CAPITOLO V.

CAPITOLO V.Andrea allestito il naviglio si avvia a Gaeta: mantiene in devozione Sprolunga: rende i prigioni di Capri alle dame napoletane, porta vittovaglie a Napoli traversando l'armata nemica. Morte del Lautrecco. Il marchese di Saluzzo dopo alcuna prova di valore si arrende. Pietro Navarro è strangolato. Il nipote di Consalvo onora di sepoltura Lautrecco e Navarro, e ci pone bellissimi epitaffi. — Elogio del Brantôme al Consalvo, e forse tace il meglio. — Andrea si arricchisce con le prede. Galeoni che fossero. — Condizioni presenti di Genova; accuse vere e false contro i Francesi. Andrea muove a liberare Genova dai Francesi; il Rapallo messo degli Otto con prieghi e con minaccie lo dissuade da farsi avanti; non gli dà retta. Strattagemma col quale l'armata francese, durante la notte, fugge da Genova; la perseguita Andrea e piglia due galee. Nuovi ambasciatori a Pegli per distorlo dal disegno di liberare la patria; al medesimo fine Giovambattista Doria gli occorre a San Pier d'Arena. Viltà antiche e moderne. Famiglia Doria per viltà repudia Andrea per consorto scrivendo al Cristianissimo. Ordine per pigliare Genova. Prodezza di Filippino Doria. Palazzo ducale convertito in Lazzaretto. Si chiamano i cittadini a suono di campana e non vengono. Spedisce per le ville messaggi a convocarli in piazza San Matteo, e vengono, ma pochi; espone loro le cause del suo partirsi dalla Francia, però non le espone tutte. I Genovesi, che prima lo ributtavano, orapiangono di tenerezza; un Fiesco vuole dichiararlo di botto liberatore della patria; i più prudenti lo temperano. Radunasi il Consiglio grande; i Dodici della Riforma confermansi. Provvedonsi armi e danari; Andrea preposto a dare compimento alla libertà della patria. Il Trivulzio chiede gente per reprimere il moto di Genova; le nega il Duca di Urbino; natura di costui; Amerigo da Samminiato, che lo dileggia, fa impiccare. Presa Pavia il Sampolo va al ricupero di Genova; arriva in San Pier di Arena; manda ad intimare la resa; araldo ingannato dallo strattagemma del Gentile. Il Sampolo si ritira senza far danno; i Genovesi procedono acerbi contro i parziali di Francia; due ne impiccano; si apparecchiano allo assalto del Castelletto; il quale reso a patti dal Trivulzio, ruinano; liberano lo Stato. Gavi si arrende, Novi no, ma poi hanno anco questa. Prudenza dei Genovesi di non mettere le città in mano ad amici potenti. Si attende a recuperare Savona; confronto di quanto operarono i Genovesi nel 1528 con quello che fecero i Piemontesi nel 1849; resa di Savona; atterransi le mura e si colma il porto. — Principii del governo di Genova. Consoli. Come abbia origine la disuguaglianza civile. Potestà e Nobili. Il governo oligarchico torna ad essere popolesco. Governi scomposti che succedono; Guelfi e Ghibellini; tirannide dei Doria e degli Spinola. Capitani ed Abati del popolo. Nuovi rivolgimenti che inducono a chiamare l'imperatore Enrico di Lucemburgo paciere; morto lui i Genovesi si danno al re di Napoli e ai duchi di Milano. Il popolo, eletto Simone Boccanegra doge, reprime la insolenza dei nobili, che spogliati di ogni prerogativa, la vanno vie via recuperando, eccetto il dogado, donde rimangono esclusi per decreto solenne. Nobili principali;tetti appesi. Famiglie Adorna e Fregosa nimicate per arte dei nobili, che nel torbido usurpano Stati. I Riformatori ordinati da Ottaviano Fregoso non fanno frutto, e perchè. Riformadel 1528 quale. Dicono che lo imperatore Ottone qualche cosa di simile instituisse, e non è vero. Questa riforma lodavano tutti a quei tempi. Corre voce lo Imperatore stimolasse il Doria a farsi signore di Genova, e non è vero; il popolo lo vorrebbe doge a vita, ed ei rifiuta: ricompense pubbliche; statua; censore a vita; festa della Unione instituita che dura fino al 1796. Andrea giudicato dallo Ariosto. Alcuni negano si devano mostrare le azioni umane quali veramente sono, e pretendono si abbiano ad accettare quali compaiono: vanità loro, e ufficio dello storico. Se Andrea provvedesse alla concordia solo o meglio di altrui. Se i partiti giovino alle repubbliche, e come. Popolo escluso dal governo; quali diritti gli conservano.Confogoche fosse. Odio del popolo contro il Doria, che più tardi ne atterra le statue. Nobilume quanto vile. — I nobili vecchi nè anco tutti contenti della riforma. Superbia di nobili vecchi. Il Doria ordinatore della riforma la disprezza. Alberi delle famiglie. Spartizione degli ufficii, che si aveva a smettere, non si smette. — Nobili nuovi male soddisfatti della riforma, e perchè. — Altri errori della riforma descritti. — Merito del Doria nel liberare Genova dai Francesi. — Il Doria rende Genova serva degli Spagnuoli, e se ne adducono prove. — Pensa di pigliare con sue arti gli Spagnuoli, ed è preso. — Misero stato di Genova. — Giudizio dell'Oratore veneto su Genova. — Turpe gara degli oratori genovesi co' ferraresi e sanesi alla incoronazione di Carlo V. — Andrea locandiere, e soprassagliente dei reali di Spagna: lega ai posteri la servitù col suo testamento. — Turpi lodi del Bonfadio. — Andrea non si poteva ad un tratto farsi tiranno della patria, e perchè. — La tirannide mostra i denti con Giannettino figliuolo adottivo di lui. — Caso di Uberto Foglietta. — Parallelo tra Ottaviano Fregoso e Andrea Doria. — Giudizio sul Doria di scrittori moderni. — Elogi, scrittureda abbonirsi. — Andrea nemico della libertà di Firenze e di Siena. — Ammazzato Alessandro manda soldati a tener fermo lo Stato. — Difese del Doria non reggono. — Che poteva egli fare per Genova; — che cosa per la Italia e nol fece. — Doria grande capitano, non grande cittadino.Andrea andava mettendo diligentemente in sesto le sue galere, che, alla consueta solerzia, adesso si aggiungeva la voglia di mostrare a Cesare quale e quanto amico avesse guadagnato, a Francesco, perduto; condotta poi la consorte Peretta a Lucca e quivi lasciatala, remigò per Napoli, dove arrivato, gli capitarono messi del cardinale Colonna, i quali gli commettevano: movesse da monte Circello verso Sprolunga per mantenere in devozione gli uomini di cotesta terra, spaventandoli un poco, però che si mostrassero in mal punto restii a fornire le vittovaglie; e riuscì facile impresa, imperciocchè non fosse in loro punto di malvolere, sibbene suggezione del presidio francese; onde, pigliato animo dalla presenza del naviglio imperiale, i terrazzani, respinti i Francesi, acclamarono Andrea, il quale, contenute coteste voci, ordinò salutassero lo Imperatore. Quinci mosse a Gaeta, dove non istette ad aspettarlo Giovanni Caracciolo principe di Melfi, che la teneva assediata: però grandi e festoseaccoglienze gli fece il Cardinale, esultante nella certezza, che le parti di Cesare prevalessero, e più pel rivedere i congiunti caduti prigioni nella battaglia di Capri; tuttavolta Andrea pregò il Cardinale, fosse contento di lasciarglieli nelle mani tanto ch'ei potesse consegnarli alle dame napolitane ridotte in Ischia; cosa, che di leggieri gli venne annuita: egli allora, caricata prima su le galee e sopra i legni minori copia di farina, si volse ad Ischia per compire la sua cortesia; e se ciò fosse con giubilo delle dame, massime delle parenti e delle mogli dei prigionieri, lo pensi chi legge. Quinci nonostantechè il Principe di Oranges lo ammonisse a badarsi, avendo saputo che gli venivano addosso dodici galee francesi, e sedici veneziane, volle sferrare, e prendere porto a Napoli a loro dispetto: di vero alla vista delle gentildonne, che dalle finestre come in teatro stavano a contemplare lo spettacolo, incominciò con avvolgimenti maestri a badaluccare ora con l'una, ora coll'altra delle galee nemiche a mo' di duello, finchè, scorgendole raccolte tutte in battaglia, schivato lo impari scontro, scivolò nel porto di Napoli conducendo in salvo tutto il carico delle farine. Il Lautrecco sotto Napoli di peste miseramente periva; gli subentrava il Marchese di Saluzzo nel comando ormaipieno di pericolo, scemo di gloria; imperciocchè non presentasse altra speranza, da quella in fuori di ritirarsi senza che andasse a sfragello; ma non gli riuscì, quantunque levasse il campo, nel fitto della notte, secondato da sconcio acquazzone; inseguito con la spada nei reni dagl'Imperiali, gli bastò il cuore di voltare faccia a Nola, rintuzzando co' cavalli di Valerio Orsino, e di Ferrante Gonzaga, la foga dei persecutori; pure prima ebbe rotta la retroguardia, poi la battaglia; con la vanguardia sola attinse Aversa, e qui gli toccò a rendersi.Narrando la vita di Andrea Doria, io comprendo ottimamente come possa parere a taluno, che, accennando così di volo i fatti generali entro cui si incastrano i gesti del nostro eroe, bastasse, e ce ne fosse di troppo, senza andare a discorrere quelli degli altri, e parrà bene; tuttavolta io non valgo a trattenermi di ricordare una opera di personaggio da inclito genitore, inclito discendente. Quando la virtù dalle radici si dirama per l'arbore, s'intende che sia nobiltà, e come un dì si procacciasse reverenza, e come oggi per le ragioni contrarie si procacci ludibrio dalle genti; nè il lettore m'invidii, se, affaticandomi in su questo doloroso deserto, che si chiama storia, qualora mi occorra una sorgente, mi ci fermi, per darne all'anima refrigerio.Nella rotta dello esercito francese, cadde prigione Piero di Navarra, il quale di staffiere del cardinale di Aragona, per la sua virtù, pervenne agli onori supremi; di lui scrissero gli Spagnuoli, che fu uomo d'infinita perizia, e di astutezza unico; nello immaginare mine ed artificii, atti alla espugnazione delle terre, singularissimo; nel maneggio delle artiglierie, primo fra tutti, e nell'arte di condurre gli strattagemmi; giudizio, che, universalmente dai suoi contemporanei ripetuto, i posteri confermarono. Fatto prigioniero dai Francesi nel 1512 alla battaglia di Ravenna, per avarizia del re Ferdinando di Spagna non fu mai riscattato; lo liberò Francesco I, e per siffatto modo stretto dal benefizio, ne seguì la bandiera: ragione per operare questo egli ebbe; il fatto era di bene dodici anni antico, ereditaria la ingiuria a Carlo V, e nondimanco immortale l'odio di lui: onde l'Imperatore, senza ritegno alcuno, ordinava al suo carceriere Riccardo gli mozzasse il capo: ciò parve barbaro al carceriere, molto più, che il Navarro fosse vecchio, e ormai ridotto a pessimi termini di salute; egli per tanto tolse sopra sè di farlo finire, chi dice con la corda per mano del boia, chi soffocandolo co' guanciali; pietà da schiavo, pure pietà. Poco dopo Luigi, nipote di Consalvo appellatogran capitano, principe di Sessa, dava al Navarro ed al Lautrecco nobilissima sepoltura nella sua cappella gentilizia, nella chiesa di Santa Maria nuova di Napoli, ponendo al primo questo epitaffio:— Alla memoria, e alle ossa di Piero Navarro biscaglino, nell'arte arguta di espugnare città chiarissimo, Ferdinando Consalvo, figliuolo di Luigi, nipote al magno Consalvo, principe di Sessa, onestò con lo ufficio del sepolcro un capitano, quantunque seguace delle parti di Francia, chè la virtù induce a reverenza anco il nemico. —Quello del Lautrecco, dettato anch'esso nel sermone latino, suona in quest'altra maniera: — A Odetto di Foa Lautrecco, Ferdinando Consalvo, figlio di Luigi di Cordova, nipote del magno Consalvo. Le ossa di lui, capitano di Francia, come volle fortuna, senza onore giacendo nella cappella avita, il principe spagnolo, memore delle miserie umane, ordinò si ponesse[15]. —Quindi il vecchio Brantôme, gentiluomo davvero, con bella eloquenza esclama: ed ecco un principe degno di laude eccelsa, però che, quantunquenemico, si mosse a fare al suo nemico così onorata e santa cortesia. Ordinariamente gli onesti uffici costumansi tra nemici viventi, più che per altro, per fiducia di compenso se mai uno venisse a cascare nelle mani dell'altro; ma, da vivo a morto, si guadagna poco. Certo si legge: Annibale avere onorato le ceneri di Marcello con urna preziosissima: ancora vedesi spesse fiate i nemici rimandare i corpi dei nemici spenti ai congiunti loro, ed agli amici, affinchè gli seppelliscano: dove poi gli accompagnino con pompe, o associazioni magnifiche, tanto maggiormente saliscono in fama di pii e di cortesi, come appunto fece il Marchese di Pescara con quello del cavaliere Baiardo, ma io vorrei un po' che oltre Luigi Consalvo m'insegnassero un secondo nemico, il quale commettesse così grossa spesa per onorare di sepolcro sontuoso il nemico, affinchè potessi registrarlo qui in memoria perpetua accanto a cotesto cavaliere cortese.Nè per mio avviso il Brantôme ha detto tutto, anzi ha taciuto il meglio, ed è avere osato dare sepoltura ed encomio a tale, che, per comando del suo antico signore, aveva patito morte ignominiosa. Oggi questo non pure non si attenterebbero fare, ma nè anco pensare; e forse erro; l'oserebbe qualcheduno delpopolo, nell'anima del quale ribollono vizii e virtù, come gli elementi nei primordii della creazione del mondo, per comporre a posta loro un nuovo mondo politico. Ritorno al Doria.Essendosi Andrea messo a perseguitare le galee dei Francesi, che, sceme di presidio, in atto di fuggiasche si riducevano a Marsiglia, dicono ch'ei ne pigliasse quattro, due a Genova, e due a Varagine, e le mettesse in acconto dei suoi crediti con la Francia, ma non è vero, imperciocchè, essendosegli rotto il timone presso Ostia, perse tempo a restaurarlo, sicchè l'armata francese lo precorse sempre di cinquanta in sessanta miglia; bensì, passando lungo la costa delle Cinque terre, s'impadronì di due galee cariche di grano di un corsale marsigliese; che rimburchiò seco a Portofino; e prima aveva preso un galeone carico di zolfo, ed un altro sopra a Piombino con robe e cavalli; e perchè quale dei lettori lo ignorasse sappia galeoni che fossero, dirò, ch'erano legni di lunghezza pari alle galee, ma altissimi, foderati di grosso legname, con la poppa e la prua ricurve così, che più che di altro offerivano la forma del quarterone della luna; per l'altezza della sponda non andando a remi, lenti incedevano e male si governavano.Mentre che Andrea si avvicina a Genova, perrestituirla in istato, che allora parve a molti, ed oggi tuttavia a qualcheduno pare libertà, vuolsi, che da noi si accenni a quali estremi fosse ridotta. Francia, crescendo ogni giorno nel maltalento, favoriva, a suo scapito, Savona; quindi di male in peggio i commerci; la riscossione delle gabelle impedivasi: da un lato aumentavano i bisogni, dall'altro le rendite diminuivano; a tutto questo arrogi la peste, a cui male si sarebbe potuto pigliare rimedio anco in tempi prosperi; adesso non se ne pigliava alcuno. Giambattista Lasagna, oratore della Repubblica presso il Cristianissimo, mandava lettera per torre via ogni speranza di mitigato animo nei consiglieri di Francia, che dicevano ormai risoluti a sostituire Savona a Genova nel principato della Liguria. Correva voce, che il Trivulzio avesse richiesto il Sampolo, capitano dello esercito della lega in Lombardia, di un nerbo di gente per tenere in cervello la città, ed era vero; correva voce altresì, che i Francesi avessero immessa la peste a Genova, e ve la mantenessero per disertarla, ed era falso; e nondimanco questo il volgo patrizio e plebeo credeva più assai di quello, come vuole ignoranza, la quale tanto più facile dà fede alle cose, quanto compaiono più esorbitanti e terribili. Così volgevano gli umoridei cittadini in Genova quando Andrea, con le galee, giunse alla Spezia. Lì primo gli occorse Geronimo Rapallo, uno degli Otto, che, presieduti dal Trivulzio, in nome di Francia reggevano Genova, il quale con parole, a volta a volta blande, od acerbe, lo intimava a volgere le prue, e non attentarsi di scompigliare il pacifico vivere di Genova: guardollo in volto Andrea, e gli rispose ordinando sfrenellassero i remi, e li mettessero in voga, sicchè sul tramonto del sole egli giunse a dare fondo alle ancore tra Carignano e Sarzano. Quinci spedita una fregata per pigliare lingua di quello, che si facesse al molo, questa tornò ad ammonirlo, che le galee francesi stavano rafforzandosi ai ponti della città, ed, a quanto pareva, gran calca agitavasi intorno, per la quale cosa non giudicò prudente tentare al buio la impresa; durante la notte sentì quasi continuo il trarre delle artiglierie, e non sapendo a che cosa attribuire tutta cotesta gazzarra, si tenne fermo; appena mezzo giorno, si spinse oltre, attelando l'armata a guisa di mezza luna tra la punta del molo e la lanterna, ma allora gli si fece palese lo strattagemma nemico, il quale con lo strepito dei cannoni coprendo i fischi dei comiti, il rumore dei remi, e le grida delle ciurme se l'era svignata. Andrea infellonito per averdato nel bertovello prese a furia di remi a tempestare sul mare; ma le galee francesi avevano tolto troppo campo su lui per potere essere agguantate tutte; ne catturò due, una ad Arenzano, l'altra a Cogoleto; le altre inseguì fino al monastero di Arenò, dove diede volta per non perdere la occasione di liberare la patria.Con quanta ansietà egli vogasse verso Genova può immaginare chi legge; e certo quando, in prossimità di Pegli, gli si fece incontro una galea di quelle che custodivano il porto, per fermo ei tenne che i cittadini mandassero gente a profferirsegli compagni nei pericoli della impresa; invece erano tre ambasciatori, che, in nome della città, lo scongiuravano a porre giù l'anima da tentativo così pernicioso: non gli basterebbero le forze per impadronirsi di Genova; ad ogni modo espugnare il Castelletto non saprebbe, e, con questo sul collo, i cittadini avere a tremare gli ultimi eccidii: starsi accampato a Pavia uno esercito intero potentissimo di Francesi e di Veneziani, il quale si sarebbe mosso a soccorrere Genova se avesse retto ai primi assalti, ed a ricuperarla perduta: se amava la patria davvero si accordasse col Trivulzio, il quale proponeva restituire Savona a Genova, perchè a suo talento la governasse:Genova in perfetto stato di repubblica si componesse, di fuori ei non chiamerebbe gente (e Andrea sapeva per segreto avviso mandatogli dai suoi parziali per mezzo di Giovanni Lasagna, come di già con replicati messi l'avesse chiamata); di tanto dirsi il popolo contento, non pretendesse delle cose il troppo; rovina delle imprese, per ordinario, essere la presunzione dello stravincere. Andrea gli agguardò, non fiatò e diede ordine si tirasse innanzi.Nè finivano qui le tribulazioni, chè a San Piero di Arena ecco occorrergli Giovambattista Doria suo consorte, e fratello a Geronimo, che poi fu cardinale, e Andrea onorava per suo svisceratissimo, a sciorinargli sciolemi atti a gittare la perturbazione nell'animo di già agitato.In ogni tempo vissero tristi, che si rassegnarono a mangiare pane e vergogna, e persuasero gli altri a starsi contenti per paura di peggio, come se la morte non avesse a salutarsi allora liberatrice; in ogni tempo furono mali cristiani, che per non provocare gli oppressori quietarono codardamente, e confortarono gli altri a quietarsi, fosse pure dentro al sepolcro: frenello alle bocche in procinto di prorompere in liberi accenti; ceppo alle mani già pronte a stendersi in liberi atti: sgomentatori degli animosi, calunniatori dei caduti, epoi, secondo che la occasione concede, o soppiantatori o adulatori dei fortunati. Vissero, e vivono, e, intanto che speriamo eglino abbiano a cessare, noi li vediamo moltiplicare strabocchevolmente, conforme è natura di tutte le cose cattive.Anco cotesto suo congiunto Andrea appuntò dentro gli occhi tanto ch'ei non ne sostenne la vista, però che gli balenassero di luce sinistra per la memoria, che in quel punto lo assalse della infamia, con la quale si era vituperata la gente Doria, che non aborrì nel diciotto del passato Agosto scrivere lettere turpi al Cristianissimo in vilipendio di lui, dove dopo averlo rigettato dalla parentela loro, con ogni maniera abiezioni si umiliavano al Re[16]: masi contenne, però che Andrea non si mostrasse meno potente a vincere le tempeste dell'anima, che quelle del mare: onde rivolto a Giambattista, e agli altri messi, i quali, a quanto sembra, erano rimasti a bordo della sua galea, con pacato e succinto sermone disse: — sè essere risoluto a liberare la patria, impresa dove nessuno dovea risparmiare il proprio sangue; quanto a lui confidava, che la opera come era giusta, e pia nel principio, così nel fine sarebbe riuscita felice. —Andò a mettersi da capo tra Sarzano e Carignano, e quivi chiamati intorno a sè il conte Filippino Doria, e gli altri valorosi compagni, aperse loro la propria mente, invocandoli aiutatori alla impresa. Risposero tutti: che volentieri, e sopra tutti mostrandosi acceso Filippino Doria, con gran voce esclamò: — andiamocon lo aiuto di Dio, che oggi comunque la vada non possiamo perdere. — E questo disse col medesimo concetto del Ferruccio, il quale, in procinto di mettersi allo sbaraglio nella estrema battaglia, si valse delle stesse parole, volendo significare, che, cimentandosi per la patria, se si vinca, si acquistano i premi che qualche volta gli uomini compartiscono in questa vita, se si muoia si acquistano quelli, che Dio sempre serba ai meritevoli nell'altra, e in ogni evento si guadagna la bella fama, che i tristi possono invidiare, non torre.Filippino pertanto, come più acceso degli altri, sbarcò, senza mettere tempo fra mezzo, la gente di tre galee a Carignano presso il palazzo Sauli, si avviò a porta dell'Arco, e, presala, proseguì per la piazza nuova. Cristoforo Pallavicino, e Lazzaro Doria procederono ad assalire la porta di Santo Stefano e il lido, commessi alla custodia del Broassino, che reputò spediente non opporre resistenza; però messoci presidio si affrettarono a riunirsi con Andrea; il quale a posta sua buttò in terra il presidio di cinque galee alla porta della Giaretta del molo presso San Marco, fugata agevolmente una compagnia di francesi, che la guardava (altri all'opposto afferma ch'ei fossero Genovesi comandati da Giovanni Brandocôrso[17]) tendeva al palazzo ducale. Invece d'incontrare resistenza, come gli oratori gli avevano dato ad intendere, per atterrirlo, a tanto, per colpa della peste, di desolazione era ridotta Genova, che, per tutto il tratto di via, che giace fra la spiaggia e il palazzo, Andrea non occorse in anima viva, tranne una donna. Giunto al palazzo, custodito da cinquanta Svizzeri appena, i quali subito si arresero, con amaritudine conobbe come lo avessero convertito in lazzeretto di appestati, nè si trattenne per questo da entrarvi, ed ordinare dessero nella campana della Torre per raccogliere i cittadini, e poichè, aspettato un pezzo, vide, che, o per tema della peste o per altro, non accorrevano, egli si ridusse a San Matteo, quartiere della sua famiglia, e quindi spedì uomini in volta, non pure per la città, ma eziandio per le ville di Albaro e di San Piero di Arena, perchè convocassero così patrizii, come plebei nella piazza davanti la chiesa, che da cotesto santo s'intitola.I chiamati, alla fine, vennero, quantunque pochi. Andrea, dopo alternate le accoglienze, espose con efficace discorso le cause del suo abbandonodalla Francia, le quali disse essere state Savona tratta su a spiantamento di Genova, le non comportabili gravezze, il governatore straniero, la mala signoria di Francia, e queste erano vere, eccetto il governatore straniero, ch'egli stesso aveva consigliato al Re per escludere il Fregoso, e come in parte soltanto vere, così non erano tutte, nè le più stringenti per lui, ma, sì versando sopra la persona, e gl'interessi proprii, tacque delle altre; di sè toccò appena, e si distese, prudentemente generoso, sopra i beni della libertà, alla occasione mirabile di riordinarsi in repubblica con migliorati provvedimenti, onde la giustizia si fondasse su cardini sicuri, le leggi prevalessero, le fazioni cessassero. Lo Imperatore piglierebbe a proteggere lo Stato: quanto a lui, essersi messo a cimento per cominciare; si chiamerebbe soddisfatto, a prezzo di tutto il suo sangue, di potere finire: che se la Provvidenza lo risparmiasse, non accetterebbe altro premio del suo operato, da quello in fuori di lasciare la patria libera nelle mani dei suoi concittadini; egli poi se ne anderebbe, con le galee, al servizio di qualche principe della Cristianità, che volesse e potesse purgare il nostro mare dalla infamia del Turco. Parlava un po' da eroe, un po' da furbo, ma del furbo non si accorsero allora iGenovesi, i quali, per tenerezza, piangevano. Un Franco Fiesco non rifiniva di fare le stimate, ed avrebbe voluto, lì di botto, con pubblico decreto, si dichiarasse Andrea liberatore e padre della patria: ai più cauti parve buono soprassedere, perocchè, essendo in pochi, non sarebbe apparso laudevole indizio di concordia deliberare su cosa di tanto momento, senza il voto degli assenti.Il giorno successivo i cittadini, remossi gli appestati, convennero nel palazzo: erano 600; 400 del Consiglio ordinario, e 200 del Consigletto, presieduti dai Riformatori e dagli Anziani. Ambrogio Senarega fece la diceria, raccontando cose, che tutti sapevano; finita la quale, Battista Lomellino propose: i 12 della Riforma, già stabiliti da Ottaviano Fregoso, e, come innocui, dal governatore Trivulzio lasciati stare, si confermassero; altri sei mesi di tempo, per fornire l'opera loro, si concedessero: in essi, e nel Senato, tutta l'autorità del Governo si concentrasse: al Doria si commettesse la balía di dare compimento all'affrancazione della patria: per sopperire ai bisogni dello Stato si cavassero da San Giorgio 150 mila scudi di oro, a titolo di presto; i cittadini volenterosi offerissero pecunia di sussidio alla patria; i renitenti tassasse il magistrato: quattro maestri dicampo deputaronsi alla difesa della città, e Filippino Doria capitano a tutte le genti armate meritamente preponevasi.Al governatore Trivulzio pareva, che, nonostante questo affaccendarsi dei cittadini, egli avrebbe potuto ridurli a partito, solo che lo sovvenissero con un 3000 fanti francesi, e rimandò a chiedergli al Sampolo, e questi glieli consentiva; senonchè gli si oppose Francesco Maria duca di Urbino, dichiarando come prima fosse da prendersi Pavia, e a questa impresa desiderarsi le forze intere, poi si sarebbero senz'altro impaccio voltati contro Genova, la quale, sopraffatta dal numero, non avrebbe potuto resistere: parve prudente la proposta, ma spesso accade, che le proposte in apparenza più prudenti, non proviamo più sicure in sostanza; e forse tale consigliando il Duca, compiaceva alla sua natura cauta così, che a molti parve codarda, ond'egli ebbe a patire parecchie trafitture massime da messere Amerigo da San Miniato, che gli compose contra quel sonetto dove si legge il verso:Il Duca vuol per corsaletto un muro;di cui il Duca tanto si arrecò, che, dopo avere adoperato ogni diligenza per averlo nelle mani,tostochè gliele mise addosso lo fece impiccare per la gola; o forse anco il Duca volle dare tempo al Doria di allestire le difese, dacchè grande fosse l'obbligo, che gli professava, per la sua fanciullezza tutelata dalle insidie del Borgia; e quantunque le conghietture, le quali si fondano sopra la gratitudine umana appaiono le più fallaci, tuttavolta nella trama dell'anima anco cotesto affetto entra e va contato.Il Sampolo, desideroso nondimanco di frastornare le provvisioni dei Genovesi, commise al Montjean, colonnello di 3000 Svizzeri, andasse ad invadere l'estreme terre del Genovesato; ma gli Svizzeri trovarono più conto a scorrazzare ed abbottinare le terre che si parassero loro davanti: tra queste Ivrea, che ne rimase deserta. Genova intanto non se ne stava a bada, e occorre scritto come di Corsica tirasse 700 soldati. Sinibaldo Fiesco, nelle sue castella, fece grande adunanza di gente. Lorenzo Cybo raccolse, di Toscana, circa 2000 fanti; in tutti, dicono, sommassero ad 8000 armati. In questa, Pavia cedeva, ed al Sampolo parve non differire più oltre per mandare ad esecuzione il suo disegno contro Genova; valica il Po, e le terre dove passa occupa: a Rocca Fornari si unisce con gli Svizzeri di Montjean, e si avviaper la Polcevera: sarebbe giunto grosso a Genova, se non gli fosse toccato a mettere presidio nei luoghi più aspri di coteste strette montane, nella previsione della ritirata; molto più che a San Francesco della Chiappetta gli si fece incontro Filippino Doria, il quale, con la guerra guerriata delle macchie e delle siepi, prese a tribolarlo. A questo modo il capitano di Francia giunse a San Piero d'Arena, donde inviò un araldo a Genova, che, con uno sproloquio di minacci alla maniera francese, intimò la resa. Risposegli, come si usa da cui fa da vero, poche parole, e buone: e, siccome da certi suoi tiri, che egli forse immaginò furbeschi, parve volesse pigliar lingua dello stato delle faccende, gli dettero i Padri licenza di speculare dove e quanto gli garbasse.Il Bonfadio ci attesta come i signori ciò facessero appunto per vincere lo schermidore di scherma, imperciocchè di difese certo avessero fatto procaccio, ma, o non le fossero tante, come dicono, o se pure erano non bastavano: per la qual cosa Paride Gentile, cui fu dato in custodia l'araldo, procurò che, passando per certe strade, dove vie via i soldati per le scorciatoie lo precorrevano, le trovasse piene di milizie. Ma posto da banda lo strattagemma del Gentile, che troppa copia di milizie i Genovesinon avessero raccolto, lo mostra il fatto, ch'essi non seppero opporsi alla ritirata del Sampolo: alla quale avvertenza taluno risponde, che, ad operare così, furono condotti dal detto antico: — ai nemici fuggenti ponti di oro — ed anco per mostrarsi in qualche modo grati al Sampolo, che impedì si desse il guasto alle possessioni, che i nobili genovesi avevano nel contado, e si ardessero due corpi di nave tirate sul lido di San Piero di Arena: modestia da una parte e dall'altra non sincera nè creduta, imperciocchè il Sampolo, è da riputarsi, che lo facesse per gratificarseli, li sperando amici e disposti a favorirlo, e i Genovesi, per chiarire che non si lasciavano pigliare alle apparenze, procederono rigidissimi contro quelli fra i concittadini loro, che seguitarono le parti di Francia, avendone le persone bandite, i beni incamerati, e due, che caddero loro nelle mani, spietatamente impiccarono.Subito dopo pensarono ad assaltare il Castelletto: anco qui gli storici affermano che il Trivulzio lo rendesse a cagione dei grandi apparecchi militari, che vedeva condurre per espugnarlo, e per diffalta di fodero; e non pare, imperciocchè negli articoli della capitolazione trovi stipulata la facoltà di ordinare dellevittoalie et munitioni de qualunque sorte, che restanoin castello a volontà di Sua Eccellentia[18]; ed a cotesti tempi gli arnesi bellici spesso non bastavano a superare le fortezze; non mai presto.Il Trivulzio si arrese perchè, mandato un uomo a posta al Sampolo, per sentire, che cosa divisasse di fare, n'ebbe in risposta: — «non lo potere in modo alcuno sovvenire» — e voglio credere, che, dopo cosiffatta risposta, a lui, che i Genovesi tennero sempre in pregio, ripugnasse di guastare senza costrutto tanto nobile città: infatti Francesco I ce lo aveva mandato governatore per compiacere alle istanze vivissime del Senato[19]. Caduto il Castelletto in potestà del popolo non ci fu verso a frenarlo per condursi, con zappe e picconi, a sovvertirlo dalle fondamenta; ira di orso, che morde lo spiedo, che lo ha ferito, e lascia andare il cacciatore, che glielo ha vibrato: non mai fortezza difese tiranno contro la virtù di popolo, che risorga; non mai popolo avvilito potè impedire tiranno, che,anco senza fortezze, l'opprimesse, e, disfatte, le rifabbricasse; così, per non dipartirci da Genova, la fortezza della Lanterna, ruinata per ordine di Ottaviano Fregoso ai tempi di Luigi XII, non salvò i Genovesi da tornare in soggezione della Francia: il Castelletto in processo di tempo di nuovo eretto fu di nuovo distrutto, e ai giorni nostri vediamo, prima, sotto pretesto di quartieri militari, e poi, con quello di munire il porto, restituita la Briglia per astuta previdenza di un Lamarmora.Sgombra la città, misero mano a liberare lo Stato. Gavi ebbero a patto dal conte Antonio Guasco, che lo rese per quattordicimila scudi; proposto il medesimo partito a Pietro Fregoso per Novi, non l'ottennero, dacchè questi ributtava ora la offerta, come per lo innanzi respinse il consiglio di Andrea, il quale, appena entrato in Genova, gli mandava scritto: — lasciasse Novi in custodia della Signoria, e come buon cittadino andasse ad abbracciare quella Santa Unione, la quale, col favore et aiuto di Dio, con buoni ordini si era stabilita in maniera, che non poteva venir meno. Perchè a quel modo avrebbe goduto quella terra e restatone signore, che altramente facendo ne lo arieno privato del tutto: et come amico, lo esortava ad approfittarsi della occasione, senza lasciarsi pascere da promesse francesi. —Il Fregoso, che co' consigli di Livio Crotto suo cugino si governava, si ridusse a vivere in Alessandria, lasciando costui a guardia della terra col presidio di 1000 Francesi, i quali, dopo averla inabissata fino al Luglio del 1529, la resero alla Repubblica: così la perse il Fregoso, sè danneggiando e la città, e la Repubblica, giusta il costume degl'irresoluti, e dei dappoco, a cui succede nocere più, che i traditori non facciano. Trovo ricordato però, che i Genovesi avrebbono potuto espugnare Novi subito, indettandosi col conte Belgioioso capitano generale per lo Imperatore di qua dal Po; ma, poichè costui metteva per patto, dopo acquistate Novi ed Ovada, volerle tenere in nome di Cesare, ciò nongustava, ed amarono, innanzi di pigliare coteste terre a quel modo, lasciarle in mano a cui le possedeva; e così costumarono sempre i nostri padri co' potenti confederati, quando ebbero senno[20].Ma la spina nel cuore era Savona, la Cartagine di Genova: amici o nemici, in questo i Genovesi accordarono tutti, che Savona si avesse addirittura a togliere via. Da prima mandaronci Filippino Doria, ed Agostino Spinola, e questo si ricava dal libro manoscritto di ordini testè citato: le istruzioni, che loro commisero vediamo essere molte, ma tutte appuntano ad una sola: si espugni Savona: però, abitando io di presente in parte di Genova, che ricorda sempre, per segni non cancellabili, le immanità operate così su le cose come sopra le persone dai soldati piemontesi, che v'irruppero nel 1849 a spegnere il tumulto, piuttostochè ribellione, suscitatovi per la battaglia di Novara, non vo' tacere, nè devo, che cosa cotesti antichi rettori raccomandassero ai capitani, sul punto di spedirli nella città ribelle, e pertinacemente per volontà, necessariamente per natura nemica: — minaccino dare il guasto ai Savonesi, ma se offeriscono la terra si astallino.... avvertirete sopra ogni altra cosa, che ai nostri sudditi, oppure ad un solo di loro non sia fatto danno alcuno: facendo chetutti gli soldati nostri paghino, nè che l'un suddito offenda l'altro in cosa alcuna et in questo fate esecutione rigidissima, perchè risolutamente vogliamo, che basti degli danni havuti et patiti per i nostri sudditi dai Saonesi. — Ora, se mettansi questi ordini del 1528 in confronto a quello, che fu commesso in Genova nel 1849, vorrei, che mi sapessero dire quale avanzo abbia fatta la civiltà, che sazievolmente noi millantiamo. Arrogi; tutti sanno, che i Piemontesi in Genova briccolarono bombe: di ciò interrogato il ministro Pinelli, con fronte rara altrove, comunissima a Torino, rispondeva così: — niente essere più falso delle bombe briccolate a Genova. — Un certo amico mio, che n'ebbe una proprio in casa, con danno piccolo e pericolo maggiore, presa la bomba ed incastratala nel muro, ci ha posto sotto una tavola marmorea, col giorno in cui gli entrò in casa, e le parole del ministero piemontese per iscrizione. Mi basti tanto.Resistendo ad ogni prova Savona, i Padri, per isgararla, mandaronci Andrea Doria, e Sinibaldo Fiesco, perchè quegli, per la parte di mare, e questi, per la parte di terra, la battessero: un signore di Moret, che la difendeva, la rese a patti: conghietturano pigliasse lo ingoffo, ma si avrebbe a giudicare di no, conciossiachè siaccordasse per lo appunto come il Trivulzio a Genova, voglio dire con la facoltà di mandare un uomo al Sampolo per soccorso, il quale non ricevendo entro certo termine convenuto, si sarebbe arreso. Il Sampolo, ridotto al verde presso Alessandria, non lo potè sovvenire, ed egli si compose pel meglio: però, se da questa maniera accordo non ne venne macchia di onore al Trivulzio, mi sembra giusto, che non si deva appuntare nè manco lui; ma tanto è, o parlando o scrivendo, gli uomini adoperano due pesi e due misure; ed io, senza pure accorgermene, forse come gli altri.Finalmente i Genovesi tengono Savona, e gli ordini focosi, spessi, a più persone mandati perchè la temuta emula cessi di dare noia, sanno di febbre: a noi capitò nelle mani la istruzione a certo messere Loise sopra Savona del 15 Gennaio 1529; in essa gli si raccomanda: — amministri secondo i capitoli di Saona la giustizia civile et criminale,senza passione, in questi massime principii— intanto si vanno componendo nuovi statuti, ma di ciò acqua in bocca; la ruina delle mura verso il mare, la distruzione delle fortezze nuove, specialmente dello Sperone, e il guastamento e il rompimento del porto, mena troppo più in lungo, che non saria il volere et il bisognonostri: però raddoppiate diligenza, acciocchè possiate pervenire al compimento della opera desiderata, et in quella usate tutta la industria, arte, et ingegno vostri. — Ed avvertite, che questi erano i più miti consigli, dacchè Giovambattista Fornari con accesi sermoni aveva instato nelle consulte, affinchè Savona del tutto si sovvertisse, i suoi maggiorenti nel capo si multassero, gli altri per le colonie si disperdessero, ma non prevalse: quello, che si legge nella istruzione a messere Loise, fu fatto; e più, colmarono il porto con barche piene di sassi: quanto a reggimento la riducevano a condizione di soggetti.Ora delle cose interne. Verun popolo mai è stato più dello italiano infelice dopo la potenza romana; tutto gli nocque; il servaggio come la libertà, la virtù nell'arme e gli spiriti imbelli, ignoranza e sapienza; lo eccessivo vigore delle parti, causa di superbia, di rissa e di separazione: i reggimenti diversi, e tutti insieme, o quasi tutti retti da uomini d'ingegno profondo: gli Stati stessi, i quali, per conformità, sembrava si avessero ad accordare fra loro, avversi o per emulazione di potenza, od anco perchè la nimicizia comparisca maggiore tra quelli, che si rassomigliano, ma pure in parte differenziano fra loro. Fra le diverse speciedegli animali, non esclusi gli uomini, i più forti distruggono i più deboli senza pietà; così, tra le repubbliche democratiche, aristocratiche e miste, occorre maggiore astio, che forse tra repubbliche e principati. Oltrechè le repubbliche italiane non trovarono modo di stringersi in confederazione durevole ed efficace fra loro, sicchè ognuna chiuse dentro sè il seme, il quale le tolse di crescere nella pienezza delle forze, e soverchiare su le altre. Venezia, come quella, che presto si compose in aristocrazia, diventò capace piuttosto a conservare, che a conquistare; chè le astutezze temeronsi più assai delle armi, e ci si fece maggiore riparo. Firenze fu bella di libertà popolare, e di vaghezza di arti e di discipline gentili, ma ingegno ella compartiva e modi alla famiglia di quei portentosi popolani, la quale, con istudio di molte generazioni, seppe logorare una grande repubblica, instituire un grande principato non seppe. Genova, con forze bastevoli a fondare uno impero, distrugge ed offende emule potentissime, genera ingegni, che trovano nuovi mondi, e non li danno a lei, nè sa immaginare miglior governo di quello di creditori uniti dal vincolo dei comuni interessi, e dalla necessità di riscuotere i balzelli per rientrare nei propri danari: i nobili lasommovono, ma non la reggono, eccettochè violenti e brevi; il popolo la regge spesso, e non la governa mai: ogni momento i cittadini commettono la libertà lacera in mani straniere per salvarla, e ad ogni momento la ripigliano; nè dal miserabile delirio sanano mai. Noi non potremmo comprendere, che fosse la riforma dello Stato eseguita dal Doria, nè che cosa valesse, laddove, così in due tratti, non si accennasse la storia civile di Genova.Afferma Uberto Foglietta come prima del 1100 non si conoscano annali: veramente oggi per istudii di uomini dotti, massime tedeschi, si conoscono anco più in su, ma non fa caso. Nel 1080 il Governo stette in quattro consoli; poco dopo in sei; indi tornarono quattro: sul principio tutto il governo in tutti; poi taluni preposti alle faccende di fuori ebbero nome di consoli del comune; tal'altri alle interne, in ispecie alla giustizia, ed appellaronsi Consoli dei placiti: la durata varia; ma non si confermarono mai nel maestrato fino al consolo Rustico de Rigo; e fu malo esempio. Intanto si altera la uguaglianza civile per acquisti fatti in terre lontane, come a mo' di esempio gli Embriaci, che diventano signori di Laodicea, di Antiochia, e di altre terre ancora, ovvero per ampliate possessioni in casa, come gli Spinolanella Polcevera; i consoli cittadini, dinanzi alle potentissime famiglie, piegavano o blanditi o atterriti: di qui, come suole, la giustizia guasta: però si ricorreva al rimedio, in cotesti tempi reputato spediente, e fu chiamare un potestà di fuori, dandogli balía di mettere mano nel sangue: al potestà aggiunsero otto cittadini, i quali primi pigliarono nome di nobili, perchè, di petto al potestà, non scomparissero, e fu titolo come sarebbe a dire magnifico: tuttavia, comunque usciti di magistrato, continuarono a chiamarsi così. Con questo reggimento, qualche volta disfatto, ed indi a breve restituito, Genova dura fino al 1227, nel quale anno, gli esclusi dalle cariche non patendo se ne fossero impadronite 250 famiglie sole, che diedero nobili ai potestà, si levarono a rumore, il governo del popolo ristorarono, gli uffici resero comuni a tutti; e andava bene: ma o il sospetto da un lato, o il dispetto dall'altro consigliò, che sopra i nobili si aggravasse la mano; donde nuove congiure, che dapprima non riescono, ma cupidità vince terrore, e, persistendo, i nobili vincono. Ora da questi rivolgimenti scomposti scappa fuori un rimescolío di Potestà stranieri, di oligarchia, e di tribunato, a cui per giunta si arroge la maladizione dei Guelfi e dei Ghibellini; quellipel popolo, questi contro. Come dal fracido nascono i vermini, così, dagli ordini dello Stato corrotti, s'ingenera il tiranno, e in Genova fu Uberto Spinola, il quale però la prima volta, e solo, non fece frutto; la seconda sì, in compagnia di Uberto Doria, e presero titolo di capitani: a causa di gratificarsi le plebi, crearono l'Abate del popolo, specie di tribunato, complice, non freno della tirannide; e il popolo, a cui i nomi, almeno per certo tempo, tengono luogo di cose, per certo tempo quietò.Dopo venti anni il popolo (allora i sonni duravano più lungo, chè nessuno era lì per tentennarlo perchè si svegliasse) si conobbe legato peggio di prima, e di uno strettone rompe i legami: i Doria, e gli Spinola risegnano il capitanato: si richiama il Potestà di fuori; tornano a spartirsi gli uffici tra nobili e plebe. I nobili cedevano, come colui, che si tira indietro per pigliare la rincorsa e slanciarsi più innanzi: battaglie perpetue, e, dopo feroce irrequietezza, codarda agonia di riposo; sicchè non parve infame accogliere signore e paciere dentro ai muri lo imperatore Enrico, quel desso cui i Fiorentini chiusero le porte in faccia; nè lo accolsero solo, ma gli andarono incontro portandogli a regalare pecunia; sessantamila fiorini di oro per lui, e ventimilaper la consorte, e fu nei tempi una grossa moneta. Egli in breve moriva, ma col tiranno non si spenge il servaggio, pellagra di popolo guasto: però Genova si volta e si rivolta, nè trova pace mai, ed ora si dà a Roberto di Napoli, ora a parecchi duchi di Milano; ma, in mezzo a tante nequizie, il popolo s'industria sempre a reprimere la fiera libidine dei nobili, intesi ad arraffargli tutto, per poi contenderselo fra loro. Un Simone Boccanegra, che fu primo doge, li privò degli uffici, del dogado, della facoltà di armare in corso, di mettere in punto navi pei traffici, di molti onori e comodi, e della isola di Chio; e se più tardi con Tommaso Fregoso ricuperarono gli uffici, e le altre prerogative, dal Dogado rimasero sempre esclusi; anzi Giorgio Adorno con solenne decreto statuì il doge avesse ad essere sempre popolano e mercante.Nondimanco i nobili durarono sempre potenti e prepotenti non pure contro il popolo, bensì contra quelli fra i patrizi che reputassero da meno di loro; e nobili per eccellenza si tennero i Doria, gli Spinola, i Fieschi ed i Grimaldi; gli altri chiamaronotetti appesio nobili aderenti; dopo, non paghi di avere messo la discordia fra loro, tentarono sconnettere il popolo e ne vennero a capo suscitandovi dentrole case Fregosa e Adorna; e l'una contro l'altra aizzando destreggiavansi ora co' primi, ora co' secondi, tanto che, cresciuti nelle forze private a scapito della pubblica, usurparono le terre dello Stato, e i Doria si presero Oneglia, i Fieschi Varese, i Grimaldi Monaco, e via discorrendo. Quello che accadde nei tempi prossimi della riforma accennai; il popolo, col doge Paolo da Novi tintore, tornò ad abbassare i nobili concedendo loro degli uffici il terzo, e i due terzi serbando per sè. Luigi XII di Francia ci metteva le mani, e, tagliato prima il capo a Paolo, ripose le cose nello antico assetto, cioè le cariche spartivansi a mezzo tra popolo e nobili.Ottaviano Fregoso, quando Genova si liberò dal dominio di Francia, ordinava, che dodici riformatori con piena balía le antiche leggi abolissero, ovvero emendassero; nuove ne instituissero, affinchè, esperti dei lunghi travagli, la combattuta repubblica avesse pace. Il disegno dell'ottimo cittadino non sortì effetto da prima per la improntitudine del suo fratello Arcivescovo di Salerno, che spaventò quel collegio con le minacce, e poi lo sospinse via violento dal chiostro di San Lorenzo dove si radunava, ed in processo di tempo per la fortuna delle cose, o piuttosto per astio di AndreaDoria, che distolse Francesco I da mandarci doge Cesare Fregoso, ed in sua vece c'inviò governatore il Trivulzio. Durarono in carica i Dodici riformatori; ma sotto la potestà altrui, che altro potevano provvedere se non i riti del servaggio? Questo pertanto si tenga a mente, che nel 1528 Genova era quasi una terra riarsa dalla lava delle discordie civili[21]: i nobili per legge antica esclusi dal Dogado: gli uffici spartiti a mezzo fra il popolo e loro.La riforma del 1528 fu questa: descritte cento famiglie delle principali, donde si esclusero Fregosi, Adorni, Montaldi e Guaschi, se ne cavarono quelle che tenessero sei case aperte in Genova, e sommarono a ventotto, a cui miseronomealberghi; le altre famiglie minori aggregaronsi a taluna delle ventotto confondendo fra loro armi e nome, con questa ragione, che si procurò innestare Guelfi con Ghibellini, e partigiani Adorni con partigiani Fregosi. Il Senato avesse facoltà, non obbligo, di aggregare in capo ad ogni anno dieci famiglie nuove, di cui sette cittadine e tre rivierasche: si ordinasse un libro d'oro, dove si segnassero i primi nobili, e poi i successivi mano a mano che fossero eletti, imperciocchè tutta la universa corporazione pigliasse nome di nobili. In costoro il governo intero, e annualmente riuniti tirassero a sorte trecento, i quali eleggessero a voti cento e costituissero insieme il Consiglio grande della Repubblica: da questo Consiglio usciva il Doge, del quale era officio proporre le leggi, che nuove cose introducessero, od emendassero le vecchie, sicchè altri non poteva; ed, una volta approvate, a lui stava curarne la esecuzione: alla sua persona appartenevano gli onori principeschi, non alla moglie, nè ai figli: abitava il palazzo ducale, e cinquecento trabanti lo custodivano. Ancora, dal Consiglio grande si tiravano a sorte cento, i quali componevano il Magistrato distinto col nome di Consiglietto: questo, unito ai Senatori ed ai Procuratori, amministrava le faccendepiù lievi, ed eleggeva gli officiali civici. Di più il Consiglio grande nominava dodici Senatori (che talora si dissero altresì Governatori); tenevano il maestrato due anni, appunto come il Doge, e questo di opera e di consiglio sovvenivano. Il Doge, finchè duravano i due anni, non poteva uscire di palazzo privatamente; i Senatori, a volta di due per due, stavano chiusi col Doge quattro mesi; di qui il nome di due di casa.Più largo magistrato erano i Procuratori: otto ordinari, eletti pure a voti per un biennio dal Consiglio grande, ma ci entravano come straordinari i dogi e i senatori smessi per tutta la vita: pare vigilassero l'entrate e l'annona. Modesto in vista, e forse più di tutti importante l'officio dei Censori; furono cinque; avevano a curare, che la legge non si alterasse; i Senatori se non dopo ottenuta da loro la patente entravano in carica, sindacavano gli ufficiali tutti, massime il Doge ed i Senatori, gli giudicavano, gli punivano. Il Senato insieme al Consiglio sentenziavano i reati di maestà, gli altri un potestà forestiero assistito da un giudice del maleficio e da un fiscale. Sette uomini chiamati straordinari rendevano ragione civile, pigliando a norma il Diritto romano, gli Statuti e la Consuetudine: composero eziandiouna maniera di guardia urbana per tenere custodita la città con un generale, e quaranta capitani tutti nobili preposti alle milizie divise in quattro decurie; ogni decuria noverava cento uomini. Oltre a ciò tutte le genti dello Stato, così di città come di borghi, atte alle armi, sono descritte dai venti anni ai sessant'anni sotto i loro capitani, alle quali bisognando corre debito trovarsi con le armi in mano secondochè venga loro ordinato: però messe assieme con gli altri potevano gettare un diecimila uomini da fazione, forse anco più, perchè stringendo la necessità, non si avrebbe avuto persona, che si tirasse indietro dallo armarsi; ma di queste si teneva poco conto. In altri tempi siffatta milizia sommò a quarantacinquemila! A tale riducono gli Stati la discordia interna e la forestiera signoria[22]. Lo ufficio di San Giorgio rimane come nel 1447 quando fu istituito Stato nello Stato, e retto da otto protettori.E qui finisce: dicono che qualche cosa di simile facesse lo imperatore Ottone, e citano Tacito, ma veramente in questo scrittore non occorre nulla di ciò, nè in Svetonio, nè in Plutarco; solo sappiamo come Ottone, appenaeletto, conferì la dignità sacerdotale a tutti i personaggi, ai quali siffatto onore si conveniva.Questa riforma fu a quei tempi lodata da tutti; prima, com'è ragione, lodaronla quelli che la fecero; i nobili nei quali si riduceva la somma delle cose la levarono a cielo; il popolo, dacchè i riformatori avevano avuto commissione di restituire la patria alla libertà, e udiva predicare liberissima la riforma, e la notizia della bontà dei reggimenti egli acquista non per discorso di mente, bensì per battiture sopra le spalle, più di tutti ne menava allegrezza. Correva voce, e non era vero, che Carlo V avesse proposto al Doria di farsene addirittura signore[23]; al popolo veramente pareva strano, che lo Imperatore volesse donare quello che non gli apparteneva, ma la supposta modestia di Andrea gli piacque, e quasi a mostrare, che Genova spettava ai Genovesi, prese a volere, che si offerisse ad Andrea il dogato a vita, ed il Senato con un tale suo invito alla trista glielo profferì, ma il Doria non morse all'amo, renunziandolo con parole amplissime:allora gli decretarono altre ricompense, donarongli una casa in piazza San Matteo con la iscrizione, che ancora oggi vi leggiamo murata:S.C. Andreae De Auria Patriae liberatori munus publicum; gli rizzarono una statua condotta in marmo da frate Giovannangiolo Montorsoli nel cortile del palazzo ducale; lui ed i cugini Filippino, Pagano e Tommaso fecero immuni in perpetuo dalle gravezze. Andrea elessero uno dei cinque Censori a vita; e questo ufficio senza farsi pregare accettò. Col medesimo decreto ordinavasi in capo ad ogni anno il 12 Settembre si facciano per tre dì processioni, al fine di ringraziare Dio della ricuperata libertà, con intervento di tutti i sacerdoti e di tutti i Magistrati, inclusive il Consiglio grande. La vigilia la guardia del palazzo col colonnello e le insegne vada a Fassuolo su la piazza davanti al suo palazzo preceduto da un uomo armato di tutto punto, e quivi dopo avere sonato un pezzo spari gli archibugi; e questa festa chiamarono dellaUnione. Non mancarono eziandio di coniare medaglie; quantunque il secolo non fosse come il nostromedagliaio. Ora di tutto ciò, che avanza? La casa donata continua ad essere possessione dei Doria; la esenzione perpetua dalle gabelle da molto tempo cessò, esempio nuovo per avvertiregli uomini, appena padroni del presente, che dal volere in perpetuo si astengano; ma non se ne asterranno. La festa dellaUnionedurò fino al 1796; chè a quell'ora ed anco prima il popolo aveva capito, come della libertà donata dal Doria non ci fosse causa di starsene col cuore contento; anzi gli parve capire l'opposto, onde poco dopo buttò giù la statua assieme all'altra di Giovannandrea suo successore, i di cui frammenti in parte salvati giacciono nel chiostro della chiesa di San Matteo.Pel palazzo vuoto di Andrea zufola il vento; dei marosi quale ha logoro, quale ha svelto i ferri su cui mettevasi il tavolato quando l'ammiraglio dal palazzo si recava sopra la sua capitana. La repubblica di Genova ancora essa non è più. Che dunque rimane di tutto questo? La fama.La fama; non vi ha dubbio, ma i posteri domandano buona o rea; giusta, od ingiusta. I giudizii dei contemporanei vari, e di chi venne dopo: e fie pregio dell'opera esaminarli. Ecci una setta, ch'io chiamerò poetica, la quale presumerebbe che si avesse a dettare storia, come i maestri dell'antica Grecia conducevano le statue degli Dei con opere di scoltura, voglio dire di bellezza perfettissima, senzachè vi apparisseronervo o vena, le quali rammentassero la complessione umana, imperciocchè ella dica: a che giova la sospettosa ricerca? A diffidare della virtù, e se il sospetto si converta in certezza allora il danno diventa anco maggiore. Sicchè pigliamo per buono quello, che dal consenso volgare ci viene porto per tale, e per non partirci da Andrea Doria stiamoci allo Ariosto, che nel XV canto dell'Orlando così giudicò di lui:

Andrea allestito il naviglio si avvia a Gaeta: mantiene in devozione Sprolunga: rende i prigioni di Capri alle dame napoletane, porta vittovaglie a Napoli traversando l'armata nemica. Morte del Lautrecco. Il marchese di Saluzzo dopo alcuna prova di valore si arrende. Pietro Navarro è strangolato. Il nipote di Consalvo onora di sepoltura Lautrecco e Navarro, e ci pone bellissimi epitaffi. — Elogio del Brantôme al Consalvo, e forse tace il meglio. — Andrea si arricchisce con le prede. Galeoni che fossero. — Condizioni presenti di Genova; accuse vere e false contro i Francesi. Andrea muove a liberare Genova dai Francesi; il Rapallo messo degli Otto con prieghi e con minaccie lo dissuade da farsi avanti; non gli dà retta. Strattagemma col quale l'armata francese, durante la notte, fugge da Genova; la perseguita Andrea e piglia due galee. Nuovi ambasciatori a Pegli per distorlo dal disegno di liberare la patria; al medesimo fine Giovambattista Doria gli occorre a San Pier d'Arena. Viltà antiche e moderne. Famiglia Doria per viltà repudia Andrea per consorto scrivendo al Cristianissimo. Ordine per pigliare Genova. Prodezza di Filippino Doria. Palazzo ducale convertito in Lazzaretto. Si chiamano i cittadini a suono di campana e non vengono. Spedisce per le ville messaggi a convocarli in piazza San Matteo, e vengono, ma pochi; espone loro le cause del suo partirsi dalla Francia, però non le espone tutte. I Genovesi, che prima lo ributtavano, orapiangono di tenerezza; un Fiesco vuole dichiararlo di botto liberatore della patria; i più prudenti lo temperano. Radunasi il Consiglio grande; i Dodici della Riforma confermansi. Provvedonsi armi e danari; Andrea preposto a dare compimento alla libertà della patria. Il Trivulzio chiede gente per reprimere il moto di Genova; le nega il Duca di Urbino; natura di costui; Amerigo da Samminiato, che lo dileggia, fa impiccare. Presa Pavia il Sampolo va al ricupero di Genova; arriva in San Pier di Arena; manda ad intimare la resa; araldo ingannato dallo strattagemma del Gentile. Il Sampolo si ritira senza far danno; i Genovesi procedono acerbi contro i parziali di Francia; due ne impiccano; si apparecchiano allo assalto del Castelletto; il quale reso a patti dal Trivulzio, ruinano; liberano lo Stato. Gavi si arrende, Novi no, ma poi hanno anco questa. Prudenza dei Genovesi di non mettere le città in mano ad amici potenti. Si attende a recuperare Savona; confronto di quanto operarono i Genovesi nel 1528 con quello che fecero i Piemontesi nel 1849; resa di Savona; atterransi le mura e si colma il porto. — Principii del governo di Genova. Consoli. Come abbia origine la disuguaglianza civile. Potestà e Nobili. Il governo oligarchico torna ad essere popolesco. Governi scomposti che succedono; Guelfi e Ghibellini; tirannide dei Doria e degli Spinola. Capitani ed Abati del popolo. Nuovi rivolgimenti che inducono a chiamare l'imperatore Enrico di Lucemburgo paciere; morto lui i Genovesi si danno al re di Napoli e ai duchi di Milano. Il popolo, eletto Simone Boccanegra doge, reprime la insolenza dei nobili, che spogliati di ogni prerogativa, la vanno vie via recuperando, eccetto il dogado, donde rimangono esclusi per decreto solenne. Nobili principali;tetti appesi. Famiglie Adorna e Fregosa nimicate per arte dei nobili, che nel torbido usurpano Stati. I Riformatori ordinati da Ottaviano Fregoso non fanno frutto, e perchè. Riformadel 1528 quale. Dicono che lo imperatore Ottone qualche cosa di simile instituisse, e non è vero. Questa riforma lodavano tutti a quei tempi. Corre voce lo Imperatore stimolasse il Doria a farsi signore di Genova, e non è vero; il popolo lo vorrebbe doge a vita, ed ei rifiuta: ricompense pubbliche; statua; censore a vita; festa della Unione instituita che dura fino al 1796. Andrea giudicato dallo Ariosto. Alcuni negano si devano mostrare le azioni umane quali veramente sono, e pretendono si abbiano ad accettare quali compaiono: vanità loro, e ufficio dello storico. Se Andrea provvedesse alla concordia solo o meglio di altrui. Se i partiti giovino alle repubbliche, e come. Popolo escluso dal governo; quali diritti gli conservano.Confogoche fosse. Odio del popolo contro il Doria, che più tardi ne atterra le statue. Nobilume quanto vile. — I nobili vecchi nè anco tutti contenti della riforma. Superbia di nobili vecchi. Il Doria ordinatore della riforma la disprezza. Alberi delle famiglie. Spartizione degli ufficii, che si aveva a smettere, non si smette. — Nobili nuovi male soddisfatti della riforma, e perchè. — Altri errori della riforma descritti. — Merito del Doria nel liberare Genova dai Francesi. — Il Doria rende Genova serva degli Spagnuoli, e se ne adducono prove. — Pensa di pigliare con sue arti gli Spagnuoli, ed è preso. — Misero stato di Genova. — Giudizio dell'Oratore veneto su Genova. — Turpe gara degli oratori genovesi co' ferraresi e sanesi alla incoronazione di Carlo V. — Andrea locandiere, e soprassagliente dei reali di Spagna: lega ai posteri la servitù col suo testamento. — Turpi lodi del Bonfadio. — Andrea non si poteva ad un tratto farsi tiranno della patria, e perchè. — La tirannide mostra i denti con Giannettino figliuolo adottivo di lui. — Caso di Uberto Foglietta. — Parallelo tra Ottaviano Fregoso e Andrea Doria. — Giudizio sul Doria di scrittori moderni. — Elogi, scrittureda abbonirsi. — Andrea nemico della libertà di Firenze e di Siena. — Ammazzato Alessandro manda soldati a tener fermo lo Stato. — Difese del Doria non reggono. — Che poteva egli fare per Genova; — che cosa per la Italia e nol fece. — Doria grande capitano, non grande cittadino.

Andrea allestito il naviglio si avvia a Gaeta: mantiene in devozione Sprolunga: rende i prigioni di Capri alle dame napoletane, porta vittovaglie a Napoli traversando l'armata nemica. Morte del Lautrecco. Il marchese di Saluzzo dopo alcuna prova di valore si arrende. Pietro Navarro è strangolato. Il nipote di Consalvo onora di sepoltura Lautrecco e Navarro, e ci pone bellissimi epitaffi. — Elogio del Brantôme al Consalvo, e forse tace il meglio. — Andrea si arricchisce con le prede. Galeoni che fossero. — Condizioni presenti di Genova; accuse vere e false contro i Francesi. Andrea muove a liberare Genova dai Francesi; il Rapallo messo degli Otto con prieghi e con minaccie lo dissuade da farsi avanti; non gli dà retta. Strattagemma col quale l'armata francese, durante la notte, fugge da Genova; la perseguita Andrea e piglia due galee. Nuovi ambasciatori a Pegli per distorlo dal disegno di liberare la patria; al medesimo fine Giovambattista Doria gli occorre a San Pier d'Arena. Viltà antiche e moderne. Famiglia Doria per viltà repudia Andrea per consorto scrivendo al Cristianissimo. Ordine per pigliare Genova. Prodezza di Filippino Doria. Palazzo ducale convertito in Lazzaretto. Si chiamano i cittadini a suono di campana e non vengono. Spedisce per le ville messaggi a convocarli in piazza San Matteo, e vengono, ma pochi; espone loro le cause del suo partirsi dalla Francia, però non le espone tutte. I Genovesi, che prima lo ributtavano, orapiangono di tenerezza; un Fiesco vuole dichiararlo di botto liberatore della patria; i più prudenti lo temperano. Radunasi il Consiglio grande; i Dodici della Riforma confermansi. Provvedonsi armi e danari; Andrea preposto a dare compimento alla libertà della patria. Il Trivulzio chiede gente per reprimere il moto di Genova; le nega il Duca di Urbino; natura di costui; Amerigo da Samminiato, che lo dileggia, fa impiccare. Presa Pavia il Sampolo va al ricupero di Genova; arriva in San Pier di Arena; manda ad intimare la resa; araldo ingannato dallo strattagemma del Gentile. Il Sampolo si ritira senza far danno; i Genovesi procedono acerbi contro i parziali di Francia; due ne impiccano; si apparecchiano allo assalto del Castelletto; il quale reso a patti dal Trivulzio, ruinano; liberano lo Stato. Gavi si arrende, Novi no, ma poi hanno anco questa. Prudenza dei Genovesi di non mettere le città in mano ad amici potenti. Si attende a recuperare Savona; confronto di quanto operarono i Genovesi nel 1528 con quello che fecero i Piemontesi nel 1849; resa di Savona; atterransi le mura e si colma il porto. — Principii del governo di Genova. Consoli. Come abbia origine la disuguaglianza civile. Potestà e Nobili. Il governo oligarchico torna ad essere popolesco. Governi scomposti che succedono; Guelfi e Ghibellini; tirannide dei Doria e degli Spinola. Capitani ed Abati del popolo. Nuovi rivolgimenti che inducono a chiamare l'imperatore Enrico di Lucemburgo paciere; morto lui i Genovesi si danno al re di Napoli e ai duchi di Milano. Il popolo, eletto Simone Boccanegra doge, reprime la insolenza dei nobili, che spogliati di ogni prerogativa, la vanno vie via recuperando, eccetto il dogado, donde rimangono esclusi per decreto solenne. Nobili principali;tetti appesi. Famiglie Adorna e Fregosa nimicate per arte dei nobili, che nel torbido usurpano Stati. I Riformatori ordinati da Ottaviano Fregoso non fanno frutto, e perchè. Riformadel 1528 quale. Dicono che lo imperatore Ottone qualche cosa di simile instituisse, e non è vero. Questa riforma lodavano tutti a quei tempi. Corre voce lo Imperatore stimolasse il Doria a farsi signore di Genova, e non è vero; il popolo lo vorrebbe doge a vita, ed ei rifiuta: ricompense pubbliche; statua; censore a vita; festa della Unione instituita che dura fino al 1796. Andrea giudicato dallo Ariosto. Alcuni negano si devano mostrare le azioni umane quali veramente sono, e pretendono si abbiano ad accettare quali compaiono: vanità loro, e ufficio dello storico. Se Andrea provvedesse alla concordia solo o meglio di altrui. Se i partiti giovino alle repubbliche, e come. Popolo escluso dal governo; quali diritti gli conservano.Confogoche fosse. Odio del popolo contro il Doria, che più tardi ne atterra le statue. Nobilume quanto vile. — I nobili vecchi nè anco tutti contenti della riforma. Superbia di nobili vecchi. Il Doria ordinatore della riforma la disprezza. Alberi delle famiglie. Spartizione degli ufficii, che si aveva a smettere, non si smette. — Nobili nuovi male soddisfatti della riforma, e perchè. — Altri errori della riforma descritti. — Merito del Doria nel liberare Genova dai Francesi. — Il Doria rende Genova serva degli Spagnuoli, e se ne adducono prove. — Pensa di pigliare con sue arti gli Spagnuoli, ed è preso. — Misero stato di Genova. — Giudizio dell'Oratore veneto su Genova. — Turpe gara degli oratori genovesi co' ferraresi e sanesi alla incoronazione di Carlo V. — Andrea locandiere, e soprassagliente dei reali di Spagna: lega ai posteri la servitù col suo testamento. — Turpi lodi del Bonfadio. — Andrea non si poteva ad un tratto farsi tiranno della patria, e perchè. — La tirannide mostra i denti con Giannettino figliuolo adottivo di lui. — Caso di Uberto Foglietta. — Parallelo tra Ottaviano Fregoso e Andrea Doria. — Giudizio sul Doria di scrittori moderni. — Elogi, scrittureda abbonirsi. — Andrea nemico della libertà di Firenze e di Siena. — Ammazzato Alessandro manda soldati a tener fermo lo Stato. — Difese del Doria non reggono. — Che poteva egli fare per Genova; — che cosa per la Italia e nol fece. — Doria grande capitano, non grande cittadino.

Andrea andava mettendo diligentemente in sesto le sue galere, che, alla consueta solerzia, adesso si aggiungeva la voglia di mostrare a Cesare quale e quanto amico avesse guadagnato, a Francesco, perduto; condotta poi la consorte Peretta a Lucca e quivi lasciatala, remigò per Napoli, dove arrivato, gli capitarono messi del cardinale Colonna, i quali gli commettevano: movesse da monte Circello verso Sprolunga per mantenere in devozione gli uomini di cotesta terra, spaventandoli un poco, però che si mostrassero in mal punto restii a fornire le vittovaglie; e riuscì facile impresa, imperciocchè non fosse in loro punto di malvolere, sibbene suggezione del presidio francese; onde, pigliato animo dalla presenza del naviglio imperiale, i terrazzani, respinti i Francesi, acclamarono Andrea, il quale, contenute coteste voci, ordinò salutassero lo Imperatore. Quinci mosse a Gaeta, dove non istette ad aspettarlo Giovanni Caracciolo principe di Melfi, che la teneva assediata: però grandi e festoseaccoglienze gli fece il Cardinale, esultante nella certezza, che le parti di Cesare prevalessero, e più pel rivedere i congiunti caduti prigioni nella battaglia di Capri; tuttavolta Andrea pregò il Cardinale, fosse contento di lasciarglieli nelle mani tanto ch'ei potesse consegnarli alle dame napolitane ridotte in Ischia; cosa, che di leggieri gli venne annuita: egli allora, caricata prima su le galee e sopra i legni minori copia di farina, si volse ad Ischia per compire la sua cortesia; e se ciò fosse con giubilo delle dame, massime delle parenti e delle mogli dei prigionieri, lo pensi chi legge. Quinci nonostantechè il Principe di Oranges lo ammonisse a badarsi, avendo saputo che gli venivano addosso dodici galee francesi, e sedici veneziane, volle sferrare, e prendere porto a Napoli a loro dispetto: di vero alla vista delle gentildonne, che dalle finestre come in teatro stavano a contemplare lo spettacolo, incominciò con avvolgimenti maestri a badaluccare ora con l'una, ora coll'altra delle galee nemiche a mo' di duello, finchè, scorgendole raccolte tutte in battaglia, schivato lo impari scontro, scivolò nel porto di Napoli conducendo in salvo tutto il carico delle farine. Il Lautrecco sotto Napoli di peste miseramente periva; gli subentrava il Marchese di Saluzzo nel comando ormaipieno di pericolo, scemo di gloria; imperciocchè non presentasse altra speranza, da quella in fuori di ritirarsi senza che andasse a sfragello; ma non gli riuscì, quantunque levasse il campo, nel fitto della notte, secondato da sconcio acquazzone; inseguito con la spada nei reni dagl'Imperiali, gli bastò il cuore di voltare faccia a Nola, rintuzzando co' cavalli di Valerio Orsino, e di Ferrante Gonzaga, la foga dei persecutori; pure prima ebbe rotta la retroguardia, poi la battaglia; con la vanguardia sola attinse Aversa, e qui gli toccò a rendersi.

Narrando la vita di Andrea Doria, io comprendo ottimamente come possa parere a taluno, che, accennando così di volo i fatti generali entro cui si incastrano i gesti del nostro eroe, bastasse, e ce ne fosse di troppo, senza andare a discorrere quelli degli altri, e parrà bene; tuttavolta io non valgo a trattenermi di ricordare una opera di personaggio da inclito genitore, inclito discendente. Quando la virtù dalle radici si dirama per l'arbore, s'intende che sia nobiltà, e come un dì si procacciasse reverenza, e come oggi per le ragioni contrarie si procacci ludibrio dalle genti; nè il lettore m'invidii, se, affaticandomi in su questo doloroso deserto, che si chiama storia, qualora mi occorra una sorgente, mi ci fermi, per darne all'anima refrigerio.

Nella rotta dello esercito francese, cadde prigione Piero di Navarra, il quale di staffiere del cardinale di Aragona, per la sua virtù, pervenne agli onori supremi; di lui scrissero gli Spagnuoli, che fu uomo d'infinita perizia, e di astutezza unico; nello immaginare mine ed artificii, atti alla espugnazione delle terre, singularissimo; nel maneggio delle artiglierie, primo fra tutti, e nell'arte di condurre gli strattagemmi; giudizio, che, universalmente dai suoi contemporanei ripetuto, i posteri confermarono. Fatto prigioniero dai Francesi nel 1512 alla battaglia di Ravenna, per avarizia del re Ferdinando di Spagna non fu mai riscattato; lo liberò Francesco I, e per siffatto modo stretto dal benefizio, ne seguì la bandiera: ragione per operare questo egli ebbe; il fatto era di bene dodici anni antico, ereditaria la ingiuria a Carlo V, e nondimanco immortale l'odio di lui: onde l'Imperatore, senza ritegno alcuno, ordinava al suo carceriere Riccardo gli mozzasse il capo: ciò parve barbaro al carceriere, molto più, che il Navarro fosse vecchio, e ormai ridotto a pessimi termini di salute; egli per tanto tolse sopra sè di farlo finire, chi dice con la corda per mano del boia, chi soffocandolo co' guanciali; pietà da schiavo, pure pietà. Poco dopo Luigi, nipote di Consalvo appellatogran capitano, principe di Sessa, dava al Navarro ed al Lautrecco nobilissima sepoltura nella sua cappella gentilizia, nella chiesa di Santa Maria nuova di Napoli, ponendo al primo questo epitaffio:

— Alla memoria, e alle ossa di Piero Navarro biscaglino, nell'arte arguta di espugnare città chiarissimo, Ferdinando Consalvo, figliuolo di Luigi, nipote al magno Consalvo, principe di Sessa, onestò con lo ufficio del sepolcro un capitano, quantunque seguace delle parti di Francia, chè la virtù induce a reverenza anco il nemico. —

Quello del Lautrecco, dettato anch'esso nel sermone latino, suona in quest'altra maniera: — A Odetto di Foa Lautrecco, Ferdinando Consalvo, figlio di Luigi di Cordova, nipote del magno Consalvo. Le ossa di lui, capitano di Francia, come volle fortuna, senza onore giacendo nella cappella avita, il principe spagnolo, memore delle miserie umane, ordinò si ponesse[15]. —

Quindi il vecchio Brantôme, gentiluomo davvero, con bella eloquenza esclama: ed ecco un principe degno di laude eccelsa, però che, quantunquenemico, si mosse a fare al suo nemico così onorata e santa cortesia. Ordinariamente gli onesti uffici costumansi tra nemici viventi, più che per altro, per fiducia di compenso se mai uno venisse a cascare nelle mani dell'altro; ma, da vivo a morto, si guadagna poco. Certo si legge: Annibale avere onorato le ceneri di Marcello con urna preziosissima: ancora vedesi spesse fiate i nemici rimandare i corpi dei nemici spenti ai congiunti loro, ed agli amici, affinchè gli seppelliscano: dove poi gli accompagnino con pompe, o associazioni magnifiche, tanto maggiormente saliscono in fama di pii e di cortesi, come appunto fece il Marchese di Pescara con quello del cavaliere Baiardo, ma io vorrei un po' che oltre Luigi Consalvo m'insegnassero un secondo nemico, il quale commettesse così grossa spesa per onorare di sepolcro sontuoso il nemico, affinchè potessi registrarlo qui in memoria perpetua accanto a cotesto cavaliere cortese.

Nè per mio avviso il Brantôme ha detto tutto, anzi ha taciuto il meglio, ed è avere osato dare sepoltura ed encomio a tale, che, per comando del suo antico signore, aveva patito morte ignominiosa. Oggi questo non pure non si attenterebbero fare, ma nè anco pensare; e forse erro; l'oserebbe qualcheduno delpopolo, nell'anima del quale ribollono vizii e virtù, come gli elementi nei primordii della creazione del mondo, per comporre a posta loro un nuovo mondo politico. Ritorno al Doria.

Essendosi Andrea messo a perseguitare le galee dei Francesi, che, sceme di presidio, in atto di fuggiasche si riducevano a Marsiglia, dicono ch'ei ne pigliasse quattro, due a Genova, e due a Varagine, e le mettesse in acconto dei suoi crediti con la Francia, ma non è vero, imperciocchè, essendosegli rotto il timone presso Ostia, perse tempo a restaurarlo, sicchè l'armata francese lo precorse sempre di cinquanta in sessanta miglia; bensì, passando lungo la costa delle Cinque terre, s'impadronì di due galee cariche di grano di un corsale marsigliese; che rimburchiò seco a Portofino; e prima aveva preso un galeone carico di zolfo, ed un altro sopra a Piombino con robe e cavalli; e perchè quale dei lettori lo ignorasse sappia galeoni che fossero, dirò, ch'erano legni di lunghezza pari alle galee, ma altissimi, foderati di grosso legname, con la poppa e la prua ricurve così, che più che di altro offerivano la forma del quarterone della luna; per l'altezza della sponda non andando a remi, lenti incedevano e male si governavano.

Mentre che Andrea si avvicina a Genova, perrestituirla in istato, che allora parve a molti, ed oggi tuttavia a qualcheduno pare libertà, vuolsi, che da noi si accenni a quali estremi fosse ridotta. Francia, crescendo ogni giorno nel maltalento, favoriva, a suo scapito, Savona; quindi di male in peggio i commerci; la riscossione delle gabelle impedivasi: da un lato aumentavano i bisogni, dall'altro le rendite diminuivano; a tutto questo arrogi la peste, a cui male si sarebbe potuto pigliare rimedio anco in tempi prosperi; adesso non se ne pigliava alcuno. Giambattista Lasagna, oratore della Repubblica presso il Cristianissimo, mandava lettera per torre via ogni speranza di mitigato animo nei consiglieri di Francia, che dicevano ormai risoluti a sostituire Savona a Genova nel principato della Liguria. Correva voce, che il Trivulzio avesse richiesto il Sampolo, capitano dello esercito della lega in Lombardia, di un nerbo di gente per tenere in cervello la città, ed era vero; correva voce altresì, che i Francesi avessero immessa la peste a Genova, e ve la mantenessero per disertarla, ed era falso; e nondimanco questo il volgo patrizio e plebeo credeva più assai di quello, come vuole ignoranza, la quale tanto più facile dà fede alle cose, quanto compaiono più esorbitanti e terribili. Così volgevano gli umoridei cittadini in Genova quando Andrea, con le galee, giunse alla Spezia. Lì primo gli occorse Geronimo Rapallo, uno degli Otto, che, presieduti dal Trivulzio, in nome di Francia reggevano Genova, il quale con parole, a volta a volta blande, od acerbe, lo intimava a volgere le prue, e non attentarsi di scompigliare il pacifico vivere di Genova: guardollo in volto Andrea, e gli rispose ordinando sfrenellassero i remi, e li mettessero in voga, sicchè sul tramonto del sole egli giunse a dare fondo alle ancore tra Carignano e Sarzano. Quinci spedita una fregata per pigliare lingua di quello, che si facesse al molo, questa tornò ad ammonirlo, che le galee francesi stavano rafforzandosi ai ponti della città, ed, a quanto pareva, gran calca agitavasi intorno, per la quale cosa non giudicò prudente tentare al buio la impresa; durante la notte sentì quasi continuo il trarre delle artiglierie, e non sapendo a che cosa attribuire tutta cotesta gazzarra, si tenne fermo; appena mezzo giorno, si spinse oltre, attelando l'armata a guisa di mezza luna tra la punta del molo e la lanterna, ma allora gli si fece palese lo strattagemma nemico, il quale con lo strepito dei cannoni coprendo i fischi dei comiti, il rumore dei remi, e le grida delle ciurme se l'era svignata. Andrea infellonito per averdato nel bertovello prese a furia di remi a tempestare sul mare; ma le galee francesi avevano tolto troppo campo su lui per potere essere agguantate tutte; ne catturò due, una ad Arenzano, l'altra a Cogoleto; le altre inseguì fino al monastero di Arenò, dove diede volta per non perdere la occasione di liberare la patria.

Con quanta ansietà egli vogasse verso Genova può immaginare chi legge; e certo quando, in prossimità di Pegli, gli si fece incontro una galea di quelle che custodivano il porto, per fermo ei tenne che i cittadini mandassero gente a profferirsegli compagni nei pericoli della impresa; invece erano tre ambasciatori, che, in nome della città, lo scongiuravano a porre giù l'anima da tentativo così pernicioso: non gli basterebbero le forze per impadronirsi di Genova; ad ogni modo espugnare il Castelletto non saprebbe, e, con questo sul collo, i cittadini avere a tremare gli ultimi eccidii: starsi accampato a Pavia uno esercito intero potentissimo di Francesi e di Veneziani, il quale si sarebbe mosso a soccorrere Genova se avesse retto ai primi assalti, ed a ricuperarla perduta: se amava la patria davvero si accordasse col Trivulzio, il quale proponeva restituire Savona a Genova, perchè a suo talento la governasse:Genova in perfetto stato di repubblica si componesse, di fuori ei non chiamerebbe gente (e Andrea sapeva per segreto avviso mandatogli dai suoi parziali per mezzo di Giovanni Lasagna, come di già con replicati messi l'avesse chiamata); di tanto dirsi il popolo contento, non pretendesse delle cose il troppo; rovina delle imprese, per ordinario, essere la presunzione dello stravincere. Andrea gli agguardò, non fiatò e diede ordine si tirasse innanzi.

Nè finivano qui le tribulazioni, chè a San Piero di Arena ecco occorrergli Giovambattista Doria suo consorte, e fratello a Geronimo, che poi fu cardinale, e Andrea onorava per suo svisceratissimo, a sciorinargli sciolemi atti a gittare la perturbazione nell'animo di già agitato.

In ogni tempo vissero tristi, che si rassegnarono a mangiare pane e vergogna, e persuasero gli altri a starsi contenti per paura di peggio, come se la morte non avesse a salutarsi allora liberatrice; in ogni tempo furono mali cristiani, che per non provocare gli oppressori quietarono codardamente, e confortarono gli altri a quietarsi, fosse pure dentro al sepolcro: frenello alle bocche in procinto di prorompere in liberi accenti; ceppo alle mani già pronte a stendersi in liberi atti: sgomentatori degli animosi, calunniatori dei caduti, epoi, secondo che la occasione concede, o soppiantatori o adulatori dei fortunati. Vissero, e vivono, e, intanto che speriamo eglino abbiano a cessare, noi li vediamo moltiplicare strabocchevolmente, conforme è natura di tutte le cose cattive.

Anco cotesto suo congiunto Andrea appuntò dentro gli occhi tanto ch'ei non ne sostenne la vista, però che gli balenassero di luce sinistra per la memoria, che in quel punto lo assalse della infamia, con la quale si era vituperata la gente Doria, che non aborrì nel diciotto del passato Agosto scrivere lettere turpi al Cristianissimo in vilipendio di lui, dove dopo averlo rigettato dalla parentela loro, con ogni maniera abiezioni si umiliavano al Re[16]: masi contenne, però che Andrea non si mostrasse meno potente a vincere le tempeste dell'anima, che quelle del mare: onde rivolto a Giambattista, e agli altri messi, i quali, a quanto sembra, erano rimasti a bordo della sua galea, con pacato e succinto sermone disse: — sè essere risoluto a liberare la patria, impresa dove nessuno dovea risparmiare il proprio sangue; quanto a lui confidava, che la opera come era giusta, e pia nel principio, così nel fine sarebbe riuscita felice. —

Andò a mettersi da capo tra Sarzano e Carignano, e quivi chiamati intorno a sè il conte Filippino Doria, e gli altri valorosi compagni, aperse loro la propria mente, invocandoli aiutatori alla impresa. Risposero tutti: che volentieri, e sopra tutti mostrandosi acceso Filippino Doria, con gran voce esclamò: — andiamocon lo aiuto di Dio, che oggi comunque la vada non possiamo perdere. — E questo disse col medesimo concetto del Ferruccio, il quale, in procinto di mettersi allo sbaraglio nella estrema battaglia, si valse delle stesse parole, volendo significare, che, cimentandosi per la patria, se si vinca, si acquistano i premi che qualche volta gli uomini compartiscono in questa vita, se si muoia si acquistano quelli, che Dio sempre serba ai meritevoli nell'altra, e in ogni evento si guadagna la bella fama, che i tristi possono invidiare, non torre.

Filippino pertanto, come più acceso degli altri, sbarcò, senza mettere tempo fra mezzo, la gente di tre galee a Carignano presso il palazzo Sauli, si avviò a porta dell'Arco, e, presala, proseguì per la piazza nuova. Cristoforo Pallavicino, e Lazzaro Doria procederono ad assalire la porta di Santo Stefano e il lido, commessi alla custodia del Broassino, che reputò spediente non opporre resistenza; però messoci presidio si affrettarono a riunirsi con Andrea; il quale a posta sua buttò in terra il presidio di cinque galee alla porta della Giaretta del molo presso San Marco, fugata agevolmente una compagnia di francesi, che la guardava (altri all'opposto afferma ch'ei fossero Genovesi comandati da Giovanni Brandocôrso[17]) tendeva al palazzo ducale. Invece d'incontrare resistenza, come gli oratori gli avevano dato ad intendere, per atterrirlo, a tanto, per colpa della peste, di desolazione era ridotta Genova, che, per tutto il tratto di via, che giace fra la spiaggia e il palazzo, Andrea non occorse in anima viva, tranne una donna. Giunto al palazzo, custodito da cinquanta Svizzeri appena, i quali subito si arresero, con amaritudine conobbe come lo avessero convertito in lazzeretto di appestati, nè si trattenne per questo da entrarvi, ed ordinare dessero nella campana della Torre per raccogliere i cittadini, e poichè, aspettato un pezzo, vide, che, o per tema della peste o per altro, non accorrevano, egli si ridusse a San Matteo, quartiere della sua famiglia, e quindi spedì uomini in volta, non pure per la città, ma eziandio per le ville di Albaro e di San Piero di Arena, perchè convocassero così patrizii, come plebei nella piazza davanti la chiesa, che da cotesto santo s'intitola.

I chiamati, alla fine, vennero, quantunque pochi. Andrea, dopo alternate le accoglienze, espose con efficace discorso le cause del suo abbandonodalla Francia, le quali disse essere state Savona tratta su a spiantamento di Genova, le non comportabili gravezze, il governatore straniero, la mala signoria di Francia, e queste erano vere, eccetto il governatore straniero, ch'egli stesso aveva consigliato al Re per escludere il Fregoso, e come in parte soltanto vere, così non erano tutte, nè le più stringenti per lui, ma, sì versando sopra la persona, e gl'interessi proprii, tacque delle altre; di sè toccò appena, e si distese, prudentemente generoso, sopra i beni della libertà, alla occasione mirabile di riordinarsi in repubblica con migliorati provvedimenti, onde la giustizia si fondasse su cardini sicuri, le leggi prevalessero, le fazioni cessassero. Lo Imperatore piglierebbe a proteggere lo Stato: quanto a lui, essersi messo a cimento per cominciare; si chiamerebbe soddisfatto, a prezzo di tutto il suo sangue, di potere finire: che se la Provvidenza lo risparmiasse, non accetterebbe altro premio del suo operato, da quello in fuori di lasciare la patria libera nelle mani dei suoi concittadini; egli poi se ne anderebbe, con le galee, al servizio di qualche principe della Cristianità, che volesse e potesse purgare il nostro mare dalla infamia del Turco. Parlava un po' da eroe, un po' da furbo, ma del furbo non si accorsero allora iGenovesi, i quali, per tenerezza, piangevano. Un Franco Fiesco non rifiniva di fare le stimate, ed avrebbe voluto, lì di botto, con pubblico decreto, si dichiarasse Andrea liberatore e padre della patria: ai più cauti parve buono soprassedere, perocchè, essendo in pochi, non sarebbe apparso laudevole indizio di concordia deliberare su cosa di tanto momento, senza il voto degli assenti.

Il giorno successivo i cittadini, remossi gli appestati, convennero nel palazzo: erano 600; 400 del Consiglio ordinario, e 200 del Consigletto, presieduti dai Riformatori e dagli Anziani. Ambrogio Senarega fece la diceria, raccontando cose, che tutti sapevano; finita la quale, Battista Lomellino propose: i 12 della Riforma, già stabiliti da Ottaviano Fregoso, e, come innocui, dal governatore Trivulzio lasciati stare, si confermassero; altri sei mesi di tempo, per fornire l'opera loro, si concedessero: in essi, e nel Senato, tutta l'autorità del Governo si concentrasse: al Doria si commettesse la balía di dare compimento all'affrancazione della patria: per sopperire ai bisogni dello Stato si cavassero da San Giorgio 150 mila scudi di oro, a titolo di presto; i cittadini volenterosi offerissero pecunia di sussidio alla patria; i renitenti tassasse il magistrato: quattro maestri dicampo deputaronsi alla difesa della città, e Filippino Doria capitano a tutte le genti armate meritamente preponevasi.

Al governatore Trivulzio pareva, che, nonostante questo affaccendarsi dei cittadini, egli avrebbe potuto ridurli a partito, solo che lo sovvenissero con un 3000 fanti francesi, e rimandò a chiedergli al Sampolo, e questi glieli consentiva; senonchè gli si oppose Francesco Maria duca di Urbino, dichiarando come prima fosse da prendersi Pavia, e a questa impresa desiderarsi le forze intere, poi si sarebbero senz'altro impaccio voltati contro Genova, la quale, sopraffatta dal numero, non avrebbe potuto resistere: parve prudente la proposta, ma spesso accade, che le proposte in apparenza più prudenti, non proviamo più sicure in sostanza; e forse tale consigliando il Duca, compiaceva alla sua natura cauta così, che a molti parve codarda, ond'egli ebbe a patire parecchie trafitture massime da messere Amerigo da San Miniato, che gli compose contra quel sonetto dove si legge il verso:

Il Duca vuol per corsaletto un muro;

Il Duca vuol per corsaletto un muro;

di cui il Duca tanto si arrecò, che, dopo avere adoperato ogni diligenza per averlo nelle mani,tostochè gliele mise addosso lo fece impiccare per la gola; o forse anco il Duca volle dare tempo al Doria di allestire le difese, dacchè grande fosse l'obbligo, che gli professava, per la sua fanciullezza tutelata dalle insidie del Borgia; e quantunque le conghietture, le quali si fondano sopra la gratitudine umana appaiono le più fallaci, tuttavolta nella trama dell'anima anco cotesto affetto entra e va contato.

Il Sampolo, desideroso nondimanco di frastornare le provvisioni dei Genovesi, commise al Montjean, colonnello di 3000 Svizzeri, andasse ad invadere l'estreme terre del Genovesato; ma gli Svizzeri trovarono più conto a scorrazzare ed abbottinare le terre che si parassero loro davanti: tra queste Ivrea, che ne rimase deserta. Genova intanto non se ne stava a bada, e occorre scritto come di Corsica tirasse 700 soldati. Sinibaldo Fiesco, nelle sue castella, fece grande adunanza di gente. Lorenzo Cybo raccolse, di Toscana, circa 2000 fanti; in tutti, dicono, sommassero ad 8000 armati. In questa, Pavia cedeva, ed al Sampolo parve non differire più oltre per mandare ad esecuzione il suo disegno contro Genova; valica il Po, e le terre dove passa occupa: a Rocca Fornari si unisce con gli Svizzeri di Montjean, e si avviaper la Polcevera: sarebbe giunto grosso a Genova, se non gli fosse toccato a mettere presidio nei luoghi più aspri di coteste strette montane, nella previsione della ritirata; molto più che a San Francesco della Chiappetta gli si fece incontro Filippino Doria, il quale, con la guerra guerriata delle macchie e delle siepi, prese a tribolarlo. A questo modo il capitano di Francia giunse a San Piero d'Arena, donde inviò un araldo a Genova, che, con uno sproloquio di minacci alla maniera francese, intimò la resa. Risposegli, come si usa da cui fa da vero, poche parole, e buone: e, siccome da certi suoi tiri, che egli forse immaginò furbeschi, parve volesse pigliar lingua dello stato delle faccende, gli dettero i Padri licenza di speculare dove e quanto gli garbasse.

Il Bonfadio ci attesta come i signori ciò facessero appunto per vincere lo schermidore di scherma, imperciocchè di difese certo avessero fatto procaccio, ma, o non le fossero tante, come dicono, o se pure erano non bastavano: per la qual cosa Paride Gentile, cui fu dato in custodia l'araldo, procurò che, passando per certe strade, dove vie via i soldati per le scorciatoie lo precorrevano, le trovasse piene di milizie. Ma posto da banda lo strattagemma del Gentile, che troppa copia di milizie i Genovesinon avessero raccolto, lo mostra il fatto, ch'essi non seppero opporsi alla ritirata del Sampolo: alla quale avvertenza taluno risponde, che, ad operare così, furono condotti dal detto antico: — ai nemici fuggenti ponti di oro — ed anco per mostrarsi in qualche modo grati al Sampolo, che impedì si desse il guasto alle possessioni, che i nobili genovesi avevano nel contado, e si ardessero due corpi di nave tirate sul lido di San Piero di Arena: modestia da una parte e dall'altra non sincera nè creduta, imperciocchè il Sampolo, è da riputarsi, che lo facesse per gratificarseli, li sperando amici e disposti a favorirlo, e i Genovesi, per chiarire che non si lasciavano pigliare alle apparenze, procederono rigidissimi contro quelli fra i concittadini loro, che seguitarono le parti di Francia, avendone le persone bandite, i beni incamerati, e due, che caddero loro nelle mani, spietatamente impiccarono.

Subito dopo pensarono ad assaltare il Castelletto: anco qui gli storici affermano che il Trivulzio lo rendesse a cagione dei grandi apparecchi militari, che vedeva condurre per espugnarlo, e per diffalta di fodero; e non pare, imperciocchè negli articoli della capitolazione trovi stipulata la facoltà di ordinare dellevittoalie et munitioni de qualunque sorte, che restanoin castello a volontà di Sua Eccellentia[18]; ed a cotesti tempi gli arnesi bellici spesso non bastavano a superare le fortezze; non mai presto.

Il Trivulzio si arrese perchè, mandato un uomo a posta al Sampolo, per sentire, che cosa divisasse di fare, n'ebbe in risposta: — «non lo potere in modo alcuno sovvenire» — e voglio credere, che, dopo cosiffatta risposta, a lui, che i Genovesi tennero sempre in pregio, ripugnasse di guastare senza costrutto tanto nobile città: infatti Francesco I ce lo aveva mandato governatore per compiacere alle istanze vivissime del Senato[19]. Caduto il Castelletto in potestà del popolo non ci fu verso a frenarlo per condursi, con zappe e picconi, a sovvertirlo dalle fondamenta; ira di orso, che morde lo spiedo, che lo ha ferito, e lascia andare il cacciatore, che glielo ha vibrato: non mai fortezza difese tiranno contro la virtù di popolo, che risorga; non mai popolo avvilito potè impedire tiranno, che,anco senza fortezze, l'opprimesse, e, disfatte, le rifabbricasse; così, per non dipartirci da Genova, la fortezza della Lanterna, ruinata per ordine di Ottaviano Fregoso ai tempi di Luigi XII, non salvò i Genovesi da tornare in soggezione della Francia: il Castelletto in processo di tempo di nuovo eretto fu di nuovo distrutto, e ai giorni nostri vediamo, prima, sotto pretesto di quartieri militari, e poi, con quello di munire il porto, restituita la Briglia per astuta previdenza di un Lamarmora.

Sgombra la città, misero mano a liberare lo Stato. Gavi ebbero a patto dal conte Antonio Guasco, che lo rese per quattordicimila scudi; proposto il medesimo partito a Pietro Fregoso per Novi, non l'ottennero, dacchè questi ributtava ora la offerta, come per lo innanzi respinse il consiglio di Andrea, il quale, appena entrato in Genova, gli mandava scritto: — lasciasse Novi in custodia della Signoria, e come buon cittadino andasse ad abbracciare quella Santa Unione, la quale, col favore et aiuto di Dio, con buoni ordini si era stabilita in maniera, che non poteva venir meno. Perchè a quel modo avrebbe goduto quella terra e restatone signore, che altramente facendo ne lo arieno privato del tutto: et come amico, lo esortava ad approfittarsi della occasione, senza lasciarsi pascere da promesse francesi. —

Il Fregoso, che co' consigli di Livio Crotto suo cugino si governava, si ridusse a vivere in Alessandria, lasciando costui a guardia della terra col presidio di 1000 Francesi, i quali, dopo averla inabissata fino al Luglio del 1529, la resero alla Repubblica: così la perse il Fregoso, sè danneggiando e la città, e la Repubblica, giusta il costume degl'irresoluti, e dei dappoco, a cui succede nocere più, che i traditori non facciano. Trovo ricordato però, che i Genovesi avrebbono potuto espugnare Novi subito, indettandosi col conte Belgioioso capitano generale per lo Imperatore di qua dal Po; ma, poichè costui metteva per patto, dopo acquistate Novi ed Ovada, volerle tenere in nome di Cesare, ciò nongustava, ed amarono, innanzi di pigliare coteste terre a quel modo, lasciarle in mano a cui le possedeva; e così costumarono sempre i nostri padri co' potenti confederati, quando ebbero senno[20].

Ma la spina nel cuore era Savona, la Cartagine di Genova: amici o nemici, in questo i Genovesi accordarono tutti, che Savona si avesse addirittura a togliere via. Da prima mandaronci Filippino Doria, ed Agostino Spinola, e questo si ricava dal libro manoscritto di ordini testè citato: le istruzioni, che loro commisero vediamo essere molte, ma tutte appuntano ad una sola: si espugni Savona: però, abitando io di presente in parte di Genova, che ricorda sempre, per segni non cancellabili, le immanità operate così su le cose come sopra le persone dai soldati piemontesi, che v'irruppero nel 1849 a spegnere il tumulto, piuttostochè ribellione, suscitatovi per la battaglia di Novara, non vo' tacere, nè devo, che cosa cotesti antichi rettori raccomandassero ai capitani, sul punto di spedirli nella città ribelle, e pertinacemente per volontà, necessariamente per natura nemica: — minaccino dare il guasto ai Savonesi, ma se offeriscono la terra si astallino.... avvertirete sopra ogni altra cosa, che ai nostri sudditi, oppure ad un solo di loro non sia fatto danno alcuno: facendo chetutti gli soldati nostri paghino, nè che l'un suddito offenda l'altro in cosa alcuna et in questo fate esecutione rigidissima, perchè risolutamente vogliamo, che basti degli danni havuti et patiti per i nostri sudditi dai Saonesi. — Ora, se mettansi questi ordini del 1528 in confronto a quello, che fu commesso in Genova nel 1849, vorrei, che mi sapessero dire quale avanzo abbia fatta la civiltà, che sazievolmente noi millantiamo. Arrogi; tutti sanno, che i Piemontesi in Genova briccolarono bombe: di ciò interrogato il ministro Pinelli, con fronte rara altrove, comunissima a Torino, rispondeva così: — niente essere più falso delle bombe briccolate a Genova. — Un certo amico mio, che n'ebbe una proprio in casa, con danno piccolo e pericolo maggiore, presa la bomba ed incastratala nel muro, ci ha posto sotto una tavola marmorea, col giorno in cui gli entrò in casa, e le parole del ministero piemontese per iscrizione. Mi basti tanto.

Resistendo ad ogni prova Savona, i Padri, per isgararla, mandaronci Andrea Doria, e Sinibaldo Fiesco, perchè quegli, per la parte di mare, e questi, per la parte di terra, la battessero: un signore di Moret, che la difendeva, la rese a patti: conghietturano pigliasse lo ingoffo, ma si avrebbe a giudicare di no, conciossiachè siaccordasse per lo appunto come il Trivulzio a Genova, voglio dire con la facoltà di mandare un uomo al Sampolo per soccorso, il quale non ricevendo entro certo termine convenuto, si sarebbe arreso. Il Sampolo, ridotto al verde presso Alessandria, non lo potè sovvenire, ed egli si compose pel meglio: però, se da questa maniera accordo non ne venne macchia di onore al Trivulzio, mi sembra giusto, che non si deva appuntare nè manco lui; ma tanto è, o parlando o scrivendo, gli uomini adoperano due pesi e due misure; ed io, senza pure accorgermene, forse come gli altri.

Finalmente i Genovesi tengono Savona, e gli ordini focosi, spessi, a più persone mandati perchè la temuta emula cessi di dare noia, sanno di febbre: a noi capitò nelle mani la istruzione a certo messere Loise sopra Savona del 15 Gennaio 1529; in essa gli si raccomanda: — amministri secondo i capitoli di Saona la giustizia civile et criminale,senza passione, in questi massime principii— intanto si vanno componendo nuovi statuti, ma di ciò acqua in bocca; la ruina delle mura verso il mare, la distruzione delle fortezze nuove, specialmente dello Sperone, e il guastamento e il rompimento del porto, mena troppo più in lungo, che non saria il volere et il bisognonostri: però raddoppiate diligenza, acciocchè possiate pervenire al compimento della opera desiderata, et in quella usate tutta la industria, arte, et ingegno vostri. — Ed avvertite, che questi erano i più miti consigli, dacchè Giovambattista Fornari con accesi sermoni aveva instato nelle consulte, affinchè Savona del tutto si sovvertisse, i suoi maggiorenti nel capo si multassero, gli altri per le colonie si disperdessero, ma non prevalse: quello, che si legge nella istruzione a messere Loise, fu fatto; e più, colmarono il porto con barche piene di sassi: quanto a reggimento la riducevano a condizione di soggetti.

Ora delle cose interne. Verun popolo mai è stato più dello italiano infelice dopo la potenza romana; tutto gli nocque; il servaggio come la libertà, la virtù nell'arme e gli spiriti imbelli, ignoranza e sapienza; lo eccessivo vigore delle parti, causa di superbia, di rissa e di separazione: i reggimenti diversi, e tutti insieme, o quasi tutti retti da uomini d'ingegno profondo: gli Stati stessi, i quali, per conformità, sembrava si avessero ad accordare fra loro, avversi o per emulazione di potenza, od anco perchè la nimicizia comparisca maggiore tra quelli, che si rassomigliano, ma pure in parte differenziano fra loro. Fra le diverse speciedegli animali, non esclusi gli uomini, i più forti distruggono i più deboli senza pietà; così, tra le repubbliche democratiche, aristocratiche e miste, occorre maggiore astio, che forse tra repubbliche e principati. Oltrechè le repubbliche italiane non trovarono modo di stringersi in confederazione durevole ed efficace fra loro, sicchè ognuna chiuse dentro sè il seme, il quale le tolse di crescere nella pienezza delle forze, e soverchiare su le altre. Venezia, come quella, che presto si compose in aristocrazia, diventò capace piuttosto a conservare, che a conquistare; chè le astutezze temeronsi più assai delle armi, e ci si fece maggiore riparo. Firenze fu bella di libertà popolare, e di vaghezza di arti e di discipline gentili, ma ingegno ella compartiva e modi alla famiglia di quei portentosi popolani, la quale, con istudio di molte generazioni, seppe logorare una grande repubblica, instituire un grande principato non seppe. Genova, con forze bastevoli a fondare uno impero, distrugge ed offende emule potentissime, genera ingegni, che trovano nuovi mondi, e non li danno a lei, nè sa immaginare miglior governo di quello di creditori uniti dal vincolo dei comuni interessi, e dalla necessità di riscuotere i balzelli per rientrare nei propri danari: i nobili lasommovono, ma non la reggono, eccettochè violenti e brevi; il popolo la regge spesso, e non la governa mai: ogni momento i cittadini commettono la libertà lacera in mani straniere per salvarla, e ad ogni momento la ripigliano; nè dal miserabile delirio sanano mai. Noi non potremmo comprendere, che fosse la riforma dello Stato eseguita dal Doria, nè che cosa valesse, laddove, così in due tratti, non si accennasse la storia civile di Genova.

Afferma Uberto Foglietta come prima del 1100 non si conoscano annali: veramente oggi per istudii di uomini dotti, massime tedeschi, si conoscono anco più in su, ma non fa caso. Nel 1080 il Governo stette in quattro consoli; poco dopo in sei; indi tornarono quattro: sul principio tutto il governo in tutti; poi taluni preposti alle faccende di fuori ebbero nome di consoli del comune; tal'altri alle interne, in ispecie alla giustizia, ed appellaronsi Consoli dei placiti: la durata varia; ma non si confermarono mai nel maestrato fino al consolo Rustico de Rigo; e fu malo esempio. Intanto si altera la uguaglianza civile per acquisti fatti in terre lontane, come a mo' di esempio gli Embriaci, che diventano signori di Laodicea, di Antiochia, e di altre terre ancora, ovvero per ampliate possessioni in casa, come gli Spinolanella Polcevera; i consoli cittadini, dinanzi alle potentissime famiglie, piegavano o blanditi o atterriti: di qui, come suole, la giustizia guasta: però si ricorreva al rimedio, in cotesti tempi reputato spediente, e fu chiamare un potestà di fuori, dandogli balía di mettere mano nel sangue: al potestà aggiunsero otto cittadini, i quali primi pigliarono nome di nobili, perchè, di petto al potestà, non scomparissero, e fu titolo come sarebbe a dire magnifico: tuttavia, comunque usciti di magistrato, continuarono a chiamarsi così. Con questo reggimento, qualche volta disfatto, ed indi a breve restituito, Genova dura fino al 1227, nel quale anno, gli esclusi dalle cariche non patendo se ne fossero impadronite 250 famiglie sole, che diedero nobili ai potestà, si levarono a rumore, il governo del popolo ristorarono, gli uffici resero comuni a tutti; e andava bene: ma o il sospetto da un lato, o il dispetto dall'altro consigliò, che sopra i nobili si aggravasse la mano; donde nuove congiure, che dapprima non riescono, ma cupidità vince terrore, e, persistendo, i nobili vincono. Ora da questi rivolgimenti scomposti scappa fuori un rimescolío di Potestà stranieri, di oligarchia, e di tribunato, a cui per giunta si arroge la maladizione dei Guelfi e dei Ghibellini; quellipel popolo, questi contro. Come dal fracido nascono i vermini, così, dagli ordini dello Stato corrotti, s'ingenera il tiranno, e in Genova fu Uberto Spinola, il quale però la prima volta, e solo, non fece frutto; la seconda sì, in compagnia di Uberto Doria, e presero titolo di capitani: a causa di gratificarsi le plebi, crearono l'Abate del popolo, specie di tribunato, complice, non freno della tirannide; e il popolo, a cui i nomi, almeno per certo tempo, tengono luogo di cose, per certo tempo quietò.

Dopo venti anni il popolo (allora i sonni duravano più lungo, chè nessuno era lì per tentennarlo perchè si svegliasse) si conobbe legato peggio di prima, e di uno strettone rompe i legami: i Doria, e gli Spinola risegnano il capitanato: si richiama il Potestà di fuori; tornano a spartirsi gli uffici tra nobili e plebe. I nobili cedevano, come colui, che si tira indietro per pigliare la rincorsa e slanciarsi più innanzi: battaglie perpetue, e, dopo feroce irrequietezza, codarda agonia di riposo; sicchè non parve infame accogliere signore e paciere dentro ai muri lo imperatore Enrico, quel desso cui i Fiorentini chiusero le porte in faccia; nè lo accolsero solo, ma gli andarono incontro portandogli a regalare pecunia; sessantamila fiorini di oro per lui, e ventimilaper la consorte, e fu nei tempi una grossa moneta. Egli in breve moriva, ma col tiranno non si spenge il servaggio, pellagra di popolo guasto: però Genova si volta e si rivolta, nè trova pace mai, ed ora si dà a Roberto di Napoli, ora a parecchi duchi di Milano; ma, in mezzo a tante nequizie, il popolo s'industria sempre a reprimere la fiera libidine dei nobili, intesi ad arraffargli tutto, per poi contenderselo fra loro. Un Simone Boccanegra, che fu primo doge, li privò degli uffici, del dogado, della facoltà di armare in corso, di mettere in punto navi pei traffici, di molti onori e comodi, e della isola di Chio; e se più tardi con Tommaso Fregoso ricuperarono gli uffici, e le altre prerogative, dal Dogado rimasero sempre esclusi; anzi Giorgio Adorno con solenne decreto statuì il doge avesse ad essere sempre popolano e mercante.

Nondimanco i nobili durarono sempre potenti e prepotenti non pure contro il popolo, bensì contra quelli fra i patrizi che reputassero da meno di loro; e nobili per eccellenza si tennero i Doria, gli Spinola, i Fieschi ed i Grimaldi; gli altri chiamaronotetti appesio nobili aderenti; dopo, non paghi di avere messo la discordia fra loro, tentarono sconnettere il popolo e ne vennero a capo suscitandovi dentrole case Fregosa e Adorna; e l'una contro l'altra aizzando destreggiavansi ora co' primi, ora co' secondi, tanto che, cresciuti nelle forze private a scapito della pubblica, usurparono le terre dello Stato, e i Doria si presero Oneglia, i Fieschi Varese, i Grimaldi Monaco, e via discorrendo. Quello che accadde nei tempi prossimi della riforma accennai; il popolo, col doge Paolo da Novi tintore, tornò ad abbassare i nobili concedendo loro degli uffici il terzo, e i due terzi serbando per sè. Luigi XII di Francia ci metteva le mani, e, tagliato prima il capo a Paolo, ripose le cose nello antico assetto, cioè le cariche spartivansi a mezzo tra popolo e nobili.

Ottaviano Fregoso, quando Genova si liberò dal dominio di Francia, ordinava, che dodici riformatori con piena balía le antiche leggi abolissero, ovvero emendassero; nuove ne instituissero, affinchè, esperti dei lunghi travagli, la combattuta repubblica avesse pace. Il disegno dell'ottimo cittadino non sortì effetto da prima per la improntitudine del suo fratello Arcivescovo di Salerno, che spaventò quel collegio con le minacce, e poi lo sospinse via violento dal chiostro di San Lorenzo dove si radunava, ed in processo di tempo per la fortuna delle cose, o piuttosto per astio di AndreaDoria, che distolse Francesco I da mandarci doge Cesare Fregoso, ed in sua vece c'inviò governatore il Trivulzio. Durarono in carica i Dodici riformatori; ma sotto la potestà altrui, che altro potevano provvedere se non i riti del servaggio? Questo pertanto si tenga a mente, che nel 1528 Genova era quasi una terra riarsa dalla lava delle discordie civili[21]: i nobili per legge antica esclusi dal Dogado: gli uffici spartiti a mezzo fra il popolo e loro.

La riforma del 1528 fu questa: descritte cento famiglie delle principali, donde si esclusero Fregosi, Adorni, Montaldi e Guaschi, se ne cavarono quelle che tenessero sei case aperte in Genova, e sommarono a ventotto, a cui miseronomealberghi; le altre famiglie minori aggregaronsi a taluna delle ventotto confondendo fra loro armi e nome, con questa ragione, che si procurò innestare Guelfi con Ghibellini, e partigiani Adorni con partigiani Fregosi. Il Senato avesse facoltà, non obbligo, di aggregare in capo ad ogni anno dieci famiglie nuove, di cui sette cittadine e tre rivierasche: si ordinasse un libro d'oro, dove si segnassero i primi nobili, e poi i successivi mano a mano che fossero eletti, imperciocchè tutta la universa corporazione pigliasse nome di nobili. In costoro il governo intero, e annualmente riuniti tirassero a sorte trecento, i quali eleggessero a voti cento e costituissero insieme il Consiglio grande della Repubblica: da questo Consiglio usciva il Doge, del quale era officio proporre le leggi, che nuove cose introducessero, od emendassero le vecchie, sicchè altri non poteva; ed, una volta approvate, a lui stava curarne la esecuzione: alla sua persona appartenevano gli onori principeschi, non alla moglie, nè ai figli: abitava il palazzo ducale, e cinquecento trabanti lo custodivano. Ancora, dal Consiglio grande si tiravano a sorte cento, i quali componevano il Magistrato distinto col nome di Consiglietto: questo, unito ai Senatori ed ai Procuratori, amministrava le faccendepiù lievi, ed eleggeva gli officiali civici. Di più il Consiglio grande nominava dodici Senatori (che talora si dissero altresì Governatori); tenevano il maestrato due anni, appunto come il Doge, e questo di opera e di consiglio sovvenivano. Il Doge, finchè duravano i due anni, non poteva uscire di palazzo privatamente; i Senatori, a volta di due per due, stavano chiusi col Doge quattro mesi; di qui il nome di due di casa.

Più largo magistrato erano i Procuratori: otto ordinari, eletti pure a voti per un biennio dal Consiglio grande, ma ci entravano come straordinari i dogi e i senatori smessi per tutta la vita: pare vigilassero l'entrate e l'annona. Modesto in vista, e forse più di tutti importante l'officio dei Censori; furono cinque; avevano a curare, che la legge non si alterasse; i Senatori se non dopo ottenuta da loro la patente entravano in carica, sindacavano gli ufficiali tutti, massime il Doge ed i Senatori, gli giudicavano, gli punivano. Il Senato insieme al Consiglio sentenziavano i reati di maestà, gli altri un potestà forestiero assistito da un giudice del maleficio e da un fiscale. Sette uomini chiamati straordinari rendevano ragione civile, pigliando a norma il Diritto romano, gli Statuti e la Consuetudine: composero eziandiouna maniera di guardia urbana per tenere custodita la città con un generale, e quaranta capitani tutti nobili preposti alle milizie divise in quattro decurie; ogni decuria noverava cento uomini. Oltre a ciò tutte le genti dello Stato, così di città come di borghi, atte alle armi, sono descritte dai venti anni ai sessant'anni sotto i loro capitani, alle quali bisognando corre debito trovarsi con le armi in mano secondochè venga loro ordinato: però messe assieme con gli altri potevano gettare un diecimila uomini da fazione, forse anco più, perchè stringendo la necessità, non si avrebbe avuto persona, che si tirasse indietro dallo armarsi; ma di queste si teneva poco conto. In altri tempi siffatta milizia sommò a quarantacinquemila! A tale riducono gli Stati la discordia interna e la forestiera signoria[22]. Lo ufficio di San Giorgio rimane come nel 1447 quando fu istituito Stato nello Stato, e retto da otto protettori.

E qui finisce: dicono che qualche cosa di simile facesse lo imperatore Ottone, e citano Tacito, ma veramente in questo scrittore non occorre nulla di ciò, nè in Svetonio, nè in Plutarco; solo sappiamo come Ottone, appenaeletto, conferì la dignità sacerdotale a tutti i personaggi, ai quali siffatto onore si conveniva.

Questa riforma fu a quei tempi lodata da tutti; prima, com'è ragione, lodaronla quelli che la fecero; i nobili nei quali si riduceva la somma delle cose la levarono a cielo; il popolo, dacchè i riformatori avevano avuto commissione di restituire la patria alla libertà, e udiva predicare liberissima la riforma, e la notizia della bontà dei reggimenti egli acquista non per discorso di mente, bensì per battiture sopra le spalle, più di tutti ne menava allegrezza. Correva voce, e non era vero, che Carlo V avesse proposto al Doria di farsene addirittura signore[23]; al popolo veramente pareva strano, che lo Imperatore volesse donare quello che non gli apparteneva, ma la supposta modestia di Andrea gli piacque, e quasi a mostrare, che Genova spettava ai Genovesi, prese a volere, che si offerisse ad Andrea il dogato a vita, ed il Senato con un tale suo invito alla trista glielo profferì, ma il Doria non morse all'amo, renunziandolo con parole amplissime:allora gli decretarono altre ricompense, donarongli una casa in piazza San Matteo con la iscrizione, che ancora oggi vi leggiamo murata:S.C. Andreae De Auria Patriae liberatori munus publicum; gli rizzarono una statua condotta in marmo da frate Giovannangiolo Montorsoli nel cortile del palazzo ducale; lui ed i cugini Filippino, Pagano e Tommaso fecero immuni in perpetuo dalle gravezze. Andrea elessero uno dei cinque Censori a vita; e questo ufficio senza farsi pregare accettò. Col medesimo decreto ordinavasi in capo ad ogni anno il 12 Settembre si facciano per tre dì processioni, al fine di ringraziare Dio della ricuperata libertà, con intervento di tutti i sacerdoti e di tutti i Magistrati, inclusive il Consiglio grande. La vigilia la guardia del palazzo col colonnello e le insegne vada a Fassuolo su la piazza davanti al suo palazzo preceduto da un uomo armato di tutto punto, e quivi dopo avere sonato un pezzo spari gli archibugi; e questa festa chiamarono dellaUnione. Non mancarono eziandio di coniare medaglie; quantunque il secolo non fosse come il nostromedagliaio. Ora di tutto ciò, che avanza? La casa donata continua ad essere possessione dei Doria; la esenzione perpetua dalle gabelle da molto tempo cessò, esempio nuovo per avvertiregli uomini, appena padroni del presente, che dal volere in perpetuo si astengano; ma non se ne asterranno. La festa dellaUnionedurò fino al 1796; chè a quell'ora ed anco prima il popolo aveva capito, come della libertà donata dal Doria non ci fosse causa di starsene col cuore contento; anzi gli parve capire l'opposto, onde poco dopo buttò giù la statua assieme all'altra di Giovannandrea suo successore, i di cui frammenti in parte salvati giacciono nel chiostro della chiesa di San Matteo.

Pel palazzo vuoto di Andrea zufola il vento; dei marosi quale ha logoro, quale ha svelto i ferri su cui mettevasi il tavolato quando l'ammiraglio dal palazzo si recava sopra la sua capitana. La repubblica di Genova ancora essa non è più. Che dunque rimane di tutto questo? La fama.

La fama; non vi ha dubbio, ma i posteri domandano buona o rea; giusta, od ingiusta. I giudizii dei contemporanei vari, e di chi venne dopo: e fie pregio dell'opera esaminarli. Ecci una setta, ch'io chiamerò poetica, la quale presumerebbe che si avesse a dettare storia, come i maestri dell'antica Grecia conducevano le statue degli Dei con opere di scoltura, voglio dire di bellezza perfettissima, senzachè vi apparisseronervo o vena, le quali rammentassero la complessione umana, imperciocchè ella dica: a che giova la sospettosa ricerca? A diffidare della virtù, e se il sospetto si converta in certezza allora il danno diventa anco maggiore. Sicchè pigliamo per buono quello, che dal consenso volgare ci viene porto per tale, e per non partirci da Andrea Doria stiamoci allo Ariosto, che nel XV canto dell'Orlando così giudicò di lui:


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