CAPITOLO VII.Solimano, prevalendosi della discordia tra lo Imperatore ed il Re di Francia, piglia Castro e minaccia la Italia intera. — Il Papa si ricorda essere padre dei fedeli. — Congresso di Nizza. — Eremita che intende accordare Dio e il Diavolo, novella narrata dal medico Turini a papa Paolo III. — Tregua di Nizza. — Francesco e Carlo si vedono alle Acque morte. — Parole risentite scambiate fra Andrea Doria ed il re di Francia. Inverosimiglianza della proposta del Doria di trasportare il re di Francia a tradimento in Ispagna intanto ch'egli si tratteneva su la galea. — Anco da questa conferenza non riesce utile alcuno. — Osservazione del Bonfadio, e perpetua stupidità del popolo. — Andrea muove contro il Barbarossa; propone lega ai Veneziani a danno del Turco; non viene accettata, e perchè. — Piccole cose di Andrea e sperticati encomii del Bonfadio. — Lodi di Cesare Fregoso per la sua carità verso la patria. — Scontro alle Melere con poca gloria di Andrea. — Veneziani bisognosi di aiuto ne ricercano il Doria che ostinato lo nega. — Sue insidie per mettere i Veneziani in discordia con Solimano. — Lega del Papa, i Veneziani e l'Imperatore contro il Turco; i Veneziani abbandonati dal Doria rammentano l'antica virtù. — Comune pericolo riunisce i collegati. — Pier Luigi Farnese patrizio veneziano e marchese di Novara. — Assalto della Prevesa. — Andrea vuole rinforzare il presidio delle galee veneziane con fanti spagnuoli, si ringrazia, e non si accettano;donde nuove gozzaie. — In questa guerra tutti fanno il proprio dovere, tranne Andrea, che ne ritrae danno ed infamia. — Tenta Durazzo. — Piglia Castelnuovo. — I Veneziani disgustati dal Doria si accomodano con Solimano. — I Turchi ripigliano Castelnuovo; morte del Sarmiento. — Chi fosse il corsale Dragut; Giannettino lo piglia e lo mette al remo; trova grazia presso Peretta moglie di Andrea, che, per 5000 ducati con molto biasimo suo e danno della cristianità, lo libera. — Imprese del Dragut liberato. — Gand ribellasi allo Imperatore, che per reprimerla si affida passare per la Francia; lusinghe e pericoli; diamante lasciato cadere nel bacile che gli offeriva Diana di Poitiers. — Impresa di Algeri dissuasa dal Doria è statuita; cause che la persuasero a Carlo V. — Apparecchi e primi disastri. — Riunione delle armate ad Algeri. — Sbarco differito e perchè. — Resa intimata e reietta; si fa lo sbarco; scaramuccie durante il giorno e la notte. — Orribile uracano. — I Turchi finiscono i corpi avanzati degl'Italiani; minacciano lo sterminio del campo italiano ch'è soccorso da Giannettino Doria; pericolando egli stesso lo sovviene lo Imperatore. — I Turchi sono respinti e perseguitati fin sotto le mura; sortita di Osfan-Agà: strage dei nostri; valore dei cavalieri di Rodi: sgomento dello Imperatore, che tenta le supreme prove per salvare l'esercito e gli riescono. — Rinforza l'uracano; ruina dell'armata imperiale; superstizione di Carlo V; casi pietosi. — Virtù e costanza del Doria singolarissime; egli manda a dire a Carlo se parte, lo andrebbe ad aspettare a capo Matafus. — Generosità di Ferdinando Cortez, e sua perdita di smeraldi, o come altri dice di una perla. — Consulta se lo esercito deva ritirarsi; Carlo n'esclude il Cortez, e perchè. — Ritirata travagliosa; torrente grosso di acque la impedisce; Giannettino e i Genovesi costruiscono un ponte per traversarlo. — Parole di Carlo al Doria, promette ristorarlo dei danni, e lo fa, ma sottilmente. — Partenzada Matafus, ed eccidio miserabile di cavalli. — Nuova procella e rovina di navi; casi fortunosi della gente sbatacchiata dalla bufera. — Carlo torna in Ispagna a far penitenza, Andrea in Genova a riordinare l'armata. — Ghiottoneria dello Imperatore. — Mutue offese tra Carlo e Francesco. — Insidie a monsignore di Granvela. — Strage del Rincone e del Fregoso. — Nuova guerra tra lo Imperatore e Francesco rotta da tre parti. — Si parla di quella di Perpignano. — Consigli del Davalos a Cesare e superbe risposte di lui. — Provvidenze del Doria. — Solimano in lega col re di Francia manda il Barbarossa nel Mediterraneo; devastazioni sue quando viene. — Carlo per l'ultima volta albergato dal Doria. — Invitato di conferire a Bologna col Papa, Cesare rifiuta; pure consente parlargli a Busseto; il Papa attende a tirarvi l'acqua al suo molino, e non riesce. — Cesare bisognoso di danaro ne trova da Cosimo duca di Firenze. — Guerra d'Italia: assedio di Nizza per parte dei Francesi e dei Turchi. — Arti francesi con Genova non approdano. — Assedio di Nizza. — La Segurana e il Conte di Cavour. — Il Simeoni difende il Castello; Turchi e Francesi danno indietro. — Male parole e peggio fatti tra il Barbarossa e il Polino. — Il marchese del Vasto soccorre Nizza. — Fortuna di mare e perdita di galee del Doria a Villafranca. — Guerra del Piemonte. — Andrea dissuade il Davalos a soccorrere Carignano; ragioni per le quali il Davalos si reputa obbligato a sovvenirlo. — Battaglia della Ceresola. — Curiosi particolari di quella. — Stupenda alacrità di Andrea e dei partigiani dello Imperatore a rifare lo esercito. — Pietro Strozzi alla Mirandola; in Lombardia; rotto alla Scrivia; raduna nuove squadre; va a Montobbio; penetra nel Piemonte e piglia Alba. — Il Barbarossa va via; danni da lui recati all'Italia quando parte; con Genova propone accordi; pure le ruba una nave; immanità sua contro le ossadi Bartolomeo da Talamone: è ributtato da Ortebello; saccheggi e ruine per le terre del regno; se ne torna per ultimo a Costantinopoli. — Si rinfocola la guerra tra il Re di Francia e lo Imperatore, a cui si aggiunge Enrico VIII d'Inghilterra: mentre si aspetta il finimondo segue la pace. — Cause di questa. — Chi fosse il Furstembergo e casi suoi. — Reputazione delle bande italiane per gli assalti delle terre. — Milizie tedesche bestialissime sempre, ed in abbominazione agli stessi propri capitani. — Pace di Crepy, e patti della medesima.Mentre gli animi di Francesco di Francia e di Carlo austriaco pareva avessero ad essere più inviperiti che mai, e le opere mostravano la superba febbre di superare l'un l'altro, di un tratto gli emuli cagliarono, e ciò perchè la forza non rispondeva al mal volere: ancora, se le feroci cupidità di Solimano sgomentavano Carlo nemico per bisogno, non assicuravano Francesco amico per comodo: in fatti il Turco, dopo avere con molta segretezza raccolto armi alla Vallona, quinci mosso allo improvviso, pigliò Castro in prossimità di Otranto, dando voce che intendeva ridurre la universa Italia in servitù, e siccome Solimano era uomo da fare le cose anco prima di dirle, così vuolsi credere che cotesto modo di aggiustare le liti fra loro non garbasse ai contendenti; e meno che agli altri al Papa, il quale, a vero dire, quante volte ci è andato del suo interesse, si ricordòchiamarsi padre dei fedeli, e l'ufficio suo obbligarlo a procurare la concordia fra i principi cristiani, affinchè si unissero a combattere il Turco, di dì in dì crescente terrore della cristianità; però tutto acceso di zelo egli si diede con messaggi e con lettere a procacciare un colloquio tra Carlo e Francesco: a Nizza la posta: avuta l'accettazione della pratica, si dispose a partire egli prima, sia che così persuadesse la cerimonia o lo sforzasse la voglia, o con lo esempio intendesse tirare gli altri. Non si lodava il partito, anzi in Corte si presagiva sarebbe tempo perso. Al quale proposito non disdirà raccontare un caso, che quantunque lepido forse più che alla gravità della storia non convenga, pure, a mio avviso, dipinge anch'egli stupendamente gli uomini e i tempi.Andrea Turini medico del Papa, ogni volta che udiva dire di questa andata del Pontefice, tentennato il capo, rideva: richiesto intorno alla causa della sua ilarità, rispose: io penso al romito che volle mettere il diavolo d'accordo con Dio. — Ora essendo state riferite (male comune e delle corti vizio) le parole del medico al padrone, questi volle che gli raccontasse il fatto non avendolo udito prima nè poi. Il medico, chiesta ed ottenuta licenza di favellareaperto, incominciò: — Beatissimo Padre, voi avete a sapere che ci fu un tratto un santo eremita, il quale, non si sapendo capacitare come le creature di Dio non vivessero di amore e d'accordo fra loro, prese ad addomesticare insieme parecchie di quelle bestie che si reputano nemiche naturalmente; bisogna dire, che il dabbene uomo, dopochè se ne furono strangolate talune, e mantenendo le altre in istato permanente d'indigestione, riuscisse nel desiderio oltre la speranza: di qui, fatto superbo, aspirò a cose maggiori; fra cui, massima, quella di accordare il diavolo con Dio: a simile scopo pertanto, trovato un dì il Padre Eterno, gli tenne questo ragionamento: — Satana ti fu rubello e tu il punivi; bene sta; ma avendo consentito ch'egli serbasse potenza oltre il ragionevole, mira un po' quale e quanto strazio meni delle anime con le sue tentazioni, e non senza qualche scapito della tua autorità; ancora, tu, padre di ogni misericordia, senti affetto eziandio per quelli che ti offesero; ond'io argomento, che se un po' di penitenza (s'intende della buona) ti mostrasse Satana, tu saresti disposto a perdonargli. — Il Padre Eterno gli rispose: — proprio la è come tu di', e basta che cotesto figliolaccio, col cuore contrito ed umiliato, recitasse le parole,peccaviDomine, miserere mei— egli lo avrebbe ribenedetto. Lo Eremita, oltre modo lieto, prese commiato, dicendo: — gli è affare fatto! — e di buon passo andò a trovare il Diavolo, a cui, con parole accomodate, espose l'antica magnificenza, la perduta beatitudine, e la pratica delle opere buone, onde l'anima si nudrisce a ben fare, e riamata ama, ponendo cura di mettere tutte queste cose in contrasto coll'angoscia di sentirsi, tormentando altrui, tormentato; cibarsi di odio e di pianto; ardere senza consumarsi mai nel fuoco penace; tornasse, oh! tornasse a splendere nei cieli, luce, dopo Dio, prima; ed altre più ragioni addusse, che non preme riportare; le quali scossero la mente del superbo così, ch'ebbe a dire si sarebbe composto più che volentieri, a patto si trovasse modo di non offendere il suo onore. Il padre Eremita rispose: che di questo non doveva nè manco darsi pensiero; non inesperto del mondo, conoscere le convenienze; secondo il suo giudizio, nel congresso con Dio, opinava dovesse bastare la confessione intera dei proprii torti; anzi per impedire ogni cavillo intorno alle parole, proporsi da lui che si avessero a profferire queste e non altre:peccavi Domine, miserere mei!— Satana fece un po' greppo, ma poi esclamò: — Orsù via per farneun fine, la vada come vuoi. — Allora lo Eremita giubbilante: — hai tu nulla di premura per le mani! — E il Diavolo: — andava appunto per l'anima di una Badessa, ma non ci è furia; tanto l'anima è mia. — Dunque, aspettami qui, riprese lo Eremita, che, in meno che non si dice un credo, io vado e torno con la risposta. — Così dicendo, gli volse le spalle correndo e cantando per la consolazione ilTe Deum; però egli non si era dilungato anco venti passi, quando il Diavolo, richiamatolo in dietro, lo interrogava: — e' parmi che un punto sia rimasto dubbio nel trattato, il quale importa grandemente chiarire. — Bada, non mi girare nel manico, lo Eremita ammonì il Diavolo; non ci casca dubbio; tutto rimase stabilito fra noi. — Non è vero, non è vero, esclamò il Diavolo, infatti dimmi un poco chi di noi due, io o il Padre Eterno ha da recitare le parole: —peccavi Domine, miserere mei?— Come! Dio le avrebbe a dire a te? — Ma sicuro, poichè il torto fu proprio tutto suo. — Sei tu che le hai a dire, tu le cento volte, sciagurataccio, e ripetere picchiandoti il petto con una pietra del monte Calvario. — Come così è, non se ne fa nulla, brontolò Satana, e bufonchiando fuggissi via, intanto che si lasciava dietro un fetore di odio e di zolfo da ammorbarne.E come il medico Turini aveva presagito, accadde; dacchè i potenti emuli, non che si accordassero, non vollero nè manco vedersi; Francesco ricusava udire parola di pace, se non gli si rendeva Milano, e Carlo si turava la orecchie quante volte gli toccassero il tasto di Lombardia; ne uscì una tregua per dieci anni, e non fu poco.Indi a breve (così appaiono strani o gli accidenti, o gli uomini) occorse, che Andrea, trasportando lo Imperatore a Barcellona, si trovasse ridotto a mal partito a cagione di un fortunale, che si mise per le acque della Provenza, ma temendo di guai si peritava a ripararsi in qualche porto. Il re Francesco, che a caso si trovava per quelle parti, udito il caso, spedì sopra una salda e sparvierata galea oratori a Cesare con profferta di ospizio alle Acque morte, o Fosse mariane: accettato lo invito vi si condusse Cesare, e con esso seco Andrea; poco dopo ci capitò re Francesco in compagnia della consorte, dei figli, e del Cardinale di Lorena; nè basta, che mentre a Nizza stando sul pertinace aveva sempre ricusato conferire con Cesare, adesso di un tratto volto l'animo, scortato tuttavia dalla moglie e dai figliuoli, saliva la sua quadrireme; adoperando con lui, non dirò ogni onesta, ma più sviscerata accoglienza,fino ad abbracciarlo quattro volte e sei. Andrea, che si trovava allora appunto di settantadue anni vecchio, consapevole di che cosa coteste lustre sapessero, si era tratto sopra la estrema punta della prora, riguardando il mare; — Francesco reputò cotesto atto discreto, e cortese molto, tale persuadendogli la regia indole, dacchè i potenti quando ci hanno interesse, ogni dubbio sembiante reputino ossequioso; onde fece istanza presso lo Imperatore, perchè permettesse ad Andrea di andare a complirlo. Andrea, obbedendo al comandamento di Cesare, si condusse al cospetto del Re, il quale, con la fatuità francese, gli disse: — Siamo contenti, ad intercessione dello Imperatore, ritornarvi nello antico luogo della grazia ed amicizia nostre. — E il ligure cui nè il servire lungo, nè i molti anni erano bastati a domare l'anima fiera rispose: — E farà bene, però che, mentre io l'ho servita, non le mancassi mai di osservanza, nè di fedeltà... —Lo Imperatore che lo vide alterato, temendo di peggio, lo interruppe invitandolo a baciare la mano al Re, ma questi non volle, e sorridendogli blando lo prese pel braccio e gli chiese in cortesia che volesse mostrargli parte a parte cotesta sua quadrireme giudicata per quei tempi stupenda: qui fu che Francesco, notando ungrosso cannone con le armi di Francia, gli domandò come gli avesse servito. — Al che Andrea rispose: — Bene! — Il Re allora gli disse: — Adesso ne fabbrico di lega migliore al servizio vostro. — E Andrea di rimando: — Sarà! ma io mi contento di quelli dello Imperatore, che hanno lega più salda, e non mutano mai; tuttavia, salvo il servizio di Sua Maestà, per quanto sono e posso mi profferisco intero alle voglie di lei. — Il Re, senz'altro aggiungere, lo lodò della sua ottima mente, e tornato a poppa disse allo Imperatore: — Per certo Vostra Maestà possiede il più raro ed eccellente capitano di mare che mai sia stato: sappiatelo conservare[39]!E intanto si era industriato levarglielo. Affermano altresì, come in simile congiuntura, e per lo appunto quando Carlo accostatosi al Doria,lo induceva a fare atto di ossequio al re Francesco, ei gli bisbigliasse negli orecchi ad afferrare la fortuna pei capelli, la quale gli profferiva modo di finire a un tratto le liti col nemico, trasportando lui e la sua famiglia a furia di remi a Barcellona, ma lo Imperatore non volle. Questo fatto si ha da rigettare addirittura per falso, imperciocchè, essendo corso fra due, non può essere stato scoperto dal Doria come quello a cui tornava in disdoro; e nè anco si deve credere lo rivelasse Carlo d'indole circospetta e chiusa; e quando pure fosse vero ch'ei lo avesse rivelato, io per me terrei come cosa sicura, ch'egli lo affermasse per iattanza o per certo altro suo meno lodevole scopo. Il Brantôme, il quale eziandio lo riferisce, non ci crede, ed è gran cosa, mostrandosi corrivo a prestare fede a tutto quanto torna in aggravio ai nemici di Francia; ai pratichi delle storie si fa manifesto come la sia novella calcata sul caso di Pompeo il giovane, il quale, avendo tratto i Triumviri a banchettare sopra la sua trireme, in siffatta guisa ammoniva il luogotenente, che chiamatolo a parte gli proponeva scostarsi dal lido con voga arrancata per menarli tutti prigioni: — Questo dovevi fare, non dirmelo. — E forse anco il caso di Pompeo fu novella, o sua millanteria per comparire onestoal paragone degli emuli, come fra i tristi per ordinario costuma quando hanno lasciato passare la occasione di avvantaggiarsi con la ribalderia.Da cotesto congresso, nonostante l'aspettativa mirabile, non uscirono a gran pezza i benefizii sperati, o sia, come penso, che i popoli giudichino, e male, le azioni dei principi mosse sempre da cause di Stato, mentre le governano, come per gli altri mortali e più degli altri mortali, infelicissime passioni, e sia, secondochè opinano gli storici, Carlo lusingasse il re Francesco con migliori speranze sul Milanese.Il Bonfadio, non senza qualche malignità, proverbiando cotesta voltabilità di principi, scrive nei suoi Annali: essere stata immensa la maraviglia dei popoli nel considerare come dalle gravi e fresche nimicizie loro sorgesse in cotesto luogo di punto in bianco così grande amore, o come fosse possibile, che, dopo così segnalata dimostrazione di benevolenza, facessersi le aspre guerre, che poscia seguirono. Popoli stolti, che si scannavano allora a libito dei principi, e non rinsaviti adesso!Intanto Solimano fatta massa di gente (dicono 200,000 combattenti) e di naviglio, manda con 250 vele, 1200 cavalli, e 1500 giannizzeri ilBarbarossa in Italia; aperta che questi ne avesse la porta, seguiterebbe egli stesso. Il Barbarossa, tentati Otranto e Brindisi, non li potè espugnare, come avvertimmo; entrò in Castro, non per forza di arme, bensì a patti, tramettendocisi mezzano Troilo Pignattelli, ribello dello Imperatore per giusto sdegno contro il Vicerè di Napoli, che gli aveva morto il fratello; tuttavia la capitolazione non venne osservata, che col Turco resistere o arrenderglisi, fare capitoli o non li fare, per ordinario, egli era tutt'uno; e, siccome Solimano aveva Troilo in delizia, e s'ingegnava tenerselo bene edificato, più tardi, non potendo o non volendo riparare al danno, lo vendicò con la strage dei predatori, il che era più spiccio, e costava meno. Andrea, per impedire tanta ruina, si affrettava a navigare in Levante con quante più galee potesse, e legni agili, e presti: al tempo stesso, scrivendo a Lopez Soria oratore cesareo presso i Veneziani, proponeva, che, dove la Repubblica avesse deliberato correre la fortuna di Cesare contro il Turco, egli si sarebbe unito con loro, menando seco cinquanta, ed, al bisogno, anco sessanta galee. I Veneziani, allegando non so quali scuse, tiraronsi indietro: la verità era, che sospettosi di Carlo non meno che di Solimano, desideravano in segreto, chetra di loro si sconquassassero, mentre essi, rimasti interi, fra mezzo potessero dei mutui danni avvantaggiarsi: poveri consigli di Stato che, ormai decaduto, si affida meno nella propria virtù, che negli errori altrui.Le imprese condotte in quel torno da Andrea fruttarongli poca gloria, e qualche danno: pigliò due galee vuote abbandonate sopra la spiaggia, e del pari a man salva dodici schirazzi turchi carichi di grano, che dall'Egitto portavano al campo della Vallona; questi e quelle, dopo presi, arse, non si trovando gente a bastanza per marinarli. Il Bonfadio da queste piccole imprese piglia argomenti di levare a cielo la liberalità di Andrea, affermando che se molti, come pur troppo pochi, possedeva allora personaggi la Italia simile a lui, non avrebbe avuto a desiderare più oltre i Fabbrizi e i Papiri: esorbitanza di encomio che rivela, per mio avviso, animo piuttosto beffardo che piaggiatore, però che essendo Genova in cotesto tempo da crudelissima fame travagliata, sarebbe stato carità di Patria trovare modo di sovvenirla con quel po' di vittovaglia; lode imperitura si merita piuttosto quel Cesare Fregoso, di cui il miserabile fine dovremo raccontare in qualche parte di queste storie, il quale comecchè in bando da Genova, ed offeso pure,adoperò in guisa presso il re di Francia, che a sollievo della miseria dei suoi concittadini, ottenne per essi la tratta dei grani dalla Provenza.Alle Melere Andrea, incontrati i Turchi, gli superò, ma anco questa fu vittoria di scarso onore, e piuttosto di danno che di profitto; conciossiachè le galee nemiche arrivassero a dodici, e ventotto fossero quelle del Doria, cinque ammannite da Giannettino a Genova, le altre provviste dai vicerè di Napoli Toledo; e se da un lato vi rimase morta o prigione grossa mano di giannizzeri e di spachi a cavallo della guardia di Solimano, dall'altra, avendo assalito Andrea prima del giorno i legni nemici, fosse la colpa sua, o dei luogotenenti, lacerò le proprie non meno che le galee turchesche.Intanto, per inopinato accidente, mutavansi le condizioni dei Veneziani, e con le condizioni le voglie. Alessandro Contarino, sopraccomito veneziano, avendo incontrato sul mare Ianus bey, spedito con due galee ambasciatore al Pesaro in Corfù, gli fece i debiti saluti, e non ottenne risposta; onde, o perchè veramente gli reputasse corsali, o perchè volesse sfogare l'odio contro quei barbari, abbrivatosi loro addosso, con voga arrancata le sfondò; della quale cosa fatto chiaro Solimano, e nutrendo eziandio gozzaia contro la Repubblica, perchè avessesovvenuto di fodero il Doria, ed accettatolo nei proprii porti, ed anco non senza ragione dubitando, ch'ella lo avesse istruito intorno alle condizioni del suo campo alla Vallona, con altre più cose che lo rendevano sicuro dell'avversione dei Veneziani, a vedergli mettere piede fermo in Italia, deliberò andarsene a dare loro una terribile battitura a Corfù. Il Doria a sua posta, ragguagliato come Solimano gli avesse spedito contra una grossa squadra di navi per opprimere anco lui, cauto si scansava a Messina: qui vennero a trovarlo oratori veneziani, ed anco messaggeri del Papa, perchè si movesse al soccorso di Corfù, ma egli si pose risoluto sul nego, non si lasciando per focosa pressa smovere dal suo proponimento; nè le sue scuse apparivano disoneste; al contrario vere; la stagione troppo inoltrata perchè scorso più che mezzo Settembre, malconci i legni, di provviste scemi, le ciurme per morti, per infermità e per ferite stremate; a tutto questo non potere in altra parte riparare menochè a Genova; però il malo animo ci entrava per la sua parte, che rancoroso egli fu molto, e se fosse vero che dal canto suo non si omise fraudolenza per aizzare i Turchi contra ai Veneziani, fino al punto di scrivere lettere all'ammiraglio Pesaro, con le quali si ragguagliavadello assalto fatto dal Contarino in modo da parerne egli istigatore, e farle poi capitare in mano al Barbarossa, noi lo dovremmo accusare di peggio; ma in cotesti tempi a siffatti tiri non si badava punto, ed anco ai nostri poco. Dopo ciò dubitando, che qualcheduno lo disservisse in Corte, egli spedì Adamo Centurione a ragguagliare lo Imperatore, il quale, uditolo alla presenza del nunzio apostolico e dell'oratore veneziano, uscì fuori con queste parole: — Tutti noi abbiamo mancato; solo il principe Doria ha fatto il suo dovere. —I Veneziani, che cominciano a capire comune il pericolo adesso solo, che loro massimamente percuote, si danno a tutto uomo a procurare lega fra essi, il Papa, e lo Imperatore contro il Turco: certo Andrea a cotesta lega gli spinse, ma è dubbio se fossero a lodarsi i modi che tenne, e più dubbio ancora se commendabile il fine. La lega pertanto si fermò a Roma, ma le provvigioni furono scarse; gli effetti pochi. Andrea, avendo navigato con le sue galee a Messina, quinci per preghiere del Pesaro e del Viturio di passare a Brindisi non si staccò, ora allegando il timore delle galee di Francia, ed ora il bisogno di rattoppare le navi; inoltre con mente peggiore si querelava dei negati soccorsi nella guerra per lo addietro sostenuta,e al Papa, inteso a raumiliare l'animo cruccioso di lui, rispondeva ne avrebbe scritto a Cesare in Ispagna, e frattanto tornavasi a casa. I Veneziani, rimasti soli, ricordarono l'antica virtù, e Gerolamo Pesaro con suprema difesa, ributtati gli assalti turcheschi da Corfù, rimandò Solimano lacero a Costantinopoli: il quale pari allo antico Anteo, che ripigliava vigore dalle sconfitte, indi a breve mandò formidabile armata ad assaltare i due Napoli greci, di Morea cioè e di Malvasia, uniche terre rimaste ai Veneziani sul continente elleno, e dalla parte del Friuli uno esercito punto meno poderoso per rovesciarsi in Italia. Allora anco lo Imperatore cominciò a capire, che il pericolo dei Veneziani diventava comune anco a lui, e la lega, rilassata fin lì, si strinse a scopi fruttuosi. Ne furono i patti principali: si amministrasse con trecento legni, dei quali 200 galee; gli altri di varia ragione navi; 50000 avessero ad essere fanti, 4000 cavalli; Ferdinando re dei Romani assaltasse Solimano in Ungheria: il Papa ogni lite occorrente definisse. Andrea capitanasse le fazioni marittime, Francesco Maria duca di Urbino le terrestri; altri all'opposto afferma Ferdinando Gonzaga[40]. Andreatoccava in quel punto il settantesimo terzo anno della età sua.In questa congiuntura troviamo, che i Veneziani, in onta alla rea fama, e derogati gli statuti della repubblica, crearono gentiluomo veneziano Pier Luigi Farnese, e lo Imperatore lo fece marchese di Novara con 9000 scudi di rendita annua sopra i dazii di Milano: ciò si nota però che la costui vita d'ora innanzi s'innesti come filo sanguinoso dentro quella del Doria.E ci ha chi afferma che tutti gli stroppii degli amici non dolgano agli amici; la quale sentenza maligna molto può dubitarsi se vera sempre tra privati, ma nelle faccende pubbliche tienla, senza eccezione, sicura; e il minor male che dalle leghe ti possa venire egli è questo, che sul più bello l'amico ti lasci solo nelle peste: e così accadde nella nuova lega. Quando il Doria navigò in Levante già era rotta la guerra, e i Veneziani avevano respinto Solimano dalla Canea e da Retimo in Candia, mentre il patriarca Grimano, tentato l'assalto della Prevesacon esito infelice, aveva dovuto ritirarsi nel golfo di Arta; tosto giunto a Corfù, egli conobbe di piccolo soccorso sarebbero riuscite le galee veneziane, come quelle che scarseggiavano di soldati; però offerse al Cappello fornirlo di fanterie; ma questi, sospettoso a torto o a ragione, rispose averne abbastanza; tuttavolta se ne rimetterebbe a lui; e Andrea gli rispose avrebbe fatto bene; sopra ogni galea ricevesse venticinque soldati, e il Cappello gli accettava non senza larghissimi rendimenti di grazie, ma poi non li pigliò mai; onde, fosse per questa o per quale altra causa, dovendo Andrea movere con l'armata verso la Prevesa, tolse al Cappello, che pure la desiderava, la vanguardia, pigliandola per sè, preponendoci luogotenente il suo consorte Francesco Doria; la battaglia commise al patriarca Grimano, mandò alla coda il Cappello con quattordici galere, e il galeone del Bondumiero cui rinfrancò con altre cinque galee a modo di bersaglieri: siccome poi il Gonzaga, sentendosi mal destro a combattere sopra le navi, aveva proposto di scendere a terra con buona mano di fanti per tenere da un'altra parte in soggezione il Turco, il consiglio piacque; però, appena arrivati su la bocca del golfo, Andrea commise a Giannettino si recasse a terra a speculare le coste,il quale andato, dopo breve ora tornò, referendo il luogo pieno di macchie non dare il passo, o darlo aspro e insidioso: allora fu tenuta consulta. Il Gonzaga instava perchè lo sbarcassero; Andrea, per dissuaderlo, oltre le informazioni raccolte da Giannettino gli fece osservare, che per poco crescesse il vento da Levante, che in quel punto soffiava, egli sarebbe obbligato di tirarsi al largo lasciando gli amici in terra in balía della fame e del ferro, imperciocchè il presidio turco del castello si fosse già rinforzato col soccorso delle prossime terre, e si avesse certezza che sarebbe andato di mano in mano aumentando: parergli partito migliore, che il Gonzaga scendesse in luogo più acconcio a foraggiare, e vedere di cogliere alla sprovvista Lepanto, e le altre terre litorane; intanto egli starebbe su lo avvisato, e caso mai il Turco uscisse, egli lo andrebbe a trovare per combatterlo: prevalse il parere di Andrea; però lasciate alquante navi su le áncore, le altre volsero le prue a Calafighera, trenta miglia dalla Prevesa per foraggiare e fare acqua. Era intendimento del Barbarossa non uscire a battaglia conoscendosi inferiore di forze, nè temeva potessero sforzare la imboccatura del porto per trovarcisi il canale stretto così, che due galee di fronte non ci potessero passare, e avendoi castelli tanto di giannizzeri come di artiglierie ottimamente forniti; dove mai la sforzassero, gli sembrava che le sue galee, protette dal cannone delle fortezze, non potessero essere combattute, mentre, andando allo aperto, disperava della vittoria; ma certo eunuco di Solimano, che gli storici del tempo chiamano Monuco, lo garrì come poco animoso, affermando, per quanto grande fosse il numero delle navi cristiane, non sosterrebbero la vista delle insegne del Sultano cacciate via dal terrore del suo nome, con più altre parole eccessive, consuete a cui abbia prosunzione molta e senno poco; onde il Barbarossa, temendo che costui nell'animo di Solimano non lo disservisse, si dispose a mal suo grado uscire. Andrea navigava tardo e male; chè i venti, a cagione dell'Equinozio, voltabili lo sbatacchiavano ora innanzi, ora in dietro; sicchè allo appressarsi della isola di Santa Maura, ecco raggiungerlo alcune saettie greche, ed avvisarlo che l'armata turca uscita dalla Prevesa si era attelata lungo la costa a mancina, nel luogo appunto dove stava poc'anzi il patriarca Grimano, e certo con lo intendimento, che provando la fortuna contraria, potessero salvarsi sul prossimo lido. L'ordine di battaglia del Barbarossa questo: egli con la Capitana in mezzo, nel cornodestro Tubac, al sinistro Salecco, entrambi provati in combattimenti innumerevoli: innanzi a tutti, e sopra tutti famoso Dragut, con trentatrè galee, galeotte e fuste. Andrea pertanto, avendo a movere contro al Barbarossa, ebbe a rifare il cammino osservando la stessa ordinanza praticata prima, e siccome pareva che ei non ci andasse di buone gambe, Francesco Doria, accostatosigli con la sua galea, ad alta voce gridò: — Cugino Andrea, non mi pare questa occasione da perdere, chè il vento gagliardo ci aiuta a dar dentro; fa vela, metti mano ai remi; io ti precedo. — Dopo siffatte parole non era lecito ad Andrea rimanersi senza infamia.Inalberato pertanto lo stendardo col Crocifisso, segno della battaglia, comandò celeremente ai collegati che, se i Turchi assaltassero lui, essi investissero il nemico di fianco, nel caso contrario opererebbe il medesimo egli. I lodatori del Doria affermano che il vento di un tratto cascò; gli altri storici tacciono. Il Grimani, aggiungono i primi, si allargò in mare, e il Cappello stette in fra due su quello che si facesse; per la quale cosa Andrea, temendo di rimanere solo, si allargò e prese ad aggirarsi intorno le navi, pure aspettando che i compagni avanzassero in battaglia. Altri, nellavoglia di scolpare il Doria, mal destro, accusa e scolpa ad un punto il Patriarca e il Cappello, affermando che Dio, mosso dalla strage la quale stava per succedere, levò dall'animo del Patriarca e del Cappello il partito di schierarsi in battaglia: inanità e peggio: a quei tempi non si conoscevano ancora i diarii governativi, ma gli sfrontati ci erano; di fatti, essendosi il Doria riservato la vanguardia, stava a lui appiccare il combattimento là dove non avesse principiato il nemico; e che l'andasse proprio così si ricava eziandio dagli storici del tempo non piaggiatori, i quali rammentano come, dopo Francesco Doria, il Grimano, per torre Andrea dalla intempestiva ordinanza, andasse a dirgli che il manco di vento non lo mettesse in apprensione, perchè se i bastimenti a vela non avessero potuto giungere a tempo, si poteva vincere con le sole galere, sia perchè superavano in bontà ed in numero le turchesche, sia perchè le schermiva il galeone posto quasi baluardo fra loro; e Andrea, senza punto commoversi, gli rispose: stesse di buono animo, si restituisse al suo posto; egli farebbe il debito; attendessero gli altri ad eseguire il proprio, e nè anco potè stare alle mosse il Cappello, chè, saltato in corazza sopra la galera di Andrea, con parole accesissime lo confortòa cogliere la occasione di fare a un punto sè immortale, e incolume la cristianità dalla infamia dei barbari; egli profferirsi parato ad attaccare la zuffa, egli sostenere lo sforzo della puntaglia: nondimeno anco lui rimandò il Doria con blande parole.Dragutte intanto si accostava guardingo, sospettando agguati, e poichè, speculato il mare, non vedeva apparire causa alcuna di pericolo, pigliava animo di accostarsi bel bello al galeone del Bondumiero, senonchè questi, da quel valoroso uomo che era, se lo lasciò avvicinare a mezzo tiro d'archibugio, e poi, di un tratto, tale gli sparò addosso mirabile copia di artiglierie, che quegli pieno di terrore si ritrasse indietro. Intanto Andrea si allargava vie più, e il Barbarossa, non sapendo che pensare, si peritava, finchè poi, pel soverchio dilungarsi del nemico, avendo conosciuto com'egli schivasse la battaglia, con franco animo si volse a combattere il galeone ed alquante navi rimaste indietro, tra queste quella di Francesco Doria, cui Andrea spedì la più spigliata delle sue galee per levarlo dalla baruffa, ma egli, ributtata la offerta, stette a menare le mani. La pioggia, che sul tramonto del dì si mise dirotta, affrettò il buio, il quale protesse la ritirata cristiana, che ormai, per lo scompiglio,più che per altro, meritava il nome di fuga, e per tale la tenne Andrea, che comandò spegnessero i lumi a fine di non essere scoperti; tuttavia il Barbarossa agguantò ed arse due navi, di cui una fu dello abate Bibbiena, l'altra di Pasquale Mocenigo, entrambi i quali combatterono come chi non chiede patto e non lo attende; l'armata cristiana si salvava inseguita fino a dodici miglia fuori di Corfù; Andrea, malconcio, menò pubblica esultanza; vecchi trovati a dissimulare disfatte, da nessuno creduti e sempre messi in opera. Il giorno appresso due navi che si lamentavano perdute si videro comparire lacere sì non vinte, e questo per la virtù dei capitani Mancino Navarrese e Boccanegra entrambi spagnuoli, e il Bondumiero, tuttochè rimasto solo, difese mirabilmente il suo galeone, e dopo molto contrasto lacero da oltre cento cannonate, rotti gli alberi maggiore, della mezzana e della contromezzana, le vele sforacchiate, infrante le antenne, le traglie e i frasconi, quasi senza avere parte che sana fosse, lo cavò dalle mani dei nemici, i quali quanto più lui commendavano e levavano a cielo, altrettanto la inconsueta viltà del Doria vituperavano.Di cotesto fatto, allora e poi, si levarono querimonie grandi a carico del Doria; i malevoliai Veneziani però insinuavano lo mandasse a male il Cappello, per istruzione segreta dei Dieci contrarii alla impresa, la quale era stata risoluta in Senato dai Pregadi; all'opposto i malevoli allo Imperatore bandirono: suo scopo essere stato impadronirsi dell'armata veneziana, mettendo a bordo delle galee di San Marco presidio spagnuolo, e poichè questo tiro non gli era venuto fatto, desiderasse piuttosto la ruina che la riuscita della impresa; non manca neppure chi ne incolpa addirittura il Doria, il quale, secondo la opinione loro, si mosse a questo non per cause di stato, bensì per deferenza al Barbarossa, principali fra essi il Giovio e il Brantôme, e ciò per virtù del proverbio antico, che tra corsaro e pirata non ci ha guadagno, che di barili vuoti: anzi, più oltre arrischiandosi, assicurano che il Barbarossa rendesse poi la pariglia al Doria quando questi in compagnia del marchese del Vasto avendo dato in secco con quattro galee su le coste di Villafranca, ei non lo volle assalire, nonostante la pressa che gli fece dintorno il Paolino ammiraglio francese, allegando per iscusa lo scirocco che soffiava contrario ed era all'incontro propizio.Tra le discordanti opinioni, dovendo dire la mia, parmi evidente che ce ne fosse pel manicoe per la mestola; intendo cioè che la impresa sinistrasse un po' per le insidie spagnuole contro Venezia, e un po' pel sospetto dei Veneziani; e nel processo dei tempi questi umori si palesano in altri fatti, massime alla battaglia di Lepanto. Che il Turco prevalesse così nel Mediterraneo, da minacciare Napoli e Sicilia, lo Imperatore non voleva, ma nè anco garbavagli stremarlo in modo che i Veneziani, non avendo più cotesto freno da rodere, voltassero altrove il consiglio e le armi, molto più che a Carlo coceva ricuperare le terre del Milanese, le quali giusta il suo avviso erano state rapite dai Veneziani all'avo di lui, Massimiliano: ora tenuta bassa, e potendo, tolta di mezzo la repubblica veneziana, non si giudicava impossibile distendere la dominazione spagnuola sopra la universa Italia o immediatamente con la forza, o mediatamente per via d'industrie degli uomini proprii o di principi vassalli. L'Austria successe in questo concetto alla Spagna, e all'Austria, per mio giudizio, se si lasciasse fare, vorrebbe sostituirsi la Francia; la Italia appena vi potrà fare riparo col volere concorde; all'opposto in sè discorde, e co' governanti paurosi, io dubito se potrà uscirne senza scapito. Però nonostantechè la esperienza per ordinario predichi invano, tu che leggi considera colloesempio del Doria, che libertà sia quella che ci lascia la protezione di un potente straniero: oggi la piaggieria ripetuta da tutte le bocche e da tutte le penne in cotesti tempi della Patria affrancata per virtù di Andrea Doria cascò, e sotto di lei comparisce la verità, ch'egli, capitano di ventura al soldo di Spagna, procacciava con ogni via la servitù della Patria, e la propria fama, per compiacere all'imperiale padrone, avviliva.Il Barbarossa essendosi tratto (come fu detto) quindici miglia accosto a Corfù, parve il facesse in oltraggio dei cristiani: della quale cosa commosso il Gonzaga prese con veemente orazione ad eccitare il Doria, e gli altri capitani a non volerlo patire, e si ebbe promesse in copia, e fatti scarsi; sicchè al Barbarossa venne conceduta abilità di ritirarsi alla Prevesa, prima che dai nostri si fosse pure risoluto movergli contro: tuttavia, parendo anco al Doria, che, tornandosene a cotesto modo in Italia, sarebbe stato con troppa offesa della sua rinomanza, si dispose ad assalire Durazzo; disperato dal Cappello, il quale gli fece toccare con mano mal sicuro il porto, si volse a Castelnuovo, impresa non ardua atteso lo scarso presidio dei Turchi, che lo difendeva; e nondimanco ella andò, non so se io mi abbia a dire illustre oluttuosa per la morte di quel Boccanera, che tanto strenuamente difese la sua nave alla Prevesa. Preso Castelnuovo, il Doria ci mise dentro per presidio quattromila Spagnuoli, di quelli che, dopo avere levato tumulto a Milano, si trovarono al sacco di Roma; di che accrebbero, e con ragione, le querele i Veneziani, come ciò contradiasse ai capitoli della lega, i quali portavano, che gli acquisti della guerra tra i collegati si spartissero; nè si rimasero ai lagni; ma incerti ormai se più avessero a temere dai nuovi amici che dai vecchi nemici, statuirono di botto una tregua di sei mesi col Turco, procurata a mediazione di Lorenzo Gritti, e per gli uffici del Rincone, il quale, oratore del re di Francia presso Solimano, lo raumiliò tutto dandogli ad intendere, i giovani patrizii agguindolati da faccendieri cesarei, avere condotto Venezia in cotesta improvvida lega contra il parere dei vecchi senatori, risoluti ad osservare l'amicizia con la Casa Ottomana; e poichè a Solimano così giovava credere, così credè.Prima però che cotesta tregua si chiarisse, Ariadeno acerbamente sopportando la perdita di Castelnuovo, trasse a soccorrerlo, ma gli stette nemica la fortuna, però che, arrivato in vicinanza alla Vallona, un temporale di subito sorto gli sconquassò la intera flotta, spingendotalune galee e galeotte a rompersi fra gli scogli. Allora i capitani della lega furono da capo intorno al Doria, perchè uscisse a dare il colpo di grazia al Barbarossa così spennacchiato, ma egli alla ricisa negò, dicendo, e non senza ragione, non correre tempo adesso di nuove imprese, se pure non si voleva, che fortuna, pari a quella del Barbarossa, toccasse anco a loro.Dei fatti dentro quell'anno dal Doria compiti, si mostrò contento l'Imperatore solo; gli altri no, e il Papa stesso certo giorno, stando a mensa, lo punse con queste parole: — che il signore Andrea, andando debitore della propria reputazione alle sue galee, operava da quell'uomo accorto ch'egli era, schivando metterle ad ogni poco a repentaglio. — Ad ogni modo lo acquisto di Castelnuovo durò poco, chè l'anno dopo il Barbarossa lo riprese con la perdita di tutto il presidio spagnuolo parte fatto schiavo, parte ucciso; tra i morti il Sarmiento, che dopo avere fatto mirabili prove della sua prodezza, sparve tra i rottami di una mina; onde quando il Barbarossa ordinò cercassero il corpo per decapitarlo, e mandarne il capo mozzo in dono a Solimano, non lo poterono trovare. Anco della fine miserabile del Sarmiento si diede carico al Doria, imperciocchè, dopo avergli promesso lo avrebbe in ogni angustiasoccorso con prontissimo aiuto, altro non fece, che mandargli da Brindisi due navi di grano.Ora racconteremo la presa del Corsale Dragut così ai suoi tempi famoso. Ei nacque nell'Anatolia, in certo borghetto per nome Carabalac, di condizione oscura; affermano i suoi parenti agricoltori; di forme egregio, l'ebbe in delizia Aron corsale del suo paese, il quale, cedendo alle fervide preci di lui diventato adulto, gli confidò una fusta con la patente di andare in corso; con questo fece parecchie prese, e così, ingagliardito di forze aspirando a cose maggiori, assalta il Pasqualigo nel golfo di Venezia a cui affonda due galee, e tre gliene toglie, fra le altre la Temperanza, galea per varie fortune in questa storia famosa. Poco dopo disfece le galee per difetto di ciurme, tranne laTemperanza, e se ne compose una bella e buona armatetta di nove galeotte, e con questa navigando pel Tirreno, cagionava, così per mare, come sui prossimi lidi, danni pari al terrore. Andrea gli teneva l'occhio addosso per cogliere il destro di schiantarlo di un tratto, e adesso, parendogli venuto, ordinava a Giannettino, suo alunno e figlio di elezione, andasse a distruggerlo; gli commetteva ventuna galee, e gli dava per compagno Antonio Doria, soldato di reputazione;questi cercatolo pei mari non lo rinvennero; in Corsica udirono avere salpato per combattere Capraia; dato di volta alle prue, nell'accostarsi alla isola, tennero averlo nelle mani sicuro, dacchè il vento portasse fino a loro lo strepito delle artiglierie; raddoppiarono le forze dei remi, ma arrivando ansanti, anco di qui lo trovarono sparito, però che dopo avere dato alla rocca una furiosissima batteria, sceso in terra il Dragut, fatta una funata di schiavi, e cacciatili a bordo, anco da Capraia era sguizzato altrove. I Doria pertanto, tornati in Corsica, ebbero lingua, il Corsale essersi visto lungo la costa di Ponente; seguironlo cauti, e lo ebbero a man salva, mentre sceso nel golfo della Girolata, stava in terra spartendo la preda. Taluno storico racconta di battaglia combattuta, e vinta per virtù di certo strattagemma immaginato da Giannettino; le sono novelle, dacchè non l'avrebbe taciuto il Cappelloni, il quale, come avvertimmo, fu segretario di Giovannandrea figliuolo di Giannettino, mentre nella vita di Andrea, dettata da lui, espone il fatto per lo appunto nel modo in che fu raccontato da noi. Se ciò cocesse al Dragut non importa dire; tuttavia fece buon viso alla procella; e messo ai ferri, e al remo mostrò, come la fortuna possa togliere tutto, tranne la dignità, ed alsignor Parisot, che poi fu gran maestro di Malta e ci si trovava presente, mentre per consolarlo gli diceva: — senor Dragut, usanza de guierra — egli imperturbato rispose: — y mudanza de fortuna. — Condotto a Genova quasi in trionfo, e imprigionato nella magione di Fassuolo, rinvenne grazia al cospetto di madonna Peretta, cui parve ingeneroso quel superbire della facile vittoria; ond'ella impetrò si mandasse al consorte Andrea stanziato a Messina; il Principe lo donò allo Imperatore perchè lo tenesse a sua posta, ma questi, aborrendo forse pagarlo più che non valeva, rispose, al predatore toccare a disporre della preda: allora Andrea, considerando mal sicuro, e di troppa spesa custodire un siffatto prigione, e dall'altra parte temendo le feroci rappresaglie dei Turchi; nè la propria natura consentendogli a spegnerlo col veleno, deliberò accettarne il riscatto: per avventura così operando compiaceva meglio al genio ligure: dicono lo tassasse di soli tremila ducati, ma saranno stati di più; li pagò il Barbarossa; il Dragut tornato in fiore gli volle restituire; intanto egli, riavuta la libertà, compariva ai cristiani a due doppi più feroce di prima; armato un piccolo legno, con battaglia manesca s'impadroniva della galea del visconte Cigala; e di qui prese balía a ricomporre una squadra diquarantadue vele con millecinquecento Turchi da fazione; con questa disertò le coste di Spagna e d'Italia, Malta, il Gozzo e Rapallo; vinse Castellamare e Tripoli; prese i danari, che dalla Francia portavano su di una galera a Malta; mise a un dito il sovvertimento della incipiente città di Portoferraio, allora battezzata Cosmopoli, ma il nome non attecchì: per ultimo condusse imprese, che nel corso di questa vita ci sarà mestieri raccontare. Per simile fatto grandi levaronsi, così in Francia come in Italia, querele contro Andrea Doria, quasi la Francia non andasse fino a Costantinopoli a cercare il Turco per avventarlo contro la Cristianità, e Andrea la protervia altrui molto bene rimbeccava con questa, ed altrettali ragioni: veramente che lo interesse sia entrato per qualche cosa nella condotta di lui, non vo' negarlo, ed io l'ho detto, ma che solo lo dirigesse, non sembra giusto che si abbia a credere.Accenno come, in questo scorcio di tempo, la città di Gand essendosi ribellata da Carlo V, egli facesse disegno di reprimerla celere e feroce: ogni altra via difficile, agevole quella per mezzo la Francia, pure avendo bilanciato il prò e il contro, a lui parve bene accettare; e della fede del Re più che tutto lo affidava il senso di avere cotesto negozio comune con esso, imperciocchèsia interesse di tutti i re, che i ribelli, a ragione o a torto, ricevano pronto castigo e feroce: quanto alla differenza di Milano, causa di perpetua lite tra Francia ed Austria, l'Imperatore non pativa difetto di buone parole, ed era disposto ad usarne: nè egli solo, bensì i cortigiani suoi, i segretarii, e i ministri, a cui non lo voleva sapere, dicevano e scrivevano: la cessione del Milanese al re Francesco oramai cosa decisa; inoltre, da quel trincato ch'era, Carlo non omise termine di tenersi bene edificata Diana di Poitiers, baldracca di Francesco, che poi redò con la corona di Francia il suo figliuolo Enrico: e sopra tutte le altre carezze la vinse questa: mentr'ella gli mesceva l'acqua per lavarsi le mani, Carlo lasciò cadere destramente nel cantino un anello del valore di molte migliaia di ducati, e nonostante tali cautele non fu senza angoscia il suo soggiorno in Francia; però che il Re cadde allo improvviso infermo, e caso mai fosse morto, l'Imperatore sapeva il Consiglio ed i figliuoli suoi deliberati a tenerlo; ma passeggero incomodo fu quello, e Francesco sempre più incaponito a credere, che la nuova benevolenza gli avesse reso favorevole il vecchio emulo nella pratica del Milanese, e così sopita per sempre ogni causa di guerra fra loro, si lasciò andare finoa mostrargli le lettere dei maggiorenti gandesi, i quali, rotta la devozione allo impero, si profferivano alla Francia; e Carlo ringraziava ed appuntava quei nomi; entrato più tardi in Gand gl'impiccò tutti; ma Francesco da cotesto tradimento vilissimo non cavò costrutto alcuno, conciossiachè l'Imperatore ora con questo, ed ora con quell'altro pretesto, andasse menando sempre il can per l'aia, nè a fine di conto si venne ad altra conchiusione, che a rinnovare la guerra più nemici di prima.Nè manco ci occorre discorrere le guerre in quel torno operate dalle armi cesaree in Ungheria, e nella Germania: ci basti dire com'egli adesso statuisse valicare in Affrica per la impresa di Algeri: da ciò molti, massime Andrea, lo distoglievano: anzi questi gli scrisse lettere ortatorie dove, come soleva, più volte lo appellò figlio, e lo ammoniva non parergli spediente, ora che il Turco aveva preso Buda, mettersi attorno a gesti difficili; inoltre la stagione (eravamo in Ottobre) piena di pericolo attese le procelle equinoziali, e la qualità della spiaggia persuadevano a differire; non pertanto Carlo s'intorò a farlo, sembrandogli, che a primavera, pei rumori di guerra che la Francia disegnava movergli, non gliene sarebbe offerto il comodo, e poi perchè assai gli premeva compiacere agliSpagnoli, smaniosi di torsi di su gli occhi quel nido di corsali, che infesto prima, era cresciuto per la sopravvenienza dei Turchi cacciati da Tunisi; i commerci ne rimanevano malamente offesi, e pareva peggio che ostico, ai devoti Castigliani, che mentre il Re loro non finiva di travagliarsi per Germania, Italia e Fiandra, lasciasse manomettere i regni paterni; per ultimo Carlo ambiva, in difetto di meglio, potere mostrare che sul Turco si era rifatto; e fu povero consiglio, imperciocchè in ogni evento, Algeri presa, non avria compensato Buda perduta, e Vienna chiusa in assedio; nè il Barbarossa in Affrica era da mettersi a paragone con Solimano in Ungheria.Immenso lo apparecchio della impresa. Napoli somministra seicentomila ducati di sussidio, o come allora dicevasi, didonativo, che il Governo metteva per forza: Sicilia centomila. La religione di Malta mandò le sue galere; la Spagna, oltre le venticinque mantenute dal governo cui soprastava l'ammiraglio Bernardino Mendozza, ne allestì altre non poche a spese di mercanti e di baroni. In Italia assoldaronsi seimila fanti sotto i colonnelli Agostino Spinola, Antonio Doria e Cammillo Colonna, quattrocento uomini di arme eletti e cavalleggeri, i migliori che mai si fossero visti; Andrea,cui toccava l'obbligo di trovarsi alla impresa con venti galee, ci andò con ventidue, tuttavia dicendo, che se tornava con mezze, gli sarebbe sembrato di fare un bel civanzo, e parve indovino. Messo in punto ogni cosa, lo Imperatore s'imbarcò menando seco Ottavio Farnese nipote del Papa, e suo genero novello; trentacinque furono le galee con le quali sferrò dalla Spezia drizzando il corso verso Maiorca, dove aveva dato la posta al Mendozza, che ci si doveva trovare; dinanzi a lui veleggiavano navi cariche di bene undicimila fanti tra Tedeschi ed Italiani.Quasi a diffidarlo, la fortuna gli fece provare, appena messo in cammino, il tempo nemico: sbarattate le navi dalle galee ripararono a San Bonifazio in Corsica, dove lo Imperatore le raggiunse a fatica: qui ebbe accoglienze piuttosto immani che barbare, dacchè trovo registrato, nei ricordi in Corsica (e l'ho già detto), come certo isolano accomodasse lo Imperatore di un suo stupendo cavallo, al quale poi spaccò con un colpo di archibugio il cranio esclamando: che dopo avere portato lo Imperatore non meritava si sottoponesse ad altro uomo del mondo. Levate le áncore da San Bonifazio, ecco nuova procella scompigliare i mari, e dopo vari errori spingere navi e galee a Minorca;quinci recossi a Maiorca, dove gli occorsero Ferdinando Gonzaga con le galee sicule e le navi in numero di cinquanta con fanti, cavalli, copia di vettovaglie e artiglierie. Da prima intesero aspettare il Mendozza con la rimanente armata; senonchè Andrea, avvertendo che l'ammiraglio spagnuolo di faccende marinaresche peritissimo, approfittandosi del tempo favorevole, doveva senza dubbio aver tirato di lungo, persuase a rompere gl'indugi, cosicchè col mare sconvolto, non però burrascoso, arrivarono alla vista di Algeri.FINE DEL PRIMO VOLUME.
Solimano, prevalendosi della discordia tra lo Imperatore ed il Re di Francia, piglia Castro e minaccia la Italia intera. — Il Papa si ricorda essere padre dei fedeli. — Congresso di Nizza. — Eremita che intende accordare Dio e il Diavolo, novella narrata dal medico Turini a papa Paolo III. — Tregua di Nizza. — Francesco e Carlo si vedono alle Acque morte. — Parole risentite scambiate fra Andrea Doria ed il re di Francia. Inverosimiglianza della proposta del Doria di trasportare il re di Francia a tradimento in Ispagna intanto ch'egli si tratteneva su la galea. — Anco da questa conferenza non riesce utile alcuno. — Osservazione del Bonfadio, e perpetua stupidità del popolo. — Andrea muove contro il Barbarossa; propone lega ai Veneziani a danno del Turco; non viene accettata, e perchè. — Piccole cose di Andrea e sperticati encomii del Bonfadio. — Lodi di Cesare Fregoso per la sua carità verso la patria. — Scontro alle Melere con poca gloria di Andrea. — Veneziani bisognosi di aiuto ne ricercano il Doria che ostinato lo nega. — Sue insidie per mettere i Veneziani in discordia con Solimano. — Lega del Papa, i Veneziani e l'Imperatore contro il Turco; i Veneziani abbandonati dal Doria rammentano l'antica virtù. — Comune pericolo riunisce i collegati. — Pier Luigi Farnese patrizio veneziano e marchese di Novara. — Assalto della Prevesa. — Andrea vuole rinforzare il presidio delle galee veneziane con fanti spagnuoli, si ringrazia, e non si accettano;donde nuove gozzaie. — In questa guerra tutti fanno il proprio dovere, tranne Andrea, che ne ritrae danno ed infamia. — Tenta Durazzo. — Piglia Castelnuovo. — I Veneziani disgustati dal Doria si accomodano con Solimano. — I Turchi ripigliano Castelnuovo; morte del Sarmiento. — Chi fosse il corsale Dragut; Giannettino lo piglia e lo mette al remo; trova grazia presso Peretta moglie di Andrea, che, per 5000 ducati con molto biasimo suo e danno della cristianità, lo libera. — Imprese del Dragut liberato. — Gand ribellasi allo Imperatore, che per reprimerla si affida passare per la Francia; lusinghe e pericoli; diamante lasciato cadere nel bacile che gli offeriva Diana di Poitiers. — Impresa di Algeri dissuasa dal Doria è statuita; cause che la persuasero a Carlo V. — Apparecchi e primi disastri. — Riunione delle armate ad Algeri. — Sbarco differito e perchè. — Resa intimata e reietta; si fa lo sbarco; scaramuccie durante il giorno e la notte. — Orribile uracano. — I Turchi finiscono i corpi avanzati degl'Italiani; minacciano lo sterminio del campo italiano ch'è soccorso da Giannettino Doria; pericolando egli stesso lo sovviene lo Imperatore. — I Turchi sono respinti e perseguitati fin sotto le mura; sortita di Osfan-Agà: strage dei nostri; valore dei cavalieri di Rodi: sgomento dello Imperatore, che tenta le supreme prove per salvare l'esercito e gli riescono. — Rinforza l'uracano; ruina dell'armata imperiale; superstizione di Carlo V; casi pietosi. — Virtù e costanza del Doria singolarissime; egli manda a dire a Carlo se parte, lo andrebbe ad aspettare a capo Matafus. — Generosità di Ferdinando Cortez, e sua perdita di smeraldi, o come altri dice di una perla. — Consulta se lo esercito deva ritirarsi; Carlo n'esclude il Cortez, e perchè. — Ritirata travagliosa; torrente grosso di acque la impedisce; Giannettino e i Genovesi costruiscono un ponte per traversarlo. — Parole di Carlo al Doria, promette ristorarlo dei danni, e lo fa, ma sottilmente. — Partenzada Matafus, ed eccidio miserabile di cavalli. — Nuova procella e rovina di navi; casi fortunosi della gente sbatacchiata dalla bufera. — Carlo torna in Ispagna a far penitenza, Andrea in Genova a riordinare l'armata. — Ghiottoneria dello Imperatore. — Mutue offese tra Carlo e Francesco. — Insidie a monsignore di Granvela. — Strage del Rincone e del Fregoso. — Nuova guerra tra lo Imperatore e Francesco rotta da tre parti. — Si parla di quella di Perpignano. — Consigli del Davalos a Cesare e superbe risposte di lui. — Provvidenze del Doria. — Solimano in lega col re di Francia manda il Barbarossa nel Mediterraneo; devastazioni sue quando viene. — Carlo per l'ultima volta albergato dal Doria. — Invitato di conferire a Bologna col Papa, Cesare rifiuta; pure consente parlargli a Busseto; il Papa attende a tirarvi l'acqua al suo molino, e non riesce. — Cesare bisognoso di danaro ne trova da Cosimo duca di Firenze. — Guerra d'Italia: assedio di Nizza per parte dei Francesi e dei Turchi. — Arti francesi con Genova non approdano. — Assedio di Nizza. — La Segurana e il Conte di Cavour. — Il Simeoni difende il Castello; Turchi e Francesi danno indietro. — Male parole e peggio fatti tra il Barbarossa e il Polino. — Il marchese del Vasto soccorre Nizza. — Fortuna di mare e perdita di galee del Doria a Villafranca. — Guerra del Piemonte. — Andrea dissuade il Davalos a soccorrere Carignano; ragioni per le quali il Davalos si reputa obbligato a sovvenirlo. — Battaglia della Ceresola. — Curiosi particolari di quella. — Stupenda alacrità di Andrea e dei partigiani dello Imperatore a rifare lo esercito. — Pietro Strozzi alla Mirandola; in Lombardia; rotto alla Scrivia; raduna nuove squadre; va a Montobbio; penetra nel Piemonte e piglia Alba. — Il Barbarossa va via; danni da lui recati all'Italia quando parte; con Genova propone accordi; pure le ruba una nave; immanità sua contro le ossadi Bartolomeo da Talamone: è ributtato da Ortebello; saccheggi e ruine per le terre del regno; se ne torna per ultimo a Costantinopoli. — Si rinfocola la guerra tra il Re di Francia e lo Imperatore, a cui si aggiunge Enrico VIII d'Inghilterra: mentre si aspetta il finimondo segue la pace. — Cause di questa. — Chi fosse il Furstembergo e casi suoi. — Reputazione delle bande italiane per gli assalti delle terre. — Milizie tedesche bestialissime sempre, ed in abbominazione agli stessi propri capitani. — Pace di Crepy, e patti della medesima.
Solimano, prevalendosi della discordia tra lo Imperatore ed il Re di Francia, piglia Castro e minaccia la Italia intera. — Il Papa si ricorda essere padre dei fedeli. — Congresso di Nizza. — Eremita che intende accordare Dio e il Diavolo, novella narrata dal medico Turini a papa Paolo III. — Tregua di Nizza. — Francesco e Carlo si vedono alle Acque morte. — Parole risentite scambiate fra Andrea Doria ed il re di Francia. Inverosimiglianza della proposta del Doria di trasportare il re di Francia a tradimento in Ispagna intanto ch'egli si tratteneva su la galea. — Anco da questa conferenza non riesce utile alcuno. — Osservazione del Bonfadio, e perpetua stupidità del popolo. — Andrea muove contro il Barbarossa; propone lega ai Veneziani a danno del Turco; non viene accettata, e perchè. — Piccole cose di Andrea e sperticati encomii del Bonfadio. — Lodi di Cesare Fregoso per la sua carità verso la patria. — Scontro alle Melere con poca gloria di Andrea. — Veneziani bisognosi di aiuto ne ricercano il Doria che ostinato lo nega. — Sue insidie per mettere i Veneziani in discordia con Solimano. — Lega del Papa, i Veneziani e l'Imperatore contro il Turco; i Veneziani abbandonati dal Doria rammentano l'antica virtù. — Comune pericolo riunisce i collegati. — Pier Luigi Farnese patrizio veneziano e marchese di Novara. — Assalto della Prevesa. — Andrea vuole rinforzare il presidio delle galee veneziane con fanti spagnuoli, si ringrazia, e non si accettano;donde nuove gozzaie. — In questa guerra tutti fanno il proprio dovere, tranne Andrea, che ne ritrae danno ed infamia. — Tenta Durazzo. — Piglia Castelnuovo. — I Veneziani disgustati dal Doria si accomodano con Solimano. — I Turchi ripigliano Castelnuovo; morte del Sarmiento. — Chi fosse il corsale Dragut; Giannettino lo piglia e lo mette al remo; trova grazia presso Peretta moglie di Andrea, che, per 5000 ducati con molto biasimo suo e danno della cristianità, lo libera. — Imprese del Dragut liberato. — Gand ribellasi allo Imperatore, che per reprimerla si affida passare per la Francia; lusinghe e pericoli; diamante lasciato cadere nel bacile che gli offeriva Diana di Poitiers. — Impresa di Algeri dissuasa dal Doria è statuita; cause che la persuasero a Carlo V. — Apparecchi e primi disastri. — Riunione delle armate ad Algeri. — Sbarco differito e perchè. — Resa intimata e reietta; si fa lo sbarco; scaramuccie durante il giorno e la notte. — Orribile uracano. — I Turchi finiscono i corpi avanzati degl'Italiani; minacciano lo sterminio del campo italiano ch'è soccorso da Giannettino Doria; pericolando egli stesso lo sovviene lo Imperatore. — I Turchi sono respinti e perseguitati fin sotto le mura; sortita di Osfan-Agà: strage dei nostri; valore dei cavalieri di Rodi: sgomento dello Imperatore, che tenta le supreme prove per salvare l'esercito e gli riescono. — Rinforza l'uracano; ruina dell'armata imperiale; superstizione di Carlo V; casi pietosi. — Virtù e costanza del Doria singolarissime; egli manda a dire a Carlo se parte, lo andrebbe ad aspettare a capo Matafus. — Generosità di Ferdinando Cortez, e sua perdita di smeraldi, o come altri dice di una perla. — Consulta se lo esercito deva ritirarsi; Carlo n'esclude il Cortez, e perchè. — Ritirata travagliosa; torrente grosso di acque la impedisce; Giannettino e i Genovesi costruiscono un ponte per traversarlo. — Parole di Carlo al Doria, promette ristorarlo dei danni, e lo fa, ma sottilmente. — Partenzada Matafus, ed eccidio miserabile di cavalli. — Nuova procella e rovina di navi; casi fortunosi della gente sbatacchiata dalla bufera. — Carlo torna in Ispagna a far penitenza, Andrea in Genova a riordinare l'armata. — Ghiottoneria dello Imperatore. — Mutue offese tra Carlo e Francesco. — Insidie a monsignore di Granvela. — Strage del Rincone e del Fregoso. — Nuova guerra tra lo Imperatore e Francesco rotta da tre parti. — Si parla di quella di Perpignano. — Consigli del Davalos a Cesare e superbe risposte di lui. — Provvidenze del Doria. — Solimano in lega col re di Francia manda il Barbarossa nel Mediterraneo; devastazioni sue quando viene. — Carlo per l'ultima volta albergato dal Doria. — Invitato di conferire a Bologna col Papa, Cesare rifiuta; pure consente parlargli a Busseto; il Papa attende a tirarvi l'acqua al suo molino, e non riesce. — Cesare bisognoso di danaro ne trova da Cosimo duca di Firenze. — Guerra d'Italia: assedio di Nizza per parte dei Francesi e dei Turchi. — Arti francesi con Genova non approdano. — Assedio di Nizza. — La Segurana e il Conte di Cavour. — Il Simeoni difende il Castello; Turchi e Francesi danno indietro. — Male parole e peggio fatti tra il Barbarossa e il Polino. — Il marchese del Vasto soccorre Nizza. — Fortuna di mare e perdita di galee del Doria a Villafranca. — Guerra del Piemonte. — Andrea dissuade il Davalos a soccorrere Carignano; ragioni per le quali il Davalos si reputa obbligato a sovvenirlo. — Battaglia della Ceresola. — Curiosi particolari di quella. — Stupenda alacrità di Andrea e dei partigiani dello Imperatore a rifare lo esercito. — Pietro Strozzi alla Mirandola; in Lombardia; rotto alla Scrivia; raduna nuove squadre; va a Montobbio; penetra nel Piemonte e piglia Alba. — Il Barbarossa va via; danni da lui recati all'Italia quando parte; con Genova propone accordi; pure le ruba una nave; immanità sua contro le ossadi Bartolomeo da Talamone: è ributtato da Ortebello; saccheggi e ruine per le terre del regno; se ne torna per ultimo a Costantinopoli. — Si rinfocola la guerra tra il Re di Francia e lo Imperatore, a cui si aggiunge Enrico VIII d'Inghilterra: mentre si aspetta il finimondo segue la pace. — Cause di questa. — Chi fosse il Furstembergo e casi suoi. — Reputazione delle bande italiane per gli assalti delle terre. — Milizie tedesche bestialissime sempre, ed in abbominazione agli stessi propri capitani. — Pace di Crepy, e patti della medesima.
Mentre gli animi di Francesco di Francia e di Carlo austriaco pareva avessero ad essere più inviperiti che mai, e le opere mostravano la superba febbre di superare l'un l'altro, di un tratto gli emuli cagliarono, e ciò perchè la forza non rispondeva al mal volere: ancora, se le feroci cupidità di Solimano sgomentavano Carlo nemico per bisogno, non assicuravano Francesco amico per comodo: in fatti il Turco, dopo avere con molta segretezza raccolto armi alla Vallona, quinci mosso allo improvviso, pigliò Castro in prossimità di Otranto, dando voce che intendeva ridurre la universa Italia in servitù, e siccome Solimano era uomo da fare le cose anco prima di dirle, così vuolsi credere che cotesto modo di aggiustare le liti fra loro non garbasse ai contendenti; e meno che agli altri al Papa, il quale, a vero dire, quante volte ci è andato del suo interesse, si ricordòchiamarsi padre dei fedeli, e l'ufficio suo obbligarlo a procurare la concordia fra i principi cristiani, affinchè si unissero a combattere il Turco, di dì in dì crescente terrore della cristianità; però tutto acceso di zelo egli si diede con messaggi e con lettere a procacciare un colloquio tra Carlo e Francesco: a Nizza la posta: avuta l'accettazione della pratica, si dispose a partire egli prima, sia che così persuadesse la cerimonia o lo sforzasse la voglia, o con lo esempio intendesse tirare gli altri. Non si lodava il partito, anzi in Corte si presagiva sarebbe tempo perso. Al quale proposito non disdirà raccontare un caso, che quantunque lepido forse più che alla gravità della storia non convenga, pure, a mio avviso, dipinge anch'egli stupendamente gli uomini e i tempi.
Andrea Turini medico del Papa, ogni volta che udiva dire di questa andata del Pontefice, tentennato il capo, rideva: richiesto intorno alla causa della sua ilarità, rispose: io penso al romito che volle mettere il diavolo d'accordo con Dio. — Ora essendo state riferite (male comune e delle corti vizio) le parole del medico al padrone, questi volle che gli raccontasse il fatto non avendolo udito prima nè poi. Il medico, chiesta ed ottenuta licenza di favellareaperto, incominciò: — Beatissimo Padre, voi avete a sapere che ci fu un tratto un santo eremita, il quale, non si sapendo capacitare come le creature di Dio non vivessero di amore e d'accordo fra loro, prese ad addomesticare insieme parecchie di quelle bestie che si reputano nemiche naturalmente; bisogna dire, che il dabbene uomo, dopochè se ne furono strangolate talune, e mantenendo le altre in istato permanente d'indigestione, riuscisse nel desiderio oltre la speranza: di qui, fatto superbo, aspirò a cose maggiori; fra cui, massima, quella di accordare il diavolo con Dio: a simile scopo pertanto, trovato un dì il Padre Eterno, gli tenne questo ragionamento: — Satana ti fu rubello e tu il punivi; bene sta; ma avendo consentito ch'egli serbasse potenza oltre il ragionevole, mira un po' quale e quanto strazio meni delle anime con le sue tentazioni, e non senza qualche scapito della tua autorità; ancora, tu, padre di ogni misericordia, senti affetto eziandio per quelli che ti offesero; ond'io argomento, che se un po' di penitenza (s'intende della buona) ti mostrasse Satana, tu saresti disposto a perdonargli. — Il Padre Eterno gli rispose: — proprio la è come tu di', e basta che cotesto figliolaccio, col cuore contrito ed umiliato, recitasse le parole,peccaviDomine, miserere mei— egli lo avrebbe ribenedetto. Lo Eremita, oltre modo lieto, prese commiato, dicendo: — gli è affare fatto! — e di buon passo andò a trovare il Diavolo, a cui, con parole accomodate, espose l'antica magnificenza, la perduta beatitudine, e la pratica delle opere buone, onde l'anima si nudrisce a ben fare, e riamata ama, ponendo cura di mettere tutte queste cose in contrasto coll'angoscia di sentirsi, tormentando altrui, tormentato; cibarsi di odio e di pianto; ardere senza consumarsi mai nel fuoco penace; tornasse, oh! tornasse a splendere nei cieli, luce, dopo Dio, prima; ed altre più ragioni addusse, che non preme riportare; le quali scossero la mente del superbo così, ch'ebbe a dire si sarebbe composto più che volentieri, a patto si trovasse modo di non offendere il suo onore. Il padre Eremita rispose: che di questo non doveva nè manco darsi pensiero; non inesperto del mondo, conoscere le convenienze; secondo il suo giudizio, nel congresso con Dio, opinava dovesse bastare la confessione intera dei proprii torti; anzi per impedire ogni cavillo intorno alle parole, proporsi da lui che si avessero a profferire queste e non altre:peccavi Domine, miserere mei!— Satana fece un po' greppo, ma poi esclamò: — Orsù via per farneun fine, la vada come vuoi. — Allora lo Eremita giubbilante: — hai tu nulla di premura per le mani! — E il Diavolo: — andava appunto per l'anima di una Badessa, ma non ci è furia; tanto l'anima è mia. — Dunque, aspettami qui, riprese lo Eremita, che, in meno che non si dice un credo, io vado e torno con la risposta. — Così dicendo, gli volse le spalle correndo e cantando per la consolazione ilTe Deum; però egli non si era dilungato anco venti passi, quando il Diavolo, richiamatolo in dietro, lo interrogava: — e' parmi che un punto sia rimasto dubbio nel trattato, il quale importa grandemente chiarire. — Bada, non mi girare nel manico, lo Eremita ammonì il Diavolo; non ci casca dubbio; tutto rimase stabilito fra noi. — Non è vero, non è vero, esclamò il Diavolo, infatti dimmi un poco chi di noi due, io o il Padre Eterno ha da recitare le parole: —peccavi Domine, miserere mei?— Come! Dio le avrebbe a dire a te? — Ma sicuro, poichè il torto fu proprio tutto suo. — Sei tu che le hai a dire, tu le cento volte, sciagurataccio, e ripetere picchiandoti il petto con una pietra del monte Calvario. — Come così è, non se ne fa nulla, brontolò Satana, e bufonchiando fuggissi via, intanto che si lasciava dietro un fetore di odio e di zolfo da ammorbarne.
E come il medico Turini aveva presagito, accadde; dacchè i potenti emuli, non che si accordassero, non vollero nè manco vedersi; Francesco ricusava udire parola di pace, se non gli si rendeva Milano, e Carlo si turava la orecchie quante volte gli toccassero il tasto di Lombardia; ne uscì una tregua per dieci anni, e non fu poco.
Indi a breve (così appaiono strani o gli accidenti, o gli uomini) occorse, che Andrea, trasportando lo Imperatore a Barcellona, si trovasse ridotto a mal partito a cagione di un fortunale, che si mise per le acque della Provenza, ma temendo di guai si peritava a ripararsi in qualche porto. Il re Francesco, che a caso si trovava per quelle parti, udito il caso, spedì sopra una salda e sparvierata galea oratori a Cesare con profferta di ospizio alle Acque morte, o Fosse mariane: accettato lo invito vi si condusse Cesare, e con esso seco Andrea; poco dopo ci capitò re Francesco in compagnia della consorte, dei figli, e del Cardinale di Lorena; nè basta, che mentre a Nizza stando sul pertinace aveva sempre ricusato conferire con Cesare, adesso di un tratto volto l'animo, scortato tuttavia dalla moglie e dai figliuoli, saliva la sua quadrireme; adoperando con lui, non dirò ogni onesta, ma più sviscerata accoglienza,fino ad abbracciarlo quattro volte e sei. Andrea, che si trovava allora appunto di settantadue anni vecchio, consapevole di che cosa coteste lustre sapessero, si era tratto sopra la estrema punta della prora, riguardando il mare; — Francesco reputò cotesto atto discreto, e cortese molto, tale persuadendogli la regia indole, dacchè i potenti quando ci hanno interesse, ogni dubbio sembiante reputino ossequioso; onde fece istanza presso lo Imperatore, perchè permettesse ad Andrea di andare a complirlo. Andrea, obbedendo al comandamento di Cesare, si condusse al cospetto del Re, il quale, con la fatuità francese, gli disse: — Siamo contenti, ad intercessione dello Imperatore, ritornarvi nello antico luogo della grazia ed amicizia nostre. — E il ligure cui nè il servire lungo, nè i molti anni erano bastati a domare l'anima fiera rispose: — E farà bene, però che, mentre io l'ho servita, non le mancassi mai di osservanza, nè di fedeltà... —
Lo Imperatore che lo vide alterato, temendo di peggio, lo interruppe invitandolo a baciare la mano al Re, ma questi non volle, e sorridendogli blando lo prese pel braccio e gli chiese in cortesia che volesse mostrargli parte a parte cotesta sua quadrireme giudicata per quei tempi stupenda: qui fu che Francesco, notando ungrosso cannone con le armi di Francia, gli domandò come gli avesse servito. — Al che Andrea rispose: — Bene! — Il Re allora gli disse: — Adesso ne fabbrico di lega migliore al servizio vostro. — E Andrea di rimando: — Sarà! ma io mi contento di quelli dello Imperatore, che hanno lega più salda, e non mutano mai; tuttavia, salvo il servizio di Sua Maestà, per quanto sono e posso mi profferisco intero alle voglie di lei. — Il Re, senz'altro aggiungere, lo lodò della sua ottima mente, e tornato a poppa disse allo Imperatore: — Per certo Vostra Maestà possiede il più raro ed eccellente capitano di mare che mai sia stato: sappiatelo conservare[39]!
E intanto si era industriato levarglielo. Affermano altresì, come in simile congiuntura, e per lo appunto quando Carlo accostatosi al Doria,lo induceva a fare atto di ossequio al re Francesco, ei gli bisbigliasse negli orecchi ad afferrare la fortuna pei capelli, la quale gli profferiva modo di finire a un tratto le liti col nemico, trasportando lui e la sua famiglia a furia di remi a Barcellona, ma lo Imperatore non volle. Questo fatto si ha da rigettare addirittura per falso, imperciocchè, essendo corso fra due, non può essere stato scoperto dal Doria come quello a cui tornava in disdoro; e nè anco si deve credere lo rivelasse Carlo d'indole circospetta e chiusa; e quando pure fosse vero ch'ei lo avesse rivelato, io per me terrei come cosa sicura, ch'egli lo affermasse per iattanza o per certo altro suo meno lodevole scopo. Il Brantôme, il quale eziandio lo riferisce, non ci crede, ed è gran cosa, mostrandosi corrivo a prestare fede a tutto quanto torna in aggravio ai nemici di Francia; ai pratichi delle storie si fa manifesto come la sia novella calcata sul caso di Pompeo il giovane, il quale, avendo tratto i Triumviri a banchettare sopra la sua trireme, in siffatta guisa ammoniva il luogotenente, che chiamatolo a parte gli proponeva scostarsi dal lido con voga arrancata per menarli tutti prigioni: — Questo dovevi fare, non dirmelo. — E forse anco il caso di Pompeo fu novella, o sua millanteria per comparire onestoal paragone degli emuli, come fra i tristi per ordinario costuma quando hanno lasciato passare la occasione di avvantaggiarsi con la ribalderia.
Da cotesto congresso, nonostante l'aspettativa mirabile, non uscirono a gran pezza i benefizii sperati, o sia, come penso, che i popoli giudichino, e male, le azioni dei principi mosse sempre da cause di Stato, mentre le governano, come per gli altri mortali e più degli altri mortali, infelicissime passioni, e sia, secondochè opinano gli storici, Carlo lusingasse il re Francesco con migliori speranze sul Milanese.
Il Bonfadio, non senza qualche malignità, proverbiando cotesta voltabilità di principi, scrive nei suoi Annali: essere stata immensa la maraviglia dei popoli nel considerare come dalle gravi e fresche nimicizie loro sorgesse in cotesto luogo di punto in bianco così grande amore, o come fosse possibile, che, dopo così segnalata dimostrazione di benevolenza, facessersi le aspre guerre, che poscia seguirono. Popoli stolti, che si scannavano allora a libito dei principi, e non rinsaviti adesso!
Intanto Solimano fatta massa di gente (dicono 200,000 combattenti) e di naviglio, manda con 250 vele, 1200 cavalli, e 1500 giannizzeri ilBarbarossa in Italia; aperta che questi ne avesse la porta, seguiterebbe egli stesso. Il Barbarossa, tentati Otranto e Brindisi, non li potè espugnare, come avvertimmo; entrò in Castro, non per forza di arme, bensì a patti, tramettendocisi mezzano Troilo Pignattelli, ribello dello Imperatore per giusto sdegno contro il Vicerè di Napoli, che gli aveva morto il fratello; tuttavia la capitolazione non venne osservata, che col Turco resistere o arrenderglisi, fare capitoli o non li fare, per ordinario, egli era tutt'uno; e, siccome Solimano aveva Troilo in delizia, e s'ingegnava tenerselo bene edificato, più tardi, non potendo o non volendo riparare al danno, lo vendicò con la strage dei predatori, il che era più spiccio, e costava meno. Andrea, per impedire tanta ruina, si affrettava a navigare in Levante con quante più galee potesse, e legni agili, e presti: al tempo stesso, scrivendo a Lopez Soria oratore cesareo presso i Veneziani, proponeva, che, dove la Repubblica avesse deliberato correre la fortuna di Cesare contro il Turco, egli si sarebbe unito con loro, menando seco cinquanta, ed, al bisogno, anco sessanta galee. I Veneziani, allegando non so quali scuse, tiraronsi indietro: la verità era, che sospettosi di Carlo non meno che di Solimano, desideravano in segreto, chetra di loro si sconquassassero, mentre essi, rimasti interi, fra mezzo potessero dei mutui danni avvantaggiarsi: poveri consigli di Stato che, ormai decaduto, si affida meno nella propria virtù, che negli errori altrui.
Le imprese condotte in quel torno da Andrea fruttarongli poca gloria, e qualche danno: pigliò due galee vuote abbandonate sopra la spiaggia, e del pari a man salva dodici schirazzi turchi carichi di grano, che dall'Egitto portavano al campo della Vallona; questi e quelle, dopo presi, arse, non si trovando gente a bastanza per marinarli. Il Bonfadio da queste piccole imprese piglia argomenti di levare a cielo la liberalità di Andrea, affermando che se molti, come pur troppo pochi, possedeva allora personaggi la Italia simile a lui, non avrebbe avuto a desiderare più oltre i Fabbrizi e i Papiri: esorbitanza di encomio che rivela, per mio avviso, animo piuttosto beffardo che piaggiatore, però che essendo Genova in cotesto tempo da crudelissima fame travagliata, sarebbe stato carità di Patria trovare modo di sovvenirla con quel po' di vittovaglia; lode imperitura si merita piuttosto quel Cesare Fregoso, di cui il miserabile fine dovremo raccontare in qualche parte di queste storie, il quale comecchè in bando da Genova, ed offeso pure,adoperò in guisa presso il re di Francia, che a sollievo della miseria dei suoi concittadini, ottenne per essi la tratta dei grani dalla Provenza.
Alle Melere Andrea, incontrati i Turchi, gli superò, ma anco questa fu vittoria di scarso onore, e piuttosto di danno che di profitto; conciossiachè le galee nemiche arrivassero a dodici, e ventotto fossero quelle del Doria, cinque ammannite da Giannettino a Genova, le altre provviste dai vicerè di Napoli Toledo; e se da un lato vi rimase morta o prigione grossa mano di giannizzeri e di spachi a cavallo della guardia di Solimano, dall'altra, avendo assalito Andrea prima del giorno i legni nemici, fosse la colpa sua, o dei luogotenenti, lacerò le proprie non meno che le galee turchesche.
Intanto, per inopinato accidente, mutavansi le condizioni dei Veneziani, e con le condizioni le voglie. Alessandro Contarino, sopraccomito veneziano, avendo incontrato sul mare Ianus bey, spedito con due galee ambasciatore al Pesaro in Corfù, gli fece i debiti saluti, e non ottenne risposta; onde, o perchè veramente gli reputasse corsali, o perchè volesse sfogare l'odio contro quei barbari, abbrivatosi loro addosso, con voga arrancata le sfondò; della quale cosa fatto chiaro Solimano, e nutrendo eziandio gozzaia contro la Repubblica, perchè avessesovvenuto di fodero il Doria, ed accettatolo nei proprii porti, ed anco non senza ragione dubitando, ch'ella lo avesse istruito intorno alle condizioni del suo campo alla Vallona, con altre più cose che lo rendevano sicuro dell'avversione dei Veneziani, a vedergli mettere piede fermo in Italia, deliberò andarsene a dare loro una terribile battitura a Corfù. Il Doria a sua posta, ragguagliato come Solimano gli avesse spedito contra una grossa squadra di navi per opprimere anco lui, cauto si scansava a Messina: qui vennero a trovarlo oratori veneziani, ed anco messaggeri del Papa, perchè si movesse al soccorso di Corfù, ma egli si pose risoluto sul nego, non si lasciando per focosa pressa smovere dal suo proponimento; nè le sue scuse apparivano disoneste; al contrario vere; la stagione troppo inoltrata perchè scorso più che mezzo Settembre, malconci i legni, di provviste scemi, le ciurme per morti, per infermità e per ferite stremate; a tutto questo non potere in altra parte riparare menochè a Genova; però il malo animo ci entrava per la sua parte, che rancoroso egli fu molto, e se fosse vero che dal canto suo non si omise fraudolenza per aizzare i Turchi contra ai Veneziani, fino al punto di scrivere lettere all'ammiraglio Pesaro, con le quali si ragguagliavadello assalto fatto dal Contarino in modo da parerne egli istigatore, e farle poi capitare in mano al Barbarossa, noi lo dovremmo accusare di peggio; ma in cotesti tempi a siffatti tiri non si badava punto, ed anco ai nostri poco. Dopo ciò dubitando, che qualcheduno lo disservisse in Corte, egli spedì Adamo Centurione a ragguagliare lo Imperatore, il quale, uditolo alla presenza del nunzio apostolico e dell'oratore veneziano, uscì fuori con queste parole: — Tutti noi abbiamo mancato; solo il principe Doria ha fatto il suo dovere. —
I Veneziani, che cominciano a capire comune il pericolo adesso solo, che loro massimamente percuote, si danno a tutto uomo a procurare lega fra essi, il Papa, e lo Imperatore contro il Turco: certo Andrea a cotesta lega gli spinse, ma è dubbio se fossero a lodarsi i modi che tenne, e più dubbio ancora se commendabile il fine. La lega pertanto si fermò a Roma, ma le provvigioni furono scarse; gli effetti pochi. Andrea, avendo navigato con le sue galee a Messina, quinci per preghiere del Pesaro e del Viturio di passare a Brindisi non si staccò, ora allegando il timore delle galee di Francia, ed ora il bisogno di rattoppare le navi; inoltre con mente peggiore si querelava dei negati soccorsi nella guerra per lo addietro sostenuta,e al Papa, inteso a raumiliare l'animo cruccioso di lui, rispondeva ne avrebbe scritto a Cesare in Ispagna, e frattanto tornavasi a casa. I Veneziani, rimasti soli, ricordarono l'antica virtù, e Gerolamo Pesaro con suprema difesa, ributtati gli assalti turcheschi da Corfù, rimandò Solimano lacero a Costantinopoli: il quale pari allo antico Anteo, che ripigliava vigore dalle sconfitte, indi a breve mandò formidabile armata ad assaltare i due Napoli greci, di Morea cioè e di Malvasia, uniche terre rimaste ai Veneziani sul continente elleno, e dalla parte del Friuli uno esercito punto meno poderoso per rovesciarsi in Italia. Allora anco lo Imperatore cominciò a capire, che il pericolo dei Veneziani diventava comune anco a lui, e la lega, rilassata fin lì, si strinse a scopi fruttuosi. Ne furono i patti principali: si amministrasse con trecento legni, dei quali 200 galee; gli altri di varia ragione navi; 50000 avessero ad essere fanti, 4000 cavalli; Ferdinando re dei Romani assaltasse Solimano in Ungheria: il Papa ogni lite occorrente definisse. Andrea capitanasse le fazioni marittime, Francesco Maria duca di Urbino le terrestri; altri all'opposto afferma Ferdinando Gonzaga[40]. Andreatoccava in quel punto il settantesimo terzo anno della età sua.
In questa congiuntura troviamo, che i Veneziani, in onta alla rea fama, e derogati gli statuti della repubblica, crearono gentiluomo veneziano Pier Luigi Farnese, e lo Imperatore lo fece marchese di Novara con 9000 scudi di rendita annua sopra i dazii di Milano: ciò si nota però che la costui vita d'ora innanzi s'innesti come filo sanguinoso dentro quella del Doria.
E ci ha chi afferma che tutti gli stroppii degli amici non dolgano agli amici; la quale sentenza maligna molto può dubitarsi se vera sempre tra privati, ma nelle faccende pubbliche tienla, senza eccezione, sicura; e il minor male che dalle leghe ti possa venire egli è questo, che sul più bello l'amico ti lasci solo nelle peste: e così accadde nella nuova lega. Quando il Doria navigò in Levante già era rotta la guerra, e i Veneziani avevano respinto Solimano dalla Canea e da Retimo in Candia, mentre il patriarca Grimano, tentato l'assalto della Prevesacon esito infelice, aveva dovuto ritirarsi nel golfo di Arta; tosto giunto a Corfù, egli conobbe di piccolo soccorso sarebbero riuscite le galee veneziane, come quelle che scarseggiavano di soldati; però offerse al Cappello fornirlo di fanterie; ma questi, sospettoso a torto o a ragione, rispose averne abbastanza; tuttavolta se ne rimetterebbe a lui; e Andrea gli rispose avrebbe fatto bene; sopra ogni galea ricevesse venticinque soldati, e il Cappello gli accettava non senza larghissimi rendimenti di grazie, ma poi non li pigliò mai; onde, fosse per questa o per quale altra causa, dovendo Andrea movere con l'armata verso la Prevesa, tolse al Cappello, che pure la desiderava, la vanguardia, pigliandola per sè, preponendoci luogotenente il suo consorte Francesco Doria; la battaglia commise al patriarca Grimano, mandò alla coda il Cappello con quattordici galere, e il galeone del Bondumiero cui rinfrancò con altre cinque galee a modo di bersaglieri: siccome poi il Gonzaga, sentendosi mal destro a combattere sopra le navi, aveva proposto di scendere a terra con buona mano di fanti per tenere da un'altra parte in soggezione il Turco, il consiglio piacque; però, appena arrivati su la bocca del golfo, Andrea commise a Giannettino si recasse a terra a speculare le coste,il quale andato, dopo breve ora tornò, referendo il luogo pieno di macchie non dare il passo, o darlo aspro e insidioso: allora fu tenuta consulta. Il Gonzaga instava perchè lo sbarcassero; Andrea, per dissuaderlo, oltre le informazioni raccolte da Giannettino gli fece osservare, che per poco crescesse il vento da Levante, che in quel punto soffiava, egli sarebbe obbligato di tirarsi al largo lasciando gli amici in terra in balía della fame e del ferro, imperciocchè il presidio turco del castello si fosse già rinforzato col soccorso delle prossime terre, e si avesse certezza che sarebbe andato di mano in mano aumentando: parergli partito migliore, che il Gonzaga scendesse in luogo più acconcio a foraggiare, e vedere di cogliere alla sprovvista Lepanto, e le altre terre litorane; intanto egli starebbe su lo avvisato, e caso mai il Turco uscisse, egli lo andrebbe a trovare per combatterlo: prevalse il parere di Andrea; però lasciate alquante navi su le áncore, le altre volsero le prue a Calafighera, trenta miglia dalla Prevesa per foraggiare e fare acqua. Era intendimento del Barbarossa non uscire a battaglia conoscendosi inferiore di forze, nè temeva potessero sforzare la imboccatura del porto per trovarcisi il canale stretto così, che due galee di fronte non ci potessero passare, e avendoi castelli tanto di giannizzeri come di artiglierie ottimamente forniti; dove mai la sforzassero, gli sembrava che le sue galee, protette dal cannone delle fortezze, non potessero essere combattute, mentre, andando allo aperto, disperava della vittoria; ma certo eunuco di Solimano, che gli storici del tempo chiamano Monuco, lo garrì come poco animoso, affermando, per quanto grande fosse il numero delle navi cristiane, non sosterrebbero la vista delle insegne del Sultano cacciate via dal terrore del suo nome, con più altre parole eccessive, consuete a cui abbia prosunzione molta e senno poco; onde il Barbarossa, temendo che costui nell'animo di Solimano non lo disservisse, si dispose a mal suo grado uscire. Andrea navigava tardo e male; chè i venti, a cagione dell'Equinozio, voltabili lo sbatacchiavano ora innanzi, ora in dietro; sicchè allo appressarsi della isola di Santa Maura, ecco raggiungerlo alcune saettie greche, ed avvisarlo che l'armata turca uscita dalla Prevesa si era attelata lungo la costa a mancina, nel luogo appunto dove stava poc'anzi il patriarca Grimano, e certo con lo intendimento, che provando la fortuna contraria, potessero salvarsi sul prossimo lido. L'ordine di battaglia del Barbarossa questo: egli con la Capitana in mezzo, nel cornodestro Tubac, al sinistro Salecco, entrambi provati in combattimenti innumerevoli: innanzi a tutti, e sopra tutti famoso Dragut, con trentatrè galee, galeotte e fuste. Andrea pertanto, avendo a movere contro al Barbarossa, ebbe a rifare il cammino osservando la stessa ordinanza praticata prima, e siccome pareva che ei non ci andasse di buone gambe, Francesco Doria, accostatosigli con la sua galea, ad alta voce gridò: — Cugino Andrea, non mi pare questa occasione da perdere, chè il vento gagliardo ci aiuta a dar dentro; fa vela, metti mano ai remi; io ti precedo. — Dopo siffatte parole non era lecito ad Andrea rimanersi senza infamia.
Inalberato pertanto lo stendardo col Crocifisso, segno della battaglia, comandò celeremente ai collegati che, se i Turchi assaltassero lui, essi investissero il nemico di fianco, nel caso contrario opererebbe il medesimo egli. I lodatori del Doria affermano che il vento di un tratto cascò; gli altri storici tacciono. Il Grimani, aggiungono i primi, si allargò in mare, e il Cappello stette in fra due su quello che si facesse; per la quale cosa Andrea, temendo di rimanere solo, si allargò e prese ad aggirarsi intorno le navi, pure aspettando che i compagni avanzassero in battaglia. Altri, nellavoglia di scolpare il Doria, mal destro, accusa e scolpa ad un punto il Patriarca e il Cappello, affermando che Dio, mosso dalla strage la quale stava per succedere, levò dall'animo del Patriarca e del Cappello il partito di schierarsi in battaglia: inanità e peggio: a quei tempi non si conoscevano ancora i diarii governativi, ma gli sfrontati ci erano; di fatti, essendosi il Doria riservato la vanguardia, stava a lui appiccare il combattimento là dove non avesse principiato il nemico; e che l'andasse proprio così si ricava eziandio dagli storici del tempo non piaggiatori, i quali rammentano come, dopo Francesco Doria, il Grimano, per torre Andrea dalla intempestiva ordinanza, andasse a dirgli che il manco di vento non lo mettesse in apprensione, perchè se i bastimenti a vela non avessero potuto giungere a tempo, si poteva vincere con le sole galere, sia perchè superavano in bontà ed in numero le turchesche, sia perchè le schermiva il galeone posto quasi baluardo fra loro; e Andrea, senza punto commoversi, gli rispose: stesse di buono animo, si restituisse al suo posto; egli farebbe il debito; attendessero gli altri ad eseguire il proprio, e nè anco potè stare alle mosse il Cappello, chè, saltato in corazza sopra la galera di Andrea, con parole accesissime lo confortòa cogliere la occasione di fare a un punto sè immortale, e incolume la cristianità dalla infamia dei barbari; egli profferirsi parato ad attaccare la zuffa, egli sostenere lo sforzo della puntaglia: nondimeno anco lui rimandò il Doria con blande parole.
Dragutte intanto si accostava guardingo, sospettando agguati, e poichè, speculato il mare, non vedeva apparire causa alcuna di pericolo, pigliava animo di accostarsi bel bello al galeone del Bondumiero, senonchè questi, da quel valoroso uomo che era, se lo lasciò avvicinare a mezzo tiro d'archibugio, e poi, di un tratto, tale gli sparò addosso mirabile copia di artiglierie, che quegli pieno di terrore si ritrasse indietro. Intanto Andrea si allargava vie più, e il Barbarossa, non sapendo che pensare, si peritava, finchè poi, pel soverchio dilungarsi del nemico, avendo conosciuto com'egli schivasse la battaglia, con franco animo si volse a combattere il galeone ed alquante navi rimaste indietro, tra queste quella di Francesco Doria, cui Andrea spedì la più spigliata delle sue galee per levarlo dalla baruffa, ma egli, ributtata la offerta, stette a menare le mani. La pioggia, che sul tramonto del dì si mise dirotta, affrettò il buio, il quale protesse la ritirata cristiana, che ormai, per lo scompiglio,più che per altro, meritava il nome di fuga, e per tale la tenne Andrea, che comandò spegnessero i lumi a fine di non essere scoperti; tuttavia il Barbarossa agguantò ed arse due navi, di cui una fu dello abate Bibbiena, l'altra di Pasquale Mocenigo, entrambi i quali combatterono come chi non chiede patto e non lo attende; l'armata cristiana si salvava inseguita fino a dodici miglia fuori di Corfù; Andrea, malconcio, menò pubblica esultanza; vecchi trovati a dissimulare disfatte, da nessuno creduti e sempre messi in opera. Il giorno appresso due navi che si lamentavano perdute si videro comparire lacere sì non vinte, e questo per la virtù dei capitani Mancino Navarrese e Boccanegra entrambi spagnuoli, e il Bondumiero, tuttochè rimasto solo, difese mirabilmente il suo galeone, e dopo molto contrasto lacero da oltre cento cannonate, rotti gli alberi maggiore, della mezzana e della contromezzana, le vele sforacchiate, infrante le antenne, le traglie e i frasconi, quasi senza avere parte che sana fosse, lo cavò dalle mani dei nemici, i quali quanto più lui commendavano e levavano a cielo, altrettanto la inconsueta viltà del Doria vituperavano.
Di cotesto fatto, allora e poi, si levarono querimonie grandi a carico del Doria; i malevoliai Veneziani però insinuavano lo mandasse a male il Cappello, per istruzione segreta dei Dieci contrarii alla impresa, la quale era stata risoluta in Senato dai Pregadi; all'opposto i malevoli allo Imperatore bandirono: suo scopo essere stato impadronirsi dell'armata veneziana, mettendo a bordo delle galee di San Marco presidio spagnuolo, e poichè questo tiro non gli era venuto fatto, desiderasse piuttosto la ruina che la riuscita della impresa; non manca neppure chi ne incolpa addirittura il Doria, il quale, secondo la opinione loro, si mosse a questo non per cause di stato, bensì per deferenza al Barbarossa, principali fra essi il Giovio e il Brantôme, e ciò per virtù del proverbio antico, che tra corsaro e pirata non ci ha guadagno, che di barili vuoti: anzi, più oltre arrischiandosi, assicurano che il Barbarossa rendesse poi la pariglia al Doria quando questi in compagnia del marchese del Vasto avendo dato in secco con quattro galee su le coste di Villafranca, ei non lo volle assalire, nonostante la pressa che gli fece dintorno il Paolino ammiraglio francese, allegando per iscusa lo scirocco che soffiava contrario ed era all'incontro propizio.
Tra le discordanti opinioni, dovendo dire la mia, parmi evidente che ce ne fosse pel manicoe per la mestola; intendo cioè che la impresa sinistrasse un po' per le insidie spagnuole contro Venezia, e un po' pel sospetto dei Veneziani; e nel processo dei tempi questi umori si palesano in altri fatti, massime alla battaglia di Lepanto. Che il Turco prevalesse così nel Mediterraneo, da minacciare Napoli e Sicilia, lo Imperatore non voleva, ma nè anco garbavagli stremarlo in modo che i Veneziani, non avendo più cotesto freno da rodere, voltassero altrove il consiglio e le armi, molto più che a Carlo coceva ricuperare le terre del Milanese, le quali giusta il suo avviso erano state rapite dai Veneziani all'avo di lui, Massimiliano: ora tenuta bassa, e potendo, tolta di mezzo la repubblica veneziana, non si giudicava impossibile distendere la dominazione spagnuola sopra la universa Italia o immediatamente con la forza, o mediatamente per via d'industrie degli uomini proprii o di principi vassalli. L'Austria successe in questo concetto alla Spagna, e all'Austria, per mio giudizio, se si lasciasse fare, vorrebbe sostituirsi la Francia; la Italia appena vi potrà fare riparo col volere concorde; all'opposto in sè discorde, e co' governanti paurosi, io dubito se potrà uscirne senza scapito. Però nonostantechè la esperienza per ordinario predichi invano, tu che leggi considera colloesempio del Doria, che libertà sia quella che ci lascia la protezione di un potente straniero: oggi la piaggieria ripetuta da tutte le bocche e da tutte le penne in cotesti tempi della Patria affrancata per virtù di Andrea Doria cascò, e sotto di lei comparisce la verità, ch'egli, capitano di ventura al soldo di Spagna, procacciava con ogni via la servitù della Patria, e la propria fama, per compiacere all'imperiale padrone, avviliva.
Il Barbarossa essendosi tratto (come fu detto) quindici miglia accosto a Corfù, parve il facesse in oltraggio dei cristiani: della quale cosa commosso il Gonzaga prese con veemente orazione ad eccitare il Doria, e gli altri capitani a non volerlo patire, e si ebbe promesse in copia, e fatti scarsi; sicchè al Barbarossa venne conceduta abilità di ritirarsi alla Prevesa, prima che dai nostri si fosse pure risoluto movergli contro: tuttavia, parendo anco al Doria, che, tornandosene a cotesto modo in Italia, sarebbe stato con troppa offesa della sua rinomanza, si dispose ad assalire Durazzo; disperato dal Cappello, il quale gli fece toccare con mano mal sicuro il porto, si volse a Castelnuovo, impresa non ardua atteso lo scarso presidio dei Turchi, che lo difendeva; e nondimanco ella andò, non so se io mi abbia a dire illustre oluttuosa per la morte di quel Boccanera, che tanto strenuamente difese la sua nave alla Prevesa. Preso Castelnuovo, il Doria ci mise dentro per presidio quattromila Spagnuoli, di quelli che, dopo avere levato tumulto a Milano, si trovarono al sacco di Roma; di che accrebbero, e con ragione, le querele i Veneziani, come ciò contradiasse ai capitoli della lega, i quali portavano, che gli acquisti della guerra tra i collegati si spartissero; nè si rimasero ai lagni; ma incerti ormai se più avessero a temere dai nuovi amici che dai vecchi nemici, statuirono di botto una tregua di sei mesi col Turco, procurata a mediazione di Lorenzo Gritti, e per gli uffici del Rincone, il quale, oratore del re di Francia presso Solimano, lo raumiliò tutto dandogli ad intendere, i giovani patrizii agguindolati da faccendieri cesarei, avere condotto Venezia in cotesta improvvida lega contra il parere dei vecchi senatori, risoluti ad osservare l'amicizia con la Casa Ottomana; e poichè a Solimano così giovava credere, così credè.
Prima però che cotesta tregua si chiarisse, Ariadeno acerbamente sopportando la perdita di Castelnuovo, trasse a soccorrerlo, ma gli stette nemica la fortuna, però che, arrivato in vicinanza alla Vallona, un temporale di subito sorto gli sconquassò la intera flotta, spingendotalune galee e galeotte a rompersi fra gli scogli. Allora i capitani della lega furono da capo intorno al Doria, perchè uscisse a dare il colpo di grazia al Barbarossa così spennacchiato, ma egli alla ricisa negò, dicendo, e non senza ragione, non correre tempo adesso di nuove imprese, se pure non si voleva, che fortuna, pari a quella del Barbarossa, toccasse anco a loro.
Dei fatti dentro quell'anno dal Doria compiti, si mostrò contento l'Imperatore solo; gli altri no, e il Papa stesso certo giorno, stando a mensa, lo punse con queste parole: — che il signore Andrea, andando debitore della propria reputazione alle sue galee, operava da quell'uomo accorto ch'egli era, schivando metterle ad ogni poco a repentaglio. — Ad ogni modo lo acquisto di Castelnuovo durò poco, chè l'anno dopo il Barbarossa lo riprese con la perdita di tutto il presidio spagnuolo parte fatto schiavo, parte ucciso; tra i morti il Sarmiento, che dopo avere fatto mirabili prove della sua prodezza, sparve tra i rottami di una mina; onde quando il Barbarossa ordinò cercassero il corpo per decapitarlo, e mandarne il capo mozzo in dono a Solimano, non lo poterono trovare. Anco della fine miserabile del Sarmiento si diede carico al Doria, imperciocchè, dopo avergli promesso lo avrebbe in ogni angustiasoccorso con prontissimo aiuto, altro non fece, che mandargli da Brindisi due navi di grano.
Ora racconteremo la presa del Corsale Dragut così ai suoi tempi famoso. Ei nacque nell'Anatolia, in certo borghetto per nome Carabalac, di condizione oscura; affermano i suoi parenti agricoltori; di forme egregio, l'ebbe in delizia Aron corsale del suo paese, il quale, cedendo alle fervide preci di lui diventato adulto, gli confidò una fusta con la patente di andare in corso; con questo fece parecchie prese, e così, ingagliardito di forze aspirando a cose maggiori, assalta il Pasqualigo nel golfo di Venezia a cui affonda due galee, e tre gliene toglie, fra le altre la Temperanza, galea per varie fortune in questa storia famosa. Poco dopo disfece le galee per difetto di ciurme, tranne laTemperanza, e se ne compose una bella e buona armatetta di nove galeotte, e con questa navigando pel Tirreno, cagionava, così per mare, come sui prossimi lidi, danni pari al terrore. Andrea gli teneva l'occhio addosso per cogliere il destro di schiantarlo di un tratto, e adesso, parendogli venuto, ordinava a Giannettino, suo alunno e figlio di elezione, andasse a distruggerlo; gli commetteva ventuna galee, e gli dava per compagno Antonio Doria, soldato di reputazione;questi cercatolo pei mari non lo rinvennero; in Corsica udirono avere salpato per combattere Capraia; dato di volta alle prue, nell'accostarsi alla isola, tennero averlo nelle mani sicuro, dacchè il vento portasse fino a loro lo strepito delle artiglierie; raddoppiarono le forze dei remi, ma arrivando ansanti, anco di qui lo trovarono sparito, però che dopo avere dato alla rocca una furiosissima batteria, sceso in terra il Dragut, fatta una funata di schiavi, e cacciatili a bordo, anco da Capraia era sguizzato altrove. I Doria pertanto, tornati in Corsica, ebbero lingua, il Corsale essersi visto lungo la costa di Ponente; seguironlo cauti, e lo ebbero a man salva, mentre sceso nel golfo della Girolata, stava in terra spartendo la preda. Taluno storico racconta di battaglia combattuta, e vinta per virtù di certo strattagemma immaginato da Giannettino; le sono novelle, dacchè non l'avrebbe taciuto il Cappelloni, il quale, come avvertimmo, fu segretario di Giovannandrea figliuolo di Giannettino, mentre nella vita di Andrea, dettata da lui, espone il fatto per lo appunto nel modo in che fu raccontato da noi. Se ciò cocesse al Dragut non importa dire; tuttavia fece buon viso alla procella; e messo ai ferri, e al remo mostrò, come la fortuna possa togliere tutto, tranne la dignità, ed alsignor Parisot, che poi fu gran maestro di Malta e ci si trovava presente, mentre per consolarlo gli diceva: — senor Dragut, usanza de guierra — egli imperturbato rispose: — y mudanza de fortuna. — Condotto a Genova quasi in trionfo, e imprigionato nella magione di Fassuolo, rinvenne grazia al cospetto di madonna Peretta, cui parve ingeneroso quel superbire della facile vittoria; ond'ella impetrò si mandasse al consorte Andrea stanziato a Messina; il Principe lo donò allo Imperatore perchè lo tenesse a sua posta, ma questi, aborrendo forse pagarlo più che non valeva, rispose, al predatore toccare a disporre della preda: allora Andrea, considerando mal sicuro, e di troppa spesa custodire un siffatto prigione, e dall'altra parte temendo le feroci rappresaglie dei Turchi; nè la propria natura consentendogli a spegnerlo col veleno, deliberò accettarne il riscatto: per avventura così operando compiaceva meglio al genio ligure: dicono lo tassasse di soli tremila ducati, ma saranno stati di più; li pagò il Barbarossa; il Dragut tornato in fiore gli volle restituire; intanto egli, riavuta la libertà, compariva ai cristiani a due doppi più feroce di prima; armato un piccolo legno, con battaglia manesca s'impadroniva della galea del visconte Cigala; e di qui prese balía a ricomporre una squadra diquarantadue vele con millecinquecento Turchi da fazione; con questa disertò le coste di Spagna e d'Italia, Malta, il Gozzo e Rapallo; vinse Castellamare e Tripoli; prese i danari, che dalla Francia portavano su di una galera a Malta; mise a un dito il sovvertimento della incipiente città di Portoferraio, allora battezzata Cosmopoli, ma il nome non attecchì: per ultimo condusse imprese, che nel corso di questa vita ci sarà mestieri raccontare. Per simile fatto grandi levaronsi, così in Francia come in Italia, querele contro Andrea Doria, quasi la Francia non andasse fino a Costantinopoli a cercare il Turco per avventarlo contro la Cristianità, e Andrea la protervia altrui molto bene rimbeccava con questa, ed altrettali ragioni: veramente che lo interesse sia entrato per qualche cosa nella condotta di lui, non vo' negarlo, ed io l'ho detto, ma che solo lo dirigesse, non sembra giusto che si abbia a credere.
Accenno come, in questo scorcio di tempo, la città di Gand essendosi ribellata da Carlo V, egli facesse disegno di reprimerla celere e feroce: ogni altra via difficile, agevole quella per mezzo la Francia, pure avendo bilanciato il prò e il contro, a lui parve bene accettare; e della fede del Re più che tutto lo affidava il senso di avere cotesto negozio comune con esso, imperciocchèsia interesse di tutti i re, che i ribelli, a ragione o a torto, ricevano pronto castigo e feroce: quanto alla differenza di Milano, causa di perpetua lite tra Francia ed Austria, l'Imperatore non pativa difetto di buone parole, ed era disposto ad usarne: nè egli solo, bensì i cortigiani suoi, i segretarii, e i ministri, a cui non lo voleva sapere, dicevano e scrivevano: la cessione del Milanese al re Francesco oramai cosa decisa; inoltre, da quel trincato ch'era, Carlo non omise termine di tenersi bene edificata Diana di Poitiers, baldracca di Francesco, che poi redò con la corona di Francia il suo figliuolo Enrico: e sopra tutte le altre carezze la vinse questa: mentr'ella gli mesceva l'acqua per lavarsi le mani, Carlo lasciò cadere destramente nel cantino un anello del valore di molte migliaia di ducati, e nonostante tali cautele non fu senza angoscia il suo soggiorno in Francia; però che il Re cadde allo improvviso infermo, e caso mai fosse morto, l'Imperatore sapeva il Consiglio ed i figliuoli suoi deliberati a tenerlo; ma passeggero incomodo fu quello, e Francesco sempre più incaponito a credere, che la nuova benevolenza gli avesse reso favorevole il vecchio emulo nella pratica del Milanese, e così sopita per sempre ogni causa di guerra fra loro, si lasciò andare finoa mostrargli le lettere dei maggiorenti gandesi, i quali, rotta la devozione allo impero, si profferivano alla Francia; e Carlo ringraziava ed appuntava quei nomi; entrato più tardi in Gand gl'impiccò tutti; ma Francesco da cotesto tradimento vilissimo non cavò costrutto alcuno, conciossiachè l'Imperatore ora con questo, ed ora con quell'altro pretesto, andasse menando sempre il can per l'aia, nè a fine di conto si venne ad altra conchiusione, che a rinnovare la guerra più nemici di prima.
Nè manco ci occorre discorrere le guerre in quel torno operate dalle armi cesaree in Ungheria, e nella Germania: ci basti dire com'egli adesso statuisse valicare in Affrica per la impresa di Algeri: da ciò molti, massime Andrea, lo distoglievano: anzi questi gli scrisse lettere ortatorie dove, come soleva, più volte lo appellò figlio, e lo ammoniva non parergli spediente, ora che il Turco aveva preso Buda, mettersi attorno a gesti difficili; inoltre la stagione (eravamo in Ottobre) piena di pericolo attese le procelle equinoziali, e la qualità della spiaggia persuadevano a differire; non pertanto Carlo s'intorò a farlo, sembrandogli, che a primavera, pei rumori di guerra che la Francia disegnava movergli, non gliene sarebbe offerto il comodo, e poi perchè assai gli premeva compiacere agliSpagnoli, smaniosi di torsi di su gli occhi quel nido di corsali, che infesto prima, era cresciuto per la sopravvenienza dei Turchi cacciati da Tunisi; i commerci ne rimanevano malamente offesi, e pareva peggio che ostico, ai devoti Castigliani, che mentre il Re loro non finiva di travagliarsi per Germania, Italia e Fiandra, lasciasse manomettere i regni paterni; per ultimo Carlo ambiva, in difetto di meglio, potere mostrare che sul Turco si era rifatto; e fu povero consiglio, imperciocchè in ogni evento, Algeri presa, non avria compensato Buda perduta, e Vienna chiusa in assedio; nè il Barbarossa in Affrica era da mettersi a paragone con Solimano in Ungheria.
Immenso lo apparecchio della impresa. Napoli somministra seicentomila ducati di sussidio, o come allora dicevasi, didonativo, che il Governo metteva per forza: Sicilia centomila. La religione di Malta mandò le sue galere; la Spagna, oltre le venticinque mantenute dal governo cui soprastava l'ammiraglio Bernardino Mendozza, ne allestì altre non poche a spese di mercanti e di baroni. In Italia assoldaronsi seimila fanti sotto i colonnelli Agostino Spinola, Antonio Doria e Cammillo Colonna, quattrocento uomini di arme eletti e cavalleggeri, i migliori che mai si fossero visti; Andrea,cui toccava l'obbligo di trovarsi alla impresa con venti galee, ci andò con ventidue, tuttavia dicendo, che se tornava con mezze, gli sarebbe sembrato di fare un bel civanzo, e parve indovino. Messo in punto ogni cosa, lo Imperatore s'imbarcò menando seco Ottavio Farnese nipote del Papa, e suo genero novello; trentacinque furono le galee con le quali sferrò dalla Spezia drizzando il corso verso Maiorca, dove aveva dato la posta al Mendozza, che ci si doveva trovare; dinanzi a lui veleggiavano navi cariche di bene undicimila fanti tra Tedeschi ed Italiani.
Quasi a diffidarlo, la fortuna gli fece provare, appena messo in cammino, il tempo nemico: sbarattate le navi dalle galee ripararono a San Bonifazio in Corsica, dove lo Imperatore le raggiunse a fatica: qui ebbe accoglienze piuttosto immani che barbare, dacchè trovo registrato, nei ricordi in Corsica (e l'ho già detto), come certo isolano accomodasse lo Imperatore di un suo stupendo cavallo, al quale poi spaccò con un colpo di archibugio il cranio esclamando: che dopo avere portato lo Imperatore non meritava si sottoponesse ad altro uomo del mondo. Levate le áncore da San Bonifazio, ecco nuova procella scompigliare i mari, e dopo vari errori spingere navi e galee a Minorca;quinci recossi a Maiorca, dove gli occorsero Ferdinando Gonzaga con le galee sicule e le navi in numero di cinquanta con fanti, cavalli, copia di vettovaglie e artiglierie. Da prima intesero aspettare il Mendozza con la rimanente armata; senonchè Andrea, avvertendo che l'ammiraglio spagnuolo di faccende marinaresche peritissimo, approfittandosi del tempo favorevole, doveva senza dubbio aver tirato di lungo, persuase a rompere gl'indugi, cosicchè col mare sconvolto, non però burrascoso, arrivarono alla vista di Algeri.
FINE DEL PRIMO VOLUME.