Il conte di Sarno fu pianto da tutti, lodaronlo pochi, che la temerarietà anco dagli animosi, se in mal punto adoperata, piuttosto che valore reputasi follia; grandi poi corsero le querimonie a carico degli Spagnuoli, come quelli che, disamorati ai propri commilitoni, lasciarono menarne scempio sotto gli occhi propri; però indi a pochi giorni toccava a loro di pagarne il fio: perchè sortiti da capo i Giannizzeri fecero con tanta ferocia impeto contro gli Spagnuoli, che questi percossi da inusitato spavento ne rilevarono una dolorosa batosta. Ilmarchese del Vasto, da quello eccellente capitano ch'egli era, da ciò trasse argomento di conciliare gli animi degli Spagnuoli e degl'Italiani, disponendoli con forze unite a vendicarsi dei danni sofferti, e così per lo appunto successe in capo a pochi giorni, dove le due nazioni, combattendo a gara, penetrarono fin dentro i bastioni nemici, sebbene poi dallo sfolgorare delle artiglierie si trovassero costretti a dare indietro. Intanto essendo stati condotti a termine gli approcci dalla parte di terra, il marchese del Vasto si concertò con Andrea per batterla al punto stesso dal mare. Il giorno di poi sul fare dell'alba di qua e di là presero a tonare le artiglierie; Andrea, tenute ferme le navi su le áncore, e messi cannoni sopra le gabbie, spazzava i difensori dalle muraglie: le galee divideva in tre squadre di venti l'una, le quali, dopo abbassata l'alberatura, di tutta voga passando rasente ai muri sparavano: quindi di là allontanandosi facevano luogo alle sopravvegnenti: durò la bisogna senza intermissione fino a mezzo giorno con tanto rovinío, con tanto e sì pauroso frastuono, che la terra ne traballò, e se ne commosse il mare; il fumo denso, e fermo a cagione dell'aere senza vento, non concedeva la vista dei danni a vicenda cagionati dall'un lato e dall'altro: quando incominciò ilfumo a diradarsi parve a taluno fosse sparita la fortezza, e poco dopo si conobbe aperto come tutto il sommo di quella tracollando avesse sepolto con immensa ruina arme ed armati. Salvaronsi pochi, e con essi Synam, i quali pel ponte fuggirono verso Tunisi: a mezza strada occorse loro Ariadeno tempestando; costui, con parole ebbre, uomini malediceva e Dio, ma l'amico Synam pacato ne blandì la rabbia dicendo: — a che monta il furore? Quanto da uomo poteva farsi noi abbiamo fatto; vieni e vedi. — Di vero il Barbarossa accostatosi contempla una macerie di sassi colà dove surse la Goletta, onde subito ridivenuto benigno esclamò: — era scritto! — Ed abbracciato e baciato lo amico, lo ebbe di ora in poi caro due cotanti più di prima.Così cadde la Goletta, e con essa vennero in potestà dello Imperatore centocinquanta pezzi di artiglieria di bronzo, cinquanta grossi di ferro, quarantasei galee, sei galeotte, ed otto fuste ricoverate dentro lo stagno. Allora Muleasse si presentò allo Imperatore, e poichè nel fargli omaggio questi non risparmiò veruno atto di abietta umiltà, persuaso dalle adorazioni orientali, piacque a costui, che gli promise restaurarlo nel regno; anzi, non si sa se più stupido di mente o di cuore, additandogli le ruine diGoletta gli disse: — ecco, questa porta vi ho aperto per tornarvene a casa. —Potrei astenermi di raccontare il modo col quale Tunisi cesse alla fortuna di Cesare, ma poichè ci accaddero alcuni fatti alla italiana milizia onoratissimi, ed altri (questo importa di più) pei quali questa nostra umana natura rivela la sua origine divina, chi vorrà biasimarci se cediamo al talento di raccontarli? Il Barbarossa ora spediva celeri messi dentro terra per raccogliere gente, e gli riuscì, perchè, se avevano in uggia lui, troppo più odiavano Muleasse, e poi ci adoperò la pecunia, supremo persuasore dei popoli così selvatichi come ingentiliti: in breve furono ventimila cavalli, oltre gli assoldati. Lo Imperatore, colto tempo opportuno, mosse l'esercito contro Tunisi con questa ordinanza: gl'Italiani sul corno sinistro verso lo stagno, gli Spagnuoli a destra presso gli oliveti, i Tedeschi in mezzo con l'artiglieria; il duca di Alba conduceva i cavalli in dietroguardo rinfiancati con parecchie squadre di archibusieri, per timore che venissero sopraffatti dalla cavalleria nemica: inoltre nel presagio dell'arsura, accostandosi ormai il mese di Luglio, i capitani ebbero mente ad ordinare ai saccardi portassero su le carra molti otri pieni di acqua, ed ai soldati si munissero di borraccie di acqua mescolatacol vino: com'è da credere, innanzi ch'ei si affrontassero col nemico, le borraccie non contenevano più stilla, ed avendo scorto nella pianura non so quali cisterne essi fecero le viste di scompaginarsi per l'agonia del bere; nè le voci curavano; e la presenza degli ufficiali ormai non valeva a tenerli; fu mestieri si mettesse dinanzi lo stesso Imperatore, il quale posta la mano sul coperchio di una cisterna con gran voce esclamò: — nessuno beva qui, se ama la vita, che queste acque attossicarono i Giannizzeri, e me ne ha chiarito il re Muleasse: osservate gli ordini, che il nemico, cogliendovi alla sprovvista, non vi mandi per la mala via: ogni squadra che starà ferma al posto avrà un otre pieno di acqua. — Fosse vero questo, o piuttosto un suo trovato, giovò, imperciocchè le compagnie, ricredute di potere approfittarsi delle cisterne, stettero in ordinanza.Intanto anco il Barbarossa si era messo in assetto di sortire da Tunisi: dicevano traesse seco centomila combattenti tra Turchi, Arabi e Mori, e si ha a tenere esorbitanza per fare o più splendido il trionfo o meno turpe la disfatta di Cesare: provava Ariadeno inestimabile fastidio di settemila cristiani suoi prigionieri, chè condurli seco gli pareva male, o lasciarseli indietroanco peggio: strettosi a parlamento con alcuni, che suoi più fidati erano, od egli reputava tali, dopo varie opinioni si fermò in questa: gli avrebbe chiusi tutti dentro la Rocca e a due a due incatenati fra loro; in caso avessero balenato di tentare novità, alcune guardie a ciò commesse, dato fuoco a lunga traccia di polvere, avrebbero fatto scoppiare le mine, onde quanti erano sarebbero stati scaraventati per l'aria. Synam giudeo s'industriò con bellissime ragioni a removerlo dal fiero concetto, ma non fece frutto; e gli diceva: — cotesto sarebbe stato segno di disperazione, dalla quale gli uomini forti davvero aborrono sempre per generosità, e perchè altri non si disperi: perduto uno Stato per virtù o per fortuna altrui, per fortuna, o per virtù propria potersi riacquistare; ma la fama con le nostre mani contaminata non si ricupera; che il nome nostro inspiri timore, a noi giova; nuoce, se orrore. — Nè raccontando questi casi io dubito, che altri possa pensare da me, per arte, dipinto troppo crudele il Barbarossa, e troppo mansueto il Synam, perchè quanto al Barbarossa importa ricordarci, come nei tempi che i nostri padri videro, il Danton facesse nelle giornate di Settembre ammazzare nelle prigioni di Parigi quanti monarchisti ci si trovavano, nondopo, ma prima che i nemici irrompessero dalle frontiere; non in castigo di fatti operati, ma per paura che gli operassero. Del Synam poi gli storici ci conservano una pietosissima avventura; l'ultima del viver suo, la quale se palesa quanto tesoro di affetto si ascondesse nel cuore di cotesto Corsale, testimonia altresì la profonda amicizia che a lui professava il Barbarossa: ed è ragione, che se nelle forti nature allignano, più spesso che non si vorrebbe, passioni truci, esse, e solo esse somministrano a un punto il terreno adattato alle lodevoli e alle buone. Synam ebbe un figlio giovanetto, il quale caduto nelle mani del signor Iacopo di Appiano, signor di Piombino, venne dal medesimo amorevolmente nudrito, e qui fece bene; volle poi che ricevesse il battesimo, e qui non fece bene nè male; per ultimo supplicato renderlo al padre, previo il consueto riscatto, si rifiutò, e qui commise ingiustizia. Il Barbarossa, tornando nel 1544 di Francia in Levante, sostò a Lungone, donde spediva al signor Iacopo un uomo discreto a proporgli la restituzione del fanciullo; in compenso di che egli prometteva serbare incolume la isola dell'Elba, ed ogni altra spiaggia dintorno. Il signor Iacopo rispose ad un bel circa come il Papa in pari occasione,non possumus; ma il Barbarossa ch'era turco,montato in furore, devastò Capoliveri con tutta la parte della isola spettante al D'Appiano, e più oltre minacciando, prometteva, passato il Canale, di andare a mettere Piombino in un sacco di cenere: io non so se il Papa udita simile antifona si sarebbe intorato nelnon possumus; fatto sta, che Iacopo si persuase come, volendo, egli poteva benissimo; onde, senz'aspettare altri danni, rimandò il fanciullo al Barbarossa con parole di ossequio, e con ricchi doni, il quale tornato a Costantinopoli adoperò diligenza affinchè il figliuolo si conducesse presto e sicuro nelle braccia del padre, in quel torno ammiraglio dell'armata turchesca nel golfo Persico. Il Synam, quando prima si vide comparire davanti l'amatissimo capo, mosse ad incontrarlo traballando a modo di ebbro, e nello stringerlo al seno tanta piena di affetto lo assalse, che, prosciolte le braccia, stramazzò morto senza nè una parola nè un gemito.L'ordine della battaglia, per quanto possiamo conoscere dalle sparse e varie memorie, sembra fosse il seguente: gli stradiotti, o cavalli leggeri, che allora si tiravano di Grecia, e per lo più erano albanesi, passarono dal dietroguardo a badaluccare innanzi le prime schiere: dello esercito si formò una massa profonda a mo' della falange macedone; in capo dellecompagnie, di tratto in tratto, si preposero squadroni di uomini di arme, o vogliam dire cavalieri di grave armatura: sui fianchi, sparpagliati, gli archibusieri per non si trovare all'impensata assaliti di scancío. I panegiristi dello Imperatore lasciarono scritto ch'egli primo ingaggiasse la battaglia, e lo bandirono degno della corona civica per avere salvato Andrea Pontico cavaliere di Granata, che ferito si versava in estremo pericolo, essendo rimasto col cavallo morto addosso; la corona gli avranno senza dubbio offerta, ed egli presa, e col sentirsi ripetere quel gesto, forse avrà finito col crederci anch'egli; chè la presunzione è maliarda capace di questi tiri, ed anco di maggiori; ma il vero fu, che lo Imperatore, pei conforti dei suoi capitani, si ridusse al sicuro nella battaglia dei Tedeschi, e la zuffa ingaggiò Ferdinando Gonzaga, anch'egli milite volontario senza carico alcuno nello esercito imperiale; egli fu che alluciato un Moro, che alla burbanza degli atti, alla splendidezza delle armi ed al cavallo stupendamente bello appariva maggiormente fra gli altri, gli si avventò contro con la lancia, e tanto la fortuna secondò l'ardimento che di un colpo passatolo fuor fuora lo spinse a rotolare sopra la sabbia: poi tratta la spada saltò in mezzo ai nemici, i quali, sovvenutodai suoi incorati dallo esempio, ebbe con piccolo sforzo dispersi. Il Barbarossa aveva fatto trainare copertamente dietro le sue schiere tre grossi pezzi di artiglieria, avvisando accostarli quanto meglio potesse alla falange nemica, e lì aperta allo improvviso la fronte scaricarli addosso di lei; sperava con un nugolo di scaglia scompigliarla, e così trovare modo a farci penetrare la furia dei cavalli; ma gli andò fallito il disegno per la viltà dei suoi fanti, di cui le prime schiere ripiegarono sconfitte su le seconde, e queste sopra le altre, sicchè poi tutte rimasero travolte nella fuga; nè il Barbarossa, comecchè giudicasse la giornata perduta, cessava la guerra; all'opposto sperava provare la fortuna migliore al cimento dei muri; lo assicuravano i bastioni antichi della città, ed altri validissimi, che ne aveva fatto fabbricare di nuovi; soprattutto il cassero; ma a lui toccò vedere rinnovato il caso di Uguccione della Faggiuola, il quale lasciata Lucca per ridurre in devozione Pisa sottrattasi alla sua autorità, gli si ribellò dopo le spalle, sicchè invece di ricuperare una città, ne perse due; ed ecco il modo in che successe. Francesco da Medeleno di Spagna, e Vincenzo da Cattaro, entrambi rinnegati, come quelli nei quali molto si confidava il Barbarossa, furonocon parecchi altri preposti alla custodia dei prigioni cristiani; udita ch'ebbero la espugnazione della Goletta, si misero a mulinare intorno alla partenza dello esercito imperiale; conobbero la vittoria impossibile, scabroso il resistere; certo, se cascavano in mano dei cristiani, di essere mandati su la forca: allora si sentirono presi da compunzione grandissima per lo peccato commesso, e deliberarono emendarlo; però, avvisati i prigioni dello esizio che pendeva loro sul capo, li fornirono di arnesi per isferrarsi; questo avendo compito acciuffarono con repentino impeto parte dei custodi alla gola, e parte con una grandine di sassi lapidarono: quindi, rotte le porte delle armerie, si misero in assetto, mostrando volere difendere la fortezza finchè loro bastasse la vita. Se questa ventura arrivasse acerba al Barbarossa non importa dire, che sbigottito e smanioso si diè a correre intorno alle mura esortando i prigioni a deporre cotesto periglioso partito; badassero bene; rizzate le scale agevole a lui ripigliare la fortezza di assalto, e allora guai a loro! Gli aprissero le porte; al sollecito obbedire egli avrebbe perdonato l'errore commesso: potevano rispondergli ad archibugiate; non si sa perchè gli fecero la risposta co' sassi, ma anche questi bastarono achiarirlo, che egli era negozio finito, e che bisognava allontanarsi: di vero la faccenda stringeva, dacchè i prigioni col continuo inalberare e calare delle bandiere si affannavano a porgere avviso agl'Imperiali dello accaduto perchè si affrettassero, e lo imperatore bene avvertiva i segnali, ma che cosa significassero non si apponeva: al fine, partito Ariadeno con settemila Turchi da Tunisi per la porta opposta a quella dove si trovava lo Imperatore, il magistrato della città si fece alla presenza di Carlo, profferendogli e raccomandandogli la terra; e questo fece eziandio Muleasse, e lo Imperatore promise, ma non potè attenere, imperciocchè, entrato subito dopo l'esercito, trascorse, massime i Tedeschi, agli eccessi a cui per ordinario si danno in balía i soldati irrompendo nelle città vinte, anco se cristiane: pensa se turche: contaronsi i morti fino a settemila; delle altre immanità si tace.Andrea, desideroso che la vittoria fosse piena, commise ad Adamo Centurione, che tolte seco quattordici galee, andasse a dare la caccia al Barbarossa, ma costui, scoperto ch'ebbe alla lontana come i ponti delle galee nemiche andassero gremiti di Giannizzeri, reputò prudente astenersi da venire a cimento con disperati, donde il Brantôme nel concetto, che il Barbarossafosse francese, e non potendo mettere giù la gozzaia contro il Doria, afferma che all'opposto il Barbarossa fu quegli, che dette la caccia al Centurione, e non istà così: Andrea non sapendo come con l'Ariadeno fossero andati settemila Turchi, immaginò poterne avere facile vittoria, e fu per questo, che gli spinse dietro le galee mezzo vuote di presidio; chè i soldati essendosi dispersi per la cupidità del sacco non ci fu modo di radunarne su quel subito molti, nè i migliori; quando poi seppe dal Centurione, che bisognava ammannirsi a duro scontro, tosto si mise convenevolmente in ordine, e mosse a combatterlo, ma il Barbarossa non attese a dondolarsi, e quanto prima potè riparava in Algeri. Il Francese, sempre nello intento di scemare la gloria di Andrea, e crescere, l'altra del Barbarossa aggiunge, che, partitosi da Tunisi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto, andò a saccheggiare Minorca, e a pigliare porto Maone, ed anco qui, sia malignità od ignoranza, erra, però che il Barbarossa scampasse da Tunisi sul finire del 1535, ed alla impresa di Maone non si attentò prima della partenza di Andrea, nè la condusse già per virtù di arme, bensì con inganno, facendosi mettere dentro con mentite bandiere; per cui i Maonesi riputandoli amici rimaserodistrutti. Lo Imperatore restituì il regno di Tunisi a Muleasse omicida di diciotto fratelli e di tutti i nipoti; oltre a ciò legittimo erede compariva essere Roscette, non egli; così operando forse avvantaggiò la fede cattolica, non certo la carità cristiana, nè la giustizia, senza la quale gli è un fabbricare su l'arena.Gli storici ci fanno sapere, come il magnanimo Carlo altro tributo annuo non imponesse al nuovo re di Tunisi tranne quello di sei cavalli e dodici falconi; ma il magnanimo Carlo, non nato austriaco invano, le cose sue sapeva assettare meglio di quello che non immaginino gli storici; di fatti, oltre allo avere assicurato il quieto vivere dei cristiani a Tunisi, lo esercizio della religione liberissimo, e i commerci, volle, che se ne cacciassero via i Corsali, ed aveva ragione; poi i nuovi convertiti di Granata e di Valenza, e fu sospetto iniquo, che non si fossero convertiti di buono; tutta la costa e le città litoranee sue; sua la Goletta con dieci miglia di contado dattorno; egli ci terrebbe presidio spagnuolo, lo pagherebbe il Muleasse; le pesche del corallo spettassero a Carlo: per osservanza dei patti, desse statico il re, in mano dello Imperatore, il suo primogenito. Se Carlo adoperava così con gli amici, fa ribrezzo pensare come conciasse i nemici. A celebrarequesta impresa furono stanche un dì le trombe della fama; poesie, prose panegiriche a rovesci; i ranocchi abbondano alla stregua del pantano; ecci anco un poema epicoLa Tunisiade, parto della Musa di un vescovo tedesco; e un dì ne lessi non so che brani tradotti; a cui piglia vaghezza li troverà nell'Antologiadi Firenze: poi feste, falò, gazzarre, eTedeumcome costumano oggi (iTedeumun po' meno) e costumavano ieri e costumeranno domani. Tanto agita potente il cuore umano la religione delle grandi opere, che mille volte delusa sul pregio di quelle, mille volte crede, che la vera opera magna sia l'ultima applaudita. Coniaronsi anco medaglie, e Andrea non si rimase da coniare la sua: questa da un lato lo rappresenta ignudo fino alla cintura, e più, con un remo in braccio appoggiato all'arbore della galea; nel rovescio si mira inciso lo emblema, ch'egli fece ricamare nello stendardo, e drappellò sopra la quadrireme conduttrice dello Imperatore da Barcellona a Tunisi, e da Tunisi a Palermo; il quale emblema mostra una stella radiata circuita da otto dardi: vi si legge dintorno:Vias tuas, Domine, demonstra mihi.Io so bene, che il ricordare poco o molto la inanità delle cose nostre non emenda la superbia umana; nè la stoppa arsa al cospettodel Papa, nè lo scheletro alle mense dei re di Babilonia, nè lo stendardo ai funerali di Saladino furono mai utili predicatori: e tuttavia ufficio è nostro ammonire sempre, quando ne capiti il destro, nella speranza che un dì i semi, non che ad altro, confidati alla sabbia germoglieranno. Qui ora giovi sapere, che la conquista di Tunisi con tanto sforzo ed a prezzo di così larga vena di sangue conseguita, andò perduta in processo di tempo a cagione del divieto chiesastico di cibare carne il venerdì e il sabato! Certo soldato francese, colto in trasgressione, fu preso e spedito in catene al Santo Offizio per esservi condannato: fortuna volle, che le galeotte algerine corseggiando pigliassero la nave dove ei si trovava: condotto in Algeri, come colui che ingegnoso era molto, espose ad Occialy il modo di espugnare Tunisi, indicandogli i lati deboli, e i luoghi acconci a scavarci le mura e le vie sotterranee: onde al Turco non riuscì arduo ricuperarla, il quale per cavarsi dalle mani la scheggia della Goletta la rovesciò dai fondamenti: a questo modo ebbe fine la dominazione degli Spagnuoli nell'Affrica occidentale.Intanto Francesco Sforza ultimo duca di Milano periva, e Re di Francia e Imperatore, lì pronti a stendere sopra lo Stato di lui le maniingorde; l'uno e l'altro iattavano diritti per dominarlo; ed erano vani tutti, da uno in fuori; la viltà del popolo che non voleva o non sapeva cacciarli ambedue. La Francia voleva di più, e se lo pigliava, Nizza e Savoia; n'era signore il duca Carlo, zio del re, ma ragione di sangue nei petti umani non mise mai ostacolo all'odio e alla rapina; e poi lo zio ricambiava il nepote, quando gli veniva il destro, a misura di carbone; anzi i principi, quanto più congiunti, tanto più disposti a contendere, però che la parentela moltiplichi le cause dell'interesse fra loro; e poichè il re di Francia aveva trovato il terreno tenero, dopo Nizza e Savoia gli venne appetito (e questo succede sempre) di Susa, di Torino, di Chivasso, e se li pigliò; per questi, innanzi di occuparli, mancava perfino di pretesto a farlo, ma, occupati ch'ei gli avesse, era sicuro che in qualche archivio avrebbe trovato anche il diritto. Cesare Fregoso tenta cose nuove in Genova in pro della Francia, e non riesce; postosi in salvo, lascia dietro gli amici a pagare i cocci rotti; e questi sono conti che si saldano col capo: e così fu per Agostino Granara e Tommaso Sauli; al Corsanico venne fatto fuggire, ma lo raggiunse Andrea, che mandò lui e la nave che lo portava a cannonate nel fondo del mare.Lo Imperatore colto impreparato, per tenere a bada il re Francesco, lo agguindola con non so quali negoziati di nozze, e promesse d'investirlo del Milanese; e Francesco, dando nello impannato, mette campo a Cigliano. Strana cosa questa, che i principi sempre si truffino e sempre si fidino tra loro! Trovarne la ragione è impossibile: si comprende ottimamente che il grande desiderio che si ha di una cosa, metta intorno agli occhi ed agli orecchi la benda, ma sempre, fitto fitto, una volta dietro l'altra è da rinnegarne la pazienza!Carlo pertanto dissimulò, finchè non giunse a Roma, dove gli oratori di Francia gli chiesero la investitura del ducato pel re; lo Imperatore gli rimandava ad altro giorno per la risposta, il quale arrivato, egli prese a dire, con inestimabile passione, in pieno concistoro, le molte, e molto gravi ingiurie patite da Francesco: chiamò Dio giudice fra loro, e tanto si accese con le parole, che conchiuse profferendosi a definire la lite col suo avversario in singolare certame, con la spada in mano, e ciò per non esporre la cristianità alla ferocia turchesca, disertare tanti paesi floridissimi, ed essere cagione della morte di numero infinito di innocenti. Di ciò era nulla, o poco, ed egli il faceva per lavorare di traforo i principi italiani,i quali, paventando la sua soverchia grandezza, s'industriavano attraversarlo, massime il Papa, a cui pareva proprio provvidenza di Dio, che questi due flagelli d'Italia si dessero a vicenda sul capo, e si finissero; ma Paolo, che delle cortigianesche arti era maestro, finse della passione di Carlo altamente appassionarsi, le braccia stese al collo di lui; se piangesse non dice la storia, ma avrà pianto di certo; lo raumiliò con soavi parole, e impose silenzio agli oratori francesi, che dopo pochi ed interrotti accenti ebbero a tacersi.Dicesi che lo Imperatore tenesse in Asti, coi suoi più provati servitori, una consulta sul quanto fosse da farsi in Italia; quello che da altri fu consigliato non occorre riferire. Andrea gli toccò tre punti importantissimi; il primo fu che avesse a mutare Don Pietro di Toledo, molte essendo e gravi le querele del popolo contro di lui, il rancore dei baroni profondo; le mutue offese tali, da conciliarsi anco fra piccole genti scabroso, tra grandi a superbe impossibile. Lo stesso Carlo avere sorpreso pure, e trattenuto appena, il marchese di Pescara e il Vicerè con lo stile brandito nella propria corte, che bramavano venire al sangue. Ora parergli questo sicurissimo, che il Vicerè, approfittandosi del tumulto dei prossimi casiche avrebbero impedito di vigilarlo, sarebbesi vendicato; e posto eziandio che per lo addietro le cause delle querele fossero state o poche o lievi, di corto dovevasi temere di vederle diventate molte e gravi; donde, molesta discordia in pace; in guerra pericolo. Circa a Milano, due considerazioni dissuaderlo da conservarlo; l'una, che la Francia convinta della bontà del proprio diritto non sarebbe mai stata ferma da farlo prevalere; l'altra, che i principi italiani sospettosi nel vedere augumentarsi tanto la potenza imperiale in Italia, si sarebbero perpetuamente industriati a scemarla con ogni via: pendere perplesso in questo se ei dovesse o cederlo, o tenerlo; ma in questo altro essere chiaro, che innanzi di cederlo a principe debole, incapace a sostenervisi, lo serbasse per sè, conciossiachè a quel modo non sarebbe per nocergli quando se lo aspettasse meno: ridotto in potestà sua, fôra agevole reggerlo come parte di grande impero; per converso, separato e in mani dei nobili, facile a dare di volta; nè troppo nella bontà della persona preposta confidasse, perchè posto (ed era zaroso) che la persona eletta, anco contro la comodità propria, si mantenesse in fede, chi lo assicurava dei successori di quella? Procuri metterci di presidio un cinquecento uomini di arme, e untrecento cavalleggeri, a cui il popolo, bene inteso, facesse le spese, ma vietisi loro rigidamente vivere di rapina; al contrario sieno pagati, e paghino; così il popolo, vedendosi tornare il danaro in tasca, o non mormorerà di averlo a contribuire co' balzelli o mormorerà meno; anzi qualcheduno se ne loderebbe, perchè nel girare, che la moneta fa, se da un lato si parte o scema, dall'altro va e si accresce: ai soldati preponesse uomo dabbene, il quale col principe di Ascoli Antonio da Leva, vicerè di Milano, in fraterno accordo si comportasse. Quanto alla impresa di Provenza, che lo Imperatore disegnava fare, esortarlo a deporne il pensiero; e in questo avviso concorsero il marchese del Vasto, Fernando Gonzaga, Paolo Luciasco e il Gastaldo.Lo Imperatore non mutò il Toledo, e Dio sa s'ebbe a pentirsene; lo fece tardi, e quegli si partì da Napoli pieno di sangue, per girsene a Firenze presso il generoso Cosimo, a morirvi d'indigestione di beccafichi[36]. In Provenza s'incocciò ad ogni costo andare, sospinto da voglia ambiziosa e avara di mettere la mano su quello dell'emulo, e dallo assiduo serpentare,che gli moveva attorno Antonio di Leva, il quale, per dargli nel genio, mostrava tirarlo pei capegli colà dov'egli agognava precipitare; rispetto a Milano piacque a Carlo quello che sempre agli uomini, principi o no, piace; tenere. Se Andrea, nel dare cotesto consiglio, coprisse qualche suo recondito livore, è incerto; però fu creduto, e gliene incolse male, come a suo tempo si farà manifesto.Lo Imperatore, dopo respinto l'ammiraglio Cabotto, assediò Torino, ed assembrati da quarantacinquemila fanti e duemilacinquecento tra uomini di arme e cavalli leggeri, per tre diverse strade incamminano tutti a Nizza; la banda più grossa spalleggiata dal Doria per la riviera di Genova, e lungo la costa le galee le portavano bagaglio artiglierie; di vettovaglie la sovvenivano. Come questa impresa capitasse male, a noi non è spediente riferire per minuto: ne basti tanto, che essendo stato deciso dai capitani del re di dare il guasto al paese, perchè il nemico venisse a patire mancanza di fodero, i padroni delle terre e i contadini ebbero piuttosto mestieri di freno che di eccitamento; di che non poteva darsi pace lo Imperatore, parendo a lui che al popolo gregge non dovesse premere se un pastore piuttosto dell'altro lo tosasse; ed aveva torto, imperciocchè il popolo,quantunque non ami il padrone domestico, odii lo straniero; e il proprio si tirò addosso, e soffre, o crede essersi tirato addosso, e sopportare spontaneo, mentre l'altro presume, gli si voglia mettere sul collo per forza: in ogni caso, e sotto tutti i governi, ogni volta ne capiti la congiuntura, piacque al popolo dimostrare con gli atti ch'egli sa e sente essere arbitro in casa sua. Il re di Francia commosso, secondochè raccontano gli storici, dai danni patiti volontariamente dai Provenzali per devozione di lui, attese a guiderdonarli alla reale, cioè esentandoli per dieci anni da pagare i balzelli: dono è di re non torre. Scorrazzata la Provenza in parte, espugnato Tolone dove Andrea surse sbarcando arme, munizioni ed armati, preso Aix, adesso incominciano per Carlo le dimore, che avevano poco innanzi perduto Francesco in Italia; gli effetti pari, le cause diverse ed egualmente fallaci; qui lusinghe di accordi e di nozze, là lusinghe di consegnargli per tradimento Marsiglia; se questo trattato veramente ci fosse, gli storici non hanno saputo chiarire; qualcheduno ne fu incolpato, e tanto bastò, anzi ce ne fu di avanzo perchè i giudici lo mandassero a morte: ma la forca prova pochissimo adesso; allora nulla, chè a quei tempi tenevano la forca non testimoniodel vero, bensì arnese cospicuo di regno, onde impiccavano per genio, per terrore, e talora anco per lusso; così vero questo, che lo Imperatore Carlo V, quante volte gli occorreva vedere un paio di forche, cavatosi ossequiosamente il berretto, le salutava; e questa devozione egli possedeva per eredità dell'ava Isabella la cattolica, di cui il cuore piissimo per tenerezza sdilinquiva quando mirava le forche ornate a festa, mentre al buon Sisto V, verace vicario di Gesù in terra, non meno pio di lei, mettevanofame[37]! E quello che apparirà strano è questo, che non solo Carlo, il quale a fine di conto ci mandava, le salutasse, bensì ancora i soldati che ci erano mandati; da tanto i popoli istruiti in quale stupida abiezione valga a ridurli il servaggio, redenti che sieno a libertà, la tengano cara; senza lei degne d'invidia le bestie.Mentre Francesco ributtava di fronte l'odiato nemico, non meno sollecito attendeva a levargli rumore dopo le spalle; in ciò egli aveva aiutatori segreti i principi italiani, e il Papa stesso: a questo effetto il conte Guido Rangone, Cesare Fregoso e Cangino Gonzaga sollecitavano a fare massa dei soldati alla Mirandola,dando voce volere andare a Torino in soccorso del Padilla; senonchè Andrea Doria, il quale con occhio obliquo li vigilava, e non faceva a fidanza, persuase lo Imperatore a rimandare indietro Antonio Doria con le sue galere, e settecento archibusieri capitanati da Agostino Spinola, perchè guardassero Genova: taluno afferma non essere stata questa sagacia di Andrea, bensì fortuna, chè gliene porse avviso il capitano Lonarcone sua spia: e posto che fosse così, non verrà meno per questo in Andrea la reputazione di solertissimo capitano. Antonio, messi gli archibugieri a terra, gli mandò con Bartolomeo Spinola a Novi, ma n'ebbero subito a sloggiare, imperciocchè, appena giunto, sapesse come la gente della Mirandola, ingrossata con alcune squadre di Bernabò Visconti, e di Piero Strozzi, in tutto meglio di diecimila tra fanti e cavalli, partita da San Donnino senza artiglieria, per la valle della Scrivia si affrettasse a Genova. Celeri stracorridori, spediti da lui, avvisarono la Signoria tenesse le galee in punto a Voltri, dov'egli arrivò trasportato per cotesti aspri colli in lettiga, sendo dalla podagra mal condotto; e la sera dopo entrò in Genova.La gente di Francia, sboccata da Seravalle nella Polcevera, si attendava a San Francescodella Chiappetta gridando:Fregoso!eLibertà!I contadini traevano al grido di Fregoso, un po' per odio contro ai patrizi, e molto contro gli Spagnuoli: di libertà non intendevano: quinci i Francesi andarono a Cornigliano, donde, partiti in due schiere, mossero ad assalire la sommità di Granarolo e la torre dello Sperone. La città attendevali munita presto e bene: Agostino Spinola si tolse il carico della difesa di San Benigno e di Fassuolo; Suarez oratore spagnuolo, con mille fanti tirati fuori di Alessandria, si postò su le mura del Bisagno; Antonio Doria, con duemila fanti, a Pietra Minuta e a Carbonara, Melchiorre Doria vigilava con le galee nel porto. Respinto l'araldo, venuto ad intimare la resa, si mise mano alle armi; la squadra condotta dal Rangone scala la torre dello Sperone, dove, ostando invano i militi volontari di Genova e certo capitano Corso, si arrampica con inestimabile ardire un alfiere, che pianta subito la insegna di Francia su la muraglia: pochi dei compagni lo seguono perchè alla prova trovarono corte le scale fabbricate in Polcevera; pure tra quelli che la volevano sgarare, e questi che inferociti si ostinavano a ributtarli, s'ingaggia una zuffa terribile; a farla finita ecco arrivare Agostino Spinola, che di colta abbatte la insegna, e alfieree assalitori scaraventa a rompersi le ossa su i macigni a piè della torre. I nemici sbigottiti tornano colà donde erano venuti. Liberati da questa fortuna i Genovesi, tengono dietro le solite feste, e i soliti supplizi; ma di pochi e oscuri; ai Polceveraschi perdonano, allegando avere fabbricato le scale corte; e parve la scusa buona per non mandarli alla forca; a me sarebbe sembrata idonea per mandarceli, se si fosse potuto, due volte; la prima per avere fabbricato scale contro la Patria; la seconda per averle fabbricate con inganno; due tradivano, e a due stendevano la mano.Marsiglia non solo seppe resistere per la virtù dei Francesi, e molto eziandio per quella di Giampaolo Orsino, ma sortite alcune bande guascone ed italiane, a tale stretta ridussero con subito assalto Cesare, che si trovò in pericolo della persona, nè si salvava, se Marco Emilio veronese, con certi altri cavalieri italiani che stavano attorno, non gli avesse alquanto respinti. Tornandogli avversa ogni cosa, lo Imperatore, invece di assediare, si trova assediato; sicchè il suo esercito, per procurarsi un po' di vettovaglia, aveva bisogno di mettere ogni dì a saccomanno il paese: non trovando di meglio, e questo parendo ottimo, i soldati presero a empirsi di frutta, e di uva, dondeuna dissenteria maligna, che menò scempio nel campo. Lo Imperatore, avendo rassegnato lo esercito sul finire dello Agosto, lo trovò scemo della metà: per sè, ed anco pei superstiti atterrito deliberava rientrare in Italia, ma non lo avrebbe potuto, se il Doria non lo sovveniva di vettovaglia e di trasporti. Ora da capo la improvvida pigrizia sloggia dal campo di Carlo per girsene a pigliare stanza in quello di Francia; tornava destrissimo per un po' di sforzo, che ci si mettesse, fracassare gl'imperiali sgomenti, e pure i Francesi si peritarono: solo vennero alle mani più volte ricambiandosi dolorose botte due capitani Ferdinando Gonzaga, e Giampaolo Orsino: entrambi italiani erano; quegli per Austria; questi combatteva per Francia: per la Patria nessuno! che ormai la gravavano i fieri tempi nei quali ogni atto di valore dei propri figliuoli ribadiva un anello della catena di lei.Carlo tornato a Genova alberga nel palazzo Doria; quivi andarono a congratularsi con lui i vassalli, per elezione o per necessità condannati alla perpetua lode del padrone, se il nemico vinto, per la vittoria contro lui, se vincitore per averlo contenuto di stravincere: e poi lo Imperatore non poteva perdere nè errare: chi fallì fu Antonio da Leva, il qualegli suggeriva il mal consiglio: scrivono ne morisse di dolore; per me dubito sia morto anch'egli per soverchio di frutta mangiate; ma strane sono le passioni degli uomini e strani i casi che partoriscono: comunque sia, la sua morte fu giudicata pena condegna allo avere tratto lo Imperatore al passo disastroso; nessuno lo compianse; a lui, consigliandolo il Doria, Carlo si affrettò dare nel viceregno di Milano il marchese di Pescara per successore[38].In questa cascò improvvisa la notizia della strage di Alessandro duca di Firenze: morto il tiranno non si spegne la tirannide se il popolo si trovi disposto a servitù; così veramente non era tutto a quei tempi il popolo fiorentino, bensì avvilito dalle battiture sofferte; disposta a servitù era, e molto, la parte che si appella degli ottimati, allora come sempre nemica alla libertà, a patto però di essere chiamata compagna alla dominazione, e tale, o per genio o per virtù del grado, anco Andrea Doria, e già lo avvertii: qui poi dirò com'eglid'accordo col Guicciardino procedessero operosissimi per mantenere Firenze in catene: i suoi offici questi; spedì celere una delle proprie galee a Livorno per sovvenire il Castellano se in fede, se traditore ammazzarlo; scrisse lettere ortatorie al cardinale Cybo (e non ce n'era di bisogno), affinchè perdurasse fermo in pro del signore Cosimino; ad Alessandro Vitelli fece dire, pigliasse la occasione a' capelli per avvantaggiare il fatto suo in grazia della imperiale riconoscenza; confortò il marchese di Anguilar, oratore di Cesare al Papa, ed alle proprie aggiunse le raccomandazioni dello ambasciatore Figuerroa, perchè con 2000 Spagnuoli si accostasse al confine toscano, ed il medesimo consiglio dette altresì al marchese del Vasto; il signor Cosimino ammonì, come giovanetto, a non perdersi di animo a cagione di coteste rivolture, ed il signor Cosimino gli rispose ringraziandolo come padre; e quanto ad animo stesse quieto; si fidasse in lui; e aveva ragione, però che in Cosimo fosse materia da fabbricare quattro tiranni, non che uno.
Il conte di Sarno fu pianto da tutti, lodaronlo pochi, che la temerarietà anco dagli animosi, se in mal punto adoperata, piuttosto che valore reputasi follia; grandi poi corsero le querimonie a carico degli Spagnuoli, come quelli che, disamorati ai propri commilitoni, lasciarono menarne scempio sotto gli occhi propri; però indi a pochi giorni toccava a loro di pagarne il fio: perchè sortiti da capo i Giannizzeri fecero con tanta ferocia impeto contro gli Spagnuoli, che questi percossi da inusitato spavento ne rilevarono una dolorosa batosta. Ilmarchese del Vasto, da quello eccellente capitano ch'egli era, da ciò trasse argomento di conciliare gli animi degli Spagnuoli e degl'Italiani, disponendoli con forze unite a vendicarsi dei danni sofferti, e così per lo appunto successe in capo a pochi giorni, dove le due nazioni, combattendo a gara, penetrarono fin dentro i bastioni nemici, sebbene poi dallo sfolgorare delle artiglierie si trovassero costretti a dare indietro. Intanto essendo stati condotti a termine gli approcci dalla parte di terra, il marchese del Vasto si concertò con Andrea per batterla al punto stesso dal mare. Il giorno di poi sul fare dell'alba di qua e di là presero a tonare le artiglierie; Andrea, tenute ferme le navi su le áncore, e messi cannoni sopra le gabbie, spazzava i difensori dalle muraglie: le galee divideva in tre squadre di venti l'una, le quali, dopo abbassata l'alberatura, di tutta voga passando rasente ai muri sparavano: quindi di là allontanandosi facevano luogo alle sopravvegnenti: durò la bisogna senza intermissione fino a mezzo giorno con tanto rovinío, con tanto e sì pauroso frastuono, che la terra ne traballò, e se ne commosse il mare; il fumo denso, e fermo a cagione dell'aere senza vento, non concedeva la vista dei danni a vicenda cagionati dall'un lato e dall'altro: quando incominciò ilfumo a diradarsi parve a taluno fosse sparita la fortezza, e poco dopo si conobbe aperto come tutto il sommo di quella tracollando avesse sepolto con immensa ruina arme ed armati. Salvaronsi pochi, e con essi Synam, i quali pel ponte fuggirono verso Tunisi: a mezza strada occorse loro Ariadeno tempestando; costui, con parole ebbre, uomini malediceva e Dio, ma l'amico Synam pacato ne blandì la rabbia dicendo: — a che monta il furore? Quanto da uomo poteva farsi noi abbiamo fatto; vieni e vedi. — Di vero il Barbarossa accostatosi contempla una macerie di sassi colà dove surse la Goletta, onde subito ridivenuto benigno esclamò: — era scritto! — Ed abbracciato e baciato lo amico, lo ebbe di ora in poi caro due cotanti più di prima.
Così cadde la Goletta, e con essa vennero in potestà dello Imperatore centocinquanta pezzi di artiglieria di bronzo, cinquanta grossi di ferro, quarantasei galee, sei galeotte, ed otto fuste ricoverate dentro lo stagno. Allora Muleasse si presentò allo Imperatore, e poichè nel fargli omaggio questi non risparmiò veruno atto di abietta umiltà, persuaso dalle adorazioni orientali, piacque a costui, che gli promise restaurarlo nel regno; anzi, non si sa se più stupido di mente o di cuore, additandogli le ruine diGoletta gli disse: — ecco, questa porta vi ho aperto per tornarvene a casa. —
Potrei astenermi di raccontare il modo col quale Tunisi cesse alla fortuna di Cesare, ma poichè ci accaddero alcuni fatti alla italiana milizia onoratissimi, ed altri (questo importa di più) pei quali questa nostra umana natura rivela la sua origine divina, chi vorrà biasimarci se cediamo al talento di raccontarli? Il Barbarossa ora spediva celeri messi dentro terra per raccogliere gente, e gli riuscì, perchè, se avevano in uggia lui, troppo più odiavano Muleasse, e poi ci adoperò la pecunia, supremo persuasore dei popoli così selvatichi come ingentiliti: in breve furono ventimila cavalli, oltre gli assoldati. Lo Imperatore, colto tempo opportuno, mosse l'esercito contro Tunisi con questa ordinanza: gl'Italiani sul corno sinistro verso lo stagno, gli Spagnuoli a destra presso gli oliveti, i Tedeschi in mezzo con l'artiglieria; il duca di Alba conduceva i cavalli in dietroguardo rinfiancati con parecchie squadre di archibusieri, per timore che venissero sopraffatti dalla cavalleria nemica: inoltre nel presagio dell'arsura, accostandosi ormai il mese di Luglio, i capitani ebbero mente ad ordinare ai saccardi portassero su le carra molti otri pieni di acqua, ed ai soldati si munissero di borraccie di acqua mescolatacol vino: com'è da credere, innanzi ch'ei si affrontassero col nemico, le borraccie non contenevano più stilla, ed avendo scorto nella pianura non so quali cisterne essi fecero le viste di scompaginarsi per l'agonia del bere; nè le voci curavano; e la presenza degli ufficiali ormai non valeva a tenerli; fu mestieri si mettesse dinanzi lo stesso Imperatore, il quale posta la mano sul coperchio di una cisterna con gran voce esclamò: — nessuno beva qui, se ama la vita, che queste acque attossicarono i Giannizzeri, e me ne ha chiarito il re Muleasse: osservate gli ordini, che il nemico, cogliendovi alla sprovvista, non vi mandi per la mala via: ogni squadra che starà ferma al posto avrà un otre pieno di acqua. — Fosse vero questo, o piuttosto un suo trovato, giovò, imperciocchè le compagnie, ricredute di potere approfittarsi delle cisterne, stettero in ordinanza.
Intanto anco il Barbarossa si era messo in assetto di sortire da Tunisi: dicevano traesse seco centomila combattenti tra Turchi, Arabi e Mori, e si ha a tenere esorbitanza per fare o più splendido il trionfo o meno turpe la disfatta di Cesare: provava Ariadeno inestimabile fastidio di settemila cristiani suoi prigionieri, chè condurli seco gli pareva male, o lasciarseli indietroanco peggio: strettosi a parlamento con alcuni, che suoi più fidati erano, od egli reputava tali, dopo varie opinioni si fermò in questa: gli avrebbe chiusi tutti dentro la Rocca e a due a due incatenati fra loro; in caso avessero balenato di tentare novità, alcune guardie a ciò commesse, dato fuoco a lunga traccia di polvere, avrebbero fatto scoppiare le mine, onde quanti erano sarebbero stati scaraventati per l'aria. Synam giudeo s'industriò con bellissime ragioni a removerlo dal fiero concetto, ma non fece frutto; e gli diceva: — cotesto sarebbe stato segno di disperazione, dalla quale gli uomini forti davvero aborrono sempre per generosità, e perchè altri non si disperi: perduto uno Stato per virtù o per fortuna altrui, per fortuna, o per virtù propria potersi riacquistare; ma la fama con le nostre mani contaminata non si ricupera; che il nome nostro inspiri timore, a noi giova; nuoce, se orrore. — Nè raccontando questi casi io dubito, che altri possa pensare da me, per arte, dipinto troppo crudele il Barbarossa, e troppo mansueto il Synam, perchè quanto al Barbarossa importa ricordarci, come nei tempi che i nostri padri videro, il Danton facesse nelle giornate di Settembre ammazzare nelle prigioni di Parigi quanti monarchisti ci si trovavano, nondopo, ma prima che i nemici irrompessero dalle frontiere; non in castigo di fatti operati, ma per paura che gli operassero. Del Synam poi gli storici ci conservano una pietosissima avventura; l'ultima del viver suo, la quale se palesa quanto tesoro di affetto si ascondesse nel cuore di cotesto Corsale, testimonia altresì la profonda amicizia che a lui professava il Barbarossa: ed è ragione, che se nelle forti nature allignano, più spesso che non si vorrebbe, passioni truci, esse, e solo esse somministrano a un punto il terreno adattato alle lodevoli e alle buone. Synam ebbe un figlio giovanetto, il quale caduto nelle mani del signor Iacopo di Appiano, signor di Piombino, venne dal medesimo amorevolmente nudrito, e qui fece bene; volle poi che ricevesse il battesimo, e qui non fece bene nè male; per ultimo supplicato renderlo al padre, previo il consueto riscatto, si rifiutò, e qui commise ingiustizia. Il Barbarossa, tornando nel 1544 di Francia in Levante, sostò a Lungone, donde spediva al signor Iacopo un uomo discreto a proporgli la restituzione del fanciullo; in compenso di che egli prometteva serbare incolume la isola dell'Elba, ed ogni altra spiaggia dintorno. Il signor Iacopo rispose ad un bel circa come il Papa in pari occasione,non possumus; ma il Barbarossa ch'era turco,montato in furore, devastò Capoliveri con tutta la parte della isola spettante al D'Appiano, e più oltre minacciando, prometteva, passato il Canale, di andare a mettere Piombino in un sacco di cenere: io non so se il Papa udita simile antifona si sarebbe intorato nelnon possumus; fatto sta, che Iacopo si persuase come, volendo, egli poteva benissimo; onde, senz'aspettare altri danni, rimandò il fanciullo al Barbarossa con parole di ossequio, e con ricchi doni, il quale tornato a Costantinopoli adoperò diligenza affinchè il figliuolo si conducesse presto e sicuro nelle braccia del padre, in quel torno ammiraglio dell'armata turchesca nel golfo Persico. Il Synam, quando prima si vide comparire davanti l'amatissimo capo, mosse ad incontrarlo traballando a modo di ebbro, e nello stringerlo al seno tanta piena di affetto lo assalse, che, prosciolte le braccia, stramazzò morto senza nè una parola nè un gemito.
L'ordine della battaglia, per quanto possiamo conoscere dalle sparse e varie memorie, sembra fosse il seguente: gli stradiotti, o cavalli leggeri, che allora si tiravano di Grecia, e per lo più erano albanesi, passarono dal dietroguardo a badaluccare innanzi le prime schiere: dello esercito si formò una massa profonda a mo' della falange macedone; in capo dellecompagnie, di tratto in tratto, si preposero squadroni di uomini di arme, o vogliam dire cavalieri di grave armatura: sui fianchi, sparpagliati, gli archibusieri per non si trovare all'impensata assaliti di scancío. I panegiristi dello Imperatore lasciarono scritto ch'egli primo ingaggiasse la battaglia, e lo bandirono degno della corona civica per avere salvato Andrea Pontico cavaliere di Granata, che ferito si versava in estremo pericolo, essendo rimasto col cavallo morto addosso; la corona gli avranno senza dubbio offerta, ed egli presa, e col sentirsi ripetere quel gesto, forse avrà finito col crederci anch'egli; chè la presunzione è maliarda capace di questi tiri, ed anco di maggiori; ma il vero fu, che lo Imperatore, pei conforti dei suoi capitani, si ridusse al sicuro nella battaglia dei Tedeschi, e la zuffa ingaggiò Ferdinando Gonzaga, anch'egli milite volontario senza carico alcuno nello esercito imperiale; egli fu che alluciato un Moro, che alla burbanza degli atti, alla splendidezza delle armi ed al cavallo stupendamente bello appariva maggiormente fra gli altri, gli si avventò contro con la lancia, e tanto la fortuna secondò l'ardimento che di un colpo passatolo fuor fuora lo spinse a rotolare sopra la sabbia: poi tratta la spada saltò in mezzo ai nemici, i quali, sovvenutodai suoi incorati dallo esempio, ebbe con piccolo sforzo dispersi. Il Barbarossa aveva fatto trainare copertamente dietro le sue schiere tre grossi pezzi di artiglieria, avvisando accostarli quanto meglio potesse alla falange nemica, e lì aperta allo improvviso la fronte scaricarli addosso di lei; sperava con un nugolo di scaglia scompigliarla, e così trovare modo a farci penetrare la furia dei cavalli; ma gli andò fallito il disegno per la viltà dei suoi fanti, di cui le prime schiere ripiegarono sconfitte su le seconde, e queste sopra le altre, sicchè poi tutte rimasero travolte nella fuga; nè il Barbarossa, comecchè giudicasse la giornata perduta, cessava la guerra; all'opposto sperava provare la fortuna migliore al cimento dei muri; lo assicuravano i bastioni antichi della città, ed altri validissimi, che ne aveva fatto fabbricare di nuovi; soprattutto il cassero; ma a lui toccò vedere rinnovato il caso di Uguccione della Faggiuola, il quale lasciata Lucca per ridurre in devozione Pisa sottrattasi alla sua autorità, gli si ribellò dopo le spalle, sicchè invece di ricuperare una città, ne perse due; ed ecco il modo in che successe. Francesco da Medeleno di Spagna, e Vincenzo da Cattaro, entrambi rinnegati, come quelli nei quali molto si confidava il Barbarossa, furonocon parecchi altri preposti alla custodia dei prigioni cristiani; udita ch'ebbero la espugnazione della Goletta, si misero a mulinare intorno alla partenza dello esercito imperiale; conobbero la vittoria impossibile, scabroso il resistere; certo, se cascavano in mano dei cristiani, di essere mandati su la forca: allora si sentirono presi da compunzione grandissima per lo peccato commesso, e deliberarono emendarlo; però, avvisati i prigioni dello esizio che pendeva loro sul capo, li fornirono di arnesi per isferrarsi; questo avendo compito acciuffarono con repentino impeto parte dei custodi alla gola, e parte con una grandine di sassi lapidarono: quindi, rotte le porte delle armerie, si misero in assetto, mostrando volere difendere la fortezza finchè loro bastasse la vita. Se questa ventura arrivasse acerba al Barbarossa non importa dire, che sbigottito e smanioso si diè a correre intorno alle mura esortando i prigioni a deporre cotesto periglioso partito; badassero bene; rizzate le scale agevole a lui ripigliare la fortezza di assalto, e allora guai a loro! Gli aprissero le porte; al sollecito obbedire egli avrebbe perdonato l'errore commesso: potevano rispondergli ad archibugiate; non si sa perchè gli fecero la risposta co' sassi, ma anche questi bastarono achiarirlo, che egli era negozio finito, e che bisognava allontanarsi: di vero la faccenda stringeva, dacchè i prigioni col continuo inalberare e calare delle bandiere si affannavano a porgere avviso agl'Imperiali dello accaduto perchè si affrettassero, e lo imperatore bene avvertiva i segnali, ma che cosa significassero non si apponeva: al fine, partito Ariadeno con settemila Turchi da Tunisi per la porta opposta a quella dove si trovava lo Imperatore, il magistrato della città si fece alla presenza di Carlo, profferendogli e raccomandandogli la terra; e questo fece eziandio Muleasse, e lo Imperatore promise, ma non potè attenere, imperciocchè, entrato subito dopo l'esercito, trascorse, massime i Tedeschi, agli eccessi a cui per ordinario si danno in balía i soldati irrompendo nelle città vinte, anco se cristiane: pensa se turche: contaronsi i morti fino a settemila; delle altre immanità si tace.
Andrea, desideroso che la vittoria fosse piena, commise ad Adamo Centurione, che tolte seco quattordici galee, andasse a dare la caccia al Barbarossa, ma costui, scoperto ch'ebbe alla lontana come i ponti delle galee nemiche andassero gremiti di Giannizzeri, reputò prudente astenersi da venire a cimento con disperati, donde il Brantôme nel concetto, che il Barbarossafosse francese, e non potendo mettere giù la gozzaia contro il Doria, afferma che all'opposto il Barbarossa fu quegli, che dette la caccia al Centurione, e non istà così: Andrea non sapendo come con l'Ariadeno fossero andati settemila Turchi, immaginò poterne avere facile vittoria, e fu per questo, che gli spinse dietro le galee mezzo vuote di presidio; chè i soldati essendosi dispersi per la cupidità del sacco non ci fu modo di radunarne su quel subito molti, nè i migliori; quando poi seppe dal Centurione, che bisognava ammannirsi a duro scontro, tosto si mise convenevolmente in ordine, e mosse a combatterlo, ma il Barbarossa non attese a dondolarsi, e quanto prima potè riparava in Algeri. Il Francese, sempre nello intento di scemare la gloria di Andrea, e crescere, l'altra del Barbarossa aggiunge, che, partitosi da Tunisi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto, andò a saccheggiare Minorca, e a pigliare porto Maone, ed anco qui, sia malignità od ignoranza, erra, però che il Barbarossa scampasse da Tunisi sul finire del 1535, ed alla impresa di Maone non si attentò prima della partenza di Andrea, nè la condusse già per virtù di arme, bensì con inganno, facendosi mettere dentro con mentite bandiere; per cui i Maonesi riputandoli amici rimaserodistrutti. Lo Imperatore restituì il regno di Tunisi a Muleasse omicida di diciotto fratelli e di tutti i nipoti; oltre a ciò legittimo erede compariva essere Roscette, non egli; così operando forse avvantaggiò la fede cattolica, non certo la carità cristiana, nè la giustizia, senza la quale gli è un fabbricare su l'arena.
Gli storici ci fanno sapere, come il magnanimo Carlo altro tributo annuo non imponesse al nuovo re di Tunisi tranne quello di sei cavalli e dodici falconi; ma il magnanimo Carlo, non nato austriaco invano, le cose sue sapeva assettare meglio di quello che non immaginino gli storici; di fatti, oltre allo avere assicurato il quieto vivere dei cristiani a Tunisi, lo esercizio della religione liberissimo, e i commerci, volle, che se ne cacciassero via i Corsali, ed aveva ragione; poi i nuovi convertiti di Granata e di Valenza, e fu sospetto iniquo, che non si fossero convertiti di buono; tutta la costa e le città litoranee sue; sua la Goletta con dieci miglia di contado dattorno; egli ci terrebbe presidio spagnuolo, lo pagherebbe il Muleasse; le pesche del corallo spettassero a Carlo: per osservanza dei patti, desse statico il re, in mano dello Imperatore, il suo primogenito. Se Carlo adoperava così con gli amici, fa ribrezzo pensare come conciasse i nemici. A celebrarequesta impresa furono stanche un dì le trombe della fama; poesie, prose panegiriche a rovesci; i ranocchi abbondano alla stregua del pantano; ecci anco un poema epicoLa Tunisiade, parto della Musa di un vescovo tedesco; e un dì ne lessi non so che brani tradotti; a cui piglia vaghezza li troverà nell'Antologiadi Firenze: poi feste, falò, gazzarre, eTedeumcome costumano oggi (iTedeumun po' meno) e costumavano ieri e costumeranno domani. Tanto agita potente il cuore umano la religione delle grandi opere, che mille volte delusa sul pregio di quelle, mille volte crede, che la vera opera magna sia l'ultima applaudita. Coniaronsi anco medaglie, e Andrea non si rimase da coniare la sua: questa da un lato lo rappresenta ignudo fino alla cintura, e più, con un remo in braccio appoggiato all'arbore della galea; nel rovescio si mira inciso lo emblema, ch'egli fece ricamare nello stendardo, e drappellò sopra la quadrireme conduttrice dello Imperatore da Barcellona a Tunisi, e da Tunisi a Palermo; il quale emblema mostra una stella radiata circuita da otto dardi: vi si legge dintorno:Vias tuas, Domine, demonstra mihi.
Io so bene, che il ricordare poco o molto la inanità delle cose nostre non emenda la superbia umana; nè la stoppa arsa al cospettodel Papa, nè lo scheletro alle mense dei re di Babilonia, nè lo stendardo ai funerali di Saladino furono mai utili predicatori: e tuttavia ufficio è nostro ammonire sempre, quando ne capiti il destro, nella speranza che un dì i semi, non che ad altro, confidati alla sabbia germoglieranno. Qui ora giovi sapere, che la conquista di Tunisi con tanto sforzo ed a prezzo di così larga vena di sangue conseguita, andò perduta in processo di tempo a cagione del divieto chiesastico di cibare carne il venerdì e il sabato! Certo soldato francese, colto in trasgressione, fu preso e spedito in catene al Santo Offizio per esservi condannato: fortuna volle, che le galeotte algerine corseggiando pigliassero la nave dove ei si trovava: condotto in Algeri, come colui che ingegnoso era molto, espose ad Occialy il modo di espugnare Tunisi, indicandogli i lati deboli, e i luoghi acconci a scavarci le mura e le vie sotterranee: onde al Turco non riuscì arduo ricuperarla, il quale per cavarsi dalle mani la scheggia della Goletta la rovesciò dai fondamenti: a questo modo ebbe fine la dominazione degli Spagnuoli nell'Affrica occidentale.
Intanto Francesco Sforza ultimo duca di Milano periva, e Re di Francia e Imperatore, lì pronti a stendere sopra lo Stato di lui le maniingorde; l'uno e l'altro iattavano diritti per dominarlo; ed erano vani tutti, da uno in fuori; la viltà del popolo che non voleva o non sapeva cacciarli ambedue. La Francia voleva di più, e se lo pigliava, Nizza e Savoia; n'era signore il duca Carlo, zio del re, ma ragione di sangue nei petti umani non mise mai ostacolo all'odio e alla rapina; e poi lo zio ricambiava il nepote, quando gli veniva il destro, a misura di carbone; anzi i principi, quanto più congiunti, tanto più disposti a contendere, però che la parentela moltiplichi le cause dell'interesse fra loro; e poichè il re di Francia aveva trovato il terreno tenero, dopo Nizza e Savoia gli venne appetito (e questo succede sempre) di Susa, di Torino, di Chivasso, e se li pigliò; per questi, innanzi di occuparli, mancava perfino di pretesto a farlo, ma, occupati ch'ei gli avesse, era sicuro che in qualche archivio avrebbe trovato anche il diritto. Cesare Fregoso tenta cose nuove in Genova in pro della Francia, e non riesce; postosi in salvo, lascia dietro gli amici a pagare i cocci rotti; e questi sono conti che si saldano col capo: e così fu per Agostino Granara e Tommaso Sauli; al Corsanico venne fatto fuggire, ma lo raggiunse Andrea, che mandò lui e la nave che lo portava a cannonate nel fondo del mare.Lo Imperatore colto impreparato, per tenere a bada il re Francesco, lo agguindola con non so quali negoziati di nozze, e promesse d'investirlo del Milanese; e Francesco, dando nello impannato, mette campo a Cigliano. Strana cosa questa, che i principi sempre si truffino e sempre si fidino tra loro! Trovarne la ragione è impossibile: si comprende ottimamente che il grande desiderio che si ha di una cosa, metta intorno agli occhi ed agli orecchi la benda, ma sempre, fitto fitto, una volta dietro l'altra è da rinnegarne la pazienza!
Carlo pertanto dissimulò, finchè non giunse a Roma, dove gli oratori di Francia gli chiesero la investitura del ducato pel re; lo Imperatore gli rimandava ad altro giorno per la risposta, il quale arrivato, egli prese a dire, con inestimabile passione, in pieno concistoro, le molte, e molto gravi ingiurie patite da Francesco: chiamò Dio giudice fra loro, e tanto si accese con le parole, che conchiuse profferendosi a definire la lite col suo avversario in singolare certame, con la spada in mano, e ciò per non esporre la cristianità alla ferocia turchesca, disertare tanti paesi floridissimi, ed essere cagione della morte di numero infinito di innocenti. Di ciò era nulla, o poco, ed egli il faceva per lavorare di traforo i principi italiani,i quali, paventando la sua soverchia grandezza, s'industriavano attraversarlo, massime il Papa, a cui pareva proprio provvidenza di Dio, che questi due flagelli d'Italia si dessero a vicenda sul capo, e si finissero; ma Paolo, che delle cortigianesche arti era maestro, finse della passione di Carlo altamente appassionarsi, le braccia stese al collo di lui; se piangesse non dice la storia, ma avrà pianto di certo; lo raumiliò con soavi parole, e impose silenzio agli oratori francesi, che dopo pochi ed interrotti accenti ebbero a tacersi.
Dicesi che lo Imperatore tenesse in Asti, coi suoi più provati servitori, una consulta sul quanto fosse da farsi in Italia; quello che da altri fu consigliato non occorre riferire. Andrea gli toccò tre punti importantissimi; il primo fu che avesse a mutare Don Pietro di Toledo, molte essendo e gravi le querele del popolo contro di lui, il rancore dei baroni profondo; le mutue offese tali, da conciliarsi anco fra piccole genti scabroso, tra grandi a superbe impossibile. Lo stesso Carlo avere sorpreso pure, e trattenuto appena, il marchese di Pescara e il Vicerè con lo stile brandito nella propria corte, che bramavano venire al sangue. Ora parergli questo sicurissimo, che il Vicerè, approfittandosi del tumulto dei prossimi casiche avrebbero impedito di vigilarlo, sarebbesi vendicato; e posto eziandio che per lo addietro le cause delle querele fossero state o poche o lievi, di corto dovevasi temere di vederle diventate molte e gravi; donde, molesta discordia in pace; in guerra pericolo. Circa a Milano, due considerazioni dissuaderlo da conservarlo; l'una, che la Francia convinta della bontà del proprio diritto non sarebbe mai stata ferma da farlo prevalere; l'altra, che i principi italiani sospettosi nel vedere augumentarsi tanto la potenza imperiale in Italia, si sarebbero perpetuamente industriati a scemarla con ogni via: pendere perplesso in questo se ei dovesse o cederlo, o tenerlo; ma in questo altro essere chiaro, che innanzi di cederlo a principe debole, incapace a sostenervisi, lo serbasse per sè, conciossiachè a quel modo non sarebbe per nocergli quando se lo aspettasse meno: ridotto in potestà sua, fôra agevole reggerlo come parte di grande impero; per converso, separato e in mani dei nobili, facile a dare di volta; nè troppo nella bontà della persona preposta confidasse, perchè posto (ed era zaroso) che la persona eletta, anco contro la comodità propria, si mantenesse in fede, chi lo assicurava dei successori di quella? Procuri metterci di presidio un cinquecento uomini di arme, e untrecento cavalleggeri, a cui il popolo, bene inteso, facesse le spese, ma vietisi loro rigidamente vivere di rapina; al contrario sieno pagati, e paghino; così il popolo, vedendosi tornare il danaro in tasca, o non mormorerà di averlo a contribuire co' balzelli o mormorerà meno; anzi qualcheduno se ne loderebbe, perchè nel girare, che la moneta fa, se da un lato si parte o scema, dall'altro va e si accresce: ai soldati preponesse uomo dabbene, il quale col principe di Ascoli Antonio da Leva, vicerè di Milano, in fraterno accordo si comportasse. Quanto alla impresa di Provenza, che lo Imperatore disegnava fare, esortarlo a deporne il pensiero; e in questo avviso concorsero il marchese del Vasto, Fernando Gonzaga, Paolo Luciasco e il Gastaldo.
Lo Imperatore non mutò il Toledo, e Dio sa s'ebbe a pentirsene; lo fece tardi, e quegli si partì da Napoli pieno di sangue, per girsene a Firenze presso il generoso Cosimo, a morirvi d'indigestione di beccafichi[36]. In Provenza s'incocciò ad ogni costo andare, sospinto da voglia ambiziosa e avara di mettere la mano su quello dell'emulo, e dallo assiduo serpentare,che gli moveva attorno Antonio di Leva, il quale, per dargli nel genio, mostrava tirarlo pei capegli colà dov'egli agognava precipitare; rispetto a Milano piacque a Carlo quello che sempre agli uomini, principi o no, piace; tenere. Se Andrea, nel dare cotesto consiglio, coprisse qualche suo recondito livore, è incerto; però fu creduto, e gliene incolse male, come a suo tempo si farà manifesto.
Lo Imperatore, dopo respinto l'ammiraglio Cabotto, assediò Torino, ed assembrati da quarantacinquemila fanti e duemilacinquecento tra uomini di arme e cavalli leggeri, per tre diverse strade incamminano tutti a Nizza; la banda più grossa spalleggiata dal Doria per la riviera di Genova, e lungo la costa le galee le portavano bagaglio artiglierie; di vettovaglie la sovvenivano. Come questa impresa capitasse male, a noi non è spediente riferire per minuto: ne basti tanto, che essendo stato deciso dai capitani del re di dare il guasto al paese, perchè il nemico venisse a patire mancanza di fodero, i padroni delle terre e i contadini ebbero piuttosto mestieri di freno che di eccitamento; di che non poteva darsi pace lo Imperatore, parendo a lui che al popolo gregge non dovesse premere se un pastore piuttosto dell'altro lo tosasse; ed aveva torto, imperciocchè il popolo,quantunque non ami il padrone domestico, odii lo straniero; e il proprio si tirò addosso, e soffre, o crede essersi tirato addosso, e sopportare spontaneo, mentre l'altro presume, gli si voglia mettere sul collo per forza: in ogni caso, e sotto tutti i governi, ogni volta ne capiti la congiuntura, piacque al popolo dimostrare con gli atti ch'egli sa e sente essere arbitro in casa sua. Il re di Francia commosso, secondochè raccontano gli storici, dai danni patiti volontariamente dai Provenzali per devozione di lui, attese a guiderdonarli alla reale, cioè esentandoli per dieci anni da pagare i balzelli: dono è di re non torre. Scorrazzata la Provenza in parte, espugnato Tolone dove Andrea surse sbarcando arme, munizioni ed armati, preso Aix, adesso incominciano per Carlo le dimore, che avevano poco innanzi perduto Francesco in Italia; gli effetti pari, le cause diverse ed egualmente fallaci; qui lusinghe di accordi e di nozze, là lusinghe di consegnargli per tradimento Marsiglia; se questo trattato veramente ci fosse, gli storici non hanno saputo chiarire; qualcheduno ne fu incolpato, e tanto bastò, anzi ce ne fu di avanzo perchè i giudici lo mandassero a morte: ma la forca prova pochissimo adesso; allora nulla, chè a quei tempi tenevano la forca non testimoniodel vero, bensì arnese cospicuo di regno, onde impiccavano per genio, per terrore, e talora anco per lusso; così vero questo, che lo Imperatore Carlo V, quante volte gli occorreva vedere un paio di forche, cavatosi ossequiosamente il berretto, le salutava; e questa devozione egli possedeva per eredità dell'ava Isabella la cattolica, di cui il cuore piissimo per tenerezza sdilinquiva quando mirava le forche ornate a festa, mentre al buon Sisto V, verace vicario di Gesù in terra, non meno pio di lei, mettevanofame[37]! E quello che apparirà strano è questo, che non solo Carlo, il quale a fine di conto ci mandava, le salutasse, bensì ancora i soldati che ci erano mandati; da tanto i popoli istruiti in quale stupida abiezione valga a ridurli il servaggio, redenti che sieno a libertà, la tengano cara; senza lei degne d'invidia le bestie.
Mentre Francesco ributtava di fronte l'odiato nemico, non meno sollecito attendeva a levargli rumore dopo le spalle; in ciò egli aveva aiutatori segreti i principi italiani, e il Papa stesso: a questo effetto il conte Guido Rangone, Cesare Fregoso e Cangino Gonzaga sollecitavano a fare massa dei soldati alla Mirandola,dando voce volere andare a Torino in soccorso del Padilla; senonchè Andrea Doria, il quale con occhio obliquo li vigilava, e non faceva a fidanza, persuase lo Imperatore a rimandare indietro Antonio Doria con le sue galere, e settecento archibusieri capitanati da Agostino Spinola, perchè guardassero Genova: taluno afferma non essere stata questa sagacia di Andrea, bensì fortuna, chè gliene porse avviso il capitano Lonarcone sua spia: e posto che fosse così, non verrà meno per questo in Andrea la reputazione di solertissimo capitano. Antonio, messi gli archibugieri a terra, gli mandò con Bartolomeo Spinola a Novi, ma n'ebbero subito a sloggiare, imperciocchè, appena giunto, sapesse come la gente della Mirandola, ingrossata con alcune squadre di Bernabò Visconti, e di Piero Strozzi, in tutto meglio di diecimila tra fanti e cavalli, partita da San Donnino senza artiglieria, per la valle della Scrivia si affrettasse a Genova. Celeri stracorridori, spediti da lui, avvisarono la Signoria tenesse le galee in punto a Voltri, dov'egli arrivò trasportato per cotesti aspri colli in lettiga, sendo dalla podagra mal condotto; e la sera dopo entrò in Genova.
La gente di Francia, sboccata da Seravalle nella Polcevera, si attendava a San Francescodella Chiappetta gridando:Fregoso!eLibertà!I contadini traevano al grido di Fregoso, un po' per odio contro ai patrizi, e molto contro gli Spagnuoli: di libertà non intendevano: quinci i Francesi andarono a Cornigliano, donde, partiti in due schiere, mossero ad assalire la sommità di Granarolo e la torre dello Sperone. La città attendevali munita presto e bene: Agostino Spinola si tolse il carico della difesa di San Benigno e di Fassuolo; Suarez oratore spagnuolo, con mille fanti tirati fuori di Alessandria, si postò su le mura del Bisagno; Antonio Doria, con duemila fanti, a Pietra Minuta e a Carbonara, Melchiorre Doria vigilava con le galee nel porto. Respinto l'araldo, venuto ad intimare la resa, si mise mano alle armi; la squadra condotta dal Rangone scala la torre dello Sperone, dove, ostando invano i militi volontari di Genova e certo capitano Corso, si arrampica con inestimabile ardire un alfiere, che pianta subito la insegna di Francia su la muraglia: pochi dei compagni lo seguono perchè alla prova trovarono corte le scale fabbricate in Polcevera; pure tra quelli che la volevano sgarare, e questi che inferociti si ostinavano a ributtarli, s'ingaggia una zuffa terribile; a farla finita ecco arrivare Agostino Spinola, che di colta abbatte la insegna, e alfieree assalitori scaraventa a rompersi le ossa su i macigni a piè della torre. I nemici sbigottiti tornano colà donde erano venuti. Liberati da questa fortuna i Genovesi, tengono dietro le solite feste, e i soliti supplizi; ma di pochi e oscuri; ai Polceveraschi perdonano, allegando avere fabbricato le scale corte; e parve la scusa buona per non mandarli alla forca; a me sarebbe sembrata idonea per mandarceli, se si fosse potuto, due volte; la prima per avere fabbricato scale contro la Patria; la seconda per averle fabbricate con inganno; due tradivano, e a due stendevano la mano.
Marsiglia non solo seppe resistere per la virtù dei Francesi, e molto eziandio per quella di Giampaolo Orsino, ma sortite alcune bande guascone ed italiane, a tale stretta ridussero con subito assalto Cesare, che si trovò in pericolo della persona, nè si salvava, se Marco Emilio veronese, con certi altri cavalieri italiani che stavano attorno, non gli avesse alquanto respinti. Tornandogli avversa ogni cosa, lo Imperatore, invece di assediare, si trova assediato; sicchè il suo esercito, per procurarsi un po' di vettovaglia, aveva bisogno di mettere ogni dì a saccomanno il paese: non trovando di meglio, e questo parendo ottimo, i soldati presero a empirsi di frutta, e di uva, dondeuna dissenteria maligna, che menò scempio nel campo. Lo Imperatore, avendo rassegnato lo esercito sul finire dello Agosto, lo trovò scemo della metà: per sè, ed anco pei superstiti atterrito deliberava rientrare in Italia, ma non lo avrebbe potuto, se il Doria non lo sovveniva di vettovaglia e di trasporti. Ora da capo la improvvida pigrizia sloggia dal campo di Carlo per girsene a pigliare stanza in quello di Francia; tornava destrissimo per un po' di sforzo, che ci si mettesse, fracassare gl'imperiali sgomenti, e pure i Francesi si peritarono: solo vennero alle mani più volte ricambiandosi dolorose botte due capitani Ferdinando Gonzaga, e Giampaolo Orsino: entrambi italiani erano; quegli per Austria; questi combatteva per Francia: per la Patria nessuno! che ormai la gravavano i fieri tempi nei quali ogni atto di valore dei propri figliuoli ribadiva un anello della catena di lei.
Carlo tornato a Genova alberga nel palazzo Doria; quivi andarono a congratularsi con lui i vassalli, per elezione o per necessità condannati alla perpetua lode del padrone, se il nemico vinto, per la vittoria contro lui, se vincitore per averlo contenuto di stravincere: e poi lo Imperatore non poteva perdere nè errare: chi fallì fu Antonio da Leva, il qualegli suggeriva il mal consiglio: scrivono ne morisse di dolore; per me dubito sia morto anch'egli per soverchio di frutta mangiate; ma strane sono le passioni degli uomini e strani i casi che partoriscono: comunque sia, la sua morte fu giudicata pena condegna allo avere tratto lo Imperatore al passo disastroso; nessuno lo compianse; a lui, consigliandolo il Doria, Carlo si affrettò dare nel viceregno di Milano il marchese di Pescara per successore[38].
In questa cascò improvvisa la notizia della strage di Alessandro duca di Firenze: morto il tiranno non si spegne la tirannide se il popolo si trovi disposto a servitù; così veramente non era tutto a quei tempi il popolo fiorentino, bensì avvilito dalle battiture sofferte; disposta a servitù era, e molto, la parte che si appella degli ottimati, allora come sempre nemica alla libertà, a patto però di essere chiamata compagna alla dominazione, e tale, o per genio o per virtù del grado, anco Andrea Doria, e già lo avvertii: qui poi dirò com'eglid'accordo col Guicciardino procedessero operosissimi per mantenere Firenze in catene: i suoi offici questi; spedì celere una delle proprie galee a Livorno per sovvenire il Castellano se in fede, se traditore ammazzarlo; scrisse lettere ortatorie al cardinale Cybo (e non ce n'era di bisogno), affinchè perdurasse fermo in pro del signore Cosimino; ad Alessandro Vitelli fece dire, pigliasse la occasione a' capelli per avvantaggiare il fatto suo in grazia della imperiale riconoscenza; confortò il marchese di Anguilar, oratore di Cesare al Papa, ed alle proprie aggiunse le raccomandazioni dello ambasciatore Figuerroa, perchè con 2000 Spagnuoli si accostasse al confine toscano, ed il medesimo consiglio dette altresì al marchese del Vasto; il signor Cosimino ammonì, come giovanetto, a non perdersi di animo a cagione di coteste rivolture, ed il signor Cosimino gli rispose ringraziandolo come padre; e quanto ad animo stesse quieto; si fidasse in lui; e aveva ragione, però che in Cosimo fosse materia da fabbricare quattro tiranni, non che uno.