CAPITOLO III.Condizioni d'Italia. — Paolo III e suoi concetti per ingrandire il figliuolo Pierluigi: quali i costumi di questo scellerato, nè la storia li dichiara tutti; quanti stati il padre gli procurasse e su quanti mettesse gli occhi; Milano e Napoli desiderati invano: Siena insidiata. — Con quali arti i Sacerdoti abbiano messo assieme la roba: perchè i cardinali assumessero vesti di colore vermiglio. — Andrea Doria avverso a Farnesi; se avesse cause private s'ignora, pubbliche ne aveva e quali; si espongono gli argomenti per credere che Andrea non si sarebbe opposto ad un moto inteso a liberare la Italia dagli stranieri. — Venezia fino da cotesti tempi a quale stato ridotta; politica conservatrice sa dell'etico e perchè; ragione delle repubbliche aristocratiche; durare non è vivere, e mal s'intende di che cosa sappia la lode data da Vittorio Alfieri a Venezia; anch'ella non avrebbe impedito la cacciata degl'imperiali d'Italia; solo non avrebbe mosso un dito per affrettarla. — Di Savoia non importa parlare; piccolo stato egli era e ad ogni moto ostile. — Firenze sola a sostenere la causa della democrazia; da tutti abbandonata e tradita, massime dai Francesi; poi dal Doria, da Siena e da Lucca: condizione degli animi dei Fiorentini spenta la Repubblica. — Lorenzino dei Medici a cui parve Bruto, che cosa paia a noi. — Perchè Cosimo I abbindolasse il Guicciardino. — Quale ragionevolmente lo scopo di Cosimo I dei Medici. — Pure in Firenze, Lucca e Siena bollivano umori vogliosi di novità. — Cose di Siena per mostrare come potesse favorire il moto del Burlamacchi. — Fabio Petrucci cacciato; mutazione del reggimento verso il principato per opera di Alessandro Bichi, che viene ucciso; i suoi aderenti. — Contese tra il popolo e i noveschi. — Noveschi che fossero e quanto arieggino coi moderati moderni. — Governo popolesco che pensi e che faccia. — Noveschi tentano pigliar Siena, sono ributtati. — Il Trecerchi alla porta diSantoviene, e donde questo nome. — Il popolo si vendica. — Caso del Bellarmati o di supremavirtù o di avarizia suprema. — I Sanesi procacciando i propri vantaggi mentre il papa e lo imperatore si versano in angustie si stimano astuti: necessità grande che avevano per andare cauti; pure screzio tra nobili e popoli circa al doversi sovvenire Firenze, e il popolo vuole. — Carlo vinta la guerra si scopre favorevole ai noveschi: invia a Siena Lopez perchè agguindoli con le frodi; non riuscendo, manda Ferrante Gonzaga onde adoperi la forza; l'adopera. I noveschi tornano a prevalere; si armano; tumulto dove il popolo si conduce in parte da esserci oppresso: questo consiglia il capitano Borghese, ma non gli danno retta, ond'ei se ne va con Dio. — Nuovo tumulto, dove i noveschi vengono abbattuti; ne arrovella il Gonzaga, minacce e pretensioni: — Ardire di Mario Bandino e di Achille Salvi. — I Sanesi attendono risoluti a difenderli. — Lo imperatore richiama il Gonzaga e il Lopez, e viene a patti. I noveschi rimangono abbassati. — Il duca Alfonso Piccolomini di Amalfi surrogato al Lopez si mangia le paghe di 300 fanti. — Noveschi più volte si adoperano ai danni del popolo, il quale avutone odore, combatte i noveschi, e non li perde a patto che, inquisita la cosa, si puniscano i rei. — Alfonso di Pietro paga per tutti. — Sorge la tirannide dei Salvi venuta su per favore di popolo, poi avversa al popolo ed a tutti. — Miseria universale. — Comparisce l'Occhino; qualità di lui. — Congiura con i Salvi; questi pigliano il dinanzi mettendo mano alle armi. — Il duca Alfonso seda il tumulto. I Salvi perdono riputazione; ricercati a seguitare le parti di Francia per danari e promesse, si lasciano corrompere: gl'imperiali scoprono il trattato; Giulio Salvi prima fa scappare il negoziatore francese, poi lo arresta e lo consegna a Cosimo duca di Toscana. — Nuovi sospetti per parte degl'Imperiali. — Il duca di Amalfi è rimosso da Siena. — Monsignore Granvela preposto alla riforma di Siena manda innanzi lo Sfondrato a scoprire marina. — Riforma del Granvela in che consistesse ed a qual fine preordinata. — I noveschi tornano a galla: cominciansi le persecuzioni contro i Salvi e i popolari, che vengono interrotte per la notizia del naufragio della flotta imperiale ad Algeri. — La balía entra in carica; sue provvisioni in parte ottime e in parte strane: se la piglia con le donne, mentre tutto il male viene dagli uomini. — Giulio Salvi scade di credito, chiamato in Fiandra è messo prigione, più tardi lo liberano: della sua prigionia come della sua libertà non se ne danno per intesi i Sanesi. — Lo Sfondrato finchè promuove i noveschi lasciasi fare; più tardi, scoperto ch'egli favorisce il papa, èlicenziato. — Gli subentra don Giovanni De Luna, che pure parteggia pei noveschi. — I Farnesi molestano Siena, per interposizione dello imperatore lascianla stare. — don Giovanni con la opera dei noveschi trama insignorirsi di Siena: tracotanza dei noveschi; il Tondi novesco ammazza il Bianchino plebeo e ne sorge tumulto. — Eccitamenti a romperla; capestri appiccati agli usci delle botteghe del popolo. — Apparecchi di nozze della figlia di don Giovanni sono argomento di sospetto. — I noveschi confidano fare eleggere capitano del popolo uno di loro, ed invece esce un popolesco; lacci tesi al popolo perchè concorra alle feste, e quivi a mano salva opprimerlo; avvisato ei gli evita. — I noveschi primi a rompere la guerra; battaglia cittadina descritta; vari casi di quella. — Cosimo duca di Firenze accosta le sue bande ai confini. — Milizie del contado in città; don Giovanni fa che le bande del duca si ritirino. — I popoleschi mandano oratore al marchese del Vasto perchè tenga bene edificato lo imperatore. — Consulta popolesca intorno il da farsi: diversi pareri; prevale quello di Antonio dei Vecchi. — Noveschi cacciati dal reggimento. Don Giovanni lascia Siena e cita a comparire in corte imperiale parecchi cittadini. — Guardia spagnuola cassata. — Città ripartita in tre soli ordini. — Luna manda oratori a congratularsi in Siena. — Baldanza dei popoleschi fondata sopra gl'imbarazzi di Carlo e su la protezione del marchese del Vasto, il quale mentre sta in Vigevano su le mosse per Siena di un tratto muore; dicesi per veleno propinatogli da Cosimo dei Medici. — Per la costui morte mutano di cima in fondo le condizioni di Siena; da capo torna la pratica in mano al Granvela nemico a vita tagliata del popolo. — I noveschi di nuovo a galla. — I cittadini citati da don Giovanni a corte inesorabilmente confinati parte in Lucca e parte in Milano; il Savini confinato comunque capitano di popolo per cordoglio ne muore; i cittadini gli surrogano nell'ufficio Enea suo figliuolo venticinquenne. — La città restaurata al governo dei Quattro Monti. — Guardia spagnuola prima di 400 Spagnuoli, poi a cagione del rammarichio dei cittadini cresciuta fino a 500. — Si mulina la fabbrica di un castello. — Sanesi frementi della novella tirannide e smaniosi di gittarsela giù dal collo.Fin qui di Europa; adesso più peculiarmente d'Italia; innanzi tutti del papa. Dopo il conciliodi Trento con menzogna onesta i figli dei preti appellaronsi nepoti, prima addirittura figliuoli; nè questo era il peggio, chè il maggior danno consisteva nello sbranare un lembo di stato per gittarlo sopra le spalle ignude di costoro; ai quali lembo, invece di attutire la fame, cacciava addosso la smania di arraffarne un altro; per uno, avuto in dono ne rubavano quattro; l'appetito viene mangiando; e tuttavia nè anco questo si considerava il pessimo, e pessimo veramente appariva quel buttarsi che facevano i papi in abbandono dei figliuoli quanto più rei ed infami: e tale apparve Pier Luigi Farnese figlio di Paolo III; di lui narra la storia nequissimi fatti non meno che turpi, i quali negare è vano quanto indecente ripetere, e pure sembra che qualcheduno dei più tristi ella ne taccia, imperciocchè nelle storie di Benedetto Varchi occorra scritto come il marchese Del Vasto lo cassasse con ignominia dalla milizia, nè per quanto io mi sia dato cercare, mi venne fatto scoprirne la causa. A costui pertanto, scerpandolo dal patrimonio della Chiesa, il papa diede Castro; poi instò con focosa ressa perchè lo imperatore gli concedesse il marchesato di Novara, e lo ebbe, piccolo sorso a tanta sete! Allora il papa torna a schiantare il retaggio di san Pietro, che povero e pescatore dalle reti e dalla barca in fuori altra sostanza non ebbe nel mondo, e scissene Parma e Piacenza, ne compone un ducato in prò del suo diletto Pierluigi. È noto come a questo sperpero della sostanza chiesasticasi opponesse tenace il cardinale Caraffa, che, assunto papa, fece peggio di lui: ma il papa toccare questi beni in sollievo della comunità cristiana non può, può toccarli e sprofondarli in vantaggio degl'indegni congiunti: si conosce eziandio che tali donazioni non avvengono senza fingerle permute utili, ed anco si dà ad intendere che le siano proprio vendite: a turpe causa non fece mai difetto pretesto degno, massime nella curia romana; ma fin qui non nacquero le mani per contare il prezzo pagato dai figliuoli dei papi per la terra acquistata dalla Chiesa.E sempre intento Paolo ad ingrandire la famiglia, fantastica conquistare Napoli contro allo impero, poi sollecita importuno e irrequieto lo imperatore affinchè investa Pierluigi del ducato di Milano, insidia Siena; a tal fine elegge il cardinale Farnese abbate dell'abbazia delle Tre fontane su quel di Siena, meno per crescergli il censo che per mettergli in mano il filo a ingarbugliare le cose. Cotesto tramestío dei Farnesi aborrito dai principi italiani o per astio o per istudio di concorrenza o per paura: contrastavano loro Siena Cosimo e forse il marchese del Vasto, Milano Ferrante Gonzaga e Andrea Doria, donde le mortali nimicizie contro di lui, le mutue ingiurie, come esposi nella vita di Andrea, e per ultimo la parte presa dal papa nell'omicidio di Giannettino e la parte di Andrea nella strage di Pierluigi. In casa, il papa odiato perchè a sè tutto ed ai suoi a scapito dello stato; a Roma forse meno che altrove, anzi da parecchi riveritocome quello che a molta gravità, alla pratica lunga dei negozi ed al sapere accoppiava la grandezza romana; nelle provincie secondo il solito esecrato, chè Bologna, Perugia, Ancona ed altre città non poche membravano nel loro segreto le violenze e i tradimenti onde tolte dal vivere o libero o autonomo erano state poste sotto al romano giogo, che solo i preti chiamano soave. Lo dissi altrove e lo ripeto qui, tentando pure che replicato venti volte gl'Italiani l'abbiano ad intendere una: narrano che i Lacedemoni costumassero in guerra paludamento vermiglio, perchè pugnando o non vedessero o si accorgessero meno del sangue e non isbigottissero; se vero, è incerto: certissimo poi che i preti elessero la porpora perchè altri non li mirasse imbrodolati del sangue dei popoli e non li maledisse. Pertanto negli stati del papa molte e vecchie e nuove le cause per desiderare novità, oltre la eterna e distinta da tutte della naturale irrequietudine dell'uomo che lo sospinge a non contentarsi mai dello stato presente; provvidenza o fato, donde la inanità dei farabulloni, i quali di tratto in tratto bandiscono chiusa l'era delle rivoluzioni: anco la morte è inizio di nuova rivoluzione.Genova o piuttosto il Doria si governava col volgare precetto, chi stà bene non si muova. Se egli avesse motivo privato di odio contro i Farnesi prima dello spoglio del retaggio del cardinale Doria che i Farnesi operarono in Roma e della complicità loro nella congiura dei Fieschiadesso non ci è dato conoscere; ma per avversarli a lui bastava che e' volessero ingrandirsi, dacchè ben'egli si adattava a servire per suo interesse un signore potente e lontano, vicino e meno potente ei lo avrebbe combattuto; non pativa emuli, molto meno superiori ricchi di superbia, non già di pecunia: ancora, Andrea Doria, mutata parte, di francese si era fatto imperiale, e Pierluigi si sapeva parzialissimo alla Francia, ossia che colà per naturale inclinazione propendesse, ossia che con essa giudicasse dare miglior ricapito ai suoi disegni, onde Andrea presentiva che di qui, se non provvedeva, gli sarebbe caduto sulle spalle qualche grosso stroppio. Non già che ad Andrea mancasse anima per maggiori concetti, ma ormai, non gli parendo possibile di meglio, si teneva contento ad essere principalissimo vassallo dello impero, padrone e guidatore delle sue armate; in patria in apparenza uguale ai maggiorenti, in sostanza capo, e ciò perchè la sembianza del principato genera invidia, e massime su i primordi ti tocca logorare le forze e vivere in pericolo, mentre, chiamando i tuoi cittadini a parte dei tuoi guadagni, ti ameranno, e, a patto che tu non porti corona, a loro parrà non essere servi e ti obbediranno di cuore. Però Andrea nemico di novità era, e ne aveva ben donde, ma distingui quelle cui poteva dare impulso un principe italiano per ingrandirsi alquanto dalle altre che prorotte da impeto di popolo avessero per fine la restaurazione d'Italia a potentissimo stato: queste egligiudicava inani a tentarsi, impossibili a compiersi; tuttavia è lecito credere, che s'ei le avesse vedute niente niente attecchire, egli ci si sarebbe gettato dentro anima e corpo per condurle a buon fine: almeno in coscienza a me sembra avere a giudicare così.Venezia fin da cotesto tempo si trovava ridotta alla parte di colui che ripara con la mano il lume per tema glielo spenga il vento; sicuro, il lume allora era di torcia, ma gli speculatori calcolavano di mano in mano si sarebbe ridotto a moccolo: sapienza suprema di regno mantenersi fermi; il moto in certe contingenze nuoce anco per acquistare: la storia della repubblica va illustre per nuovi gesti che aumentano il retaggio di gloria e stremano le forze dello stato: chi solo conserva perde, perchè da per tutto il tempo va dintorno con la forbice, e se non apponi ogni dì, ogni giorno scemi. Questo, a giudicare così all'ingrosso, sembra il fato delle repubbliche aristocratiche: finchè non possiedano tanto che basti tu le vedi adoprare conati stupendi per procurarselo; ma acquistato ch'ei sia, pongono industria e tenacità pari a difenderlo; donde avviene che durano molto. Però durare non significa vivere come a popolo conviene, sicchè non si sa che lode fosse quella che tributava l'Alfieri alla Repubblica veneziana quando scriveva che, o decrepita o inferma o spenta, in fatti ell'era la figliuola più longeva del senno umano, e voleva la Grecia ci si adattasse: anco Titone ottenne durare immortale,ma essendosi dimenticato di chiedere altresì eterna la giovinezza, all'ultimo ebbe di catti che gli dei mossi a compassione lo convertissero in cicala. I Veneziani però non si sarebbero opposti ad un moto inteso ad abbattere il predominio imperiale sopra l'Italia; solo non lo avrebbero aiutato, a cavallo al fosso aspettando gli eventi per regolarsi a norma della piega ch'essi pigliavano. —Della casa di Savoia non è da parlarsi nè manco; il duca riparava in corte allo imperatore assai male in arnese, privo del paterno retaggio, eccetto Nizza, che sempre gli si mantenne fedele e ne fu rimeritata allorchè recisa dalla patria italiana la buttarono in gola alla Francia, a mo' che i poeti finsero chiunque intendeva trapassare a Dite dovesse gittare l'offa a Cerbero. Emmanuele Filiberto per intercessione della Spagna rientrava in possesso dello avito ducato dopo la battaglia di San Quintino, e subito s'imparentava co' reali di Francia mostrando il viso dell'arme alla Spagna: sicuramente, fra i tanti pregi che illustrano la stirpe sabauda non ismaglia la riconoscenza, ma forse questo è vizio piuttosto del principato che del principe: a giudicarne dagli istinti, un moto di popolo dai duchi di Savoia non poteva aspettarsi altro eccetto odio e, se fosse stato in potestà loro, persecuzione. La repubblica di Firenze certo non andò immune da errori e nè da colpe, ma fu sola a sostenere la causa della democrazia: nella mirabile impresa contro lo impero e il papato, doppia ancora gittatanello inferno, onde la tirannide mantiensi a galla sopra la terra, veruno la sovvenne, molti le nocquero, e primi fra tutti i Francesi, i quali dopo averla tradita la irrisero: allora, come sempre, tirati dallo interesse presente, non calse loro nè di onore nè di fede, anzi neppure del proprio interesse di prossimo avvenire: rinfacciati, inferocirono nella ingiustizia fino ad impedire che i mercanti fiorentini di Lione le inviassero soccorsi di pecunia; potè sguizzare fuori di Francia con qualche scudo italiano Luigi Alamanni, ed indarno, perchè quello che non seppero fare i Francesi, Andrea Borialo seppe, fermando Luigi su quel di Genova, togliendogli di ire più oltre. Siena si professava imperiale, e Lucca altresì, onde esse in sè atrocemente chiudevansi non dubitando neppure che, prevalsi in Italia lo impero o il regno di Spagna, imperatore o re sariensi scosso dal manto coteste repubbliche come due insetti schifosi sofferti per cessata mondizie. Firenze giacque non tanto per virtù di forza nemica quanto per iscoramento della sua solitudine; molto sangue ella sparse su i campi di battaglia, e molto ne andò sperperando nello esilio, ma il peggiore guaio le venne dal rappigliarsi che fece quello che rimase in patria: la più parte dei cittadini si accartocciò sprofondandosi nelle cure di famiglia e nelle industrie private; in taluno l'amore di libertà, pigliata indole religiosa, diventò di operoso contemplativo, scapitando di limpidità intellettuale quanto acquistava di cupezza fanatica.Il popolo sopportò il bastardo di Clemente VII senza rancore perchè, spento un tiranno, ne temè un altro più tristo, come accadde pur troppo; ed anco perchè lo vedeva infierire di preferenza su quelli che lo avevano aiutato a ridurre la patria in servitù; e non il popolo lo trucidava, bensì uno de' suoi, non per amore di libertà e non per odio della tirannide, sibbene del tiranno, e per talento di succedergli; costui chiamò il popolo a libertà, ma al popolo giungeva ignota cotesta voce, e così doveva essere, però che il popolo libero non conosca chi non avendo nè anco il coraggio della strage si unisce per consumarla un volgare scherano, e del suo fatto trema, e lungamente dura lenone per riuscire traditore. A Filippo Strozzi, uomo corrotto fino al midollo, poteva parere Lorenzino dei Medici un Bruto; a noi no: ammazzatore a mezzo, non altro; ed anco a lui procede sviscerato Vittorio Alfieri, il quale su cotesta strage compose una maniera di poema che tuttavia stampano ma non leggono; tratto più da passione che da ragione, scambiando la smania di opporsi coll'amore della libertà, avveniva che il dabben conte pigliasse delle cantonate e di molte. Cosimo successe diciottenne ad Alessandro, ma il tiranno non cresce per età, quale lo trasse dalla pietra natura, tale muore Cosimino; gabbò il Guicciardino, e gli fu agevole, perchè, innanzi ch'ei lo gabbasse, per lo interesse, che assai poteva su cotesto uomo, egli gabbava sè; e di ciò rimangono avvertiti i pusilli incoronati ch'eglino mai arriverannoad abbindolare un grande intelletto dove questi mosso da passione non faccia prima géttito del suo ingegno. Più tardi quando gli Strozzi, i Valori con altri fuorusciti vennero ai danni di Cosimo, il popolo, levato appena il capo, disse: «La rabbia è tra i cani»; e lo riabbassò. La tirannide vendicava la libertà; dopo avere fabbricato il tiranno, cotesti cervelli balzani repugnavano servire; non vollero dirsi soddisfatti della mercede loro elargita dal principe; parecchi pretesero essere chiamati a parte della dominazione: ma poichè amore e signoria non patono compagnia, il principato, non bastando a quietarli l'oro che loro mise in mano, li saldò con la scure sul collo; e fece bene. Che Cosimo aspirasse al dominio della Italia può darsi, ma fine di regno non se lo poteva proporre; non si prestava la materia; quando l'aquila austriaca spiegava poderose l'ale, a lui era dato appena fare da falco; agguattato a Firenze, quinci rotava intorno a Piombino, a Siena e a Lucca. Piombino acquistò e Siena, ma con tanto consumo di mente e di forze che la carne non valse il giunco. Lucca non ebbe mai; lei salvarono la forma oligarchica, lo spendere a tempo e la devozione sconfinata allo impero; dissi salvarono, se può chiamarsi salute il palpitare del passero fra gli artigli dell'aquila: tuttavia Siena, Lucca Firenze raccoglievano in sè copia di umori per desiderare novità e provocarle.Parliamo di Siena. A Pandolfo Petrucci succede Fabio figliuolo, il quale non sapendo governarsinè con la benevolenza nè col terrore, cade in discredito ed è cacciato; dopo il suo bando accadde grandissima mutazione nel reggimento, chè dove prima si governava mediante tre monti, ovvero ordini di cittadini cioè Nove, Popolo e Gentiluomini, di un tratto, soppressi gli altri, ne rimase in piedi uno solo che pigliò nome di Nobili e Reggenti; di tutto questo tramestio anima Alessandro Bichi figliuolo di Iacopo, che nello assedio di Firenze operò tanti e generosi gesti, il quale si andava destreggiando per soverchiare altrui; nè gli fallì il disegno ponendo a fondamento di sua grandezza l'aiuto di Francia: arduo a giudicarsi se la Francia prospera lo avrebbe soccorso, ma percossa dalla fortuna a Pavia, lo lasciò andare, ond'ei vi perse la sostanza e la vita. Restituisconsi i tre ceti dei nove, del popolo e dei gentiluomini; parecchi dei principali fautori del governo abolito si bandiscono, i quali mandano a soqquadro il contado: una volta con Lucio Aringhieri ed un altra con Giovambattista Palmieri essi congiurano per rientrare in Siena con forza e con inganno, e ad altro non approdano che a far perdere il capo ad ambedue. Data all'esercito di papa Clemente una stupenda rotta, rapite ai Fiorentini e ai Perugini le artiglierie, quietarono i Sanesi ogni apprensione di fuori, ma tornarono a infierire le discordie dentro; perchè i partiti, se un poter forte li soprasti, possono reggere per via di emulazione civile, ma se nulla li tenga al canapo, irrompono in apertecontese; che se tu vedi i signori smaniosi di comando, trovi eziandio il popolo intollerante di qualunque freno; allora la plebe diede di fuora e corse addosso ai noveschi, che troppo bene lo meritavano, imperciocchè questi, componendo una consorteria soverchiatrice e ladra, avessero asciugato quanto danaro avevano reperito nello erario, onde fu mestieri sopperire col rame ai metalli preziosi portati via; e peggio ancora a patto di arraffare e di opprimere congiuravano ad asservire la patria a Clemente VII, il quale, purchè venisse roba, non guardava più alla via diritta che alla storta; anzi un po' di sangue fa fare miglior presa alla calcina con la quale si murano le tirannidi nuove; e Ancona informi; però in questo tumulto la plebe vi pose le mani, ma non pochi nobili e borghesi ci soffiavano dentro per emulazione dei nove. Gli storici gentileschi deplorano la città cascata in mano ai ciompi, e tuttavia miriamo questa gente grossiera e meccanica governarsi ottimamente; munisce la città di mura e di torrioni, provvede alla diffalta della pecunia pubblica, tiene ferma la città in devozione allo impero, la difende dal principe di Oranges e da Pirro Colonna che la insidiavano. I noveschi fuorusciti si mordevano le mani: un pezzo aspettarono che il governo dei ciompi si sperperasse sotto i colpi delle loro scede, ma poichè videro che costoro non se ne davano per intesi, ricorsero ai fatti e, raccolto buon polso di armati, notte tempo avviaronsi a sorprendere Siena: se non che trovarono i cittadiniin punto di riceverli secondo i meriti; gli storici affermano che della mossa dei noveschi furono avvisati da Fabio Petrucci venuto a screzio col congiunto Francesco uomo soperchievole e contumelioso. In questa occasione si narra come un giovane dei Trecerchi, non curando pericolo di essere morto dagli archibugi e dai sassi e nè anco di cadere prigione, trascorresse fino alla porta Eugenia oSantoviene[12]e quella percotendo con la mazza ferrata con gran voce sclamasse: «E noi tante volte tenteremo che una basterà per tutte.» La balía popolesca di Siena, vinto il pericolo, pensò vendicarsi, e gli riuscì, pigliando Monte Benichi alla sprovvista, dove assai dei noveschi come in fidata stanza si riparavano; avutili in mano, a varie pene li condannò. Fra gli altri merita ricordanza questo caso: a Ippolito Bellarmati mettono addosso la taglia di mille scudi con questo patto che, dove dentro tal tempo non li paghi, gli verrà mozzo il capo; ed egli antepose perdere la testa che i ducati: dicono che il facesse per amore della famiglia (imperciocchè, sentendosi vecchio e di salute malescio, considerasse che non valeva il pregio mantenersi in vita con la ruina della famiglia), e sarà; ad ogni modo non mancanoesempi nella storia che altri a pari fato si conducesse per aspra avarizia, e mi riesce disagevole persuadermi che per mille ducati potesse cascare in tanta miseria la famiglia dei Bellarmati.Nella guerra di Firenze per la libertà i Fiorentini mandarono oratori a Siena per istringersi in lega. Siena tentenna e si destreggia, parendole essere arguta; approfittando della occasione, cava di sotto a Clemente papa ottimi patti; nè questi stava su lo spilluzzico, chè, premendolo il bisogno non istava a guardare il nodo nel giunco: agevole co' principi farsi promettere in bosco, farsi poi mantenere in città gli è un altro paio di maniche: anco romperla coll'impero tuttochè impegnato in guerre zarose per Siena la era faccenda da pensarci due volte; molto più, che i noveschi in corte non rifinivano di tafanare Carlo V perchè mettesse con le spalle al muro cotesta plebe turbolenta; non desse retta alle sue lustre di devozione, così costretta di fare perchè non poteva mordere; ella per istinto nemica ad ogni potestà, mentre essi per diverso istinto erano alla potestà naturale puntello, e dicevano il vero, ma predicavano al predicatore che Carlo sapeva meglio di loro che col popolo non si può fare a mezzo, perchè nelle repubbliche democratiche il popolo governa ed è governato, mentre nelle oligarchie gli è come proprio istituto dei signori, prepotenti ad un punto e servili, abiettarsi da un lato per superbire dall'altro. Nondimanco vuolsi rammemorareche un oratore fiorentino durante l'assedio presso i Sanesi sempre stette, e narrano di più che ci spendesse un tesoro per tirarli a legarsi con Fiorenza; e sarà, eccetto il tesoro, chè, sendone strema in casa, mal si comprende com'ella lo potesse sbraciare di fuori; fatto sta che il popolo, il quale si governa con la passione, voleva ad ogni costo sovvenire i Fiorentini, mentre gli altri, usi a procedere col compasso in mano, con ostinazione punto minore contrastavano, donde nacque tumulto, e per poco stette che il Fantozzo plebeo non ammazzasse Gianfrancesco Severini. Posto fine alla guerra di Firenze, lo imperatore comincia ad allungare gli ugnoli contro la democrazia sanese, mandando a Siena col modesto titolo di agente Lopez di Soria perchè così alla sordina e di scancío procurasse ricondurci i nove; costui trovati sordi al suono di cotesta campana i Sanesi, Carlo ci inviò don Ferrante Gonzaga, che era in fama di piacergli le cose spiccie, e perchè le ruote girassero meglio, i nove ci versarono dentro un quindicimila scudi; allora il Gonzaga sorprende Lucignano e lo piglia, poi prosegue in Pienza e quivi minaccioso stanzia; dei Sanesi chi teme, chi va su i mazzi, ma i primi sono i più e prevalgono i partiti peritosi, sempre esiziali: insomma il Gonzaga rimette i nove in Siena, li restituisce nelle sostanze e negli onori; la città non in tre ma sì in quattro Monti si divide, Popolo, Gentiluomini, Riformatori e Noveschi; il Lopez ai soldati nostrani surroga spagnuoli,da prima pochi, poi mano a mano gli augumenta fino a 400: all'ultimo tanto si armeggia per parte dei noveschi che è data licenza ad Alfonso Piccolomini duca di Amalfi, capitano del popolo e reputato zelatore della parte popolesca. I noveschi, sentendosi il vento in filo di ruota, ambiscono a cose maggiori; chiedono le armi, e il maestrato, invece di tôrle a tutti gli ordini dei cittadini, le concede anco a loro; il capitano Giambattista Borghese, che vedemmo nella vita del Ferruccio combattere infelicemente in Volterra contro l'eroe fiorentino, ne fa incetta a Firenze e le manda ai noveschi, poi tiene loro dietro: il popolo inasprito da quotidiane ingiurie si rovescia per le vie provocando i noveschi, i quali bene in arnese si stanno a riparo dei propri palagi, per lo che imbaldanzito il popolo si caccia in parte dove dinanzi e dietro ha nemici; preso come dentro alla morsa, poteva di leggieri opprimersi, e questo voleva, questo ad alta voce domandava il capitano Borghesi, ma anco qui prevalsero i consigli, i quali vergognando di mostrarsi vili pigliano sembianza di prudenti, ond'egli incollerito esclamando: «Poichè voi non volete vincere, gli è chiaro come l'acqua che volete perdere, e questo non voglio io», se ne andò via senza pure chiudersi l'uscio dietro. E così fu, perchè indi a breve, incamminandosi don Ferrante fuori del dominio sanese, e stando l'animo dei popoli sollevato, accadde che un vento impetuosissimo, diverte certe impannate, le sbatacchiasse sopra la tettoia ditalune botteghe del Chiasso largo; dal quale strepito il popolo commosso saltò su a dare la caccia agli aborriti noveschi, di cui taluno ammazzò, molti manomise, nè si rimase finchè non gli ebbe del tutto spogliati dell'arme con tanta pertinacia volute e con tanta baldanza ostentate: intendeva altresì mandarne a sacco le case, ma, abbonito da personaggi autorevoli, ne depose il pensiero, non intieramente così che qualche cosa a taluno non rimanesse appiccicata alle mani.Don Ferrante, uso a volere le sue parole e più i suoi fatti, appena udito il caso, tenendosi scornato, rifece i passi macchinando vendetta; se non che, avvertito dal Lopez che si giocava di grosso a partita mal sicura, si fermò a Cuna; quivi di un tratto furono a trovarlo i noveschi con querimonie infinite; anco il Lopez lo metteva su, e non ce n'era di bisogno; ond'ei fece intendere che se la città non si fosse rimessa in lui interamente, guai! E quello che egli pretendeva era la intera alterazione degli ordini della città, e poichè conferendo assieme con gli oratori di Siena sovente scappava fuori in improperi contro parecchi orrevoli cittadini sanesi, Mario Bandini e Achille Salvi, sentendosi fra i vituperati, presero il morso ai denti e recaronsi a don Ferrante dicendogli le proprie ragioni con maggiore avventatezza che forse non conveniva. Don Ferrante rispose cacciando entrambi in prigione, e ciò non solo per ira quanto perchè gli accertava il Lopez che, levati di mezzo cotesti due potentissimi non meno che turbulentissimi,il popolo aría dato le mani vinte. Pigliare il popolo a contrappelo gli è come giocare ad asso o a sei: qui don Ferrante fece asso; i Sanesi montarono in furore e con senno e celerità mirabili strinsero il comando in mano a pochi, chiamarono le milizie del contado, ne condussero nuove, eglino stessi con le armi assunsero disciplina di soldato e dalle vigilate mura fecero prova che contro al mare del popolo che vuole misera cosa è sempre un esercito regio, rigagnolo di plebe o compra o cappata a forza alla quale si pretende dare ad intendere che sia gloria per quattro quattrini al giorno ed un pane di cenere apprendere l'arte di ammazzare gli uomini senza saperne come senza curarne il perchè. Intanto il Bandini, rotta la inferriata del carcere, fatta fune dei lenzuoli, calandosi giù se la svignava; al Salvi indi a poco il Gonzaga per meno tristo consiglio rendeva la libertà, scapitando e non poco di reputazione anco per questa parte, dacchè all'autorità dello imperio male si provvede con la ingiustizia, ma se chiarisci poi che come hai l'animo di commetterla ti mancano le forze per sostenerla, allora di odiabile diventi contennendo, e il disprezzo del popolo è l'agonia del potere.Carlo, e con Carlo tutti i principi, non sapendo come uscire d'impaccio, richiamato il Gonzaga, gli sostituiva il marchese del Vasto; al Lopez il duca di Amalfi, accetto al popolo: ad ogni differenza fu messo buono assetto; solo lo imperatore tentò far passare che la balía si eleggessedal suo rappresentante, e non l'ottenne; allora avvisò un altro tiro, e fu, che la città votata di milizie nostrane la presidiassero 500 Spagnuoli, e l'ottenne, se non che il senato invece di 500 ne ammise 400, riputando follemente col tosare la moneta avergliela barattata; però quello che non fece il senno operò l'avarizia, dacchè, essendo stati stanziati al duca di Amalfi scudi 6000 all'anno per sostentamento dei 400 pedoni, egli ne teneva su soltanto 100 e degli altri 300 sgallinava le paghe: antico male la flussione delle unghie, e a rari non si attacca. Quando lo imperatore nel 1532, affrancatosi della guerra del Turco, venne a Bologna per passare in Ispagna, non mancarono i noveschi di fargli calca dintorno mostrando voglie prontissime a servirlo di coppa e di coltello in ogni suo desiderio, solo alquanto gli sovvenisse a riaversi in casa, dove si trovavano ad essere trattati poco men peggio di schiavi alla catena; ma il marchese Del Vasto e il cardinale Piccolomini, attestando la loro malignità ed il considerarsi servi se non insolentivano oppressori, resero innocui i lamenti, ed anco la cura di negozi gravissimi e la prescia di Carlo di portarsi in Ispagna fecero sì che per allora riuscissero inani.Dopo avvennero vicende grandi così in casa come fuori che non importa narrare per lo scopo nostro, basti saperne tanto che, lo imperatore essendo tornato in Siena, i noveschi inviperiti più che mai anfanarono a mettere male biette perchè calpestati gli altri ceti di cittadini desseloro braccio per comportarsi da tiranni; ma l'imperatore aveva altro a pensare in quel torno, chè il Turco entratogli in Ungheria minacciava Vienna; però appena uscito, le fazioni dei popolani e dei riformatori deliberarono vendicarsi colle armi, le quali consentirono a posare solo col patto che un magistrato eletto a posta ricercasse sottilmente la cosa e venutone in chiaro i colpevoli multasse nel capo; e così come vollero fecero; quattro deputati segreti, messe la mani addosso ad un Alfonso di Pietro, torturaronlo e dopo la confessione del reato imputatogli gli fecero mozzare il capo: uno pagò per tutti, imperciocchè le fazioni sboglientite aprissero l'animo a senso di misericordia, consentendo non si andasse più oltre nel sangue. Le fazioni o vogliam dire i monti di Siena congiunti per domare la insolenza dei noveschi dopo la vittoria, come sempre avviene, partironsi, e ciò perchè la prosperità paia proceder nemica alla modestia; e nè anco fu colpa di fazione, bensì di persona, la quale si chiamava Giulio Salvi, che s'ingrandì con la plebe; costui, potente di numerosa famiglia (i suoi fratelli sommavano ad otto, tutti prestanti nelle armi), forte di aderenze, cupido, povero, magnifico, di persona piacente, alle femmine grazioso, prese a comporre intorno a sè una nuova consorteria di soperchiatori (tiranno non si fece, perchè gli mancò lo ingegno o la potenza); sicchè in breve non poterono sopportare i soprusi loro non dirò gli avversi, ma gli stessi parziali; offese nei cittadini,violenze in femmine, furti in città, latrocinii in campagna, omicidii da per tutto, e tanto era diventata infame la contrada che il papa e il duca Cosimo provvidero i procacci per a Roma, tralasciata la via attraverso il dominio sanese, per altra passassero; oltre a ciò infestavano i Turchi, la carestia angustiava, insomma un subbisso. I reggitori, sfidati di ogni terreno aiuto, correvano al cielo; processioni, giubilei, indulgenze e la Madonna avvocata dei Sanesi in giro; i frati di ogni risma in ballo, neri, bigi, bianchi e colore marrone; cantilene a iosa: ma intanto che si consumavano torchietti non si trovava grano; per arroto nella notte uscivano fuori i battuti che si davano di sconce battiture sopra le spalle ignude, e ciò importava consumo di cerotti, non già acquisto di pane. In questa occasione compariva in Siena sua patria Bernardino Ochino rigidissimo frate e per dottrina teologica preclaro: fu prima minore osservante, poi della riforma dei cappuccini, ch'egli con sommo ardore promosse; poi con pari zelo, anzi maggiore, si voltò contro Roma e di fiere battiture la percosse. Roma lo scomunicava eretico, e se gli avesse potuto mettere le mani addosso, lo avrebbe illuminato acconciandolo dentro una catasta di legna, ma egli non si lasciò cogliere nè illuminare; e noi non lo potendo salutare filosofo, lo celebriamo come uno dei più poderosi demolitori della oggimai sazievole menzogna della religione cattolica romana.Poichè la gente si accôrse che il cielo badavaai fatti suoi, ella avvisò cercare rimedio in terra. Parecchi cittadini dei principali convennero a Crevole coll'arcivescovo per pigliare partito, i quali dopo molto discutere, non ci trovarono altra via che abbassare la superbia del Salvi con le armi, e a tale effetto recaronsi in varie parti del contado per raccogliere gente ed avviarle a Siena; ma la cosa non potè tanto tenersi celata che non la spillasse il Salvi, il quale, a sua posta riuniti gli aderenti, si capacitò che di côlta sono buone le sassate, epperò chi prima assalta ha un punto di vantaggio su lo assalito; quindi subito mano alle armi, e così come dissero fecero; gli emuli, côlti alla sprovvista, resisterono con ardimento supremo, ma si vedeva chiaro che all'ultimo ne avrebbero tocche, se non che di un tratto ecco versarsi per le strade il duca di Amalfi col presidio spagnuolo per iscompartirli, e vi riuscì adoperandoci amorose parole e picchi da orbi; se questi vincessero in virtù quelle, e se quelle questi, non ci è noto; basti sapere che entrambi valsero per allora a sedare il tumulto.Lo imperatore di queste discordie cittadine non si pigliava pensiero o poco, e forse anco che così fosse gli giovava; ma quando avvenivano cose che toccassero i propri interessi, egli ed i suoi mostravano i denti. Ora accadde che la fazione dei Salvi andasse di dì in dì declinando, non già per solerzia altrui, bensì per vizio proprio; chiunque intenda prevalere, se venuto a contesa non vince, perde; impattarla nongiova, gli è come persa. I Salvi si sentivano mancare il terreno sotto e non si rendevano capaci delle cause; questo però si faceva loro sempre più chiaro, che senza aiuto non potevano tirare innanzi, e da parte dello imperatore se non erano anco inimicati alla scoperta con lui, tuttavia di là miravano addensarsi la procella. Per mala ventura loro capitò in Siena uno armeggione chiamato Ludovico delle Armi, il quale si mise a sobbillarli: non dessero tempo al tempo; scostandosi dallo imperatore si gittassero in balía della Francia, che gli avrebbe accolti a braccia aperte; sotto la protezione di cotesto potente reame si sarebbero potuti dire veramente e sicuramente primi; e poi o che volevano mettere la generosa natura del re di Francia con la crudele taccagneria di Carlo? Intanto ecco egli mandava loro danari, ed essi gli agguantarono; inoltre promesse a carra, ed essi le crederono, perocchè gradevoli fossero ed accomodate ai fatti loro. Già anco condotte tra prudenti e pochi le congiure vengono per ordinario a scoprirsi, pensiamo poi se tra giovani che si portino il cervello sopra la berretta; però l'oratore di Carlo V a Roma, ammonito partitamente della cosa, scrisse una lettera terribile al duca Alfonso addossandogli tutta la colpa di coteste rivolture. Al duca erano graditi i Salvi, ma i propri comodi troppo più dei Salvi; onde non è da dire con quanta e quale squartata mandasse sottosopra messer Giulio; che sbalordito non negò la pratica, ma l'appose al fratello Matteo e intantodiede opera che Ludovico si cansasse; se non che, per questo fatto tempestando il duca, costui con nuovo tradimento fece in modo che Ludovico fosse prima sostenuto a Montevarchi, poi consegnato al duca Cosimo, il quale avutolo nelle mani e chiusolo in castello, senza mestieri tormenti, ritrasse da lui l'ordine della congiura; gli è ben vero che Ludovico non si rimase da vituperare il Salvi per traditore doppio, ma per allora il negozio rimase sopito: però ben la segna chi la nota, e quinci a pochi mesi, essendo tornato di Francia Girolamo Luti soldato di conto negli eserciti del re, i nemici del Salvi furono agli orecchi degli agenti imperiali aizzandone il sospetto e l'acre zelo del servitore pagato: ma per quanto imprigionassero il Luti e con tormenti lo dirompessero, pure da lui innocentissimo non poterono cavare riscontro al sospetto. Messere Giulio e il duca, per ischermire il colpo, recaronsi in poste a Milano, dove era pur dianzi giunto lo imperatore, ma questi li rimandò per la udienza a Lucca; colà gli udì e con esso loro gli emuli, e concluse commettendo al Granvela il negozio della riforma del reggimento di Siena: questi, non si sentendo abbastanza informato per pigliare una risoluzione, licenziò tutti dichiarando sarebbesi egli medesimo recato a Siena per assettare le faccende; tuttavia come segno di vicino fortunale fu ordinato al duca di Amalfi che, lasciato in asso il capitanato delle armi di Siena, si riducesse nei suoi stati. Intanto giunse in Siena il senatoreSfondrato per pigliar lingua degli umori e per indagare i fini ed i costumi degli uomini: grandi anzi maravigliosi i conati delle emule fazioni per tirarlo a sè, e segnatamente dei noveschi, a cui venne fatto indurre il papa a pigliare in mano la difesa loro; ma egli, abbottonato fino al mento, non lasciava trapelare nulla delle sue intenzioni: per ultimo venne il Granvela, le accoglienze pari o forse maggiori di quelle che a cesare, imperciocchè segno di speranze e di timori immediati egli fosse: aperto disse sè essere mandato a moderare la città, ormai pel governo pessimo, per la fellonia di taluni tristi e per non represse iniquità venuta in uggia così ai prossimi come ai remoti; dal mattino poteva conoscersi il giorno, tuttavia il capitano del popolo a fargli di cappuccio e ringraziarlo di tanta degnazione;luifacesse, disfacesselui; fin d'ora grata ogni cosa ed accetta purchè tornasse nella massima esaltazione di S. M.; — breve, con più le altre formule di cui trovi copia nel grande dizionario della umana viltà. — Allora il Granvela squaderna il modello di riforma accompagnandolo di ragioni santissime come sempre si suole in simili occasioni: il magistrato avere ad essere copioso come quello che, pigliandovi parte molti, si contenta maggior numero di cittadini, e poi allontana il pericolo della tirannide; dunque la balía si componga di 40 cittadini, 10 per monte, n'elegga il consiglio 32, egli ne nominerà 8; duri due anni in carica; v'intervenga il capitano del popolo;quanto al criminale si riformi così; gli sia preposto un capitano di giustizia, il quale per quattro anni presenterà lo imperatore: in capo ad ogni anno l'amministrazione di lui si sottoponga a sindacato. Queste con altre cose di minor conto ordinò la riforma, che davvero non aveva bisogno di essere ponzata tanto; un fine, e, per quanto si dice, presagito dal Palmieri dell'ordine popolare, lo ebbe, e fu di abbattere la soperchianza del Salvi, ma pose capo anco ad un altro che da lui non era presagito nè voluto, perchè i noveschi ne ripigliarono gagliardia, e i popolani ne rimasero avviliti. Ciò fatto, il Granvela disegna fabbricare un castello come calcio in gola ai Sanesi; si rinforza con milizie spagnuole chiamate da Firenze; per ultimo crea la balía; quanto a sè per gli otto di sua elezione nomina altrettanti cittadini apertamente avversi ai Salvi e al duca di Amalfi. Opere prime della balía furono chiedere al consiglio che in lei la suprema autorità si trasferisse e che le provvisioni di danaro stanziate pei pretesi meriti ai cittadini si cassassero: la prima proposta come eccessiva rigettasi, la seconda no; onde i Salvi e gli altri con ripetío e querimonia infinita rimasero di un tratto privati di quelle che fruivano, e non erano poche. Difficile è dire dove sarebbe giunto il Granvela, se in questa perpetua altalena delle umane cose non fosse avvenuto un caso il quale temperò e di molto il vino fumoso di lui; e fu lo immenso disastro dello imperatore davanti Algeri.Allora, ripiegando le vele, egli appiccò all'arpione la voglia del castello, renunziò a inquisire pei reati commessi, insistè a volere confinati quattro dei Salvi, ma, per non parere, confinò di riscontro quattro noveschi. La balía entrò in carica e da prima operò bene; granata nuova spazza bene tre giorni; vietò le armi a tutti e le conventicole notturne e l'andare per la città la notte senza fanale; poi temperò lo smodato lusso delle donne, perpetua e vana cura degli uomini, onde per disperazione all'ultimo e per non dichiararsi vinti hanno bandito che il lusso è manna nel consorzio civile, e ognuno faccia quello che meglio gli aggrada; e proibì le maschere con abiti da frati e da monache, che, argomento di sceda tre secoli fa, oggi presumevasi da intelletti guasti ritornare in venerazione degl'Italiani.Intanto maturavano i frutti della nuova riforma, e si chiariva a prova come, per abbattere i Salvi, i popolani ed i riformatori si erano tirati sul collo i noveschi, i quali seguendo l'antico costume usavano ed abusavano del fresco favore della fortuna; per lo che tornarono ad agitarsi peggio di prima, sopra tutti l'arcivescovo Bandini, il quale, a quanto pare, non era farina da farne ostie. Lo imperatore teneva suo rappresentante in Siena lo Sfondrato, che ormai procedendo a carte scoperte favoriva la fazione novesca, nè in ciò era mal visto, sicchè quando di lui si lamentavano per questo i popoleschi in corte egli era come dicessero al muro, Messer GiulioSalvi senza virtù e senza credito cascò come frutto fradicio; chiamato in Fiandra e messo in prigione dallo imperatore, così poco i Sanesi attendevano a lui che la sua prigionia conobbero unicamente dalla libertà concedutagli quando Austria e Francia accordaronsi nel 1544. Poco dopo susurrarono che lo Sfondrato lavorava in pro del papa per grandi promesse che ne aveva ricevuto (e parve vero, dacchè indi a breve, ridottosi a Roma, fu promosso cardinale): allora in fretta e in furia lo imperatore diede il puleggio allo Sfondrato, sostituendogli don Giovanni di Luna castellano a Firenze della fortezza di San Giovambattista. Errore vecchio che dura sempre, senza sembianza di cessare per ora, egli è che per mutare governatore si muti governo: però don Giovanni patrizio, inzuppato di frenesie baronali, che in quei tempi reputavano vangeli, e poi per conoscenza dello umore del padrone, appartatosi dai popolani, si accostò co' noveschi; in questo pari affatto allo Sfondrato, da lui diverso in questo altro, che con don Giovanni Roma si trovò chiusa la porta in faccia; allora non potendo ella armeggiare per via obliqua, venne fuori dirittamente il cardinale Farnese ad arruffare con certe sue liti sopra le castella di Maremma; gli fu risposto che queste liti erano state composte e come all'abbazia di Santo Anastasio, di cui era abbate il Farnese, fosse stato per compenso conceduto il contado di Montresoli; ma la prova della ingiustizia delle sue ingordigie fu sempre l'argomento che valse menoin corte di Roma; lo imperatore informato invitò il papa a non molestare i Sanesi, almeno per ora, ed il papa appese la spada alla rastrelliera per tornare ad usarla a tempo ed a luogo.Accaddero intanto guerre alle quali i Sanesi talvolta presero parte e tal altra no; all'ultimo ebbero sosta per istracchezza dei contendenti più che per altro e con lo esito ordinario di tutte le guerre; sperpero di anime, sperpero di sostanza pubblica, miseria presente e disperazione futura; chi non perse, i principi adesso parchi perchè, rifatti da capo danari e soldati, potessero continuare il trastullo sanguinoso delle battaglie, gioco anch'egli per loro, dove invece di carte adoperano uomini. In questa stracchezza universale che per difetto di meglio chiamavano pace, don Giovanni venne in pensiero di farsi signore di Siena, e, sinceri o no, lo spalleggiarono i nove a patto di opprimere con lui gli altri monti; di qui la cresciuta insolenza dei nove massime giovani, cui pareva grandigia conculcare i popolani tantochè uno di loro certo Ottaviano Tondi freddò di una coltellata un plebeo vocato il Bianchino; il popolo di subito saltò in piazza urlando:Ammazza! ammazza!e rincorse l'omicida, il quale con la lingua fuori ripara nella chiesa di S. Agostino e poi si nasconde in certe caverne dove non fu possibile trovarlo. I noveschi, atterriti dal nuovo pericolo, si strinsero insieme in forte ed ordinata schiera: onde i popoleschi, considerando che per allora ci era caso da andarne per le rotte, si ritiraronoa casa pur mordendosi il dito. Ma i nugoloni abbuiavano il cielo, ed era facile giudicare la procella vicina; onde i noveschi si affaticavano a tutto uomo ad afforzarsi, e sottomano don Giovanni gli aiutava con ogni sua possa; poi, per parere imparziale, avvisava i popoleschi a non lasciarsi cogliere alla sprovista, ed in pubblico increpava ambedue; girandole da furbi gaglioffi per le quali i pretesi uomini di stato arieggiano Bertoldo quando si nascondeva dietro un vaglio; i popolari lo irridevano e si apparecchiavano di cuore ad ingaggiare la suprema battaglia; la plebe stava co' popoleschi inferocita dallo avere un bel mattino trovati appesi agli usci delle botteghe loro mazzi di capestri, e le fu detto in minaccia della sorte serbatole dove mai prevalessero i noveschi: certo è bene che parecchi affermavamo, e non senza verosimiglianza grandissima, cotesto tiro movere dai popoleschi; ma, considerando che il procedere in cotesta maniera si adattava meglio ai costumi ed agli interessi dei noveschi, così i noveschi senz'altro incolparono; avvertenza questa della fallacia dello argomento di sospettare colpevole del reato quello a cui giova; in siffatta disposizione di animi basta una favilla a suscitare lo incendio, e la favilla non manca mai; adesso furono le nozze, che belle e magnifiche ammaniva don Giovanni per certa sua figliuola la quale andava sposa ad un barone napoletano: ci si dovevano fare giostre e torneamenti, epperò ordinarono una spianata davanti la casa di don Giovanni; la qualeopera considerando i popoleschi, presero a mulinare si stesse costruendo un bastione per impedire loro la entrata nella contrada del Pantaneto, sospetto cresciuto da vedere come i noveschi si fossero fatti forti nella casa di un Mancino dei Tommasi, quasi serrame a impedire che il popolo trascorresse per la Costarella e luogo acconcio così per soccorrere gli amici, che dal Terzo della città intendessero passare per Camollia, come per essere sovvenuti da loro: per altra parte i noveschi, avendosi a nominare in cotesti giorni il capitano del popolo, tenevano per sicuro uscirebbe uno della propria fazione, mentre all'opposto rimase eletto Giovambattista Umidi popolesco: di ciò n'ebbero maraviglia e spavento; quindi da ambe le parti non pure voglia ma necessità di venire a mezzo ferro. Intanto si celebrano le nozze della figlia di don Giovanni, canti, suoni, balli e banchetti splendidissimi; tutto questo pei signori, pel popolo si ammanirono dopo il pranzo abbattimenti condotti dagli Spagnuoli, cose stupende, non mai viste per lo addietro nè da vedersi più innanzi; ne andarono le grida attorno con accompagnatura di tamburi e di pifferi, e il popolo in onta alla smisurata sua curiosità non si mosse, fermo alla posta egli stette con la mano sopra la spada: allora ne tentarono un'altra, e fu di bandire che pel sette di febbraio si sarebbe data sulla piazza una solenne caccia di tori; e sfoggiati allestimenti si fanno i palchi mirabili per arazzi e damaschi, le livree dei giocatori di vari colori, i tori scelti fra i più ferocidelle Maremme, le musiche continue, bisognava avere i piedi di piombo per tenerli in casa; e il popolo i piè di piombo ebbe; agevole poi spiegare la insolita immobilità sua solo che tu sappia come atroce disegno dei noveschi fosse cascare addosso del popolo inteso allo spettacolo e menarne strage, e della trama questo avesse pigliato odore.Don Giovanni, vista la mala parata, il dì veniente mandò pei caporali delle parti contrarie tentando raumiliarli con parole oneste affinchè alla travagliata patria dessero pace, e provò contrasto dove lo credeva meno, vo' dire dal lato dei noveschi; ai quali parendo stare bene in istaffa, non consentivano cedere, onde il giorno otto di febbraio, saltati nella strada in armi, essi presero a gridare: «Imperio, imperio, nove, nove.» Di subito un correr di gente a precipizio; le botteghe serransi in furia, ognuno va per armi; primo dei popoleschi a mostrare il viso un Giuli, ma gli Spagnuoli sparandogli addosso il ferirono; il Turamini investe Annibale Umidi e lo lascia in terra per morto: i popoleschi pronti accorrono alla riscossa e condotti dal Luti e da Landucci vietano ai noveschi irrompere dal Pantaneto. Giambattista Umidi capitano del popolo, come quello che, allevato in mezzo ai trambusti, quando accadevano, invece d'impaurirsene faceva pasqua, ordina sonarsi a stormo la campana grossa del palazzo, appello al popolo della patria in pericolo; di subito tu vedi versarsi un formicolaio di gente armata per le strade, la qualeottimamente condotta da prodi cittadini con irresistibile impeto si avventa contro certa bastita fabbricata dai noveschi in Camollia: in meno che non diciamenla bastita è sfondata, i difensori dispersi, ma non giova loro la fuga, chè raggiunti sono messi al taglio della spada; taluno si rimpiattò, e non gli valse, rinvenuti per le stalle, quivi trovarono la morte. In altra parte sei giovani noveschi più animosi che savi, non potendo starsene addopati ai muri di casa Bonsignori, scendono su la via e si cacciano dentro ai popoleschi, i quali sopraffatti dal furiosissimo assalto cedono terreno, e gli altri incalzano, sicchè pareva ormai che avessero la vittoria in pugno, quando di un tratto una grossa banda di Fontebrandesi li percuote di fianco; per la qual cosa mandati sossopra e respinti verso la casa, ebbero per ventura trovarne la porta aperta per ripararvisi dentro: colà attendevano a difendersi alla disperata, pure aspettando che i compagni del Terzo della città corressero a soccorrerli; ma i compagni, visto il caso buio, cagliarono. In questa il capitano del popolo Giambattista Umidi chiama attorno di sè gli Spagnuoli; ma questi essendo stati i primi a menare le mani contro i popoleschi, pensarono che andare adesso a mettersi in mezzo a loro e' fosse come tornare a pigione in bocca al lupo, però ricusarono netto: ora don Giovanni comanda loro escano fuori per accompagnarlo a sedare il tumulto; ma pieni di ardimento contro il popolo inerme e poco, ora che infuria come mare in burrasca, essi ricusanoanco più netto. Don Giovanni, non volendo mancare al debito suo, non avendo sotto mano di meglio, si circonda di taluni suoi parziali tra i popoleschi e i riformatori, e con esso loro si accosta alla combattuta casa pregando posassero le armi, non si facessero con le proprie mani giustizia, rispettassero l'autorità, le leggi osservassero; a lui stava multare della meritata pena i colpevoli, di cui il misfatto egli affermava, per testimonianza propria, espresso. Urla e minacce accolsero la intempestiva orazione mentre l'accompagnatura gli spulezzò dattorno: ei non si sbigottiva per questo, anzi sceso da cavallo e solo si recò fino a piè della porta della casa Bonsignori e quivi a mani giunte supplicò grazia pei rinchiusi: qualche popolesco, sendochè gli atti generosi abbiano virtù di commovere sempre fortemente il cuore del popolo, gli disse parole cortesi, ma la più parte degli altri infelloniti, con occhi strabuzzati e accese labbia, gridarongli: «Si levasse loro davanti, chè se no, ce ne sarebbe anco per lui: quanto quivi accadeva era per colpa sua; andasse via.» Don Giovanni non se lo lasciò intimare due volte; levò le ciglia in su a guardare la casa, poi, borbottando un:consummatum est, si ridusse in palazzo, il quale con molte guardie diligentemente assicurò. Avendo intanto il popolo raccolta copia di fascine, disegnava con esse incendiare la porta della casa e così ad un tratto espugnarla, se non che quei di dentro, o per furore di morte vendicata, o per isperanza di vita conservata,dalle finestre fioccavano archibugiate da mettere in cervello anco i più animosi; il capitano Enea Sacchini, vedendo che alla scoperta non riusciva l'assalto a bene, entrò co' compagni nelle case dirimpetto, e quinci riparati dalle finestre fecero un fuoco d'inferno; per la quale cosa gli assaliti sopraffatti cessarono il trarre, sicchè, levate le offese, potè il popolo accostarsi alla porta, arderla ed irrompere in casa. La rabbia del popolo non ha paragone che con quella degli elementi; prece o minaccia ugualmente inutili per lui; in quanti il popolo occorse, tanti scannò; qualcheduno si arrampicò su i tetti, ma quivi raggiunti presero con presentissimo pericolo a correre pei tegoli; e i popolani dietro con non minore pericolo ad agguantarli e, presili, a rischio di rotolare giù insieme avviticchiati, scaraventarli di sotto: le strade andarono lunga ora funestate per pozzanghere piene di sangue umano e per membra ed ossa lacere; nè la età novella salvò dal fato estremo il giovanetto Giulio Orlandini, il quale, per miracolo uscito fuori e passata felicemente una prima schiera di popolani, s'imbattè in una seconda che da parte a parte con le alabarde lo traferì; più avventuroso Giorgio Trecerchi, il quale, tratto a sè l'uscio di una cantina, si nascose nel vano a triangolo che l'uscio si lascia dietro quando tocca la parete parallela, ed i feroci, mentre cercavano da per tutto, lì non frugarono. Nè vi fu casa di noveschi che rimanesse illesa; causa di questo rovistare per ogni angolo la brama di trarre l'armedi mano ai nemici; ma poichè nei tempi andati la medesima causa fu pretesto a taluni di rapina, i caporali bandirono chiunque grancisse pagherebbe del capo; e non solo le case dei noveschi furono perquisite, bensì non andarono immuni quelle dei popolani, imperciocchè il popolo, informato come taluno pietoso gli avessero raccolti, volle rivilicarle, e lì pure trovatili, si difendessero o no, inermi ovvero armati, li trucidò; poi mosse contro il palazzo di don Giovanni brandendo le armi e le faci, e fu mirabile cosa che cotesto Spagnuolo, il quale fin lì aveva dato buon saggio di sè, sfinito di animo non valesse a far contrasto, al contrario ordinasse si aprissero le porte al popolo: questi entrò digrignante i denti e prima che si palesasse il nemico vibrava il coltello; tuttavia, cerca e ricerca, rovista da cima in fondo ogni ripostiglio, non rinvenne persona, conciossiachè, come il Malevolti racconta, i malcapitati noveschi (e pare impossibile!) aggrappandosi su pei pilastri si rannicchiassero sopra i cornicioni delle finestre i quali a sufficienza sporgevano in fuori, e colà stettero parecchie ore in agonia, chè, essendo ormai calata la notte, non furono veduti.A perpetuare il tumulto ecco giungere nuova che le battaglie del duca Cosimo si appressavano ai confini, già si sa, per tutela delle persone e per la quiete dello stato (che a cotesti tempi la causa della civiltà non era stata ancora inventata.) La balía, e i popolani dando nei lumi sbuffavano e non provvedeano. GiovambattistaUmidi capitano del popolo allora mandò alle terre del dominio perchè tosto spedissero i loro uomini armati alla città; nella notte da Valdichiana e da Moltalcino ne vennero mille, e gli altri dietro come onde del mare; entrarono, circondarono il palazzo di don Giovanni, gli voltarono contro due cannoni e si ammanirono a farne un falò. Don Giovanni atterrito domandava al capitano: «Ed ora che novità è questa?» E il capitano a lui: «La novità è che questa gente di qui non si muove se le battaglie del duca di Firenze che voi avete chiamato ai danni della città non sieno tornate prima nei loro alloggiamenti.» Don Giovanni s'ingegnò di fare l'albanese messere, protestando di non saperne nulla e che scriverebbe ben egli di buon inchiostro al duca che badasse ai fatti suoi e non si desse pensieri del Rosso. Il duca, avvisato che non tirava buon vento, ritirò le battaglie e spedì persona apposta per ragguagliare a modo suo lo imperatore dello accaduto; non meno solerte di lui il capitano Umidi inviava in diligenza un suo fidato al marchese Del Vasto affinchè la città dalle calunnie dei malevoglienti difendesse. Dato a tutto questo recapito, popoleschi e riformatori si assembrarono nello arcivescovado per vedere un po' quali provvisioni si avessero a pigliare; il Palmieri, che passava per testa forte e dottore era e sputava tondo, disse che per opinione sua bisognava stare alla riforma del Granvela (che universalmente si credeva consigliata da lui) e di più tenersi bene edificato don Giovanni, ilquale commosso della attenzione avrebbe speso di buone parole presso lo imperatore per giustificare il popolo. Messer Antonio dei Vecchi, guardatolo un cotal po' alla trista e tentennando il capo, rispose: «che rifar carte dopo aver vinta la partita la era cosa che costumavano i giocatori nelle taverne, non già gli uomini di stato nei pubblici negozi. Perpetui nemici i noveschi, perdonati più volte sempre più infesti di prima, adesso di nuovo vinti ed a stento si sradicassero così che non potessero più mettere il tallo nuovo sul vecchio: rispetto a don Giovanni sappia messer Palmieri che gli oppressori di prima o di seconda mano non perdonano mai chi abbia loro incusso paura, e se nol sa o non lo voglia sapere, dia a rimpedulare il cervello.» Parole veramente di oro in oro e accette all'universale. Però fu approvato i noveschi, come soperchiatori incorreggibili e di ogni legge intolleranti, si levassaro dal governo dello stato e, pena la vita, cessassero di portare arme così in città come in contado. Don Giovanni, rotti gl'indugi, prese il largo recandosi a Firenze e quindi a corte, dove citò a comparire parecchi dei maggiorenti cittadini, i quali non gli dettero retta. Dopo la sua partenza cassarono la guardia spagnuola, paltonieri che mangiavano il pane dei cittadini a tradimento, quando non lo intridevano nel sangue loro; a questo modo il reggimento rimase spartito in tre ordini di cittadini: popolani, gentiluomini e riformatori. — Qui le cronache e gli istorici ricordanoun fatto il quale molto conferisce a chiarire la nostra storia, vo' dire che i Lucchesi inviarono a Siena due oratori, Bernardino Medici e Nicolaio Liena, i quali in pubblico assai si dolsero dei trambusti che avevano conturbato la città, in segreto poi esortavano i reggitori di mettersi tutti d'accordo insieme per mirare se ci era verso di sottrarsi all'abborrito dominio spagnuolo.Oltre la naturale garosità, due cose rendevano così arditi i Sanesi: la prima e principale le fortune difficili in cui Carlo si trovava rinvolto nella Germania, la seconda la commissione dal medesimo Carlo affidata al marchese del Vasto di assettare le cose di Siena. Il marchese poi si giudicava dai Sanesi svisceratissimo loro, ed infatti era, ma di amor di tarlo, che rode i crocifissi; sicchè correva comune opinione che se il marchese veniva in Siena, di lì a poco se ne sarebbe fatto signore, cosa a molti molesta, ed a Cosimo dei Medici fuori di misura ostica, come quello che si vedeva furare le mosse: onde, che è e che non è, il marchese, mentre a Vigevano stava in procinto di partire, in mezzo a fieri dolori di ventre periva: in cotesti tempi corse voce che Cosimo gli avesse fatto propinare certa sua acquetta la quale per mandare al Creatore era un desío; ma io, se togli che Cosimo di questi tiri era piuttosto innamorato che vago, e forte e grande lo premeva lo interesse perchè il marchese sgombrasse dal mondo, e la solenne sufficienza sua in fabbricare veleni, non ho altro riscontro per confermare cotesta voce.Dopo la morte del marchese, con vece alterna incominciò a dechinare la fortuna dei popoleschi; lo imperatore in Germania prendeva alquanto di respiro, sicchè gli fu dato di volgere un poco il pensiero all'Italia, e questo fece per riagguantare quanto si era lasciato ire di mano, e per ciò che spettava a Siena ne rimise subito la pratica al Granvela; allora i noveschi si limano a mettere su questo ministro, che non ne aveva bisogno, perchè di propria indole odiava il popolo, e gli sapeva male che avesse, composta appena, lacerata la sua riforma; di più quella licenza della guardia spagnuola molto diceva nel presente e più lasciava intendere nel futuro; don Giovanni dal canto suo non rifiniva da far fuoco nell'orcio, però meno per danneggiare altrui che per magnificare sè stesso, esoso al popolo pel danno che gli aveva arrecato, contennendo ai noveschi pel verun bene che poteva fare e loro non fece, servitore sempre ma coll'occhio aguzzo al proprio vantaggio, modello eterno dello impiegato di tutti i tempi e di tutti i luoghi il De Luna.Non ci fu più verso di venire a capo di nulla con lo imperatore; indarno, oratori sopra oratori rifrustando su e giù le strade, egli impose che i citati da don Giovanni a comparire davanti alla sua corte, rimasti contumaci, andassero in confino. Questi furono tredici in tutto, distribuiti per diversi luoghi: a Lucca mandarono tre dei principali, messere Marcello Landucci, Giovambattista Umidi e messere Antonio Del Vecchio,gli altri a Milano; ed essi obbedirono, eccetto uno Francesco Savini, il quale non si potendo dar pace di avere a lasciare patria, casa, la diletta consorte, il figlio unico e le sostanze, preso d'angoscia, dopo pochi giorni se ne morì. Quanto agramente dallo universale si sopportassero le novelle asprezze imperiali si argomentò da questo, che, tenendo il defunto le cariche di capitano del popolo, di priore dei magnifici signori e di capo dei Dieci, dopo averlo con amplissimo funerale associato al sepolcro e predicato dal pulpito, riunito il consiglio, tutte le cariche esercitate da lui conferirono al suo figliuolo Enea, comechè appena l'anno vigesimoquinto annoverasse.Dopo ciò messer Francesco Grasso, una maniera di sbirro togato di cui non fu mai inopia nel mondo, venne da Milano a Siena per dire ai Sanesi che rimettessero i noveschi a parte del reggimento al tutto come nel modello di riforma del Granvela, e si stanziassero i danari per quattrocento fanti spagnuoli che lo imperatore intendeva ci avessero a stare di presidio. I Dieci risposero cotesta essere materia da deliberarsi in consiglio, e frattanto preso tempo inviarono oratori per chiarire che la città non poteva sopportare l'aggravio della spesa di quattrocento uomini; lo imperatore scrisse che se non poteva pagarne quattrocento, ne pagasse cinquecento e si ammanisse a riceverli se pur non volevano che campassero di busca: inverecondi! però che, avendo gittati via centocinquantamila fiorini di oro per le feste dell'Assunta, i quali molto meglio sariensi spesi pel soldo delle milizie e a murare un castello, adesso gli venissero innanzi a far marina; e poichè gli oratori umilmente gli dichiaravano inprimische, avendo speso danari in onore di Maria santissima, non pareva loro averli gittati via, nè così doveva parere a lui, ch'era quella cima di cattolico che tutto il mondo sapeva; e poi tra pagare soldati stranieri e operai paesani ci correva un tratto, conciossiachè i soldati stranieri intaschino la moneta e la portino fuori, mentre gli operai nostrani la mantengono in casa con augumento delle industrie loro, le quali poi formano parte della ricchezza pubblica; onde lo imperatore, sentendosi stretto, per conchiusione ordinava gli si togliessero dinanzi e cinquecento invece di quattrocento Spagnuoli accettassero e pagassero. Allora i Sanesi, mirando che il capitano del popolo non era stato eletto, si avvisarono di esercitare il proprio diritto nominando il duca di Amalfi, sempre ben veduto da loro; e lo imperatore lo cassò di rincorsa, notificando che a questo ufficio da ora innanzi voleva provvedere egli: per ventura fu lasciato confermare l'Orsucci lucchese nella carica di capitano di giustizia. Per tutti questi umori dal Burlamacchi ottimamente conosciuti, massime se pensi alla antica amicizia tra Siena e Lucca, ai medesimi pericoli ai quali esse andavano incontro, ai vicendevoli servizi, allo scambio dei magistrati continuo fra loro, ai fuorusciti Sanesi confinatia Lucca, alla fortezza che come un freno in bocca ai Sanesi minacciavano Cosimo duca di Firenze e don Ferrante Gonzaga, comprenderai di leggeri come Francesco nostro dovesse fare assegnamento su loro per sussidio dell'altissima impresa ch'egli si era recato addosso. Ora di Lucca, e non fie grave a chiunque, levandosi dallo spettacolo delle miserie presenti, voglia riconfortarsi nella contemplazione degli ardimenti antichi: prima con poco o si vinceva o perdendo acquistavasi desiderabile gloria, ora con grandi apparecchi o si perde o si acquista infamia immortale.
Condizioni d'Italia. — Paolo III e suoi concetti per ingrandire il figliuolo Pierluigi: quali i costumi di questo scellerato, nè la storia li dichiara tutti; quanti stati il padre gli procurasse e su quanti mettesse gli occhi; Milano e Napoli desiderati invano: Siena insidiata. — Con quali arti i Sacerdoti abbiano messo assieme la roba: perchè i cardinali assumessero vesti di colore vermiglio. — Andrea Doria avverso a Farnesi; se avesse cause private s'ignora, pubbliche ne aveva e quali; si espongono gli argomenti per credere che Andrea non si sarebbe opposto ad un moto inteso a liberare la Italia dagli stranieri. — Venezia fino da cotesti tempi a quale stato ridotta; politica conservatrice sa dell'etico e perchè; ragione delle repubbliche aristocratiche; durare non è vivere, e mal s'intende di che cosa sappia la lode data da Vittorio Alfieri a Venezia; anch'ella non avrebbe impedito la cacciata degl'imperiali d'Italia; solo non avrebbe mosso un dito per affrettarla. — Di Savoia non importa parlare; piccolo stato egli era e ad ogni moto ostile. — Firenze sola a sostenere la causa della democrazia; da tutti abbandonata e tradita, massime dai Francesi; poi dal Doria, da Siena e da Lucca: condizione degli animi dei Fiorentini spenta la Repubblica. — Lorenzino dei Medici a cui parve Bruto, che cosa paia a noi. — Perchè Cosimo I abbindolasse il Guicciardino. — Quale ragionevolmente lo scopo di Cosimo I dei Medici. — Pure in Firenze, Lucca e Siena bollivano umori vogliosi di novità. — Cose di Siena per mostrare come potesse favorire il moto del Burlamacchi. — Fabio Petrucci cacciato; mutazione del reggimento verso il principato per opera di Alessandro Bichi, che viene ucciso; i suoi aderenti. — Contese tra il popolo e i noveschi. — Noveschi che fossero e quanto arieggino coi moderati moderni. — Governo popolesco che pensi e che faccia. — Noveschi tentano pigliar Siena, sono ributtati. — Il Trecerchi alla porta diSantoviene, e donde questo nome. — Il popolo si vendica. — Caso del Bellarmati o di supremavirtù o di avarizia suprema. — I Sanesi procacciando i propri vantaggi mentre il papa e lo imperatore si versano in angustie si stimano astuti: necessità grande che avevano per andare cauti; pure screzio tra nobili e popoli circa al doversi sovvenire Firenze, e il popolo vuole. — Carlo vinta la guerra si scopre favorevole ai noveschi: invia a Siena Lopez perchè agguindoli con le frodi; non riuscendo, manda Ferrante Gonzaga onde adoperi la forza; l'adopera. I noveschi tornano a prevalere; si armano; tumulto dove il popolo si conduce in parte da esserci oppresso: questo consiglia il capitano Borghese, ma non gli danno retta, ond'ei se ne va con Dio. — Nuovo tumulto, dove i noveschi vengono abbattuti; ne arrovella il Gonzaga, minacce e pretensioni: — Ardire di Mario Bandino e di Achille Salvi. — I Sanesi attendono risoluti a difenderli. — Lo imperatore richiama il Gonzaga e il Lopez, e viene a patti. I noveschi rimangono abbassati. — Il duca Alfonso Piccolomini di Amalfi surrogato al Lopez si mangia le paghe di 300 fanti. — Noveschi più volte si adoperano ai danni del popolo, il quale avutone odore, combatte i noveschi, e non li perde a patto che, inquisita la cosa, si puniscano i rei. — Alfonso di Pietro paga per tutti. — Sorge la tirannide dei Salvi venuta su per favore di popolo, poi avversa al popolo ed a tutti. — Miseria universale. — Comparisce l'Occhino; qualità di lui. — Congiura con i Salvi; questi pigliano il dinanzi mettendo mano alle armi. — Il duca Alfonso seda il tumulto. I Salvi perdono riputazione; ricercati a seguitare le parti di Francia per danari e promesse, si lasciano corrompere: gl'imperiali scoprono il trattato; Giulio Salvi prima fa scappare il negoziatore francese, poi lo arresta e lo consegna a Cosimo duca di Toscana. — Nuovi sospetti per parte degl'Imperiali. — Il duca di Amalfi è rimosso da Siena. — Monsignore Granvela preposto alla riforma di Siena manda innanzi lo Sfondrato a scoprire marina. — Riforma del Granvela in che consistesse ed a qual fine preordinata. — I noveschi tornano a galla: cominciansi le persecuzioni contro i Salvi e i popolari, che vengono interrotte per la notizia del naufragio della flotta imperiale ad Algeri. — La balía entra in carica; sue provvisioni in parte ottime e in parte strane: se la piglia con le donne, mentre tutto il male viene dagli uomini. — Giulio Salvi scade di credito, chiamato in Fiandra è messo prigione, più tardi lo liberano: della sua prigionia come della sua libertà non se ne danno per intesi i Sanesi. — Lo Sfondrato finchè promuove i noveschi lasciasi fare; più tardi, scoperto ch'egli favorisce il papa, èlicenziato. — Gli subentra don Giovanni De Luna, che pure parteggia pei noveschi. — I Farnesi molestano Siena, per interposizione dello imperatore lascianla stare. — don Giovanni con la opera dei noveschi trama insignorirsi di Siena: tracotanza dei noveschi; il Tondi novesco ammazza il Bianchino plebeo e ne sorge tumulto. — Eccitamenti a romperla; capestri appiccati agli usci delle botteghe del popolo. — Apparecchi di nozze della figlia di don Giovanni sono argomento di sospetto. — I noveschi confidano fare eleggere capitano del popolo uno di loro, ed invece esce un popolesco; lacci tesi al popolo perchè concorra alle feste, e quivi a mano salva opprimerlo; avvisato ei gli evita. — I noveschi primi a rompere la guerra; battaglia cittadina descritta; vari casi di quella. — Cosimo duca di Firenze accosta le sue bande ai confini. — Milizie del contado in città; don Giovanni fa che le bande del duca si ritirino. — I popoleschi mandano oratore al marchese del Vasto perchè tenga bene edificato lo imperatore. — Consulta popolesca intorno il da farsi: diversi pareri; prevale quello di Antonio dei Vecchi. — Noveschi cacciati dal reggimento. Don Giovanni lascia Siena e cita a comparire in corte imperiale parecchi cittadini. — Guardia spagnuola cassata. — Città ripartita in tre soli ordini. — Luna manda oratori a congratularsi in Siena. — Baldanza dei popoleschi fondata sopra gl'imbarazzi di Carlo e su la protezione del marchese del Vasto, il quale mentre sta in Vigevano su le mosse per Siena di un tratto muore; dicesi per veleno propinatogli da Cosimo dei Medici. — Per la costui morte mutano di cima in fondo le condizioni di Siena; da capo torna la pratica in mano al Granvela nemico a vita tagliata del popolo. — I noveschi di nuovo a galla. — I cittadini citati da don Giovanni a corte inesorabilmente confinati parte in Lucca e parte in Milano; il Savini confinato comunque capitano di popolo per cordoglio ne muore; i cittadini gli surrogano nell'ufficio Enea suo figliuolo venticinquenne. — La città restaurata al governo dei Quattro Monti. — Guardia spagnuola prima di 400 Spagnuoli, poi a cagione del rammarichio dei cittadini cresciuta fino a 500. — Si mulina la fabbrica di un castello. — Sanesi frementi della novella tirannide e smaniosi di gittarsela giù dal collo.
Condizioni d'Italia. — Paolo III e suoi concetti per ingrandire il figliuolo Pierluigi: quali i costumi di questo scellerato, nè la storia li dichiara tutti; quanti stati il padre gli procurasse e su quanti mettesse gli occhi; Milano e Napoli desiderati invano: Siena insidiata. — Con quali arti i Sacerdoti abbiano messo assieme la roba: perchè i cardinali assumessero vesti di colore vermiglio. — Andrea Doria avverso a Farnesi; se avesse cause private s'ignora, pubbliche ne aveva e quali; si espongono gli argomenti per credere che Andrea non si sarebbe opposto ad un moto inteso a liberare la Italia dagli stranieri. — Venezia fino da cotesti tempi a quale stato ridotta; politica conservatrice sa dell'etico e perchè; ragione delle repubbliche aristocratiche; durare non è vivere, e mal s'intende di che cosa sappia la lode data da Vittorio Alfieri a Venezia; anch'ella non avrebbe impedito la cacciata degl'imperiali d'Italia; solo non avrebbe mosso un dito per affrettarla. — Di Savoia non importa parlare; piccolo stato egli era e ad ogni moto ostile. — Firenze sola a sostenere la causa della democrazia; da tutti abbandonata e tradita, massime dai Francesi; poi dal Doria, da Siena e da Lucca: condizione degli animi dei Fiorentini spenta la Repubblica. — Lorenzino dei Medici a cui parve Bruto, che cosa paia a noi. — Perchè Cosimo I abbindolasse il Guicciardino. — Quale ragionevolmente lo scopo di Cosimo I dei Medici. — Pure in Firenze, Lucca e Siena bollivano umori vogliosi di novità. — Cose di Siena per mostrare come potesse favorire il moto del Burlamacchi. — Fabio Petrucci cacciato; mutazione del reggimento verso il principato per opera di Alessandro Bichi, che viene ucciso; i suoi aderenti. — Contese tra il popolo e i noveschi. — Noveschi che fossero e quanto arieggino coi moderati moderni. — Governo popolesco che pensi e che faccia. — Noveschi tentano pigliar Siena, sono ributtati. — Il Trecerchi alla porta diSantoviene, e donde questo nome. — Il popolo si vendica. — Caso del Bellarmati o di supremavirtù o di avarizia suprema. — I Sanesi procacciando i propri vantaggi mentre il papa e lo imperatore si versano in angustie si stimano astuti: necessità grande che avevano per andare cauti; pure screzio tra nobili e popoli circa al doversi sovvenire Firenze, e il popolo vuole. — Carlo vinta la guerra si scopre favorevole ai noveschi: invia a Siena Lopez perchè agguindoli con le frodi; non riuscendo, manda Ferrante Gonzaga onde adoperi la forza; l'adopera. I noveschi tornano a prevalere; si armano; tumulto dove il popolo si conduce in parte da esserci oppresso: questo consiglia il capitano Borghese, ma non gli danno retta, ond'ei se ne va con Dio. — Nuovo tumulto, dove i noveschi vengono abbattuti; ne arrovella il Gonzaga, minacce e pretensioni: — Ardire di Mario Bandino e di Achille Salvi. — I Sanesi attendono risoluti a difenderli. — Lo imperatore richiama il Gonzaga e il Lopez, e viene a patti. I noveschi rimangono abbassati. — Il duca Alfonso Piccolomini di Amalfi surrogato al Lopez si mangia le paghe di 300 fanti. — Noveschi più volte si adoperano ai danni del popolo, il quale avutone odore, combatte i noveschi, e non li perde a patto che, inquisita la cosa, si puniscano i rei. — Alfonso di Pietro paga per tutti. — Sorge la tirannide dei Salvi venuta su per favore di popolo, poi avversa al popolo ed a tutti. — Miseria universale. — Comparisce l'Occhino; qualità di lui. — Congiura con i Salvi; questi pigliano il dinanzi mettendo mano alle armi. — Il duca Alfonso seda il tumulto. I Salvi perdono riputazione; ricercati a seguitare le parti di Francia per danari e promesse, si lasciano corrompere: gl'imperiali scoprono il trattato; Giulio Salvi prima fa scappare il negoziatore francese, poi lo arresta e lo consegna a Cosimo duca di Toscana. — Nuovi sospetti per parte degl'Imperiali. — Il duca di Amalfi è rimosso da Siena. — Monsignore Granvela preposto alla riforma di Siena manda innanzi lo Sfondrato a scoprire marina. — Riforma del Granvela in che consistesse ed a qual fine preordinata. — I noveschi tornano a galla: cominciansi le persecuzioni contro i Salvi e i popolari, che vengono interrotte per la notizia del naufragio della flotta imperiale ad Algeri. — La balía entra in carica; sue provvisioni in parte ottime e in parte strane: se la piglia con le donne, mentre tutto il male viene dagli uomini. — Giulio Salvi scade di credito, chiamato in Fiandra è messo prigione, più tardi lo liberano: della sua prigionia come della sua libertà non se ne danno per intesi i Sanesi. — Lo Sfondrato finchè promuove i noveschi lasciasi fare; più tardi, scoperto ch'egli favorisce il papa, èlicenziato. — Gli subentra don Giovanni De Luna, che pure parteggia pei noveschi. — I Farnesi molestano Siena, per interposizione dello imperatore lascianla stare. — don Giovanni con la opera dei noveschi trama insignorirsi di Siena: tracotanza dei noveschi; il Tondi novesco ammazza il Bianchino plebeo e ne sorge tumulto. — Eccitamenti a romperla; capestri appiccati agli usci delle botteghe del popolo. — Apparecchi di nozze della figlia di don Giovanni sono argomento di sospetto. — I noveschi confidano fare eleggere capitano del popolo uno di loro, ed invece esce un popolesco; lacci tesi al popolo perchè concorra alle feste, e quivi a mano salva opprimerlo; avvisato ei gli evita. — I noveschi primi a rompere la guerra; battaglia cittadina descritta; vari casi di quella. — Cosimo duca di Firenze accosta le sue bande ai confini. — Milizie del contado in città; don Giovanni fa che le bande del duca si ritirino. — I popoleschi mandano oratore al marchese del Vasto perchè tenga bene edificato lo imperatore. — Consulta popolesca intorno il da farsi: diversi pareri; prevale quello di Antonio dei Vecchi. — Noveschi cacciati dal reggimento. Don Giovanni lascia Siena e cita a comparire in corte imperiale parecchi cittadini. — Guardia spagnuola cassata. — Città ripartita in tre soli ordini. — Luna manda oratori a congratularsi in Siena. — Baldanza dei popoleschi fondata sopra gl'imbarazzi di Carlo e su la protezione del marchese del Vasto, il quale mentre sta in Vigevano su le mosse per Siena di un tratto muore; dicesi per veleno propinatogli da Cosimo dei Medici. — Per la costui morte mutano di cima in fondo le condizioni di Siena; da capo torna la pratica in mano al Granvela nemico a vita tagliata del popolo. — I noveschi di nuovo a galla. — I cittadini citati da don Giovanni a corte inesorabilmente confinati parte in Lucca e parte in Milano; il Savini confinato comunque capitano di popolo per cordoglio ne muore; i cittadini gli surrogano nell'ufficio Enea suo figliuolo venticinquenne. — La città restaurata al governo dei Quattro Monti. — Guardia spagnuola prima di 400 Spagnuoli, poi a cagione del rammarichio dei cittadini cresciuta fino a 500. — Si mulina la fabbrica di un castello. — Sanesi frementi della novella tirannide e smaniosi di gittarsela giù dal collo.
Fin qui di Europa; adesso più peculiarmente d'Italia; innanzi tutti del papa. Dopo il conciliodi Trento con menzogna onesta i figli dei preti appellaronsi nepoti, prima addirittura figliuoli; nè questo era il peggio, chè il maggior danno consisteva nello sbranare un lembo di stato per gittarlo sopra le spalle ignude di costoro; ai quali lembo, invece di attutire la fame, cacciava addosso la smania di arraffarne un altro; per uno, avuto in dono ne rubavano quattro; l'appetito viene mangiando; e tuttavia nè anco questo si considerava il pessimo, e pessimo veramente appariva quel buttarsi che facevano i papi in abbandono dei figliuoli quanto più rei ed infami: e tale apparve Pier Luigi Farnese figlio di Paolo III; di lui narra la storia nequissimi fatti non meno che turpi, i quali negare è vano quanto indecente ripetere, e pure sembra che qualcheduno dei più tristi ella ne taccia, imperciocchè nelle storie di Benedetto Varchi occorra scritto come il marchese Del Vasto lo cassasse con ignominia dalla milizia, nè per quanto io mi sia dato cercare, mi venne fatto scoprirne la causa. A costui pertanto, scerpandolo dal patrimonio della Chiesa, il papa diede Castro; poi instò con focosa ressa perchè lo imperatore gli concedesse il marchesato di Novara, e lo ebbe, piccolo sorso a tanta sete! Allora il papa torna a schiantare il retaggio di san Pietro, che povero e pescatore dalle reti e dalla barca in fuori altra sostanza non ebbe nel mondo, e scissene Parma e Piacenza, ne compone un ducato in prò del suo diletto Pierluigi. È noto come a questo sperpero della sostanza chiesasticasi opponesse tenace il cardinale Caraffa, che, assunto papa, fece peggio di lui: ma il papa toccare questi beni in sollievo della comunità cristiana non può, può toccarli e sprofondarli in vantaggio degl'indegni congiunti: si conosce eziandio che tali donazioni non avvengono senza fingerle permute utili, ed anco si dà ad intendere che le siano proprio vendite: a turpe causa non fece mai difetto pretesto degno, massime nella curia romana; ma fin qui non nacquero le mani per contare il prezzo pagato dai figliuoli dei papi per la terra acquistata dalla Chiesa.
E sempre intento Paolo ad ingrandire la famiglia, fantastica conquistare Napoli contro allo impero, poi sollecita importuno e irrequieto lo imperatore affinchè investa Pierluigi del ducato di Milano, insidia Siena; a tal fine elegge il cardinale Farnese abbate dell'abbazia delle Tre fontane su quel di Siena, meno per crescergli il censo che per mettergli in mano il filo a ingarbugliare le cose. Cotesto tramestío dei Farnesi aborrito dai principi italiani o per astio o per istudio di concorrenza o per paura: contrastavano loro Siena Cosimo e forse il marchese del Vasto, Milano Ferrante Gonzaga e Andrea Doria, donde le mortali nimicizie contro di lui, le mutue ingiurie, come esposi nella vita di Andrea, e per ultimo la parte presa dal papa nell'omicidio di Giannettino e la parte di Andrea nella strage di Pierluigi. In casa, il papa odiato perchè a sè tutto ed ai suoi a scapito dello stato; a Roma forse meno che altrove, anzi da parecchi riveritocome quello che a molta gravità, alla pratica lunga dei negozi ed al sapere accoppiava la grandezza romana; nelle provincie secondo il solito esecrato, chè Bologna, Perugia, Ancona ed altre città non poche membravano nel loro segreto le violenze e i tradimenti onde tolte dal vivere o libero o autonomo erano state poste sotto al romano giogo, che solo i preti chiamano soave. Lo dissi altrove e lo ripeto qui, tentando pure che replicato venti volte gl'Italiani l'abbiano ad intendere una: narrano che i Lacedemoni costumassero in guerra paludamento vermiglio, perchè pugnando o non vedessero o si accorgessero meno del sangue e non isbigottissero; se vero, è incerto: certissimo poi che i preti elessero la porpora perchè altri non li mirasse imbrodolati del sangue dei popoli e non li maledisse. Pertanto negli stati del papa molte e vecchie e nuove le cause per desiderare novità, oltre la eterna e distinta da tutte della naturale irrequietudine dell'uomo che lo sospinge a non contentarsi mai dello stato presente; provvidenza o fato, donde la inanità dei farabulloni, i quali di tratto in tratto bandiscono chiusa l'era delle rivoluzioni: anco la morte è inizio di nuova rivoluzione.
Genova o piuttosto il Doria si governava col volgare precetto, chi stà bene non si muova. Se egli avesse motivo privato di odio contro i Farnesi prima dello spoglio del retaggio del cardinale Doria che i Farnesi operarono in Roma e della complicità loro nella congiura dei Fieschiadesso non ci è dato conoscere; ma per avversarli a lui bastava che e' volessero ingrandirsi, dacchè ben'egli si adattava a servire per suo interesse un signore potente e lontano, vicino e meno potente ei lo avrebbe combattuto; non pativa emuli, molto meno superiori ricchi di superbia, non già di pecunia: ancora, Andrea Doria, mutata parte, di francese si era fatto imperiale, e Pierluigi si sapeva parzialissimo alla Francia, ossia che colà per naturale inclinazione propendesse, ossia che con essa giudicasse dare miglior ricapito ai suoi disegni, onde Andrea presentiva che di qui, se non provvedeva, gli sarebbe caduto sulle spalle qualche grosso stroppio. Non già che ad Andrea mancasse anima per maggiori concetti, ma ormai, non gli parendo possibile di meglio, si teneva contento ad essere principalissimo vassallo dello impero, padrone e guidatore delle sue armate; in patria in apparenza uguale ai maggiorenti, in sostanza capo, e ciò perchè la sembianza del principato genera invidia, e massime su i primordi ti tocca logorare le forze e vivere in pericolo, mentre, chiamando i tuoi cittadini a parte dei tuoi guadagni, ti ameranno, e, a patto che tu non porti corona, a loro parrà non essere servi e ti obbediranno di cuore. Però Andrea nemico di novità era, e ne aveva ben donde, ma distingui quelle cui poteva dare impulso un principe italiano per ingrandirsi alquanto dalle altre che prorotte da impeto di popolo avessero per fine la restaurazione d'Italia a potentissimo stato: queste egligiudicava inani a tentarsi, impossibili a compiersi; tuttavia è lecito credere, che s'ei le avesse vedute niente niente attecchire, egli ci si sarebbe gettato dentro anima e corpo per condurle a buon fine: almeno in coscienza a me sembra avere a giudicare così.
Venezia fin da cotesto tempo si trovava ridotta alla parte di colui che ripara con la mano il lume per tema glielo spenga il vento; sicuro, il lume allora era di torcia, ma gli speculatori calcolavano di mano in mano si sarebbe ridotto a moccolo: sapienza suprema di regno mantenersi fermi; il moto in certe contingenze nuoce anco per acquistare: la storia della repubblica va illustre per nuovi gesti che aumentano il retaggio di gloria e stremano le forze dello stato: chi solo conserva perde, perchè da per tutto il tempo va dintorno con la forbice, e se non apponi ogni dì, ogni giorno scemi. Questo, a giudicare così all'ingrosso, sembra il fato delle repubbliche aristocratiche: finchè non possiedano tanto che basti tu le vedi adoprare conati stupendi per procurarselo; ma acquistato ch'ei sia, pongono industria e tenacità pari a difenderlo; donde avviene che durano molto. Però durare non significa vivere come a popolo conviene, sicchè non si sa che lode fosse quella che tributava l'Alfieri alla Repubblica veneziana quando scriveva che, o decrepita o inferma o spenta, in fatti ell'era la figliuola più longeva del senno umano, e voleva la Grecia ci si adattasse: anco Titone ottenne durare immortale,ma essendosi dimenticato di chiedere altresì eterna la giovinezza, all'ultimo ebbe di catti che gli dei mossi a compassione lo convertissero in cicala. I Veneziani però non si sarebbero opposti ad un moto inteso ad abbattere il predominio imperiale sopra l'Italia; solo non lo avrebbero aiutato, a cavallo al fosso aspettando gli eventi per regolarsi a norma della piega ch'essi pigliavano. —
Della casa di Savoia non è da parlarsi nè manco; il duca riparava in corte allo imperatore assai male in arnese, privo del paterno retaggio, eccetto Nizza, che sempre gli si mantenne fedele e ne fu rimeritata allorchè recisa dalla patria italiana la buttarono in gola alla Francia, a mo' che i poeti finsero chiunque intendeva trapassare a Dite dovesse gittare l'offa a Cerbero. Emmanuele Filiberto per intercessione della Spagna rientrava in possesso dello avito ducato dopo la battaglia di San Quintino, e subito s'imparentava co' reali di Francia mostrando il viso dell'arme alla Spagna: sicuramente, fra i tanti pregi che illustrano la stirpe sabauda non ismaglia la riconoscenza, ma forse questo è vizio piuttosto del principato che del principe: a giudicarne dagli istinti, un moto di popolo dai duchi di Savoia non poteva aspettarsi altro eccetto odio e, se fosse stato in potestà loro, persecuzione. La repubblica di Firenze certo non andò immune da errori e nè da colpe, ma fu sola a sostenere la causa della democrazia: nella mirabile impresa contro lo impero e il papato, doppia ancora gittatanello inferno, onde la tirannide mantiensi a galla sopra la terra, veruno la sovvenne, molti le nocquero, e primi fra tutti i Francesi, i quali dopo averla tradita la irrisero: allora, come sempre, tirati dallo interesse presente, non calse loro nè di onore nè di fede, anzi neppure del proprio interesse di prossimo avvenire: rinfacciati, inferocirono nella ingiustizia fino ad impedire che i mercanti fiorentini di Lione le inviassero soccorsi di pecunia; potè sguizzare fuori di Francia con qualche scudo italiano Luigi Alamanni, ed indarno, perchè quello che non seppero fare i Francesi, Andrea Borialo seppe, fermando Luigi su quel di Genova, togliendogli di ire più oltre. Siena si professava imperiale, e Lucca altresì, onde esse in sè atrocemente chiudevansi non dubitando neppure che, prevalsi in Italia lo impero o il regno di Spagna, imperatore o re sariensi scosso dal manto coteste repubbliche come due insetti schifosi sofferti per cessata mondizie. Firenze giacque non tanto per virtù di forza nemica quanto per iscoramento della sua solitudine; molto sangue ella sparse su i campi di battaglia, e molto ne andò sperperando nello esilio, ma il peggiore guaio le venne dal rappigliarsi che fece quello che rimase in patria: la più parte dei cittadini si accartocciò sprofondandosi nelle cure di famiglia e nelle industrie private; in taluno l'amore di libertà, pigliata indole religiosa, diventò di operoso contemplativo, scapitando di limpidità intellettuale quanto acquistava di cupezza fanatica.Il popolo sopportò il bastardo di Clemente VII senza rancore perchè, spento un tiranno, ne temè un altro più tristo, come accadde pur troppo; ed anco perchè lo vedeva infierire di preferenza su quelli che lo avevano aiutato a ridurre la patria in servitù; e non il popolo lo trucidava, bensì uno de' suoi, non per amore di libertà e non per odio della tirannide, sibbene del tiranno, e per talento di succedergli; costui chiamò il popolo a libertà, ma al popolo giungeva ignota cotesta voce, e così doveva essere, però che il popolo libero non conosca chi non avendo nè anco il coraggio della strage si unisce per consumarla un volgare scherano, e del suo fatto trema, e lungamente dura lenone per riuscire traditore. A Filippo Strozzi, uomo corrotto fino al midollo, poteva parere Lorenzino dei Medici un Bruto; a noi no: ammazzatore a mezzo, non altro; ed anco a lui procede sviscerato Vittorio Alfieri, il quale su cotesta strage compose una maniera di poema che tuttavia stampano ma non leggono; tratto più da passione che da ragione, scambiando la smania di opporsi coll'amore della libertà, avveniva che il dabben conte pigliasse delle cantonate e di molte. Cosimo successe diciottenne ad Alessandro, ma il tiranno non cresce per età, quale lo trasse dalla pietra natura, tale muore Cosimino; gabbò il Guicciardino, e gli fu agevole, perchè, innanzi ch'ei lo gabbasse, per lo interesse, che assai poteva su cotesto uomo, egli gabbava sè; e di ciò rimangono avvertiti i pusilli incoronati ch'eglino mai arriverannoad abbindolare un grande intelletto dove questi mosso da passione non faccia prima géttito del suo ingegno. Più tardi quando gli Strozzi, i Valori con altri fuorusciti vennero ai danni di Cosimo, il popolo, levato appena il capo, disse: «La rabbia è tra i cani»; e lo riabbassò. La tirannide vendicava la libertà; dopo avere fabbricato il tiranno, cotesti cervelli balzani repugnavano servire; non vollero dirsi soddisfatti della mercede loro elargita dal principe; parecchi pretesero essere chiamati a parte della dominazione: ma poichè amore e signoria non patono compagnia, il principato, non bastando a quietarli l'oro che loro mise in mano, li saldò con la scure sul collo; e fece bene. Che Cosimo aspirasse al dominio della Italia può darsi, ma fine di regno non se lo poteva proporre; non si prestava la materia; quando l'aquila austriaca spiegava poderose l'ale, a lui era dato appena fare da falco; agguattato a Firenze, quinci rotava intorno a Piombino, a Siena e a Lucca. Piombino acquistò e Siena, ma con tanto consumo di mente e di forze che la carne non valse il giunco. Lucca non ebbe mai; lei salvarono la forma oligarchica, lo spendere a tempo e la devozione sconfinata allo impero; dissi salvarono, se può chiamarsi salute il palpitare del passero fra gli artigli dell'aquila: tuttavia Siena, Lucca Firenze raccoglievano in sè copia di umori per desiderare novità e provocarle.
Parliamo di Siena. A Pandolfo Petrucci succede Fabio figliuolo, il quale non sapendo governarsinè con la benevolenza nè col terrore, cade in discredito ed è cacciato; dopo il suo bando accadde grandissima mutazione nel reggimento, chè dove prima si governava mediante tre monti, ovvero ordini di cittadini cioè Nove, Popolo e Gentiluomini, di un tratto, soppressi gli altri, ne rimase in piedi uno solo che pigliò nome di Nobili e Reggenti; di tutto questo tramestio anima Alessandro Bichi figliuolo di Iacopo, che nello assedio di Firenze operò tanti e generosi gesti, il quale si andava destreggiando per soverchiare altrui; nè gli fallì il disegno ponendo a fondamento di sua grandezza l'aiuto di Francia: arduo a giudicarsi se la Francia prospera lo avrebbe soccorso, ma percossa dalla fortuna a Pavia, lo lasciò andare, ond'ei vi perse la sostanza e la vita. Restituisconsi i tre ceti dei nove, del popolo e dei gentiluomini; parecchi dei principali fautori del governo abolito si bandiscono, i quali mandano a soqquadro il contado: una volta con Lucio Aringhieri ed un altra con Giovambattista Palmieri essi congiurano per rientrare in Siena con forza e con inganno, e ad altro non approdano che a far perdere il capo ad ambedue. Data all'esercito di papa Clemente una stupenda rotta, rapite ai Fiorentini e ai Perugini le artiglierie, quietarono i Sanesi ogni apprensione di fuori, ma tornarono a infierire le discordie dentro; perchè i partiti, se un poter forte li soprasti, possono reggere per via di emulazione civile, ma se nulla li tenga al canapo, irrompono in apertecontese; che se tu vedi i signori smaniosi di comando, trovi eziandio il popolo intollerante di qualunque freno; allora la plebe diede di fuora e corse addosso ai noveschi, che troppo bene lo meritavano, imperciocchè questi, componendo una consorteria soverchiatrice e ladra, avessero asciugato quanto danaro avevano reperito nello erario, onde fu mestieri sopperire col rame ai metalli preziosi portati via; e peggio ancora a patto di arraffare e di opprimere congiuravano ad asservire la patria a Clemente VII, il quale, purchè venisse roba, non guardava più alla via diritta che alla storta; anzi un po' di sangue fa fare miglior presa alla calcina con la quale si murano le tirannidi nuove; e Ancona informi; però in questo tumulto la plebe vi pose le mani, ma non pochi nobili e borghesi ci soffiavano dentro per emulazione dei nove. Gli storici gentileschi deplorano la città cascata in mano ai ciompi, e tuttavia miriamo questa gente grossiera e meccanica governarsi ottimamente; munisce la città di mura e di torrioni, provvede alla diffalta della pecunia pubblica, tiene ferma la città in devozione allo impero, la difende dal principe di Oranges e da Pirro Colonna che la insidiavano. I noveschi fuorusciti si mordevano le mani: un pezzo aspettarono che il governo dei ciompi si sperperasse sotto i colpi delle loro scede, ma poichè videro che costoro non se ne davano per intesi, ricorsero ai fatti e, raccolto buon polso di armati, notte tempo avviaronsi a sorprendere Siena: se non che trovarono i cittadiniin punto di riceverli secondo i meriti; gli storici affermano che della mossa dei noveschi furono avvisati da Fabio Petrucci venuto a screzio col congiunto Francesco uomo soperchievole e contumelioso. In questa occasione si narra come un giovane dei Trecerchi, non curando pericolo di essere morto dagli archibugi e dai sassi e nè anco di cadere prigione, trascorresse fino alla porta Eugenia oSantoviene[12]e quella percotendo con la mazza ferrata con gran voce sclamasse: «E noi tante volte tenteremo che una basterà per tutte.» La balía popolesca di Siena, vinto il pericolo, pensò vendicarsi, e gli riuscì, pigliando Monte Benichi alla sprovvista, dove assai dei noveschi come in fidata stanza si riparavano; avutili in mano, a varie pene li condannò. Fra gli altri merita ricordanza questo caso: a Ippolito Bellarmati mettono addosso la taglia di mille scudi con questo patto che, dove dentro tal tempo non li paghi, gli verrà mozzo il capo; ed egli antepose perdere la testa che i ducati: dicono che il facesse per amore della famiglia (imperciocchè, sentendosi vecchio e di salute malescio, considerasse che non valeva il pregio mantenersi in vita con la ruina della famiglia), e sarà; ad ogni modo non mancanoesempi nella storia che altri a pari fato si conducesse per aspra avarizia, e mi riesce disagevole persuadermi che per mille ducati potesse cascare in tanta miseria la famiglia dei Bellarmati.
Nella guerra di Firenze per la libertà i Fiorentini mandarono oratori a Siena per istringersi in lega. Siena tentenna e si destreggia, parendole essere arguta; approfittando della occasione, cava di sotto a Clemente papa ottimi patti; nè questi stava su lo spilluzzico, chè, premendolo il bisogno non istava a guardare il nodo nel giunco: agevole co' principi farsi promettere in bosco, farsi poi mantenere in città gli è un altro paio di maniche: anco romperla coll'impero tuttochè impegnato in guerre zarose per Siena la era faccenda da pensarci due volte; molto più, che i noveschi in corte non rifinivano di tafanare Carlo V perchè mettesse con le spalle al muro cotesta plebe turbolenta; non desse retta alle sue lustre di devozione, così costretta di fare perchè non poteva mordere; ella per istinto nemica ad ogni potestà, mentre essi per diverso istinto erano alla potestà naturale puntello, e dicevano il vero, ma predicavano al predicatore che Carlo sapeva meglio di loro che col popolo non si può fare a mezzo, perchè nelle repubbliche democratiche il popolo governa ed è governato, mentre nelle oligarchie gli è come proprio istituto dei signori, prepotenti ad un punto e servili, abiettarsi da un lato per superbire dall'altro. Nondimanco vuolsi rammemorareche un oratore fiorentino durante l'assedio presso i Sanesi sempre stette, e narrano di più che ci spendesse un tesoro per tirarli a legarsi con Fiorenza; e sarà, eccetto il tesoro, chè, sendone strema in casa, mal si comprende com'ella lo potesse sbraciare di fuori; fatto sta che il popolo, il quale si governa con la passione, voleva ad ogni costo sovvenire i Fiorentini, mentre gli altri, usi a procedere col compasso in mano, con ostinazione punto minore contrastavano, donde nacque tumulto, e per poco stette che il Fantozzo plebeo non ammazzasse Gianfrancesco Severini. Posto fine alla guerra di Firenze, lo imperatore comincia ad allungare gli ugnoli contro la democrazia sanese, mandando a Siena col modesto titolo di agente Lopez di Soria perchè così alla sordina e di scancío procurasse ricondurci i nove; costui trovati sordi al suono di cotesta campana i Sanesi, Carlo ci inviò don Ferrante Gonzaga, che era in fama di piacergli le cose spiccie, e perchè le ruote girassero meglio, i nove ci versarono dentro un quindicimila scudi; allora il Gonzaga sorprende Lucignano e lo piglia, poi prosegue in Pienza e quivi minaccioso stanzia; dei Sanesi chi teme, chi va su i mazzi, ma i primi sono i più e prevalgono i partiti peritosi, sempre esiziali: insomma il Gonzaga rimette i nove in Siena, li restituisce nelle sostanze e negli onori; la città non in tre ma sì in quattro Monti si divide, Popolo, Gentiluomini, Riformatori e Noveschi; il Lopez ai soldati nostrani surroga spagnuoli,da prima pochi, poi mano a mano gli augumenta fino a 400: all'ultimo tanto si armeggia per parte dei noveschi che è data licenza ad Alfonso Piccolomini duca di Amalfi, capitano del popolo e reputato zelatore della parte popolesca. I noveschi, sentendosi il vento in filo di ruota, ambiscono a cose maggiori; chiedono le armi, e il maestrato, invece di tôrle a tutti gli ordini dei cittadini, le concede anco a loro; il capitano Giambattista Borghese, che vedemmo nella vita del Ferruccio combattere infelicemente in Volterra contro l'eroe fiorentino, ne fa incetta a Firenze e le manda ai noveschi, poi tiene loro dietro: il popolo inasprito da quotidiane ingiurie si rovescia per le vie provocando i noveschi, i quali bene in arnese si stanno a riparo dei propri palagi, per lo che imbaldanzito il popolo si caccia in parte dove dinanzi e dietro ha nemici; preso come dentro alla morsa, poteva di leggieri opprimersi, e questo voleva, questo ad alta voce domandava il capitano Borghesi, ma anco qui prevalsero i consigli, i quali vergognando di mostrarsi vili pigliano sembianza di prudenti, ond'egli incollerito esclamando: «Poichè voi non volete vincere, gli è chiaro come l'acqua che volete perdere, e questo non voglio io», se ne andò via senza pure chiudersi l'uscio dietro. E così fu, perchè indi a breve, incamminandosi don Ferrante fuori del dominio sanese, e stando l'animo dei popoli sollevato, accadde che un vento impetuosissimo, diverte certe impannate, le sbatacchiasse sopra la tettoia ditalune botteghe del Chiasso largo; dal quale strepito il popolo commosso saltò su a dare la caccia agli aborriti noveschi, di cui taluno ammazzò, molti manomise, nè si rimase finchè non gli ebbe del tutto spogliati dell'arme con tanta pertinacia volute e con tanta baldanza ostentate: intendeva altresì mandarne a sacco le case, ma, abbonito da personaggi autorevoli, ne depose il pensiero, non intieramente così che qualche cosa a taluno non rimanesse appiccicata alle mani.
Don Ferrante, uso a volere le sue parole e più i suoi fatti, appena udito il caso, tenendosi scornato, rifece i passi macchinando vendetta; se non che, avvertito dal Lopez che si giocava di grosso a partita mal sicura, si fermò a Cuna; quivi di un tratto furono a trovarlo i noveschi con querimonie infinite; anco il Lopez lo metteva su, e non ce n'era di bisogno; ond'ei fece intendere che se la città non si fosse rimessa in lui interamente, guai! E quello che egli pretendeva era la intera alterazione degli ordini della città, e poichè conferendo assieme con gli oratori di Siena sovente scappava fuori in improperi contro parecchi orrevoli cittadini sanesi, Mario Bandini e Achille Salvi, sentendosi fra i vituperati, presero il morso ai denti e recaronsi a don Ferrante dicendogli le proprie ragioni con maggiore avventatezza che forse non conveniva. Don Ferrante rispose cacciando entrambi in prigione, e ciò non solo per ira quanto perchè gli accertava il Lopez che, levati di mezzo cotesti due potentissimi non meno che turbulentissimi,il popolo aría dato le mani vinte. Pigliare il popolo a contrappelo gli è come giocare ad asso o a sei: qui don Ferrante fece asso; i Sanesi montarono in furore e con senno e celerità mirabili strinsero il comando in mano a pochi, chiamarono le milizie del contado, ne condussero nuove, eglino stessi con le armi assunsero disciplina di soldato e dalle vigilate mura fecero prova che contro al mare del popolo che vuole misera cosa è sempre un esercito regio, rigagnolo di plebe o compra o cappata a forza alla quale si pretende dare ad intendere che sia gloria per quattro quattrini al giorno ed un pane di cenere apprendere l'arte di ammazzare gli uomini senza saperne come senza curarne il perchè. Intanto il Bandini, rotta la inferriata del carcere, fatta fune dei lenzuoli, calandosi giù se la svignava; al Salvi indi a poco il Gonzaga per meno tristo consiglio rendeva la libertà, scapitando e non poco di reputazione anco per questa parte, dacchè all'autorità dello imperio male si provvede con la ingiustizia, ma se chiarisci poi che come hai l'animo di commetterla ti mancano le forze per sostenerla, allora di odiabile diventi contennendo, e il disprezzo del popolo è l'agonia del potere.
Carlo, e con Carlo tutti i principi, non sapendo come uscire d'impaccio, richiamato il Gonzaga, gli sostituiva il marchese del Vasto; al Lopez il duca di Amalfi, accetto al popolo: ad ogni differenza fu messo buono assetto; solo lo imperatore tentò far passare che la balía si eleggessedal suo rappresentante, e non l'ottenne; allora avvisò un altro tiro, e fu, che la città votata di milizie nostrane la presidiassero 500 Spagnuoli, e l'ottenne, se non che il senato invece di 500 ne ammise 400, riputando follemente col tosare la moneta avergliela barattata; però quello che non fece il senno operò l'avarizia, dacchè, essendo stati stanziati al duca di Amalfi scudi 6000 all'anno per sostentamento dei 400 pedoni, egli ne teneva su soltanto 100 e degli altri 300 sgallinava le paghe: antico male la flussione delle unghie, e a rari non si attacca. Quando lo imperatore nel 1532, affrancatosi della guerra del Turco, venne a Bologna per passare in Ispagna, non mancarono i noveschi di fargli calca dintorno mostrando voglie prontissime a servirlo di coppa e di coltello in ogni suo desiderio, solo alquanto gli sovvenisse a riaversi in casa, dove si trovavano ad essere trattati poco men peggio di schiavi alla catena; ma il marchese Del Vasto e il cardinale Piccolomini, attestando la loro malignità ed il considerarsi servi se non insolentivano oppressori, resero innocui i lamenti, ed anco la cura di negozi gravissimi e la prescia di Carlo di portarsi in Ispagna fecero sì che per allora riuscissero inani.
Dopo avvennero vicende grandi così in casa come fuori che non importa narrare per lo scopo nostro, basti saperne tanto che, lo imperatore essendo tornato in Siena, i noveschi inviperiti più che mai anfanarono a mettere male biette perchè calpestati gli altri ceti di cittadini desseloro braccio per comportarsi da tiranni; ma l'imperatore aveva altro a pensare in quel torno, chè il Turco entratogli in Ungheria minacciava Vienna; però appena uscito, le fazioni dei popolani e dei riformatori deliberarono vendicarsi colle armi, le quali consentirono a posare solo col patto che un magistrato eletto a posta ricercasse sottilmente la cosa e venutone in chiaro i colpevoli multasse nel capo; e così come vollero fecero; quattro deputati segreti, messe la mani addosso ad un Alfonso di Pietro, torturaronlo e dopo la confessione del reato imputatogli gli fecero mozzare il capo: uno pagò per tutti, imperciocchè le fazioni sboglientite aprissero l'animo a senso di misericordia, consentendo non si andasse più oltre nel sangue. Le fazioni o vogliam dire i monti di Siena congiunti per domare la insolenza dei noveschi dopo la vittoria, come sempre avviene, partironsi, e ciò perchè la prosperità paia proceder nemica alla modestia; e nè anco fu colpa di fazione, bensì di persona, la quale si chiamava Giulio Salvi, che s'ingrandì con la plebe; costui, potente di numerosa famiglia (i suoi fratelli sommavano ad otto, tutti prestanti nelle armi), forte di aderenze, cupido, povero, magnifico, di persona piacente, alle femmine grazioso, prese a comporre intorno a sè una nuova consorteria di soperchiatori (tiranno non si fece, perchè gli mancò lo ingegno o la potenza); sicchè in breve non poterono sopportare i soprusi loro non dirò gli avversi, ma gli stessi parziali; offese nei cittadini,violenze in femmine, furti in città, latrocinii in campagna, omicidii da per tutto, e tanto era diventata infame la contrada che il papa e il duca Cosimo provvidero i procacci per a Roma, tralasciata la via attraverso il dominio sanese, per altra passassero; oltre a ciò infestavano i Turchi, la carestia angustiava, insomma un subbisso. I reggitori, sfidati di ogni terreno aiuto, correvano al cielo; processioni, giubilei, indulgenze e la Madonna avvocata dei Sanesi in giro; i frati di ogni risma in ballo, neri, bigi, bianchi e colore marrone; cantilene a iosa: ma intanto che si consumavano torchietti non si trovava grano; per arroto nella notte uscivano fuori i battuti che si davano di sconce battiture sopra le spalle ignude, e ciò importava consumo di cerotti, non già acquisto di pane. In questa occasione compariva in Siena sua patria Bernardino Ochino rigidissimo frate e per dottrina teologica preclaro: fu prima minore osservante, poi della riforma dei cappuccini, ch'egli con sommo ardore promosse; poi con pari zelo, anzi maggiore, si voltò contro Roma e di fiere battiture la percosse. Roma lo scomunicava eretico, e se gli avesse potuto mettere le mani addosso, lo avrebbe illuminato acconciandolo dentro una catasta di legna, ma egli non si lasciò cogliere nè illuminare; e noi non lo potendo salutare filosofo, lo celebriamo come uno dei più poderosi demolitori della oggimai sazievole menzogna della religione cattolica romana.
Poichè la gente si accôrse che il cielo badavaai fatti suoi, ella avvisò cercare rimedio in terra. Parecchi cittadini dei principali convennero a Crevole coll'arcivescovo per pigliare partito, i quali dopo molto discutere, non ci trovarono altra via che abbassare la superbia del Salvi con le armi, e a tale effetto recaronsi in varie parti del contado per raccogliere gente ed avviarle a Siena; ma la cosa non potè tanto tenersi celata che non la spillasse il Salvi, il quale, a sua posta riuniti gli aderenti, si capacitò che di côlta sono buone le sassate, epperò chi prima assalta ha un punto di vantaggio su lo assalito; quindi subito mano alle armi, e così come dissero fecero; gli emuli, côlti alla sprovvista, resisterono con ardimento supremo, ma si vedeva chiaro che all'ultimo ne avrebbero tocche, se non che di un tratto ecco versarsi per le strade il duca di Amalfi col presidio spagnuolo per iscompartirli, e vi riuscì adoperandoci amorose parole e picchi da orbi; se questi vincessero in virtù quelle, e se quelle questi, non ci è noto; basti sapere che entrambi valsero per allora a sedare il tumulto.
Lo imperatore di queste discordie cittadine non si pigliava pensiero o poco, e forse anco che così fosse gli giovava; ma quando avvenivano cose che toccassero i propri interessi, egli ed i suoi mostravano i denti. Ora accadde che la fazione dei Salvi andasse di dì in dì declinando, non già per solerzia altrui, bensì per vizio proprio; chiunque intenda prevalere, se venuto a contesa non vince, perde; impattarla nongiova, gli è come persa. I Salvi si sentivano mancare il terreno sotto e non si rendevano capaci delle cause; questo però si faceva loro sempre più chiaro, che senza aiuto non potevano tirare innanzi, e da parte dello imperatore se non erano anco inimicati alla scoperta con lui, tuttavia di là miravano addensarsi la procella. Per mala ventura loro capitò in Siena uno armeggione chiamato Ludovico delle Armi, il quale si mise a sobbillarli: non dessero tempo al tempo; scostandosi dallo imperatore si gittassero in balía della Francia, che gli avrebbe accolti a braccia aperte; sotto la protezione di cotesto potente reame si sarebbero potuti dire veramente e sicuramente primi; e poi o che volevano mettere la generosa natura del re di Francia con la crudele taccagneria di Carlo? Intanto ecco egli mandava loro danari, ed essi gli agguantarono; inoltre promesse a carra, ed essi le crederono, perocchè gradevoli fossero ed accomodate ai fatti loro. Già anco condotte tra prudenti e pochi le congiure vengono per ordinario a scoprirsi, pensiamo poi se tra giovani che si portino il cervello sopra la berretta; però l'oratore di Carlo V a Roma, ammonito partitamente della cosa, scrisse una lettera terribile al duca Alfonso addossandogli tutta la colpa di coteste rivolture. Al duca erano graditi i Salvi, ma i propri comodi troppo più dei Salvi; onde non è da dire con quanta e quale squartata mandasse sottosopra messer Giulio; che sbalordito non negò la pratica, ma l'appose al fratello Matteo e intantodiede opera che Ludovico si cansasse; se non che, per questo fatto tempestando il duca, costui con nuovo tradimento fece in modo che Ludovico fosse prima sostenuto a Montevarchi, poi consegnato al duca Cosimo, il quale avutolo nelle mani e chiusolo in castello, senza mestieri tormenti, ritrasse da lui l'ordine della congiura; gli è ben vero che Ludovico non si rimase da vituperare il Salvi per traditore doppio, ma per allora il negozio rimase sopito: però ben la segna chi la nota, e quinci a pochi mesi, essendo tornato di Francia Girolamo Luti soldato di conto negli eserciti del re, i nemici del Salvi furono agli orecchi degli agenti imperiali aizzandone il sospetto e l'acre zelo del servitore pagato: ma per quanto imprigionassero il Luti e con tormenti lo dirompessero, pure da lui innocentissimo non poterono cavare riscontro al sospetto. Messere Giulio e il duca, per ischermire il colpo, recaronsi in poste a Milano, dove era pur dianzi giunto lo imperatore, ma questi li rimandò per la udienza a Lucca; colà gli udì e con esso loro gli emuli, e concluse commettendo al Granvela il negozio della riforma del reggimento di Siena: questi, non si sentendo abbastanza informato per pigliare una risoluzione, licenziò tutti dichiarando sarebbesi egli medesimo recato a Siena per assettare le faccende; tuttavia come segno di vicino fortunale fu ordinato al duca di Amalfi che, lasciato in asso il capitanato delle armi di Siena, si riducesse nei suoi stati. Intanto giunse in Siena il senatoreSfondrato per pigliar lingua degli umori e per indagare i fini ed i costumi degli uomini: grandi anzi maravigliosi i conati delle emule fazioni per tirarlo a sè, e segnatamente dei noveschi, a cui venne fatto indurre il papa a pigliare in mano la difesa loro; ma egli, abbottonato fino al mento, non lasciava trapelare nulla delle sue intenzioni: per ultimo venne il Granvela, le accoglienze pari o forse maggiori di quelle che a cesare, imperciocchè segno di speranze e di timori immediati egli fosse: aperto disse sè essere mandato a moderare la città, ormai pel governo pessimo, per la fellonia di taluni tristi e per non represse iniquità venuta in uggia così ai prossimi come ai remoti; dal mattino poteva conoscersi il giorno, tuttavia il capitano del popolo a fargli di cappuccio e ringraziarlo di tanta degnazione;luifacesse, disfacesselui; fin d'ora grata ogni cosa ed accetta purchè tornasse nella massima esaltazione di S. M.; — breve, con più le altre formule di cui trovi copia nel grande dizionario della umana viltà. — Allora il Granvela squaderna il modello di riforma accompagnandolo di ragioni santissime come sempre si suole in simili occasioni: il magistrato avere ad essere copioso come quello che, pigliandovi parte molti, si contenta maggior numero di cittadini, e poi allontana il pericolo della tirannide; dunque la balía si componga di 40 cittadini, 10 per monte, n'elegga il consiglio 32, egli ne nominerà 8; duri due anni in carica; v'intervenga il capitano del popolo;quanto al criminale si riformi così; gli sia preposto un capitano di giustizia, il quale per quattro anni presenterà lo imperatore: in capo ad ogni anno l'amministrazione di lui si sottoponga a sindacato. Queste con altre cose di minor conto ordinò la riforma, che davvero non aveva bisogno di essere ponzata tanto; un fine, e, per quanto si dice, presagito dal Palmieri dell'ordine popolare, lo ebbe, e fu di abbattere la soperchianza del Salvi, ma pose capo anco ad un altro che da lui non era presagito nè voluto, perchè i noveschi ne ripigliarono gagliardia, e i popolani ne rimasero avviliti. Ciò fatto, il Granvela disegna fabbricare un castello come calcio in gola ai Sanesi; si rinforza con milizie spagnuole chiamate da Firenze; per ultimo crea la balía; quanto a sè per gli otto di sua elezione nomina altrettanti cittadini apertamente avversi ai Salvi e al duca di Amalfi. Opere prime della balía furono chiedere al consiglio che in lei la suprema autorità si trasferisse e che le provvisioni di danaro stanziate pei pretesi meriti ai cittadini si cassassero: la prima proposta come eccessiva rigettasi, la seconda no; onde i Salvi e gli altri con ripetío e querimonia infinita rimasero di un tratto privati di quelle che fruivano, e non erano poche. Difficile è dire dove sarebbe giunto il Granvela, se in questa perpetua altalena delle umane cose non fosse avvenuto un caso il quale temperò e di molto il vino fumoso di lui; e fu lo immenso disastro dello imperatore davanti Algeri.Allora, ripiegando le vele, egli appiccò all'arpione la voglia del castello, renunziò a inquisire pei reati commessi, insistè a volere confinati quattro dei Salvi, ma, per non parere, confinò di riscontro quattro noveschi. La balía entrò in carica e da prima operò bene; granata nuova spazza bene tre giorni; vietò le armi a tutti e le conventicole notturne e l'andare per la città la notte senza fanale; poi temperò lo smodato lusso delle donne, perpetua e vana cura degli uomini, onde per disperazione all'ultimo e per non dichiararsi vinti hanno bandito che il lusso è manna nel consorzio civile, e ognuno faccia quello che meglio gli aggrada; e proibì le maschere con abiti da frati e da monache, che, argomento di sceda tre secoli fa, oggi presumevasi da intelletti guasti ritornare in venerazione degl'Italiani.
Intanto maturavano i frutti della nuova riforma, e si chiariva a prova come, per abbattere i Salvi, i popolani ed i riformatori si erano tirati sul collo i noveschi, i quali seguendo l'antico costume usavano ed abusavano del fresco favore della fortuna; per lo che tornarono ad agitarsi peggio di prima, sopra tutti l'arcivescovo Bandini, il quale, a quanto pare, non era farina da farne ostie. Lo imperatore teneva suo rappresentante in Siena lo Sfondrato, che ormai procedendo a carte scoperte favoriva la fazione novesca, nè in ciò era mal visto, sicchè quando di lui si lamentavano per questo i popoleschi in corte egli era come dicessero al muro, Messer GiulioSalvi senza virtù e senza credito cascò come frutto fradicio; chiamato in Fiandra e messo in prigione dallo imperatore, così poco i Sanesi attendevano a lui che la sua prigionia conobbero unicamente dalla libertà concedutagli quando Austria e Francia accordaronsi nel 1544. Poco dopo susurrarono che lo Sfondrato lavorava in pro del papa per grandi promesse che ne aveva ricevuto (e parve vero, dacchè indi a breve, ridottosi a Roma, fu promosso cardinale): allora in fretta e in furia lo imperatore diede il puleggio allo Sfondrato, sostituendogli don Giovanni di Luna castellano a Firenze della fortezza di San Giovambattista. Errore vecchio che dura sempre, senza sembianza di cessare per ora, egli è che per mutare governatore si muti governo: però don Giovanni patrizio, inzuppato di frenesie baronali, che in quei tempi reputavano vangeli, e poi per conoscenza dello umore del padrone, appartatosi dai popolani, si accostò co' noveschi; in questo pari affatto allo Sfondrato, da lui diverso in questo altro, che con don Giovanni Roma si trovò chiusa la porta in faccia; allora non potendo ella armeggiare per via obliqua, venne fuori dirittamente il cardinale Farnese ad arruffare con certe sue liti sopra le castella di Maremma; gli fu risposto che queste liti erano state composte e come all'abbazia di Santo Anastasio, di cui era abbate il Farnese, fosse stato per compenso conceduto il contado di Montresoli; ma la prova della ingiustizia delle sue ingordigie fu sempre l'argomento che valse menoin corte di Roma; lo imperatore informato invitò il papa a non molestare i Sanesi, almeno per ora, ed il papa appese la spada alla rastrelliera per tornare ad usarla a tempo ed a luogo.
Accaddero intanto guerre alle quali i Sanesi talvolta presero parte e tal altra no; all'ultimo ebbero sosta per istracchezza dei contendenti più che per altro e con lo esito ordinario di tutte le guerre; sperpero di anime, sperpero di sostanza pubblica, miseria presente e disperazione futura; chi non perse, i principi adesso parchi perchè, rifatti da capo danari e soldati, potessero continuare il trastullo sanguinoso delle battaglie, gioco anch'egli per loro, dove invece di carte adoperano uomini. In questa stracchezza universale che per difetto di meglio chiamavano pace, don Giovanni venne in pensiero di farsi signore di Siena, e, sinceri o no, lo spalleggiarono i nove a patto di opprimere con lui gli altri monti; di qui la cresciuta insolenza dei nove massime giovani, cui pareva grandigia conculcare i popolani tantochè uno di loro certo Ottaviano Tondi freddò di una coltellata un plebeo vocato il Bianchino; il popolo di subito saltò in piazza urlando:Ammazza! ammazza!e rincorse l'omicida, il quale con la lingua fuori ripara nella chiesa di S. Agostino e poi si nasconde in certe caverne dove non fu possibile trovarlo. I noveschi, atterriti dal nuovo pericolo, si strinsero insieme in forte ed ordinata schiera: onde i popoleschi, considerando che per allora ci era caso da andarne per le rotte, si ritiraronoa casa pur mordendosi il dito. Ma i nugoloni abbuiavano il cielo, ed era facile giudicare la procella vicina; onde i noveschi si affaticavano a tutto uomo ad afforzarsi, e sottomano don Giovanni gli aiutava con ogni sua possa; poi, per parere imparziale, avvisava i popoleschi a non lasciarsi cogliere alla sprovista, ed in pubblico increpava ambedue; girandole da furbi gaglioffi per le quali i pretesi uomini di stato arieggiano Bertoldo quando si nascondeva dietro un vaglio; i popolari lo irridevano e si apparecchiavano di cuore ad ingaggiare la suprema battaglia; la plebe stava co' popoleschi inferocita dallo avere un bel mattino trovati appesi agli usci delle botteghe loro mazzi di capestri, e le fu detto in minaccia della sorte serbatole dove mai prevalessero i noveschi: certo è bene che parecchi affermavamo, e non senza verosimiglianza grandissima, cotesto tiro movere dai popoleschi; ma, considerando che il procedere in cotesta maniera si adattava meglio ai costumi ed agli interessi dei noveschi, così i noveschi senz'altro incolparono; avvertenza questa della fallacia dello argomento di sospettare colpevole del reato quello a cui giova; in siffatta disposizione di animi basta una favilla a suscitare lo incendio, e la favilla non manca mai; adesso furono le nozze, che belle e magnifiche ammaniva don Giovanni per certa sua figliuola la quale andava sposa ad un barone napoletano: ci si dovevano fare giostre e torneamenti, epperò ordinarono una spianata davanti la casa di don Giovanni; la qualeopera considerando i popoleschi, presero a mulinare si stesse costruendo un bastione per impedire loro la entrata nella contrada del Pantaneto, sospetto cresciuto da vedere come i noveschi si fossero fatti forti nella casa di un Mancino dei Tommasi, quasi serrame a impedire che il popolo trascorresse per la Costarella e luogo acconcio così per soccorrere gli amici, che dal Terzo della città intendessero passare per Camollia, come per essere sovvenuti da loro: per altra parte i noveschi, avendosi a nominare in cotesti giorni il capitano del popolo, tenevano per sicuro uscirebbe uno della propria fazione, mentre all'opposto rimase eletto Giovambattista Umidi popolesco: di ciò n'ebbero maraviglia e spavento; quindi da ambe le parti non pure voglia ma necessità di venire a mezzo ferro. Intanto si celebrano le nozze della figlia di don Giovanni, canti, suoni, balli e banchetti splendidissimi; tutto questo pei signori, pel popolo si ammanirono dopo il pranzo abbattimenti condotti dagli Spagnuoli, cose stupende, non mai viste per lo addietro nè da vedersi più innanzi; ne andarono le grida attorno con accompagnatura di tamburi e di pifferi, e il popolo in onta alla smisurata sua curiosità non si mosse, fermo alla posta egli stette con la mano sopra la spada: allora ne tentarono un'altra, e fu di bandire che pel sette di febbraio si sarebbe data sulla piazza una solenne caccia di tori; e sfoggiati allestimenti si fanno i palchi mirabili per arazzi e damaschi, le livree dei giocatori di vari colori, i tori scelti fra i più ferocidelle Maremme, le musiche continue, bisognava avere i piedi di piombo per tenerli in casa; e il popolo i piè di piombo ebbe; agevole poi spiegare la insolita immobilità sua solo che tu sappia come atroce disegno dei noveschi fosse cascare addosso del popolo inteso allo spettacolo e menarne strage, e della trama questo avesse pigliato odore.
Don Giovanni, vista la mala parata, il dì veniente mandò pei caporali delle parti contrarie tentando raumiliarli con parole oneste affinchè alla travagliata patria dessero pace, e provò contrasto dove lo credeva meno, vo' dire dal lato dei noveschi; ai quali parendo stare bene in istaffa, non consentivano cedere, onde il giorno otto di febbraio, saltati nella strada in armi, essi presero a gridare: «Imperio, imperio, nove, nove.» Di subito un correr di gente a precipizio; le botteghe serransi in furia, ognuno va per armi; primo dei popoleschi a mostrare il viso un Giuli, ma gli Spagnuoli sparandogli addosso il ferirono; il Turamini investe Annibale Umidi e lo lascia in terra per morto: i popoleschi pronti accorrono alla riscossa e condotti dal Luti e da Landucci vietano ai noveschi irrompere dal Pantaneto. Giambattista Umidi capitano del popolo, come quello che, allevato in mezzo ai trambusti, quando accadevano, invece d'impaurirsene faceva pasqua, ordina sonarsi a stormo la campana grossa del palazzo, appello al popolo della patria in pericolo; di subito tu vedi versarsi un formicolaio di gente armata per le strade, la qualeottimamente condotta da prodi cittadini con irresistibile impeto si avventa contro certa bastita fabbricata dai noveschi in Camollia: in meno che non diciamenla bastita è sfondata, i difensori dispersi, ma non giova loro la fuga, chè raggiunti sono messi al taglio della spada; taluno si rimpiattò, e non gli valse, rinvenuti per le stalle, quivi trovarono la morte. In altra parte sei giovani noveschi più animosi che savi, non potendo starsene addopati ai muri di casa Bonsignori, scendono su la via e si cacciano dentro ai popoleschi, i quali sopraffatti dal furiosissimo assalto cedono terreno, e gli altri incalzano, sicchè pareva ormai che avessero la vittoria in pugno, quando di un tratto una grossa banda di Fontebrandesi li percuote di fianco; per la qual cosa mandati sossopra e respinti verso la casa, ebbero per ventura trovarne la porta aperta per ripararvisi dentro: colà attendevano a difendersi alla disperata, pure aspettando che i compagni del Terzo della città corressero a soccorrerli; ma i compagni, visto il caso buio, cagliarono. In questa il capitano del popolo Giambattista Umidi chiama attorno di sè gli Spagnuoli; ma questi essendo stati i primi a menare le mani contro i popoleschi, pensarono che andare adesso a mettersi in mezzo a loro e' fosse come tornare a pigione in bocca al lupo, però ricusarono netto: ora don Giovanni comanda loro escano fuori per accompagnarlo a sedare il tumulto; ma pieni di ardimento contro il popolo inerme e poco, ora che infuria come mare in burrasca, essi ricusanoanco più netto. Don Giovanni, non volendo mancare al debito suo, non avendo sotto mano di meglio, si circonda di taluni suoi parziali tra i popoleschi e i riformatori, e con esso loro si accosta alla combattuta casa pregando posassero le armi, non si facessero con le proprie mani giustizia, rispettassero l'autorità, le leggi osservassero; a lui stava multare della meritata pena i colpevoli, di cui il misfatto egli affermava, per testimonianza propria, espresso. Urla e minacce accolsero la intempestiva orazione mentre l'accompagnatura gli spulezzò dattorno: ei non si sbigottiva per questo, anzi sceso da cavallo e solo si recò fino a piè della porta della casa Bonsignori e quivi a mani giunte supplicò grazia pei rinchiusi: qualche popolesco, sendochè gli atti generosi abbiano virtù di commovere sempre fortemente il cuore del popolo, gli disse parole cortesi, ma la più parte degli altri infelloniti, con occhi strabuzzati e accese labbia, gridarongli: «Si levasse loro davanti, chè se no, ce ne sarebbe anco per lui: quanto quivi accadeva era per colpa sua; andasse via.» Don Giovanni non se lo lasciò intimare due volte; levò le ciglia in su a guardare la casa, poi, borbottando un:consummatum est, si ridusse in palazzo, il quale con molte guardie diligentemente assicurò. Avendo intanto il popolo raccolta copia di fascine, disegnava con esse incendiare la porta della casa e così ad un tratto espugnarla, se non che quei di dentro, o per furore di morte vendicata, o per isperanza di vita conservata,dalle finestre fioccavano archibugiate da mettere in cervello anco i più animosi; il capitano Enea Sacchini, vedendo che alla scoperta non riusciva l'assalto a bene, entrò co' compagni nelle case dirimpetto, e quinci riparati dalle finestre fecero un fuoco d'inferno; per la quale cosa gli assaliti sopraffatti cessarono il trarre, sicchè, levate le offese, potè il popolo accostarsi alla porta, arderla ed irrompere in casa. La rabbia del popolo non ha paragone che con quella degli elementi; prece o minaccia ugualmente inutili per lui; in quanti il popolo occorse, tanti scannò; qualcheduno si arrampicò su i tetti, ma quivi raggiunti presero con presentissimo pericolo a correre pei tegoli; e i popolani dietro con non minore pericolo ad agguantarli e, presili, a rischio di rotolare giù insieme avviticchiati, scaraventarli di sotto: le strade andarono lunga ora funestate per pozzanghere piene di sangue umano e per membra ed ossa lacere; nè la età novella salvò dal fato estremo il giovanetto Giulio Orlandini, il quale, per miracolo uscito fuori e passata felicemente una prima schiera di popolani, s'imbattè in una seconda che da parte a parte con le alabarde lo traferì; più avventuroso Giorgio Trecerchi, il quale, tratto a sè l'uscio di una cantina, si nascose nel vano a triangolo che l'uscio si lascia dietro quando tocca la parete parallela, ed i feroci, mentre cercavano da per tutto, lì non frugarono. Nè vi fu casa di noveschi che rimanesse illesa; causa di questo rovistare per ogni angolo la brama di trarre l'armedi mano ai nemici; ma poichè nei tempi andati la medesima causa fu pretesto a taluni di rapina, i caporali bandirono chiunque grancisse pagherebbe del capo; e non solo le case dei noveschi furono perquisite, bensì non andarono immuni quelle dei popolani, imperciocchè il popolo, informato come taluno pietoso gli avessero raccolti, volle rivilicarle, e lì pure trovatili, si difendessero o no, inermi ovvero armati, li trucidò; poi mosse contro il palazzo di don Giovanni brandendo le armi e le faci, e fu mirabile cosa che cotesto Spagnuolo, il quale fin lì aveva dato buon saggio di sè, sfinito di animo non valesse a far contrasto, al contrario ordinasse si aprissero le porte al popolo: questi entrò digrignante i denti e prima che si palesasse il nemico vibrava il coltello; tuttavia, cerca e ricerca, rovista da cima in fondo ogni ripostiglio, non rinvenne persona, conciossiachè, come il Malevolti racconta, i malcapitati noveschi (e pare impossibile!) aggrappandosi su pei pilastri si rannicchiassero sopra i cornicioni delle finestre i quali a sufficienza sporgevano in fuori, e colà stettero parecchie ore in agonia, chè, essendo ormai calata la notte, non furono veduti.
A perpetuare il tumulto ecco giungere nuova che le battaglie del duca Cosimo si appressavano ai confini, già si sa, per tutela delle persone e per la quiete dello stato (che a cotesti tempi la causa della civiltà non era stata ancora inventata.) La balía, e i popolani dando nei lumi sbuffavano e non provvedeano. GiovambattistaUmidi capitano del popolo allora mandò alle terre del dominio perchè tosto spedissero i loro uomini armati alla città; nella notte da Valdichiana e da Moltalcino ne vennero mille, e gli altri dietro come onde del mare; entrarono, circondarono il palazzo di don Giovanni, gli voltarono contro due cannoni e si ammanirono a farne un falò. Don Giovanni atterrito domandava al capitano: «Ed ora che novità è questa?» E il capitano a lui: «La novità è che questa gente di qui non si muove se le battaglie del duca di Firenze che voi avete chiamato ai danni della città non sieno tornate prima nei loro alloggiamenti.» Don Giovanni s'ingegnò di fare l'albanese messere, protestando di non saperne nulla e che scriverebbe ben egli di buon inchiostro al duca che badasse ai fatti suoi e non si desse pensieri del Rosso. Il duca, avvisato che non tirava buon vento, ritirò le battaglie e spedì persona apposta per ragguagliare a modo suo lo imperatore dello accaduto; non meno solerte di lui il capitano Umidi inviava in diligenza un suo fidato al marchese Del Vasto affinchè la città dalle calunnie dei malevoglienti difendesse. Dato a tutto questo recapito, popoleschi e riformatori si assembrarono nello arcivescovado per vedere un po' quali provvisioni si avessero a pigliare; il Palmieri, che passava per testa forte e dottore era e sputava tondo, disse che per opinione sua bisognava stare alla riforma del Granvela (che universalmente si credeva consigliata da lui) e di più tenersi bene edificato don Giovanni, ilquale commosso della attenzione avrebbe speso di buone parole presso lo imperatore per giustificare il popolo. Messer Antonio dei Vecchi, guardatolo un cotal po' alla trista e tentennando il capo, rispose: «che rifar carte dopo aver vinta la partita la era cosa che costumavano i giocatori nelle taverne, non già gli uomini di stato nei pubblici negozi. Perpetui nemici i noveschi, perdonati più volte sempre più infesti di prima, adesso di nuovo vinti ed a stento si sradicassero così che non potessero più mettere il tallo nuovo sul vecchio: rispetto a don Giovanni sappia messer Palmieri che gli oppressori di prima o di seconda mano non perdonano mai chi abbia loro incusso paura, e se nol sa o non lo voglia sapere, dia a rimpedulare il cervello.» Parole veramente di oro in oro e accette all'universale. Però fu approvato i noveschi, come soperchiatori incorreggibili e di ogni legge intolleranti, si levassaro dal governo dello stato e, pena la vita, cessassero di portare arme così in città come in contado. Don Giovanni, rotti gl'indugi, prese il largo recandosi a Firenze e quindi a corte, dove citò a comparire parecchi dei maggiorenti cittadini, i quali non gli dettero retta. Dopo la sua partenza cassarono la guardia spagnuola, paltonieri che mangiavano il pane dei cittadini a tradimento, quando non lo intridevano nel sangue loro; a questo modo il reggimento rimase spartito in tre ordini di cittadini: popolani, gentiluomini e riformatori. — Qui le cronache e gli istorici ricordanoun fatto il quale molto conferisce a chiarire la nostra storia, vo' dire che i Lucchesi inviarono a Siena due oratori, Bernardino Medici e Nicolaio Liena, i quali in pubblico assai si dolsero dei trambusti che avevano conturbato la città, in segreto poi esortavano i reggitori di mettersi tutti d'accordo insieme per mirare se ci era verso di sottrarsi all'abborrito dominio spagnuolo.
Oltre la naturale garosità, due cose rendevano così arditi i Sanesi: la prima e principale le fortune difficili in cui Carlo si trovava rinvolto nella Germania, la seconda la commissione dal medesimo Carlo affidata al marchese del Vasto di assettare le cose di Siena. Il marchese poi si giudicava dai Sanesi svisceratissimo loro, ed infatti era, ma di amor di tarlo, che rode i crocifissi; sicchè correva comune opinione che se il marchese veniva in Siena, di lì a poco se ne sarebbe fatto signore, cosa a molti molesta, ed a Cosimo dei Medici fuori di misura ostica, come quello che si vedeva furare le mosse: onde, che è e che non è, il marchese, mentre a Vigevano stava in procinto di partire, in mezzo a fieri dolori di ventre periva: in cotesti tempi corse voce che Cosimo gli avesse fatto propinare certa sua acquetta la quale per mandare al Creatore era un desío; ma io, se togli che Cosimo di questi tiri era piuttosto innamorato che vago, e forte e grande lo premeva lo interesse perchè il marchese sgombrasse dal mondo, e la solenne sufficienza sua in fabbricare veleni, non ho altro riscontro per confermare cotesta voce.
Dopo la morte del marchese, con vece alterna incominciò a dechinare la fortuna dei popoleschi; lo imperatore in Germania prendeva alquanto di respiro, sicchè gli fu dato di volgere un poco il pensiero all'Italia, e questo fece per riagguantare quanto si era lasciato ire di mano, e per ciò che spettava a Siena ne rimise subito la pratica al Granvela; allora i noveschi si limano a mettere su questo ministro, che non ne aveva bisogno, perchè di propria indole odiava il popolo, e gli sapeva male che avesse, composta appena, lacerata la sua riforma; di più quella licenza della guardia spagnuola molto diceva nel presente e più lasciava intendere nel futuro; don Giovanni dal canto suo non rifiniva da far fuoco nell'orcio, però meno per danneggiare altrui che per magnificare sè stesso, esoso al popolo pel danno che gli aveva arrecato, contennendo ai noveschi pel verun bene che poteva fare e loro non fece, servitore sempre ma coll'occhio aguzzo al proprio vantaggio, modello eterno dello impiegato di tutti i tempi e di tutti i luoghi il De Luna.
Non ci fu più verso di venire a capo di nulla con lo imperatore; indarno, oratori sopra oratori rifrustando su e giù le strade, egli impose che i citati da don Giovanni a comparire davanti alla sua corte, rimasti contumaci, andassero in confino. Questi furono tredici in tutto, distribuiti per diversi luoghi: a Lucca mandarono tre dei principali, messere Marcello Landucci, Giovambattista Umidi e messere Antonio Del Vecchio,gli altri a Milano; ed essi obbedirono, eccetto uno Francesco Savini, il quale non si potendo dar pace di avere a lasciare patria, casa, la diletta consorte, il figlio unico e le sostanze, preso d'angoscia, dopo pochi giorni se ne morì. Quanto agramente dallo universale si sopportassero le novelle asprezze imperiali si argomentò da questo, che, tenendo il defunto le cariche di capitano del popolo, di priore dei magnifici signori e di capo dei Dieci, dopo averlo con amplissimo funerale associato al sepolcro e predicato dal pulpito, riunito il consiglio, tutte le cariche esercitate da lui conferirono al suo figliuolo Enea, comechè appena l'anno vigesimoquinto annoverasse.
Dopo ciò messer Francesco Grasso, una maniera di sbirro togato di cui non fu mai inopia nel mondo, venne da Milano a Siena per dire ai Sanesi che rimettessero i noveschi a parte del reggimento al tutto come nel modello di riforma del Granvela, e si stanziassero i danari per quattrocento fanti spagnuoli che lo imperatore intendeva ci avessero a stare di presidio. I Dieci risposero cotesta essere materia da deliberarsi in consiglio, e frattanto preso tempo inviarono oratori per chiarire che la città non poteva sopportare l'aggravio della spesa di quattrocento uomini; lo imperatore scrisse che se non poteva pagarne quattrocento, ne pagasse cinquecento e si ammanisse a riceverli se pur non volevano che campassero di busca: inverecondi! però che, avendo gittati via centocinquantamila fiorini di oro per le feste dell'Assunta, i quali molto meglio sariensi spesi pel soldo delle milizie e a murare un castello, adesso gli venissero innanzi a far marina; e poichè gli oratori umilmente gli dichiaravano inprimische, avendo speso danari in onore di Maria santissima, non pareva loro averli gittati via, nè così doveva parere a lui, ch'era quella cima di cattolico che tutto il mondo sapeva; e poi tra pagare soldati stranieri e operai paesani ci correva un tratto, conciossiachè i soldati stranieri intaschino la moneta e la portino fuori, mentre gli operai nostrani la mantengono in casa con augumento delle industrie loro, le quali poi formano parte della ricchezza pubblica; onde lo imperatore, sentendosi stretto, per conchiusione ordinava gli si togliessero dinanzi e cinquecento invece di quattrocento Spagnuoli accettassero e pagassero. Allora i Sanesi, mirando che il capitano del popolo non era stato eletto, si avvisarono di esercitare il proprio diritto nominando il duca di Amalfi, sempre ben veduto da loro; e lo imperatore lo cassò di rincorsa, notificando che a questo ufficio da ora innanzi voleva provvedere egli: per ventura fu lasciato confermare l'Orsucci lucchese nella carica di capitano di giustizia. Per tutti questi umori dal Burlamacchi ottimamente conosciuti, massime se pensi alla antica amicizia tra Siena e Lucca, ai medesimi pericoli ai quali esse andavano incontro, ai vicendevoli servizi, allo scambio dei magistrati continuo fra loro, ai fuorusciti Sanesi confinatia Lucca, alla fortezza che come un freno in bocca ai Sanesi minacciavano Cosimo duca di Firenze e don Ferrante Gonzaga, comprenderai di leggeri come Francesco nostro dovesse fare assegnamento su loro per sussidio dell'altissima impresa ch'egli si era recato addosso. Ora di Lucca, e non fie grave a chiunque, levandosi dallo spettacolo delle miserie presenti, voglia riconfortarsi nella contemplazione degli ardimenti antichi: prima con poco o si vinceva o perdendo acquistavasi desiderabile gloria, ora con grandi apparecchi o si perde o si acquista infamia immortale.