e stimarsi. Andrea rispose in pubblico non essere mestieri proteste; da per sè stessa dimostrarsi la cosa, non potere il padre dei fedeli desiderare se non opere buone, e il Duca alunno di tanto degna scuola, altresì; intanto profferire ad ambedue umilissime grazie, e proprio col cuore. In segreto prese a negoziare con gli ambasciatori, massime col conte Agostino Landi, come potesse ammazzare il Duca, e rendere a quel modo al vecchio Papa pane per focaccia; e per modo egli seppe industriarsi col Landi, che prima che ei partisse da Genova, gli promise di attendere sul serio a vedere se ci fosse verso di ammazzare il Duca, e mettere Piacenza nelle mani dello Imperatore; il quale trattato avendo effetto,Andrea si obbligava a dare una figliuola di Giannettino in moglie al suo figliuolo, e provvedere in guisa che la maestà di Carlo V rimunerasse da pari suo un servizio tanto qualificato. Gli oratori, tornando fecero fede al Duca, che Andrea non aveva pur ombra di sospetto contro di lui; solo dolersi della sua sorte, e della ingratitudine del Fiesco; e il Duca se la bevve. Mirabile questo, come si facciano di leggieri agguindolare i fraudulenti, onde il popolo significando il caso per via di proverbio ha detto: in pellicceria non ci hanno pelli che di volpe.
Siccome poi al duca Farnese premesse troppo più lo Imperatore, che Andrea, così egli spediva in diligenza Ottavio Baiardo al vicerè di Milano con proteste, e profferte larghissime così della persona come dello Stato, e Ferdinando Gonzaga, ch'era diritto, pigliatolo in parola accettava. Sarebbe curioso seguire i ghirigori delle sottigliezze, con le quali il Duca si schermì dal Gonzaga, dacchè adesso le carte ci sono scoperte, e si conosca che il Papa, con lettere del 7 gennaio 1547 scritte dal Copollatto, gli vietasse soccorrere in ogni maniera il Gonzaga, ma qui non è luogo opportuno per questo. Il Duca un po' per simulazione, un po' per cupidità di dominio, che divorando cresce, sotto colore di fellonia occupò i castelli dei Fiesco sulPiacentino Calestano, e Valditaro, dove si erano rinchiusi Cornelio e Scipione, ma poi lasciò in Valditaro a guardarlo Cornelio. Dopo averli presidiati da non temere sorprese, commise da capo al Baiardo andasse a Milano, e facesse capace il Gonzaga corrergli debito confiscare i due castelli a cagione della fellonia del Conte, per cui eglino erano ricaduti alla Camera imperiale; al che rispose il Gonzaga, tutto questo camminare pei suoi piedi, ma non comprendere qual diritto avesse il Duca di castigare, e meno poi come si sostituisse alla Camera imperiale all'effetto d'impadronirsi dei castelli. Il Duca oppose le sue ragioni, il Gonzaga contrappose le sue; da una parte e dall'altra corsero proteste; chi aveva in mano lo strinse.
Lo imperatore, oltre alle lettere, mandò al Doria Don Rodrigo Mendozza principale in corte, perchè gli manifestasse quale e quanto il cordoglio dell'animo suo; non presumere che agguagliasse quello di lui, padre orbato del figlio della sua predilezione; ma correrci poco; come sincero costui chiariremo fra poco.
Cosimo duca di Firenze, che fece provvisioni grandissime mandando gente ad assoldare fanterie, raccogliendo tutte le ordinanze della milizia, e mettendole in punto di movere; a Pisa adunò i suoi cavalli guidati da Chiappino Vitelli,da Roma chiamò Stefano Colonna generale delle sue armi perchè incontanente si partisse; spedì celeri messi a Giovan della Vega ambasciatore di Carlo a Roma, al Toledo vicerè di Napoli, affinchè inviassero senza indugio le galee di Sicilia e di Napoli verso il mare ligustico; mirabile sollecitudine di principe atterrito da un'alba di libertà! — Quando le seconde notizie gli levarono il peso del cuore, mise Jacopo dei Medici a dolersi, e a congratularsi con Andrea; forse unico sincero perchè ci andava del proprio interesse.
Gravissimi i danni di Andrea, però che le sue galee si avessero a rifornire da capo a fondo di attrezzi; mettere le mani addosso ai ladri forse avrebbe menato a niente, certo poi a lungo; ed era da temersi che partorisse scompiglio nella plebe, la quale, se per allora quietava, era miracolo. Andrea, trovandosi a secco di pecunia, gliela somministrò Adamo Centurione, col quale rimasero d'accordo, non dissentendo lo Imperatore, di preporre Marco figliuolo di lui alla condotta dell'armata, finchè non fosse giunto a conveniente età Giovannandrea nipote di entrambi. Durante cotesto anno, ed anco quello dopo, fu mestieri compire le ciurme pagando galeottibuone voglie; indi a poi il delitto, e la preda somministrarono forzati eschiavi di avanzo. Ma quando pure fossero stati cotesti danni mille volte maggiori, Andrea se ne ristorava con usura, però che della sostanza dei Fieschi gli riuscisse agguantare ben quattordici castelli; nella patente d'investitura data in Augusta da Carlo V il 19 giugno 1548 si legge, che furono Terriglia, Carega, Montavante, Calice, Veppio, Cremonte, Grondona, Croce, Val di Trebbia, Garbagna, Vargo, Mentaguto, Marsalaria, e Vivolone; e poichè all'arbore caduto ognuno corre per legna, il duca Pierluigi, non contento di Calestano e Val di Taro dopo demolite la Rocca, e le mura, volle anco Montobbio. Il Papa, non potendo ghermire altro, si prese le tre galee rimaste nel porto di Civitavecchia; poi tra padre e figliuolo si saranno aggiustati; nè i Fiesco si attentarono aprire bocca, non sapendo dinanzi qual tribunale portare le ragioni loro, oltrechè non avevano finito di pagarle; nè potevano trovare modo per farlo. Giulio Landi castellano di Varese, nel 22 gennaio 1547, dichiarò al Doria essere parato a renderlo, con un patto, e fu che si donasse a lui. Andrea gli rispose il castello appartenere al comune di Genova, e quanto più presto glielo restituisse meglio farebbe. Pontremoli lo Imperatore tenne per sè, e dicono per consigli di Andrea, dacchè chi l'occupa sta come a cavallotra Lombardia e Toscana; ed in quei tempi era un calcio in gola anco al duca Pierluigi. Genova a Varese aggiunse Roccatagliata, e Nirone; gli altri andarono divisi tra il comune di Genova, Antonio e Agostino Doria, ed Ettore Fiesco; il feudo toccato in sorte ad Antonio trovo si chiamasse Santo Stefano Davanto; degli altri non mi capitò rintracciarne il nome. Val di Taro più tardi ebbe Agostino Landi, e meritò titolo diacedelmao campo di sangue, ma lo Imperatore lo battezzò principato. Del palagio diVialatagià dicemmo non rimase pietra sopra pietra; una lapide colà messa portava inciso il decreto col quale si proibiva murare case su l'area maledetta; oggi la sola tradizione può indicare il luogo dove la nobile magione sorgesse.
Il Verrina, il Calcagno, e parecchi compagni, da Marsiglia, si condussero traverso il Piemonte a raggiungere il conte Girolamo Fiesco che attendeva a radunare genti; ed a munire gagliardamente Montobbio; Giovanfrancesco Nicelli presidiava il castello di Cariseto; Andrea intanto con le sue molte aderenze e con le sue ardentissime esortazioni instava perchè i patti convenuti dal Senato co' Fiesco non si osservassero: da un lato mostrava la repubblica non potere con sicurezza, nè con decoro sopportareil fumo negli occhi di Montobbio a dieci miglia da Genova; da cotesto lato la porta sempre aperta a repentini assalti, o ad invasioni di guerra ordinate; e fin qui diceva bene; aggiungeva poi non doversi osservare fede ai ribelli; sostenevalo in questo la scienza infelice dei giureconsulti, usi per ordinario a trovare sembianza di ragione a qualsivoglia scelleratezza, tra gli altri un tale di cui il nome non merita essere tratto fuori dall'oblío; costoro, consultati rispondevano senza discrepanza: — la fede pubblica insufficiente a impedire il castigo di misfatti sì atroci, nè potersi affermare impegnata la fede pubblica, conciossiachè il partito non fosse stato proposto, nè discusso, nè vinto da numero legittimo di Senatori a seconda delle costumanze della repubblica: vulgata cosa in diritto le promesse estorte dalla paura non fare obbligo, e quivi (nota sofisma) essere caduta suprema violenza, avendo sforzato non un individuo, od una famiglia, bensì la intera repubblica; necessità il supplizio dei parricidi, che tramarono lo eccidio della Patria, non solo per vendetta, quanto, e più per salutare terrore dei superstiti.
I padri da un lato consapevoli da qual parte tirasse il vento, e dall'altro repugnanti a ravvilupparsi in una guerra contro il Papa, il Duca di Piacenza, e la Francia, mentre lo Imperatorelontano, con tante legna su le braccia non inspirava fiducia di sollecita nè di efficace difesa: considerando inoltre i Fiesco, e i settatori loro andare e venire con sicurtà per gli Stati della Chiesa, argomentavano ciò non potere succedere senza permesso della Corte romana, e forse sapevano averglielo dato il Cardinale Alessandro; non ignoravano Cornelio, Scipione, fuggiti dopo il caso a Piacenza, essere stati scortati dai cavalli del Duca fino alla Mirandola, e Pierluigi avere notte tempo conferito lungamente con loro; il Papa, è vero, in pubblico ricusò ricevere Scipione, ma in privato lo accolse; ancora Pierluigi aveva fatto dire a Maria madre dei Fiesco, sgombrasse da Piacenza dove erasi ridotta, ma ella continuava a starci. Montobbio a quel tempo reputato validissimo a sostenere lungo assedio, presidiato da buoni archibusieri, e munito di artiglierie. Nè gl'indizii della parzialità del Duca pei Fiesco finivano qui; quantunque il castello di Valditaro si reggesse per lui, tuttavia ci mise dentro per castellano Giammaria Manara compare di Girolamo, e questi, come da sua creatura, cavava dal Manara ora provvisioni, ed ora archibugeri dei migliori per difesa della torre. Per ultimo quando il Gonzaga volle levare fanti in Monticelli e in Castelvetro, ne fuributtato, e siccome insisteva, Marchio, e Faustino, commissarii in cotesti luoghi pel Duca, gli fecero sapere non poterlo consentire; dover eglino osservare gli ordini del signore senza pigliare servitù. Da tutte queste cause a noi note, e forse da altre, che ignoriamo, mosso il Senato, nonostante il conquidere indefesso del Doria, e degli aderenti suoi, giudicò proporre patti al conte Girolamo per mezzo di Paolo Panza a cui commise di offerirgli fino a cinquantamila ducati perchè cedesse Montobbio, e si levasse di su le terre della repubblica a tribolarle con la guerra. Se questo fosse successo, al Senato pareva avrebbe fatto un buon negozio, dacchè nella spesa trovava compenso, e si cavava fuori dal ginestraio; quelle medesime cause che persuadevano il Senato a umiliarsi, aumentavano la superbia di Girolamo, e dei compagni suoi; i quali, levati ad alte speranze, non solo per gli aiuti del Duca, ma altresì per quelli altamente poderosi del re di Francia, si ricusarono di netto. Allora vinse il partito di Andrea, e i cinquantamila scudi si stanziarono per la guerra.
Paolo Moneglia, e Paolo Centurione si fecero ad assalire Varese e con facile vittoria se ne impadronirono. Cariseto resistè due giorni, se nonchè la torre, battuta furiosamente, tracollando,gli assediati calarono a patti, i quali negò il capitano Garofolo Boniforte, o non volesse, o non potesse, e ciò con poca reputazione di lui, e manco vantaggio, perchè Giovanfrancesco Nicelli castellano, notte tempo uscito co' soldati e co' terrazzani tutti, uomini e donne, si mise in salvo sul contado di Piacenza.
Per andare contro Montobbio si ammannirono con grosse provvisioni; levarono duemila fanti, massime côrsi, confidandone la condotta a due colonnelli Francesco e Domenico Doria; al comando delle universe milizie preposero Filippino Doria, commissarii di guerra elessero Cristofano Grimaldo, quel desso che nel 1535 fu Doge, e Lionardo Cattaneo: capitano generale di tutta la impresa elessero Agostino Spinola. Andarono custodi dei confini Lamba Doria, Bernardo Lomellino, e Gabriele Moneglia, però che corresse voce tutta la gente di Nura stare in procinto di prendere l'arme, e si sapeva, che il duca di Piacenza, difettando di archibugi, per mezzo del Valerio Armiano suo oratore a Venezia aveva richiesto al Senato la facoltà di cavarne ottomila da Brescia, e la ottenne solo per cinque, e più assai del Duca stessero in sospetto dei Francesi stanziati grossi nel Piemonte. E' fu dura cosa carreggiare leartiglierie per coteste aspre giogaie, e non meno difficile piantarle per modo che potessero fare buon frutto, sorgendo Montobbio isolato da tre punti sopra un colle ricinto da due torrenti; ci si sale da un lato solo, da tramontana; ma qui naturalmente i ripari erano maggiori, con mura spesse ben quindici piedi, e con una Rocca acconcissima alle difese come alle offese. Dato mano al trarre, ben si conobbe quanto premesse agli assalitori di terminare presto la impresa, imperciocchè nel corso di pochi dì sparassero ben diecimila cannonate, e senza costrutto; anzi dei cannoni parecchi troppo arroventiti spaccaronsi con morte, e ferite degli artiglieri che ci stavano attorno: poco dopo il tempo ruppe in isconci acquazzoni con molestia infinita dei soldati privi di ricovero, e bisognò smettere. Forse i Genovesi, a cui la feroce improntitudine del vecchio Doria già tornava sazievole, sariensi affatto remossi dalla impresa, se due casi di fresco accaduti non gli avessero confermati nella statuita deliberazione; il primo fu la morte di Francesco re di Francia, onde si presagì, e bene, che il successore su quelle novellizie del regno si sarebbe astenuto da partiti arrisicati, il secondo i soccorsi che oltre la speranza giungevano in fretta dalla parte del duca di Firenze, e delvicerè di Milano: di fatti questi mandò quattrocento fanti, quegli parecchie bande di archibugieri con Paolo da Castello, e talune di cavalleggeri condotte da Chiappino Vitelli con munizioni e artiglierie. Contro ai congiurati era comune la guerra dei tiranni vecchi e dei nuovi. La stagione rimessa al buono, Agostino Spinola dopo data migliore disposizione alle artiglierie, il dieci maggio ripigliò a battere la muraglia, e questa volta con frutto, chè in breve ne atterrò tanto tratto da rendere possibile lo assalto: nè pertanto le cose di quei di dentro sariensi avute disperate, se i fanti, per mancanza di paga, non avessero preso a tumultuare; e ciò saputo dallo Spinola, per corromperli meglio, mandò intorno parecchi trombetti a bandire che se gli assediati si confidavano negli aiuti di Francia mettessero l'animo in pace, e senza quello il duca di Piacenza non si saria attentato movere passo; a chiunque venisse talento sortire dal castello per quel dì, e l'altro appresso, egli assicurava transito libero senza pagare taglia, e le robe salve. Allora Girolamo, temendo di guai, venne d'accordo con gli altri di mandare Girolamo Garaventa e Tommaso Assereto allo Spinola per ottenere patti; vinti erano e volevano parere vincitori, chiesero il passo libero con arme e bagaglie; furono le gravi condizionifacilmente respinte da cui era fermo non accettare le lievi. Ridottosi il Fiesco coi fidatissimi suoi a segreto consiglio, esaminarono se ci fosse verso col favore delle tenebre mettersi in salvo, e parve che non ci fosse, correndo divario tra Cariseto e Montobbio, però che in Cariseto fossero tutti di un cuore; e lì avere pur troppo il Giuda in casa, ond'era da temersi che o prima, o al momento della fuga ne fosse dato avviso al nemico, il quale, giusto a cagione del caso di Cariseto, stava a buona guardia: inoltre al conte Girolamo il corpo pingue non permettere i passi solleciti della fuga.
Capisco, che se quanto sono per dire io lo esporrò perchè gl'Italiani ne facciano senno, e' tornerà lo stesso, che mettere l'acqua nel vaglio; pure non lo vo tacere. Cornelio, il quale essendo giunto a raccogliere alla Mirandola più con le supplicazioni che co' danari una grossa banda di soldati spasimava di sovvenire il fratello e gli amici pericolanti, fu impedito dai Francesi allora in pratica di accordo con lo Imperatore. Così fu sempre: la Francia, quando ne va del suo interesse, il sangue altrui conta come acqua, la roba nulla.
La conchiusione della consulta del conte Girolamo e degli amici suoi fu che ormai nonrimaneva altro partito, che rendersi, e questo fecero commettendosi alla fede del Senato; ciò accadde l'undici giugno, dopo quarantadue giorni di assedio, ma veramente tutta la impresa durò quattro mesi.
Ora resta a vedere la fede, e la pietà dei vincitori. I soldati del Doria, appena messo il piede nel castello, tagliano a pezzi il Calcagno, il Manara, e quanti altri sospettarono si fossero trovati alla morte di Giannettino.
Messa a partito in Senato la domanda del conte Girolamo, e dei compagni suoi, non mancò chi inclinasse a misericordia, industriandosi attenuare la colpa con la leggerezza giovanile; ed averla punita a sufficienza le morti avvenute, e lo schiantamento di una casa tra le genovesi principalissima; che se non si riputasse il passato bastevole castigo, altro vi se ne aggiungesse, purchè non di sangue. La fede pubblica si osservasse, senza badare se data con modi più o meno solenni; fallo, in ogni caso, da imputarsi piuttosto a cui la impegnava, che a cui la riceveva: vile sotterfugio, e alla dignità del Senato ingiurioso essere quello, che lo chiariva vinto dalla paura: ma più che tutto percoteva le menti di pietà certa lettera di suora Angiola Caterina Fiesco sorella del conte Girolamo, mandata alla Signoria, con laquale implorava la vita del fratello: certo ella apparisce scrittura unica per quella affettuosa eloquenza, che la passione ispira; a me per istudio di brevità non si concede riportarla intera; chi ne ha vaghezza la legga nelle note di Agostino Olivieri alla congiura del Fiesco dettata dal Cappelloni; giovi però alla nostra storia porne qui due passi: — «le supplico non manchino di ricordarsi come da quelli gli fu perdonato, il quale perdono gli fu confermato per decreto da loro medesimi: di poi piacque a quelle di non più levarlo. — In fondo; — prego le Signorie vostre illustrissime con lacrime, e sospiri amarissimi si vogliano ricordare che questo poverino sciagurato fu figliuolo di quella felice memoria del signor Sinibaldo Fiesco (ahi! dolcissimo padre, dove sei?) che anco lui fu autore della unione e libertà, la quale curò mentre visse del continuo mantenere.»
Tutto questo era niente contro il rigido volere giunto alle istanze del Figuerroa, feroce, come suole, nella bonaccia, quanto si mostrò più codardo nella procella, il quale sosteneva, che il Senato in ogni caso mancava di facoltà per rimettere ai Fiesco il delitto di alto tradimento commesso da vassalli e pensionati dello Impero contro feudatarii, e vassalli imperiali,nè solo contro feudatarii, ma altresì in pregiudizio della stessa sacra maestà; bastava anco meno per dare il tracollo alla bilancia presso coteste povere anime, che non si peritavano chiamarsi Senato in Italia dove un tempo visse il Senato romano; si vinse pertanto, che i patti non si osservassero, nè la fede pubblica si avesse a reputare obbligata a mantenerli; e questa deliberazione fece testimonianza di avarizia, e di crudeltà, giudicando lo universale, che nei petti genovesi riardesse l'ira per essersi dovuta fare una spesa troppo maggiore della presagita, a fine di venire a capo di cotesta guerra: e di vero se tanto reputavano enorme adesso la colpa del conte Girolamo da non doverla per verun conto perdonare, e perdonato non tenergli fede, o perchè vennero una seconda volta a patti con esso lui profferendogli il compenso per la cessione del castello? Non si mercanteggia con gli scellerati, o se pure si mercanteggia egli è mestieri, che nel caso il Senato di queste due sequele ne accetti una, o forse non vi ha scelta, e gli conviene patirle entrambi: o i Fieschi non furono sempre nel giudizio dei Senatori reputati tali, che non meritassero alcun riguardo, o i Senatori fecero più conto della roba, che dell'onore. Di rado si avvertono, e avvertite, anco più di radosi evitano le conseguenze di tali infelici deliberazioni; sempre poi, per la maligna virtù dì loro, gli Stati prima perdono il credito; poi la vita.
Condannati ormai Girolamo, e i settatori erano; tuttavia si pretese giudicarli, nè mancarono storici cui bastò la fronte di affermare, che la compilazione del processo fu fatta con diligenza scrupolosa; certo è, che gli sottoposero al tormento, e il conte Girolamo come gli altri: di già vedemmo come il Sacco, sapendo o dubitando trovarsi aggravato dal Verrina, scrivesse a Pierfrancesco Grimaldo scusandosi. I prigioni, o sia che l'uomo si attacchi alla vita quanto più sente sdrucciolarsela sotto, ovvero perchè lo estremo della miseria tolga ad un punto lume alla mente, e virtù al cuore, sembra, che sul serio sperassero dalle difese salute; imperciocchè, nonostante la sentenza condannatoria, essi si accinsero a interporre appello, ed havvi certa lettera, scritta da Montobbio al Senato del 7 luglio 1547, di un Polidamente Magno pretore, e di un Egidio giudice, i quali avvisavano come il conte Girolamo, il Verrina, e il Cangialanza intendano continuare a difendersi in ogni modo, avendo a questo fine esebito le loro scritture, le quali però eglino hanno ributtato per cinque distinteragioni, che insomma poi riduconsi ad una, ch'è, il Principe averli ormai condannati, e costoro avrebbono a questa ora a capire che, dallo sporgere il collo in fuori, non gli rimane altro partito a pigliare; tuttavia chiedono risposta per sapere come governarsi; e l'ebbero: la portò il boia, il quale il conte Girolamo e il Verrina con nobilesco costume decapitò, Desiderio Cangialanza plebeamente appese.
Polidamante pretore, ed Egidio giudice, avevano ragione a dire inutile il proseguimento del processo; avrebbono fatto meglio a non incominciarlo nè manco; ma forse allora non si sarebbe potuto, secondo le regole, porre gl'incolpati alla tortura per cavarne indizi e fare una ghiacciata di complici; questa e non altra la causa per cui parve utile instituire il processo, e inutile proseguirlo; il torto l'hanno gli storici, i quali lepidamente affermano come i ribelli presi a Montobbio fossero con riguardo scrupoloso giudicati.
Quale la fine di Cornelio non ci fu dato rinvenire; ridotto a vivere in Francia, io penso, che esercitasse la milizia; ma di lui, illegittimo e povero, forse non fu notata, o se avvertita, non premiata la prodezza; forse morì di morte precoce, o piuttosto, percosso da tante sciagure, amò giorni quieti di mesta oscurità. Di Scipionesi ha ricordo, e sappiamo come, quantunque fanciullo, non iscampasse dalla comune ruina dei suoi; condannato a parte, si ebbe bando perpetuo con la perdita di ogni suo avere; spenti poi Carlo V, e Andrea, chiese al novello Imperatore la sentenza si rivedesse; se ottenne giustizia, e se si ridusse a vivere in patria, non mi è noto; ma sembra di no, imperciocchè sposasse in Francia Alfonsina Strozzi figlia di Roberto, che fu cavaliere di Santo Spirito, con esso lei procreasse generosa prole, ed ottenesse in corte onoranze, e stati al pari dei principali gentiluomini di Francia[13].
Sopra tutte truce la fine di Ottobuono Fiesco: la sorte il condusse a militare in Siena fra le armi francesi; caduta Siena, con valorosi uomini si chiuse in Porto Ercole; mille in tutti; e gli assalirono il marchese di Marignano, e Chiappino Vitelli con cinquemila fanti, fiore di soldati, e Andrea Doria ci andò, per comando dello Imperatore, con trentotto galee a circondarlo dal lato del mare: non pareva, e veramente non era cotesta impresa da sostenersi, ma ci comandava Piero Strozzi, per antico costume uso a non cedere, se prima non mirava la disperazione proprio in faccia; in fatti prestoli ridussero al verde, in grazia delle artiglierie, che il Doria prestò al marchese di Marignano; ruinati i forti, i difensori più prodi uccisi, Piero diè voce di andare con una galea contro l'armata turchesca per affrettarla alla riscossa; ad altri altre novelle; partì nè più si rivide, e ai rimasti toccò rendersi a discrezione; i soldati, spogli dell'arme, e di ogni valsente che portavano addosso, ebbero licenza di andare con Dio; i ribelli consegnansi al Doria, affinchè sopra le galee li trasportasse a Livorno; tra questi, agognata preda da lui, Ottobuono Fiesco. Andrea lo fece riporre dentro a un sacco, e poi con lunga vece ora tuffare, ora trarre fuora dall'acqua perchè si sentisse morire. Gli scrittori dei gesti del Doria tacciono del caso e a dritto; dacchè si comprenda il cruccio di un uomo, il quale, inteso durante tutta la vita a fondare la grandezza della propria famiglia, miri un dì schiantato l'erede su cui si appoggia tutta la sua speranza; anco in parte lo scusano i tempi, e gli esempi tristissimi; lo giustifica in certa guisa il costume di esercitarsi tra gente barbara: e tuttociò considerato pure non puoi astenerti da sentire raccapriccio per un uomo che, dopo otto anni dalla congiura Fiesco, su lo estremo della decrepitezza (così che da un punto all'altro dovevaaspettare la chiamata per comparire alla presenza di Dio) non rifuggiva spaventare il mondo con lo spettacolo dell'odio che non perdona mai. E nondimanco anco in me riarde implacabile l'odio, non già contro Andrea Doria, bensì contro i vituperosi scrittori, i quali si attentarono salutarlo magnanimo. Da un altro fatto si palesa eziandio, come l'odio, più che ogni altra forza, valesse a tenere tanto lungamente unita l'anima al corpo del Doria, il quale è questo, che, comunque decrepito, volle farsi ritrattare, in sembianza di percotere con la verga un gatto, che fu l'arme dei Fiesco, quasi per tenere sempre dinanzi agli occhi una immagine, che gli ricordasse il cómpito di sterminare la casa Fiesca, finchè gli bastasse il fiato.
Romanzieri e Tragedi fantasticarono intorno alla Leonora Cybo, moglie di Gianluigi, strane cose e false. Lo Schiller finse che, aggirandosi ella durante la notte della congiura per le vie di Genova in traccia del marito, rinvenisse il mantello rosso che costumava portare Giannettino Doria, e in quello per celarsi nella baruffa si avvolgesse, onde poi Gianluigi, scambiandola in mezzo al tumulto pel suo nemico, miseramente la trucidasse; diverso il Tedaldi Fores (che se la morte non lo mieteva immaturo sarebbe cresciuto bella fama italiana) cimostra la Leonora sul lido pazza pel dolore del perduto consorte: ora di tutto questo è niente: Eleonora si consolò e presto. In certo libro manoscritto, che si conserva nella biblioteca civica di Genova, dettato da un Buonarroti ed ha per titolo:Alberi genealogicidi diverse famiglie genovesi, occorre notato, com'ella si maritasse in seconde nozze con Chiappino Vitelli marchese di Cetona, soldato di Cosimo duca di Firenze, immane, dicono, per corpulenza in guisa, che una sua coscia superasse in grossezza la vita della moglie; e, quello che spaventa di più, esecutore dei truci comandi in danno della famiglia del suo primo marito: apparisce altresì, che cotesta donna, se difettava di tenerezza, non patisse mancanza di solerzia pei suoi interessi, dacchè troviamo com'ella accomodasse nel 1549 grossi capitali sopra i banchi di San Giorgio. Dalle quali notizie sbalza fuori una considerazione, che parci buona, ed è, che gli uomini, invece di sbraciare alle donne virtù che non possiedono, farebbero molto bene a rispettare quelle che hanno.
Adesso, affinchè conchiudiamo convenientemente questa parte della vita di Andrea Doria, rimane a vedere se la congiura di Gianluigi Fiesco potesse approdare o no. I panegiristi di Andrea affermano risoluti, che, comescellerata, ella fu pazza, non si potendo reggere per cause interne ed esterne; e discorrendo le interne, dicono come il Conte non potesse fare capitale sopra veruno ordine di cittadini; non su i nobili alieni da mutare stato, epperò impedimento inerte, se non tocchi; nemici potentissimi ed operosi, se offesi; non su i borghesi, come quelli che lo arieno tolto in odio come oppressore della libertà, e perturbatore dei traffici, quali desiderano sempre, e sia qualunque, quiete; forse tutto al più poteva sperare di rinvenire seguito nel popolo minuto; ma questo all'ultimo poteva difficilmente tenersi da offendere i cittadini nella roba o nella persona, onde gli offesi, stretti in lega pel comune pericolo, avrebbero respinto la forza con la forza, e così la città sarebbe caduta in guerra civile e moltiplice e infinita; e nè anco compariva che Gianluigi avesse preso accerto dei disegni del Verrina, nè pegno dei fatti suoi. Arrogi i torbidi pel caro della vittovaglia in cui allora si versava la città, di che non si sarebbe mancato attribuire la colpa al Conte; e poi, o come voleva fare Gianluigi a reggere, Andrea vivo? E morto, come resistere agli sforzi palesi o segreti di tanti amici, consorti e collegati suoi? Come alle insidie di Carlo imperatore, alla fortuna, e alle armi di lui?
Inani cose tutte per piaggeria o per errore,ma più per piaggeria, perocchè i nobili, come vedemmo, fra loro si odiassero a morte, parendo ai nobili nuovi essere rimasti soperchiati con le leggi messe fuori dal Doria, e ai vecchi con la violenza dei nuovi; i borghesi, secondo il solito, stupidi, la più parte, e disposti al basto, purchè uno; se due forse si sarebbero risentiti; ma in qual modo sariasi comportato Gianluigi non si poteva sapere, ed è da credere bene, almanco su i primordii; del popolo non era a dubitarsi, compiacendo egli al proprio genio e dalle lusinghe vinto, e dai doni: lasciatolo un po' sfogare da principio, si poteva facilmente ridurre a partito, che co' tumulti verun governo dura, e Gianluigi, a quanto sembra, non era uomo da farsi tagliare le legna addosso; rispetto poi al Verrina, checchè altri abbia fantasticato di lui, egli si mostrò sempre fedele alla fortuna dei Fiesco, con loro si perigliò, con loro morì. Andrea, rotto come si trovava dagli anni, accasciato dalle infermità, vinto dall'angoscia, avrebbe avuto per ventura essersi messo in salvo con la fuga; gli amici e consorti, e i collegati suoi egli avrebbe sperimentato, nello infortunio, simili in tutto agli amici, ai consorti e ai collegati dei Fiesco; quelli, come questi, sariensi stretti in folla attorno l'albero caduto per levarne le schiappe; e sopra ogni altro te ne faccia provalo Imperatore Carlo V, il quale, sprofondato nella guerra dei luterani in Germania, e atterrito dai tumulti di Napoli, essendogli corso il grido che il rivolgimento di Genova aveva preso piega favorevole al Fiesco, spedì in diligenza a Ferdinando Gonzaga, affinchè s'industriasse con ogni argomento tenersi in divozione Gianluigi, promettendogli in modo solenne che, qualunque patto avesse convenuto con lui, egli lo avrebbe senza fallo osservato.
A questo si riduce l'amicizia dei Principi; e a cui ci si fida toccano per ordinario le beffe e il danno; nè più ha forza presso di loro la parentela, e il caso di Pierluigi Farnese lo chiarirà fra poco; nè credo già, che possa maravigliarsene alcuno, imperciocchè tra le arti di regno si annoveri precipua la ragione di Stato, la quale viene costituita dal rinnegamento di ogni senso morale, dall'oblio dell'amicizia, della consanguineità e dello stesso amore. Affilata del continuo su la cote del più acerbo interesse, l'anima dei re diventa alla per fine un rasoio.