CAPITOLO VI.I moderati del 1859 erigono al Burlamacchi una statua, ma non ne dettano la vita, e perchè. — Concetto del Burlamacchi repubblicano e avverso al potere temporale. — Sua prudenza ed arti adoperate a procacciarsi compagni nella impresa. Sebastiano Carletti chi fosse; prima operaio nel fondaco Burlamacchi, poi soldato sopra le galere di Lione Strozzi; viene a Lucca, va a Marsiglia per tirare lo Strozzi nella congiura. — Cesare Benedino è messo a parte della impresa: chi fosse; come lo adoperasse il Burlamacchi, che lo tratta più largamente di quello che la Repubblica fiorentina non trattasse il Machiavelli. — Generosità del Burlamacchi. — Gli Strozzi e l'indole loro; Bastiano Carletti va a Marsiglia per conferire col priore; non ce lo trovando, lo raggiunge a Parigi. — Ragioni diverse delle congiure. — Bastiano va in Iscozia ed in Inghilterra col priore, e succede una sosta alla congiura: gesti del priore costà. — Favorito da Francesco I, ma poco accetto ad Enrico II, e perchè. — Lo pospone nel comando dell'armata ad altro capitano meno degno; non per questo si ribella, come il Doria, e perchè. — Lione Strozzi, priore di Capua come il padre suo Filippo, si giudica fosse ateo. — Il Carletto, tornato a Lucca, ferma una posta fra Lione Strozzi e Francesco Burlamacchi a Lucca; ma Lione balena; pure va a Venezia per aspettarlo. — Il Burlamacchi è eletto commissario delle milizie di montagna: quando queste milizie venissero instituite: reputazione di questo ufficio e vantaggi che porge ai disegni del Burlamacchi. — Va a mettere pace tra San Quirico e Castelvecchio, ma è pretesto; messa da banda la pace, schizza a Bologna: quivi lasciato il servo, va a Ferrara, dove conferisce co' riformati; poi s'incammina a Venezia dopo avere da capo lasciato il servo Bati a Francolino, ma poi ce lo raggiunge; motivi presunti onde così costumasseil Burlamacchi. — Quello che avvenisse a Venezia secondo che depose con giuramento in giudizio Bartolomeo da Pontito detto il Bati. — Differenza di forma e d'ingegno fra il Burlamacchi e lo Strozzi. — Conferenza fra questi due. — Il Burlamacchi espone a parte a parte l'ordine della congiura e il modo di riuscirvi: Lione approva, ma piglia tempo per la esecuzione della impresa; pericoli e vantaggi dello aspettare, e per converso dello affrettarsi. — Il Burlamacchi torna a Lucca, dove attende a confermare gli amici ed a crescere il numero dei suoi seguaci: esce degli anziani; subito dopo lo eleggono gonfaloniere con universale soddisfazione. — Manda più volte il Benedino a Venezia sotto pretesto di comprare tinte, per sollecitare lo Strozzi, che gingilla senza prendere nè lasciare.Per le cose fin qui discorse abbiamo fatto manifeste le cause e gli argomenti sopra i quali faceva capitale Francesco Burlamacchi per condurre a buon fine la disegnata impresa; onde ora si accorgeranno i lettori quanto ella fosse audacemente pensata e come potesse essere con ottimo consiglio eseguita. Adesso la iscrizione lapidaria corrosa dagli anni e dal malvolere degli uomini alterata è restituita nella sua prima lezione, sicchè ogni uomo può leggerla pel suo verso. Coloro che governarono la Toscana nel 1859 e negli anni seguenti eressero al Burlamacchi una statua; aríeno adoperato meglio se taluno fra essi ne avesse dettato la vita per rivendicarlo dalle infamie di storici venali; poi dopo, se pur volevano, inalzargli la statua; ma questa altri, non essi scolpirono, altri non essi pagarono, mentre la vita è mestieri concepire e dettare con la propria virtù. Ancora, senza odio come senza dispetto, è chiaro com'essi intendessero onorarsi coll'onorare un magnanimo chevolle l'Italia nostra potente e sgombra dagli stranieri, nè s'ingannarono; ma io pongo pegno che se ne sarebbero rimasti se avessero o creduto o saputo che Francesco nostro in questo era fermo, che verun reggimento si confacesse alla Italia dal repubblicano in fuori, e noi non avremmo salute mai se prima la nequissima potestà temporale dei sacerdoti non fosse per sempre abolita. A cotesti tempi siffatta sentenza correva fra gl'Italiani con la dignità di assioma: la insegnarono con gli scritti il Machiavello, e il Guicciardino; dopo trecento e qualche anno la sapienza dei padri diventò errore, lo ingegno follia, e ciò in grazia dei pleclari ingegni che la età nostra rendono lieta, anzi immortale.Vuolsi sopratutto ammirare nel Burlamacchi la prudenza; imperciocchè fin dove gli bastarono le forze, e glielo consentì la materia, egli non si servisse di anima viva; i discorsi che teneva alle brigate intorno alle austere gioie della libertà, al godimento che l'uomo sente in sè nel sagrificarsi per la patria, ed alla fama perpetua che prosegue gl'incliti gesti miravano a questo: se dal consenso ardente, e se dal fiammeggiare dello sguardo di taluno degli uditori, poteva comprendere che lo avesse acceso di affetto pari al suo, cercava accontarsi con quello, e scrutatolo fino dentro alle ossa, se lo provava quale se l'era promesso, lo metteva a parte della impresa: per ciò non si pensi che i suoi disegni palesasse interi, bensì quanto bastava a rovinare lui, non già la impresa e molto meno gli aderentisuoi. — Uno di quelli a cui fu mestieri aprirsi intero fu Sebastiano Carletti calzaiuolo, il quale da prima fu operaio nella bottega dei Burlamacchi e poi militò sopra le galere di Lione Strozzi priore di Capua, e tuttavia militava: dove avendo mostrato intendimento buono e valore non ordinario, era venuto in grazia del priore; da cui essendo sorto con la sua armata nel porto di Marsiglia per istanziarvi alcun tempo, ottenne il congedo di recarsi a Lucca: qui giunto, il Burlamacchi co' suoi trovati lo sperimentò, ed avendolo rinvenuto al caso oltre la speranza, deliberava scoprirsi a lui, e così fece. Bastiano, come quello a cui le ingiurie patite dal suo capitano più assai delle proprie cocevano, intendendo come la burrasca doveva innanzi tratto scaricarsi in Toscana e quivi schiantare la mala pianta della tirannide medicea, non è a dire se confermasse ne' suoi concetti il Burlamacchi, al quale si profferse di tornarsene tosto a Marsiglia per tenerne proposito col priore; a cui, egli affermava, non sarebbe parso vero di operare cosa che a un punto giovasse alla patria ed alla sua antica sete di vendetta soddisfacesse, o, come si dice, di pigliare due colombi ad una fava.L'altra persona alla quale il Burlamacchi si scoperse fu Cesare Benedino da Pietrasanta, che, dopo avere esercitato un tempo onorevolmente la milizia, pose stanza in Lucca, dove con molta lode e non poco profitto attendeva a tingere sete così greggie come lavorate; il quale mestiere in cotesta città, stante il grande commercio sericoche vi si faceva, non era mica giudicato vile, all'opposto di altissimo rilievo; ed essendo egli uomo bravo, e per la molta gente che teneva a salario non meno che per l'amorevolezza sua verso gli operai, assai lo seguitavano. Questo il Burlamacchi o con lettere da bruciarsi appena lette o con messaggi verbali spediva ora a Pisa, ora a Pescia o a Pistola, sovente a Firenze ed anco a Bologna e in altre parti di Lombardia: perchè quantunque il Benedino disagiato non fosse dei beni di fortuna, tuttavia il Burlamacchi non consentì mai che egli ci rimettesse del suo, e dai ricordi del tempo ricaviamo che ora di due e tale altra di tre scudi lo rimborsasse per le spese fatte nei frequenti viaggi, e così con maggiore larghezza di quella che la repubblica fiorentina costumasse con Nicolò Machiavello, al quale, sebbene inviato per suo oratore publico, pure ella lasciava penuriare per tre lire o quattro. Abbiamo altrove accennato, e qui ripetiamo, che il Burlamacchi, se non tracollò affatto, molto nocque alla sua sostanza a cagione delle molte spese incontrate a sostenere il suo disegno; e ciò serva di esempio ai nostri padri della patria, i quali non moverieno per la sua salute un dito, se prima non vengano assicurati di guadagnarsi il dieci per cento almeno. Chi fossero gli Strozzi e quali la indole e lo intento loro dicemmo: mutati i tempi, epperò mutati non già gli affetti, bensì i modi di significarli, di Strozzi adesso vediamo pieno Firenze; zelatori di tirannide sotto il velamedi libertà a patto di essere eglino stessi tiranni o, se tanto non lice, tiranni almeno di seconda mano per perseguitare, ma sopratutto per arraffare. Sventura grande pel Burlamacchi ch'egli avesse o reputasse avere mestieri di loro! Bastiano pertanto rompendo gl'indugi fu spedito a Marsiglia per conferire col priore e persuaderlo a volere mettersi dentro alla impresa coll'opera, col consiglio e co' danari: caso mai quegli assentisse, gliene porgesse avviso col mezzo di lettera la quale, fingendo versarsi intorno a negozi mercantili, così gli annunziasse: non posso tirarmi indietro da confessare il mio debito verso la vostra ragione, il quale somma a cento ducati, che mi obbligo satisfarvi insieme con gl'interessi dovuti a seconda che voi giudicherete onesto, mano a mano che mi capiterà un buono avviamento di poterlo fare. Però Bastiano comechè usasse diligenza, non trovava il priore a Marsiglia per essere egli partito per Parigi; colà lo raggiunse, ed appena lo ebbe tastato, trovò il terreno sollo per modo che non solo la vanga ci sarebbe entrata ma il manico; per la quale cosa avvisò, il Burlamacchi nella guisa fra loro concertata, onde questi aspettava il Carletti a gloria per precipitare il negozio, avendo egli considerato come delle congiure quelle che mirano a spegnere il tiranno o colui che si reputa tale riescano sempre, quante volte l'omicida non confidi il suo disegno ad anima viva e loco aspetti e tempo a vibrare il colpo: tuttavia se conseguono la strage dell'uomo aborrito,sovente l'uccisore rimane spento, nè da quel sangue germoglia sempre la libertà o perchè, accadendo il caso alla sprovvista, gli animi dei cittadini non si ordinarono ad approfittarsene, o perchè più spesso che non si pensa al tramonto della tirannide non segui l'aurora della libertà; le altre congiure poi (e non le laudabili) le quali si propongono a scopo mutare il governo per necessità bisogna palesare a molti, e ciò talvolta nuoce, tale altra no o poco: nuoce se la congiura deve condursi per sorpresa e quando la universalità dei cittadini ci repugni ovvero ci vada di male gambe; non nuoce o poco quando la imminente rivoluzione venga come sequela d'interessi che hanno mestieri di mutare, però che allora corra veracissima la sentenza la quale dice delle rivoluzioni succedere sempre quelle che sono presagite.Però il ritorno di Bastiano non fu sì presto come avrebbe voluto, e la cosa desiderava, imperciocchè se ne andasse col priore in Iscozia e in Inghilterra per mandato del re di Francia Enrico II, dove condusse a buon fine parecchie onorate imprese, fra le quali quella di espugnare il castello di Santo Andrea, e presivi gli omicidi del vescovo di Santo Andrea, tutti mise senza misericordia a morte. Di Scozia navigò su le coste di Francia per sovvenire alla fortuna di Bologna marittima che pericolava per lo assedio messoci dagl'Inglesi. Siffatto ritardo riuscì funesto ai disegni del Burlamacchi, perchè cotesto anno andò perduto, ed egli facesse capitale grandissimodel malcontento dei popoli a cagione della penuria del grano, di cui era stato infelice il raccolto in Toscana: sopra gli altri poi ne arrovellavano i Pisani un po' per la ruggine antica e più perchè il governo per provvedere Firenze aveva portato via da Pisa quanto grano trovava lasciandola nella estrema miseria; così si arrivò al nuovo raccolto, e la occasione andò perduta, nè dall'oceano Leone e il Carletti tornarono prima del decembre. Ignoro, e poco m'importa cercarne la ragione vera; fatto stà che il priore dopo cotesta impresa venne in iscrezio col re di Francia; gli scrittori del tempo affermano senz'altro come Lione Strozzi andasse meglio a genio di Francesco I perchè grave, circospetto, a moversi lento, tardo a parole, e Piero Strozzi garbasse di più ad Enrico, come quello che procedeva avventato, di mano pronto e di detti troppo più; taluno aggiunge che il re gli fece torto conferendo l'ufficio di capitano supremo del mare ad altra persona la quale non era reputata capace nè manco a reggergli il bacile quando si levava la barba; però lo lodano per essersi comportato in cotesto frangente con maggiore lealtà di Andrea Doria, perocchè non si ribellasse al suo re nè in veruna altra guisa gli nocesse, la quale cosa troppo bene egli avrebbe potuto fare sia pigliandogli alla sprovvista Marsiglia ovvero altra città di Provenza, sia rubandogli parte delle galere od anco legandosi coi corsari di Barberia per disertare le coste di Francia; mentre egli all'opposto, tolte seco duesole galere che erano sue, se n'andò a Malta per servire la cristianità contro i nemici della fede. Vero è però ch'egli lasciava la famiglia e la sostanza sue in Francia, nè possedeva forza di galee quanto il Doria da dargli balía di combattere solo; e per ultimo non era dietro il canto un imperatore il quale avesse fatto le larghe profferte che Carlo V fece al Doria; prima di attribuire un gesto alla virtuosa volontà dell'uomo tu scruta arguto quanta forza ebbe su lui la rancorosa impotenza. Gli antichi scrittori ci narrano altresì certa particolarità del suo ingegno la quale merita essere da noi notata, ed è, che egli sentisse meno che dirittamente delle cose di religione, non mica a modo dei luterani, bensì secondo la dottrina di suo padre Filippo, il quale apparteneva alla setta di coloro che l'anima col corpo morta fanno.Il Carletto di ritorno a Lucca si ristrinse col Burlamacchi, a cui disse da parte del priore che se a Francesco parea mille ore, a lui sembrava mille anni di mettere le mani in pasta per vendicare il sangue del padre; però desiderava udire dalla sua bocca a parte, a parte tutta la trama per poterla poi sovvenire con piena conoscenza di causa: quanto prima si sarebbe recato a Venezia; quivi gli darebbe la posta per conferire strettamente insieme. Per questo messaggio levato a nuove speranze il Burlamacchi più volte mandò il Carletto a sollecitare il priore, parendogli trovarsi su la brace; ma il priore, o sia che stesse ad uccellare gli eventi o sia che invista non trascurasse verun filo per dipanare la matassa ed in sostanza lo estimasse partito disperato, non ci andava di buone gambe; pure alla fine gli mandò a dire che nello aprile lo avrebbe aspettato a sua posta a Venezia.La fortuna, la quale si diletta a tirar su la gente per precipitarla da maggiore altezza, adesso favorisce il Burlamacchi appianandogli la via a farlo eleggere commissario delle milizie di montagna, le quali non furono punto ordinate in questa occasione, siccome presume il Leo nella storia degli Stati Italiani, bensì vennero instituite fino dal maggio del 1541. Questo ufficio conferiva al Burlamacchi molta autorità, e maggiore egli divisava pigliarsene; oltre questo vantaggio, egli ne traeva un altro forse più utile del primo, ed era stare, andare, inframmettersi nelle faccende altrui e farsi grazioso senza nè anco destare ombra di sospetto negli avversari suoi, però che il cittadino o buono o reo potrà piuttosto procedere innanzi al sole senza ombra che nella sua città senza emuli; nè egli era uomo da lasciarsi cascare di mano la occasione, anzi acciuffandola subito pei capelli, udendo come gli uomini di San Quirico avessero screzio con quelli di Castelvecchio, si palesò disposto a recarsi costà approfittandosi del senso di mansuetudine che ispira nell'animo di ogni cristiano la ricordanza della passione del Redentore, affinchè, messi giù gli odii e gli sdegni, si dessero la pace: di ciò molto i cittadini lo commendarono, molto più ch'egli per amor di Gesù Cristo renunziavaa fare la Pasqua a casa in mezzo alla famiglia, ch'era il suo cuore, per la quale cosa, avuto a sè Bartolomeo da Pontito soprannominato il Bati, o che egli fosse suo ordinario famiglio o che di lui si servisse quando andava attorno per negozi, lo condusse seco, e ciò fu il giorno del giovedì santo. A vero dire, non sembra ch'egli a procurare la pace si sbracciasse troppo, e s'intende, imperciocchè se le pratiche attecchivano, gli era mestieri trattenersi per condurle a conchiusione, e la sua mossa a San Quirico doveva essere pretesto, non fine de' suoi disegni: arrivato la mattina traccheggia fino a sera per adunare il Comune, il quale raccolto egli arringò come uomo cui non pareva vero lasciare il suo uditorio più incaponito di prima: questo poi gli venne agevolmente fatto, tirando la natura dei Lucchesi anzi che no al cocciuto; onde, dopo averlo ascoltato, con parlare succinto gli notificarono che se li magnifici Signori comandavano la pace, essi comechè ne fossero vaghi quanto il cane delle mazze, pure come figliuoli di obbedienza arieno chinato il capo; dove poi gli avessero lasciati liberi, allora preferivano perdere vacca e moglie, pecore e figliuoli piuttostochè porre giù l'odio contro i Castelvecchiesi. Ottenuta questa risposta, ebbe a sè il famiglio ordinandogli mettere in sesto le cavalcature. «O non sarebbe meglio, notava il Bati, che noi ci fermassimo fino tutto domani per tentare nuove vie di conciliazione? io ne ho visto rabberciare ai miei dì delle più scassinate di queste.»No, no, risposegli il Burlamacchi, con cotesta gente gli è lo stesso che camminare per rena; io li trovo tuttavia acerbi; lasciamoli maturare un altro micolino al sole.Montati a cavallo, il Bati, che precedeva Francesco, si volse dal lato di Lucca, pur pensando avere a tornarsene a casa, ma il Burlamacchi, fermato per un braccio il famiglio, gli susurrò nell'orecchio: «Non è costinci che tu hai a passare» «O, signore, da dove avremo a passare, noi? Da questa in fuori io non ci conosco altra via.» «Per Lucca, sì, ma tu hai da ire a Bologna.» «A Bologna?» «Sì, e forse un poco più in su: tanto a casa a fare la Pasqua non mi aspettano, ed io mi sono deliberato di recarmi fino a Ferrara per passarmela con la mia sorella.» E il Bati a lui: «Andiamo pure nel nome di Dio.» Misersi pertanto senza indugio in cammino e furono il venerdì sera a Vergato; il sabbato mattina desinarono al Sasso, dove chiamato a sè il Bati gli disse; «Santi Bati, a me occorre essere ad ogni modo stasera in Ferrara. Fa' una cosa: tu verrai a bell'agio; procurami intanto una cavalcatura fresca, chè io m'ingegnerò di mandare a compimento il mio desiderio.» E come disse fece: perchè così sollecito e prima del Bati intendesse arrivare a Ferrara non è ben chiaro, tuttavia si comprende che egli precorresse il famiglio per conferire co' riformati di Ferrara fuori della presenza, anzi senza la saputa di lui; imperciocchè bisognasse camminare guardinghi, non già perchèallora i professanti le dottrine luterane corressero pericolo in Ferrara o ne corressero troppo, ma sì perchè veruno pigliasse sospetto del fatto loro. Di vero Bati, che la notte precedente aveva pernottato in San Piero a Casale, quando la mattina di Pasqua giunto in Ferrara se recò a cercare Francesco nella casa del cognato di lui Giovambattista Lamberti, trovò che si n'erano iti a messa, dov'egli pure andando, ritrovollo in chiesa: di ritorno a casa assai lietamente desinarono, insieme trattenendosi in ragionamenti di negozi, massime sete; però il Bati tenne per fermo che fra due giorni, al più tre, arieno insieme ripreso il cammino verso casa; e s'ingannava, che Francesco, mentr'egli stava per mettersi in letto, nel dargli la buona notte, alzato il dito così gli favellò: «Bati, prima che sia giorno procura di trovarti in piè e di andare per una carretta la quale ci conduca con meno disagio e con più prestezza che sia possibile a Francolino. — A Francolino? disse Bati, e che andremo noi a pescare fino costassù? — Ci si lavorano sete, e ti so dire delle buone; il mio cognato non può allontanarsi dal fondaco; e siccome facciamo a mezzo, vado per lui a vedere se ci sia verso d'incettare i bozzoli.»E via a Francolino: arrivano, smontano allo albergo, dove Francesco lascia Bati e se ne va fuori in traccia, com'ei diceva, di setaioli e marruffini; nè stette molto che, tornato a casa tutto cruccioso, imprecava la sua mala ventura, la quale non gli faceva trovare le persone desiderateda lui, come quelle che si erano condotte al mercato di Venezia, conchiudendo così: «Ormai che mi trovo dentro, non mi fie grave di spingermi fin là al ballo; che ne di' Bati? Già come si va a Roma per Ravenna, così si può arrivare a Lucca per Venezia; andiamo pure.»Montati in barca, vogando di lena il martedì dopo Pasqua scesero a Chioggia, dove Francesco, senza perdere tempo, noleggiata una gondola, saltò in quella ordinando: «A Venezia, e di voga arrancata, chè non mancherà la mancia.» E a Bati che del pari stava per buttarsi giù disse: «No, tu statti e vientene a bell'agio su qualche barca di pescatori. — Ma dove vi troverò io? — Va franco, io farò in modo di trovare te; non dubitare.» E sì dicendo si partì da lui. Adoperando in questa guisa parmi manifesto che il Burlamacchi studiasse di tenere celate le sue pratiche al famiglio, onde non mettere, in caso di sinistro, a repentaglio tanti Lucchesi co' quali aveva a conferire, per avventura noti al Bati; ed in fatti, quando le cose volsero al peggio, egli non ressa alla paura della corda, però, interrogato appena, svesciava quanto aveva in corpo forse con qualche giunterella di suo, sicchè ne andavano a cagione delle sue accuse per le rotte, oltre a Bastiano Carletti, Giuliano Marescalco e ser Nicolò Vanni; degli altri non seppe indicare il nome, nonostante, avvertendo essere di quelli che, sotto colore di pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto,si era spinto fino a Venezia. Bati narra che egli arrivò a Venezia il giorno dopo su le diciannove ore, non sapendo a qual santo votarsi, quando di un tratto gli fu addosso Francesco alle colonne di San Marco dicendogli: «Qui ti aspettava.» Ordinatogli poi gli tenesse dietro, fecero ricapito nella casa del gondoliero che aveva menato Francesco, e quivi ebbero buona stanza, buon letto e meglio cena. Che tramestasse durante il giorno il suo padrone, il Bati non seppe dire, e la notte nè manco; solo ricordava che la notte precedente al dì della loro partenza, dopo avere cenato in casa all'ospite insieme a Bastiano Carletti, questi uscì fuori e passato qualche tratto di tempo tornò dicendo a Francesco che potevano andare; per la quale cosa se ne partirono, però innanzi di passare la soglia Francesco voltatosi addietro lo avvertiva: «Rimanti qui ad aspettarmi, chè tanto fuori di te non ci sarà bisogno.» Rimasto solo, egli si addormentò appoggiando il capo sopra la tavola su la quale aveva cenato: verso mezzanotte gli ruppero il sonno dalla testa due uomini che entrarono nella stanza, uno dei quali teneva un lume in mano; lo riconobbe tosto pel Carletti; l'altro era Francesco, che torbo in sembiante gli disse: «Tu hai fatto un sonno; or va a finirlo a letto.» E Bastiano, messo in casa Francesco, si partì da lui senz'altre parole che con unbuona notte.Noi sappiamo per filo e per segno ciò che il Burlamacchi in cotesta notte disse e fece, nona modo dei tragedi e dei novellieri, bensì di certa scienza, ricavandolo nella massima parte dai suoi interrogatorii.Francesco Burlamacchi e il priore Lione Strozzi in luogo appartato incontraronsi per concertarsi sul modo di mandare a compimento il disegno dal primo proposto al secondo. Era il Burlamacchi di membra ottimamente formato, ma scarso anzichè no, tuttavolta destro e pazientissimo alla fatica; sbarbato, rasi i capelli, nelle vesti semplice; arguto nel volto, arguto nel dire, parlava lento, preciso come uomo che dimostri un teorema di matematica; l'altro all'opposto, di lato petto e di potenti spalle, barbuto e chiomato; nella faccia, pel collo e per le mani di quel colore di rame che il sole ardente e l'esalazioni saline partecipano ai marinari; breve il dire e concitato come uomo assueto al comando; facile alla ira, gagliardo sì ma soverchio nelle manifestazioni della sua gagliardia: insomma il primo dava più che non prometteva, alla rovescia il secondo; perchè quanto si sparnazza nella esagerazione si sottrae alla sostanza delle cose.Pertanto il Burlamacchi gli espose il suo concetto essere liberare la Italia da' suoi trenta tiranni e dal tiranno peggiore di tutti gli altri posti in mazzo, il papa; non mica in odio al cattolicesimo da lui aborrito, ma che per ciò non intendeva perseguitare, vincendosi la coscienza degli uomini per via di persuasione, non già con la soperchieria. In lui agitarsi unico ilsenso di carità patria; mentre due erano certo i furori che spingevano l'animo del prode priore, amor di patria e il grido del sangue paterno tuttavia invendicato. Sopra una cosa però bisognava andar chiari, la quale consisteva in questo, che egli non avrebbe dato nè ricevuto aiuto per istituire una monarchia; l'Italia nata per le repubbliche, vuoi democratiche, vuoi oligarchiche o vuoi aristocratiche, difettose tutte, non però quanto la monarchia, e quelle per vizio di uomini piuttostochè per vizio d'instituto, questa per vizio d'instituto anzichè di uomo, essendo cosa veramente lesiva alla dignità della cittadinanza consegnare cuore e cervello in mano ad una dinastia di padre in figlioper omnia sæcula sæculorum amen, nel concetto che se uno è buono, l'altro a prova sarà trovato meglio: chè se la monarchia vorrai ridurre a temperata, ella si assottiglierà a giungere per via di corruzione là dove trova ostacolo per arrivare con la violenza, ed è peggio perchè questa ti cresce l'odio e coll'odio ti mantiene la facoltà di possibile vendetta, mentre quella ti castra come un pecoro, che lecca la mano a cui gli taglia la gola; onde delle due tirannidi, cioè la netta e l'annacquata, la rigida e la mansueta, scegli quella tutta di un pezzo; imperciocchè nelle tirannidi violenta, spento il tiranno, le più volte ti rivendichi in libertà, nelle astute, se ammazzi il tiranno, sopravvive la servitù. Repugnare poi alla composizione di una sola e grande repubblica in Italia come quella che, divisa e durataper secoli con istituti, voglie, intenti, commerci, in fine con tutto quanto forma la trama del vivere civile se non contrario, almeno diversissimo, non si sarebbe potuto ordinare in modo uniforme: secondo lui, avrebbe dovuto costituirsi in federazione di repubbliche, debole stato in vero, di faccia ai potentissimi che si erano formati o stavano per formarsi a canto alla Italia, dove non si fosse rinvenuto un ordine di governo il quale, lasciando alle singole repubbliche facoltà e modo di reggersi liberissime su certi conti, per altri poi le stringesse in vincolo siffattamente poderoso che dentro paressero molte e fuori una sola; nè lo ingegno italiano comparire fin lì impoverito tanto da non sapere immaginare di simili arti di stato. — Lione, ch'era prete, anzi frate, dacchè l'ordine dei cavalieri di Rodi, al quale egli come priore di Capua apparteneva, si considerasse monastico, rispose che quanto a papa ei se ne curava come della prima palla che gli passò vicino al naso; lo lasciasse con ambedue le potestà spirituale e temporale, ovvero gliele togliesse, a lui non premere nulla: rispetto al governo da darsi all'Italia pensava non dipendere da loro, nè per ora potere presagire come sarebbero rimaste le faccende e lo stato degli animi adatti a sostenere un reggimento piuttostochè un altro: sembrargli strana la fantasia di taluni che si professano sviscerati della libertà e poi anticipatamente fermano tra loro la forma di governo che intendono impartire al popolo; e non capiscono che libertà costrettae tirannide sopportata arieggiano così che paiono sorelle nate ad un parto: quanto a lui però repubblica o monarchia, una sola repubblica ovvero parecchie non premergli affatto; questo altro poi importargli, vendicare il sangue del padre e costituire l'Italia in istato da sostenere l'urto di Francia e di Lamagna: avrebbe inteso volentieri come questo si potesse conseguire e qual parte ci avesse egli a pigliare.Allora Francesco Burlamacchi peculiarmente gli favellò dello stato non pure d'Italia, bensì della Europa con assai più di acconciatezza che io non abbia saputo fare in questo libro, di che assai si maravigliò il priore, conoscendo a prova quale e quanta fosse la sagacia di lui; e poichè, concordando nei generali su quello che gli era andato esponendo, desiderò conoscere nei particolari il modo di ridurre in atto il disegno, quegli rispose: — «Anco qui l'obietto è doppio, in casa e fuori; in casa penso io ad appiccare fuoco alla girandola, fuori dovete pensare voi prima, ed un poco io. Il modo di riuscire in casa, uditelo, è questo: voi avete a sapere come io sia Commissario delle Ordinanze delle battaglie di Montagna; quantunque io abbia dalla primissima età esercitato in patria con diligenza ed amore parecchie magistrature, altra mira io non ebbi eccetto quella d'impadronirmi di cotesto arnese; nè mi fu avversa la fortuna, chè Giovambattista Boccella anziano e comandante generale, avendomi messo fede, tolse sopra di sè di farne la propostain consiglio e spuntarla, come di vero accadde. Creato commissario, mi applicai con tutti i nervi a prevalere su gli altri e mercè di non piccolo sforzo ne venni a capo, imperciocchè a loro preme buscare la paga e scansare la fatica; però io governo a mio talento a un bel circa sei mila soldati, buona e cappata gente; a Borgo a Mozzano ne stanziano 1400; al ponte a Moriano 200, altrettanti a Colle e al Ponte di San Pietro; altre altrove. Ora Lucca nella massima parte è disposta a seguirmi; all'altra parte non manca volontà ma coraggio; ma forse anco la prima, se non riesco, mi si volterà contro: le sono cose note, la fortuna lega e scioglie. Amici fidati si accontano meco per tutta Italia, precipuamente a Pescia, Pistoia, Prato, Barga e Pisa: nè mancano a Firenze: i fuorusciti Sanesi non hanno mestieri eccitamenti, pure io mi studio a fare sì che non assonnino, tenendoli sempre agitati fra la speranza e il timore; taccio di Perugia, di Bologna e, che più? di Roma. Il mio disegno semplicissimo è questo: sul finire di aprile o sul principio di maggio, e così mentre il malcontento dei popoli dura a cagione della carestia del grano, la quale non può essere anco lenita dalla nuova raccolta, sotto pretesto di rassegna mi riconsiglio radunare tutte le ordinanze sul prato grande che giace fra le mura di Lucca e Sant'Anna, pigliarne il comando e indirizzarlo dove io intendo.....»Qui lo interruppe Lione dicendo: «Ma, se non erro, i commissari di queste ordinanze sono parecchi: o come potrete voi comandarle tutte?»«Veramente sono tre, ed havvi eziandio il comandante maggiore Boccella ch'io vi ho detto: ma ciò non rileva; già vi affermai ed ora vi ripeto che gli altri commissari assai deferiscono a me, pure ciò metto da parte; io procurerò che le ordinanze tardino a venire, sicchè la rassegna non si faccia che la sera verso il calare del sole; poi tanto le tratterrò sul prato che, venuta l'ora del chiudere le porte, gli altri commissari, smaniosi di tornarsene a casa per cavare la moglie di pena, se ne vadano pei fatti loro e mi lascino solo.»«Bene sta, soggiunse Lione; ma come vi ripromettete che vi seguitino le ordinanze? Le poneste a parte del disegno, ovvero lo ignorano?»«Ignari tutti, e non vi ha alcuno che non lo sappia; conosco gli animi e le voglie loro, essi i miei, senza parlare c'intendemmo; taluno poi dei caporali saprà quanto occorre a suo tempo: per ora giova che sia così. Ad ogni modo, scesa la notte, io darò loro ad intendere, ed essi ci crederanno o fingeranno crederci, di condurli alla mia villa di Santa Maria in Colle, ma intanto che saremo in cammino mi farò arrivare un cavallaro della Signoria apportatore di lettere che comandino ai commissari andarsene subito subito con tutte le milizie a guardare i confini a cagione diminacciate scorrerie dei soldati del duca Cosimo dal lato di Pisa: a questo modo confido condurre la gente senza intoppo di sorte sul monte San Giuliano, al tutto sprovvisto di presidio; potrei passare anco da Ripafratta, anch'ella indifesa; tuttavia qualche soldato a guardia ci hanno pure messo, ed io intendo arrivare a Pisa inaspettato: nondimanco avrei eziandio provveduto che il colonnello di Camaiore con la sua ordinanza si aprossimasse al monte Quiesa, e quinci costà a monte prendesse la via di Pisa per farci la massa della gente onde volgermi grosso a Firenze quanto più mi verrebbe fatto.»«A Pisa voi non potrete giungere che a notte avanzata: come farete a penetrarvi? forse come Arato vi provvederete di scale?»«Non ce ne ha mestieri, avendo io notato come a Pisa non si costumi a modo di Lucca, voglio dire che le chiavi delle porte si consegnino tutte le sere alla Signoria, e fino alla mattina a giorno non si aprono: costà si lasciano le chiavi in mano ai gabellieri, i quali, quando arriva qualche gentiluomo in posta e chiede essere intromesso, gli aprono senza difficoltà. A voi, uomo uso agli sbaragli, mi passo dire il restante; i gabellieri non resistono, andiamo oltre; si oppongono, disperdonsi; scorrendo la città si chiama il popolo col vetusto grido che fece e confido farà palpitare Pisa come se fosse tutta di carne ed avesse un cuore: — Popolo, popolo e libertà! — Nonsorgerà inaspettato, io ve lo giuro, nè desterà verun Pisano dal sonno, chè tutti lo attenderanno a gloria....« — E la cittadella?« — Alla cittadella, rispose il Burlamacchi abbassando la voce, adesso[21]è preposto Vicenzio del Poggio di nazione lucchese e mio devoto; dove mai ne fosse rimosso, poco preme, scarsissimo è il presidio, e il nostro moto deve subito dilatarsi a mo' di polvere cacciata dal vento pei campi aperti; lasciativi in questo caso un trecento soldati dattorno, con gli altri mi avaccerò per Firenze, dove spero entrare senza colpo ferire perchè il duca preso alla sprovvista si troverà povero di partiti, la gente levata a smania di libertà, il tiranno traballante in casa, fuori minacciato di essere chiuso dal contado in arme, i nemici sul collo e armati di ferro e di furore, gli amici lontani; se mai gli metteremo le mani addosso....« — Lo consegnerete a me....?« — Lo consegneremo a voi. —« — Ma e noi come potremo sovvenire la impresa?« — In molte maniere: primieramente apparecchiando le vostre galere e sorgendo con gente da sbarco la foce dell'Arno per gettarla a terra al primo annunzio del successo rivolgimento: anco potreste levar gente in Pontremolie in Garfagnana, e di questa pigliare il comando lo strenuissimo messer Piero; io procurerò gli si aggiungessero le bande della montagna di Pistoia, ed anco gli cedo di grato animo il comando delle mie. — Mi hanno altresì informato che messer Ieronimo Pepoli, il quale adesso milita come capitano generale dei Veneziani, uomo di molto seguito su la montagna bolognese, potrebbe tornarci di grandissimo sussidio dove noi sapessimo tirarlo dalla nostra.»« — A questo non bisogna pensare nè manco», rispose acerbo Lione, sicchè il Burlamacchi, senza poterne penetrare le cause, si accorse che aveva messo un dito dove gli doleva; però riprese:«Un'armata francese in qualche porto del Sienese sarebbe la mano di Dio....« — Dei Francesi non bisogna fare capitale; essi non si movono mai se pure non abbiano il guadagno in mano o il malanno sul collo.»« — Pazienza, faremo da noi: però importa che voi mi forniate di danaro; non troppo, ma pure non soverchio per me che ho da spartire con cinque fratelli e fin qui ho speso sempre del mio: basterà un quattordici o un quindicimila ducati.»« — Questi non mancheranno, ma per voi quale premio vi serbate?»« — Io? La coscienza di fare opera buona in pro' della patria e della libertà: la fama che mai non si scompagna dalle onorate imprese,sia che la fortuna le avversi, o discorde da sè le secondi.» E alzati gli occhi, gli ficcò in quelli di Lione; entrambi gli sguardi s'incontrarono così vibrati che, se fossero stati ferri, avrieno mandato faville.« — Messere Francesco, Dio vi aiuti come siete un'anima romana per miracolo rimasta sopra la terra: or ditemi e quando avvisereste di mettere mano alla impresa?»« — Più presto che faremo, e più avremo venture a pro' nostro. Vi toccai della diffalta dei grani, la quale, oltre al malcontento che genera nei popoli, impedisce si approvvisionino le piazze; e poi corriamo un'altro pericolo, ed è che siccome i cittadini si succedono nella nostra repubblica agli uffici con vicenda brevissima, così io posso sortire anziano per due mesi ed allora cesso di esercitare durante cotesto tempo il commessariato delle milizie, chè i due carichi vietasi cumulare; ancora, senza presumere soverchio di me, potrebbe accadere che mi eleggessero gonfaloniere, chè allora lo stroppio si faria maggiore, avvegnachè al supremo magistrato non sia concesso finchè dura in carica uscire di palazzo: non vi assicuro che ciò non avvenga, ma questo allora non accade senza pericolo e sempre con difficoltà grandissima. Degli altri pericoli non tocco: quanto a me ormai ho messo a repentaglio la vita, ma voi prudente conoscete quanto sia funesto protrarre di simile ragione imprese: a maggio fioriscono le rose, a maggio torni a germogliare la libertà della patria.»A Lione parve, e veramente era, troppo breve il tempo, conciossiachè fosse di mestieri apparecchiare i danari, che si prevedeva non dovere essere pochi, avendosi, oltre quelli domandati dal Burlamacchi, a provvedere per le galee del priore, per le bande che avrebbe messo insieme, per le armi, per le munizioni e per le altre necessità tutte che si tirano dietro faccende di tal sorte. Non potere egli fratello cadetto imbarcare casa sua in ventura tanto zarosa, senza prima farne motto a Piero, il quale per essere maggiore, e per altri rispetti bisognava consultare.Più che tutto poi gli faceva forza il pensiero che adesso non si verificasse il dettato che il pericolo sta nello indugio; perchè ormai l'elettore di Sassonia essendo vicino ad ingaggiare battaglia con Carlo imperatore, per quanto era dato supporre, lo avrebbe vinto, conducendo egli, secondochè porgeva la fama, niente meno che ottantamila fanti e diecimila cavalli: se questo presagio si avverava, a parere suo si sarebbe di molto agevolata la impresa e vinta quasi a man salva. Al contrario il Burlamacchi osservava: «Io per me credo all'opposto, e, se non vi tedia, vi chiarisco in breve delle ragioni della mia sentenza: delle due cose l'una, o lo imperatore vince, ovvero perde: se vince, di siffatto negozio non è più a parlarne; neppure se perde, non per questo andrà in pezzi lo impero e molto meno casa d'Austria; subentrerà alla guerra grossa la guerra varia, moltiplice,minuta, nella quale i soldati italiani, massime ausiliari, non saranno adatti nè desiderati; però i superstiti torneranno in Italia, dove, comechè stremati, pure si troveranno bastanti a presidiare le città che adesso ne sono sprovviste; onde a noi la impresa riuscirà più difficile e certo non senza molto sangue, che adesso si potrebbe risparmiare.»Lione se rimanesse o no persuaso ignoriamo, questo altro sappiamo, ch'egli confermò lì su due piedi mancargli denari e le altre provvisioni di cui già aveva toccato: il Burlamacchi tornasse a Lucca a studiare il buono esito del movimento; dall'altra parte egli Lione non si sarebbe rimasto di affaticarsi notte e giorno perchè ogni cosa andasse presto e bene. Su questo lasciaronsi dopo reiterate salutazioni ed augurii buoni. Lione rimase maravigliato della virtù e della sagacia dell'uomo, dicendo poi che ad emulare ed anco vincere gli antichi personaggi a lui non era mancato che la fortuna. Tornato a Lucca senza dare ombra della sua andata a Venezia, con la consueta cautela gli antichi amici confermò, altri si mise intorno a cercarne, non solo in Lucca, bensì fuori nelle città toscane, massime a Firenze; se non che, mentre si affatica nel suo intento, ecco la fortuna tirare lui repugnante in su per farlo cascare di più alto; quello che presagiva avvenne; pel luglio e per lo agosto del 1546 fu tratto dei Signori e indi a breve, morto prima di entrare in ufficio Baldassare Montecatino, con universale soddisfazione lo elesserogonfaloniere: pareva che questo ufficio dovesse agevolargli il disegno, ed invece fu causa della sua ruina; e in breve dirò il come. Intanto, considerando com'egli solo non potesse fare e che chi ha tempo non aspetti tempo, con lettere e con messaggi serpentava Lione a Venezia a battere il ferro caldo: non essere mestieri tanti ammanimenti, chè il danno dello indugio non compensava il vantaggio delle forze maggiori, le quali si avrieno potuto raccogliere; e perchè qualcheduno gli stesse d'intorno a non lasciarlo assonnare, ci mandò Cesare Benedino dandogli una cambiale tratta sopra Lione di scudi centocinquanta, che gli venne senza eccezione debitamente estinta: al suo ritorno interrogato che cosa fosse ito a fare a Venezia e perchè tanto ci si fosse trattenuto, rispose essere andato per provviste di tinte, di cui è copia in cotesto mercato per venirci da tutte le parti di levante. Però anche questi nuovi eccitamenti non approdarono a nulla, dacchè il priore, o per volontà propria o per commissione altrui, girava nel manico, ponendo innanzi per procrastinare ora questo ed ora quell'altro pretesto.
I moderati del 1859 erigono al Burlamacchi una statua, ma non ne dettano la vita, e perchè. — Concetto del Burlamacchi repubblicano e avverso al potere temporale. — Sua prudenza ed arti adoperate a procacciarsi compagni nella impresa. Sebastiano Carletti chi fosse; prima operaio nel fondaco Burlamacchi, poi soldato sopra le galere di Lione Strozzi; viene a Lucca, va a Marsiglia per tirare lo Strozzi nella congiura. — Cesare Benedino è messo a parte della impresa: chi fosse; come lo adoperasse il Burlamacchi, che lo tratta più largamente di quello che la Repubblica fiorentina non trattasse il Machiavelli. — Generosità del Burlamacchi. — Gli Strozzi e l'indole loro; Bastiano Carletti va a Marsiglia per conferire col priore; non ce lo trovando, lo raggiunge a Parigi. — Ragioni diverse delle congiure. — Bastiano va in Iscozia ed in Inghilterra col priore, e succede una sosta alla congiura: gesti del priore costà. — Favorito da Francesco I, ma poco accetto ad Enrico II, e perchè. — Lo pospone nel comando dell'armata ad altro capitano meno degno; non per questo si ribella, come il Doria, e perchè. — Lione Strozzi, priore di Capua come il padre suo Filippo, si giudica fosse ateo. — Il Carletto, tornato a Lucca, ferma una posta fra Lione Strozzi e Francesco Burlamacchi a Lucca; ma Lione balena; pure va a Venezia per aspettarlo. — Il Burlamacchi è eletto commissario delle milizie di montagna: quando queste milizie venissero instituite: reputazione di questo ufficio e vantaggi che porge ai disegni del Burlamacchi. — Va a mettere pace tra San Quirico e Castelvecchio, ma è pretesto; messa da banda la pace, schizza a Bologna: quivi lasciato il servo, va a Ferrara, dove conferisce co' riformati; poi s'incammina a Venezia dopo avere da capo lasciato il servo Bati a Francolino, ma poi ce lo raggiunge; motivi presunti onde così costumasseil Burlamacchi. — Quello che avvenisse a Venezia secondo che depose con giuramento in giudizio Bartolomeo da Pontito detto il Bati. — Differenza di forma e d'ingegno fra il Burlamacchi e lo Strozzi. — Conferenza fra questi due. — Il Burlamacchi espone a parte a parte l'ordine della congiura e il modo di riuscirvi: Lione approva, ma piglia tempo per la esecuzione della impresa; pericoli e vantaggi dello aspettare, e per converso dello affrettarsi. — Il Burlamacchi torna a Lucca, dove attende a confermare gli amici ed a crescere il numero dei suoi seguaci: esce degli anziani; subito dopo lo eleggono gonfaloniere con universale soddisfazione. — Manda più volte il Benedino a Venezia sotto pretesto di comprare tinte, per sollecitare lo Strozzi, che gingilla senza prendere nè lasciare.
I moderati del 1859 erigono al Burlamacchi una statua, ma non ne dettano la vita, e perchè. — Concetto del Burlamacchi repubblicano e avverso al potere temporale. — Sua prudenza ed arti adoperate a procacciarsi compagni nella impresa. Sebastiano Carletti chi fosse; prima operaio nel fondaco Burlamacchi, poi soldato sopra le galere di Lione Strozzi; viene a Lucca, va a Marsiglia per tirare lo Strozzi nella congiura. — Cesare Benedino è messo a parte della impresa: chi fosse; come lo adoperasse il Burlamacchi, che lo tratta più largamente di quello che la Repubblica fiorentina non trattasse il Machiavelli. — Generosità del Burlamacchi. — Gli Strozzi e l'indole loro; Bastiano Carletti va a Marsiglia per conferire col priore; non ce lo trovando, lo raggiunge a Parigi. — Ragioni diverse delle congiure. — Bastiano va in Iscozia ed in Inghilterra col priore, e succede una sosta alla congiura: gesti del priore costà. — Favorito da Francesco I, ma poco accetto ad Enrico II, e perchè. — Lo pospone nel comando dell'armata ad altro capitano meno degno; non per questo si ribella, come il Doria, e perchè. — Lione Strozzi, priore di Capua come il padre suo Filippo, si giudica fosse ateo. — Il Carletto, tornato a Lucca, ferma una posta fra Lione Strozzi e Francesco Burlamacchi a Lucca; ma Lione balena; pure va a Venezia per aspettarlo. — Il Burlamacchi è eletto commissario delle milizie di montagna: quando queste milizie venissero instituite: reputazione di questo ufficio e vantaggi che porge ai disegni del Burlamacchi. — Va a mettere pace tra San Quirico e Castelvecchio, ma è pretesto; messa da banda la pace, schizza a Bologna: quivi lasciato il servo, va a Ferrara, dove conferisce co' riformati; poi s'incammina a Venezia dopo avere da capo lasciato il servo Bati a Francolino, ma poi ce lo raggiunge; motivi presunti onde così costumasseil Burlamacchi. — Quello che avvenisse a Venezia secondo che depose con giuramento in giudizio Bartolomeo da Pontito detto il Bati. — Differenza di forma e d'ingegno fra il Burlamacchi e lo Strozzi. — Conferenza fra questi due. — Il Burlamacchi espone a parte a parte l'ordine della congiura e il modo di riuscirvi: Lione approva, ma piglia tempo per la esecuzione della impresa; pericoli e vantaggi dello aspettare, e per converso dello affrettarsi. — Il Burlamacchi torna a Lucca, dove attende a confermare gli amici ed a crescere il numero dei suoi seguaci: esce degli anziani; subito dopo lo eleggono gonfaloniere con universale soddisfazione. — Manda più volte il Benedino a Venezia sotto pretesto di comprare tinte, per sollecitare lo Strozzi, che gingilla senza prendere nè lasciare.
Per le cose fin qui discorse abbiamo fatto manifeste le cause e gli argomenti sopra i quali faceva capitale Francesco Burlamacchi per condurre a buon fine la disegnata impresa; onde ora si accorgeranno i lettori quanto ella fosse audacemente pensata e come potesse essere con ottimo consiglio eseguita. Adesso la iscrizione lapidaria corrosa dagli anni e dal malvolere degli uomini alterata è restituita nella sua prima lezione, sicchè ogni uomo può leggerla pel suo verso. Coloro che governarono la Toscana nel 1859 e negli anni seguenti eressero al Burlamacchi una statua; aríeno adoperato meglio se taluno fra essi ne avesse dettato la vita per rivendicarlo dalle infamie di storici venali; poi dopo, se pur volevano, inalzargli la statua; ma questa altri, non essi scolpirono, altri non essi pagarono, mentre la vita è mestieri concepire e dettare con la propria virtù. Ancora, senza odio come senza dispetto, è chiaro com'essi intendessero onorarsi coll'onorare un magnanimo chevolle l'Italia nostra potente e sgombra dagli stranieri, nè s'ingannarono; ma io pongo pegno che se ne sarebbero rimasti se avessero o creduto o saputo che Francesco nostro in questo era fermo, che verun reggimento si confacesse alla Italia dal repubblicano in fuori, e noi non avremmo salute mai se prima la nequissima potestà temporale dei sacerdoti non fosse per sempre abolita. A cotesti tempi siffatta sentenza correva fra gl'Italiani con la dignità di assioma: la insegnarono con gli scritti il Machiavello, e il Guicciardino; dopo trecento e qualche anno la sapienza dei padri diventò errore, lo ingegno follia, e ciò in grazia dei pleclari ingegni che la età nostra rendono lieta, anzi immortale.
Vuolsi sopratutto ammirare nel Burlamacchi la prudenza; imperciocchè fin dove gli bastarono le forze, e glielo consentì la materia, egli non si servisse di anima viva; i discorsi che teneva alle brigate intorno alle austere gioie della libertà, al godimento che l'uomo sente in sè nel sagrificarsi per la patria, ed alla fama perpetua che prosegue gl'incliti gesti miravano a questo: se dal consenso ardente, e se dal fiammeggiare dello sguardo di taluno degli uditori, poteva comprendere che lo avesse acceso di affetto pari al suo, cercava accontarsi con quello, e scrutatolo fino dentro alle ossa, se lo provava quale se l'era promesso, lo metteva a parte della impresa: per ciò non si pensi che i suoi disegni palesasse interi, bensì quanto bastava a rovinare lui, non già la impresa e molto meno gli aderentisuoi. — Uno di quelli a cui fu mestieri aprirsi intero fu Sebastiano Carletti calzaiuolo, il quale da prima fu operaio nella bottega dei Burlamacchi e poi militò sopra le galere di Lione Strozzi priore di Capua, e tuttavia militava: dove avendo mostrato intendimento buono e valore non ordinario, era venuto in grazia del priore; da cui essendo sorto con la sua armata nel porto di Marsiglia per istanziarvi alcun tempo, ottenne il congedo di recarsi a Lucca: qui giunto, il Burlamacchi co' suoi trovati lo sperimentò, ed avendolo rinvenuto al caso oltre la speranza, deliberava scoprirsi a lui, e così fece. Bastiano, come quello a cui le ingiurie patite dal suo capitano più assai delle proprie cocevano, intendendo come la burrasca doveva innanzi tratto scaricarsi in Toscana e quivi schiantare la mala pianta della tirannide medicea, non è a dire se confermasse ne' suoi concetti il Burlamacchi, al quale si profferse di tornarsene tosto a Marsiglia per tenerne proposito col priore; a cui, egli affermava, non sarebbe parso vero di operare cosa che a un punto giovasse alla patria ed alla sua antica sete di vendetta soddisfacesse, o, come si dice, di pigliare due colombi ad una fava.
L'altra persona alla quale il Burlamacchi si scoperse fu Cesare Benedino da Pietrasanta, che, dopo avere esercitato un tempo onorevolmente la milizia, pose stanza in Lucca, dove con molta lode e non poco profitto attendeva a tingere sete così greggie come lavorate; il quale mestiere in cotesta città, stante il grande commercio sericoche vi si faceva, non era mica giudicato vile, all'opposto di altissimo rilievo; ed essendo egli uomo bravo, e per la molta gente che teneva a salario non meno che per l'amorevolezza sua verso gli operai, assai lo seguitavano. Questo il Burlamacchi o con lettere da bruciarsi appena lette o con messaggi verbali spediva ora a Pisa, ora a Pescia o a Pistola, sovente a Firenze ed anco a Bologna e in altre parti di Lombardia: perchè quantunque il Benedino disagiato non fosse dei beni di fortuna, tuttavia il Burlamacchi non consentì mai che egli ci rimettesse del suo, e dai ricordi del tempo ricaviamo che ora di due e tale altra di tre scudi lo rimborsasse per le spese fatte nei frequenti viaggi, e così con maggiore larghezza di quella che la repubblica fiorentina costumasse con Nicolò Machiavello, al quale, sebbene inviato per suo oratore publico, pure ella lasciava penuriare per tre lire o quattro. Abbiamo altrove accennato, e qui ripetiamo, che il Burlamacchi, se non tracollò affatto, molto nocque alla sua sostanza a cagione delle molte spese incontrate a sostenere il suo disegno; e ciò serva di esempio ai nostri padri della patria, i quali non moverieno per la sua salute un dito, se prima non vengano assicurati di guadagnarsi il dieci per cento almeno. Chi fossero gli Strozzi e quali la indole e lo intento loro dicemmo: mutati i tempi, epperò mutati non già gli affetti, bensì i modi di significarli, di Strozzi adesso vediamo pieno Firenze; zelatori di tirannide sotto il velamedi libertà a patto di essere eglino stessi tiranni o, se tanto non lice, tiranni almeno di seconda mano per perseguitare, ma sopratutto per arraffare. Sventura grande pel Burlamacchi ch'egli avesse o reputasse avere mestieri di loro! Bastiano pertanto rompendo gl'indugi fu spedito a Marsiglia per conferire col priore e persuaderlo a volere mettersi dentro alla impresa coll'opera, col consiglio e co' danari: caso mai quegli assentisse, gliene porgesse avviso col mezzo di lettera la quale, fingendo versarsi intorno a negozi mercantili, così gli annunziasse: non posso tirarmi indietro da confessare il mio debito verso la vostra ragione, il quale somma a cento ducati, che mi obbligo satisfarvi insieme con gl'interessi dovuti a seconda che voi giudicherete onesto, mano a mano che mi capiterà un buono avviamento di poterlo fare. Però Bastiano comechè usasse diligenza, non trovava il priore a Marsiglia per essere egli partito per Parigi; colà lo raggiunse, ed appena lo ebbe tastato, trovò il terreno sollo per modo che non solo la vanga ci sarebbe entrata ma il manico; per la quale cosa avvisò, il Burlamacchi nella guisa fra loro concertata, onde questi aspettava il Carletti a gloria per precipitare il negozio, avendo egli considerato come delle congiure quelle che mirano a spegnere il tiranno o colui che si reputa tale riescano sempre, quante volte l'omicida non confidi il suo disegno ad anima viva e loco aspetti e tempo a vibrare il colpo: tuttavia se conseguono la strage dell'uomo aborrito,sovente l'uccisore rimane spento, nè da quel sangue germoglia sempre la libertà o perchè, accadendo il caso alla sprovvista, gli animi dei cittadini non si ordinarono ad approfittarsene, o perchè più spesso che non si pensa al tramonto della tirannide non segui l'aurora della libertà; le altre congiure poi (e non le laudabili) le quali si propongono a scopo mutare il governo per necessità bisogna palesare a molti, e ciò talvolta nuoce, tale altra no o poco: nuoce se la congiura deve condursi per sorpresa e quando la universalità dei cittadini ci repugni ovvero ci vada di male gambe; non nuoce o poco quando la imminente rivoluzione venga come sequela d'interessi che hanno mestieri di mutare, però che allora corra veracissima la sentenza la quale dice delle rivoluzioni succedere sempre quelle che sono presagite.
Però il ritorno di Bastiano non fu sì presto come avrebbe voluto, e la cosa desiderava, imperciocchè se ne andasse col priore in Iscozia e in Inghilterra per mandato del re di Francia Enrico II, dove condusse a buon fine parecchie onorate imprese, fra le quali quella di espugnare il castello di Santo Andrea, e presivi gli omicidi del vescovo di Santo Andrea, tutti mise senza misericordia a morte. Di Scozia navigò su le coste di Francia per sovvenire alla fortuna di Bologna marittima che pericolava per lo assedio messoci dagl'Inglesi. Siffatto ritardo riuscì funesto ai disegni del Burlamacchi, perchè cotesto anno andò perduto, ed egli facesse capitale grandissimodel malcontento dei popoli a cagione della penuria del grano, di cui era stato infelice il raccolto in Toscana: sopra gli altri poi ne arrovellavano i Pisani un po' per la ruggine antica e più perchè il governo per provvedere Firenze aveva portato via da Pisa quanto grano trovava lasciandola nella estrema miseria; così si arrivò al nuovo raccolto, e la occasione andò perduta, nè dall'oceano Leone e il Carletti tornarono prima del decembre. Ignoro, e poco m'importa cercarne la ragione vera; fatto stà che il priore dopo cotesta impresa venne in iscrezio col re di Francia; gli scrittori del tempo affermano senz'altro come Lione Strozzi andasse meglio a genio di Francesco I perchè grave, circospetto, a moversi lento, tardo a parole, e Piero Strozzi garbasse di più ad Enrico, come quello che procedeva avventato, di mano pronto e di detti troppo più; taluno aggiunge che il re gli fece torto conferendo l'ufficio di capitano supremo del mare ad altra persona la quale non era reputata capace nè manco a reggergli il bacile quando si levava la barba; però lo lodano per essersi comportato in cotesto frangente con maggiore lealtà di Andrea Doria, perocchè non si ribellasse al suo re nè in veruna altra guisa gli nocesse, la quale cosa troppo bene egli avrebbe potuto fare sia pigliandogli alla sprovvista Marsiglia ovvero altra città di Provenza, sia rubandogli parte delle galere od anco legandosi coi corsari di Barberia per disertare le coste di Francia; mentre egli all'opposto, tolte seco duesole galere che erano sue, se n'andò a Malta per servire la cristianità contro i nemici della fede. Vero è però ch'egli lasciava la famiglia e la sostanza sue in Francia, nè possedeva forza di galee quanto il Doria da dargli balía di combattere solo; e per ultimo non era dietro il canto un imperatore il quale avesse fatto le larghe profferte che Carlo V fece al Doria; prima di attribuire un gesto alla virtuosa volontà dell'uomo tu scruta arguto quanta forza ebbe su lui la rancorosa impotenza. Gli antichi scrittori ci narrano altresì certa particolarità del suo ingegno la quale merita essere da noi notata, ed è, che egli sentisse meno che dirittamente delle cose di religione, non mica a modo dei luterani, bensì secondo la dottrina di suo padre Filippo, il quale apparteneva alla setta di coloro che l'anima col corpo morta fanno.
Il Carletto di ritorno a Lucca si ristrinse col Burlamacchi, a cui disse da parte del priore che se a Francesco parea mille ore, a lui sembrava mille anni di mettere le mani in pasta per vendicare il sangue del padre; però desiderava udire dalla sua bocca a parte, a parte tutta la trama per poterla poi sovvenire con piena conoscenza di causa: quanto prima si sarebbe recato a Venezia; quivi gli darebbe la posta per conferire strettamente insieme. Per questo messaggio levato a nuove speranze il Burlamacchi più volte mandò il Carletto a sollecitare il priore, parendogli trovarsi su la brace; ma il priore, o sia che stesse ad uccellare gli eventi o sia che invista non trascurasse verun filo per dipanare la matassa ed in sostanza lo estimasse partito disperato, non ci andava di buone gambe; pure alla fine gli mandò a dire che nello aprile lo avrebbe aspettato a sua posta a Venezia.
La fortuna, la quale si diletta a tirar su la gente per precipitarla da maggiore altezza, adesso favorisce il Burlamacchi appianandogli la via a farlo eleggere commissario delle milizie di montagna, le quali non furono punto ordinate in questa occasione, siccome presume il Leo nella storia degli Stati Italiani, bensì vennero instituite fino dal maggio del 1541. Questo ufficio conferiva al Burlamacchi molta autorità, e maggiore egli divisava pigliarsene; oltre questo vantaggio, egli ne traeva un altro forse più utile del primo, ed era stare, andare, inframmettersi nelle faccende altrui e farsi grazioso senza nè anco destare ombra di sospetto negli avversari suoi, però che il cittadino o buono o reo potrà piuttosto procedere innanzi al sole senza ombra che nella sua città senza emuli; nè egli era uomo da lasciarsi cascare di mano la occasione, anzi acciuffandola subito pei capelli, udendo come gli uomini di San Quirico avessero screzio con quelli di Castelvecchio, si palesò disposto a recarsi costà approfittandosi del senso di mansuetudine che ispira nell'animo di ogni cristiano la ricordanza della passione del Redentore, affinchè, messi giù gli odii e gli sdegni, si dessero la pace: di ciò molto i cittadini lo commendarono, molto più ch'egli per amor di Gesù Cristo renunziavaa fare la Pasqua a casa in mezzo alla famiglia, ch'era il suo cuore, per la quale cosa, avuto a sè Bartolomeo da Pontito soprannominato il Bati, o che egli fosse suo ordinario famiglio o che di lui si servisse quando andava attorno per negozi, lo condusse seco, e ciò fu il giorno del giovedì santo. A vero dire, non sembra ch'egli a procurare la pace si sbracciasse troppo, e s'intende, imperciocchè se le pratiche attecchivano, gli era mestieri trattenersi per condurle a conchiusione, e la sua mossa a San Quirico doveva essere pretesto, non fine de' suoi disegni: arrivato la mattina traccheggia fino a sera per adunare il Comune, il quale raccolto egli arringò come uomo cui non pareva vero lasciare il suo uditorio più incaponito di prima: questo poi gli venne agevolmente fatto, tirando la natura dei Lucchesi anzi che no al cocciuto; onde, dopo averlo ascoltato, con parlare succinto gli notificarono che se li magnifici Signori comandavano la pace, essi comechè ne fossero vaghi quanto il cane delle mazze, pure come figliuoli di obbedienza arieno chinato il capo; dove poi gli avessero lasciati liberi, allora preferivano perdere vacca e moglie, pecore e figliuoli piuttostochè porre giù l'odio contro i Castelvecchiesi. Ottenuta questa risposta, ebbe a sè il famiglio ordinandogli mettere in sesto le cavalcature. «O non sarebbe meglio, notava il Bati, che noi ci fermassimo fino tutto domani per tentare nuove vie di conciliazione? io ne ho visto rabberciare ai miei dì delle più scassinate di queste.»No, no, risposegli il Burlamacchi, con cotesta gente gli è lo stesso che camminare per rena; io li trovo tuttavia acerbi; lasciamoli maturare un altro micolino al sole.
Montati a cavallo, il Bati, che precedeva Francesco, si volse dal lato di Lucca, pur pensando avere a tornarsene a casa, ma il Burlamacchi, fermato per un braccio il famiglio, gli susurrò nell'orecchio: «Non è costinci che tu hai a passare» «O, signore, da dove avremo a passare, noi? Da questa in fuori io non ci conosco altra via.» «Per Lucca, sì, ma tu hai da ire a Bologna.» «A Bologna?» «Sì, e forse un poco più in su: tanto a casa a fare la Pasqua non mi aspettano, ed io mi sono deliberato di recarmi fino a Ferrara per passarmela con la mia sorella.» E il Bati a lui: «Andiamo pure nel nome di Dio.» Misersi pertanto senza indugio in cammino e furono il venerdì sera a Vergato; il sabbato mattina desinarono al Sasso, dove chiamato a sè il Bati gli disse; «Santi Bati, a me occorre essere ad ogni modo stasera in Ferrara. Fa' una cosa: tu verrai a bell'agio; procurami intanto una cavalcatura fresca, chè io m'ingegnerò di mandare a compimento il mio desiderio.» E come disse fece: perchè così sollecito e prima del Bati intendesse arrivare a Ferrara non è ben chiaro, tuttavia si comprende che egli precorresse il famiglio per conferire co' riformati di Ferrara fuori della presenza, anzi senza la saputa di lui; imperciocchè bisognasse camminare guardinghi, non già perchèallora i professanti le dottrine luterane corressero pericolo in Ferrara o ne corressero troppo, ma sì perchè veruno pigliasse sospetto del fatto loro. Di vero Bati, che la notte precedente aveva pernottato in San Piero a Casale, quando la mattina di Pasqua giunto in Ferrara se recò a cercare Francesco nella casa del cognato di lui Giovambattista Lamberti, trovò che si n'erano iti a messa, dov'egli pure andando, ritrovollo in chiesa: di ritorno a casa assai lietamente desinarono, insieme trattenendosi in ragionamenti di negozi, massime sete; però il Bati tenne per fermo che fra due giorni, al più tre, arieno insieme ripreso il cammino verso casa; e s'ingannava, che Francesco, mentr'egli stava per mettersi in letto, nel dargli la buona notte, alzato il dito così gli favellò: «Bati, prima che sia giorno procura di trovarti in piè e di andare per una carretta la quale ci conduca con meno disagio e con più prestezza che sia possibile a Francolino. — A Francolino? disse Bati, e che andremo noi a pescare fino costassù? — Ci si lavorano sete, e ti so dire delle buone; il mio cognato non può allontanarsi dal fondaco; e siccome facciamo a mezzo, vado per lui a vedere se ci sia verso d'incettare i bozzoli.»
E via a Francolino: arrivano, smontano allo albergo, dove Francesco lascia Bati e se ne va fuori in traccia, com'ei diceva, di setaioli e marruffini; nè stette molto che, tornato a casa tutto cruccioso, imprecava la sua mala ventura, la quale non gli faceva trovare le persone desiderateda lui, come quelle che si erano condotte al mercato di Venezia, conchiudendo così: «Ormai che mi trovo dentro, non mi fie grave di spingermi fin là al ballo; che ne di' Bati? Già come si va a Roma per Ravenna, così si può arrivare a Lucca per Venezia; andiamo pure.»
Montati in barca, vogando di lena il martedì dopo Pasqua scesero a Chioggia, dove Francesco, senza perdere tempo, noleggiata una gondola, saltò in quella ordinando: «A Venezia, e di voga arrancata, chè non mancherà la mancia.» E a Bati che del pari stava per buttarsi giù disse: «No, tu statti e vientene a bell'agio su qualche barca di pescatori. — Ma dove vi troverò io? — Va franco, io farò in modo di trovare te; non dubitare.» E sì dicendo si partì da lui. Adoperando in questa guisa parmi manifesto che il Burlamacchi studiasse di tenere celate le sue pratiche al famiglio, onde non mettere, in caso di sinistro, a repentaglio tanti Lucchesi co' quali aveva a conferire, per avventura noti al Bati; ed in fatti, quando le cose volsero al peggio, egli non ressa alla paura della corda, però, interrogato appena, svesciava quanto aveva in corpo forse con qualche giunterella di suo, sicchè ne andavano a cagione delle sue accuse per le rotte, oltre a Bastiano Carletti, Giuliano Marescalco e ser Nicolò Vanni; degli altri non seppe indicare il nome, nonostante, avvertendo essere di quelli che, sotto colore di pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto,si era spinto fino a Venezia. Bati narra che egli arrivò a Venezia il giorno dopo su le diciannove ore, non sapendo a qual santo votarsi, quando di un tratto gli fu addosso Francesco alle colonne di San Marco dicendogli: «Qui ti aspettava.» Ordinatogli poi gli tenesse dietro, fecero ricapito nella casa del gondoliero che aveva menato Francesco, e quivi ebbero buona stanza, buon letto e meglio cena. Che tramestasse durante il giorno il suo padrone, il Bati non seppe dire, e la notte nè manco; solo ricordava che la notte precedente al dì della loro partenza, dopo avere cenato in casa all'ospite insieme a Bastiano Carletti, questi uscì fuori e passato qualche tratto di tempo tornò dicendo a Francesco che potevano andare; per la quale cosa se ne partirono, però innanzi di passare la soglia Francesco voltatosi addietro lo avvertiva: «Rimanti qui ad aspettarmi, chè tanto fuori di te non ci sarà bisogno.» Rimasto solo, egli si addormentò appoggiando il capo sopra la tavola su la quale aveva cenato: verso mezzanotte gli ruppero il sonno dalla testa due uomini che entrarono nella stanza, uno dei quali teneva un lume in mano; lo riconobbe tosto pel Carletti; l'altro era Francesco, che torbo in sembiante gli disse: «Tu hai fatto un sonno; or va a finirlo a letto.» E Bastiano, messo in casa Francesco, si partì da lui senz'altre parole che con unbuona notte.
Noi sappiamo per filo e per segno ciò che il Burlamacchi in cotesta notte disse e fece, nona modo dei tragedi e dei novellieri, bensì di certa scienza, ricavandolo nella massima parte dai suoi interrogatorii.
Francesco Burlamacchi e il priore Lione Strozzi in luogo appartato incontraronsi per concertarsi sul modo di mandare a compimento il disegno dal primo proposto al secondo. Era il Burlamacchi di membra ottimamente formato, ma scarso anzichè no, tuttavolta destro e pazientissimo alla fatica; sbarbato, rasi i capelli, nelle vesti semplice; arguto nel volto, arguto nel dire, parlava lento, preciso come uomo che dimostri un teorema di matematica; l'altro all'opposto, di lato petto e di potenti spalle, barbuto e chiomato; nella faccia, pel collo e per le mani di quel colore di rame che il sole ardente e l'esalazioni saline partecipano ai marinari; breve il dire e concitato come uomo assueto al comando; facile alla ira, gagliardo sì ma soverchio nelle manifestazioni della sua gagliardia: insomma il primo dava più che non prometteva, alla rovescia il secondo; perchè quanto si sparnazza nella esagerazione si sottrae alla sostanza delle cose.
Pertanto il Burlamacchi gli espose il suo concetto essere liberare la Italia da' suoi trenta tiranni e dal tiranno peggiore di tutti gli altri posti in mazzo, il papa; non mica in odio al cattolicesimo da lui aborrito, ma che per ciò non intendeva perseguitare, vincendosi la coscienza degli uomini per via di persuasione, non già con la soperchieria. In lui agitarsi unico ilsenso di carità patria; mentre due erano certo i furori che spingevano l'animo del prode priore, amor di patria e il grido del sangue paterno tuttavia invendicato. Sopra una cosa però bisognava andar chiari, la quale consisteva in questo, che egli non avrebbe dato nè ricevuto aiuto per istituire una monarchia; l'Italia nata per le repubbliche, vuoi democratiche, vuoi oligarchiche o vuoi aristocratiche, difettose tutte, non però quanto la monarchia, e quelle per vizio di uomini piuttostochè per vizio d'instituto, questa per vizio d'instituto anzichè di uomo, essendo cosa veramente lesiva alla dignità della cittadinanza consegnare cuore e cervello in mano ad una dinastia di padre in figlioper omnia sæcula sæculorum amen, nel concetto che se uno è buono, l'altro a prova sarà trovato meglio: chè se la monarchia vorrai ridurre a temperata, ella si assottiglierà a giungere per via di corruzione là dove trova ostacolo per arrivare con la violenza, ed è peggio perchè questa ti cresce l'odio e coll'odio ti mantiene la facoltà di possibile vendetta, mentre quella ti castra come un pecoro, che lecca la mano a cui gli taglia la gola; onde delle due tirannidi, cioè la netta e l'annacquata, la rigida e la mansueta, scegli quella tutta di un pezzo; imperciocchè nelle tirannidi violenta, spento il tiranno, le più volte ti rivendichi in libertà, nelle astute, se ammazzi il tiranno, sopravvive la servitù. Repugnare poi alla composizione di una sola e grande repubblica in Italia come quella che, divisa e durataper secoli con istituti, voglie, intenti, commerci, in fine con tutto quanto forma la trama del vivere civile se non contrario, almeno diversissimo, non si sarebbe potuto ordinare in modo uniforme: secondo lui, avrebbe dovuto costituirsi in federazione di repubbliche, debole stato in vero, di faccia ai potentissimi che si erano formati o stavano per formarsi a canto alla Italia, dove non si fosse rinvenuto un ordine di governo il quale, lasciando alle singole repubbliche facoltà e modo di reggersi liberissime su certi conti, per altri poi le stringesse in vincolo siffattamente poderoso che dentro paressero molte e fuori una sola; nè lo ingegno italiano comparire fin lì impoverito tanto da non sapere immaginare di simili arti di stato. — Lione, ch'era prete, anzi frate, dacchè l'ordine dei cavalieri di Rodi, al quale egli come priore di Capua apparteneva, si considerasse monastico, rispose che quanto a papa ei se ne curava come della prima palla che gli passò vicino al naso; lo lasciasse con ambedue le potestà spirituale e temporale, ovvero gliele togliesse, a lui non premere nulla: rispetto al governo da darsi all'Italia pensava non dipendere da loro, nè per ora potere presagire come sarebbero rimaste le faccende e lo stato degli animi adatti a sostenere un reggimento piuttostochè un altro: sembrargli strana la fantasia di taluni che si professano sviscerati della libertà e poi anticipatamente fermano tra loro la forma di governo che intendono impartire al popolo; e non capiscono che libertà costrettae tirannide sopportata arieggiano così che paiono sorelle nate ad un parto: quanto a lui però repubblica o monarchia, una sola repubblica ovvero parecchie non premergli affatto; questo altro poi importargli, vendicare il sangue del padre e costituire l'Italia in istato da sostenere l'urto di Francia e di Lamagna: avrebbe inteso volentieri come questo si potesse conseguire e qual parte ci avesse egli a pigliare.
Allora Francesco Burlamacchi peculiarmente gli favellò dello stato non pure d'Italia, bensì della Europa con assai più di acconciatezza che io non abbia saputo fare in questo libro, di che assai si maravigliò il priore, conoscendo a prova quale e quanta fosse la sagacia di lui; e poichè, concordando nei generali su quello che gli era andato esponendo, desiderò conoscere nei particolari il modo di ridurre in atto il disegno, quegli rispose: — «Anco qui l'obietto è doppio, in casa e fuori; in casa penso io ad appiccare fuoco alla girandola, fuori dovete pensare voi prima, ed un poco io. Il modo di riuscire in casa, uditelo, è questo: voi avete a sapere come io sia Commissario delle Ordinanze delle battaglie di Montagna; quantunque io abbia dalla primissima età esercitato in patria con diligenza ed amore parecchie magistrature, altra mira io non ebbi eccetto quella d'impadronirmi di cotesto arnese; nè mi fu avversa la fortuna, chè Giovambattista Boccella anziano e comandante generale, avendomi messo fede, tolse sopra di sè di farne la propostain consiglio e spuntarla, come di vero accadde. Creato commissario, mi applicai con tutti i nervi a prevalere su gli altri e mercè di non piccolo sforzo ne venni a capo, imperciocchè a loro preme buscare la paga e scansare la fatica; però io governo a mio talento a un bel circa sei mila soldati, buona e cappata gente; a Borgo a Mozzano ne stanziano 1400; al ponte a Moriano 200, altrettanti a Colle e al Ponte di San Pietro; altre altrove. Ora Lucca nella massima parte è disposta a seguirmi; all'altra parte non manca volontà ma coraggio; ma forse anco la prima, se non riesco, mi si volterà contro: le sono cose note, la fortuna lega e scioglie. Amici fidati si accontano meco per tutta Italia, precipuamente a Pescia, Pistoia, Prato, Barga e Pisa: nè mancano a Firenze: i fuorusciti Sanesi non hanno mestieri eccitamenti, pure io mi studio a fare sì che non assonnino, tenendoli sempre agitati fra la speranza e il timore; taccio di Perugia, di Bologna e, che più? di Roma. Il mio disegno semplicissimo è questo: sul finire di aprile o sul principio di maggio, e così mentre il malcontento dei popoli dura a cagione della carestia del grano, la quale non può essere anco lenita dalla nuova raccolta, sotto pretesto di rassegna mi riconsiglio radunare tutte le ordinanze sul prato grande che giace fra le mura di Lucca e Sant'Anna, pigliarne il comando e indirizzarlo dove io intendo.....»Qui lo interruppe Lione dicendo: «Ma, se non erro, i commissari di queste ordinanze sono parecchi: o come potrete voi comandarle tutte?»
«Veramente sono tre, ed havvi eziandio il comandante maggiore Boccella ch'io vi ho detto: ma ciò non rileva; già vi affermai ed ora vi ripeto che gli altri commissari assai deferiscono a me, pure ciò metto da parte; io procurerò che le ordinanze tardino a venire, sicchè la rassegna non si faccia che la sera verso il calare del sole; poi tanto le tratterrò sul prato che, venuta l'ora del chiudere le porte, gli altri commissari, smaniosi di tornarsene a casa per cavare la moglie di pena, se ne vadano pei fatti loro e mi lascino solo.»
«Bene sta, soggiunse Lione; ma come vi ripromettete che vi seguitino le ordinanze? Le poneste a parte del disegno, ovvero lo ignorano?»
«Ignari tutti, e non vi ha alcuno che non lo sappia; conosco gli animi e le voglie loro, essi i miei, senza parlare c'intendemmo; taluno poi dei caporali saprà quanto occorre a suo tempo: per ora giova che sia così. Ad ogni modo, scesa la notte, io darò loro ad intendere, ed essi ci crederanno o fingeranno crederci, di condurli alla mia villa di Santa Maria in Colle, ma intanto che saremo in cammino mi farò arrivare un cavallaro della Signoria apportatore di lettere che comandino ai commissari andarsene subito subito con tutte le milizie a guardare i confini a cagione diminacciate scorrerie dei soldati del duca Cosimo dal lato di Pisa: a questo modo confido condurre la gente senza intoppo di sorte sul monte San Giuliano, al tutto sprovvisto di presidio; potrei passare anco da Ripafratta, anch'ella indifesa; tuttavia qualche soldato a guardia ci hanno pure messo, ed io intendo arrivare a Pisa inaspettato: nondimanco avrei eziandio provveduto che il colonnello di Camaiore con la sua ordinanza si aprossimasse al monte Quiesa, e quinci costà a monte prendesse la via di Pisa per farci la massa della gente onde volgermi grosso a Firenze quanto più mi verrebbe fatto.»
«A Pisa voi non potrete giungere che a notte avanzata: come farete a penetrarvi? forse come Arato vi provvederete di scale?»
«Non ce ne ha mestieri, avendo io notato come a Pisa non si costumi a modo di Lucca, voglio dire che le chiavi delle porte si consegnino tutte le sere alla Signoria, e fino alla mattina a giorno non si aprono: costà si lasciano le chiavi in mano ai gabellieri, i quali, quando arriva qualche gentiluomo in posta e chiede essere intromesso, gli aprono senza difficoltà. A voi, uomo uso agli sbaragli, mi passo dire il restante; i gabellieri non resistono, andiamo oltre; si oppongono, disperdonsi; scorrendo la città si chiama il popolo col vetusto grido che fece e confido farà palpitare Pisa come se fosse tutta di carne ed avesse un cuore: — Popolo, popolo e libertà! — Nonsorgerà inaspettato, io ve lo giuro, nè desterà verun Pisano dal sonno, chè tutti lo attenderanno a gloria....
« — E la cittadella?
« — Alla cittadella, rispose il Burlamacchi abbassando la voce, adesso[21]è preposto Vicenzio del Poggio di nazione lucchese e mio devoto; dove mai ne fosse rimosso, poco preme, scarsissimo è il presidio, e il nostro moto deve subito dilatarsi a mo' di polvere cacciata dal vento pei campi aperti; lasciativi in questo caso un trecento soldati dattorno, con gli altri mi avaccerò per Firenze, dove spero entrare senza colpo ferire perchè il duca preso alla sprovvista si troverà povero di partiti, la gente levata a smania di libertà, il tiranno traballante in casa, fuori minacciato di essere chiuso dal contado in arme, i nemici sul collo e armati di ferro e di furore, gli amici lontani; se mai gli metteremo le mani addosso....
« — Lo consegnerete a me....?
« — Lo consegneremo a voi. —
« — Ma e noi come potremo sovvenire la impresa?
« — In molte maniere: primieramente apparecchiando le vostre galere e sorgendo con gente da sbarco la foce dell'Arno per gettarla a terra al primo annunzio del successo rivolgimento: anco potreste levar gente in Pontremolie in Garfagnana, e di questa pigliare il comando lo strenuissimo messer Piero; io procurerò gli si aggiungessero le bande della montagna di Pistoia, ed anco gli cedo di grato animo il comando delle mie. — Mi hanno altresì informato che messer Ieronimo Pepoli, il quale adesso milita come capitano generale dei Veneziani, uomo di molto seguito su la montagna bolognese, potrebbe tornarci di grandissimo sussidio dove noi sapessimo tirarlo dalla nostra.»
« — A questo non bisogna pensare nè manco», rispose acerbo Lione, sicchè il Burlamacchi, senza poterne penetrare le cause, si accorse che aveva messo un dito dove gli doleva; però riprese:
«Un'armata francese in qualche porto del Sienese sarebbe la mano di Dio....
« — Dei Francesi non bisogna fare capitale; essi non si movono mai se pure non abbiano il guadagno in mano o il malanno sul collo.»
« — Pazienza, faremo da noi: però importa che voi mi forniate di danaro; non troppo, ma pure non soverchio per me che ho da spartire con cinque fratelli e fin qui ho speso sempre del mio: basterà un quattordici o un quindicimila ducati.»
« — Questi non mancheranno, ma per voi quale premio vi serbate?»
« — Io? La coscienza di fare opera buona in pro' della patria e della libertà: la fama che mai non si scompagna dalle onorate imprese,sia che la fortuna le avversi, o discorde da sè le secondi.» E alzati gli occhi, gli ficcò in quelli di Lione; entrambi gli sguardi s'incontrarono così vibrati che, se fossero stati ferri, avrieno mandato faville.
« — Messere Francesco, Dio vi aiuti come siete un'anima romana per miracolo rimasta sopra la terra: or ditemi e quando avvisereste di mettere mano alla impresa?»
« — Più presto che faremo, e più avremo venture a pro' nostro. Vi toccai della diffalta dei grani, la quale, oltre al malcontento che genera nei popoli, impedisce si approvvisionino le piazze; e poi corriamo un'altro pericolo, ed è che siccome i cittadini si succedono nella nostra repubblica agli uffici con vicenda brevissima, così io posso sortire anziano per due mesi ed allora cesso di esercitare durante cotesto tempo il commessariato delle milizie, chè i due carichi vietasi cumulare; ancora, senza presumere soverchio di me, potrebbe accadere che mi eleggessero gonfaloniere, chè allora lo stroppio si faria maggiore, avvegnachè al supremo magistrato non sia concesso finchè dura in carica uscire di palazzo: non vi assicuro che ciò non avvenga, ma questo allora non accade senza pericolo e sempre con difficoltà grandissima. Degli altri pericoli non tocco: quanto a me ormai ho messo a repentaglio la vita, ma voi prudente conoscete quanto sia funesto protrarre di simile ragione imprese: a maggio fioriscono le rose, a maggio torni a germogliare la libertà della patria.»
A Lione parve, e veramente era, troppo breve il tempo, conciossiachè fosse di mestieri apparecchiare i danari, che si prevedeva non dovere essere pochi, avendosi, oltre quelli domandati dal Burlamacchi, a provvedere per le galee del priore, per le bande che avrebbe messo insieme, per le armi, per le munizioni e per le altre necessità tutte che si tirano dietro faccende di tal sorte. Non potere egli fratello cadetto imbarcare casa sua in ventura tanto zarosa, senza prima farne motto a Piero, il quale per essere maggiore, e per altri rispetti bisognava consultare.
Più che tutto poi gli faceva forza il pensiero che adesso non si verificasse il dettato che il pericolo sta nello indugio; perchè ormai l'elettore di Sassonia essendo vicino ad ingaggiare battaglia con Carlo imperatore, per quanto era dato supporre, lo avrebbe vinto, conducendo egli, secondochè porgeva la fama, niente meno che ottantamila fanti e diecimila cavalli: se questo presagio si avverava, a parere suo si sarebbe di molto agevolata la impresa e vinta quasi a man salva. Al contrario il Burlamacchi osservava: «Io per me credo all'opposto, e, se non vi tedia, vi chiarisco in breve delle ragioni della mia sentenza: delle due cose l'una, o lo imperatore vince, ovvero perde: se vince, di siffatto negozio non è più a parlarne; neppure se perde, non per questo andrà in pezzi lo impero e molto meno casa d'Austria; subentrerà alla guerra grossa la guerra varia, moltiplice,minuta, nella quale i soldati italiani, massime ausiliari, non saranno adatti nè desiderati; però i superstiti torneranno in Italia, dove, comechè stremati, pure si troveranno bastanti a presidiare le città che adesso ne sono sprovviste; onde a noi la impresa riuscirà più difficile e certo non senza molto sangue, che adesso si potrebbe risparmiare.»
Lione se rimanesse o no persuaso ignoriamo, questo altro sappiamo, ch'egli confermò lì su due piedi mancargli denari e le altre provvisioni di cui già aveva toccato: il Burlamacchi tornasse a Lucca a studiare il buono esito del movimento; dall'altra parte egli Lione non si sarebbe rimasto di affaticarsi notte e giorno perchè ogni cosa andasse presto e bene. Su questo lasciaronsi dopo reiterate salutazioni ed augurii buoni. Lione rimase maravigliato della virtù e della sagacia dell'uomo, dicendo poi che ad emulare ed anco vincere gli antichi personaggi a lui non era mancato che la fortuna. Tornato a Lucca senza dare ombra della sua andata a Venezia, con la consueta cautela gli antichi amici confermò, altri si mise intorno a cercarne, non solo in Lucca, bensì fuori nelle città toscane, massime a Firenze; se non che, mentre si affatica nel suo intento, ecco la fortuna tirare lui repugnante in su per farlo cascare di più alto; quello che presagiva avvenne; pel luglio e per lo agosto del 1546 fu tratto dei Signori e indi a breve, morto prima di entrare in ufficio Baldassare Montecatino, con universale soddisfazione lo elesserogonfaloniere: pareva che questo ufficio dovesse agevolargli il disegno, ed invece fu causa della sua ruina; e in breve dirò il come. Intanto, considerando com'egli solo non potesse fare e che chi ha tempo non aspetti tempo, con lettere e con messaggi serpentava Lione a Venezia a battere il ferro caldo: non essere mestieri tanti ammanimenti, chè il danno dello indugio non compensava il vantaggio delle forze maggiori, le quali si avrieno potuto raccogliere; e perchè qualcheduno gli stesse d'intorno a non lasciarlo assonnare, ci mandò Cesare Benedino dandogli una cambiale tratta sopra Lione di scudi centocinquanta, che gli venne senza eccezione debitamente estinta: al suo ritorno interrogato che cosa fosse ito a fare a Venezia e perchè tanto ci si fosse trattenuto, rispose essere andato per provviste di tinte, di cui è copia in cotesto mercato per venirci da tutte le parti di levante. Però anche questi nuovi eccitamenti non approdarono a nulla, dacchè il priore, o per volontà propria o per commissione altrui, girava nel manico, ponendo innanzi per procrastinare ora questo ed ora quell'altro pretesto.