CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO V.

CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO V.Da tempo remoto, e lo accennammo di già, travagliava Napoli il seme della eresia; ai Vadesi si aggiunsero i Tedeschi, venuti in Italia ai danni di Roma, ma poi voltati contro la Repubblica di Firenze e contro ogni cosa che in Italia sapesse di libertà, perchè papa e re bisogna ch'e' s'intendano; l'un regge l'altro; s'ei si accapigliano, durano finchè non si svapora nell'uno o nell'altro il vino dell'orgoglio; rinsaniti, si rifanno su i popoli. Ai Vadesi ed ai Tedeschi successe lo spagnuolo Valdes temuto per la bontà sua, lo ingegno, lo zelo indefesso e sopra tutto per la efficace modestia, in virtù della quale egli, pago che i suoi concetti si avvantaggiassero, si celava ed altri a farsi chiaro sovveniva. Egli diè il tratto alla esistenza del frate Ochino staccandolo dalla chiesa romana e di valorosissimo amico lo rese nemico capitale; a molte chiese appartiene la storia di lui del pari che quella di quasi tutti i compagni suoi, ma qui io la riporterò sempre succinto, però che il Valdes lo levasse dalle dannose dimore. Siena è la città dei santi; ma siccome non ci ha dirittosenza rovescio, così del pari è la città degli eretici. L'Ochino nacque da Domenico Tommasini di Siena nella contrada dell'Oca, dove pure sortì i natali Caterina da Siena, esaltata santa; di qui il soprannome di Ochino. Ai giorni nostri avvertirono come la bandiera di cotesta contrada porti i tre colori precisi della odierna italiana; Ochino e Caterina derivano da parenti oscuri; padre di questa un tintore, falegname quello dell'altro: giovine e propenso a malinconia Ochino si rese frate minore, non rinvenendo regola più di questa severa; ci stette poco, chè recatosi a Perugia, vi studiò medicina. In quel torno istituirono i cappuccini, e poichè questi gli parvero più conformi alla sua rigida indole, così volle vestirne l'abito; di qui in breve (tanto fece profitto nello studio della divinità, e tanto lo sovvenne natura) usciva atleta di Cristo acquistandosi fama di supremo oratore, anzi divino. Carlo V dopo averlo udito proclamava ch'egli avria fatto piagnere i sassi; lasciamo i sassi al suo posto, il Sadoleto e il vescovo di Fossombrone non dubitarono metterlo a canto ai più famosi oratori dell'antichità. Del vecchio peccatore cardinale Bembo non importa rammemorare le smancerie; lui con ressa infinita egli ottiene da Vittoria Colonna predicatore a Venezia, di lui e della sua eloquenza s'innamora, della salute si piglia smaniosa cura fino a raccomandarsi che dove occorra sforzino il suo Bernardine a cibare carni in quaresima, altrimenti non potrà reggere alle fatiche apostoliche. Forte percotevanola mente dei popoli la sua barba bianca, il volto emunto, gli occhi incavati e fiammeggianti, le vesti squallide, il costume rigido; camminava per colli e per pianure a piedi ignudi; il capo ad ogni più rea stagione scoperto sempre; andava di porta in porta accattando la vita; suo letto la terra, cortinaggio le frondi degli alberi: tutti lo riverivano e levavano a cielo; per poco stette che vivo non lo santificassero: dal comune andazzo si lasciò trarre fino Pietro Aretino, il quale, con modo in cui traspare la schernitrice perversità sua, scriveva al papa credere che non senza consiglio della provvidenza tanto peccatore egli fosse scrivendo ovvero operando, imperciocchè altrimenti l'Ochino non avrebbe ottenuto la gloria imperitura di ridurlo ad abiurare i suoi tanti peccati. L'Ochino, in virtù del credito grande che aveva, la cella concessagli per abitare a Venezia convertì in convento dei cappuccini; ed all'Ochino eretico vanno debitori i pii cattolici della devozione delle Quarantore, la quale tuttavia si pratica con tanti benefizi dell'anima e del corpo che ogni uomo li può vedere. Il papa gli aveva posto un bene pazzo, ed a ragione; imperciocchè quale vendemmiatore più potente di lui nella vigna di Cristo? La elemosina raccolta nella città di Napoli in una sola predica toccò niente meno che i cinquemila zecchini. Ma l'Ochino aveva già dato la balta; egli stesso scrivendo al Muzio lo informa che, meditando, digiunando e in tutte le altre guise mortificandosi, era giunto a scopriretre cose: la prima, che, Gesù Cristo avendo saldato col suo sangue ogni conto vecchio della umanità, bisognava reputare eresia pretta la dottrina che dopo cotesto caposaldo gli uomini avessero a faticare di nuovo per salvarsi con le opere: e veramente starebbe così; ma ciò non torna a Roma, perchè se le opere non sono più necessarie alla salute dell'anima, ella potrebbe chiudere bottega; e dall'altra parte appaga più la ragione il concetto che ognuno debba essere giudicato alla stregua del merito; di ciò colpa la proterva intemperanza dei preti, i quali, volendo arare sempre coll'asino e col bue, misero insieme cose fra loro contrarie deliberati di saldarle insieme con la fede: sicuro! non fa mestieri travagliarci troppo a cercare la razionalità delle proposte quando tu possa concludere: O credi o t'impicco. La seconda delle cose scoperte dall'Ochino fu che i voti frateschi, siccome empi, non tengono, e non ci ebbe a durare fatica; la terza, che la chiesa romana è vituperio di Dio, ed anco qui fu facile trovato. Se ne accorsero subito ch'ei balenava; dicono lo aizzasse il Valdes a Napoli col mostrargli che nonostante le belle parole a Roma lo avessero in conto del somaro che porta vino e beve l'acqua; nè manco il cappello rosso gli avevano dato! Le sono novelle, però anco sotto la tonaca del capuccino, come sotto il mantello di Diogene, talora la superbia si rannicchia. Per tanto prese a fastidire e messa e coro e orazioni; anzi a certo frate che, avendo notato com'ei si astenesse dallapreghiera, gli disse: «Andando ad amministrare la religione senza preci tu mi pari un cavaliere che vada senza staffe; bada alla cascata», l'Ochino rispose: «Chi fa bene prega», sentenza da legarsi in oro. Chiamato a Roma, pei conforti del Vermigli, non tiene lo invito, al contrario, gittata la tonaca alle ortiche, si rifugge a Ginevra; lo accolse esultante Calvino; ne dolse amaramente a Roma, la quale gli spedì su le calcagna per ricondurlo, ma indarno; intanto si pose mano a spegnerne gli alunni; dannato a morte un fra Bartolomeo da Cuneo; tutta la religione dei cappuccini subito cernita per isceverarne il grano dal loglio; per poco il papa non la soppresse affatto; le querimonie della sua fuga andarono a cielo; gli scrisse il Muzio e il Caraffa, prima cardinale, poi papa, ed è sollazzevole udire come questi lo vezzeggiasse col nome di cerbiatto e lo allettasse al ritorno sul colle degli aromi, il quale nel vocabolario della santa madre Chiesa significa catasta di legna; poi séguita coll'imprecare ai vitelli di oro e al culto degli alti luoghi; pesta mani e piedi perchè da ora innanzi non ci abbiano più ad essere Roboamo e Geroboamo, Gerusalemme e Samaria, ma sì un solo ovile ed un solo pastore; ragioni tutte, come ognuno vede, una meglio dell'altra per persuadere i più tenaci. In Ginevra l'Ochino fondò la chiesa riformata italiana; quivi scrisse e stampò varie opere, tra le quali si ricordano iCento apologhi, cui caninamente mordono i preti perchè li scottano; peggio conciòPaolo III in certa lettera la quale conservasi nella Laurenziana; lui matricida, lui rotto ad ogni infame libidine, assassino e traditore dei complici assassini, delle immanità del figliuolo Pierluigi Farnese partecipe: della esagerazione in cotesti improperii ce n'è e di molta, perchè preti e frati erano tutti spretati e sfratati o no, i quali se abbiano avuto od abbiano fede non so; questo so, che carità non conobbero mai.A Pisa città prossimissima a Lucca gli eretici si adunarono apertamente in chiesa e vi celebrarono la messa; come argomentasse Mantova si ricava dal breve mandato da Paolo III al cardinale Gonzaga col quale lo ammoniva essere venuto a notizia come costà chierici e laici si attentassero disputare su materie di religione intorno a cui ognuno doveva tacere, imperciocchè egli e solo egli avesse ricevuto commissione di ragionare per tutti. La eresia, ovvero la luce del vero evangelico secondo gli umori diversi degli uomini, s'insinuò anco a Locarno; dapprima scarsa, ma non per questo sgomentaronsi gli apostoli, assai facendo capitale sopra gli esempi biblici, massime su quello di Gedeone, il quale con iscarsa mano di forti abbattè Madian; linguaggio consueto ai fanatici e dai religiosi passato ai politici per mala sorte e con peggiore consiglio, perchè nelle faccende religiose il poco apostolato opera come il molto, se non nella estensione, almeno nel concetto, mentre nelle politiche quello che non basta gli è come non fosse: colà si tratta di persuasione, qua di forza. Lecittà che si sfasciano a suono di tromba occorrono unicamente nella Sacra Scrittura; e ai tempi che corrono pochi e male armati e peggio nudriti Leonidi soccomberanno davanti a molti bene ordinati, provvisti dei migliori arnesi guerreschi ed ottimamente pasciuti; se ne vogliano rammentare i volontari che corrono alla impazzata lasciando noi in dubbio se li spinga generosità o piuttosto follia; dove poi li meni tedio di vita, e' possono ammazzarsi a loro bell'agio a casa. A Locarno impertanto i luterani crebbero e moltiplicarono; a maestri ebbero un Fontana, un Benedetto da cotesto luogo, un Varnerio Castiglione, un Ludovico Runco ed altri dei quali la fama vinse un Beccaria; dalla prossima Chiavenna vi scesero a storme pastori; insomma Locarno, più che disposto a seguitare il moto, ordinato ad imprimerlo e solenne.E poichè troppo menerebbe a lungo discorrere parte a parte degli uomini i quali promossero in Italia la corrente della riforma, basti per lo scopo della nostra storia sapere come ormai non occorresse terra dove un mutamento nelle cose della fede ed in ispecie nei costumi dei chiesastici non si desiderasse; nell'Istria, a Genova, a Verona, a Cremona, a Cittadella, a Brescia, a Civita del Friuli, in Ancona e per fino nella stessa Roma pullulavano uomini ricchi di dottrina e di costanza, deliberati a osteggiare la mostruosa instituzione che ha nome papato. Nè meno degli uomini si mostrarono in questa bisogna ardentissime le donne. Dell'Olimpia Moratagià dissi; sopravvive oltre la sua la fama della Manrichia di Bresegna da Napoli, di Lavinia della Rovere da Urbino, della Maddalena e della Cherubina degli Orsini, della Elena Rangoni dei Bentivoglio, della Giulia Gonzaga bellissima di forme, onde corse voce che Solimano di lei per fama fieramente invaghito commettesse ad Ariadeno Barbarossa rapirla, e questi, obbedendo al suo signore, venuto in Italia si avventasse inaspettato a Fondi, dove la Giulia aveva stanza, e per un pelo non la colse, chè la donna svelta scappò in camicia; avventura piena di passione e degna di figurare nella storia quando fosse vera. Tra le eresiarche pongono altresì la Vittoria Colonna, e falsamente, perchè nelle cose della fede ella balenò anco troppo, chè la tirava l'Ochino, ma il cardinale Polo la tenne ferma al chiodo.Però sopra Siena, sopra Ferrara, la città di Lucca noverava nel suo seno protestanti palesi e più nascosti, i quali aspettavano la occasione propizia per bandire apertamente la separazione di cotesto stato dalla chiesa cattolica. Cagione principalissima di siffatti umori predicano Pietro Martire, ed è vero, non però unica nè prima: ricordinsi gli alunni lucchesi del Savonarola, ed in ispecie lo zio di Francesco Burlamacchi spositore della vita del maestro ed istruttore della gioventù. Ora, per favellare di Pietro Martire, dirò che e' fu di Firenze e di casa Vermiglia, martire nominato perchè il padre suo afflitto a cagione della morte di quanti figli gli nascevanovotò questo ultimo, se gli viveva, a san Pietro martire: gli sopravvisse, ed egli da galantuomo tenne il patto. Il giovanetto studiò molto e bene sotto Marcello Virgilio segretario della repubblica fiorentina ed ebbe compagni illustri; mite di natura e al tutto inchinato alle cose spirituali, si ridusse di sedici anni al chiostro dei canonici regolari di Santo Agostino a Fiesole; dei beni terreni non gli calse, anzi confortò il padre suo che la massima parte del censo avito legasse all'Albergo de forastieriin sussidio dei poveri; dotto di latino, di greco e di ebraico, di ventisei anni imprese l'apostolato della parola, la quale non impetuosa come quella dell'Ochino, bensì lene scendeva nei cuori portandoci la divina persuasione; e poi, quantunque in sembianza di vergine cristiana, pure gli arrideva la musa e quella di ardentissimo affetto lo proseguiva; però a lui sopra gli altri amici in delizia Benedetto Cusano grecista da Vercelli, volgarizzatore di Omero, e il poeta Flaminio: dopo avere predicato con plauso in molte terre d'Italia andò a Napoli abbate nel convento di San Piero in Ara; quivi avendo annunziato che predicherebbe sul testo della prima epistola di s. Paolo ai Corintii che dice:col fuoco sarà provata l'opera dell'uomo, tennero per sicuro che si trattasse del purgatorio; quindi si dilatarono le viscere ai romanisti, sicchè pensate quanta la maraviglìa loro e più la rabbia quando udirono chiarire da lui coteste essere parole simboliche ed accennare alla intera distruzione dell'errore:di autorità non fece a spilluzzico, nei libri dei santi come in quelli dei curiali si trova tutto e per tutto; i teatini, potentissimi, lo accusarono allora al vicerè Toledo, ma egli sostenuto dagli agostiniani non li badò; ricorso al papa, per quella volta la sgarrava. Uscito da Napoli per colpa dell'aere maligno, peregrinò visitatore del suo ordine l'Italia, richiamando con ineffabile dolcezza i traviati su la diritta via; per ultimo venne priore di San Frediano a Lucca, e poichè qui trovò le coscienze disposte, a viso aperto prese ad esporre la sua dottrina; senza requie inteso a formare atleti i quali valessero a sostenere la lotta co' difensori di Roma, chiamava da Verona Paolo Lanciso famoso aristotelico ad istruire la gioventù lucchese nella lingua latina, da Ferrara Celso Martinengo nel greco, ed Emmanuele Tranellio nell'ebraico: guadagnò alla sua fede diciotto frati, i quali come diciotto apostoli spedì d'intorno a diffondere, come egli sosteneva, la luce della verità, e gli avversari affermavano, le tenebre dell'errore. Con lui s'accontò, e fu acquisto potente, don Costantino priore della Fregionara; egli sopra tutti infaticato istruiva i giovani nelle umane lettere e in divinità spiegando il Testamento nuovo ed i Salmi; nè giovani soli accorrevano ad udirlo, bensì ancora cittadini di ogni maniera, patrizi e popolani: nello avvento e nella quaresima predicava il solo Vangelo; nel rimanente anno prendeva per testo l'epistola di san Paolo, cosicchè in breve si vide fondata a Lucca una chiesa evangelica, dicui il Martire era salutato pastore, e seguace la parte migliore dei cittadini, i quali, dotti al pari che devoti, diedero in processo di tempo splendido segno di attaccamento alla religione riformata. Mentre queste cose avvenivano papa Paolo III si condusse fino a Lucca per conferirvi con Carlo V intorno ai negozi di Europa, massime intorno alle faccende della fede; e tuttavia, sebbene cotesto papa astutissimo conoscesse l'umore del Martire, nè gli mancassero eccitamenti ad usargli mal tratto, egli se ne astenne pensando al tempo immaturo e al seguito grande che il Martire aveva in cotesta città; forse, vuolsi credere, che il cardinale Contarini lo proteggesse, conciossiachè molto lo riverisse ed amasse ed anche egli a Lucca si conducesse per tenere al Martire proposito delle novità delle chiese germaniche; nè il Contarini andava immune da qualche sprazzo della dottrina dei riformati.Narrasi per Carlo Eynard, il quale dettò una breve monografia intorno ai Burlamacchi, come Carlo V imperatore alloggiando nel palagio della Signoria, certa notte a forza desto udisse per casa un gran tramestio e un nicchiare, un gemere da mettere pietà; ond'ei chiamata gente le ordinò andassero a vedere che cosa fosse accaduto e glielo riferissero; tornato il messo in breve lo informava, una gentil donna avere testè partorito con molta angoscia un figliuolo, di che egli rallegratosi, significò volerlo tenere al sacro fonte ed imporgli il proprio nome. Il papafece la cerimonia; e cotesto pargolo fu poi Carlo figlio di Michele e padre di Giovanni Diodati, capitalissimo fra i teologhi protestanti e volgarizzatore della Bibbia, argomento di anatemi per Roma e di ammirazione per quanti sentono amore alle umane lettere.Pel Martire a quel modo non poteva durare e non durò, chè nemici gli si serrarono addosso non solo i frati degli altri ordini per emulazione, ma sì anco i suoi per vendetta dei riformati costumi: quali arti adoperassero non porta specificare; fratesche erano, e però la meno trista la calunnia. Di questo tempo ci avanzano tre lettere del cardinale Bartolomeo Guidiccioni scritte da Roma alla Signoria di Lucca, dove si lagna che i pestiferi errori della condannata setta luterana, i quali pareano soppressi, abbiano dormito per destarsi più gagliardi di prima: l'ammonisce che pigli partito su ciò presto e bene, se non vuole tardi patire cosa che le dispiaccia: denunzia le conventicole in Santo Agostino, che, note a Roma, notissime denno essere a Lucca, e se la Signoria non provvede, vuol dire che esse accadono lei sciente e consenziente — dopo nè anco un mese da capo il buon cardinale loda la Signoria dell'egregio animo ch'ella dimostra e la conforta di spedire subito oratore a Roma per giustificarsi; intanto come caparra facciano prendere incontanente Celio Secondo Curione,che stà in casa Arnolfini ed ha tradotto in volgare alcune opere di Martino Lutero, per dare cotesto bel cibo sino alle semplici donne della nostracittà, oltrechè da Vinegia e da Ferrara se ne intende di lui pessimo odore; così è dar fare diligentia in quei frati di Santo Agostino, maxime di ritenere quel vicario.... custoditi con diligentia li potranno mandare a Roma, ovvero avvisare che li tengono a istanza di Sua Beatitudine;passato un altro mese, torna a battere il ferro caldo e dice: sentire inestimabile amarezza per l'augumento quotidiano della perversa dottrina nella nostra città; in cotesta medesima mattina (26 agosto 1542) essere state lette nellaCongregationeotto conclusioni luterane di don Costantino priore della Fregionara, le quali tanto dispiacquero al papa ed ai reverendissimi deputati che gli hanno commesso iscrivere a V. S. perchè lo facciano incarcerarehic et nunce incontanente spedirlo insieme all'altro frate di Sant'Agostino: ed in questo modo et con diligentia operando sarà grandepurgatione del mal umore della nostra città: prega, come altre volte pregò, la Signoria perchè si emendi da sè medesimaet non axpetti che altri la emendi. Tale la insolenza romana, a cui per mostrarsi adesso due volte più impronta non manca la voglia, bensì la possa.Il Beverini nei suoi lodati annali lucchesi a questo luogo racconta come Luiso Balbani dimorando a Brusselles, avendo grande amistanza col Granvela, potè senza essere veduto udire i ragionamenti tenuti fra lo imperatore, il nunzio apostolico e l'oratore di Cosimo I, sul conto della repubblica, i quali insomma mettevano capo aquesto, che, là dove la Repubblica non si emendasse, lo imperatore le avrebbe tolta la libertà e sottoposta a Cosimo; dettando il Tommasi il sommario delle storie di Lucca dà di frego a questo racconto, principalmente fondato sopra la inesattezza di alcuni particolari che lo accompagnano; ma più che ci si pensa sopra, e più conghietturandosi comparisce vero o ad ogni modo supposto per costringere la Repubblica a qualche provvisione esiziale alla religione riformata.Intorno allo agostiniano così pertinacemente richiesto a Roma, anzi alla morte, ecco quanto trovo scritto: i nemici del Martire, e per converso gli amici di Roma, volendo tastare un poco l'umore del popolo, ottennero facoltà dai commissari romani di sostenere questo frate, che, sospetto di eresia, era confessore ed assai cosa del Martire; la Signoria si strinse nelle spalle e lasciò fare; meno codardi alcuni patrizi, ammiratori della pietà e della innocenza di quello, rompono le porte del carcere e lo liberano, ma nella fuga lo sciagurato cadde, si ruppe una gamba e fu ripreso per essere condotto più tardi a Roma quasi in trionfo.Indracati i satelliti romani mettono accusa formale contro il Martire avanti la corte di Roma; spedisconsi messaggi a sobillare la gente contro lui, i quali, come suole quando si tratta di mal fare, ottengono seguito sopra l'aspettativa, e principalmente tra i frati agostiniani, inveleniti contro il Martire perchè con la sua riforma gliaveva ridotti al canapo e (poichè tornava, almeno pel momento) si dava loro ad intendere agitassersi, la pristina libertà rivendicassero, chè in questo caso il rompere impune in ogni più sfrenato libito; nè stette guari che, convocata a Genova una congregazione generale dell'ordine degli agostiniani, ella citò il Martire, a comparirvi: ma il Martire, che quanto al nome ci stava, rispetto al fatto pare non gli garbasse, ed accivettato era, ed anco pei conforti dei suoi amici, assetta alla meglio le proprie faccende, poi si scansa a Pisa in compagnia del Lacisio, del Trebellio e del Terenziano; quinci scrive agli amici perchè procurino la libera partita a quanti dei correligionari intendano esulare con lui; per ultimo rimanda l'anello, insegna del proprio ufficio, affinchè non gli appicchino il sonaglio di avere fatto suo pro' della sostanza del convento; da Pisa a Firenze, dove con parlare succinto persuade l'Ochino a cansarsi a sua volta (la quale cosa egli fece due giorni dopo di lui), da Firenze per le Alpi retiche si conduce a Zurigo, a Basilea ed a Strasburgo, nella quale città ebbe accoglienze quali si costumano fra i perseguitati, chè gli uomini per amarsi bisogna che si sentano miseri. Appena pigliato un po' di riposo a Strasburgo, dove gli allogarono con onorevole stipendio una cattedra nella celebre università, scrisse alla chiesa riformata di Lucca esponendo le cause ond'egli costretto abbandonò la dolce patria italiana, e le faceva coraggio a perseverare nello amoredel Vangelo[14], che bene ella aveva tolto a norma della sua eterna salute. Conosciuta la fuga del Martire, con la feroce bramosia di cui noi che scriviamo avemmo ed abbiamo immagine viva nelle opere sbirresche dei diversi principati fin qui succedutisi in Italia; sbirri sempre comunque tu li nomini, li vesta o gl'incrocicchicome si fa ai canti per salvarli dalle lordure, ecco i cagnotti assediare il convento del Martire, rovistarlo da cima a fondo, menare a vergogna i religiosi in prigione, otto più lesti in gamba se la svignarono riparando in Isvizzera: malgrado questa fiera persecuzione, la chiesa protestante non andò dispersa, all'opposto come rovere sbattuta dal vento resistè alla bufera romana sicchè il Martire scrivendo ben tredici anni dopo ai fratelli lucchesi così si esprimeva: «Voi avete fatto per molti anni tanto avanzamento nel Vangelo di Gesù Cristo che non era punto mestieri io vi esortassi con lettere, ed altro non mi restava, eccetto questo: che in qualsivoglia luogo mi trovassi, io vi levassi a cielo.... si accrebbe poi la mia letizia quando seppi come, dopo finite tra voi le mie fatiche, Dio vi avesse provveduto di maestri sapienti, zelatori e considerati, in grazia delle virtuose cure di loro la opera impresa andava a perfezionarsi.»Comechè Lucca, giusta quanto ci narrano gli antichi cronisti, pigliasse nome daluce, però cheprima fra le città italiche aprisse gli occhi alla luce del Vangelo, o forse appunto per questo, fu precipua fra noi a durare nella dottrina luterana: cause speciali per lei erano la molta anzi la troppa parte che gli oligarchi tenevano nello stato, ed essere questi tutti o quasi dottissimi e per ciò alla bestiale prepotenza romana fieramente avversi: la esperienza fatta dai reggitori che i riformati d'irreligiosi, scapestrati e poco meno che atei diventarono virtuosi e dabbene, dalle risse aborrivano, e, cessate le parti, i cittadini ogni giorno più si rendevano fra di loro servizievoli, le donne oneste: arrogi che il duca di Firenze, perpetuo nemico della Repubblica, abiettavasi a Roma perchè prima gliene consentisse la rapina, poi gliela consacrasse; onde i nostri vecchi sebbene di ossequi non facessero a penuria col sommo pontefice, tuttavia in fondo, non guardando più all'erta che alla china, desideravano che i luterani affliggessero lo impero in Germania; ed intanto, per approfittarsi dei tempi, si tenevano a cavallo al fosso.Quello che avvenne al Martire nei diversi paesi dove lo trasse la sua ventura e che facesse e come finisse a me non giova esporre; nè manco dirò le vicende della Riforma in Italia: da quanto fu narrato e dagli sforzi supremi dei papi e dei satelliti loro per isvellerla fin dalle radici rimarrà chiarito il mio assunto, il quale è scopo capitalissimo di questa vita, che Francesco Burlamacchi, non fantasticando cose vane, al contrario ponderando i casi, i tempi e gli umoridei popoli, si accingesse ad impresa, se non sicura, probabile; e se non riuscì, egli è perchè la fortuna mal si accorda ai fatti virtuosi; degli eroi che si accinsero a magnanime imprese i popoli esaltano più i felici, gli infelici più rammemorano con pietoso animo; i primi in parte ebbero la loro mercede nei gaudi della gloria, i secondi l'aspettano sempre dalla ricordanza dei posteri, e l'abbiano.E tuttavia, nonostante i casi e i giudizi di uomini peritissimi, come a mo' di esempio del cardinale Sadoleto, il quale scrivendo al cardinale Farnese nipote di Paolo III si sfogava perchè il papa, abbindolato da pessimi piaggiatori, non si accorgeva della ribellione universale degli spiriti e della rabbia di stracciare a morsi l'autorità papale; e il cardinale Caraffa, poi Paolo IV, che dichiarava riciso la lue luterana avere contaminato in Italia non pure gli uomini di stato, ma altresì la massima parte dei membri del clero, nonostante i voti del Vallicola e le speranze di Celio Curione, che, trionfando la vera religione di Cristo in Italia, vedeva l'universo genere umano precipitarsi con impeto fuori di misura maggiore a quello dei primi tempi della Chiesa verso la santa rôcca di cui Cristo è castellano, verso le tre torri difese dalla fede, dalla speranza e dalla carità; nonostante queste ed altre cose, la Riforma in Italia, comechè avesse posto radice, non prevalse, all'opposto rimase schiantata. Chi volesse ricercarne le cagioni con sottile esame forse ne troverebbe a dovizia; io ne riporterò alcunele quali mi si presentano sotto mano: prima di tutto le persecuzioni implacabilmente feroci esercitate per via del tribunale del santo Uffizio; lì per lì sembra strano come sul principio Roma osteggiasse la istituzione di questo scellerato tribunale in Italia, ma dopo un po' che ci pensi sopra, conosci che la cosa va pei suoi piedi; ell'era la Spagna che presumeva mettere succursali del santo Ufficio a Napoli e a Milano, e questo non faceva al caso di Roma, la quale tenne sempre l'occhio alla penna per dominare e non essere dominata, onde si mise dalla parte del popolo per ributtarla allegando con parole e con sembianza compunte che troppo crudo si comportava la Inquisizione in Ispagna perchè potesse consentire pigliasse piede in Italia; mentre la ipocrita aveva provocato l'efferatezze spagnuole, e mentre qui fra noi ella ne commise tali e tante non dirò da disgradarne quelle, ma da comparire loro onorevolmente da lato: in questa guisa sotto pretesto di tutelare la libertà la strozzano, e mentre volgono la passione del popolo a respingere la Inquisizione spagnuola, i preti mascagni la italiana consolidano: assodata che ella fu, imperversò come turbine; avventuroso chi potè fuggire! quanti gli sbirri presero, gittarono in carceri oscure ed ignote: oscure perchè l'anima dei prigionieri sgomenta piegasse davanti al terrore, ignote perchè i congiunti e gli amici al pensiero del sepolcro precoce si sentissero compresi di paura; eccetto poche terre, dalle altre tutte lo esercizio del culto luteranosbandito. Però, come succede, la persecuzione crebbe la costanza o la ostinazione negli eletti, i quali secondo il costume degli antichi cristiani continuarono a professare la propria religione in luoghi riposti ed anco talora per caverne. A Modena per opera di alcuni insigni prelati, fra i quali piace notare i cardinali Sadoleto, Morone, Contarini e Cortese, tentarono accordo coi riformati di cotesta città, e parve altresì si fossero assettati, ma egli erano tranelli, e forse da entrambi i lati, chè mal bigatti provaronsi sempre i settari: più tardi un Erri andato fino a Roma faceva la spia ai suoi concittadini, e Roma lo rimandava sbirro, giudice e carnefice a Modena; parecchi non istettero ad aspettarlo e si cansarono, di cui il più celebre è il Castelvetro; fiero, acuto e senza cupidità nè paure, di Roma sentiva quello che in ogni tempo sentirono gli uomini savi; ma ciò che più gli nocque fu la batosta ch'ei sostenne coll'Annibal Caro a causa della censura mossa da lui alla canzone:Venite all'ombra dei gran gigli d'oro; dove al Caro parve toccare il sublime, mentre (per dirla col concetto di Longino)egli altro non fa che gonfiare le gote: ai tempi nostri appena gli uomini che appellansi moderati o consorti ci porgono idea della infame rabbia che questi misero negli screzi politici, di quella che i letterati allora ponevano nelle contese scientifiche: sicari adoperavansi e veleni, peggio anco di questi la calunnia occulta al Santo Uffizio per farti bruciare vivo, ovvero (come sostiene il dabbene Cantù)prima strangolare e poi ardere. Dalle pessime di queste arti non rifuggì il Caro: sempre il Cantù, per difendere il Caro, afferma che non ce n'era mestieri, e può darsi, ma ciò non toglie che il Caro, nato e nudrito fra i prelati, di coteste ribalderie non si bruttasse; più tardi il Castelvetro andò a Roma per giustificarsi delle accuse appostegli, se non che, vista la mala parata, si cansava a Chiavenna, donde in seguito passò a Ginevra; chiamato da Renata non tenne lo invito, comechè questa la propria lettiga per viaggiare con comodità gli profferisse e gli mandasse danaro, cui egli ringraziando respinse: condusse il Castelvetro la inferma vecchiezza a Basilea, a Vienna e a Lione; ricondottosi in Chiavenna, quivi morì.[15]— A Ferrara il triste sacerdotenon rifuggiva (e qual cosa mai si tiene dai sacerdoti per venerato o per santo?) da seminare la discordia fra le famiglie; così giunse a pervertire ogni senso morale che il tradimento fu giudicato meritorio; insidia la mensa dove si sedeva il padre co' figliuoli; trabocchetto il talamo, non più fidato custode dei ripostissimi colloqui dei consorti: un'aura di spia attossicò la vita; raccolti per questo modo gl'indizi, il papa con breve del 1545 raccomandava gli accertassero con la tortura. Bene incolse alla Olimpia Morata; che, invaghitosi di lei un giovane tedesco, se la tolse in moglie e la recò lontana dalla terra crudele; gli altri finirono in prigione; taluno attestò col martirio la fede abbracciata; nè debolezza dei tardi anni nè tenerezza dei novelli nè sesso nè prosapia illustre nè eccellenza d'ingegno nè rettitudine di vita trovavano, non dico grazia, ma nè anco discrezione davanti la feroce improntitudine della razza malnata che sacerdotale si appella.Pietoso il caso della duchessa Renata, dove tu pendi incerto se più tu deva ammirare la costanza della donna o la poltroneria del marito o la temerarietà della curia romana. Il papa, per isforzare Renata, mise su Enrico II re di Francia suo nipote, il quale le spedì a posta diFrancia maestro Oris inquisitore della fede, a cui, finchè giovanezza gli arrise, piacque più il vino che il sangue, vecchio, più il sangue del vino. La commissione del re al maestro inquisitore portava che prima attestasse alla zia Renata la sua amarezza per vederla entrata in cotesto laberinto di eresia; se ciò non valesse a ritrarnela, l'obbligasse con tutta la sua casa di assistere alle prediche; dove nè pure questo rimedio giovasse, allora si ponesse sola in luogo appartato, e i famigliari suoi si processassero e condannassero. E così fu fatto: la mutarono di carcere più volte, e così di compagnia come di carcere; talora dubitarono che piegasse e s'ingannarono, stette come torre ferma alle lusinghe, alle minacce e perfino alla separazione dalle proprie figliuole; solo dichiarò credere allachiesa cattolica, sopprimendoromana; più duro del padre, il figliuolo Alfonso, per non incontrare intoppi nella investitura del ducato da parte del papa, intimò alla madre o si convertisse o se ne andasse. Esaù vendè la primogenitura per le lenticchie, Alfonso la madre postergò al ducato: vedemmo peggio, però senz'altre parole tiriamo innanzi. Ella si partiva vecchia da Ferrara, dove era venuta giovane; il figlio che la esiliava era quel magnanimoAlfonso[16]che fece cantare eimprigionare il Tasso. Delle figlie di lei notissime Leonora e Lucrezia, massime la prima, meno nota Anna, la quale sposò prima il duca di Guisa e, lui morto, quello di Nemours, e più degna di esserlo per avere temperato la rabbia cattolica contro gli ugonotti. Renata si chiuse a Montargis, dove il suo castello meritò il nome diAlbergo di Dio, lei quello di madre degli afflitti; difese i perseguitati con la parola, con gli aiuti e perfino con le armi; perchè un dì che il suo genero duca di Guisa le intimava o cacciasse via gli eretici o avrebbe dato l'assalto al castello, ella rimandò indietro l'araldo con questa risposta: «Và e digli che incontrerà me prima sopra le torri del castello, e lì vedremo se gli basterà il cuore di ammazzare la figlia di un re.»Venezia arieggiò in parte l'Inghilterra; la libertà ella amò, ma troppo più i guadagni, i quali adesso le persuadevano osteggiare ed ora blandire Roma: in cotesto tempo correva stagione di blandirla, però persecuzioni, disastri, ruine non contavano e nè le lacrime, purchè il conto tornasse: molto meno il sangue; agli aristocratici mercanti il sangue risparmia lo inchiostro rosso, il quale nella scrittura doppia spesso utilmente si adopera.La procella suscitata dalle istigazioni di Romaviene esposta con colori foschissimi nelle lettere dello Altieri al Bullingero: «Ogni dì cresce la violenza della persecuzione, arrestano in massa e in massa condannano alle galere ovvero alla carcere perpetua: noi vedemmo bandire cittadini con i propri moglie e figliuoli; i più felici hanno dovuto la salvezza loro alla fuga: a tale stretta siamo noi che io comincio a temere per me, io che fin qui potei offrire asilo altrui; ma la volontà di Dio sia fatta, e la virtù si affina con la sventura.» L'Altieri rappresentava a Venezia l'elettore di Sassonia ed altri principi germanici: non è qui la occasione di narrare quale e quanta la indefessa opera sua in pro' dei fratelli di fede; finchè gli fu possibile tenne fermo; messo nell'alternativa di esulare ovvero di professare la religione cattolica romana, scelse essere spatriato; ma poi non gli bastò il cuore di allontanarsi, e si avvolse ramingo con la moglie e il figliuolo dilettissimi entrambi per diverse terre del dominio veneto; nel 1549 così scriveva da Brescia al Bullingero: «Sappi che vivo in mezzo a continue paure; pericoli di morte mi circondano; l'Italia tutta è perniciosa per me e per miei poveri figlio e consorte; ogni dì aumentano i miei terrori, conoscendo espresso che i miei nemici non poseranno finchè non mi abbiamo divorato vivo: rammentati di me nelle tue orazioni.» Di lui non si ebbe più novella mai; forse chi sa? anco di questo sventurato risponderebbero le cupe acque del Canale orfano, se elle avessero voce e senso.Se così a Venezia, peggio nelle provincie; nell'Istria un inquisitore Grisone andava di casa in casa a rovistare ogni ripostiglio per rinvenirvi libri vietati o Bibbie; minacciava multe, castighi ed estremi supplizii; presi da terrore i cittadini si accusavano fra loro. Questo che io dico ti somministri argomento della tetra inverecondia di costui; sospetti a Roma i Vergeri, di cui Giovambattista era vescovo di Pola; adesso per muovere il popolo contro loro il Grisone salito in pergamo declamava: «Io vedete, se un nugolo di malanni vi è cascato addosso? Viti, olivi, messi, tutti al diavolo: le mandrie morte stecchite; nulla di salvo, e ciò perchè? Perchè voi sopportate che un vescovo eretico in compagnia di eretici come lui vivano qui in mezzo a voi. Smettete ogni speranza di sollievo finchè non abbiano essi ricevuto la mercede a seconda dei meriti; perchè dunque rimanete qui con le mani in mano? Affrettatevi, correte a lapidarli.» Poco dopo cotesto vescovo di veleno, come fu sospettato, moriva; il fratello Paolo scampava appena la vita; peregrinò per varie terre e dopo avere sopportato strane venture riparò fra i Grigioni. Le romane improntitudini alla perfine irritarono i patrizi più giovani in ispecial modo quando giunsero a mettere a repentaglio la Repubblica co' Grigioni: dalle ugne degli inquisitori liberarono un mercante grigione e rimandaronlo a casa, invano empiendo il Nunzio cielo e terra di querimonie: ma egli erano passeggieri miglioramenti seguitati da peggioriricadute; onde i protestanti Veneti ebbero ad abbandonare la patria, riparando nella Istria; però anco cotesto asilo essendo loro indi a breve riuscito molesto, comprarono una nave per girsene in cerca di patria novella; e già partivano quando certo mercante creditore di tre fra loro si provvide in giustizia per istaggirlo; e ciò non potendo ottenere, stando la nave in procinto di partenza ricorse allo inquisitore ed accusò tutti di eretici: presi, trasportati a Venezia e convinti dello errore commesso, furono condannati a morte: fin lì sentenze capitali non se ne erano viste a Venezia, eccetto in qualche parte rimota di terra ferma meno vigilata dalla solerzia dei padri, adesso funestarono anco la capitale: non fu di fuoco, bensì di acqua, non ispettacolosa come piace ai preti, sibbene segreta secondo il costume Veneto; notte tempo colà facevano passare il prigione dentro una gondola dove lo aspettavano un prete e due sbirri, tutti insieme pigliavano il largo di là dai castelli dove gli attendeva un altra barca; accostatesi allora quanto basta le barche mettevano una tavola traverso sopra le loro poppe, e su la tavola il condannato carico di catene, con un pietrone ai piedi: dopo ciò le barche vogavano di forza in senso opposto e l'infelice spariva nei gorghi delle acque. Se non più famoso, più tormentato degli altri il padre Baldo Lupetino, il quale traverso venti anni di doloroso carcere ebbe caro il giorno del martirio come quello della liberazione.Comecchè le storie vadano piene della crudeletracotanza sacerdotale, pure in questa corsa traverso la Riforma in Italia mi sia permesso soffermarmi a narrare come lo inquisitore a Mantova non si peritasse mettere le mani addosso a persona congiunta di parentela col duca, il quale credendo che la cosa fosse accaduta per errore o che bastasse un suo cenno a comporla, mandò un messo con preghiera allo inquisitore perchè lo licenziasse; ma costui, che al pari degli altri cercava lo scandalo col fuscellino, rispose reciso: «non potere, e che al duca faceva di berretta, è vero, come a suo naturale signore, ma che il papa, di cui era in cotesto caso il rappresentante, stava sopra tutti i duchi, re e principi di corona della terra.» A Faenza e a Parma la Inquisizione fece anche peggio: nella prima di queste città, sostenuta persona insigne per dottrina e per pietà, in odore di eresia è messa alla tortura; negando l'accusa, moltiplicano i tormenti e, non potendo spuntarla gl'inaspriscono al punto che fra atrocissimi spasimi vi lasciava il meschino la vita: il popolo diede di fuori e in un momento diventarono tritoli il palazzo, gl'istrumenti e gl'inquisitori medesimi: furori che per essere giudicati divini bisognerebbe che la passione consegnasse in mano alla ragione e si alternassero regolarmente per ora in capo all'anno almeno due volte, per rendersi poi necessari una volta appena in capo ad un secolo.Piena di pietà è la storia dei riformati di Locarno. I preti cominciarono da falsificare un documentoin virtù del quale i Locarnesi si professavano cattolici e co' riti della romana chiesa si obbligavano vivere: quando i preti pretesero farlo valere alla dieta dei sette Cantoni, surse una procella d'ira e di vituperio; non però se ne commossero i preti, i quali tanto seppero dimenarsi che ottennero: chi dei Locarnesi si convertisse cattolico rimanesse su quel di Locarno; spatriati gli altri. Il giorno nel quale i Locarnesi dovevano manifestare questa loro volontà, i protestanti presero a difendersi; non furono ascoltati, dicessero netto se volevano o no farsi cattolici: proruppero in no tanto sonoro che l'eco lo ripercosse lontano lontano per la costa dei monti. A gittare legna sul fuoco ecco giunge il nunzio del papa, il quale focosamente assilla deputati svizzeri a farsi restituire dai Grigioni il Beccaria sovvertitore dei Locarnesi per multarlo con le meritate pene; quindi a impedire che gli esuli trasportassero seco i loro beni e figliuoli; questi, sostenuti, diventassero a forza cattolici: i deputati concessero la prima richiesta, ributtarono la seconda come eccessiva: il nunzio, prosuntuoso al pari che soverchiatore, udito di certe gentildonne le quali, assai avendo delle cose della fede fatto profitto, passavano per luminari, volle provarsi con esso loro, e di leggieri fu vinto, vuoi per forza di argomenti o per eleganza di eloquio; allora, il malanimo convertito in odio, egli giurò la ruina di Barbara Montalto principale su le altre; quando meno se lo aspettava, una turba di scherani si avventasul far dell'alba al suo castello e le intìma seguitarla in prigione. Non si scompose la donna, solo implorò dagli sbirri la lasciassero sola per decenza tanto ch'ella si vestisse: annuirono entrando nella stanza accanto, dove aspettarono tanto che impazientiti sforzarono la porta della camera per pigliarla, ma non la rinvennero; frugarono da per tutto e sempre invano: affacciandosi sopra la terrazza lei videro in mezzo al lago che seduta sopra una barca, sventolando una pezzuola, li salutava. Il caso successe così: ella abitava un antico castello di cui una via sotterranea metteva capo al prossimo Lago maggiore: rugginosa per diuturno disuso era la porta talchè sei uomini a stento l'arieno potuta smovere; ma il marito essendosi fatto la notte precedente un mal sonno, provvide che l'aprissero; nè di ciò contento, procurava altresì che ivi presso stessero ammaniti i rematori della barca per cavare la famiglia di pericolo; di ciò la donna consapevole deluse la pretesca rabbia; il nunzio, per rifarsi, acciuffa certo mercante chiamato Nicolò, il quale dallo errore di avere discorso con irriverenza della Madonna del Sasso in poi di altra colpa non era reo; straziaronlo co' tormenti, poi dannarono a morte: indarno supplicarono per lui i Locarnesi tutti, massime cattolici; il nunzio non intese ragione, intorato ordinava che lì per lì senza indugio di sorte si strangolasse e bruciasse. — E neppur qui ebbero fine le atroci persecuzioni dei riformati locarnesi: avendo convenuto fra loro di traversareil contado di Milano, furono avvertiti che veruno gli avrebbe ospitati; se più di tre giorni si trattenessero, sarebbero stati ammazzati, a gravi ammende sottoposto chiunque gli sovvenisse ed anco per poco con loro favellasse. Scelsero nel cuore del verno arrampicarsi su le Alpi; ma giunti a Rogoreto, si trovarono chiusi dalla neve; lì stettero, e vincendo con isforzi inauditi la rea fortuna, ci si sostennero fino a primavera, e questo fu miracolo di amore; a primavera parte accolsero i Grigioni e parte Zurigo, procurando per via di carezze fraterne consolarli delle passate amaritudini.A Napoli, lo abbiamo accennato, Roma avversò la Inquisizione spagnuola per cupidità di primato; in altro modo proposta piacque, e romani preti e frati furono spediti ad esercitarla: se più mitemente che in Ispagna, adesso vedremo. Gli scrittori raccontano che la furia della Inquisizione in cotesta nobile città si levò repentina come l'uracano; a frotte legati, imprigionati, poi spediti a Roma, dove dopo averli straziati co' tormenti bruciavano: presi da terrore i cittadini, considerati rinnovarsi i tempi di Silla, dove causa di esizio era più che la dubbia fede il certo possesso del podere di Arpino, in compagnie cominciarono ad esulare: ben per loro se avessero condotto a fine il disegno; se non che, giunti ai piedi delle Alpi, alzando le ciglia in su, contemplarono l'acerbo cielo e la terra desolata; allora gli assalse il desiderio del lieto aere natio, la dolce temperie e la contrada dispensierafeconda di tutti i doni della natura: non ebbero cuore di valicare le Alpi e tornarono a casa, dove patirono di ogni maniera umiliazioni, ingiurie e patimenti, privi di conforto della coscienza, che senza requie li chiamò codardi. Il papato, che tenne e vorrebbe sempre tenere le granfie fitte in Roma e gli occhi da per tutto, ora vede in Calabria la vetusta colonia dei Vadesi: erano circa quattromila agricoltori e pastori, gente di fatica e di Dio, semplice di cuore, innocentissima di opere; essi abitavano due terre San Sisto e la Guardia; antica la loro fede, diversa affatto dalla romana: dopo tanto secolo al papa saltò in testa di sottoporli all'alternativa di farsi cattolici o di morire. Le vie di mezzo non usano a Roma: vennero colà inviati due monaci; la storia ne ricorda il nome, io nol dirò, monaci erano, e basta; questi da prima si conducono a San Sisto, dove si mettono a predicare così: «Caccino via i loro sacerdoti, entrino in grembo della chiesa romana, ascoltino la santa messa; questo per ora, il resto impareranno più tardi; e se nol faranno per amore, di tanto stieno sicuri, che lo avranno a fare per forza.» Alle parole ebbre, i Vadesi di San Sisto raccoltisi insieme dissero. «Donde a noi viene sì gran male? Da vivere dentro cerchia di mura fabbricate dalle nostre mani; per tanto non istiamo a bisticciarci con cotesti uomini, partiamci, lasciamo loro le nostre case, noi potremo vivere liberissimi nei boschi.» E come dissero fecero. I frati se restassero mogi non importa dire, pureripreso l'animo, divisarono recarsi difilato alla Guardia, dove appena intromessi ebbero cura di chiudere le porte; quindi esposero la missione loro come avevano adoperato a San Sisto, e mentendo aggiunsero che gli abitanti di cotesta terra si erano tutti senza eccezione ridotti alla loro volontà; imitassero anch'essi tanto bello esempio rinserrando l'antico vincolo di fratellanza fra loro: abbindolati così indegnamente, assentirono, se non che, in breve scoperta la frode, uomini donne e infanti irruppero verso la porta per raggiungere i fratelli nei boschi. I frati fuori di sè tratti dalla rabbia bestiale incitano il governatore a movere con forte mano di milizie contro i profughi di San Sisto, i quali dall'alto delle rupi dov'erano riparati supplicavano: non fossero micidiali del loro sangue; da secoli abitare in pace coteste terre e quivi avere raccolto ogni affetto come ogni sostanza; pure lascerebbero ogni cosa, niente si porterebbero seco, tranne il necessario pel viaggio; li lasciassero andare, non li costringessero per disperazione all'estreme difese: non li badarono; s'immisero dentro le forre delle rupi, e quivi rimase la più parte infranta dai massi sopra loro tracollati. Alla rabbia sacerdotale allora si aggiunse non meno truce la superbia soldatesca; vennero a corsa in Calabria nuovi soldati da Napoli, si bandirono liberi dallo inferno e dalla galera quanti masnadieri in cotesti tempi infestavano le strade pubbliche a patto che le scellerate armi andassero a santificare con la strage deglieretici; ci asteniamo descrivere gli orrori che ne successero; per naturale ferocia l'uomo trascorre un pezzo in là; tu pensa dove mai egli arrivi, se creda che quanto più imperversa immane e più si accosti al paradiso. Intanto i frati mèssi di Roma, appiccato che ebbero il fuoco alla girandola, si trassero da parte per fare una nuova giacchiata; fingendo deplorare cotesti casi, confortano gli abitanti della Guardia di condursi al cospetto loro per comporre cristianamente gli screzi; ed essi vanno: settanta dei maggiori presi furono tratti in catene a Montalto e quivi dallo inquisitore Panza torturati con infernale efferatezza non solo per farli confessare in proprio danno, ma ed anco in danno dei fratelli loro; nè riuscendo lo inquisitore, imbestiavasi nel martoriare cotesti miseri, così che a Stefano Carlino, per la gran forza dei tormenti, le viscere scoppiarono fuori del ventre. Un Mazzone fu pesto ed arso con torce resinose, ed il suo figlio precipitato giù dal campanile di una chiesa; Bernardino Conte, perchè, sendogli presentato il crocifisso da uno di questi carnefici, rispose: «Allontanatelo dagli occhi miei, chè il vostro Cristo non può essere il mio», prima spalmarono di pece, poi bruciarono, nè più nè meno che ai tempi nostri gli Austriaci costumarono in Brescia con lo Zima falegname; onde e preti e Austriaci meritamente furono compresi da noi nel medesimo odio, che nè per tempo rallenta, o per morte cessa. Ora agli Austriaci strumento della rabbia sacerdotale si surrogarono i Francesi;tale sia di loro: molto è il danno che ci apportarono, ma troppo maggiore lo strazio. Dio ci assista, ma la virtù italiana, che si fece strada traverso le ugne delle granfie dell'aquila austriaca, non morirà fra quelle dell'aquila francese: però l'odio fra due nazioni destinate ad essere sorelle non è naturale cosa; possa ricaderne la pena sul capo di cui ne fu la colpa. Di sessanta donne messe alla tortura la più parte perì; tormentati del pari i congiunti venuti da terre lontane ad implorare mercè pei miseri cattivi: il terrore impietriva i cuori e le menti dei popoli. Confessare o negare tornava lo stesso, ma confessare peggio; di fatti certo Venninello per impetrare tregua agli spasimi della tortura prometteva udire la santa messa; dunque, ne arguiva lo Inquisitore, su lui possono i tormenti, quindi, dove s'inaspriscano, è concesso sperare confessione più ampia a danno dei suoi compiici; mosso da simile logica, così ordinò si martoriasse con lo arnese chiamato l'infernoche dopo otto ore il misero esalò l'anima dolorosa. —Io non pensava allargare tanto questo capitolo ma i casi accaduti nella mia patria mentre lo stava scrivendo m'impongono il dovere di palesare con qualche maggiore particolarità che cosa abbia ardito Roma qui in Italia e che oserebbe adesso, se, in grazia del sussidio di Francia, ella giungesse ad ottenere la pienezza della sua autorità: e i casi che verrò riportando io non caverò mica da scrittori protestanti e neppure con le mie parole esporrò, sibbene da scrittori cattoliciromani, i quali procedono avversi ai martoriati perchè tenuti da loro in conto di eretici: così pertanto scriveva il segretario di Antonio Caracciolo al suo padrone: «Illustrissimo signore: di quanto avvenne qui circa agli eretici non mancai di tratto in tratto porgervi debita relazione, ora poi mi occorre ragguagliarvi, dei terribili supplizi eseguiti a danno dei luterani fino dall'11 giugno. A dirvela schietta, mi è parso proprio un macello: venuto il boia, fece mettere in fila i condannati; dopo ciò, preso certo straccio di tela, ne bendò uno e trattolo su la piazza attigua alla fabbrica, ordinò s'inginocchiasse; in meno che si dice amen allora con la manca lo acciuffa pei capelli e con la destra gli sega la gola mediante un coltellaccio; compito il primo ammazzamento, il carnefice va per un altro, col medesimo straccio insanguinato lo benda, nel medesimo luogo lo strascina, e nella medesima guisa lo scanna, e così di seguito, finchè, spossato di forze e grommoso di sangue da capo piedi, non ebbe ingombro il terreno di bene ottantotto cadaveri! Lascio considerare a voi l'angoscia dell'animo mio alla vista del terribile spettacolo; mirabile poi la pazienza e la mansuetudine con la quale cotesti eretici patirono il supplizio; pochi sul punto di morire abiurarono la eresia, la più parte perseverò in quella con infernale caparbietà: i vecchi perirono chiusi nel silenzio, qualche giovane proruppe in gridi di dolore. Quando penso alcarnefice col coltello insanguinato tra i denti, tenendo in mano lo straccio grondante sangue, afferrare con le braccia sanguinose le vittime una dopo l'altra come montoni per portarli al macello, davvero mi piglia il ribrezzo della febbre. Adesso adesso arrivano le carra per caricare i cadaveri, i quali hanno da essere squartati ed appesi sopra le vie maestre da un capo all'altro della Calabria; se il papa e il vicerè non mandano ordini per temperare lo zelo del marchese Buccianici, questi diserterà il paese: oggi ha emanato un decreto per cui sarà messo al tormento un centinaio di donne e poi morte; così pareggerà il numero degli uomini se non lo passa. Ora sonano le otto, e voglio andare ad informarmi dei discorsi tenuti da cotesti eretici indurati prima d'incamminarsi alla morte; mi si dice che taluno si mostrò temerario al punto di non volere guardare il Crocifisso e nè di confessarsi delle peccata; questi, messi da parte, sarannobruciati vivi: sento che gli eretici da guastarsi qui in Calabria sommeranno a seicento; costoro derivano dalla valle di Angrogna vicino alla Savoia, difatti qui in Calabria gli appellano oltramontani; nel regno, senza contare la Calabria, abitano quattro città, nè per quanto io sappia essi si conducono male; hanno poche lettere, di costume preclari, attendono intero alla coltura dei campi, e vicini a morte si mostrano molto religiosi a modo loro.»E Tomaso Costo nella sua storia di Napoli,confermando lo atrocissimo caso, a questo modo dichiara: «A taluni segarono il collo, ad altri il corpo a mezzo della vita, altri giù dalle rupi precipitarono; tutti infine patirono atroce, ma pur bene meritata morte. Caparbietà pari alla loro non fu vista mai; il padre mirava perire il figlio, il figlio il padre; e gli scongiurati, invece di mostrare segno alcuno di dolore, giubilando dicevano che andavano a fare da angioli presso a Dio; tanto gli accecava il demonio impossessatosi di loro!»Se così altrove, pensa se a Roma: però, profondo conoscitore dell'uomo, il prete, considerando come la soverchia paura stupidisca, alternò il supplizio scenico con la strage segreta; così chiamato a Roma con salvocondotto Bartolomeo Fonzio veneziano, ad uso veneto cucito dentro ad un sacco annegarono nel Tevere. —Secondando lo impeto dell'avventata indole, Paolo IV aborrì come codardi i partiti discreti; si compiacque dello scandalo esclamando che la torcia doveva mettersi in cima al candeliere, non già tenersi riposta sotto lo staio; però di un tratto sostenne principi, principesse, preti, frati, vescovi, intere accademie e perfino alcuni giudici del tribunale del santo Uffizio: procedendo più oltre minacciò cernire il loglio dal grano anco nel sacro collegio, al quale effetto commise si ricercassero intorno alla fede i cardinali Polo e Morone, Foscarari vescovo di Modena, Luigi Priuli ed altri spettabili personaggi. Riarso dalla febbre della superstizione, per istinto feroce, inaspritodal contegno dei nepoti, ai quali troppo si commise e i quali troppo perseguitò, cotesto papa presso a tirare l'ultimo fiato non ebbe altro pensiero tranne quello di chiamarsi intorno al letto alcuni cardinali e raccomandare loro che per l'amore di Dio la Inquisizione nella sua interezza mantenessero; se non periva, egli avrebbe intorno a sè seminato il deserto: appena lo seppe morto, il popolo riduce in cenere il palazzo della Inquisizione, le sue statue rompe e scaraventa nel Tevere; furibondo adesso quanto prima fu vile. Il successore Pio IV da prima parve più mite; alla rovescia dei gatti, i quali sul principio allungano gli ugnoli, i preti li ritirano: ma di mano in mano se non peggio di Paolo, quanto lui contristò la umanità; il tribunale della Inquisizione mise in luogo appartato oltre Tevere, quasi vergognando mostrarlo: ma, nascosto o palese, tendeva ai medesimi fini co' medesimi tormenti; quivi l'alemanno Filippo Camerier conobbe e consolò l'anima afflitta di Pompeo Di Negri calabrese, cui nè amore di congiunti nè opera di amici valsero a liberare da fato inesorabile; solo, offerendo ben settemila scudi alla avarizia sacerdotale, ottennero questo, che invece dibruciarlo vivo, prima lostrangolassero, poiardessero: ciò discrede il Cantù, che ogni sua fede pone nelle testimonianze del carnefice.Pareva di peggio non potesse accadere e non fu così: a due cose non si trova fondo, allo inferno e alla crudeltà dei preti. Eletto il Ghislieri a pontefice col nome di Pio V, mostrò fin dovepossano giungere la forza e il malvolere giunti al fanatismo. A costui non parve abbastanza feroce Carlo IX nè la strage di san Bartolomeo sufficiente olocausto al suo furore, sicchè scriveva lettere su lettere a cotesto re minacciandolo dell'ira celeste, dove avesse risparmiato un capo solo degli eretici, e fosse qualunque; e Spagna e Francia contrastavansi allora cotesta belva di prete per avventarsela contro, ed ella insanì per modo che un giorno mostrò i denti ad ambedue pubblicando le sue costituzioni, delle quali espresso il sugo ai giorni nostri leggemmo nel sillabo di Pio IX. Prima ardevano pel delitto, adesso pel sospetto di eresia: non passava giorno che Roma non andasse contristata da simili immanità; infinite le lusinghe perchè gli eretici veri o supposti si ritrattassero; per questa sottomissione attendessero non solo perdono bensì laude e premi; ma côlti al varco le promesse irridevano; il barone Bernardo di Angola, che nella speranza di uscir di pena confessò quello che vollero, ebbe a pagare pel riscatto della vita bene ottomila scudi e poi fu condannato a perpetua prigionia, e la segnasse col carbone bianco; non diverso toccò al conte di Pitigliano, il quale, oltre a sfamare la pretina avarizia con mille scudi, ebbe a ridursi a stare, finchè gli durò la vita, dentro un convento di gesuiti.Sconvolto ogni senso morale, lodevoli anzi santi si giudicarono i fatti i quali si proponessero la esaltazione della Chiesa; tradimenti e sacramenti del pari graditi a Dio. Certo gentiluomomodenese notte tempo è chiamato in Castello Sant'Angiolo; ei va tremando per ogni vena; condotto alla presenza del castellano, questi lo interroga se egli avesse un parente del tal nome, il quale, condannato come eretico in Modena, erasi rifuggito a Ferrara; il gentiluomo rispose affermativamente; allora il castellano senza ambage gli dice: «Or bè, adesso a voi tocca morire, ovvero scrivete al cugino che pel giorno e alla tale ora si faccia trovare alla posta tale in Bologna per conferire insieme su negozio gravissimo; scegliete.» Il gentiluomo sopraffatto dallo spavento scrive, e tuttavia lo tengono sostenuto fino ad esito del tranello; il quale pur troppo riuscì favorevole alla perfidia pretesca, imperciocchè il cugino improvvido, male affrettandosi per compiacere al parente, in breve cadesse nelle granfie sacerdotali.Lascio dei morti, minori in fama (pari tuttavia nel merito, e nel merito come nel martirio furono Fannio faventino e Domenico della Casa Bianca da Bassano) per parlare della fine di Mollio da Montalcino; lui rendevano venerato presso la gente la scienza infinita e la pietà insigne, quindi tanto più dalla curia romana aborrito, la quale gli pose i suoi segugi dietro per agguantarlo, come di fatto lo raggiunsero a Ravenna dove si stava acquattato: giorno fausto giudicarono cotesto a Roma, dove venne tratto con istrepito di armati. — Ammanita una solenne udienza della Inquisizione a cui assisterono con molti inquisitori parecchi vescovi e sei cardinali,vi comparve il Mollio in compagnia di non pochi altri sostenuti, nelle cui mani posero un torchietto acceso appena entrarono in sala: letta l'accusa, concessero agli accusati la difesa. Il Mollio si difese da sè: egli pertanto a viso aperto propugnò la propria dottrina intorno alla giustificazione, alla confessione auricolare, ai sacramenti; disse, com'è, empio ed usurpato il potere che il papa si arroga, e finalmente, vôlto con piglio severo verso i giudici, a questo modo gli apostrofò: «Se mai, o vescovi e cardinali, avessi potuto persuadermi che la potenza da voi usurpata e le dignità delle quali voi v'insignite rispondessero a taluno merito vostro, io non vi vorrei arguire; ma poichè io conosco di certa scienza come per voi sono state calpeste la temperanza, la verecondia, la onestà e la virtù, così emmi forza significarvi alla ricisa che voi le derivate non già da Dio, bensì dal demonio. Se fosse la vostra davvero potestà apostolica, come presumete dare ad intendere agl'ingenui, la dottrina e la vita vostre si rassomiglierebbero a un punto quelle degli apostoli: ora non è così, i vostri atti portano tutti il marchio della corruttela, della ipocrisia e della cupidità; ond'io non posso astenermi da considerare la vostra chiesa asilo di masnadieri e caverna di ladri. La vostra dottrina ch'è mai se non tessuto di menzogne? La vita vostra non palesa chiaro che vi siete fatto Dio del ventre? Voi siete sempre assetati del sangue degli eletti. Con qual fronte voi vi vantatesuccessori degli apostoli e di Gesù Cristo voi che lo spernete nella parola e nelle opere, voi che trucidate i suoi fedeli ministri, voi che costumate come se Dio non fosse in cielo, rendete inutili i suoi precetti sopra la terra, fate forza alla coscienza dei santi? Impertanto dalla vostra sentenza mi appello, e v'intimo, gente sanguinaria e dolosa, a comparire dinanzi al tribunale di Cristo quando i titoli vostri di superbia non abbindoleranno, e quando gli strazi ed i carnefici vostri non atterriranno più la gente; ed in testimonianza di quanto vi ho detto, ecco vi rendo quando voi mi avete dato.» E qui scagliato in terra il torchietto che aveva nelle mani lo spense: forse, anzi di certo, non avria avuto virtù per salvarlo più mite sermone, tuttavolta e' pare che al Mollio come a Socrate in cotesta occasione premesse meno difendere sè stesso che empire di vergogna i propri giudici; ma co' preti la vergogna è sciupata.Pomponio Algeri fu di Nola; studiò a Padova, ingegno sottile e nell'arte critica supremo, se la morte acerba non lo rapiva alla sapienza: tuttavia scolare compose certa operetta breve di mole, di argomentazione potentissima, con la quale si riduce in polvere tutto quanto i curiali romani anfanando ricavano dalle Scritture e dalle decretali in pro' del papa: avesse egli dettato blasfemi contro Dio, rilevava poco, Dio si difende da sè; contro il papa gli era ben altro negozio: faceva pertanto mestiero spegnere cotesto aspide innanzi che crescesse. Venezia servì dasbirro il papa; pure, sentisse rimorso o pudore, non volle consegnare il misero giovane al papa, lo condannò ella stessa cacciandolo in galera, donde pure ci ha redenzione. Ma siffatti empiastri non talentavano al papa, amico dei partiti netti, il quale focosamente instò presso il senato perchè glielo consegnasse: a sbramare la belva poteva dargli una carogna il senato, ma temè cimentarsi, però che cotesto maestrato ormai fosse destinato a scendere di viltà in viltà dentro il sepolcro; quindi glielo inviava vivo e incatenato a Roma, dove senza gingillare lo condannarono ad essere arso vivo: morì a trentaquattro anni con tali segni di grazia divina che i cardinali assistenti al supplizio per renderlo più solenne ne rimasero spaventati pur pensando al tardo ma inevitabile giudizio di Dio.Le spie stavano attaccate come l'ombra ai corpi dei sospetti, nè in casa solo, ma fuori; così a Francesco Gamba da Como, frequentando per suoi commerci Ginevra, essendo accaduto certa volta di celebrarvi la cena in compagnia dei suoi fratelli nel Signore, al suo ritorno fu preso e in meno che non si dice unCredocondannato alle fiamme; s'interpose l'ambasciatore imperiale, che a grande stento ottenne la esecuzione della sentenza per qualche giorno si differisse, e cotesta il misero ebbe a sperimentare importuna pietà, imperciocchè in quello intervallo di tempo i frati non facessero altro che tambussarlo con isciolemi e scede e di ogni maniera strazi, cui egli rispose mansueto sempre: anco i parenti e gli amici glidiedero molestia, pure tentando scrollare l'anima indomita con le considerazioni di affetti e d'interessi terreni. Di tutto ei prevalse: dal volto dai gesti, dalla dolce favella usciva uno incanto che investiva i cuori dei carnefici postigli attorno e gli sforzava al pianto; li benedisse, li perdonò supplice si volse a Dio perchè egli pure li perdonasse: tanto amore gli nocque; gl'inquisitori, temendo l'effetto della sua facondia, ordinarono che prima di condurlo al patibolo gli mozzassero la lingua, come fu fatto: così tratto fuori, anco sul palco gorgogliò sangue e preghiere pei suoi persecutori, quinci volse intorno gli sguardi e, visto alla lontana un suo amico lo salutò della mano; subito dopo lo strangolarono ed arsero. Tutti gli astanti piansero, eccetto i preti, i quali ruggirono: essi ben potevano percotere questi uomini dabbene con le pene degli scellerati, impedire che santi fossero e come tali si venerassero non potevano. Poco è a dirsi del Varaglia piemontese, già cappuccino, che mandato a convertire i Vadesi rimase convertito; a tradimento preso, fu condannato a morte a Torino: morendo volle spaventare come Scevola gl'inquisitori annunziando loro tanti essere i suoi fratelli nella fede di Cristo che gl'inquisitori non saprebbero trovare canapa nè legna a bastanza per istrangolarli ed arderli tutti; ma gl'inquisitori, come Porsenna, non si atterrirono continuando a strozzare ed a bruciare finchè la umanità non ebbe loro tronche le braccia.Vittima anco più pietosa di lui Luigi Pasquali diConi: preso fino dai primi anni di sua vita dalla dottrina dei riformati, studiò a Ginevra, dove tanto si distinse che lo elessero predicatore ai Vadesi di Calabria; avendo egli dato fede di sposo a Camilla Guerina, rispose non potere accettare senza il consenso della fidanzata, la quale volentieri lo accordava; andasse, obbedisse al Signore, ella lo avrebbe aspettato fino al ritorno: egli allora si partì con Stefano Negrino. Dopo molto travagliarsi, entrambi caddero in mano alla Inquisizione; il Negrino lasciò morirsi di fame in prigione, e parve non il più animoso, bensì il meno doloroso partito; all'opposto il Pasquali, dopo otto mesi di prigionia a Cosenza, trasportarono a Roma: molto patì e tutto sostenne con maravigliosa costanza, come si desume dalle lettere pietosissime spedite da lui alle chiese perseguitate della Calabria ed all'afflitta sposa; in una di queste lettere si legge il suo viaggio da Cosenza a Napoli; è pregio della opera riferirla: «Dei nostri compagni quei due che persuasero a ritrattarsi non hanno patito punto meno di noi, e Dio sa che cosa gli aspetta a Roma. L'onesto Spagnuolo soprastante alla nostra scorta ci volle far comprare la catena; a questo fine mi strinse così crudelmente i polsi che le carni ne rimasero stracciate; pur troppo mi accorsi che per riscattarmi dallo spasimo egli era mestieri dargli quanto mi trovava a possedere di pecunia; poca cosa invero, due ducati, appena bastevoli alle prime necessità; pure glieli diedi. Durante la notte alle bestiesomministravano paglia per corcarsi, a noi no, ci toccava giacersi per terra; a Napoli ci hanno chiusi dentro una carcere umida, fetente per la lunga dimora di luridi prigionieri.»Il fratello del Pasquali accorso per salvare il povero fratello, tale gli apparve quando prima lo vide al cospetto dello inquisitore: «orribile vista! egli scrive; nudi il capo, le braccia e le mani stracciate dai rigidi legami come di uomo che venga tratto alla forca; tanta pietà mi vinse che, andandogli incontro per abbracciarlo, mi vennero meno le forze: Fratelmo, egli mi disse, se cristiano sei, perchè ti lasci abbattere così dalla sventura? O che ignori forse come nè anco un capello cascherà in terra senza il volere di Dio? Confórtati in Cristo, chè i mali presenti non hanno paragone con la gloria avvenire. — Silenzio con coteste grullerie urlava l'inquisitore. Quando fummo sul partire, mio fratello pregò costui a volergli concedere carcere meno insopportabile; al che quegli rispose: — Io non ho altra carcere per te. — Ma almeno vi pigli compassione dei miei ultimi momenti, e Dio un giorno ve ne renderà merito. — È cortesia mostrarmi villano con empi ostinati ed induriti come te. — Certo dottore piemontese il quale si trovava in nostra compagnia si unì a noi per iscongiurare lo inquisitore alla misericordia; fu tempo perso, egli si rimase inflessibile. — Non vi sconfortate, allora soggiunse mio fratello; voi vedrete ch'egli lo farà per amore di Dio. — Anco volessinon potrei, tutte le prigioni adesso sono piene. — Ma via non tanto che un qualche cantuccio non avanzi sempre per me. — E poi con la tua lingua di vipera mi contamineresti le persone che ti stessero allato. — Ebbene io vi prometto tacere. — Insomma hai inteso che tu non devi uscire di qui? — Pazienza! — Conchiuse il mio fratello.»Pochi dì innanzi di morire, Luigi, volgendosi al suo fratello, così gli diceva: «Ringrazio Dio che nella mia lunga tribolazione e terribile parecchi eletti spiriti non hanno avuto paura di mostrarmi la loro benevolenza; te poi ringrazio particolarmente, mio dilettissimo fratello, per le tenere cure che ti sei tolto per me. Per ciò che mi spetta, Dio mi concesse la grazia di conoscere il nostro Signore Gesù Cristo in guisa di sentirmi sicuro nella via della verità: conosco che mi tocca camminare per lo angusto sentiero della Croce e mi trovo disposto a sigillare la mia testimonianza col sangue: non temo la morte, molto meno la perdita dei beni terreni, unito come sono di cuore al mio Redentore e consapevole del retaggio che mi aspetta nella vita celeste.» Il suo fratello, il quale sembra che sul retaggio della vita celeste facesse minor capitale, instava presso Luigi affinchè con qualche dichiarazione vedesse di salvare quella po' di sostanza alla famiglia, e se ci fosse verso anco la vita; ma egli fiero: «O fratello mio! il pericolo in cui tu ti versi mi angustia più di quanto soffro e piùdei patimenti che mi si apparecchiano. Ahimè! come lo appetito disordinato delle cose terrene ti rende indifferente ai beni del cielo!» Per ultimo, l'8 settembre 1560 lo trassero nella Minerva a sentire leggere la sentenza che lo condannava a morte; e il giorno dopo dentro una corte del Castel Sant'Angiolo, presenti il sommo pontefice e i cardinali, prima lo strozzarono, poi l'arsero. I nostri preti vietano ai fedeli assistere alle rappresentanze sceniche, però che, se commedie, facilmente corrompono il buon costume, e se tragedie, inferociscono gli animi: questa gente dabbene ha avvertenza a tutto. —E ormai che entrammo in queste miserie più addentro che non ne avevamo fatto disegno, come taceremo delle sventure domestiche? Cosimo primo granduca, a quanto pare, non badava più al torto che al diritto; la sua religione si rassomigliava più presto a quella di Margutte che a qualunque altra; egli, comechè segretamente, stava ammanito a fare il suo cammino anco con la vela della eresia; che da lui si tenesse corrispondenza col Bruciolo già avvertimmo anzi se ne serviva di spia; meglio però la connivenza di questo tristo co' riformatori resulta dal suo carteggio con Pero Gelido da Samminiato, ch'egli spediva in Francia a subodorare le rivolture politiche di cotesto paese, e si conosce come lo servisse di coppa e di coltello tanto da passare ispia anco lui non senza pericolo della propria vita; il degno uomo però adoperava così senza un interesse al mondo; solo nella fiduciache Cosimo in fondo in fondo si sentisse parziale per la dottrina dei riformati e s'industriasse al trionfo della vera religione di Cristo; di vero egli prega Dio che infonda in Cosimo il vero conoscimento della verità, perchè sia arnese di persuadere al papa che, deposti ogni interesse ed ambizione (il che torna lo stesso che persuadergli a disfarsi), voglia una volta che di questa causa si conosca la verità, come farebbe se si disponesse a congregare un concilio legittimo nel mezzo della Germania e a presiederlo in persona, dove si riformasse la Chiesa davvero; di che ne acquisterebbe gloria immortale presso gli uomini e la salute eterna presso Dio: e se non lo vorrà fare, non importa, imperciocchè accadrà in onta sua, trattandosi di cosa la quale come disse Gamaliel, venendo da Dio, non può mancare.A Cosimo tiranno coteste ciammengole non potevano andare; ciondolava nel dubbio per agguantarsi lì per lì anco ai rasoi per non battere sul lastrone, ma poi sentiva che la tirannide sacerdotale con la tirannide principesca sono fatte per reggersi; e dove mai lo avesse dimenticato, ecco là l'arcivescovo di Firenze Alessandro dei Medici suo cugino e suo ambasciatore a Roma che glielo ricordava con esplicito sermone: «Serenissimo signor mio, per la molta pratica che io ho delli umori di cotesta città, a me pare che la devozione di fra Girolamo causa duoi effetti cattivi, anzi pessimi quando vi si gettano come fanno al presente: ilprimo è che quelli che vi credono si alienano dalla sede apostolica, e se non diventano eretici, non hanno buona opinione del clero secolare e dei prelati, e gli obbediscono mal volentieri, ed io lo pruovo. L'altra, che tocca Vostra Altezza, è che si alienano dal presente felice stato, ed all'Altezza Vostra concepono certo odio intrinseco, se ben la potenza e la paura li fa stare in cervello. Ed io ricordo che Pandolfo Pucci una volta, poco innanzi che si scoprisse il suo tradimento, mi disse una mattina grandissimo bene di fra Girolamo con mia grandissima maraviglia; so che leggeva le sue opere con quegli altri congiurati.... I suoi devoti sono sempre queruli, sempre si lamentano, e perchè temono a parlare del principe, parlano dei suoi ministri et ordini, ecc.» E va bene: come tutte le libertà, così tutte le tirannidi sono sorelle; a quei che si tirano su a liberali e non ci credono o piuttosto fingono di non ci credere accade di queste due cose l'una, o finiscono per diventare satelliti del tiranno, o capitano male dopo avere ingannato sè stessi e la umanità.Di monsignor Pietro Carnesecchi non si potrebbe dire bene tanto che bastasse: indole umana, benigna e più, comechè nella pratica della virtù rigidamente costante; egli dotto nelle greche e nelle latine lettere, parlatore diserto, poeta insigne, consigliere argutissimo e fedele, delizia di quanti il conobbero, tra i quali piace distinguere quei due chiari intelletti che furono icardinali Sadoleto e Bembo. Gli fu amico Giulio dei Medici, esaltato poi a pontefice col nome di Clemente VII, il quale lo elesse pronotaro apostolico e segretario; con tre abbazie lo locupletò nel reame di Napoli, in Francia e nel Polesine; avendolo a mandare allo imperatore Carlo V nel 1531, lo accompagnò con questa commendatizia di cui non sapremmo immaginare nè più calzante nè più affettuosa: «Noi ti raccomandiamo un cittadino fiorentino, uomo di somma fede e di modestia singolare, il quale, e pei suoi meriti e per l'animo a noi divotissimo e per nobiltà e per virtù, amiamo quanto maggiormente possiamo.» E certo il papa favellava sincero, imperciocchè perfino del proprio nome volle ch'ei usasse; ed in cotesti tempi corse fama che la Chiesa pei consigli del Carnesecchi si governasse. — Siffatto intelletto era impossibile che le improntitudini romane sopportassero; convenuto sovente a Viterbo presso il cardinale Reginaldo Polo in compagnia di Marcantonio Flaminio, si pascevanode illo cibo qui non perit, ovvero di ragionamenti ribelli all'enormezze di preti cupidi, feroci ed ignoranti; a Napoli prese usanza col Valdes, l'Ochino, il Vermiglio e il Caracciolo; altrove strinse amicizia col vescovo Soranzo, col Vergerio, col Rangoni, Priuli, Merenda, Altieri, Celsi ed altri parecchi; mantenne più che benevole corrispondenza con Vittoria Colonna, Margherita di Savoia, Renata di Francia, Lavinia della Rovere e Giulia Gonzaga; generoso ed umano sussidiò largamente iperseguitati; diceva anco a chi non lo voleva sapere come a capacitare gli uomini ci vogliono buoni argomenti esposti con amore, non già lo immane urlío «abbrucia, ammazza»; pii ed innocentissimi affermava avere provato la più parte dei protestanti; cui si ritrattava compiangeva di spirito debole e di animo abbiosciato, all'opposto chi persisteva nella fede novellamente assunta lodava, e fra questi levò a cielo il Valdes scrivendone al Bonfadio; insomma disse ed operò in guisa che in cotesti tempi per mandare alle fiamme un uomo dabbene ce n'era anco di troppo. Citato a Roma nel 1546, il cardinale di Burgos lo esaminò intorno le sue corrispondenze con gli eretici, i sussidi loro somministrati, le raccomandazioni come precettori di tali che insinuatisi nelle famiglie sotto pretesto d'insegnare pervertivano la coscienza dei giovanetti, il favore fatto presso duchessa di Traietto in pro di due ospitati perchè il vero evangelo bandissero alle genti; ventura per lui che Paolo III beveva grosso ed impedì che il negozio inciprignisse: ma pecora segnata ormai egli era; ito in Francia, tornarono ad appiccargli le accuse; le quali a cagione della regina Caterina che gli si professava parzialissima poterono attecchire anco meno che a Roma. Poteva costà vivere tranquillo, ma i fati che strascinano gli uomini più che questi non credono e certo poi più che non vorrebbero, lo condussero di nuovo in Italia, farfalla intorno alla fiamma che lo aveva a incenerire; egli mise stanza in Padova, città ch'eigiudicava appartata dalle romane insidie epperò opportuna alla professione pacifica delle sue dottrine: s'ingannava, anco là la curia prese a perseguitarlo più implacata che mai; niente gli valse separarsi dai viventi o chiudersi nella solitudine o studiare le parole e i passi; l'odio, che non perdona mai, lo circondava come l'atmosfera. Il Gelido con queste pietose parole dava contezza di lui al Bibbiena segretario del duca Cosimo: «Molto spesso ragiono di lei con monsignor Carnesecchi, il quale è abbandonato, si può dire, da ognuno, eccetto da me, il quale tanto lo potrei mai abbandonare quanto la madre il suo figliuolo, amandolo quanto si può amare un vero amico, e certo non per beneficii che io abbia ricevuto o speri ricevere da lui, ma perchè sempre l'ho conosciuto uomo dabbene e bonissimo, e se mai lo ebbi tale, in questa sua afflizione, ch'è delle gravi che possono accadere ad un uomo, perchè si perde la roba, l'onore e quasi la vita, finisco di certificarmi che Dio è con lui e lo governa e lo consola e lo fortifica, chè altrimenti non potrebbe tollerare questo colpo mortalissimo con tanta costanza di animo e quasi con ilarità come con effetto tollera. Si è ritirato in casa, che fa conto gli sia una onesta carcere: conversa co' suoi libri e coi suoi pensieri per la maggior parte divini e vôlti alle cose dell'altra vita, di maniera che, in questa persecuzione che lo priva della conversazione degli uomini, l'assuefarà a conversare con gli angioli, e cosìverrà a trarsi altro frutto di questo suo esilio di quello che dal suo trasse Boezio o qualsivoglia altro filosofo, perchè altra consolazione si trova nella filosofia cristiana che nella umana.»

Da tempo remoto, e lo accennammo di già, travagliava Napoli il seme della eresia; ai Vadesi si aggiunsero i Tedeschi, venuti in Italia ai danni di Roma, ma poi voltati contro la Repubblica di Firenze e contro ogni cosa che in Italia sapesse di libertà, perchè papa e re bisogna ch'e' s'intendano; l'un regge l'altro; s'ei si accapigliano, durano finchè non si svapora nell'uno o nell'altro il vino dell'orgoglio; rinsaniti, si rifanno su i popoli. Ai Vadesi ed ai Tedeschi successe lo spagnuolo Valdes temuto per la bontà sua, lo ingegno, lo zelo indefesso e sopra tutto per la efficace modestia, in virtù della quale egli, pago che i suoi concetti si avvantaggiassero, si celava ed altri a farsi chiaro sovveniva. Egli diè il tratto alla esistenza del frate Ochino staccandolo dalla chiesa romana e di valorosissimo amico lo rese nemico capitale; a molte chiese appartiene la storia di lui del pari che quella di quasi tutti i compagni suoi, ma qui io la riporterò sempre succinto, però che il Valdes lo levasse dalle dannose dimore. Siena è la città dei santi; ma siccome non ci ha dirittosenza rovescio, così del pari è la città degli eretici. L'Ochino nacque da Domenico Tommasini di Siena nella contrada dell'Oca, dove pure sortì i natali Caterina da Siena, esaltata santa; di qui il soprannome di Ochino. Ai giorni nostri avvertirono come la bandiera di cotesta contrada porti i tre colori precisi della odierna italiana; Ochino e Caterina derivano da parenti oscuri; padre di questa un tintore, falegname quello dell'altro: giovine e propenso a malinconia Ochino si rese frate minore, non rinvenendo regola più di questa severa; ci stette poco, chè recatosi a Perugia, vi studiò medicina. In quel torno istituirono i cappuccini, e poichè questi gli parvero più conformi alla sua rigida indole, così volle vestirne l'abito; di qui in breve (tanto fece profitto nello studio della divinità, e tanto lo sovvenne natura) usciva atleta di Cristo acquistandosi fama di supremo oratore, anzi divino. Carlo V dopo averlo udito proclamava ch'egli avria fatto piagnere i sassi; lasciamo i sassi al suo posto, il Sadoleto e il vescovo di Fossombrone non dubitarono metterlo a canto ai più famosi oratori dell'antichità. Del vecchio peccatore cardinale Bembo non importa rammemorare le smancerie; lui con ressa infinita egli ottiene da Vittoria Colonna predicatore a Venezia, di lui e della sua eloquenza s'innamora, della salute si piglia smaniosa cura fino a raccomandarsi che dove occorra sforzino il suo Bernardine a cibare carni in quaresima, altrimenti non potrà reggere alle fatiche apostoliche. Forte percotevanola mente dei popoli la sua barba bianca, il volto emunto, gli occhi incavati e fiammeggianti, le vesti squallide, il costume rigido; camminava per colli e per pianure a piedi ignudi; il capo ad ogni più rea stagione scoperto sempre; andava di porta in porta accattando la vita; suo letto la terra, cortinaggio le frondi degli alberi: tutti lo riverivano e levavano a cielo; per poco stette che vivo non lo santificassero: dal comune andazzo si lasciò trarre fino Pietro Aretino, il quale, con modo in cui traspare la schernitrice perversità sua, scriveva al papa credere che non senza consiglio della provvidenza tanto peccatore egli fosse scrivendo ovvero operando, imperciocchè altrimenti l'Ochino non avrebbe ottenuto la gloria imperitura di ridurlo ad abiurare i suoi tanti peccati. L'Ochino, in virtù del credito grande che aveva, la cella concessagli per abitare a Venezia convertì in convento dei cappuccini; ed all'Ochino eretico vanno debitori i pii cattolici della devozione delle Quarantore, la quale tuttavia si pratica con tanti benefizi dell'anima e del corpo che ogni uomo li può vedere. Il papa gli aveva posto un bene pazzo, ed a ragione; imperciocchè quale vendemmiatore più potente di lui nella vigna di Cristo? La elemosina raccolta nella città di Napoli in una sola predica toccò niente meno che i cinquemila zecchini. Ma l'Ochino aveva già dato la balta; egli stesso scrivendo al Muzio lo informa che, meditando, digiunando e in tutte le altre guise mortificandosi, era giunto a scopriretre cose: la prima, che, Gesù Cristo avendo saldato col suo sangue ogni conto vecchio della umanità, bisognava reputare eresia pretta la dottrina che dopo cotesto caposaldo gli uomini avessero a faticare di nuovo per salvarsi con le opere: e veramente starebbe così; ma ciò non torna a Roma, perchè se le opere non sono più necessarie alla salute dell'anima, ella potrebbe chiudere bottega; e dall'altra parte appaga più la ragione il concetto che ognuno debba essere giudicato alla stregua del merito; di ciò colpa la proterva intemperanza dei preti, i quali, volendo arare sempre coll'asino e col bue, misero insieme cose fra loro contrarie deliberati di saldarle insieme con la fede: sicuro! non fa mestieri travagliarci troppo a cercare la razionalità delle proposte quando tu possa concludere: O credi o t'impicco. La seconda delle cose scoperte dall'Ochino fu che i voti frateschi, siccome empi, non tengono, e non ci ebbe a durare fatica; la terza, che la chiesa romana è vituperio di Dio, ed anco qui fu facile trovato. Se ne accorsero subito ch'ei balenava; dicono lo aizzasse il Valdes a Napoli col mostrargli che nonostante le belle parole a Roma lo avessero in conto del somaro che porta vino e beve l'acqua; nè manco il cappello rosso gli avevano dato! Le sono novelle, però anco sotto la tonaca del capuccino, come sotto il mantello di Diogene, talora la superbia si rannicchia. Per tanto prese a fastidire e messa e coro e orazioni; anzi a certo frate che, avendo notato com'ei si astenesse dallapreghiera, gli disse: «Andando ad amministrare la religione senza preci tu mi pari un cavaliere che vada senza staffe; bada alla cascata», l'Ochino rispose: «Chi fa bene prega», sentenza da legarsi in oro. Chiamato a Roma, pei conforti del Vermigli, non tiene lo invito, al contrario, gittata la tonaca alle ortiche, si rifugge a Ginevra; lo accolse esultante Calvino; ne dolse amaramente a Roma, la quale gli spedì su le calcagna per ricondurlo, ma indarno; intanto si pose mano a spegnerne gli alunni; dannato a morte un fra Bartolomeo da Cuneo; tutta la religione dei cappuccini subito cernita per isceverarne il grano dal loglio; per poco il papa non la soppresse affatto; le querimonie della sua fuga andarono a cielo; gli scrisse il Muzio e il Caraffa, prima cardinale, poi papa, ed è sollazzevole udire come questi lo vezzeggiasse col nome di cerbiatto e lo allettasse al ritorno sul colle degli aromi, il quale nel vocabolario della santa madre Chiesa significa catasta di legna; poi séguita coll'imprecare ai vitelli di oro e al culto degli alti luoghi; pesta mani e piedi perchè da ora innanzi non ci abbiano più ad essere Roboamo e Geroboamo, Gerusalemme e Samaria, ma sì un solo ovile ed un solo pastore; ragioni tutte, come ognuno vede, una meglio dell'altra per persuadere i più tenaci. In Ginevra l'Ochino fondò la chiesa riformata italiana; quivi scrisse e stampò varie opere, tra le quali si ricordano iCento apologhi, cui caninamente mordono i preti perchè li scottano; peggio conciòPaolo III in certa lettera la quale conservasi nella Laurenziana; lui matricida, lui rotto ad ogni infame libidine, assassino e traditore dei complici assassini, delle immanità del figliuolo Pierluigi Farnese partecipe: della esagerazione in cotesti improperii ce n'è e di molta, perchè preti e frati erano tutti spretati e sfratati o no, i quali se abbiano avuto od abbiano fede non so; questo so, che carità non conobbero mai.

A Pisa città prossimissima a Lucca gli eretici si adunarono apertamente in chiesa e vi celebrarono la messa; come argomentasse Mantova si ricava dal breve mandato da Paolo III al cardinale Gonzaga col quale lo ammoniva essere venuto a notizia come costà chierici e laici si attentassero disputare su materie di religione intorno a cui ognuno doveva tacere, imperciocchè egli e solo egli avesse ricevuto commissione di ragionare per tutti. La eresia, ovvero la luce del vero evangelico secondo gli umori diversi degli uomini, s'insinuò anco a Locarno; dapprima scarsa, ma non per questo sgomentaronsi gli apostoli, assai facendo capitale sopra gli esempi biblici, massime su quello di Gedeone, il quale con iscarsa mano di forti abbattè Madian; linguaggio consueto ai fanatici e dai religiosi passato ai politici per mala sorte e con peggiore consiglio, perchè nelle faccende religiose il poco apostolato opera come il molto, se non nella estensione, almeno nel concetto, mentre nelle politiche quello che non basta gli è come non fosse: colà si tratta di persuasione, qua di forza. Lecittà che si sfasciano a suono di tromba occorrono unicamente nella Sacra Scrittura; e ai tempi che corrono pochi e male armati e peggio nudriti Leonidi soccomberanno davanti a molti bene ordinati, provvisti dei migliori arnesi guerreschi ed ottimamente pasciuti; se ne vogliano rammentare i volontari che corrono alla impazzata lasciando noi in dubbio se li spinga generosità o piuttosto follia; dove poi li meni tedio di vita, e' possono ammazzarsi a loro bell'agio a casa. A Locarno impertanto i luterani crebbero e moltiplicarono; a maestri ebbero un Fontana, un Benedetto da cotesto luogo, un Varnerio Castiglione, un Ludovico Runco ed altri dei quali la fama vinse un Beccaria; dalla prossima Chiavenna vi scesero a storme pastori; insomma Locarno, più che disposto a seguitare il moto, ordinato ad imprimerlo e solenne.

E poichè troppo menerebbe a lungo discorrere parte a parte degli uomini i quali promossero in Italia la corrente della riforma, basti per lo scopo della nostra storia sapere come ormai non occorresse terra dove un mutamento nelle cose della fede ed in ispecie nei costumi dei chiesastici non si desiderasse; nell'Istria, a Genova, a Verona, a Cremona, a Cittadella, a Brescia, a Civita del Friuli, in Ancona e per fino nella stessa Roma pullulavano uomini ricchi di dottrina e di costanza, deliberati a osteggiare la mostruosa instituzione che ha nome papato. Nè meno degli uomini si mostrarono in questa bisogna ardentissime le donne. Dell'Olimpia Moratagià dissi; sopravvive oltre la sua la fama della Manrichia di Bresegna da Napoli, di Lavinia della Rovere da Urbino, della Maddalena e della Cherubina degli Orsini, della Elena Rangoni dei Bentivoglio, della Giulia Gonzaga bellissima di forme, onde corse voce che Solimano di lei per fama fieramente invaghito commettesse ad Ariadeno Barbarossa rapirla, e questi, obbedendo al suo signore, venuto in Italia si avventasse inaspettato a Fondi, dove la Giulia aveva stanza, e per un pelo non la colse, chè la donna svelta scappò in camicia; avventura piena di passione e degna di figurare nella storia quando fosse vera. Tra le eresiarche pongono altresì la Vittoria Colonna, e falsamente, perchè nelle cose della fede ella balenò anco troppo, chè la tirava l'Ochino, ma il cardinale Polo la tenne ferma al chiodo.

Però sopra Siena, sopra Ferrara, la città di Lucca noverava nel suo seno protestanti palesi e più nascosti, i quali aspettavano la occasione propizia per bandire apertamente la separazione di cotesto stato dalla chiesa cattolica. Cagione principalissima di siffatti umori predicano Pietro Martire, ed è vero, non però unica nè prima: ricordinsi gli alunni lucchesi del Savonarola, ed in ispecie lo zio di Francesco Burlamacchi spositore della vita del maestro ed istruttore della gioventù. Ora, per favellare di Pietro Martire, dirò che e' fu di Firenze e di casa Vermiglia, martire nominato perchè il padre suo afflitto a cagione della morte di quanti figli gli nascevanovotò questo ultimo, se gli viveva, a san Pietro martire: gli sopravvisse, ed egli da galantuomo tenne il patto. Il giovanetto studiò molto e bene sotto Marcello Virgilio segretario della repubblica fiorentina ed ebbe compagni illustri; mite di natura e al tutto inchinato alle cose spirituali, si ridusse di sedici anni al chiostro dei canonici regolari di Santo Agostino a Fiesole; dei beni terreni non gli calse, anzi confortò il padre suo che la massima parte del censo avito legasse all'Albergo de forastieriin sussidio dei poveri; dotto di latino, di greco e di ebraico, di ventisei anni imprese l'apostolato della parola, la quale non impetuosa come quella dell'Ochino, bensì lene scendeva nei cuori portandoci la divina persuasione; e poi, quantunque in sembianza di vergine cristiana, pure gli arrideva la musa e quella di ardentissimo affetto lo proseguiva; però a lui sopra gli altri amici in delizia Benedetto Cusano grecista da Vercelli, volgarizzatore di Omero, e il poeta Flaminio: dopo avere predicato con plauso in molte terre d'Italia andò a Napoli abbate nel convento di San Piero in Ara; quivi avendo annunziato che predicherebbe sul testo della prima epistola di s. Paolo ai Corintii che dice:col fuoco sarà provata l'opera dell'uomo, tennero per sicuro che si trattasse del purgatorio; quindi si dilatarono le viscere ai romanisti, sicchè pensate quanta la maraviglìa loro e più la rabbia quando udirono chiarire da lui coteste essere parole simboliche ed accennare alla intera distruzione dell'errore:di autorità non fece a spilluzzico, nei libri dei santi come in quelli dei curiali si trova tutto e per tutto; i teatini, potentissimi, lo accusarono allora al vicerè Toledo, ma egli sostenuto dagli agostiniani non li badò; ricorso al papa, per quella volta la sgarrava. Uscito da Napoli per colpa dell'aere maligno, peregrinò visitatore del suo ordine l'Italia, richiamando con ineffabile dolcezza i traviati su la diritta via; per ultimo venne priore di San Frediano a Lucca, e poichè qui trovò le coscienze disposte, a viso aperto prese ad esporre la sua dottrina; senza requie inteso a formare atleti i quali valessero a sostenere la lotta co' difensori di Roma, chiamava da Verona Paolo Lanciso famoso aristotelico ad istruire la gioventù lucchese nella lingua latina, da Ferrara Celso Martinengo nel greco, ed Emmanuele Tranellio nell'ebraico: guadagnò alla sua fede diciotto frati, i quali come diciotto apostoli spedì d'intorno a diffondere, come egli sosteneva, la luce della verità, e gli avversari affermavano, le tenebre dell'errore. Con lui s'accontò, e fu acquisto potente, don Costantino priore della Fregionara; egli sopra tutti infaticato istruiva i giovani nelle umane lettere e in divinità spiegando il Testamento nuovo ed i Salmi; nè giovani soli accorrevano ad udirlo, bensì ancora cittadini di ogni maniera, patrizi e popolani: nello avvento e nella quaresima predicava il solo Vangelo; nel rimanente anno prendeva per testo l'epistola di san Paolo, cosicchè in breve si vide fondata a Lucca una chiesa evangelica, dicui il Martire era salutato pastore, e seguace la parte migliore dei cittadini, i quali, dotti al pari che devoti, diedero in processo di tempo splendido segno di attaccamento alla religione riformata. Mentre queste cose avvenivano papa Paolo III si condusse fino a Lucca per conferirvi con Carlo V intorno ai negozi di Europa, massime intorno alle faccende della fede; e tuttavia, sebbene cotesto papa astutissimo conoscesse l'umore del Martire, nè gli mancassero eccitamenti ad usargli mal tratto, egli se ne astenne pensando al tempo immaturo e al seguito grande che il Martire aveva in cotesta città; forse, vuolsi credere, che il cardinale Contarini lo proteggesse, conciossiachè molto lo riverisse ed amasse ed anche egli a Lucca si conducesse per tenere al Martire proposito delle novità delle chiese germaniche; nè il Contarini andava immune da qualche sprazzo della dottrina dei riformati.

Narrasi per Carlo Eynard, il quale dettò una breve monografia intorno ai Burlamacchi, come Carlo V imperatore alloggiando nel palagio della Signoria, certa notte a forza desto udisse per casa un gran tramestio e un nicchiare, un gemere da mettere pietà; ond'ei chiamata gente le ordinò andassero a vedere che cosa fosse accaduto e glielo riferissero; tornato il messo in breve lo informava, una gentil donna avere testè partorito con molta angoscia un figliuolo, di che egli rallegratosi, significò volerlo tenere al sacro fonte ed imporgli il proprio nome. Il papafece la cerimonia; e cotesto pargolo fu poi Carlo figlio di Michele e padre di Giovanni Diodati, capitalissimo fra i teologhi protestanti e volgarizzatore della Bibbia, argomento di anatemi per Roma e di ammirazione per quanti sentono amore alle umane lettere.

Pel Martire a quel modo non poteva durare e non durò, chè nemici gli si serrarono addosso non solo i frati degli altri ordini per emulazione, ma sì anco i suoi per vendetta dei riformati costumi: quali arti adoperassero non porta specificare; fratesche erano, e però la meno trista la calunnia. Di questo tempo ci avanzano tre lettere del cardinale Bartolomeo Guidiccioni scritte da Roma alla Signoria di Lucca, dove si lagna che i pestiferi errori della condannata setta luterana, i quali pareano soppressi, abbiano dormito per destarsi più gagliardi di prima: l'ammonisce che pigli partito su ciò presto e bene, se non vuole tardi patire cosa che le dispiaccia: denunzia le conventicole in Santo Agostino, che, note a Roma, notissime denno essere a Lucca, e se la Signoria non provvede, vuol dire che esse accadono lei sciente e consenziente — dopo nè anco un mese da capo il buon cardinale loda la Signoria dell'egregio animo ch'ella dimostra e la conforta di spedire subito oratore a Roma per giustificarsi; intanto come caparra facciano prendere incontanente Celio Secondo Curione,che stà in casa Arnolfini ed ha tradotto in volgare alcune opere di Martino Lutero, per dare cotesto bel cibo sino alle semplici donne della nostracittà, oltrechè da Vinegia e da Ferrara se ne intende di lui pessimo odore; così è dar fare diligentia in quei frati di Santo Agostino, maxime di ritenere quel vicario.... custoditi con diligentia li potranno mandare a Roma, ovvero avvisare che li tengono a istanza di Sua Beatitudine;passato un altro mese, torna a battere il ferro caldo e dice: sentire inestimabile amarezza per l'augumento quotidiano della perversa dottrina nella nostra città; in cotesta medesima mattina (26 agosto 1542) essere state lette nellaCongregationeotto conclusioni luterane di don Costantino priore della Fregionara, le quali tanto dispiacquero al papa ed ai reverendissimi deputati che gli hanno commesso iscrivere a V. S. perchè lo facciano incarcerarehic et nunce incontanente spedirlo insieme all'altro frate di Sant'Agostino: ed in questo modo et con diligentia operando sarà grandepurgatione del mal umore della nostra città: prega, come altre volte pregò, la Signoria perchè si emendi da sè medesimaet non axpetti che altri la emendi. Tale la insolenza romana, a cui per mostrarsi adesso due volte più impronta non manca la voglia, bensì la possa.

Il Beverini nei suoi lodati annali lucchesi a questo luogo racconta come Luiso Balbani dimorando a Brusselles, avendo grande amistanza col Granvela, potè senza essere veduto udire i ragionamenti tenuti fra lo imperatore, il nunzio apostolico e l'oratore di Cosimo I, sul conto della repubblica, i quali insomma mettevano capo aquesto, che, là dove la Repubblica non si emendasse, lo imperatore le avrebbe tolta la libertà e sottoposta a Cosimo; dettando il Tommasi il sommario delle storie di Lucca dà di frego a questo racconto, principalmente fondato sopra la inesattezza di alcuni particolari che lo accompagnano; ma più che ci si pensa sopra, e più conghietturandosi comparisce vero o ad ogni modo supposto per costringere la Repubblica a qualche provvisione esiziale alla religione riformata.

Intorno allo agostiniano così pertinacemente richiesto a Roma, anzi alla morte, ecco quanto trovo scritto: i nemici del Martire, e per converso gli amici di Roma, volendo tastare un poco l'umore del popolo, ottennero facoltà dai commissari romani di sostenere questo frate, che, sospetto di eresia, era confessore ed assai cosa del Martire; la Signoria si strinse nelle spalle e lasciò fare; meno codardi alcuni patrizi, ammiratori della pietà e della innocenza di quello, rompono le porte del carcere e lo liberano, ma nella fuga lo sciagurato cadde, si ruppe una gamba e fu ripreso per essere condotto più tardi a Roma quasi in trionfo.

Indracati i satelliti romani mettono accusa formale contro il Martire avanti la corte di Roma; spedisconsi messaggi a sobillare la gente contro lui, i quali, come suole quando si tratta di mal fare, ottengono seguito sopra l'aspettativa, e principalmente tra i frati agostiniani, inveleniti contro il Martire perchè con la sua riforma gliaveva ridotti al canapo e (poichè tornava, almeno pel momento) si dava loro ad intendere agitassersi, la pristina libertà rivendicassero, chè in questo caso il rompere impune in ogni più sfrenato libito; nè stette guari che, convocata a Genova una congregazione generale dell'ordine degli agostiniani, ella citò il Martire, a comparirvi: ma il Martire, che quanto al nome ci stava, rispetto al fatto pare non gli garbasse, ed accivettato era, ed anco pei conforti dei suoi amici, assetta alla meglio le proprie faccende, poi si scansa a Pisa in compagnia del Lacisio, del Trebellio e del Terenziano; quinci scrive agli amici perchè procurino la libera partita a quanti dei correligionari intendano esulare con lui; per ultimo rimanda l'anello, insegna del proprio ufficio, affinchè non gli appicchino il sonaglio di avere fatto suo pro' della sostanza del convento; da Pisa a Firenze, dove con parlare succinto persuade l'Ochino a cansarsi a sua volta (la quale cosa egli fece due giorni dopo di lui), da Firenze per le Alpi retiche si conduce a Zurigo, a Basilea ed a Strasburgo, nella quale città ebbe accoglienze quali si costumano fra i perseguitati, chè gli uomini per amarsi bisogna che si sentano miseri. Appena pigliato un po' di riposo a Strasburgo, dove gli allogarono con onorevole stipendio una cattedra nella celebre università, scrisse alla chiesa riformata di Lucca esponendo le cause ond'egli costretto abbandonò la dolce patria italiana, e le faceva coraggio a perseverare nello amoredel Vangelo[14], che bene ella aveva tolto a norma della sua eterna salute. Conosciuta la fuga del Martire, con la feroce bramosia di cui noi che scriviamo avemmo ed abbiamo immagine viva nelle opere sbirresche dei diversi principati fin qui succedutisi in Italia; sbirri sempre comunque tu li nomini, li vesta o gl'incrocicchicome si fa ai canti per salvarli dalle lordure, ecco i cagnotti assediare il convento del Martire, rovistarlo da cima a fondo, menare a vergogna i religiosi in prigione, otto più lesti in gamba se la svignarono riparando in Isvizzera: malgrado questa fiera persecuzione, la chiesa protestante non andò dispersa, all'opposto come rovere sbattuta dal vento resistè alla bufera romana sicchè il Martire scrivendo ben tredici anni dopo ai fratelli lucchesi così si esprimeva: «Voi avete fatto per molti anni tanto avanzamento nel Vangelo di Gesù Cristo che non era punto mestieri io vi esortassi con lettere, ed altro non mi restava, eccetto questo: che in qualsivoglia luogo mi trovassi, io vi levassi a cielo.... si accrebbe poi la mia letizia quando seppi come, dopo finite tra voi le mie fatiche, Dio vi avesse provveduto di maestri sapienti, zelatori e considerati, in grazia delle virtuose cure di loro la opera impresa andava a perfezionarsi.»

Comechè Lucca, giusta quanto ci narrano gli antichi cronisti, pigliasse nome daluce, però cheprima fra le città italiche aprisse gli occhi alla luce del Vangelo, o forse appunto per questo, fu precipua fra noi a durare nella dottrina luterana: cause speciali per lei erano la molta anzi la troppa parte che gli oligarchi tenevano nello stato, ed essere questi tutti o quasi dottissimi e per ciò alla bestiale prepotenza romana fieramente avversi: la esperienza fatta dai reggitori che i riformati d'irreligiosi, scapestrati e poco meno che atei diventarono virtuosi e dabbene, dalle risse aborrivano, e, cessate le parti, i cittadini ogni giorno più si rendevano fra di loro servizievoli, le donne oneste: arrogi che il duca di Firenze, perpetuo nemico della Repubblica, abiettavasi a Roma perchè prima gliene consentisse la rapina, poi gliela consacrasse; onde i nostri vecchi sebbene di ossequi non facessero a penuria col sommo pontefice, tuttavia in fondo, non guardando più all'erta che alla china, desideravano che i luterani affliggessero lo impero in Germania; ed intanto, per approfittarsi dei tempi, si tenevano a cavallo al fosso.

Quello che avvenne al Martire nei diversi paesi dove lo trasse la sua ventura e che facesse e come finisse a me non giova esporre; nè manco dirò le vicende della Riforma in Italia: da quanto fu narrato e dagli sforzi supremi dei papi e dei satelliti loro per isvellerla fin dalle radici rimarrà chiarito il mio assunto, il quale è scopo capitalissimo di questa vita, che Francesco Burlamacchi, non fantasticando cose vane, al contrario ponderando i casi, i tempi e gli umoridei popoli, si accingesse ad impresa, se non sicura, probabile; e se non riuscì, egli è perchè la fortuna mal si accorda ai fatti virtuosi; degli eroi che si accinsero a magnanime imprese i popoli esaltano più i felici, gli infelici più rammemorano con pietoso animo; i primi in parte ebbero la loro mercede nei gaudi della gloria, i secondi l'aspettano sempre dalla ricordanza dei posteri, e l'abbiano.

E tuttavia, nonostante i casi e i giudizi di uomini peritissimi, come a mo' di esempio del cardinale Sadoleto, il quale scrivendo al cardinale Farnese nipote di Paolo III si sfogava perchè il papa, abbindolato da pessimi piaggiatori, non si accorgeva della ribellione universale degli spiriti e della rabbia di stracciare a morsi l'autorità papale; e il cardinale Caraffa, poi Paolo IV, che dichiarava riciso la lue luterana avere contaminato in Italia non pure gli uomini di stato, ma altresì la massima parte dei membri del clero, nonostante i voti del Vallicola e le speranze di Celio Curione, che, trionfando la vera religione di Cristo in Italia, vedeva l'universo genere umano precipitarsi con impeto fuori di misura maggiore a quello dei primi tempi della Chiesa verso la santa rôcca di cui Cristo è castellano, verso le tre torri difese dalla fede, dalla speranza e dalla carità; nonostante queste ed altre cose, la Riforma in Italia, comechè avesse posto radice, non prevalse, all'opposto rimase schiantata. Chi volesse ricercarne le cagioni con sottile esame forse ne troverebbe a dovizia; io ne riporterò alcunele quali mi si presentano sotto mano: prima di tutto le persecuzioni implacabilmente feroci esercitate per via del tribunale del santo Uffizio; lì per lì sembra strano come sul principio Roma osteggiasse la istituzione di questo scellerato tribunale in Italia, ma dopo un po' che ci pensi sopra, conosci che la cosa va pei suoi piedi; ell'era la Spagna che presumeva mettere succursali del santo Ufficio a Napoli e a Milano, e questo non faceva al caso di Roma, la quale tenne sempre l'occhio alla penna per dominare e non essere dominata, onde si mise dalla parte del popolo per ributtarla allegando con parole e con sembianza compunte che troppo crudo si comportava la Inquisizione in Ispagna perchè potesse consentire pigliasse piede in Italia; mentre la ipocrita aveva provocato l'efferatezze spagnuole, e mentre qui fra noi ella ne commise tali e tante non dirò da disgradarne quelle, ma da comparire loro onorevolmente da lato: in questa guisa sotto pretesto di tutelare la libertà la strozzano, e mentre volgono la passione del popolo a respingere la Inquisizione spagnuola, i preti mascagni la italiana consolidano: assodata che ella fu, imperversò come turbine; avventuroso chi potè fuggire! quanti gli sbirri presero, gittarono in carceri oscure ed ignote: oscure perchè l'anima dei prigionieri sgomenta piegasse davanti al terrore, ignote perchè i congiunti e gli amici al pensiero del sepolcro precoce si sentissero compresi di paura; eccetto poche terre, dalle altre tutte lo esercizio del culto luteranosbandito. Però, come succede, la persecuzione crebbe la costanza o la ostinazione negli eletti, i quali secondo il costume degli antichi cristiani continuarono a professare la propria religione in luoghi riposti ed anco talora per caverne. A Modena per opera di alcuni insigni prelati, fra i quali piace notare i cardinali Sadoleto, Morone, Contarini e Cortese, tentarono accordo coi riformati di cotesta città, e parve altresì si fossero assettati, ma egli erano tranelli, e forse da entrambi i lati, chè mal bigatti provaronsi sempre i settari: più tardi un Erri andato fino a Roma faceva la spia ai suoi concittadini, e Roma lo rimandava sbirro, giudice e carnefice a Modena; parecchi non istettero ad aspettarlo e si cansarono, di cui il più celebre è il Castelvetro; fiero, acuto e senza cupidità nè paure, di Roma sentiva quello che in ogni tempo sentirono gli uomini savi; ma ciò che più gli nocque fu la batosta ch'ei sostenne coll'Annibal Caro a causa della censura mossa da lui alla canzone:Venite all'ombra dei gran gigli d'oro; dove al Caro parve toccare il sublime, mentre (per dirla col concetto di Longino)egli altro non fa che gonfiare le gote: ai tempi nostri appena gli uomini che appellansi moderati o consorti ci porgono idea della infame rabbia che questi misero negli screzi politici, di quella che i letterati allora ponevano nelle contese scientifiche: sicari adoperavansi e veleni, peggio anco di questi la calunnia occulta al Santo Uffizio per farti bruciare vivo, ovvero (come sostiene il dabbene Cantù)prima strangolare e poi ardere. Dalle pessime di queste arti non rifuggì il Caro: sempre il Cantù, per difendere il Caro, afferma che non ce n'era mestieri, e può darsi, ma ciò non toglie che il Caro, nato e nudrito fra i prelati, di coteste ribalderie non si bruttasse; più tardi il Castelvetro andò a Roma per giustificarsi delle accuse appostegli, se non che, vista la mala parata, si cansava a Chiavenna, donde in seguito passò a Ginevra; chiamato da Renata non tenne lo invito, comechè questa la propria lettiga per viaggiare con comodità gli profferisse e gli mandasse danaro, cui egli ringraziando respinse: condusse il Castelvetro la inferma vecchiezza a Basilea, a Vienna e a Lione; ricondottosi in Chiavenna, quivi morì.[15]— A Ferrara il triste sacerdotenon rifuggiva (e qual cosa mai si tiene dai sacerdoti per venerato o per santo?) da seminare la discordia fra le famiglie; così giunse a pervertire ogni senso morale che il tradimento fu giudicato meritorio; insidia la mensa dove si sedeva il padre co' figliuoli; trabocchetto il talamo, non più fidato custode dei ripostissimi colloqui dei consorti: un'aura di spia attossicò la vita; raccolti per questo modo gl'indizi, il papa con breve del 1545 raccomandava gli accertassero con la tortura. Bene incolse alla Olimpia Morata; che, invaghitosi di lei un giovane tedesco, se la tolse in moglie e la recò lontana dalla terra crudele; gli altri finirono in prigione; taluno attestò col martirio la fede abbracciata; nè debolezza dei tardi anni nè tenerezza dei novelli nè sesso nè prosapia illustre nè eccellenza d'ingegno nè rettitudine di vita trovavano, non dico grazia, ma nè anco discrezione davanti la feroce improntitudine della razza malnata che sacerdotale si appella.

Pietoso il caso della duchessa Renata, dove tu pendi incerto se più tu deva ammirare la costanza della donna o la poltroneria del marito o la temerarietà della curia romana. Il papa, per isforzare Renata, mise su Enrico II re di Francia suo nipote, il quale le spedì a posta diFrancia maestro Oris inquisitore della fede, a cui, finchè giovanezza gli arrise, piacque più il vino che il sangue, vecchio, più il sangue del vino. La commissione del re al maestro inquisitore portava che prima attestasse alla zia Renata la sua amarezza per vederla entrata in cotesto laberinto di eresia; se ciò non valesse a ritrarnela, l'obbligasse con tutta la sua casa di assistere alle prediche; dove nè pure questo rimedio giovasse, allora si ponesse sola in luogo appartato, e i famigliari suoi si processassero e condannassero. E così fu fatto: la mutarono di carcere più volte, e così di compagnia come di carcere; talora dubitarono che piegasse e s'ingannarono, stette come torre ferma alle lusinghe, alle minacce e perfino alla separazione dalle proprie figliuole; solo dichiarò credere allachiesa cattolica, sopprimendoromana; più duro del padre, il figliuolo Alfonso, per non incontrare intoppi nella investitura del ducato da parte del papa, intimò alla madre o si convertisse o se ne andasse. Esaù vendè la primogenitura per le lenticchie, Alfonso la madre postergò al ducato: vedemmo peggio, però senz'altre parole tiriamo innanzi. Ella si partiva vecchia da Ferrara, dove era venuta giovane; il figlio che la esiliava era quel magnanimoAlfonso[16]che fece cantare eimprigionare il Tasso. Delle figlie di lei notissime Leonora e Lucrezia, massime la prima, meno nota Anna, la quale sposò prima il duca di Guisa e, lui morto, quello di Nemours, e più degna di esserlo per avere temperato la rabbia cattolica contro gli ugonotti. Renata si chiuse a Montargis, dove il suo castello meritò il nome diAlbergo di Dio, lei quello di madre degli afflitti; difese i perseguitati con la parola, con gli aiuti e perfino con le armi; perchè un dì che il suo genero duca di Guisa le intimava o cacciasse via gli eretici o avrebbe dato l'assalto al castello, ella rimandò indietro l'araldo con questa risposta: «Và e digli che incontrerà me prima sopra le torri del castello, e lì vedremo se gli basterà il cuore di ammazzare la figlia di un re.»

Venezia arieggiò in parte l'Inghilterra; la libertà ella amò, ma troppo più i guadagni, i quali adesso le persuadevano osteggiare ed ora blandire Roma: in cotesto tempo correva stagione di blandirla, però persecuzioni, disastri, ruine non contavano e nè le lacrime, purchè il conto tornasse: molto meno il sangue; agli aristocratici mercanti il sangue risparmia lo inchiostro rosso, il quale nella scrittura doppia spesso utilmente si adopera.

La procella suscitata dalle istigazioni di Romaviene esposta con colori foschissimi nelle lettere dello Altieri al Bullingero: «Ogni dì cresce la violenza della persecuzione, arrestano in massa e in massa condannano alle galere ovvero alla carcere perpetua: noi vedemmo bandire cittadini con i propri moglie e figliuoli; i più felici hanno dovuto la salvezza loro alla fuga: a tale stretta siamo noi che io comincio a temere per me, io che fin qui potei offrire asilo altrui; ma la volontà di Dio sia fatta, e la virtù si affina con la sventura.» L'Altieri rappresentava a Venezia l'elettore di Sassonia ed altri principi germanici: non è qui la occasione di narrare quale e quanta la indefessa opera sua in pro' dei fratelli di fede; finchè gli fu possibile tenne fermo; messo nell'alternativa di esulare ovvero di professare la religione cattolica romana, scelse essere spatriato; ma poi non gli bastò il cuore di allontanarsi, e si avvolse ramingo con la moglie e il figliuolo dilettissimi entrambi per diverse terre del dominio veneto; nel 1549 così scriveva da Brescia al Bullingero: «Sappi che vivo in mezzo a continue paure; pericoli di morte mi circondano; l'Italia tutta è perniciosa per me e per miei poveri figlio e consorte; ogni dì aumentano i miei terrori, conoscendo espresso che i miei nemici non poseranno finchè non mi abbiamo divorato vivo: rammentati di me nelle tue orazioni.» Di lui non si ebbe più novella mai; forse chi sa? anco di questo sventurato risponderebbero le cupe acque del Canale orfano, se elle avessero voce e senso.

Se così a Venezia, peggio nelle provincie; nell'Istria un inquisitore Grisone andava di casa in casa a rovistare ogni ripostiglio per rinvenirvi libri vietati o Bibbie; minacciava multe, castighi ed estremi supplizii; presi da terrore i cittadini si accusavano fra loro. Questo che io dico ti somministri argomento della tetra inverecondia di costui; sospetti a Roma i Vergeri, di cui Giovambattista era vescovo di Pola; adesso per muovere il popolo contro loro il Grisone salito in pergamo declamava: «Io vedete, se un nugolo di malanni vi è cascato addosso? Viti, olivi, messi, tutti al diavolo: le mandrie morte stecchite; nulla di salvo, e ciò perchè? Perchè voi sopportate che un vescovo eretico in compagnia di eretici come lui vivano qui in mezzo a voi. Smettete ogni speranza di sollievo finchè non abbiano essi ricevuto la mercede a seconda dei meriti; perchè dunque rimanete qui con le mani in mano? Affrettatevi, correte a lapidarli.» Poco dopo cotesto vescovo di veleno, come fu sospettato, moriva; il fratello Paolo scampava appena la vita; peregrinò per varie terre e dopo avere sopportato strane venture riparò fra i Grigioni. Le romane improntitudini alla perfine irritarono i patrizi più giovani in ispecial modo quando giunsero a mettere a repentaglio la Repubblica co' Grigioni: dalle ugne degli inquisitori liberarono un mercante grigione e rimandaronlo a casa, invano empiendo il Nunzio cielo e terra di querimonie: ma egli erano passeggieri miglioramenti seguitati da peggioriricadute; onde i protestanti Veneti ebbero ad abbandonare la patria, riparando nella Istria; però anco cotesto asilo essendo loro indi a breve riuscito molesto, comprarono una nave per girsene in cerca di patria novella; e già partivano quando certo mercante creditore di tre fra loro si provvide in giustizia per istaggirlo; e ciò non potendo ottenere, stando la nave in procinto di partenza ricorse allo inquisitore ed accusò tutti di eretici: presi, trasportati a Venezia e convinti dello errore commesso, furono condannati a morte: fin lì sentenze capitali non se ne erano viste a Venezia, eccetto in qualche parte rimota di terra ferma meno vigilata dalla solerzia dei padri, adesso funestarono anco la capitale: non fu di fuoco, bensì di acqua, non ispettacolosa come piace ai preti, sibbene segreta secondo il costume Veneto; notte tempo colà facevano passare il prigione dentro una gondola dove lo aspettavano un prete e due sbirri, tutti insieme pigliavano il largo di là dai castelli dove gli attendeva un altra barca; accostatesi allora quanto basta le barche mettevano una tavola traverso sopra le loro poppe, e su la tavola il condannato carico di catene, con un pietrone ai piedi: dopo ciò le barche vogavano di forza in senso opposto e l'infelice spariva nei gorghi delle acque. Se non più famoso, più tormentato degli altri il padre Baldo Lupetino, il quale traverso venti anni di doloroso carcere ebbe caro il giorno del martirio come quello della liberazione.

Comecchè le storie vadano piene della crudeletracotanza sacerdotale, pure in questa corsa traverso la Riforma in Italia mi sia permesso soffermarmi a narrare come lo inquisitore a Mantova non si peritasse mettere le mani addosso a persona congiunta di parentela col duca, il quale credendo che la cosa fosse accaduta per errore o che bastasse un suo cenno a comporla, mandò un messo con preghiera allo inquisitore perchè lo licenziasse; ma costui, che al pari degli altri cercava lo scandalo col fuscellino, rispose reciso: «non potere, e che al duca faceva di berretta, è vero, come a suo naturale signore, ma che il papa, di cui era in cotesto caso il rappresentante, stava sopra tutti i duchi, re e principi di corona della terra.» A Faenza e a Parma la Inquisizione fece anche peggio: nella prima di queste città, sostenuta persona insigne per dottrina e per pietà, in odore di eresia è messa alla tortura; negando l'accusa, moltiplicano i tormenti e, non potendo spuntarla gl'inaspriscono al punto che fra atrocissimi spasimi vi lasciava il meschino la vita: il popolo diede di fuori e in un momento diventarono tritoli il palazzo, gl'istrumenti e gl'inquisitori medesimi: furori che per essere giudicati divini bisognerebbe che la passione consegnasse in mano alla ragione e si alternassero regolarmente per ora in capo all'anno almeno due volte, per rendersi poi necessari una volta appena in capo ad un secolo.

Piena di pietà è la storia dei riformati di Locarno. I preti cominciarono da falsificare un documentoin virtù del quale i Locarnesi si professavano cattolici e co' riti della romana chiesa si obbligavano vivere: quando i preti pretesero farlo valere alla dieta dei sette Cantoni, surse una procella d'ira e di vituperio; non però se ne commossero i preti, i quali tanto seppero dimenarsi che ottennero: chi dei Locarnesi si convertisse cattolico rimanesse su quel di Locarno; spatriati gli altri. Il giorno nel quale i Locarnesi dovevano manifestare questa loro volontà, i protestanti presero a difendersi; non furono ascoltati, dicessero netto se volevano o no farsi cattolici: proruppero in no tanto sonoro che l'eco lo ripercosse lontano lontano per la costa dei monti. A gittare legna sul fuoco ecco giunge il nunzio del papa, il quale focosamente assilla deputati svizzeri a farsi restituire dai Grigioni il Beccaria sovvertitore dei Locarnesi per multarlo con le meritate pene; quindi a impedire che gli esuli trasportassero seco i loro beni e figliuoli; questi, sostenuti, diventassero a forza cattolici: i deputati concessero la prima richiesta, ributtarono la seconda come eccessiva: il nunzio, prosuntuoso al pari che soverchiatore, udito di certe gentildonne le quali, assai avendo delle cose della fede fatto profitto, passavano per luminari, volle provarsi con esso loro, e di leggieri fu vinto, vuoi per forza di argomenti o per eleganza di eloquio; allora, il malanimo convertito in odio, egli giurò la ruina di Barbara Montalto principale su le altre; quando meno se lo aspettava, una turba di scherani si avventasul far dell'alba al suo castello e le intìma seguitarla in prigione. Non si scompose la donna, solo implorò dagli sbirri la lasciassero sola per decenza tanto ch'ella si vestisse: annuirono entrando nella stanza accanto, dove aspettarono tanto che impazientiti sforzarono la porta della camera per pigliarla, ma non la rinvennero; frugarono da per tutto e sempre invano: affacciandosi sopra la terrazza lei videro in mezzo al lago che seduta sopra una barca, sventolando una pezzuola, li salutava. Il caso successe così: ella abitava un antico castello di cui una via sotterranea metteva capo al prossimo Lago maggiore: rugginosa per diuturno disuso era la porta talchè sei uomini a stento l'arieno potuta smovere; ma il marito essendosi fatto la notte precedente un mal sonno, provvide che l'aprissero; nè di ciò contento, procurava altresì che ivi presso stessero ammaniti i rematori della barca per cavare la famiglia di pericolo; di ciò la donna consapevole deluse la pretesca rabbia; il nunzio, per rifarsi, acciuffa certo mercante chiamato Nicolò, il quale dallo errore di avere discorso con irriverenza della Madonna del Sasso in poi di altra colpa non era reo; straziaronlo co' tormenti, poi dannarono a morte: indarno supplicarono per lui i Locarnesi tutti, massime cattolici; il nunzio non intese ragione, intorato ordinava che lì per lì senza indugio di sorte si strangolasse e bruciasse. — E neppur qui ebbero fine le atroci persecuzioni dei riformati locarnesi: avendo convenuto fra loro di traversareil contado di Milano, furono avvertiti che veruno gli avrebbe ospitati; se più di tre giorni si trattenessero, sarebbero stati ammazzati, a gravi ammende sottoposto chiunque gli sovvenisse ed anco per poco con loro favellasse. Scelsero nel cuore del verno arrampicarsi su le Alpi; ma giunti a Rogoreto, si trovarono chiusi dalla neve; lì stettero, e vincendo con isforzi inauditi la rea fortuna, ci si sostennero fino a primavera, e questo fu miracolo di amore; a primavera parte accolsero i Grigioni e parte Zurigo, procurando per via di carezze fraterne consolarli delle passate amaritudini.

A Napoli, lo abbiamo accennato, Roma avversò la Inquisizione spagnuola per cupidità di primato; in altro modo proposta piacque, e romani preti e frati furono spediti ad esercitarla: se più mitemente che in Ispagna, adesso vedremo. Gli scrittori raccontano che la furia della Inquisizione in cotesta nobile città si levò repentina come l'uracano; a frotte legati, imprigionati, poi spediti a Roma, dove dopo averli straziati co' tormenti bruciavano: presi da terrore i cittadini, considerati rinnovarsi i tempi di Silla, dove causa di esizio era più che la dubbia fede il certo possesso del podere di Arpino, in compagnie cominciarono ad esulare: ben per loro se avessero condotto a fine il disegno; se non che, giunti ai piedi delle Alpi, alzando le ciglia in su, contemplarono l'acerbo cielo e la terra desolata; allora gli assalse il desiderio del lieto aere natio, la dolce temperie e la contrada dispensierafeconda di tutti i doni della natura: non ebbero cuore di valicare le Alpi e tornarono a casa, dove patirono di ogni maniera umiliazioni, ingiurie e patimenti, privi di conforto della coscienza, che senza requie li chiamò codardi. Il papato, che tenne e vorrebbe sempre tenere le granfie fitte in Roma e gli occhi da per tutto, ora vede in Calabria la vetusta colonia dei Vadesi: erano circa quattromila agricoltori e pastori, gente di fatica e di Dio, semplice di cuore, innocentissima di opere; essi abitavano due terre San Sisto e la Guardia; antica la loro fede, diversa affatto dalla romana: dopo tanto secolo al papa saltò in testa di sottoporli all'alternativa di farsi cattolici o di morire. Le vie di mezzo non usano a Roma: vennero colà inviati due monaci; la storia ne ricorda il nome, io nol dirò, monaci erano, e basta; questi da prima si conducono a San Sisto, dove si mettono a predicare così: «Caccino via i loro sacerdoti, entrino in grembo della chiesa romana, ascoltino la santa messa; questo per ora, il resto impareranno più tardi; e se nol faranno per amore, di tanto stieno sicuri, che lo avranno a fare per forza.» Alle parole ebbre, i Vadesi di San Sisto raccoltisi insieme dissero. «Donde a noi viene sì gran male? Da vivere dentro cerchia di mura fabbricate dalle nostre mani; per tanto non istiamo a bisticciarci con cotesti uomini, partiamci, lasciamo loro le nostre case, noi potremo vivere liberissimi nei boschi.» E come dissero fecero. I frati se restassero mogi non importa dire, pureripreso l'animo, divisarono recarsi difilato alla Guardia, dove appena intromessi ebbero cura di chiudere le porte; quindi esposero la missione loro come avevano adoperato a San Sisto, e mentendo aggiunsero che gli abitanti di cotesta terra si erano tutti senza eccezione ridotti alla loro volontà; imitassero anch'essi tanto bello esempio rinserrando l'antico vincolo di fratellanza fra loro: abbindolati così indegnamente, assentirono, se non che, in breve scoperta la frode, uomini donne e infanti irruppero verso la porta per raggiungere i fratelli nei boschi. I frati fuori di sè tratti dalla rabbia bestiale incitano il governatore a movere con forte mano di milizie contro i profughi di San Sisto, i quali dall'alto delle rupi dov'erano riparati supplicavano: non fossero micidiali del loro sangue; da secoli abitare in pace coteste terre e quivi avere raccolto ogni affetto come ogni sostanza; pure lascerebbero ogni cosa, niente si porterebbero seco, tranne il necessario pel viaggio; li lasciassero andare, non li costringessero per disperazione all'estreme difese: non li badarono; s'immisero dentro le forre delle rupi, e quivi rimase la più parte infranta dai massi sopra loro tracollati. Alla rabbia sacerdotale allora si aggiunse non meno truce la superbia soldatesca; vennero a corsa in Calabria nuovi soldati da Napoli, si bandirono liberi dallo inferno e dalla galera quanti masnadieri in cotesti tempi infestavano le strade pubbliche a patto che le scellerate armi andassero a santificare con la strage deglieretici; ci asteniamo descrivere gli orrori che ne successero; per naturale ferocia l'uomo trascorre un pezzo in là; tu pensa dove mai egli arrivi, se creda che quanto più imperversa immane e più si accosti al paradiso. Intanto i frati mèssi di Roma, appiccato che ebbero il fuoco alla girandola, si trassero da parte per fare una nuova giacchiata; fingendo deplorare cotesti casi, confortano gli abitanti della Guardia di condursi al cospetto loro per comporre cristianamente gli screzi; ed essi vanno: settanta dei maggiori presi furono tratti in catene a Montalto e quivi dallo inquisitore Panza torturati con infernale efferatezza non solo per farli confessare in proprio danno, ma ed anco in danno dei fratelli loro; nè riuscendo lo inquisitore, imbestiavasi nel martoriare cotesti miseri, così che a Stefano Carlino, per la gran forza dei tormenti, le viscere scoppiarono fuori del ventre. Un Mazzone fu pesto ed arso con torce resinose, ed il suo figlio precipitato giù dal campanile di una chiesa; Bernardino Conte, perchè, sendogli presentato il crocifisso da uno di questi carnefici, rispose: «Allontanatelo dagli occhi miei, chè il vostro Cristo non può essere il mio», prima spalmarono di pece, poi bruciarono, nè più nè meno che ai tempi nostri gli Austriaci costumarono in Brescia con lo Zima falegname; onde e preti e Austriaci meritamente furono compresi da noi nel medesimo odio, che nè per tempo rallenta, o per morte cessa. Ora agli Austriaci strumento della rabbia sacerdotale si surrogarono i Francesi;tale sia di loro: molto è il danno che ci apportarono, ma troppo maggiore lo strazio. Dio ci assista, ma la virtù italiana, che si fece strada traverso le ugne delle granfie dell'aquila austriaca, non morirà fra quelle dell'aquila francese: però l'odio fra due nazioni destinate ad essere sorelle non è naturale cosa; possa ricaderne la pena sul capo di cui ne fu la colpa. Di sessanta donne messe alla tortura la più parte perì; tormentati del pari i congiunti venuti da terre lontane ad implorare mercè pei miseri cattivi: il terrore impietriva i cuori e le menti dei popoli. Confessare o negare tornava lo stesso, ma confessare peggio; di fatti certo Venninello per impetrare tregua agli spasimi della tortura prometteva udire la santa messa; dunque, ne arguiva lo Inquisitore, su lui possono i tormenti, quindi, dove s'inaspriscano, è concesso sperare confessione più ampia a danno dei suoi compiici; mosso da simile logica, così ordinò si martoriasse con lo arnese chiamato l'infernoche dopo otto ore il misero esalò l'anima dolorosa. —

Io non pensava allargare tanto questo capitolo ma i casi accaduti nella mia patria mentre lo stava scrivendo m'impongono il dovere di palesare con qualche maggiore particolarità che cosa abbia ardito Roma qui in Italia e che oserebbe adesso, se, in grazia del sussidio di Francia, ella giungesse ad ottenere la pienezza della sua autorità: e i casi che verrò riportando io non caverò mica da scrittori protestanti e neppure con le mie parole esporrò, sibbene da scrittori cattoliciromani, i quali procedono avversi ai martoriati perchè tenuti da loro in conto di eretici: così pertanto scriveva il segretario di Antonio Caracciolo al suo padrone: «Illustrissimo signore: di quanto avvenne qui circa agli eretici non mancai di tratto in tratto porgervi debita relazione, ora poi mi occorre ragguagliarvi, dei terribili supplizi eseguiti a danno dei luterani fino dall'11 giugno. A dirvela schietta, mi è parso proprio un macello: venuto il boia, fece mettere in fila i condannati; dopo ciò, preso certo straccio di tela, ne bendò uno e trattolo su la piazza attigua alla fabbrica, ordinò s'inginocchiasse; in meno che si dice amen allora con la manca lo acciuffa pei capelli e con la destra gli sega la gola mediante un coltellaccio; compito il primo ammazzamento, il carnefice va per un altro, col medesimo straccio insanguinato lo benda, nel medesimo luogo lo strascina, e nella medesima guisa lo scanna, e così di seguito, finchè, spossato di forze e grommoso di sangue da capo piedi, non ebbe ingombro il terreno di bene ottantotto cadaveri! Lascio considerare a voi l'angoscia dell'animo mio alla vista del terribile spettacolo; mirabile poi la pazienza e la mansuetudine con la quale cotesti eretici patirono il supplizio; pochi sul punto di morire abiurarono la eresia, la più parte perseverò in quella con infernale caparbietà: i vecchi perirono chiusi nel silenzio, qualche giovane proruppe in gridi di dolore. Quando penso alcarnefice col coltello insanguinato tra i denti, tenendo in mano lo straccio grondante sangue, afferrare con le braccia sanguinose le vittime una dopo l'altra come montoni per portarli al macello, davvero mi piglia il ribrezzo della febbre. Adesso adesso arrivano le carra per caricare i cadaveri, i quali hanno da essere squartati ed appesi sopra le vie maestre da un capo all'altro della Calabria; se il papa e il vicerè non mandano ordini per temperare lo zelo del marchese Buccianici, questi diserterà il paese: oggi ha emanato un decreto per cui sarà messo al tormento un centinaio di donne e poi morte; così pareggerà il numero degli uomini se non lo passa. Ora sonano le otto, e voglio andare ad informarmi dei discorsi tenuti da cotesti eretici indurati prima d'incamminarsi alla morte; mi si dice che taluno si mostrò temerario al punto di non volere guardare il Crocifisso e nè di confessarsi delle peccata; questi, messi da parte, sarannobruciati vivi: sento che gli eretici da guastarsi qui in Calabria sommeranno a seicento; costoro derivano dalla valle di Angrogna vicino alla Savoia, difatti qui in Calabria gli appellano oltramontani; nel regno, senza contare la Calabria, abitano quattro città, nè per quanto io sappia essi si conducono male; hanno poche lettere, di costume preclari, attendono intero alla coltura dei campi, e vicini a morte si mostrano molto religiosi a modo loro.»

E Tomaso Costo nella sua storia di Napoli,confermando lo atrocissimo caso, a questo modo dichiara: «A taluni segarono il collo, ad altri il corpo a mezzo della vita, altri giù dalle rupi precipitarono; tutti infine patirono atroce, ma pur bene meritata morte. Caparbietà pari alla loro non fu vista mai; il padre mirava perire il figlio, il figlio il padre; e gli scongiurati, invece di mostrare segno alcuno di dolore, giubilando dicevano che andavano a fare da angioli presso a Dio; tanto gli accecava il demonio impossessatosi di loro!»

Se così altrove, pensa se a Roma: però, profondo conoscitore dell'uomo, il prete, considerando come la soverchia paura stupidisca, alternò il supplizio scenico con la strage segreta; così chiamato a Roma con salvocondotto Bartolomeo Fonzio veneziano, ad uso veneto cucito dentro ad un sacco annegarono nel Tevere. —

Secondando lo impeto dell'avventata indole, Paolo IV aborrì come codardi i partiti discreti; si compiacque dello scandalo esclamando che la torcia doveva mettersi in cima al candeliere, non già tenersi riposta sotto lo staio; però di un tratto sostenne principi, principesse, preti, frati, vescovi, intere accademie e perfino alcuni giudici del tribunale del santo Uffizio: procedendo più oltre minacciò cernire il loglio dal grano anco nel sacro collegio, al quale effetto commise si ricercassero intorno alla fede i cardinali Polo e Morone, Foscarari vescovo di Modena, Luigi Priuli ed altri spettabili personaggi. Riarso dalla febbre della superstizione, per istinto feroce, inaspritodal contegno dei nepoti, ai quali troppo si commise e i quali troppo perseguitò, cotesto papa presso a tirare l'ultimo fiato non ebbe altro pensiero tranne quello di chiamarsi intorno al letto alcuni cardinali e raccomandare loro che per l'amore di Dio la Inquisizione nella sua interezza mantenessero; se non periva, egli avrebbe intorno a sè seminato il deserto: appena lo seppe morto, il popolo riduce in cenere il palazzo della Inquisizione, le sue statue rompe e scaraventa nel Tevere; furibondo adesso quanto prima fu vile. Il successore Pio IV da prima parve più mite; alla rovescia dei gatti, i quali sul principio allungano gli ugnoli, i preti li ritirano: ma di mano in mano se non peggio di Paolo, quanto lui contristò la umanità; il tribunale della Inquisizione mise in luogo appartato oltre Tevere, quasi vergognando mostrarlo: ma, nascosto o palese, tendeva ai medesimi fini co' medesimi tormenti; quivi l'alemanno Filippo Camerier conobbe e consolò l'anima afflitta di Pompeo Di Negri calabrese, cui nè amore di congiunti nè opera di amici valsero a liberare da fato inesorabile; solo, offerendo ben settemila scudi alla avarizia sacerdotale, ottennero questo, che invece dibruciarlo vivo, prima lostrangolassero, poiardessero: ciò discrede il Cantù, che ogni sua fede pone nelle testimonianze del carnefice.

Pareva di peggio non potesse accadere e non fu così: a due cose non si trova fondo, allo inferno e alla crudeltà dei preti. Eletto il Ghislieri a pontefice col nome di Pio V, mostrò fin dovepossano giungere la forza e il malvolere giunti al fanatismo. A costui non parve abbastanza feroce Carlo IX nè la strage di san Bartolomeo sufficiente olocausto al suo furore, sicchè scriveva lettere su lettere a cotesto re minacciandolo dell'ira celeste, dove avesse risparmiato un capo solo degli eretici, e fosse qualunque; e Spagna e Francia contrastavansi allora cotesta belva di prete per avventarsela contro, ed ella insanì per modo che un giorno mostrò i denti ad ambedue pubblicando le sue costituzioni, delle quali espresso il sugo ai giorni nostri leggemmo nel sillabo di Pio IX. Prima ardevano pel delitto, adesso pel sospetto di eresia: non passava giorno che Roma non andasse contristata da simili immanità; infinite le lusinghe perchè gli eretici veri o supposti si ritrattassero; per questa sottomissione attendessero non solo perdono bensì laude e premi; ma côlti al varco le promesse irridevano; il barone Bernardo di Angola, che nella speranza di uscir di pena confessò quello che vollero, ebbe a pagare pel riscatto della vita bene ottomila scudi e poi fu condannato a perpetua prigionia, e la segnasse col carbone bianco; non diverso toccò al conte di Pitigliano, il quale, oltre a sfamare la pretina avarizia con mille scudi, ebbe a ridursi a stare, finchè gli durò la vita, dentro un convento di gesuiti.

Sconvolto ogni senso morale, lodevoli anzi santi si giudicarono i fatti i quali si proponessero la esaltazione della Chiesa; tradimenti e sacramenti del pari graditi a Dio. Certo gentiluomomodenese notte tempo è chiamato in Castello Sant'Angiolo; ei va tremando per ogni vena; condotto alla presenza del castellano, questi lo interroga se egli avesse un parente del tal nome, il quale, condannato come eretico in Modena, erasi rifuggito a Ferrara; il gentiluomo rispose affermativamente; allora il castellano senza ambage gli dice: «Or bè, adesso a voi tocca morire, ovvero scrivete al cugino che pel giorno e alla tale ora si faccia trovare alla posta tale in Bologna per conferire insieme su negozio gravissimo; scegliete.» Il gentiluomo sopraffatto dallo spavento scrive, e tuttavia lo tengono sostenuto fino ad esito del tranello; il quale pur troppo riuscì favorevole alla perfidia pretesca, imperciocchè il cugino improvvido, male affrettandosi per compiacere al parente, in breve cadesse nelle granfie sacerdotali.

Lascio dei morti, minori in fama (pari tuttavia nel merito, e nel merito come nel martirio furono Fannio faventino e Domenico della Casa Bianca da Bassano) per parlare della fine di Mollio da Montalcino; lui rendevano venerato presso la gente la scienza infinita e la pietà insigne, quindi tanto più dalla curia romana aborrito, la quale gli pose i suoi segugi dietro per agguantarlo, come di fatto lo raggiunsero a Ravenna dove si stava acquattato: giorno fausto giudicarono cotesto a Roma, dove venne tratto con istrepito di armati. — Ammanita una solenne udienza della Inquisizione a cui assisterono con molti inquisitori parecchi vescovi e sei cardinali,vi comparve il Mollio in compagnia di non pochi altri sostenuti, nelle cui mani posero un torchietto acceso appena entrarono in sala: letta l'accusa, concessero agli accusati la difesa. Il Mollio si difese da sè: egli pertanto a viso aperto propugnò la propria dottrina intorno alla giustificazione, alla confessione auricolare, ai sacramenti; disse, com'è, empio ed usurpato il potere che il papa si arroga, e finalmente, vôlto con piglio severo verso i giudici, a questo modo gli apostrofò: «Se mai, o vescovi e cardinali, avessi potuto persuadermi che la potenza da voi usurpata e le dignità delle quali voi v'insignite rispondessero a taluno merito vostro, io non vi vorrei arguire; ma poichè io conosco di certa scienza come per voi sono state calpeste la temperanza, la verecondia, la onestà e la virtù, così emmi forza significarvi alla ricisa che voi le derivate non già da Dio, bensì dal demonio. Se fosse la vostra davvero potestà apostolica, come presumete dare ad intendere agl'ingenui, la dottrina e la vita vostre si rassomiglierebbero a un punto quelle degli apostoli: ora non è così, i vostri atti portano tutti il marchio della corruttela, della ipocrisia e della cupidità; ond'io non posso astenermi da considerare la vostra chiesa asilo di masnadieri e caverna di ladri. La vostra dottrina ch'è mai se non tessuto di menzogne? La vita vostra non palesa chiaro che vi siete fatto Dio del ventre? Voi siete sempre assetati del sangue degli eletti. Con qual fronte voi vi vantatesuccessori degli apostoli e di Gesù Cristo voi che lo spernete nella parola e nelle opere, voi che trucidate i suoi fedeli ministri, voi che costumate come se Dio non fosse in cielo, rendete inutili i suoi precetti sopra la terra, fate forza alla coscienza dei santi? Impertanto dalla vostra sentenza mi appello, e v'intimo, gente sanguinaria e dolosa, a comparire dinanzi al tribunale di Cristo quando i titoli vostri di superbia non abbindoleranno, e quando gli strazi ed i carnefici vostri non atterriranno più la gente; ed in testimonianza di quanto vi ho detto, ecco vi rendo quando voi mi avete dato.» E qui scagliato in terra il torchietto che aveva nelle mani lo spense: forse, anzi di certo, non avria avuto virtù per salvarlo più mite sermone, tuttavolta e' pare che al Mollio come a Socrate in cotesta occasione premesse meno difendere sè stesso che empire di vergogna i propri giudici; ma co' preti la vergogna è sciupata.

Pomponio Algeri fu di Nola; studiò a Padova, ingegno sottile e nell'arte critica supremo, se la morte acerba non lo rapiva alla sapienza: tuttavia scolare compose certa operetta breve di mole, di argomentazione potentissima, con la quale si riduce in polvere tutto quanto i curiali romani anfanando ricavano dalle Scritture e dalle decretali in pro' del papa: avesse egli dettato blasfemi contro Dio, rilevava poco, Dio si difende da sè; contro il papa gli era ben altro negozio: faceva pertanto mestiero spegnere cotesto aspide innanzi che crescesse. Venezia servì dasbirro il papa; pure, sentisse rimorso o pudore, non volle consegnare il misero giovane al papa, lo condannò ella stessa cacciandolo in galera, donde pure ci ha redenzione. Ma siffatti empiastri non talentavano al papa, amico dei partiti netti, il quale focosamente instò presso il senato perchè glielo consegnasse: a sbramare la belva poteva dargli una carogna il senato, ma temè cimentarsi, però che cotesto maestrato ormai fosse destinato a scendere di viltà in viltà dentro il sepolcro; quindi glielo inviava vivo e incatenato a Roma, dove senza gingillare lo condannarono ad essere arso vivo: morì a trentaquattro anni con tali segni di grazia divina che i cardinali assistenti al supplizio per renderlo più solenne ne rimasero spaventati pur pensando al tardo ma inevitabile giudizio di Dio.

Le spie stavano attaccate come l'ombra ai corpi dei sospetti, nè in casa solo, ma fuori; così a Francesco Gamba da Como, frequentando per suoi commerci Ginevra, essendo accaduto certa volta di celebrarvi la cena in compagnia dei suoi fratelli nel Signore, al suo ritorno fu preso e in meno che non si dice unCredocondannato alle fiamme; s'interpose l'ambasciatore imperiale, che a grande stento ottenne la esecuzione della sentenza per qualche giorno si differisse, e cotesta il misero ebbe a sperimentare importuna pietà, imperciocchè in quello intervallo di tempo i frati non facessero altro che tambussarlo con isciolemi e scede e di ogni maniera strazi, cui egli rispose mansueto sempre: anco i parenti e gli amici glidiedero molestia, pure tentando scrollare l'anima indomita con le considerazioni di affetti e d'interessi terreni. Di tutto ei prevalse: dal volto dai gesti, dalla dolce favella usciva uno incanto che investiva i cuori dei carnefici postigli attorno e gli sforzava al pianto; li benedisse, li perdonò supplice si volse a Dio perchè egli pure li perdonasse: tanto amore gli nocque; gl'inquisitori, temendo l'effetto della sua facondia, ordinarono che prima di condurlo al patibolo gli mozzassero la lingua, come fu fatto: così tratto fuori, anco sul palco gorgogliò sangue e preghiere pei suoi persecutori, quinci volse intorno gli sguardi e, visto alla lontana un suo amico lo salutò della mano; subito dopo lo strangolarono ed arsero. Tutti gli astanti piansero, eccetto i preti, i quali ruggirono: essi ben potevano percotere questi uomini dabbene con le pene degli scellerati, impedire che santi fossero e come tali si venerassero non potevano. Poco è a dirsi del Varaglia piemontese, già cappuccino, che mandato a convertire i Vadesi rimase convertito; a tradimento preso, fu condannato a morte a Torino: morendo volle spaventare come Scevola gl'inquisitori annunziando loro tanti essere i suoi fratelli nella fede di Cristo che gl'inquisitori non saprebbero trovare canapa nè legna a bastanza per istrangolarli ed arderli tutti; ma gl'inquisitori, come Porsenna, non si atterrirono continuando a strozzare ed a bruciare finchè la umanità non ebbe loro tronche le braccia.

Vittima anco più pietosa di lui Luigi Pasquali diConi: preso fino dai primi anni di sua vita dalla dottrina dei riformati, studiò a Ginevra, dove tanto si distinse che lo elessero predicatore ai Vadesi di Calabria; avendo egli dato fede di sposo a Camilla Guerina, rispose non potere accettare senza il consenso della fidanzata, la quale volentieri lo accordava; andasse, obbedisse al Signore, ella lo avrebbe aspettato fino al ritorno: egli allora si partì con Stefano Negrino. Dopo molto travagliarsi, entrambi caddero in mano alla Inquisizione; il Negrino lasciò morirsi di fame in prigione, e parve non il più animoso, bensì il meno doloroso partito; all'opposto il Pasquali, dopo otto mesi di prigionia a Cosenza, trasportarono a Roma: molto patì e tutto sostenne con maravigliosa costanza, come si desume dalle lettere pietosissime spedite da lui alle chiese perseguitate della Calabria ed all'afflitta sposa; in una di queste lettere si legge il suo viaggio da Cosenza a Napoli; è pregio della opera riferirla: «Dei nostri compagni quei due che persuasero a ritrattarsi non hanno patito punto meno di noi, e Dio sa che cosa gli aspetta a Roma. L'onesto Spagnuolo soprastante alla nostra scorta ci volle far comprare la catena; a questo fine mi strinse così crudelmente i polsi che le carni ne rimasero stracciate; pur troppo mi accorsi che per riscattarmi dallo spasimo egli era mestieri dargli quanto mi trovava a possedere di pecunia; poca cosa invero, due ducati, appena bastevoli alle prime necessità; pure glieli diedi. Durante la notte alle bestiesomministravano paglia per corcarsi, a noi no, ci toccava giacersi per terra; a Napoli ci hanno chiusi dentro una carcere umida, fetente per la lunga dimora di luridi prigionieri.»

Il fratello del Pasquali accorso per salvare il povero fratello, tale gli apparve quando prima lo vide al cospetto dello inquisitore: «orribile vista! egli scrive; nudi il capo, le braccia e le mani stracciate dai rigidi legami come di uomo che venga tratto alla forca; tanta pietà mi vinse che, andandogli incontro per abbracciarlo, mi vennero meno le forze: Fratelmo, egli mi disse, se cristiano sei, perchè ti lasci abbattere così dalla sventura? O che ignori forse come nè anco un capello cascherà in terra senza il volere di Dio? Confórtati in Cristo, chè i mali presenti non hanno paragone con la gloria avvenire. — Silenzio con coteste grullerie urlava l'inquisitore. Quando fummo sul partire, mio fratello pregò costui a volergli concedere carcere meno insopportabile; al che quegli rispose: — Io non ho altra carcere per te. — Ma almeno vi pigli compassione dei miei ultimi momenti, e Dio un giorno ve ne renderà merito. — È cortesia mostrarmi villano con empi ostinati ed induriti come te. — Certo dottore piemontese il quale si trovava in nostra compagnia si unì a noi per iscongiurare lo inquisitore alla misericordia; fu tempo perso, egli si rimase inflessibile. — Non vi sconfortate, allora soggiunse mio fratello; voi vedrete ch'egli lo farà per amore di Dio. — Anco volessinon potrei, tutte le prigioni adesso sono piene. — Ma via non tanto che un qualche cantuccio non avanzi sempre per me. — E poi con la tua lingua di vipera mi contamineresti le persone che ti stessero allato. — Ebbene io vi prometto tacere. — Insomma hai inteso che tu non devi uscire di qui? — Pazienza! — Conchiuse il mio fratello.»

Pochi dì innanzi di morire, Luigi, volgendosi al suo fratello, così gli diceva: «Ringrazio Dio che nella mia lunga tribolazione e terribile parecchi eletti spiriti non hanno avuto paura di mostrarmi la loro benevolenza; te poi ringrazio particolarmente, mio dilettissimo fratello, per le tenere cure che ti sei tolto per me. Per ciò che mi spetta, Dio mi concesse la grazia di conoscere il nostro Signore Gesù Cristo in guisa di sentirmi sicuro nella via della verità: conosco che mi tocca camminare per lo angusto sentiero della Croce e mi trovo disposto a sigillare la mia testimonianza col sangue: non temo la morte, molto meno la perdita dei beni terreni, unito come sono di cuore al mio Redentore e consapevole del retaggio che mi aspetta nella vita celeste.» Il suo fratello, il quale sembra che sul retaggio della vita celeste facesse minor capitale, instava presso Luigi affinchè con qualche dichiarazione vedesse di salvare quella po' di sostanza alla famiglia, e se ci fosse verso anco la vita; ma egli fiero: «O fratello mio! il pericolo in cui tu ti versi mi angustia più di quanto soffro e piùdei patimenti che mi si apparecchiano. Ahimè! come lo appetito disordinato delle cose terrene ti rende indifferente ai beni del cielo!» Per ultimo, l'8 settembre 1560 lo trassero nella Minerva a sentire leggere la sentenza che lo condannava a morte; e il giorno dopo dentro una corte del Castel Sant'Angiolo, presenti il sommo pontefice e i cardinali, prima lo strozzarono, poi l'arsero. I nostri preti vietano ai fedeli assistere alle rappresentanze sceniche, però che, se commedie, facilmente corrompono il buon costume, e se tragedie, inferociscono gli animi: questa gente dabbene ha avvertenza a tutto. —

E ormai che entrammo in queste miserie più addentro che non ne avevamo fatto disegno, come taceremo delle sventure domestiche? Cosimo primo granduca, a quanto pare, non badava più al torto che al diritto; la sua religione si rassomigliava più presto a quella di Margutte che a qualunque altra; egli, comechè segretamente, stava ammanito a fare il suo cammino anco con la vela della eresia; che da lui si tenesse corrispondenza col Bruciolo già avvertimmo anzi se ne serviva di spia; meglio però la connivenza di questo tristo co' riformatori resulta dal suo carteggio con Pero Gelido da Samminiato, ch'egli spediva in Francia a subodorare le rivolture politiche di cotesto paese, e si conosce come lo servisse di coppa e di coltello tanto da passare ispia anco lui non senza pericolo della propria vita; il degno uomo però adoperava così senza un interesse al mondo; solo nella fiduciache Cosimo in fondo in fondo si sentisse parziale per la dottrina dei riformati e s'industriasse al trionfo della vera religione di Cristo; di vero egli prega Dio che infonda in Cosimo il vero conoscimento della verità, perchè sia arnese di persuadere al papa che, deposti ogni interesse ed ambizione (il che torna lo stesso che persuadergli a disfarsi), voglia una volta che di questa causa si conosca la verità, come farebbe se si disponesse a congregare un concilio legittimo nel mezzo della Germania e a presiederlo in persona, dove si riformasse la Chiesa davvero; di che ne acquisterebbe gloria immortale presso gli uomini e la salute eterna presso Dio: e se non lo vorrà fare, non importa, imperciocchè accadrà in onta sua, trattandosi di cosa la quale come disse Gamaliel, venendo da Dio, non può mancare.

A Cosimo tiranno coteste ciammengole non potevano andare; ciondolava nel dubbio per agguantarsi lì per lì anco ai rasoi per non battere sul lastrone, ma poi sentiva che la tirannide sacerdotale con la tirannide principesca sono fatte per reggersi; e dove mai lo avesse dimenticato, ecco là l'arcivescovo di Firenze Alessandro dei Medici suo cugino e suo ambasciatore a Roma che glielo ricordava con esplicito sermone: «Serenissimo signor mio, per la molta pratica che io ho delli umori di cotesta città, a me pare che la devozione di fra Girolamo causa duoi effetti cattivi, anzi pessimi quando vi si gettano come fanno al presente: ilprimo è che quelli che vi credono si alienano dalla sede apostolica, e se non diventano eretici, non hanno buona opinione del clero secolare e dei prelati, e gli obbediscono mal volentieri, ed io lo pruovo. L'altra, che tocca Vostra Altezza, è che si alienano dal presente felice stato, ed all'Altezza Vostra concepono certo odio intrinseco, se ben la potenza e la paura li fa stare in cervello. Ed io ricordo che Pandolfo Pucci una volta, poco innanzi che si scoprisse il suo tradimento, mi disse una mattina grandissimo bene di fra Girolamo con mia grandissima maraviglia; so che leggeva le sue opere con quegli altri congiurati.... I suoi devoti sono sempre queruli, sempre si lamentano, e perchè temono a parlare del principe, parlano dei suoi ministri et ordini, ecc.» E va bene: come tutte le libertà, così tutte le tirannidi sono sorelle; a quei che si tirano su a liberali e non ci credono o piuttosto fingono di non ci credere accade di queste due cose l'una, o finiscono per diventare satelliti del tiranno, o capitano male dopo avere ingannato sè stessi e la umanità.

Di monsignor Pietro Carnesecchi non si potrebbe dire bene tanto che bastasse: indole umana, benigna e più, comechè nella pratica della virtù rigidamente costante; egli dotto nelle greche e nelle latine lettere, parlatore diserto, poeta insigne, consigliere argutissimo e fedele, delizia di quanti il conobbero, tra i quali piace distinguere quei due chiari intelletti che furono icardinali Sadoleto e Bembo. Gli fu amico Giulio dei Medici, esaltato poi a pontefice col nome di Clemente VII, il quale lo elesse pronotaro apostolico e segretario; con tre abbazie lo locupletò nel reame di Napoli, in Francia e nel Polesine; avendolo a mandare allo imperatore Carlo V nel 1531, lo accompagnò con questa commendatizia di cui non sapremmo immaginare nè più calzante nè più affettuosa: «Noi ti raccomandiamo un cittadino fiorentino, uomo di somma fede e di modestia singolare, il quale, e pei suoi meriti e per l'animo a noi divotissimo e per nobiltà e per virtù, amiamo quanto maggiormente possiamo.» E certo il papa favellava sincero, imperciocchè perfino del proprio nome volle ch'ei usasse; ed in cotesti tempi corse fama che la Chiesa pei consigli del Carnesecchi si governasse. — Siffatto intelletto era impossibile che le improntitudini romane sopportassero; convenuto sovente a Viterbo presso il cardinale Reginaldo Polo in compagnia di Marcantonio Flaminio, si pascevanode illo cibo qui non perit, ovvero di ragionamenti ribelli all'enormezze di preti cupidi, feroci ed ignoranti; a Napoli prese usanza col Valdes, l'Ochino, il Vermiglio e il Caracciolo; altrove strinse amicizia col vescovo Soranzo, col Vergerio, col Rangoni, Priuli, Merenda, Altieri, Celsi ed altri parecchi; mantenne più che benevole corrispondenza con Vittoria Colonna, Margherita di Savoia, Renata di Francia, Lavinia della Rovere e Giulia Gonzaga; generoso ed umano sussidiò largamente iperseguitati; diceva anco a chi non lo voleva sapere come a capacitare gli uomini ci vogliono buoni argomenti esposti con amore, non già lo immane urlío «abbrucia, ammazza»; pii ed innocentissimi affermava avere provato la più parte dei protestanti; cui si ritrattava compiangeva di spirito debole e di animo abbiosciato, all'opposto chi persisteva nella fede novellamente assunta lodava, e fra questi levò a cielo il Valdes scrivendone al Bonfadio; insomma disse ed operò in guisa che in cotesti tempi per mandare alle fiamme un uomo dabbene ce n'era anco di troppo. Citato a Roma nel 1546, il cardinale di Burgos lo esaminò intorno le sue corrispondenze con gli eretici, i sussidi loro somministrati, le raccomandazioni come precettori di tali che insinuatisi nelle famiglie sotto pretesto d'insegnare pervertivano la coscienza dei giovanetti, il favore fatto presso duchessa di Traietto in pro di due ospitati perchè il vero evangelo bandissero alle genti; ventura per lui che Paolo III beveva grosso ed impedì che il negozio inciprignisse: ma pecora segnata ormai egli era; ito in Francia, tornarono ad appiccargli le accuse; le quali a cagione della regina Caterina che gli si professava parzialissima poterono attecchire anco meno che a Roma. Poteva costà vivere tranquillo, ma i fati che strascinano gli uomini più che questi non credono e certo poi più che non vorrebbero, lo condussero di nuovo in Italia, farfalla intorno alla fiamma che lo aveva a incenerire; egli mise stanza in Padova, città ch'eigiudicava appartata dalle romane insidie epperò opportuna alla professione pacifica delle sue dottrine: s'ingannava, anco là la curia prese a perseguitarlo più implacata che mai; niente gli valse separarsi dai viventi o chiudersi nella solitudine o studiare le parole e i passi; l'odio, che non perdona mai, lo circondava come l'atmosfera. Il Gelido con queste pietose parole dava contezza di lui al Bibbiena segretario del duca Cosimo: «Molto spesso ragiono di lei con monsignor Carnesecchi, il quale è abbandonato, si può dire, da ognuno, eccetto da me, il quale tanto lo potrei mai abbandonare quanto la madre il suo figliuolo, amandolo quanto si può amare un vero amico, e certo non per beneficii che io abbia ricevuto o speri ricevere da lui, ma perchè sempre l'ho conosciuto uomo dabbene e bonissimo, e se mai lo ebbi tale, in questa sua afflizione, ch'è delle gravi che possono accadere ad un uomo, perchè si perde la roba, l'onore e quasi la vita, finisco di certificarmi che Dio è con lui e lo governa e lo consola e lo fortifica, chè altrimenti non potrebbe tollerare questo colpo mortalissimo con tanta costanza di animo e quasi con ilarità come con effetto tollera. Si è ritirato in casa, che fa conto gli sia una onesta carcere: conversa co' suoi libri e coi suoi pensieri per la maggior parte divini e vôlti alle cose dell'altra vita, di maniera che, in questa persecuzione che lo priva della conversazione degli uomini, l'assuefarà a conversare con gli angioli, e cosìverrà a trarsi altro frutto di questo suo esilio di quello che dal suo trasse Boezio o qualsivoglia altro filosofo, perchè altra consolazione si trova nella filosofia cristiana che nella umana.»


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