Fra Michele inquisitore a nome di Paolo IV citò il Carnesecchi a Roma, ed egli mantenendosi contumace, senz'altra indagine venne scomunicato il 5 aprile 1559; come a Dio piacque, a Paolo successe Giovannangelo dei Medici col titolo di Pio IV, il quale sendogli amico, lo ebbe tosto ribenedetto dichiarandolo buon cattolico ed obbediente alla Chiesa. Allora, punto dal desiderio del natio luogo o nello intento di porsi al riparo di più sicuro asilo, il Carnesecchi da Padova si trasferì a dimorare a Firenze, dove visse in pace onorato da tutti e caro, come credeva, a Cosimo fino alla esaltazione di Pio V; in quel torno, senza che il Carnesecchi se ne addasse, una terribile procella si affoltò sopra di lui. Rincresceva acerbamente a Cosimo che la morte gli cavasse dalle mani un papa prima di averlo sfruttato secondo i suoi bisogni; tanta era stata fin lì la sua prevalenza sopra la curia romana che Pasquino espresse questa opinione universale effigiando Cosimo vestito da papa col motto: «ecce Cosmus Medices pontefex maximus.» Col papa amico pareva a Cosimo potere navigare sicuro pel pelago intricato della politica ed anco alla occasione prepotere, imperciocchè i concetti di Cosimo fossero grandi o almeno cupidi, e poi i contrasti per le precedenze a cotesti tempi simostrassero od avessero occasione per mostrarsi più dispettosi che mai; e ciò o rispondesse alla fumosità per virtù dei costumi spagnuoli diventata tanta parte del cervello italiano, o piuttosto a segno esteriore di primazia proseguita dai principotti con tanto maggiore smania nelle apparenze quanto più impotenti a conseguirla in sostanza. Al duca di Firenze davano continua molestia i duchi di Savoia, di Mantova e di Ferrara, massime di Ferrara: mentre quel di Savoia era andato a pescare il titolo di re fino a Cipro non senza riso dei potentati d'Italia e di fuori, e fin d'allora Cosimo mulinava conseguire dal papa titolo e grado che lo preponessero ai suoi emuli, come di fatti pei meriti suoi, tra i quali non ultimo la consegna del Carnesecchi, acquistò e fu incoronato granduca.Pertanto il cardinale Pacecco scrisse al duca il 10 giugno 1566 una lettera perfida come la sanno scrivere i preti: «Sarebbe peccato grave per Cosimo se non desse al papa tutto favore perchè egli potesse adempire il suo ufficio di vicario di Cristo: avendogli sua Beatitudine parlato con molta premura di questo negozio, egli Pacecco avere reputato spediente agl'interessi del duca accertarlo di due cose, la prima che in tutta la cristianità non viveva principe il quale delle cose della Inquisizione fosse zelatore come egli Cosimo, e questo molto bene conosce da per sè la S. S. e lo predica; la seconda, che non vi sarebbe cosa, per grave che fosse, che Ella non fosse disposta a fare persuo particolare contento e consolazione: non si maravigli poi della premura che si muove per un uomo, imperciocchè costui non sia un uomo come un altro, e si nutre sicurezza di ricavare da lui molte cose ed importantissimee forse qualcheduna che fosse di suo servizio.» Preparato a questo modo il terreno, il giorno dopo Pio V spediva al duca il maestro del sacro palazzo con una lettera scritta tutta di proprio pugno: «Dilecte fili, etc. Ella pare innocente come l'acqua; dia ad esso maestro la credenza che daria alla sua medesima persona, e così la Divina Maestà lo benedica.» — Il maestro del sacro palazzo non aveva altra commissione eccetto quella di farsi consegnare il Carnesecchi, nè si partisse da Firenze se con esso seco non lo trasportasse. Dalle carte del Carnesecchi poi si rilevò come gli amici suoi di oltremonte più volte avessero mosso ressa appo lui ond'egli da Firenze si cansasse, nè egli se ne era mostrato alieno, ma poi, fidando nell'amicizia antica di Cosimo, bandito ogni sospetto da sè come ingiurioso a così egregio principe, si era rimasto; e giusto nel punto che il maestro giunse al palazzo del duca il Carnesecchi pranzava coll'ottimo principe; il quale letta la lettera e udito il messaggio senza scomporsi, mandato pel bargello, fece tradurre l'amico della sua famiglia e suo dalla mensa ospitale al carcere dei malfattori. E qui non vuolsi omettere di notare come cause della feroce persecuzione contro il Carnesecchi fossero due: la prima la strenua difesa con la quale il Carnesecchi pigliòsempre a sostenere la fama di Cosimo; di che si ha notizia in una lettera del Gelido: «Tu ti devi ricordare che tre anni fa predicò un frate di santo Agostino chiamato il Montalcino. Costui pose tanto odio a monsignor Carnesecchi perchè un dì andò a trovarlo in camera e con buon modo mostrò al padre che faceva male a parlare del duca di Fiorenza manco che onoratamente: ma poichè egli era uno dei più arrabbiati Sanesi che mai si potessero immaginare non che trovare, cominciò a levare la voce e dare del tiranno per la testa in modo che il Carnesecchi mi ha detto che bisognò gli dicesse a lettere da scatola ch'egli era la più solenne bestia che andasse sopra due gambe, e se lo levò dinanzi. Il frate andò a dolersene più volte col cardinale Triulzio, ch'era qui legato, e trovando che non ne faceva caso perchè amicissimo di monsignore, disse che troverebbe il modo di rovinarlo. E domandato dal cardinale quello che pensava fare, rispose che la inquisizione era aperta, e che a monsignore, parlando seco, era scappata di bocca non so qual parola sopra un passo di santo Agostino che sentiva dello eretico, ed insomma troviamo che questo frataccio ha suscitata questa persecuzione.» E questo fatto sarà stato argomento per Cosimo di vendicarsi del frate, ma nol fu per salvare il misero Carnesecchi; la seconda causa si desume da certa lettera scritta dal Babbi oratore toscano al duca Cosimo: «Mi disse iersera il governatore di Roma che ilCarnesecchi porta gran pericolo di vita, sebbene il processo suo non è ancora maturo, ed ha un gran bisogno di aiuto: quando campi la vita,sarà muratoin luogo che non si rivedrà, più essendosi trovate fra le sue scritture minute di lettere che scriveva pel mondo quando fu creato questo buon papa, detestando questa santa elezionee dicendo molto male di lui e di tutto il collegio.»E preti e donne non perdonano mai, costumava dire il cardinale di Richelieu, che se ne intendeva. Trentaquattro furono gli errori imputatigli (e quello che per avventura lo condusse a morte si tacque); affinchè uomo conosca per quali cause trecento anni fa Roma ardeva, strangolava, arrotava, mazzolava e squartava le creature umane, io li vo' riferire: «L'uomo con la fede sola si giustifica; fede, e non opere, necessaria alla salute eterna; facile però all'uomo graziato della fede compire opere buone: quantunque inani alla salvazione dell'anima, le buone opere otterranno maggior grado di gloria: per natura inclinati al male e, avanti la grazia, al peccato: arduo ed impossibile, senza grazia di Dio, copia di fede e di speranza, osservare il decalogo, massime i due primi precetti di quello. Si stia alla parola del Signore attestata dalle Scritture; delle indulgenze nella Scrittura non occorre neppure una parola. Lo Spirito Santo non presiedè a tutti i concili nè si mostrava chiaro intorno alla persona legittima per convocarlo: quanti avessero ad essere i sacramenti non sapeva: nonobbligatoria la confessione: dubitava del purgatorio e sosteneva apocrifo il libro II dei Maccabei, dove si giudica efficace il suffragio pei morti. Che nella Eucaristia sia presente il corpo di Cristo non nega, nega la transustanziazione e qui ciondola tra Lutero e Calvino: sarebbe bene che anco i laici comunicassero sotto le due specie. La Messa propizia solo per la memoria della passione di Cristo o vero in quanto eccita la fede, per la quale unicamente impetriamo la rimessione dei peccati. Per eccellenza il papa è primo vescovo, non per autorità, la quale non può esercitare sopra le altre chiese, se pure il mondo non gliela deferisca per rispetto a Roma. La più parte degli ordini monastici aborriva, massime gli accattoni, cavallette del pane del povero: le prediche dannose anzichè no, come quelle che raccomandavano troppo le opere: turpe il celibato dei preti: iniquo il voto di castità, la quale è dono di Dio: l'andare pellegrinando randagio attorno vizio di vagabondo, non santità: la cernita dei cibi assurda, non meritorio il digiuno; e poichè Cristo si era offerto mediatore fra Dio e gli uomini, inutile la invocazione dei santi; con altre giuntarelle che toccai disopra, perchè a suo danno si raccolsero le briciole; le quali cose tutte adesso ci paiono opinioni in parte plausibili, in parte oziose; ma i tempi portavano così, ed essi letterati erano e dialettici e teologhi non già filosofi. Caduto in malebranche, il Carnesecchi, per bene due volte atrocemente provato con la tortura, confessò quelloche vollero; spontaneo avrebbe detto tanto che mezzo bastava per arderlo. Però tormenti non valsero a denunziare complici, sè accusò solo. Cosimo, fosse vergogna o rimorso o piuttosto astutezza, contando coll'esagerare il sacrifizio fatto al papa ottenerne più lauto compenso, assai si dimenò per proteggerlo; e col mezzo del suo oratore veniva supplicando il papa considerasse la nobile prosapia dello accusato, il nome chiaro, la diuturna familiarità, unmonte di donzelle del suo parentado da accasarsi, la servitù alla casa Medici, il grado illustre; e il papa, tutto bene considerato, rispondeva:che se avesse in mano uno che avesse morto dieci uomini non mancherebbe darglielo e concederglielo; il Carnesecchi non potere; e che se si avesse rispetto ai parenti ed alle famiglie, non si sarieno fatte esecuzioni come si sono fatte in molti signori. Onde il Serristori, che sparvierato uomo di corte era, presa lingua, scriveva al suo padrone per dissuaderlo da mettersi nella calca a farsi pigiare: «Non ci è verso alcuno di aiutarlo, e ciò che l'E. V. facessero non gli gioverieno, ma sì bene imbratterebbono in gran parte quella candidezza e gran volontà che con le opere hanno mostro contro questa pestilenza di eretici, per il che presso Sua Santità sono tenuti in concetto dei più cattolici principi che sieno in cristianità, la religione, virtù e giustizia dei quali da Lei si predica con ogni uomo.» E poi, secondo il costume di tutti i tempi, che i vili, a cui il bene materiato piace,sentono bisogno di tôrre ai magnanimi fino il compianto dei loro simili, il Serristori denigra presso Cosimo il Carnesecchi come uomo senza cervello che in mal tempo, invece di gittarsi giù di sfascio ai piedi del papa ed implorare mercede, aveva tolto a difendersi; insensato che si ostina a non ritrattarsi come tanti altri fanno: ma forse il cortigiano con siffatte parole perfidissime veniva piaggiando l'anima di Cosimo, la quale, lacerata dal rimorso, doveva trovare qualche sollievo al truce tradimento dandosi ad intendere che al postutto il Carnesecchi non era uomo che meritasse osservanza di fede.Anco lui con lusinghe e con terrori tentarono affinchè si ritrattasse: stette fermo, e ad una voce avversi e finti o timidi amici condannarono la sua caparbietà, la quale se non era, l'ottimo pontefice gli avrebbe fatto senz'altro la grazia. Qual mai grazia? Chiuso in perpetua prigione in mano a frati fanatici, ovvero dentro una cellettamurato; chè il carcere solitario, privo di ogni consolazione, pieno di ogni angoscia mortale, immaginarono i preti nello inferno dei loro pensieri prima che scendesse nel cervello dei moderni[17]filosofi.E poi ormai nel Carnesecchi, venute meno lecause del vivere, era surta la voluttà della morte: chiunque per cause più o meno lodevoli e sovente contennende si sente attaccato alla vita questo non pensa o non crede, ma pur troppo si danno casi pei quali all'uomo la vita diventa supplizio, refrigerio la morte. Il Carnesecchi, non che ritrattarsi, quanti confortatori gli mandavano procurava che si ravvedessero e, lasciato il sentiero dello errore, su la via del vero Evangelo s'incamminassero; donde lo esasperarsi delle pretesche ire. Non sembra che gli fosse letta la sentenza su la piazza della Minerva, bensì in chiesa davanti la sepoltura di Clemente VII, che tanto lo ebbe caro; quindi condotto in sagrestia, dove lo vestirono con la tunica gialla dipinta a fiamme; ridicole cose adesso, allora feroci; il martedì, che, fu il primo di ottobre 1567, portato in ponte, vi ebbe mozzo il capo, e poi l'arsero.[18]Tutti gli storici notarono l'attillatura con la quale ei si condusse a morte quasi segno di vanità o di follia; e questa attillatura, stando alla relazione del Serristori, consistè nel vestire camicia bianca e usare guanti nuovi e pezzuola pur bianca in mano; costoro non sapevano o piuttosto fingevano ignorare come la mondizie del corpo spesso rendatestimonianza della purezza dello spirito. Il papa Pio, per non far torto al nome, delle entrate riscosse e da riscotersi de' suoi benefizi, che sommavano a circa cinquemila ducati, fece grazia ai suoi parenti, ma le abbazie di Napoli e del Polesine tenne per sè; quella di Francia sembra che non potesse agguantare. —La viltà, che alla più parte degli uomini somministra le fasce dentro le quali essi vengono ravvolti fin dal nascimento loro, operò in guisa che gli amici lo rinnegarono, gratificando la tristizia del sacerdote, la quale non patisce che dei suoi avversari sopravviva il nome ovvero consente sì che duri, ma infame. Il Mureto, aveva composto un'oda in plauso del Carnesecchi e stava in procinto di pubblicarla, se non che, repugnando sconciare i fatti suoi, si consultò con taluni solenni barbassori di santa madre Chiesa, che lo consigliarono pel suo meglio a rimetterla nel fodero; ed egli comechè ciò costasse non già alla sua amicizia ormai svanita, sibbene alla sua vanità, tenne lo avviso. Del pari cadde l'animo allo stampatore Aldo Manuzio amico sviscerato del Carnesecchi, che gli levò al sacro fonte un figliuolo, e nelle collezione delle sue lettere stampata dopo la condanna di cotesto infelice al nome di lui sostituì quello diPero; anzi nel 1558 costui dettò un magnifico panegirico del suocaro Carnesecchidedicato al Mureto; più tardi non volendo sopprimere il panegirico, che gli pareva gran cosa, e dall'altra parte aborrendo mettersi a cimento, surrogava il nome di Molini a quellodello amico sventurato; ancora, nella dedica di una edizione di Sallustio al cardinale Triulzio, il Manuzio così favella del Carnesecchi: «Piero Carnesecchi protonotaro; personaggio onorevole, preclaro per virtù e per dottrina facilmente primo su quanti io mi abbia riscontrati nel corso della mia vita», ma nelle edizioni posteriori alla sventura del 1567 nomi e lodi tu cerchereste invano. L'atroce persecuzione durava tuttavia verso la metà del secolo decimottavo, sicchè un Mancurti compatriota del Flaminio, pubblicando certa edizione delle sue opere, giudicò spediente sopprimere le ode intitolate al Carnesecchi, «per non esporsi alla censura della gente, la quale aveva affermato eretico il Flaminio attesa l'amicizia che professava al Carnesecchi.» Altre cose potrei aggiungere; me ne passo, chè me piglia insopportabile il tedio alla vista di tanta abiezione.[19]—Dopo il caso del Carnesecchi fu rotto l'argine a Firenze; molti fuggirono, e molti come suoi fautori furono spediti ammanettati a Roma. Gl'inquisitori insanivano; non modo, non discretezza nè garbo: alla rinfusa agguantano dotti ed idioti, e vessano d'interrogatorii: i secondi, sentendosi ricercare sopra i più ardui misteri della fede, restavano come trasognati; li destavano le multe e le minacce di pene maggiori; lo scandalo giunse a tale che il granduca dichiarò apertamente a Roma non avrebbe più oltre patito che del suo stato si facesse così atroce governo. Lo contentarono sostituendo inquisitori più discreti o più ipocriti, pannicelli caldi; ma gl'istituti rimasero inalterati: anco i forestieri andavano soggetti ad infinite molestie e guai a cui non riesciva dare certezza dell'esser suo. Per lo che la Toscana diventava infame presso le genti: nè per questo diminuivano anzi crescevano nel vulgo le credenze superstiziose d'incantesimi, di malie, di apparizioni del diavolo e miserie altre siffatte; e (orribile a dirsi!) pochi mesi dopo la strage del Carnesecchi a Siena furonoarse cinque stregheaccusate (e la sentenza aggiungeconvinte) di avere renunziato al Battesimo, essersi messe in balía del diavolo ed avere ciurmato diciotto fanciulli. Ludovico Domenichi, prete, assai rinomato nella storia della letteratura per avere dettato se non belli almeno molti scritti, fu posto al tormento; e siccome si ostinava a negare, gl'inquisitori imbestiavano a dilaniarlo; al fine potè più la caparbietà sua che il fratesco furore; fucondannato alle Stinche a vita; donde tratto per favore di Paolo Giovio mutò il carcere in convento. L'arte tipografica, già fiorente, cessò; gli stampatori proposero vendere tutti i libri pel costo reale e con perdita ancora del dieci e del quindici per cento, poi li bruciassero; di andare innanzi non ci era altro verso, non si volendo ormai più veruno esercitare in così bella, nobile e facoltosa arte, mentre in altri luoghi è favorita, aiutata e privilegiata; nè più si trovano fattorini per ammaestrarli e servirsene se non per lo più vilissimi e figli di sbirri. Il Torrentino riparava in Pavia, i Giunti a Venezia; nè per quanto eccellenti segretari alle intemperanze procurassero mettere argine, ne venivano a capo perchè ormai gesuiti e preti stringevano nelle mani loro le viscere della Toscana come dentro una tanaglia di ferro; il lamento femminile delle granduchesse beghine troncava l'ale ad ogni conato, e un Cioli faceva più danno in un'ora che il Vinta e il Picchena benefizio in un anno; i gesuiti, dopo avere estorta non so quale eredità a Montepulciano, vi si piantano; poi non bastando loro, si lasciano intendere «che hanno posto la mira ad altri luoghi senza avere riguardo alla distruzione delle case, delle famiglie e delli abitatori che ne succederebbe, et non vogliono per li frutti dei terreni che hanno preso e che sono loro controversi concorrere alle imposizioni anticamente postevi per le spese delle strade, ponti fontane ed altre cose comuni. Oltre di questo si dichiarano assai apertamente diapplicare l'animo ad altre eredità, ingegnandosi e procurando che i congiunti ai quali esse appartengono ne rimangano privati, e così nutrendo le discordie e le disunioni tra i parenti per loro proprio interesse. Da questi modi di procedere sono venuti in tale odio segreto appresso la maggior parte di cotesto popolo che se noi non ci avessimo posto freno, sarebbe intervenuto a' detti gesuiti qualche strano accidente e peggiore di quello che successe già molti anni quando a furore di popolo ne furono cacciati mediante una segreta conventicola fatta contro di loro.» Nè si creda mica che questa lettera dettasse un cervello torbido di quei tempi o, come oggi si direbbe, un rompicollo; ella era scritta il tre dicembre 1606 dal granduca Cosimo II al suo oratore a Roma. A tanto di protervia giunse Roma che nella moría del 1630, mentre a gara il principe e i più facultosi dei cittadini profferivano i privati loro edifizi in supplimento dei pubblici per le purghe e le quarantene, e mentre anco i frati sovvenivano con ogni maniera di caritatevole soccorso, quando, costoro vennero richiesti anzi supplicati di concedere pei medesimi offici i locali di cui non si servivano, urlarono allo spoglio e all'assassinamento. Roma inorridì per la violata immunità ecclesiastica e senza indugio scomunicò quanti ci avessero partecipato, veruno escluso. Poco dopo per clemenza somma Sua Santità consentì a ribenedire i violatori a patto chiedessero perdono; agli ufficiali di sanità ed ai Fiorentini brillavano le mani, equesta volta l'avrebbero fatta vedere a cotesti preti sfacciati, ma alle granduchesse ava e madre per siffatti rumori pareva dovesse subissare il mondo: in ginocchio dunque al padre dei fedeli, al vicario di Gesù Cristo, a colui che tiene in mano le chiavi del paradiso per aprirlo o per chiuderlo a cui meglio gli talenta: però gli uffiziali di sanità ebbero a domandare perdono per avere adoperato umanamente senza il beneplacito del papa; e Roma, trovato il terreno morvido, spinse la sua temerità fino a costringere lo stato a restituire le somme contribuite dai chiesastici per la salute comune, ed a stabilire per principio che a spese del pubblico erario dovessero sovvenirsi e preti e frati in occasione di straordinarie calamità. In Toscana, dopochè Cosimo I si abiettava davanti a Pio V, si andò di male in peggio; quegli credè che, genuflettendosi al soglio pontificio, il papa gli avrebbe posto la corona sul capo, ed invece costui gli mise il collare al collo; da quel tempo in poi i granduchi furono considerati a Roma gli sbirri della Inquisizione, ed il Galluzzi scrittore sciatto e servile ciò nella sua storia conferma, e quando parla di Urbano VIII narra come egli pur fosse in possesso di siffatta bassezza quando a posta sua gli tenevano sostenuto in carcere a Firenze Mariano Alidosi signore del Castel del Rio, a cui per cagione di eresia voleva confiscarsi cotesto feudo, il qualede iuresi devolveva al granduca. Il nome del papa metteva per paura a soqquadro Firenze, come poco anzi per tuttaItalia aveva fatto quello del re Gustavo Adolfo di Svezia; a tale ignominia in poco più di un secolo il principato ridusse gli animosi spiriti fiorentini.Accostiamoci a Lucca. Antonio della Paglia da Veroli prestantissimo ingegno celebrarono i suoi contemporanei nelle lettere umane, e la posterità confermò, ma sopratutto fu pio, in divinità dottissimo e d'imperterrito animo; nemici ebbe molti, e chi non gli ha fra i virtuosi? Superare altrui in dottrina e in virtù sembra peccato sottoposto a pagare questa multa; così preordinò il destino, e le querimonie non montano: soffri, sii grande e taci.Gli stranieri raccolgono amorosi le nostre memorie. Ora non fanno molti anni un Young da Oxford mi chiedeva notizie intorno al Paleario, e con soddisfazione dell'animo mio vidi averne pubblicata la vita a Londra nel 1860 con lettere originali e documenti; noi Italiani per ora siamo incuriosi delle nostre glorie e delle nostre sventure; colpa l'avere scambiato l'aurora boreale coll'alba del vero giorno della libertà. Aonio visse un tempo a Siena maestro di greche e di latine lettere; quivi gli diè gravezza un nugolo di pedanti astiosi, erano trecento; dodici si proffersero accusatori, dei quali capo un Orlando Marescotti; egli si difese con mirabile orazione in senato, niente delle accuse negando, bensì esponendo quanto inani e maligne si fossero; tuttavolta gl'increbbe il mal sicuro ostello e molto bene raccomandato dai cardinali Bembo e Sadoletos'incamminò a Lucca, dove la cittadinanza lo accolse a grande onore e con larga mercede lo elesse professore di lettere greche e latine, conferendogli di più il carico di arringare due volte all'anno in occasioni solenni. Anco qui non tacque l'ira nemica e gli avventò contro un Marco Blaterone; ma vegliava per lui la benevolenza dei cittadini, la quale, non patendo lo indegno strazio, bandì il Blaterone, che tutto invelenito si recò a Roma per aizzargli contro i frati domenicani. Il Cantù, denigratore inverecondo di ogni gloria che non sia clericale, afferma che, essendogli stato preferito a concorso l'Ammirato prima, poi il Bandinelli, sdegnoso dopo dieci anni di dimora lasciò Lucca: all'opposto io trovo che in Lucca non cessarono mai di amarlo e di rispettarlo: molto profitto avere fatto con i suoi scritti e co' suoi sermoni; solo essersi consigliato di ridursi a Milano, però che costà sotto l'ale dell'aquila austriaca gli paresse stare più sicuro, e poi perchè la crescente prole lo indusse ad accettare il maggiore stipendio proffertogli: a Milano stanziò sette anni; stava bene e si mosse, e male gl'incolse contradire al proverbio. Recatosi a Bologna mentre la febbre sanguigna di Pio V gli mostrava in ogni uomo di lettere un nemico, riescì agevole a cui gli aveva messo da tempo antico la mira addosso comprenderlo nella persecuzione universale; andò ad arrestarlo frate Angiolo da Cremona inquisitore, che trattolo a Roma lo chiuse nel carcere di Tordinona; se fosse posto al tormentoignoriamo: le accuse palesi sommarono a quattro: il purgatorio negato; ripreso il costume di seppellire nelle chiese; scherniti il vivere ed il vestire fratesco; la giustificazione posta da lui nella sola fede verso la misericordia di Dio, il quale perdona pei meriti di Gesù Cristo; ma più gravi colpe, comechè taciute, a suo danno il poema intorno la immortalità dell'anima, il quale, levato a cielo un giorno da uomini insigni non meno che pii e luminari della Chiesa, oggi alle froge bestiali di Pio V putiva di eretico; il trattatodel benefizio della morte di Cristo, anch'esso un dì giudicato dalla Chiesa libro meritorio, ed ora proibito come un tizzo di carbone infernale: non mancarono e nè mancano anco ai tempi nostri scrittori che non a lui, bensì a certo benedettino, chi dice di Mantova, chi di San Severino, lo attribuiscono, ma certo egli è che la dottrina di cotesto libro l'Aonio professava e predicava; per ultimo le molte epistole spedite nella più parte d'Europa e sopra tutto la famosa accusa contro i Romani pontefici ed i loro seguaci: veramente questa vide la luce solo ventisei anni dopo la sua morte, però che il dabbene uomo ebbe avvertenza di mettere in salvo tutte le sue scritture prima di essere arrestato, tuttavia è agevole persuaderci che per detto suo e degli amici si conoscesse; essa contiene venti testimonianze o capi di accuse; il De Sanctis la pubblicò volgarizzata a Torino nel 1861: vorrei raccomandare agl'Italiani che la leggessero, e ne varrebbe il pregio davvero, ma gli è temposprecato finchè il sonno e la vergogna dura: il Paleario si raccomanda che se i popoli potranno costringere il papa a presentarsi ad un concilio dove si tengano conferenze di ogni maniera cristiani, a cui venga fatta facoltà di parlare liberamente al cospetto dei grandi e dei legati delle città; e se in coteste conferenze fie stabilita equità di giudizi e con la parola di Dio si torranno gli abusi e le controversie religiose, sicchè possibile sia che le chiese sanate formino un corpo solo; allora prega i depositari della sua accusa a consegnarla ai difensori dell'Evangelo ed a presentarla al concilio generale libero e sacro come testimonianza di un uomo pio che morendo non voleva davvero mentire a Cristo. «Questa testimonianza, egli aggiunge, e l'atto di accusa saranno da voi lanciati colà come fulmine che abbatterà l'anticristo. Fratelli, ve ne supplico, mettetelo alle strette, non gli date tempo a ordire suoi inganni: lo iniquo rimanga confuso sul colpo, in mezzo al concilio, alla presenza dei principi grandi. Allora leggete e rileggete la mia testimonianza coll'atto di accusa; fate sia lungamente discussa ed esaminata, e così la chiesa di Dio sarà purgata.»Nei ricordi della Misericordia di San Giovanni decollato dei Fiorentini di Roma si trova scritto che Aonio perisse pentito e confessato, chiedente a Dio perdono dello errore suo; e così pure sostengono il padre Lagomarsini e gli abbati Lazzeri e Tiraboschi; le sono ciurmerie pretesche: di che si aveva a pentire cotesto venerando vecchio?Così rammenda col fil bianco la ciurma sacerdotale che il ricucito si mostra lontano un miglio; difatti il Laderchio continuatore del Baronio ci lasciò scritto: «Quando furono chiariti che cotesto figliuolo di Belial stava tenacemente attaccato al suo errore, e che ormai non ci era verso per ricondurlo alla luce, lo condannarono alle fiamme, affinchè al supplizio di un momento tenessero dietro gli eterni castighi»; e nel foglio dopo ci attesta quali fossero i sensi del Paleario e quali le novissime parole ai suoi giudici: «dopo tutte queste testimonianze che voi udiste, o cardinali, sorgere schierate contro me, ogni difesa torna inutile; ormai per me sono deliberato seguitare in tutto il precetto dello apostolo san Pietro, il quale ci dice: il Cristo ha sofferto per noi lasciandoci uno esempio da seguire, il Cristo che non commise mai alcun peccato nè dal suo labbro uscì mai parola d'inganno. Quando lo avvilirono d'ingiurie non contrappose ingiurie, quando lo bistrattarono egli non minacciò, bensì si diede in balía di coloro che lo condannavano ingiustamente. Pronunziate impertanto il vostro giudizio, condannate Aonio, fate il debito vostro ed empite di contentezza il cuore de' miei nemici.»Dalle lettere brevi che scrisse in procinto di morte alla diletta consorte ed ai cari figli assai chiaro si dimostra come lui pigliasse vaghezza di morire, e sentisse proprio bisogno riparare in parte dove nè la vista nè l'udito delle scelleraginiumane lo funestassero: «Non vorrei, carissima consorte, egli scrive, che tu pigliassi dispiacere del mio piacere nè a male il mio bene. È venuta l'ora che io passi di questa vita al mio Signore padre Dio. Io ci vo tanto allegramente quanto alle nozze del figlio del gran re.... Sicchè, consorte dilettissima, confortatevi della volontà di Dio e del mio contento, e attendete alla famigliuola sbigottita, che resterà di allevarla e custodirla nel timor di Dio ed esserle madre e padre. Io era già di settant'anni vecchio e disutile; bisogna che i figli con la virtù e col sudore si sforzino a vivere onoratamente.» Ed ai figli altresì raccomanda «che sebbene il mezzo col quale a Dio piace chiamarlo a sè possa loro parere amaro, pure, essendo di sua contentezza somma e piacere, li prega a volersene anch'essi contentare; lascio loro in patrimonio virtù e diligenza, e quelle poche facoltà ch'essi hanno.... l'ora mia si avvicina; lo spirito di Dio vi consoli e vi conservi in sua grazia.» Che razza di eretici fossero questi non si comprende, e nondimanco l'atroce potestà che adesso ci vorrieno riaggravare sul collo li condannava al fuoco! Così Aonio Paleario di 70 anni vecchio, esempio di ogni cristiana virtù, dalle sacerdotali iene l'8 luglio 1570 era prima strozzato, poi arso. — E nè anco questo bastò, chè un Latino Latini da Viterbo curiale ebbe cuore di celiare sopra le ceneri di Aonio per via di uno epigramma il quale insomma diceva ch'egli, avvisando di tôrredal suo nome Aonio la T, pensò potere scansare la forca, la quale però dopo dieci lustri gli tornò in capo, con più il capestro ed il rogo.Molti a Lucca i seguaci della riforma, e dei maggiorenti, sicchè reputarono fare a fidanza, anzi essi rampognarono superbamente chi fuggendo cercava asilo in contrade straniere, e levarno i pezzi addosso a coloro che si erano lasciati ire fino a ritrattarsi; ma altro è parlare di morte altro è morire, ed alla svolta si provano i barberi. Di repente sorse la fiera persecuzione di Paolo IV; i timidi e gl'interessati, che come a Lucca altrove sono i più, diventarono per paura feroci; non santità di legge osservata, non forma di giudizio, fatta una funata dei sospetti, empite le carceri; gli arnesi del tormento riforbiti e ostentati a pompa; allora gli spavaldi cagliarono, si picchiarono il petto, e detestando pubblicamente l'errore, alla meglio si aggiustarono; a molti riuscì fuggire: allora Pietro Martire cui avevano proverbiato per essersi messo a tempo in salvo scriveva: «O come mi rimarrò io dal pianto, pensando alla terribile procella la quale ha desolato la fiorita chiesa di Lucca senza lasciare pure orma di lei! Quelli che di voi non avevano contezza forse vi hanno temuto troppo deboli per resistere alla bufera, ma io non avrei mai creduto che voi vi sareste tanto vergognosamente abiettati; e a voi erano pure noti i furori dell'anticristo e il pericolo che minacciava i vostri capi quando ricusavate fuggire e prevalervidi ciò che taluno di voi chiamava il rifugio del debole, ed io consiglio di prudenza in tempi perversi. I laudatori della vostra costanza dicevano: Questi animosi soldati di Cristo a piè fermo aspetteranno la gloria di affermare a prezzo di sangue e di martirio il progresso del Vangelo nel proprio paese, non patendo a verun patto di comparire secondi ai magnanimi esempi somministrati loro quotidianamente dai fratelli di Francia, del Belgio e d'Inghilterra. Ah quante speranze svanite! Quale argomento di esultanza agli empi nostri oppressori! Più che con le parole col pianto egli è forza deplorare questa dolorosa vicenda.»Nè, a vero dire, i pericoli che correva Lucca erano vani, e già lo accennammo. Cosimo smaniava allargarsi; troppa piccola veste la Toscana per lui, quindi stava alle vedette per coglierla in fallo e così dare la balta allo inquisitore perchè gliela consegnasse. Il Caraffa e il Ghislieri a patto di schiantare la eresia avrieno dato fuoco, non che al genere umano, al mondo; sicchè all'oratore veneziano Fedeli, come altrove fu avvertito, Lucca pareva una povera quaglia sotto allo sparviero. La repubblica ciondolava con astutissimo consiglio tra lo scansare i pericoli di fuori, non disperare quei di casa, tenersi bene edificata Roma e non cedere alle improntitudini di lei: insomma fine della disuguale scherma fu, che Lucca respinse incrollabile la Inquisizione e i gesuiti da casa sua: imperciocchèSalvatore Guinigi, spedito a Roma per istornare la venuta loro a Lucca, scrivendo all'Offizio su la religione dichiarava: «aver considerato come cotesti huomini fossero di qualità che quando mettono il piede in un luogo fanno come il riccio e cercano sempre tirare a loro; cheteatinonon vuole dire altro chetira a te,e perciò non pigliano nella loro religione furfanti o poveri, ma cercano subornare giovani ricchi e che possano portare molto utile; e chi li ha per vicini non si tiene padrone del suo, perchè seli vienevolontà di allargarsi, bisogna star forte: chi ha vigna vicina alla loro, bisogna che commetta al vignaruolo che chiuda la porta subito che li vede, perchè applicandoci l'animo saria perduta; e che il fine loro è di mangiar bene e bevere meglio e di governare tutte le cose tanto nel temporale quanto nello spirituale con malissima sodisfatione dello universale e con pericolo che un giorno non ne segua qualche pericolo notabile.»Comechè pusilla e trepidante, Lucca in questo tenne il fermo; e quando Alessandro Guidiccioni, per gratificarsi Roma, indegno cittadino, macchinava contro la sua patria sbottonando da per tutto che non ci si poteva dar sesto se non ci si piantava la Inquisizione, il governo lo dichiarò nemico della città; così del pari adoperò contro Lorenzo del Fabbro, pessimo uomo, il quale andava attorno accattando segnature sotto una supplica a Roma per ottenere il benefizio dellaInquisizione; volle per di più bandirlo; la Inquisizione lo difese, e il governo per non romperla lo lasciò stare; e quando Pio IV volle levare al governo l'esame dei libri proibiti ed altri uffizi, egli con un mondo d'industrie procurò tranquillarlo, siccome ottenne. — A mano a mano che soffiava il vento emanò leggi da prima miti e, per quanto ne sappiamo, messe in esecuzione alla buona di Dio: ma poi bisognò smettere il fare la gatta di Masino; le leggi di mano in mano diventarono terribili e misero i denti davvero.Le leggi promulgate dal consiglio furono queste: la prima del 28 marzo 1525; per essa si provvede che i possessori di libri luterani i quali si recusino a consegnarli dentro giorni 15 dalla promulgazione della legge agli anziani paghino la multa di ducati cinquanta; la seconda del 12 maggio 1545: con questa si ordina: non leggansì libri vietati, nè anco per ischerzo favellisi di cose religiose; chi trasgredisce, la prima volta paghi scudi 50; la seconda gli si confischino i beni, e se non possiede beni per 100 ducati, vada in galera sei anni; la terza, patisca la perdita dei beni, il fuoco ed altre pene. Pareva che dopo il fuoco altre pene non ci avessero ad essere, ma non è così. I possessori di libri proibiti dentro quindici giorni dalla notificazione del decreto o li portino al vicario del vescovo o glieli mandino col mezzo del suo confessore, ovvero gli abbrucino; se disobbediscono, confisca; e così del pari il libraio che provvede di fuorilibri siffatti; corrispondenza vietata con tutti gli eretici, massime coll'Ochino e col Martire; non si mandino loro danari, non si servano; lettere da essi mandate si portino dentro tre giorni all'Uffizio di Religione composto del gonfaloniere, dell'Uffizio della Onestà, e di tre cittadini eletti dal Consiglio maggiore; se no, confisca. L'accusatore rimane segreto e guadagna la terza parte delle multe e delle confische; il reo che accusa il complice va impunito. La terza legge venne promulgata il 24 settembre 1549; per lei fu modificata la provvisione del 1545; all'Uffizio si aggiunsero due altri consiglieri; si prescrive aduninsi una volta per settimana; chi manca paghi un fiorino di oro; considerato che le pene troppo gravi erano rimaste inani, di ora in poi i trasgressori paghino la prima volta 100 ducati di oro; se non pagano dentro dieci giorni, in carcere per sei mesi; la seconda volta si multino 500 scudi e privinsi in perpetuo degli uffici di onore e di utile del comune; se non pagano, oltre la privazione degli uffici, in prigione tre anni; la terza volta ne vadano la confisca e la vita. Le donne anch'esse sottoposte a queste pene; le loro doti confiscate, salvo lo usufrutto del marito innocente. I libri non approvati dal vicario proibiti. I cittadini si abbiano a confessare e comunicare nei tempi dalla Chiesa indicati; chi manca la prima volta sia dannato in 100 scudi di ammenda, e se non paga entro dieci dì, stia sei mesi in prigione, la seconda dugento scudi, e se contumace a pagare, si abbia un annodi carcere; la terza ne vada la vita perchè, dichiara la legge,chi non muove l'honor commuova il timor della pena. Le medesime pene incolgano a cui cibi carne nei giorni proibiti senza licenza del vicario; nella quaresima non si macellino carni boccine nè agnelline nè caprettine, pena dieci ducati di oro, eccetto la settimana santa per la provvista di Pasqua; frate sfratato veruno tenga per famiglio in casa sotto l'ammenda di cinquanta ducati di oro. La legge del 27 ottobre 1558 vieta commercio e di ogni maniera corrispondenza per tutto il mondo con quelli che la Inquisizione dichiarò eretici, e il consiglio ribelli, e ai trasgressori ne vadano la prima volta 500 scudi di oro, la seconda la vita: parrebbe che bastasse, ma no; per la terza volta sono comminate le pene prescritte dagli statuti contro i ribelli: per la quale cosa è dato supporre che anco morti agli occhi della Inquisizione si poteva commettere peccato. Nel 19 dicembre 1561 per legge fu concessa facoltà all'Uffizio di aprire casse, valigie, bauli e lettere per venire in chiaro della eresia; e qui multe pecuniarie, si lascia stare la vita. In quel torno promulgarono altresì un'altra legge per la quale fu dichiarato che i discendenti degli eretici per due generazioni si ributtassero da qualunque ufficio sia di onore, sia di utile del comune, e così dentro come fuori della città e dello stato: iniquissima legge che condannerebbe gl'innocenti pel colpevole, ma accettissima al papa, il quale vicario di Cristo non è di certo, il Dio che perdona,bensì vicario del Dio di Moisè, forte, prepotente, geloso, che visita nel suo furore la quarta e la quinta generazione di quelli che l'odiarono; accetta tanto che, pur volendo in qualche maniera mostrare l'animo grato alla repubblica, le mandò in dono la rosa d'oro, e il principe Colonna fu commesso con le maggiori solennità di presentargliela. Più enorme di tutti il decreto del 9 gennaio 1562: per questo si proibisce agli eretici ed ai ribelli di frequentare Italia, Spagna, Francia, Fiandra e Brabante, dove per ragione di commercio soglionsi condurre i buoni cattolici lucchesi; chiunque gli ammazzi riscuoterà la taglia di 300 scudi; se l'omicida è ribello, abbia grazia; se non ribello, la chieda e la ottenga per altro ribello. Buoni tutti, ma questo decreto poi commosse le viscere paterne di Pio IV e di Carlo Borromeo che dicono santo: sicchè il papa non potè stare alle mosse e con amplissimo breve segnato Fiorebello Lavellino mandava al consiglio essersi smisuratamente rallegrato della sua sapienza e pietà, ch'egli non saprebbe immaginare documento che meglio di quello tutelasse l'onore di Dio e la salute della patria; e che perciò senza dubbio alcuno Dio sovverrebbe una città dove così pura e così sincera si conserva la sua religione. Quando Roma ti loda, non ci è caso, o fosti stolto o iniquo. Come parve al papa non parve questo editto preclaro a Caterina di Francia nè a Carlo IX, i quali ne fecero le loro dimostranze alla repubblica, che si scusò con certe ragioni che valsero adattutare cotesti principi meritamente gelosi del diritto di sovranità sopra i propri dominii; nel 1566 le antiche leggi confermaronsi e si estesero anco per Ginevra; nel 1568 s'ingiunse che, albergatori o no, tutti facessero la spia al forestiero che alloggiavano in casa. Nel 1570 si pubblicò una nota di eretici da evitarsi, i quali furono: «Giusfredo Bartolomeo Cenami, Giuseppe Cardoni, Antonio Liena, Cesare Mei, Michele di Francesco Burlamacchi, Lorenzo di Alò Venturini, Nicolao Franciotti, Salvatore dell'Orafo, Gaspero e Flaminio Cattani, Benedetto Calandrini, Giuseppe Iova e Marco da Rinucci[20];più tardi ci si aggiunsero Francesco Cattani con tutta la famiglia e il genero Rustici, Vincenzo Mei con la moglie ed i figli, Cristoforo Trenta, Girolamo Liena, Nicolao e Guglielmo Balbani, Gaspero da Massaccuccoli e Francesco Bonaventura Micheli.E noi, frugando pei ricordi dei tempi, troviamo come Roma si sbracciasse a soffocare in Lucca ogni anelito di libertà religiosa: così il vescovo nel novembre del 1555 arresta e processa sottoponendolo al tormento Rinaldino soldato di Guardia, e dopo averlo costretto ad abiurare in duomo sopra un palco, vestito di giallo, con torchio di cera gialla in mano, lo mandò legato a Roma al Santo Offizio; nel 1556 il vescovo per comandamento di Roma cattura come sospetti di eresia ed ostinati a non ritrattarsi Girolamo Santucci, Giovannipiero da Dezza e Giovambattista Carletti, e gl'invia a Roma, donde furono relegati nelle proprie case. Del pari per ordine espresso di Roma nel medesimo anno il vescovo fece citare pubblicamente dal pulpito in duomo sotto pena della vita e della confisca da applicarsi alla Camera apostolica per intimare loro che si costituissero nelle carceri del Santo Offizio a Roma, Nicolao e Girolamo Liena, Nicolao Balbani, Gaspero da Massaccuccoli, Cristoforo Trenta Guglielmo Balbani, con altri parecchi; e poichèrimasero contumaci, l'eccellentissimo consiglio li dichiarò ribelli e ne confiscò i beni; di più, nel medesimo giorno impose le pene a cui in qualsivoglia maniera per lettera o per messaggio corrispondesse con loro; e non si potendo sfogare in altro, così volendo la Inquisizione di Roma, gli arse in effigie nel gennaio del 1559 sopra la piazza di San Michele: sei mesi prima Michele di Alessandro Diodati, chiamato a Roma, era chiuso in carcere, dove si logorò fino al pontificato di Pio IV: e poco dopo con solenne e grottesca cerimonia presi pel collo ebbero ad abiurare in duomo non pochi cittadini, fra i quali un frate sfratato dei Servi. Nel 1575 venne in Lucca un visitatore da Roma mansueto in vista e col pretesto di riformare il clero in ciò che per avventura contenesse in sè di malsano; di repente poi chiese ed ebbe braccio per arrestare otto cittadini, i quali, eccetto il Turretini, che si salvò, inviaronsi al Santo Offizio a Roma con le catene alle mani ed ai piedi: visitò case, rovistò armari per trovare libri proibiti, predicò, confessò, comunicò, fece il diavolo a quattro, ma non ebbe seguito tranne fra plebe e femminucce pinzochere. Nel 1576 la Inquisizione prescrive al senato gli mandi a Roma Francesco Arnolfini, il quale, mostrando come sarebbe suprema iattura pe' suoi interessi partire su due piedi, ebbe a dare malleveria di 1000 scudi che sarebbe andato: meglio per lui si fosse messo in salvo perdendo i mille scudi; ei volle andare e si trovò sommerso nelle carceri del Santo Offizio:trascorso appena un mese, mandò la Inquisizione per messere Nicolao Pighinucci e messere Antonio Minutoli; il consiglio pauroso li consegnava, ed essi incontrarono la sorte dell'Arnolfini. Per causa di religione nel seguente anno furono citati Giuliano, Filippo e Benedetto Calandrini, madama Elisabetta vedova di Nicolao Diodati, Carlo di Michele Diodati, Michele di Francesco Burlamacchi e messere Giuseppe Iova: poco dopo fu proibito parlare e scrivere ai seguenti ribelli per causa di religione Paolino Minutoli, Venanzio Bartolomei, Regolo del Venoso, messer Filippo Rustici, Scipione Calandrini, Lodovico delle Tavole, Matteo Civitali e messer Simone Simoni medico: il 4 novembre del medesimo anno dichiarano ribelle Giuliano Calandrini; nel 21 detto fu citata madonna Chiara di Paolo Arnolfini e condannata per dieci anni in casa; per dieci anni in prigione Giovanni Nuccorini, e Giovanni da Pariana nella testa; nel decembre processarono Iacopo di Chimento barbiere; venti giorni dopo citarono madonna Elisabetta e il figlio Nicolaio Diodati e Carlo di Michele Diodati; nel febbraio del 1568 citarono parecchi cittadini, fra i quali due donne, madonna Francesca Cattani, la moglie di Filippo Rustici, la moglie di Vincenzo Mei e Flaminia figlia; nel marzo dichiararono ribelli madonna Elisabetta, Pompeo e Carlo Diodati, nell'aprile citato sotto pena del capo e della confisca Biagio Mei; nello agosto, oltre a parecchie capitali condanne, fu commesso di procedere contro la moglie di Luiso Guidiccioni,e poco prima avevano citato, sempre sotto pena della confisca e del capo, le madonne Maria Massei ed Elisabetta Micheli. Queste poi sono le famiglie lucchesi le quali spatriate andarono a porre la stanza loro a Ginevra.Vincenzo Mei con moglie e figli, Filippo Rustici con moglie, Paolo Arnolfini, Nicolao Barbani con la figlia, Francesco Micheli con la moglie e tre figli, Maria vedova Massei, Cristoforo Trenta col figlio, Guglielmo di Carlo Balbani, Girolamo Liena Nicolao da Lucca con moglie, Giovannantonio legnaiuolo con moglie e figli, Gregorio Arrighini, Scipione di Giuliano Calandrini ministro della Valtellina, Giovanni Domenici, Vincenzo del Muratore, Vincenzo Bonicelli, Regolo del Venoso, Giovanni Pìerellini, Regolo Benedetti con moglie e figlia, Paolino Minutoli con la moglie, Giorgio Baroncini, Simone di Simone medico, Giovanni e Ludovico Simoni, Salvatore Franceschi, Giuliano Calandrini con la moglie, Elisabetta Arnolfini con tre figli, Benedetto Calandrini con la moglie e Maddalena Arnolfini, Pompeo Diodati con la moglie, Carlo Diodati, Giuseppe Iova, Virginio Sbarra, Arrigo Balbani, Cesare Balbani, Antonio Liena, Ansano Pranconi, Francesco Turretini con altre cinque famiglie del medesimo casato, madonna Elisabetta vedova Bartolomei, Timoteo Rustici, Paolino Terricciola, Francesco Cattani con moglie e cinque figli, Vincenzo Minutoli, Giovanni Lunardo, Domenico Colla, Giovanni Barsotti e Giovanni Diori; con parecchie altre famiglie di bassolignaggio; due famiglie Arnolfini ripararono a Londra ed una a Bordò; tre ne rimasero a Ginevra; il Lucchesini nella storia letteraria di Lucca ricorda taluni dei discendenti di questi esuli i quali sè o la patria illustrarono coltivando con plauso universale le scienze e le filosofiche discipline. Dei Burlamacchi, oltre Michele figlio di Francesco, posero domicilio in Ginevra Fabrizio Burlamacchi: due famiglie del medesimo nome cercarono asilo in Amsterdam e lo trovarono. Ho letto in qualche libro che in Giovan Giacomo Burlamacchi chiarissimo pubblicista, di cui il libro intorno alDiritto naturaleleggiamo tuttavia con profitto, si estinguesse nel 1748 la famiglia Burlamacchi: ciò non sembra esatto; il pubblicista Burlamacchi scendeva da Michele uno dei figli di Francesco, ma questi n'ebbe cinque, e Federigo produsse più degli altri la sua discendenza; l'ultimo fiato fu Margherita nata nel 1717 che sposa a Francesco Gaetano Spada morì nel 1740; ma a lei sopravvisse Cesare padre, però che mi occorra notato ch'egli cessasse nel 1753.Oltre questa feroce ed irrequieta persecuzione, altre cause impedirono che la Riforma prevalesse in Italia; il popolo nostro nel complesso cura poco le credenze religiose; poco si esalta del paradiso e meno teme lo inferno; sembra attaccato al culto ed è; e più era una volta, perchè a lui garbano gli apparati scenici, e lui unicamente percotono le rappresentanze plastiche; in chiesa i giovani italiani s'innamorano ei loro amori coltivano; più quando le città difettavano di teatri e di ritrovi: l'opera buffa se costumasse di giorno, ammazzerebbe la messa, massime se data gratis: intanto il teatro diurno nelle ore vespertine ha disfatto i vespri: pinzocheri e beghini durano e dureranno finchè alla corona e al rosario non surrogheranno qualche altro balocco per le mani e per lo spirito meno fastidioso di quelli. Arrogi che, essendo ristretto il numero dei riformati, nè la fede della più parte di loro giunta al furore del fanatismo, bene si ebbero a deplorare martiri, ma troppi meno che nelle persecuzioni dei cristiani: ancora, le dottrine dei riformati comparivano astruserie ed infatti erano; poco il volgo c'intendeva o nulla, quindi agevolmente prestava le orecchie ad ogni maniera di calunnie, comechè stranissime, contro di loro; la Riforma, se bene considerate, vi apparirà faccenda di lusso, privativa di letterati magni, fuori dalla intelligenza del volgo. Nè io certo mi dolgo che la Riforma non allignasse in Italia: certo ella è qualche cosa, come quella che alle abiette superstizioni di Roma si contrappone e di molte ciurmerie onde ella contrista il genere umano la scema, tuttavolta non lo incammina sopra il retto sentiero della verità. L'Italia, vero Anteo delle nazioni, imperciocchè quando percuote la terra, quinci risorga con rinnovato vigore, alle fiamme dei roghi per ardere gli eretici accese la fiaccola della filosofia sperimentale, titano che senza soprammettere monte a monte assalisce il cielo e Dioquali li crearono la feroce cupidità dei sacerdoti nè teme fulmini, chè ella gl'incatena e se ne serve a mo' di corsieri legati al suo carro: nè granito nè credenze nè spazi infiniti nè terrori reggono dinanzi all'azione del suo trapano fatale; tutto ella fora; da per tutto penetrano aria e luce. Galileo Galilei approdò meglio all'umano intelletto che non arieno fatto mille Ochini e mille Vermigli; gli scritti di costoro ormai pochi leggono o nessuno, mentre il seme gittato dal Galilei ogni momento feconda di più e s'inalza al firmamento, penetra nel centro della terra, il creato sottopone a numero e a misura, strappa inesorato lo involucro così allo errore come alla verità, e ridotti entrambi ignudi, dimostra del primo la schifezza, della seconda la sostanza divina. Sopra le tracce di Bacone e di Galileo ecco divampare per tutta Italia uno ardore di rompere il giogo delle pretesche menzogne, scoprire il vero, debellare gli errori: ogni uomo da per sè provava e riprovava; ma più efficaci assai furono l'esperienze quando si ordinarono con norme certe e scopo prefisso mercè la istituzione dell'accademia del Cimento: «ella fu, sentenzia sapientemente uno storiografo toscano, che diede l'ultimo crollo ai peripatetici ed abbattè insensibilmente la tirannide dei frati sopra le scuole.» Nel museo fiorentino dentro ben costrutte bacheche oggi si conservano gli strumenti che primi servirono al Galileo e agli accademici del Cimento per l'esperienze loro: quando gli uomini in certi giorni solenni dell'annofie che movano a venerarle come le uniche, le vere reliquie sacrosante della verità, allora esultate; il regno dello errore sarà finito, e noi misero armento delle tirannidi principesca e sacerdotale incamminati sopra il sentiero che per diritto tramite conduce a Dio.Ma tutto ciò, sia in bene o in male, ai tempi del Burlamacchi non era ancora avvenuto; in parte latente, in parte manifesta, la Riforma travagliava l'Italia; potenti uomini e principi la promovevano, i più eletti ingegni s'industriavano propalarla con le parole e con gli scritti, stava in bilico di trionfare; chi aveva bisogno che prevalesse se ne faceva la vittoria sicura. Lucca, come dimostrammo, principalissima fra le città italiane zelatrice delle nuove dottrine, e la famiglia di Francesco, e Francesco stesso fra i primi, primissimo su tutti. Adesso con difficoltà somma se ne rintracciano i vestigi a sommo studio soppressi dalla paura, dallo interesse ed anco dall'opera assidua dei nemici della Riforma: difatti indi a poi Lucca diventò, e forse anco adesso rimane, la città più contaminata di beghineria fra le altre della nostra penisola; per me credo provato abbondevolmente il mio assunto, che la impresa di Francesco Burlamacchi poggiava sopra diramazioni segrete, ma oltre ogni credere estese, ed aveva troppo maggiore probabilità di riuscita di quella che gli scrittori dei tempi paurosi o venduti ci danno ad intendere e che lettori superficiali mostrano di credere. —
Fra Michele inquisitore a nome di Paolo IV citò il Carnesecchi a Roma, ed egli mantenendosi contumace, senz'altra indagine venne scomunicato il 5 aprile 1559; come a Dio piacque, a Paolo successe Giovannangelo dei Medici col titolo di Pio IV, il quale sendogli amico, lo ebbe tosto ribenedetto dichiarandolo buon cattolico ed obbediente alla Chiesa. Allora, punto dal desiderio del natio luogo o nello intento di porsi al riparo di più sicuro asilo, il Carnesecchi da Padova si trasferì a dimorare a Firenze, dove visse in pace onorato da tutti e caro, come credeva, a Cosimo fino alla esaltazione di Pio V; in quel torno, senza che il Carnesecchi se ne addasse, una terribile procella si affoltò sopra di lui. Rincresceva acerbamente a Cosimo che la morte gli cavasse dalle mani un papa prima di averlo sfruttato secondo i suoi bisogni; tanta era stata fin lì la sua prevalenza sopra la curia romana che Pasquino espresse questa opinione universale effigiando Cosimo vestito da papa col motto: «ecce Cosmus Medices pontefex maximus.» Col papa amico pareva a Cosimo potere navigare sicuro pel pelago intricato della politica ed anco alla occasione prepotere, imperciocchè i concetti di Cosimo fossero grandi o almeno cupidi, e poi i contrasti per le precedenze a cotesti tempi simostrassero od avessero occasione per mostrarsi più dispettosi che mai; e ciò o rispondesse alla fumosità per virtù dei costumi spagnuoli diventata tanta parte del cervello italiano, o piuttosto a segno esteriore di primazia proseguita dai principotti con tanto maggiore smania nelle apparenze quanto più impotenti a conseguirla in sostanza. Al duca di Firenze davano continua molestia i duchi di Savoia, di Mantova e di Ferrara, massime di Ferrara: mentre quel di Savoia era andato a pescare il titolo di re fino a Cipro non senza riso dei potentati d'Italia e di fuori, e fin d'allora Cosimo mulinava conseguire dal papa titolo e grado che lo preponessero ai suoi emuli, come di fatti pei meriti suoi, tra i quali non ultimo la consegna del Carnesecchi, acquistò e fu incoronato granduca.
Pertanto il cardinale Pacecco scrisse al duca il 10 giugno 1566 una lettera perfida come la sanno scrivere i preti: «Sarebbe peccato grave per Cosimo se non desse al papa tutto favore perchè egli potesse adempire il suo ufficio di vicario di Cristo: avendogli sua Beatitudine parlato con molta premura di questo negozio, egli Pacecco avere reputato spediente agl'interessi del duca accertarlo di due cose, la prima che in tutta la cristianità non viveva principe il quale delle cose della Inquisizione fosse zelatore come egli Cosimo, e questo molto bene conosce da per sè la S. S. e lo predica; la seconda, che non vi sarebbe cosa, per grave che fosse, che Ella non fosse disposta a fare persuo particolare contento e consolazione: non si maravigli poi della premura che si muove per un uomo, imperciocchè costui non sia un uomo come un altro, e si nutre sicurezza di ricavare da lui molte cose ed importantissimee forse qualcheduna che fosse di suo servizio.» Preparato a questo modo il terreno, il giorno dopo Pio V spediva al duca il maestro del sacro palazzo con una lettera scritta tutta di proprio pugno: «Dilecte fili, etc. Ella pare innocente come l'acqua; dia ad esso maestro la credenza che daria alla sua medesima persona, e così la Divina Maestà lo benedica.» — Il maestro del sacro palazzo non aveva altra commissione eccetto quella di farsi consegnare il Carnesecchi, nè si partisse da Firenze se con esso seco non lo trasportasse. Dalle carte del Carnesecchi poi si rilevò come gli amici suoi di oltremonte più volte avessero mosso ressa appo lui ond'egli da Firenze si cansasse, nè egli se ne era mostrato alieno, ma poi, fidando nell'amicizia antica di Cosimo, bandito ogni sospetto da sè come ingiurioso a così egregio principe, si era rimasto; e giusto nel punto che il maestro giunse al palazzo del duca il Carnesecchi pranzava coll'ottimo principe; il quale letta la lettera e udito il messaggio senza scomporsi, mandato pel bargello, fece tradurre l'amico della sua famiglia e suo dalla mensa ospitale al carcere dei malfattori. E qui non vuolsi omettere di notare come cause della feroce persecuzione contro il Carnesecchi fossero due: la prima la strenua difesa con la quale il Carnesecchi pigliòsempre a sostenere la fama di Cosimo; di che si ha notizia in una lettera del Gelido: «Tu ti devi ricordare che tre anni fa predicò un frate di santo Agostino chiamato il Montalcino. Costui pose tanto odio a monsignor Carnesecchi perchè un dì andò a trovarlo in camera e con buon modo mostrò al padre che faceva male a parlare del duca di Fiorenza manco che onoratamente: ma poichè egli era uno dei più arrabbiati Sanesi che mai si potessero immaginare non che trovare, cominciò a levare la voce e dare del tiranno per la testa in modo che il Carnesecchi mi ha detto che bisognò gli dicesse a lettere da scatola ch'egli era la più solenne bestia che andasse sopra due gambe, e se lo levò dinanzi. Il frate andò a dolersene più volte col cardinale Triulzio, ch'era qui legato, e trovando che non ne faceva caso perchè amicissimo di monsignore, disse che troverebbe il modo di rovinarlo. E domandato dal cardinale quello che pensava fare, rispose che la inquisizione era aperta, e che a monsignore, parlando seco, era scappata di bocca non so qual parola sopra un passo di santo Agostino che sentiva dello eretico, ed insomma troviamo che questo frataccio ha suscitata questa persecuzione.» E questo fatto sarà stato argomento per Cosimo di vendicarsi del frate, ma nol fu per salvare il misero Carnesecchi; la seconda causa si desume da certa lettera scritta dal Babbi oratore toscano al duca Cosimo: «Mi disse iersera il governatore di Roma che ilCarnesecchi porta gran pericolo di vita, sebbene il processo suo non è ancora maturo, ed ha un gran bisogno di aiuto: quando campi la vita,sarà muratoin luogo che non si rivedrà, più essendosi trovate fra le sue scritture minute di lettere che scriveva pel mondo quando fu creato questo buon papa, detestando questa santa elezionee dicendo molto male di lui e di tutto il collegio.»
E preti e donne non perdonano mai, costumava dire il cardinale di Richelieu, che se ne intendeva. Trentaquattro furono gli errori imputatigli (e quello che per avventura lo condusse a morte si tacque); affinchè uomo conosca per quali cause trecento anni fa Roma ardeva, strangolava, arrotava, mazzolava e squartava le creature umane, io li vo' riferire: «L'uomo con la fede sola si giustifica; fede, e non opere, necessaria alla salute eterna; facile però all'uomo graziato della fede compire opere buone: quantunque inani alla salvazione dell'anima, le buone opere otterranno maggior grado di gloria: per natura inclinati al male e, avanti la grazia, al peccato: arduo ed impossibile, senza grazia di Dio, copia di fede e di speranza, osservare il decalogo, massime i due primi precetti di quello. Si stia alla parola del Signore attestata dalle Scritture; delle indulgenze nella Scrittura non occorre neppure una parola. Lo Spirito Santo non presiedè a tutti i concili nè si mostrava chiaro intorno alla persona legittima per convocarlo: quanti avessero ad essere i sacramenti non sapeva: nonobbligatoria la confessione: dubitava del purgatorio e sosteneva apocrifo il libro II dei Maccabei, dove si giudica efficace il suffragio pei morti. Che nella Eucaristia sia presente il corpo di Cristo non nega, nega la transustanziazione e qui ciondola tra Lutero e Calvino: sarebbe bene che anco i laici comunicassero sotto le due specie. La Messa propizia solo per la memoria della passione di Cristo o vero in quanto eccita la fede, per la quale unicamente impetriamo la rimessione dei peccati. Per eccellenza il papa è primo vescovo, non per autorità, la quale non può esercitare sopra le altre chiese, se pure il mondo non gliela deferisca per rispetto a Roma. La più parte degli ordini monastici aborriva, massime gli accattoni, cavallette del pane del povero: le prediche dannose anzichè no, come quelle che raccomandavano troppo le opere: turpe il celibato dei preti: iniquo il voto di castità, la quale è dono di Dio: l'andare pellegrinando randagio attorno vizio di vagabondo, non santità: la cernita dei cibi assurda, non meritorio il digiuno; e poichè Cristo si era offerto mediatore fra Dio e gli uomini, inutile la invocazione dei santi; con altre giuntarelle che toccai disopra, perchè a suo danno si raccolsero le briciole; le quali cose tutte adesso ci paiono opinioni in parte plausibili, in parte oziose; ma i tempi portavano così, ed essi letterati erano e dialettici e teologhi non già filosofi. Caduto in malebranche, il Carnesecchi, per bene due volte atrocemente provato con la tortura, confessò quelloche vollero; spontaneo avrebbe detto tanto che mezzo bastava per arderlo. Però tormenti non valsero a denunziare complici, sè accusò solo. Cosimo, fosse vergogna o rimorso o piuttosto astutezza, contando coll'esagerare il sacrifizio fatto al papa ottenerne più lauto compenso, assai si dimenò per proteggerlo; e col mezzo del suo oratore veniva supplicando il papa considerasse la nobile prosapia dello accusato, il nome chiaro, la diuturna familiarità, unmonte di donzelle del suo parentado da accasarsi, la servitù alla casa Medici, il grado illustre; e il papa, tutto bene considerato, rispondeva:che se avesse in mano uno che avesse morto dieci uomini non mancherebbe darglielo e concederglielo; il Carnesecchi non potere; e che se si avesse rispetto ai parenti ed alle famiglie, non si sarieno fatte esecuzioni come si sono fatte in molti signori. Onde il Serristori, che sparvierato uomo di corte era, presa lingua, scriveva al suo padrone per dissuaderlo da mettersi nella calca a farsi pigiare: «Non ci è verso alcuno di aiutarlo, e ciò che l'E. V. facessero non gli gioverieno, ma sì bene imbratterebbono in gran parte quella candidezza e gran volontà che con le opere hanno mostro contro questa pestilenza di eretici, per il che presso Sua Santità sono tenuti in concetto dei più cattolici principi che sieno in cristianità, la religione, virtù e giustizia dei quali da Lei si predica con ogni uomo.» E poi, secondo il costume di tutti i tempi, che i vili, a cui il bene materiato piace,sentono bisogno di tôrre ai magnanimi fino il compianto dei loro simili, il Serristori denigra presso Cosimo il Carnesecchi come uomo senza cervello che in mal tempo, invece di gittarsi giù di sfascio ai piedi del papa ed implorare mercede, aveva tolto a difendersi; insensato che si ostina a non ritrattarsi come tanti altri fanno: ma forse il cortigiano con siffatte parole perfidissime veniva piaggiando l'anima di Cosimo, la quale, lacerata dal rimorso, doveva trovare qualche sollievo al truce tradimento dandosi ad intendere che al postutto il Carnesecchi non era uomo che meritasse osservanza di fede.
Anco lui con lusinghe e con terrori tentarono affinchè si ritrattasse: stette fermo, e ad una voce avversi e finti o timidi amici condannarono la sua caparbietà, la quale se non era, l'ottimo pontefice gli avrebbe fatto senz'altro la grazia. Qual mai grazia? Chiuso in perpetua prigione in mano a frati fanatici, ovvero dentro una cellettamurato; chè il carcere solitario, privo di ogni consolazione, pieno di ogni angoscia mortale, immaginarono i preti nello inferno dei loro pensieri prima che scendesse nel cervello dei moderni[17]filosofi.
E poi ormai nel Carnesecchi, venute meno lecause del vivere, era surta la voluttà della morte: chiunque per cause più o meno lodevoli e sovente contennende si sente attaccato alla vita questo non pensa o non crede, ma pur troppo si danno casi pei quali all'uomo la vita diventa supplizio, refrigerio la morte. Il Carnesecchi, non che ritrattarsi, quanti confortatori gli mandavano procurava che si ravvedessero e, lasciato il sentiero dello errore, su la via del vero Evangelo s'incamminassero; donde lo esasperarsi delle pretesche ire. Non sembra che gli fosse letta la sentenza su la piazza della Minerva, bensì in chiesa davanti la sepoltura di Clemente VII, che tanto lo ebbe caro; quindi condotto in sagrestia, dove lo vestirono con la tunica gialla dipinta a fiamme; ridicole cose adesso, allora feroci; il martedì, che, fu il primo di ottobre 1567, portato in ponte, vi ebbe mozzo il capo, e poi l'arsero.[18]Tutti gli storici notarono l'attillatura con la quale ei si condusse a morte quasi segno di vanità o di follia; e questa attillatura, stando alla relazione del Serristori, consistè nel vestire camicia bianca e usare guanti nuovi e pezzuola pur bianca in mano; costoro non sapevano o piuttosto fingevano ignorare come la mondizie del corpo spesso rendatestimonianza della purezza dello spirito. Il papa Pio, per non far torto al nome, delle entrate riscosse e da riscotersi de' suoi benefizi, che sommavano a circa cinquemila ducati, fece grazia ai suoi parenti, ma le abbazie di Napoli e del Polesine tenne per sè; quella di Francia sembra che non potesse agguantare. —
La viltà, che alla più parte degli uomini somministra le fasce dentro le quali essi vengono ravvolti fin dal nascimento loro, operò in guisa che gli amici lo rinnegarono, gratificando la tristizia del sacerdote, la quale non patisce che dei suoi avversari sopravviva il nome ovvero consente sì che duri, ma infame. Il Mureto, aveva composto un'oda in plauso del Carnesecchi e stava in procinto di pubblicarla, se non che, repugnando sconciare i fatti suoi, si consultò con taluni solenni barbassori di santa madre Chiesa, che lo consigliarono pel suo meglio a rimetterla nel fodero; ed egli comechè ciò costasse non già alla sua amicizia ormai svanita, sibbene alla sua vanità, tenne lo avviso. Del pari cadde l'animo allo stampatore Aldo Manuzio amico sviscerato del Carnesecchi, che gli levò al sacro fonte un figliuolo, e nelle collezione delle sue lettere stampata dopo la condanna di cotesto infelice al nome di lui sostituì quello diPero; anzi nel 1558 costui dettò un magnifico panegirico del suocaro Carnesecchidedicato al Mureto; più tardi non volendo sopprimere il panegirico, che gli pareva gran cosa, e dall'altra parte aborrendo mettersi a cimento, surrogava il nome di Molini a quellodello amico sventurato; ancora, nella dedica di una edizione di Sallustio al cardinale Triulzio, il Manuzio così favella del Carnesecchi: «Piero Carnesecchi protonotaro; personaggio onorevole, preclaro per virtù e per dottrina facilmente primo su quanti io mi abbia riscontrati nel corso della mia vita», ma nelle edizioni posteriori alla sventura del 1567 nomi e lodi tu cerchereste invano. L'atroce persecuzione durava tuttavia verso la metà del secolo decimottavo, sicchè un Mancurti compatriota del Flaminio, pubblicando certa edizione delle sue opere, giudicò spediente sopprimere le ode intitolate al Carnesecchi, «per non esporsi alla censura della gente, la quale aveva affermato eretico il Flaminio attesa l'amicizia che professava al Carnesecchi.» Altre cose potrei aggiungere; me ne passo, chè me piglia insopportabile il tedio alla vista di tanta abiezione.[19]—
Dopo il caso del Carnesecchi fu rotto l'argine a Firenze; molti fuggirono, e molti come suoi fautori furono spediti ammanettati a Roma. Gl'inquisitori insanivano; non modo, non discretezza nè garbo: alla rinfusa agguantano dotti ed idioti, e vessano d'interrogatorii: i secondi, sentendosi ricercare sopra i più ardui misteri della fede, restavano come trasognati; li destavano le multe e le minacce di pene maggiori; lo scandalo giunse a tale che il granduca dichiarò apertamente a Roma non avrebbe più oltre patito che del suo stato si facesse così atroce governo. Lo contentarono sostituendo inquisitori più discreti o più ipocriti, pannicelli caldi; ma gl'istituti rimasero inalterati: anco i forestieri andavano soggetti ad infinite molestie e guai a cui non riesciva dare certezza dell'esser suo. Per lo che la Toscana diventava infame presso le genti: nè per questo diminuivano anzi crescevano nel vulgo le credenze superstiziose d'incantesimi, di malie, di apparizioni del diavolo e miserie altre siffatte; e (orribile a dirsi!) pochi mesi dopo la strage del Carnesecchi a Siena furonoarse cinque stregheaccusate (e la sentenza aggiungeconvinte) di avere renunziato al Battesimo, essersi messe in balía del diavolo ed avere ciurmato diciotto fanciulli. Ludovico Domenichi, prete, assai rinomato nella storia della letteratura per avere dettato se non belli almeno molti scritti, fu posto al tormento; e siccome si ostinava a negare, gl'inquisitori imbestiavano a dilaniarlo; al fine potè più la caparbietà sua che il fratesco furore; fucondannato alle Stinche a vita; donde tratto per favore di Paolo Giovio mutò il carcere in convento. L'arte tipografica, già fiorente, cessò; gli stampatori proposero vendere tutti i libri pel costo reale e con perdita ancora del dieci e del quindici per cento, poi li bruciassero; di andare innanzi non ci era altro verso, non si volendo ormai più veruno esercitare in così bella, nobile e facoltosa arte, mentre in altri luoghi è favorita, aiutata e privilegiata; nè più si trovano fattorini per ammaestrarli e servirsene se non per lo più vilissimi e figli di sbirri. Il Torrentino riparava in Pavia, i Giunti a Venezia; nè per quanto eccellenti segretari alle intemperanze procurassero mettere argine, ne venivano a capo perchè ormai gesuiti e preti stringevano nelle mani loro le viscere della Toscana come dentro una tanaglia di ferro; il lamento femminile delle granduchesse beghine troncava l'ale ad ogni conato, e un Cioli faceva più danno in un'ora che il Vinta e il Picchena benefizio in un anno; i gesuiti, dopo avere estorta non so quale eredità a Montepulciano, vi si piantano; poi non bastando loro, si lasciano intendere «che hanno posto la mira ad altri luoghi senza avere riguardo alla distruzione delle case, delle famiglie e delli abitatori che ne succederebbe, et non vogliono per li frutti dei terreni che hanno preso e che sono loro controversi concorrere alle imposizioni anticamente postevi per le spese delle strade, ponti fontane ed altre cose comuni. Oltre di questo si dichiarano assai apertamente diapplicare l'animo ad altre eredità, ingegnandosi e procurando che i congiunti ai quali esse appartengono ne rimangano privati, e così nutrendo le discordie e le disunioni tra i parenti per loro proprio interesse. Da questi modi di procedere sono venuti in tale odio segreto appresso la maggior parte di cotesto popolo che se noi non ci avessimo posto freno, sarebbe intervenuto a' detti gesuiti qualche strano accidente e peggiore di quello che successe già molti anni quando a furore di popolo ne furono cacciati mediante una segreta conventicola fatta contro di loro.» Nè si creda mica che questa lettera dettasse un cervello torbido di quei tempi o, come oggi si direbbe, un rompicollo; ella era scritta il tre dicembre 1606 dal granduca Cosimo II al suo oratore a Roma. A tanto di protervia giunse Roma che nella moría del 1630, mentre a gara il principe e i più facultosi dei cittadini profferivano i privati loro edifizi in supplimento dei pubblici per le purghe e le quarantene, e mentre anco i frati sovvenivano con ogni maniera di caritatevole soccorso, quando, costoro vennero richiesti anzi supplicati di concedere pei medesimi offici i locali di cui non si servivano, urlarono allo spoglio e all'assassinamento. Roma inorridì per la violata immunità ecclesiastica e senza indugio scomunicò quanti ci avessero partecipato, veruno escluso. Poco dopo per clemenza somma Sua Santità consentì a ribenedire i violatori a patto chiedessero perdono; agli ufficiali di sanità ed ai Fiorentini brillavano le mani, equesta volta l'avrebbero fatta vedere a cotesti preti sfacciati, ma alle granduchesse ava e madre per siffatti rumori pareva dovesse subissare il mondo: in ginocchio dunque al padre dei fedeli, al vicario di Gesù Cristo, a colui che tiene in mano le chiavi del paradiso per aprirlo o per chiuderlo a cui meglio gli talenta: però gli uffiziali di sanità ebbero a domandare perdono per avere adoperato umanamente senza il beneplacito del papa; e Roma, trovato il terreno morvido, spinse la sua temerità fino a costringere lo stato a restituire le somme contribuite dai chiesastici per la salute comune, ed a stabilire per principio che a spese del pubblico erario dovessero sovvenirsi e preti e frati in occasione di straordinarie calamità. In Toscana, dopochè Cosimo I si abiettava davanti a Pio V, si andò di male in peggio; quegli credè che, genuflettendosi al soglio pontificio, il papa gli avrebbe posto la corona sul capo, ed invece costui gli mise il collare al collo; da quel tempo in poi i granduchi furono considerati a Roma gli sbirri della Inquisizione, ed il Galluzzi scrittore sciatto e servile ciò nella sua storia conferma, e quando parla di Urbano VIII narra come egli pur fosse in possesso di siffatta bassezza quando a posta sua gli tenevano sostenuto in carcere a Firenze Mariano Alidosi signore del Castel del Rio, a cui per cagione di eresia voleva confiscarsi cotesto feudo, il qualede iuresi devolveva al granduca. Il nome del papa metteva per paura a soqquadro Firenze, come poco anzi per tuttaItalia aveva fatto quello del re Gustavo Adolfo di Svezia; a tale ignominia in poco più di un secolo il principato ridusse gli animosi spiriti fiorentini.
Accostiamoci a Lucca. Antonio della Paglia da Veroli prestantissimo ingegno celebrarono i suoi contemporanei nelle lettere umane, e la posterità confermò, ma sopratutto fu pio, in divinità dottissimo e d'imperterrito animo; nemici ebbe molti, e chi non gli ha fra i virtuosi? Superare altrui in dottrina e in virtù sembra peccato sottoposto a pagare questa multa; così preordinò il destino, e le querimonie non montano: soffri, sii grande e taci.
Gli stranieri raccolgono amorosi le nostre memorie. Ora non fanno molti anni un Young da Oxford mi chiedeva notizie intorno al Paleario, e con soddisfazione dell'animo mio vidi averne pubblicata la vita a Londra nel 1860 con lettere originali e documenti; noi Italiani per ora siamo incuriosi delle nostre glorie e delle nostre sventure; colpa l'avere scambiato l'aurora boreale coll'alba del vero giorno della libertà. Aonio visse un tempo a Siena maestro di greche e di latine lettere; quivi gli diè gravezza un nugolo di pedanti astiosi, erano trecento; dodici si proffersero accusatori, dei quali capo un Orlando Marescotti; egli si difese con mirabile orazione in senato, niente delle accuse negando, bensì esponendo quanto inani e maligne si fossero; tuttavolta gl'increbbe il mal sicuro ostello e molto bene raccomandato dai cardinali Bembo e Sadoletos'incamminò a Lucca, dove la cittadinanza lo accolse a grande onore e con larga mercede lo elesse professore di lettere greche e latine, conferendogli di più il carico di arringare due volte all'anno in occasioni solenni. Anco qui non tacque l'ira nemica e gli avventò contro un Marco Blaterone; ma vegliava per lui la benevolenza dei cittadini, la quale, non patendo lo indegno strazio, bandì il Blaterone, che tutto invelenito si recò a Roma per aizzargli contro i frati domenicani. Il Cantù, denigratore inverecondo di ogni gloria che non sia clericale, afferma che, essendogli stato preferito a concorso l'Ammirato prima, poi il Bandinelli, sdegnoso dopo dieci anni di dimora lasciò Lucca: all'opposto io trovo che in Lucca non cessarono mai di amarlo e di rispettarlo: molto profitto avere fatto con i suoi scritti e co' suoi sermoni; solo essersi consigliato di ridursi a Milano, però che costà sotto l'ale dell'aquila austriaca gli paresse stare più sicuro, e poi perchè la crescente prole lo indusse ad accettare il maggiore stipendio proffertogli: a Milano stanziò sette anni; stava bene e si mosse, e male gl'incolse contradire al proverbio. Recatosi a Bologna mentre la febbre sanguigna di Pio V gli mostrava in ogni uomo di lettere un nemico, riescì agevole a cui gli aveva messo da tempo antico la mira addosso comprenderlo nella persecuzione universale; andò ad arrestarlo frate Angiolo da Cremona inquisitore, che trattolo a Roma lo chiuse nel carcere di Tordinona; se fosse posto al tormentoignoriamo: le accuse palesi sommarono a quattro: il purgatorio negato; ripreso il costume di seppellire nelle chiese; scherniti il vivere ed il vestire fratesco; la giustificazione posta da lui nella sola fede verso la misericordia di Dio, il quale perdona pei meriti di Gesù Cristo; ma più gravi colpe, comechè taciute, a suo danno il poema intorno la immortalità dell'anima, il quale, levato a cielo un giorno da uomini insigni non meno che pii e luminari della Chiesa, oggi alle froge bestiali di Pio V putiva di eretico; il trattatodel benefizio della morte di Cristo, anch'esso un dì giudicato dalla Chiesa libro meritorio, ed ora proibito come un tizzo di carbone infernale: non mancarono e nè mancano anco ai tempi nostri scrittori che non a lui, bensì a certo benedettino, chi dice di Mantova, chi di San Severino, lo attribuiscono, ma certo egli è che la dottrina di cotesto libro l'Aonio professava e predicava; per ultimo le molte epistole spedite nella più parte d'Europa e sopra tutto la famosa accusa contro i Romani pontefici ed i loro seguaci: veramente questa vide la luce solo ventisei anni dopo la sua morte, però che il dabbene uomo ebbe avvertenza di mettere in salvo tutte le sue scritture prima di essere arrestato, tuttavia è agevole persuaderci che per detto suo e degli amici si conoscesse; essa contiene venti testimonianze o capi di accuse; il De Sanctis la pubblicò volgarizzata a Torino nel 1861: vorrei raccomandare agl'Italiani che la leggessero, e ne varrebbe il pregio davvero, ma gli è temposprecato finchè il sonno e la vergogna dura: il Paleario si raccomanda che se i popoli potranno costringere il papa a presentarsi ad un concilio dove si tengano conferenze di ogni maniera cristiani, a cui venga fatta facoltà di parlare liberamente al cospetto dei grandi e dei legati delle città; e se in coteste conferenze fie stabilita equità di giudizi e con la parola di Dio si torranno gli abusi e le controversie religiose, sicchè possibile sia che le chiese sanate formino un corpo solo; allora prega i depositari della sua accusa a consegnarla ai difensori dell'Evangelo ed a presentarla al concilio generale libero e sacro come testimonianza di un uomo pio che morendo non voleva davvero mentire a Cristo. «Questa testimonianza, egli aggiunge, e l'atto di accusa saranno da voi lanciati colà come fulmine che abbatterà l'anticristo. Fratelli, ve ne supplico, mettetelo alle strette, non gli date tempo a ordire suoi inganni: lo iniquo rimanga confuso sul colpo, in mezzo al concilio, alla presenza dei principi grandi. Allora leggete e rileggete la mia testimonianza coll'atto di accusa; fate sia lungamente discussa ed esaminata, e così la chiesa di Dio sarà purgata.»
Nei ricordi della Misericordia di San Giovanni decollato dei Fiorentini di Roma si trova scritto che Aonio perisse pentito e confessato, chiedente a Dio perdono dello errore suo; e così pure sostengono il padre Lagomarsini e gli abbati Lazzeri e Tiraboschi; le sono ciurmerie pretesche: di che si aveva a pentire cotesto venerando vecchio?Così rammenda col fil bianco la ciurma sacerdotale che il ricucito si mostra lontano un miglio; difatti il Laderchio continuatore del Baronio ci lasciò scritto: «Quando furono chiariti che cotesto figliuolo di Belial stava tenacemente attaccato al suo errore, e che ormai non ci era verso per ricondurlo alla luce, lo condannarono alle fiamme, affinchè al supplizio di un momento tenessero dietro gli eterni castighi»; e nel foglio dopo ci attesta quali fossero i sensi del Paleario e quali le novissime parole ai suoi giudici: «dopo tutte queste testimonianze che voi udiste, o cardinali, sorgere schierate contro me, ogni difesa torna inutile; ormai per me sono deliberato seguitare in tutto il precetto dello apostolo san Pietro, il quale ci dice: il Cristo ha sofferto per noi lasciandoci uno esempio da seguire, il Cristo che non commise mai alcun peccato nè dal suo labbro uscì mai parola d'inganno. Quando lo avvilirono d'ingiurie non contrappose ingiurie, quando lo bistrattarono egli non minacciò, bensì si diede in balía di coloro che lo condannavano ingiustamente. Pronunziate impertanto il vostro giudizio, condannate Aonio, fate il debito vostro ed empite di contentezza il cuore de' miei nemici.»
Dalle lettere brevi che scrisse in procinto di morte alla diletta consorte ed ai cari figli assai chiaro si dimostra come lui pigliasse vaghezza di morire, e sentisse proprio bisogno riparare in parte dove nè la vista nè l'udito delle scelleraginiumane lo funestassero: «Non vorrei, carissima consorte, egli scrive, che tu pigliassi dispiacere del mio piacere nè a male il mio bene. È venuta l'ora che io passi di questa vita al mio Signore padre Dio. Io ci vo tanto allegramente quanto alle nozze del figlio del gran re.... Sicchè, consorte dilettissima, confortatevi della volontà di Dio e del mio contento, e attendete alla famigliuola sbigottita, che resterà di allevarla e custodirla nel timor di Dio ed esserle madre e padre. Io era già di settant'anni vecchio e disutile; bisogna che i figli con la virtù e col sudore si sforzino a vivere onoratamente.» Ed ai figli altresì raccomanda «che sebbene il mezzo col quale a Dio piace chiamarlo a sè possa loro parere amaro, pure, essendo di sua contentezza somma e piacere, li prega a volersene anch'essi contentare; lascio loro in patrimonio virtù e diligenza, e quelle poche facoltà ch'essi hanno.... l'ora mia si avvicina; lo spirito di Dio vi consoli e vi conservi in sua grazia.» Che razza di eretici fossero questi non si comprende, e nondimanco l'atroce potestà che adesso ci vorrieno riaggravare sul collo li condannava al fuoco! Così Aonio Paleario di 70 anni vecchio, esempio di ogni cristiana virtù, dalle sacerdotali iene l'8 luglio 1570 era prima strozzato, poi arso. — E nè anco questo bastò, chè un Latino Latini da Viterbo curiale ebbe cuore di celiare sopra le ceneri di Aonio per via di uno epigramma il quale insomma diceva ch'egli, avvisando di tôrredal suo nome Aonio la T, pensò potere scansare la forca, la quale però dopo dieci lustri gli tornò in capo, con più il capestro ed il rogo.
Molti a Lucca i seguaci della riforma, e dei maggiorenti, sicchè reputarono fare a fidanza, anzi essi rampognarono superbamente chi fuggendo cercava asilo in contrade straniere, e levarno i pezzi addosso a coloro che si erano lasciati ire fino a ritrattarsi; ma altro è parlare di morte altro è morire, ed alla svolta si provano i barberi. Di repente sorse la fiera persecuzione di Paolo IV; i timidi e gl'interessati, che come a Lucca altrove sono i più, diventarono per paura feroci; non santità di legge osservata, non forma di giudizio, fatta una funata dei sospetti, empite le carceri; gli arnesi del tormento riforbiti e ostentati a pompa; allora gli spavaldi cagliarono, si picchiarono il petto, e detestando pubblicamente l'errore, alla meglio si aggiustarono; a molti riuscì fuggire: allora Pietro Martire cui avevano proverbiato per essersi messo a tempo in salvo scriveva: «O come mi rimarrò io dal pianto, pensando alla terribile procella la quale ha desolato la fiorita chiesa di Lucca senza lasciare pure orma di lei! Quelli che di voi non avevano contezza forse vi hanno temuto troppo deboli per resistere alla bufera, ma io non avrei mai creduto che voi vi sareste tanto vergognosamente abiettati; e a voi erano pure noti i furori dell'anticristo e il pericolo che minacciava i vostri capi quando ricusavate fuggire e prevalervidi ciò che taluno di voi chiamava il rifugio del debole, ed io consiglio di prudenza in tempi perversi. I laudatori della vostra costanza dicevano: Questi animosi soldati di Cristo a piè fermo aspetteranno la gloria di affermare a prezzo di sangue e di martirio il progresso del Vangelo nel proprio paese, non patendo a verun patto di comparire secondi ai magnanimi esempi somministrati loro quotidianamente dai fratelli di Francia, del Belgio e d'Inghilterra. Ah quante speranze svanite! Quale argomento di esultanza agli empi nostri oppressori! Più che con le parole col pianto egli è forza deplorare questa dolorosa vicenda.»
Nè, a vero dire, i pericoli che correva Lucca erano vani, e già lo accennammo. Cosimo smaniava allargarsi; troppa piccola veste la Toscana per lui, quindi stava alle vedette per coglierla in fallo e così dare la balta allo inquisitore perchè gliela consegnasse. Il Caraffa e il Ghislieri a patto di schiantare la eresia avrieno dato fuoco, non che al genere umano, al mondo; sicchè all'oratore veneziano Fedeli, come altrove fu avvertito, Lucca pareva una povera quaglia sotto allo sparviero. La repubblica ciondolava con astutissimo consiglio tra lo scansare i pericoli di fuori, non disperare quei di casa, tenersi bene edificata Roma e non cedere alle improntitudini di lei: insomma fine della disuguale scherma fu, che Lucca respinse incrollabile la Inquisizione e i gesuiti da casa sua: imperciocchèSalvatore Guinigi, spedito a Roma per istornare la venuta loro a Lucca, scrivendo all'Offizio su la religione dichiarava: «aver considerato come cotesti huomini fossero di qualità che quando mettono il piede in un luogo fanno come il riccio e cercano sempre tirare a loro; cheteatinonon vuole dire altro chetira a te,e perciò non pigliano nella loro religione furfanti o poveri, ma cercano subornare giovani ricchi e che possano portare molto utile; e chi li ha per vicini non si tiene padrone del suo, perchè seli vienevolontà di allargarsi, bisogna star forte: chi ha vigna vicina alla loro, bisogna che commetta al vignaruolo che chiuda la porta subito che li vede, perchè applicandoci l'animo saria perduta; e che il fine loro è di mangiar bene e bevere meglio e di governare tutte le cose tanto nel temporale quanto nello spirituale con malissima sodisfatione dello universale e con pericolo che un giorno non ne segua qualche pericolo notabile.»
Comechè pusilla e trepidante, Lucca in questo tenne il fermo; e quando Alessandro Guidiccioni, per gratificarsi Roma, indegno cittadino, macchinava contro la sua patria sbottonando da per tutto che non ci si poteva dar sesto se non ci si piantava la Inquisizione, il governo lo dichiarò nemico della città; così del pari adoperò contro Lorenzo del Fabbro, pessimo uomo, il quale andava attorno accattando segnature sotto una supplica a Roma per ottenere il benefizio dellaInquisizione; volle per di più bandirlo; la Inquisizione lo difese, e il governo per non romperla lo lasciò stare; e quando Pio IV volle levare al governo l'esame dei libri proibiti ed altri uffizi, egli con un mondo d'industrie procurò tranquillarlo, siccome ottenne. — A mano a mano che soffiava il vento emanò leggi da prima miti e, per quanto ne sappiamo, messe in esecuzione alla buona di Dio: ma poi bisognò smettere il fare la gatta di Masino; le leggi di mano in mano diventarono terribili e misero i denti davvero.
Le leggi promulgate dal consiglio furono queste: la prima del 28 marzo 1525; per essa si provvede che i possessori di libri luterani i quali si recusino a consegnarli dentro giorni 15 dalla promulgazione della legge agli anziani paghino la multa di ducati cinquanta; la seconda del 12 maggio 1545: con questa si ordina: non leggansì libri vietati, nè anco per ischerzo favellisi di cose religiose; chi trasgredisce, la prima volta paghi scudi 50; la seconda gli si confischino i beni, e se non possiede beni per 100 ducati, vada in galera sei anni; la terza, patisca la perdita dei beni, il fuoco ed altre pene. Pareva che dopo il fuoco altre pene non ci avessero ad essere, ma non è così. I possessori di libri proibiti dentro quindici giorni dalla notificazione del decreto o li portino al vicario del vescovo o glieli mandino col mezzo del suo confessore, ovvero gli abbrucino; se disobbediscono, confisca; e così del pari il libraio che provvede di fuorilibri siffatti; corrispondenza vietata con tutti gli eretici, massime coll'Ochino e col Martire; non si mandino loro danari, non si servano; lettere da essi mandate si portino dentro tre giorni all'Uffizio di Religione composto del gonfaloniere, dell'Uffizio della Onestà, e di tre cittadini eletti dal Consiglio maggiore; se no, confisca. L'accusatore rimane segreto e guadagna la terza parte delle multe e delle confische; il reo che accusa il complice va impunito. La terza legge venne promulgata il 24 settembre 1549; per lei fu modificata la provvisione del 1545; all'Uffizio si aggiunsero due altri consiglieri; si prescrive aduninsi una volta per settimana; chi manca paghi un fiorino di oro; considerato che le pene troppo gravi erano rimaste inani, di ora in poi i trasgressori paghino la prima volta 100 ducati di oro; se non pagano dentro dieci giorni, in carcere per sei mesi; la seconda volta si multino 500 scudi e privinsi in perpetuo degli uffici di onore e di utile del comune; se non pagano, oltre la privazione degli uffici, in prigione tre anni; la terza volta ne vadano la confisca e la vita. Le donne anch'esse sottoposte a queste pene; le loro doti confiscate, salvo lo usufrutto del marito innocente. I libri non approvati dal vicario proibiti. I cittadini si abbiano a confessare e comunicare nei tempi dalla Chiesa indicati; chi manca la prima volta sia dannato in 100 scudi di ammenda, e se non paga entro dieci dì, stia sei mesi in prigione, la seconda dugento scudi, e se contumace a pagare, si abbia un annodi carcere; la terza ne vada la vita perchè, dichiara la legge,chi non muove l'honor commuova il timor della pena. Le medesime pene incolgano a cui cibi carne nei giorni proibiti senza licenza del vicario; nella quaresima non si macellino carni boccine nè agnelline nè caprettine, pena dieci ducati di oro, eccetto la settimana santa per la provvista di Pasqua; frate sfratato veruno tenga per famiglio in casa sotto l'ammenda di cinquanta ducati di oro. La legge del 27 ottobre 1558 vieta commercio e di ogni maniera corrispondenza per tutto il mondo con quelli che la Inquisizione dichiarò eretici, e il consiglio ribelli, e ai trasgressori ne vadano la prima volta 500 scudi di oro, la seconda la vita: parrebbe che bastasse, ma no; per la terza volta sono comminate le pene prescritte dagli statuti contro i ribelli: per la quale cosa è dato supporre che anco morti agli occhi della Inquisizione si poteva commettere peccato. Nel 19 dicembre 1561 per legge fu concessa facoltà all'Uffizio di aprire casse, valigie, bauli e lettere per venire in chiaro della eresia; e qui multe pecuniarie, si lascia stare la vita. In quel torno promulgarono altresì un'altra legge per la quale fu dichiarato che i discendenti degli eretici per due generazioni si ributtassero da qualunque ufficio sia di onore, sia di utile del comune, e così dentro come fuori della città e dello stato: iniquissima legge che condannerebbe gl'innocenti pel colpevole, ma accettissima al papa, il quale vicario di Cristo non è di certo, il Dio che perdona,bensì vicario del Dio di Moisè, forte, prepotente, geloso, che visita nel suo furore la quarta e la quinta generazione di quelli che l'odiarono; accetta tanto che, pur volendo in qualche maniera mostrare l'animo grato alla repubblica, le mandò in dono la rosa d'oro, e il principe Colonna fu commesso con le maggiori solennità di presentargliela. Più enorme di tutti il decreto del 9 gennaio 1562: per questo si proibisce agli eretici ed ai ribelli di frequentare Italia, Spagna, Francia, Fiandra e Brabante, dove per ragione di commercio soglionsi condurre i buoni cattolici lucchesi; chiunque gli ammazzi riscuoterà la taglia di 300 scudi; se l'omicida è ribello, abbia grazia; se non ribello, la chieda e la ottenga per altro ribello. Buoni tutti, ma questo decreto poi commosse le viscere paterne di Pio IV e di Carlo Borromeo che dicono santo: sicchè il papa non potè stare alle mosse e con amplissimo breve segnato Fiorebello Lavellino mandava al consiglio essersi smisuratamente rallegrato della sua sapienza e pietà, ch'egli non saprebbe immaginare documento che meglio di quello tutelasse l'onore di Dio e la salute della patria; e che perciò senza dubbio alcuno Dio sovverrebbe una città dove così pura e così sincera si conserva la sua religione. Quando Roma ti loda, non ci è caso, o fosti stolto o iniquo. Come parve al papa non parve questo editto preclaro a Caterina di Francia nè a Carlo IX, i quali ne fecero le loro dimostranze alla repubblica, che si scusò con certe ragioni che valsero adattutare cotesti principi meritamente gelosi del diritto di sovranità sopra i propri dominii; nel 1566 le antiche leggi confermaronsi e si estesero anco per Ginevra; nel 1568 s'ingiunse che, albergatori o no, tutti facessero la spia al forestiero che alloggiavano in casa. Nel 1570 si pubblicò una nota di eretici da evitarsi, i quali furono: «Giusfredo Bartolomeo Cenami, Giuseppe Cardoni, Antonio Liena, Cesare Mei, Michele di Francesco Burlamacchi, Lorenzo di Alò Venturini, Nicolao Franciotti, Salvatore dell'Orafo, Gaspero e Flaminio Cattani, Benedetto Calandrini, Giuseppe Iova e Marco da Rinucci[20];più tardi ci si aggiunsero Francesco Cattani con tutta la famiglia e il genero Rustici, Vincenzo Mei con la moglie ed i figli, Cristoforo Trenta, Girolamo Liena, Nicolao e Guglielmo Balbani, Gaspero da Massaccuccoli e Francesco Bonaventura Micheli.
E noi, frugando pei ricordi dei tempi, troviamo come Roma si sbracciasse a soffocare in Lucca ogni anelito di libertà religiosa: così il vescovo nel novembre del 1555 arresta e processa sottoponendolo al tormento Rinaldino soldato di Guardia, e dopo averlo costretto ad abiurare in duomo sopra un palco, vestito di giallo, con torchio di cera gialla in mano, lo mandò legato a Roma al Santo Offizio; nel 1556 il vescovo per comandamento di Roma cattura come sospetti di eresia ed ostinati a non ritrattarsi Girolamo Santucci, Giovannipiero da Dezza e Giovambattista Carletti, e gl'invia a Roma, donde furono relegati nelle proprie case. Del pari per ordine espresso di Roma nel medesimo anno il vescovo fece citare pubblicamente dal pulpito in duomo sotto pena della vita e della confisca da applicarsi alla Camera apostolica per intimare loro che si costituissero nelle carceri del Santo Offizio a Roma, Nicolao e Girolamo Liena, Nicolao Balbani, Gaspero da Massaccuccoli, Cristoforo Trenta Guglielmo Balbani, con altri parecchi; e poichèrimasero contumaci, l'eccellentissimo consiglio li dichiarò ribelli e ne confiscò i beni; di più, nel medesimo giorno impose le pene a cui in qualsivoglia maniera per lettera o per messaggio corrispondesse con loro; e non si potendo sfogare in altro, così volendo la Inquisizione di Roma, gli arse in effigie nel gennaio del 1559 sopra la piazza di San Michele: sei mesi prima Michele di Alessandro Diodati, chiamato a Roma, era chiuso in carcere, dove si logorò fino al pontificato di Pio IV: e poco dopo con solenne e grottesca cerimonia presi pel collo ebbero ad abiurare in duomo non pochi cittadini, fra i quali un frate sfratato dei Servi. Nel 1575 venne in Lucca un visitatore da Roma mansueto in vista e col pretesto di riformare il clero in ciò che per avventura contenesse in sè di malsano; di repente poi chiese ed ebbe braccio per arrestare otto cittadini, i quali, eccetto il Turretini, che si salvò, inviaronsi al Santo Offizio a Roma con le catene alle mani ed ai piedi: visitò case, rovistò armari per trovare libri proibiti, predicò, confessò, comunicò, fece il diavolo a quattro, ma non ebbe seguito tranne fra plebe e femminucce pinzochere. Nel 1576 la Inquisizione prescrive al senato gli mandi a Roma Francesco Arnolfini, il quale, mostrando come sarebbe suprema iattura pe' suoi interessi partire su due piedi, ebbe a dare malleveria di 1000 scudi che sarebbe andato: meglio per lui si fosse messo in salvo perdendo i mille scudi; ei volle andare e si trovò sommerso nelle carceri del Santo Offizio:trascorso appena un mese, mandò la Inquisizione per messere Nicolao Pighinucci e messere Antonio Minutoli; il consiglio pauroso li consegnava, ed essi incontrarono la sorte dell'Arnolfini. Per causa di religione nel seguente anno furono citati Giuliano, Filippo e Benedetto Calandrini, madama Elisabetta vedova di Nicolao Diodati, Carlo di Michele Diodati, Michele di Francesco Burlamacchi e messere Giuseppe Iova: poco dopo fu proibito parlare e scrivere ai seguenti ribelli per causa di religione Paolino Minutoli, Venanzio Bartolomei, Regolo del Venoso, messer Filippo Rustici, Scipione Calandrini, Lodovico delle Tavole, Matteo Civitali e messer Simone Simoni medico: il 4 novembre del medesimo anno dichiarano ribelle Giuliano Calandrini; nel 21 detto fu citata madonna Chiara di Paolo Arnolfini e condannata per dieci anni in casa; per dieci anni in prigione Giovanni Nuccorini, e Giovanni da Pariana nella testa; nel decembre processarono Iacopo di Chimento barbiere; venti giorni dopo citarono madonna Elisabetta e il figlio Nicolaio Diodati e Carlo di Michele Diodati; nel febbraio del 1568 citarono parecchi cittadini, fra i quali due donne, madonna Francesca Cattani, la moglie di Filippo Rustici, la moglie di Vincenzo Mei e Flaminia figlia; nel marzo dichiararono ribelli madonna Elisabetta, Pompeo e Carlo Diodati, nell'aprile citato sotto pena del capo e della confisca Biagio Mei; nello agosto, oltre a parecchie capitali condanne, fu commesso di procedere contro la moglie di Luiso Guidiccioni,e poco prima avevano citato, sempre sotto pena della confisca e del capo, le madonne Maria Massei ed Elisabetta Micheli. Queste poi sono le famiglie lucchesi le quali spatriate andarono a porre la stanza loro a Ginevra.
Vincenzo Mei con moglie e figli, Filippo Rustici con moglie, Paolo Arnolfini, Nicolao Barbani con la figlia, Francesco Micheli con la moglie e tre figli, Maria vedova Massei, Cristoforo Trenta col figlio, Guglielmo di Carlo Balbani, Girolamo Liena Nicolao da Lucca con moglie, Giovannantonio legnaiuolo con moglie e figli, Gregorio Arrighini, Scipione di Giuliano Calandrini ministro della Valtellina, Giovanni Domenici, Vincenzo del Muratore, Vincenzo Bonicelli, Regolo del Venoso, Giovanni Pìerellini, Regolo Benedetti con moglie e figlia, Paolino Minutoli con la moglie, Giorgio Baroncini, Simone di Simone medico, Giovanni e Ludovico Simoni, Salvatore Franceschi, Giuliano Calandrini con la moglie, Elisabetta Arnolfini con tre figli, Benedetto Calandrini con la moglie e Maddalena Arnolfini, Pompeo Diodati con la moglie, Carlo Diodati, Giuseppe Iova, Virginio Sbarra, Arrigo Balbani, Cesare Balbani, Antonio Liena, Ansano Pranconi, Francesco Turretini con altre cinque famiglie del medesimo casato, madonna Elisabetta vedova Bartolomei, Timoteo Rustici, Paolino Terricciola, Francesco Cattani con moglie e cinque figli, Vincenzo Minutoli, Giovanni Lunardo, Domenico Colla, Giovanni Barsotti e Giovanni Diori; con parecchie altre famiglie di bassolignaggio; due famiglie Arnolfini ripararono a Londra ed una a Bordò; tre ne rimasero a Ginevra; il Lucchesini nella storia letteraria di Lucca ricorda taluni dei discendenti di questi esuli i quali sè o la patria illustrarono coltivando con plauso universale le scienze e le filosofiche discipline. Dei Burlamacchi, oltre Michele figlio di Francesco, posero domicilio in Ginevra Fabrizio Burlamacchi: due famiglie del medesimo nome cercarono asilo in Amsterdam e lo trovarono. Ho letto in qualche libro che in Giovan Giacomo Burlamacchi chiarissimo pubblicista, di cui il libro intorno alDiritto naturaleleggiamo tuttavia con profitto, si estinguesse nel 1748 la famiglia Burlamacchi: ciò non sembra esatto; il pubblicista Burlamacchi scendeva da Michele uno dei figli di Francesco, ma questi n'ebbe cinque, e Federigo produsse più degli altri la sua discendenza; l'ultimo fiato fu Margherita nata nel 1717 che sposa a Francesco Gaetano Spada morì nel 1740; ma a lei sopravvisse Cesare padre, però che mi occorra notato ch'egli cessasse nel 1753.
Oltre questa feroce ed irrequieta persecuzione, altre cause impedirono che la Riforma prevalesse in Italia; il popolo nostro nel complesso cura poco le credenze religiose; poco si esalta del paradiso e meno teme lo inferno; sembra attaccato al culto ed è; e più era una volta, perchè a lui garbano gli apparati scenici, e lui unicamente percotono le rappresentanze plastiche; in chiesa i giovani italiani s'innamorano ei loro amori coltivano; più quando le città difettavano di teatri e di ritrovi: l'opera buffa se costumasse di giorno, ammazzerebbe la messa, massime se data gratis: intanto il teatro diurno nelle ore vespertine ha disfatto i vespri: pinzocheri e beghini durano e dureranno finchè alla corona e al rosario non surrogheranno qualche altro balocco per le mani e per lo spirito meno fastidioso di quelli. Arrogi che, essendo ristretto il numero dei riformati, nè la fede della più parte di loro giunta al furore del fanatismo, bene si ebbero a deplorare martiri, ma troppi meno che nelle persecuzioni dei cristiani: ancora, le dottrine dei riformati comparivano astruserie ed infatti erano; poco il volgo c'intendeva o nulla, quindi agevolmente prestava le orecchie ad ogni maniera di calunnie, comechè stranissime, contro di loro; la Riforma, se bene considerate, vi apparirà faccenda di lusso, privativa di letterati magni, fuori dalla intelligenza del volgo. Nè io certo mi dolgo che la Riforma non allignasse in Italia: certo ella è qualche cosa, come quella che alle abiette superstizioni di Roma si contrappone e di molte ciurmerie onde ella contrista il genere umano la scema, tuttavolta non lo incammina sopra il retto sentiero della verità. L'Italia, vero Anteo delle nazioni, imperciocchè quando percuote la terra, quinci risorga con rinnovato vigore, alle fiamme dei roghi per ardere gli eretici accese la fiaccola della filosofia sperimentale, titano che senza soprammettere monte a monte assalisce il cielo e Dioquali li crearono la feroce cupidità dei sacerdoti nè teme fulmini, chè ella gl'incatena e se ne serve a mo' di corsieri legati al suo carro: nè granito nè credenze nè spazi infiniti nè terrori reggono dinanzi all'azione del suo trapano fatale; tutto ella fora; da per tutto penetrano aria e luce. Galileo Galilei approdò meglio all'umano intelletto che non arieno fatto mille Ochini e mille Vermigli; gli scritti di costoro ormai pochi leggono o nessuno, mentre il seme gittato dal Galilei ogni momento feconda di più e s'inalza al firmamento, penetra nel centro della terra, il creato sottopone a numero e a misura, strappa inesorato lo involucro così allo errore come alla verità, e ridotti entrambi ignudi, dimostra del primo la schifezza, della seconda la sostanza divina. Sopra le tracce di Bacone e di Galileo ecco divampare per tutta Italia uno ardore di rompere il giogo delle pretesche menzogne, scoprire il vero, debellare gli errori: ogni uomo da per sè provava e riprovava; ma più efficaci assai furono l'esperienze quando si ordinarono con norme certe e scopo prefisso mercè la istituzione dell'accademia del Cimento: «ella fu, sentenzia sapientemente uno storiografo toscano, che diede l'ultimo crollo ai peripatetici ed abbattè insensibilmente la tirannide dei frati sopra le scuole.» Nel museo fiorentino dentro ben costrutte bacheche oggi si conservano gli strumenti che primi servirono al Galileo e agli accademici del Cimento per l'esperienze loro: quando gli uomini in certi giorni solenni dell'annofie che movano a venerarle come le uniche, le vere reliquie sacrosante della verità, allora esultate; il regno dello errore sarà finito, e noi misero armento delle tirannidi principesca e sacerdotale incamminati sopra il sentiero che per diritto tramite conduce a Dio.
Ma tutto ciò, sia in bene o in male, ai tempi del Burlamacchi non era ancora avvenuto; in parte latente, in parte manifesta, la Riforma travagliava l'Italia; potenti uomini e principi la promovevano, i più eletti ingegni s'industriavano propalarla con le parole e con gli scritti, stava in bilico di trionfare; chi aveva bisogno che prevalesse se ne faceva la vittoria sicura. Lucca, come dimostrammo, principalissima fra le città italiane zelatrice delle nuove dottrine, e la famiglia di Francesco, e Francesco stesso fra i primi, primissimo su tutti. Adesso con difficoltà somma se ne rintracciano i vestigi a sommo studio soppressi dalla paura, dallo interesse ed anco dall'opera assidua dei nemici della Riforma: difatti indi a poi Lucca diventò, e forse anco adesso rimane, la città più contaminata di beghineria fra le altre della nostra penisola; per me credo provato abbondevolmente il mio assunto, che la impresa di Francesco Burlamacchi poggiava sopra diramazioni segrete, ma oltre ogni credere estese, ed aveva troppo maggiore probabilità di riuscita di quella che gli scrittori dei tempi paurosi o venduti ci danno ad intendere e che lettori superficiali mostrano di credere. —