Guarino a Verona.(1419-1429)96.Ecco nell'aprile del 1419 Guarino in Verona sua patria, in seno alla propria famiglia, nella casa dotale in contrada Falsurgo, circondato dall'affetto della madre, della sposa e degli altri parenti e degli amici. Non ha nessun incarico ufficiale per insegnare, ma egli apre subito scuola privata, alla quale accorrono i giovani delle migliori famiglie veronesi: i fratelli Verità, Lodovico Cavalli, Lodovico Mercanti, Lodovico Polentino, Bartolomeo Pellegrini, Bartolomeo Brenzoni, il Pisoni, il Maggi; da Bologna viene il Lamola.97.Però questa scuola ebbe tristi auspicii, giacchè dopo poco più di un mese a Verona si sviluppò la pestilenza; gli scolari si sbandarono, i cittadini fuggirono e anche Guarino riparò nella sua villa di Valpolicella, portando seco la famiglia propria e quella del suocero. I fratelli Verità si ricoverarono a Cerea, il Brenzoni nella sua villa omonima sul lago di Garda, il Pisoni e il Maggi a Riva di Trento; il Lamola tornò a Bologna.98.Guarino stava a Valpolicella già nel maggio. Era la prima volta che egli piantava residenza nella villa e perciò si compiace di ammirarla e di gustarne le bellezze. E nonsi può tenere dall'invitare a partecipare di tanta gioia i suoi cari, come il parente Battista Zendrata e Tommaso Fano e Zenone Ottobelli, cercando di adescarli con una minuta descrizione del luogo.99.Comincia dal clima. Clima dolcissimo e mitissimo. Con questi calori eccessivi del giugno, scrive Guarino, altrove si muore, qui invece par di essere in primavera. Di giorno serenità incantevole, di notte si possono contare le stelle. Qui raramente spirano venti impetuosi; sempre mossa e dolce è l'aria, che col suo susurro invita al sonno. Qui si vive lunga vita e questi vecchi contadini sono vegeti e robusti e nel pieno possesso delle loro facoltà mentali. E la sua posizione? deliziosa. Valli apriche, nè profonde, nè scoscese, coronate tutt'all'intorno da colline verdeggianti e fertili al pari della pianura. Qua oliveti, là vigneti, altrove prati vestiti di erbe e irrigati da numerosi e perenni ruscelletti e giù in basso l'Adige serpeggiante.100.Passando alla villa, essa è piantata su un dolce pendìo, nè troppo alto da stancare chi ci voglia salire, nè troppo basso da impedire la vista di un ampio orizzonte. Di dietro e ai fianchi è circondata da colli in forma di anfiteatro, la facciata si apre davanti a una estesa pianura, traversata dall'Adige, e in fondo alla quale torreggia Verona. Questo l'esteriore della villa. L'interno offre buone stanze; ci è un portico, dove all'estate si respira l'aria fresca e all'inverno si gode un buon sole. Le finestre dànno alcune sui prati, altre sulla pianura, altre sul fiume. Davanti ci è un'aia e nell'aia un pozzo ricco di acqua.101.Noi non vogliamo negar fede alla descrizione di Guarino; ma ci sorprende che essa sia fatta quasi tutta con le medesime frasi adoperate da Plinio nel descrivere la sua villa di Toscana. La corrispondenza delle descrizioni ci obbligherebbe ad ammettere la corrispondenza delle due ville; peròio amo meglio credere che qui Guarino abbia sacrificato un poco la realtà della sua villa alla idealità di una descrizione foggiata su un modello classico come Plinio.102.Alla villa non mancavano feste di famiglia e visite di amici, che andavano a godere la compagnia di Guarino; e Guarino stesso di là faceva qualche escursione, come quella verso l'ottobre sul lago di Garda, nella tenuta Brenzoni. Ivi restò una settimana e ricevette una profonda impressione di quei luoghi montuosi, che egli vide forse allora la prima volta. Ed è graziosa la scherzevole caricatura che egli ne fa al Brenzoni, confrontando il carattere selvaggio di quei monti col carattere mite della sua Valpolicella. Ma anche nella caricatura si sente che Guarino ha colto in sul vivo quella natura orrida; e qui non segue nessun modello classico. Tutto reminiscenze classiche è invece il carme a Lodovico Mercanti sul lago di Garda, dove però spirano sentimento vero i pochi versi che alludono alla parentela fra gli abitanti del lago e i Veronesi.103.Da Valpolicella tiene vivo carteggio coi suoi scolari, ai quali raccomanda di ripassare le poche lezioni imparate, per non trovarsi poi a disagio nella ripresa del corso. E scherza con essi, come col distratto Pisoni, e impartisce savi consigli, come al Polentino e al Pellegrini, e non rifugge dal correggere gli spropositi di lingua latina, come a Lodovico Cavalli e a Giacomo Verità, ai quali spiega come in latino non si adoperi, parlando a una persona sola, il voi ma il tu. In tutte queste lettere ai suoi scolari tra i consigli savi e le parole affettuose campeggia però una preoccupazione: la preoccupazione della peste, sulla quale non si sapeano far prognostici e che intanto gli impediva di tenere aperto il corso. È chiaro che Guarino da quell'interruzione dubitava potergliene venir danno. Egli non avea nessuna nomina ufficiale e forse cercava di guadagnarsela con la simpatia e la stima, che gliavrebbe procacciato il corso privato. Per questa ragione desiderava affrettare il ritorno a Verona, che fu fissato per il 28 ottobre.104.Il Maggi, che in tali faccende si mettea sempre alla testa, reduce da Riva di Trento, e lo Zendrata e altri aveano progettato una dimostrazione per il ritorno di Guarino e di sua moglie. Si erano sposati a Verona nel Natale del 1418; indi Guarino era ripartito solo per Venezia, dove stette fino a tutto il marzo del 1419. Non si erano ben ricongiunti a Verona, che scapparono a Valpolicella. Chi li avea veduti gli sposi novelli? chi li avea festeggiati? E Guarino, il famoso maestro vagante, che alla fine rientrava in patria, chi l'avea festeggiato, se dopo un mese poco più dovette interrompere le lezioni? Era dunque giustissimo che il ritorno suo in città fosse accolto con una ovazione. Guarino tentò tutti i mezzi per eludere, modesto e riservato come era, le pratiche degli amici; ma possiamo credere che gli amici abbiano vinto.105.Rientrato in città Guarino sentì di trovarsi, come ho già detto, in una posizione incerta; e infatti al Lamola scrive esortandolo a tornare, chè per un anno almeno contava di fermarsi in Verona. E intanto si dà le mani attorno per aprire solennemente il suo corso scolastico 1419-1420 e domanda al Gualdo e al Barzizza Asconio Pediano e Quintiliano. Intendeva fare un corso di retorica. E la prima orazione inaugurale pronunciata in Verona prelude effettivamente a un corso di retorica. Se Guarino non ebbe motivi di mutare il tempo, fu pronunciata verso il Natale.106.L'impressione prodotta nel pubblico deve essere stata favorevolissima, perchè il Consiglio di Verona nel seguente anno 1420, il dì 20 maggio, con 45 voti su 50 nominò Guarino insegnante di retorica per un quinquennio con lo stipendio annuo di 150 scudi. Gli fu imposto di leggere leEpistolee leOrazionidi Cicerone; nel resto gli si lasciava libera scelta.Così gli fu lasciata libertà anche di dar lezioni private e di riscuotere per esse emolumenti.107.E fu bene che Verona si fosse assicurato Guarino per un quinquennio, giacchè in quell'anno stesso, non molti mesi dopo, sembra che lo rivolessero a Venezia e a Firenze. Certo un invito formale gli venne da Vicenza. L'anno seguente o al più tardi il 1422 lo invitò, e con buone condizioni, alla sua corte anche il principe Gianfrancesco Gonzaga di Mantova, prima che ci andasse Vittorino da Feltre. Ma Guarino ricusò sempre, adducendo a tutti la medesima ragione, che egli era impegnato con Verona, dove non insegnava tanto allettato dall'interesse quanto indotto dall'utile dei suoi concittadini e da carità di patria.108.Verso la metà del settembre di quell'anno, 1420, passava per il territorio veronese Lodovico Migliorati signor di Fermo, mandato da Carlo Malatesta a dar soccorso al fratello Pandolfo, che era assediato in Brescia dal Carmagnola. Guarino in nome della sua città indirizzò una lettera al principe, pregandolo di risparmiare nel passaggio i poveri contadini e le terre.109.Nel 1421 la scuola di Guarino fu visitata e frequentata da due celebri alunni forestieri: frate Alberto da Sarzana ed Ermolao Barbaro veneziano. Frate Alberto fu con Bernardino da Siena l'uno dei due monaci per i quali Guarino nutrì stima e venerazione illimitata, egli che di fronte agli altri monaci, quali fra' Timoteo da Verona, pure suo scolaro, e fra' Giovanni da Prato, si mostrò indipendente per quanto rispettoso. E conobbe di persona anche Bernardino, quando andò a predicare nella cattedrale di Verona l'anno seguente, 1422, anzi in quei pochi mesi l'ebbe frequentatore delle sue lezioni. Frate Alberto allorchè si presentò alla scuola di Guarino era uomo fatto e conosciuto per la sua predicazione. Passato da Firenze, dove conobbe tra gli altri il Niccoli, e da Padovae Venezia, dove conobbe i dotti Veneti, sopra tutti il Giuliani e il Barbaro, giunse a Verona nel settembre 1421, fornito di cognizioni sacre e di buone qualità oratorie; gli mancava la cultura letteraria, un po' di greco e un po' di raffinatura nella forma latina. Ciò fu quello che egli imparò da Guarino, al quale conservò perenne riconoscenza ed affetto, tanto che ancora parecchi anni dopo, nel 1434, lo chiamava non il suo precettore, ma il suo direttore spirituale, perchè lo aiutava a vestir di bella forma i dettati divini.110.L'altro scolaro, Ermolao Barbaro, figlio del fu Zaccaria e ora sotto la tutela dello zio Francesco, venne a Verona qualche mese prima, nell'estate del 1421. Ma questi era ancora fanciullino, tredicenne appena, un portento di precocità intellettuale; eppure fanciullino come era aveva fatto la sua brava visita a Firenze dove conobbe e si fece «amici» il Traversari, il Niccoli, il Marsuppini. Ermolao fu più tardi vescovo di Verona. Questi due nuovi scolari diedero dopo un anno frutti della loro operosità: frate Alberto con un discorso pronunziato a Verona nella festa delCorpus Domini(11 giugno 1422) ed Ermolao con la traduzione latina di Esopo dedicata al Traversari (1.º ottobre 1422).111.Nell'agosto del 1421 Guarino lavorava intorno all'orazione funebre per Giorgio Loredan, il vincitore di Gallipoli (nel 1416), caduto vittima in quest'anno stesso di un agguato sulle coste siciliane. Guarino aveva aggravato la mano sugli autori dell'agguato, ma il Barbaro prudentemente lo consigliò a mitigare alquanto l'acerbità del linguaggio, che nonostante rimase molto aspro. Non sappiamo se Guarino sia andato a recitare l'orazione a Venezia, dove del resto si suppone tenuta. Il Barbaro in quei mesi estivi peregrinava per il territorio padovano, vicentino e veronese, fuggendo la peste che infestava Venezia. Anzi a Montagnana il 1.º ottobre si incontrò con Guarino.112.Due altri avvenimenti dobbiamo registrare in quest'anno: l'uno fausto, l'altro tragi-comico. Il fausto è la nascita del primo figlio Girolamo, venuto alla luce il 20 settembre. Gli mise nome Girolamo allo scopo di perpetuare la memoria dell'amicizia con Girolamo Gualdo, a cui scrive che, se non potrà lasciare al figlio eredità di sostanze, cercherà di costituirgli un buon corredo di cognizioni. Ecco ora l'avvenimento tragi-comico. Un tale Antonio Quinto, tipo di demagogo da trivio, si intruse un bel giorno nel Consiglio di Verona e alla presenza di tutti e del podestà e del capitano cominciò una filippica contro Guarino, sostenendo che gli si dovea levare lo stipendio per non aggravare inutilmente il bilancio del comune. Informatisi gli astanti della sua condizione e come si fosse intruso, venne fatto uscire tra i fischi universali. Fuori di Consiglio poi fu tutto quel giorno un coro di lodi in favor di Guarino, specialmente da parte del Pasi, provveditor del comune. Guarino come è ben naturale da questo incidente guadagnò anzichè scapitare.113.Buon successo ottenne la prolusione di Guarino del 22 maggio 1422 alDe officiisdi Cicerone. Il Maggi ne volle una copia, accompagnata da considerazioni sulla sua struttura retorica. Questo fu l'anno della famosa scoperta delle opere retoriche di Cicerone, trovate dal vescovo Landriani a Lodi e decifrate e trascritte a Milano per opera di Gasparino Barzizza, di Cosimo Raimondi e di Flavio Biondo. La notizia della scoperta giunse a Verona nel giugno e il 18 dello stesso mese Guarino mandava al vecchio amico e collega Barzizza il suo scolaro Giovanni Arzignano, quale ambasciatore del circolo letterato veronese, a riportare una copia delle nuove opere ciceroniane. L'Arzignano tornò col soloOrator, che fu subito distribuito agli amici.114.Nell'autunno passò Guarino a Valpolicella, dopo due anni che non c'era stato. La corrispondenza da Valpolicella cifa conoscere due nuovi e valenti scolari di Guarino: Giacomo Lavagnola veronese, che battè poi la via delle magistrature, fu capitano a Firenze, podestà a Siena e Bologna e senatore di Roma; e Tommaso Pontano, che frequentò di poi i circoli di Venezia e Firenze, e professò a Bologna e nell'Umbria.115.Alla fine del 1422 o al principio del 1423 nacque a Guarino il secondo figlio Esopo Agostino. Nell'aprile 1423 si festeggiò anche a Verona l'elezione del doge Francesco Foscari, tanto più che egli era conosciuto colà, essendovi stato capitano nel 1421. Guarino ebbe l'incarico di redigere a nome della città una lettera di congratulazione. La monotonia delle solite occupazioni fu interrotta quest'anno da una gran gita fatta per il contado veronese negli ultimi giorni di luglio e nei primi di agosto. Vi prese parte una numerosa comitiva di uomini e di donne: c'erano p. e. Guarino, lo Zendrata, il Concoreggio, il Sabbioni, lo Spolverini, il Manfrin, il cui cavallo fece per parecchi giorni dipoi le spese ai motteggi e alle risate degli amici. Ci furono divertimenti di caccia, di pesca e soprattutto gran mangiate. Nella brigata c'era una persona nuova per noi, ma che d'ora innanzi diverrà nostro conoscente, Flavio Biondo da Forlì, esule dalla sua patria, il quale errando da un paese a un altro in cerca di un punto d'appoggio capitò eventualmente per pochi giorni a Verona. Nell'autunno Guarino fece la solita villeggiatura a Valpolicella.116.Ma ecco avanzarsi un anno tempestoso per Guarino, il 1424. I timori della pestilenza si erano affacciati sin dai primi decembre del 1423 e Guarino allora stesso pensava ad un eventuale ricovero. La minaccia continuava verso la metà gennaio 1424, ma pare che poco dopo sia entrata una sosta.117.Intanto veniva il febbraio e Verona riceveva la visita di un personaggio illustre, l'imperatore Giovanni Paleologo di Costantinopoli. Era arrivato a Venezia il 15 decembre1423. Ivi si fermò un paio di mesi e in quel tempo fu ossequiato da Leonardo Giustinian e da Francesco Barbaro, che adoperarono con lui il linguaggio greco. Egli senz'altro riconobbe in loro degli scolari di Guarino, nè si ingannava; e domandò notizie di Guarino, che egli ricordava benissimo. Ripartito alla volta di Milano, fece sosta a Verona, dove entrò il 21 febbraio, accolto solennemente dalle autorità, salutato da un discorso di Guarino e ospitato nella badia di S. Zen. Guarino ebbe così occasione di rinfrescar le dolci memorie del suo soggiorno a Costantinopoli e di conoscere alcuni del seguito dell'imperatore, coi quali più tardi strinse intima amicizia, p. e. l'Aurispa. Fu in quella circostanza che egli seppe una cattiva novella. Gli raccontarono come il Filelfo introdottosi in casa di Giovanni Crisolora, nipote del morto Manuele, ebbe commercio impudico con la moglie e indi sposò la figliola. Il Poggio riferisce alquanto diversamente: che il Filelfo abusando dell'ospitalità offertagli dal Crisolora gli viziò la figliola e che indi per interposizione di alcuni mercanti italiani lo scandalo fu riparato con un matrimonio. Il giorno dopo l'imperatore riprese il viaggio.118.Ai primi di maggio troviamo Guarino già in villa; ciò significa che la pestilenza faceva progressi. Questa volta non è la villa di Valpolicella, ma di Montorio, altra bella posizione dei dintorni di Verona.Montoriusè ilmonsὡραῖος, ilmons speciosus, come Polizella è πολύζηλος, il paese desiderato. Le stanze doveano essere un poco in disordine ed egli pone subito mano a racconciarsi la propria camera da letto, incaricando l'amico Faella di fornirgli da Verona dei mattoni. A Montorio stava a suo agio, senza troppe preoccupazioni, ora godendosi la campagna, ora studiando e corrispondendo con gli amici e scolari, che erano chi in città, chi fuori. Tra gli scolari ne incontriamo tre nuovi: un veneziano, Bernardo Giustinian, figlio di Leonardo, amico diErmolao Barbaro; un veronese, Bartolomeo Genovesi; un fiorentino, Mariotto Nori, del quale avremo occasione di occuparci ancora più tardi.119.Da Montorio poi faceva frequenti escursioni nei paesi circonvicini a trovarvi gli amici. Così il 26 maggio andò a visitare Giacomo Lavagnola nella sua villa di Poiano; il 4 e 5 giugno fu a Zevio «a rinfrescare l'amicizia» col Faella, che da forse un mese era stato nominato vicario di quel distretto. Qualche giorno dopo dovette incontrarsi a S. Sofia col Salerno e col Maggi e insieme con essi fece la seconda passeggiata a Zevio. E questa seconda riuscì oltre ogni credere dilettevole. «Sta bene lo studio, dice Guarino, ma di quando in quando uno svago ci vuole: tanto per ristorare le forze e tornare al lavoro con maggior lena. In fondo il frutto delle lettere non è mica di amare la solitudine, ma anzi di fuggirla e imparare a vivere nel consorzio degli uomini: non basta vivere, bisogna anche convivere». Il Faella, che conosce il gusto dei suoi ospiti, li accoglie presentando loro senz'altro un bel codice antico di santi padri. Non ci volea di meglio per Guarino, che lo contempla avidamente e rispettosamente e vi leggicchia dentro qua e là. Eccoli intanto a mensa i quattro bravi amici: ma «mensa socratica», sobria e per compenso condita di motti arguti, di urbanità, di citazioni classiche, di serietà e di facezie. «Si siede non tanto per mangiare, quanto per ragionare». E dopo la mensa non mancarono i canti e i suoni. Perchè doveano mancare? «Non fa Vergilio cantare il crinito Iopa alla mensa di Didone? e Omero non fa cantare Demodoco alla mensa di Alcinoo?»120.Il 25 giugno passò dalla villa di Montorio a quella di Valpolicella per assistere alla mietitura: «l'occhio del padrone ingrassa il cavallo». Ivi trovò anche il tempo di tradurre iParallelidi Plutarco e mandarli al Lavagnola. Manon era trascorso un mese dacchè stava a Valpolicella, quando Guarino sente parlare di casi di peste anche nei paesi limitrofi alla villa. Visto dunque che tanto in città, quanto nel contado non c'era più scampo, si risolse di cercare altrove un rifugio e sceglie Venezia. Intanto andrà egli solo a preparare il posto; indi tornerà a prendere la famiglia.121.Partì il 28 luglio, pernottando a S. Martino in casa dell'amico Concoreggio, per trovarsi pronto il mattino seguente di buon'ora. Andò a Venezia, preparò il posto e dopo pochi giorni fu di ritorno a Verona, dove trovò una brutta novità, la morte del padre di Battista Zendrata. Fa intanto i fagotti e con la moglie e i due bambini va a S. Martino. Ivi mette la moglie, incinta, su una mula, carica i due bambini in due corbelli su un'altra mula, monta a cavallo anche lui e la carovana si muove alla volta di Este per passare di là a Venezia. Ma che è che non è, la famiglia di Guarino agli ultimi di agosto si trova a Trento. Probabilmente appena messisi in cammino, ebbero notizia del divieto ai Veronesi di entrare a Venezia, perchè provenienti da luogo infetto. Allora Guarino mutò strada e si riparò nel Tirolo. Ivi portò anche la suocera.122.Si rifugiò dapprima a Trento, ma anche là dopo qualche giorno si ebbero casi di peste; e allora egli mutò residenza e ancora ai primi di settembre si trasferì in un paese vicino, a Perzen o Pergine. Il paese gli fece un'ottima impressione. Già era di buon augurio il nome stesso, da περῖ ζῆν (pro vita). «Bella la posizione. Sull'alto del colle il castello, a basso le abitazioni, all'intorno campi ben coltivati, verdeggianti prati, orti fiorenti. Scorre tra mezzo il paese un fiumicello, che con le onde cristalline invita a bere e col mormorio concilia il sonno; e lì presso tre laghi. Ivi divertimenti di caccia e di pesca. Gli abitanti poi abbastanza ospitali e servizievoli». Questa fu la prima impressione; ma dovetteben presto modificarla e infatti più tardi sentiamo che egli giudica molto diversamente i Tirolesi, chiamandoli barbari ed eterni beoni. Un tal concetto dei Tirolesi egli del resto l'aveva alcuni anni innanzi, quando nel 1419 scrivendo al Maggi, che stava a Riva di Trento, diceva di quegli abitanti coi suoi soliti scherzi di parola:ii non tam filiis vacant quam phialas vacuant nec tam liberos patres erudiunt quam Liberum patrem hauriunt.123.Ed ora al Maggi stesso compie il quadro: «Alcuni popoli ebbero protettore Saturno, altri Nettuno, altri Apollo; qui il patrono è Bacco. A lui è sacro tutto l'anno, anzi tutta la vita di questa gente; ma c'è poi la sua festa solenne. Quel giorno, mattino mezzodì e sera, è un continuo trangugiare inni a Bacco e tutti bevono e chi più beve più crede campare. Uno tracanna i tre secoli di Nestore, un altro tracanna la longevità propria e quella dei figli e dei nipoti. Chi vuota il bicchiere tutto d'un fiato, vive lunga età; chi non lo finisce, guai per lui! la vita gli si troncherà a mezzo. E io che vedo tutto ciò e che ne sento nausea, devo far l'occhio ridente e batter le mani. Me mi chiamano la gru, perchè ho il collo liscio e sottile. Questa gente qui, uomini e donne, hanno il gozzo e taluni tanti piccoli gozzi, come se portassero intorno al collo una collana di ova. E come ne vanno superbi! e chi non ne ha, peggio per lui. Infatti ne vuoi sentire una? Testè è rimasto vacante un posto di parroco. I candidati erano due e il paese tentennava assai nella scelta, quand'ecco si presenta un terzo competitore con un enorme gozzo. Manco a dirlo; è stato scelto lui, per quanto fosse ignorante e poco costumato; ma l'uomo gozzuto qui è il Messia». Altrove chiama porci i Tirolesi, aggiungendo che temeva non gli accadesse quello che accadde ai compagni di Ulisse nell'isola di Circe.124.Fatta però la dovuta tara allo scherzo e all'esagerazione, nel Tirolo Guarino non si trovò male, eccetto le preoccupazioni per il prossimo parto della moglie e per la scarsezza del danaro. Ma per il danaro pensava il suo parente Zendrata, che ora gli riscuoteva alcuni piccoli crediti, ora si faceva anticipare la mesata dello stipendio. Del resto Guarino ricorreva in ogni suo bisogno alla sagace e affettuosa cura dello Zendrata, col quale corrispondeva frequentemente per mitigare così il dolore dell'assenza. Si teneva in stretta relazione anche col Maggi, al cui consiglio faceva sempre capo prima di prendere qualche grave risoluzione. Nè dimenticava gli altri amici che erano a Verona, quali i fratelli Cattaneo, Damiano Borgo, Leonardo Alighieri, il Guidotti, il Nori, il Genovesi; o fuori di Verona, come il Faella vicario a Zevio e il Salerno rifugiatosi per la peste a Reggio.125.Ma intanto a Verona si preparava una brutta sorpresa al nostro Guarino. Un poco profittando della sua assenza, un poco della circostanza che tra qualche mese gli scadeva il quinquennio, un poco della maligna calunnia messa in giro da taluni che egli curasse più gli scolari interni che non i pubblici: profittando di tutto ciò qualche suo invidioso prese a muovergli guerra e tanto maneggiò che il Consiglio del comune stava per pigliare la deliberazione di non rinnovare il quinquennio a Guarino e di licenziarlo. Lo Zendrata e il Maggi si adoperarono molto in quest'occasione per scongiurare il pericolo; ma chi più di tutti ruppe una lancia per l'onore di Verona e di Guarino, fu un suo discepolo, il quale pronunziò davanti al Consiglio un bellissimo discorso, splendido monumento della riconoscenza professata dal discepolo e dell'affetto inspirato dal maestro. Peccato che il caso ci abbia negato il nome del generoso giovane.126.Comincia egli col dire che quella è la sua primizia letteraria e che intende offrirla alla gratitudine che nutrivaverso il precettore. Traccia la vita di Guarino per sommi capi, rammentando i suoi primi studi, l'andata a Costantinopoli, il ritorno, la condotta a Firenze, a Venezia, a Verona. Ricorda gli onori e gli elogi tributatigli dalla casa imperiale di Costantinopoli, dai suoi scolari, l'invito a Mantova rifiutato, la magistratura di Scio. Mette in rilievo le benemerenze civili di Guarino verso Verona, ma soprattutto il suo carattere morale, di cui fa un quadro commovente, in particolar modo dove parla della sua generosità nel perdonare o non nuocere ai suoi nemici e del suo amore per la giustizia nel proteggere i deboli contro i prepotenti. Quanto alla calunnia che Guarino prediligesse gli alunni interni a scapito dei pubblici, la respinge sdegnosamente ed energicamente, egli che come studente pubblico non si accorse mai di quella parzialità.127.Questo fu un altro piccolo trionfo per Guarino, come nel 1421: quantunque egli non avea bisogno di una simile soddisfazione, chè gliene era stata data una da fuori, la quale potea ben compensarlo delle misere invidie di qualche suo concittadino. Infatti nella prima metà di novembre gli venne un invito da Venezia e uno da Bologna. L'invito di Bologna «era più onorifico per l'antichità e la fama di quell'Ateneo», l'invito di Venezia «era più lucroso per le vecchie e rispettabili conoscenze» che vi avea Guarino. Egli stette in forse fra le due città, ma nel medesimo tempo interrogava gli amici di Verona per sentire gli umori del Consiglio; giacchè egli «preferiva un modesto collocamento in Verona a uno lauto altrove». Il partito degli onesti vinse e lo Zendrata esortò Guarino a ritornare in patria; ciò prova che la rielezione era assicurata.128.L'appianamento di questa difficoltà fu coronato dal parto felice della moglie, la quale il 7 decembre a Trento, dove erano tornati da Pergine sin dal 21 novembre, diede in luceun maschio. Guarino e i parenti furono contenti del maschio e il padre gli mise nome Manuele per gratitudine verso il suo antico maestro e perchè il figlio avesse uno stimolo continuo a ben fare, se voleva rendersi degno del nome che portava. Così Guarino può pensare al ritorno. Intanto partì lui agli ultimi di decembre, lasciando a Trento la moglie e i bambini, per il ritorno dei quali si sarebbe atteso che fosse passato il crudo rigore invernale.129.Era appena tornato Guarino, che il Consiglio nella seduta del 10 gennaio 1425 lo confermò per un altro quinquennio con le medesime condizioni del primo. Però nelle considerazioni che accompagnano la proposta ce n'è una nuova e che torna a lode di Guarino, dove si dice che il Consiglio, «avendo inteso dei molti onorifici inviti pervenuti a Guarino da altre città, reputava conveniente non lasciarsi sfuggire un personaggio che era di decoro e di utilità a Verona». La famiglia avrà forse aspettato la primavera; certo era di ritorno nel principio dell'aprile. Guarino pertanto riprese tranquillamente le sue occupazioni, intramezzate da qualche gita fuori. Così ne fece una nell'aprile a Vicenza a trovarvi il Barbaro e il Biondo, ne fece una nel luglio a Montorio e una terza a Venezia nel 16 ottobre per un pubblico incarico.130.Ma la gita a Montorio fu per una funesta circostanza, la morte della suocera, che egli amava e apprezzava molto perchè virtuosa quant'altra donna mai. «Le faccende domestiche erano per essa un passatempo; avea senno e prontezza virile negli affari di maggior gravità; conosceva bene il mercato, ponderava le parole, nelle liti era rispettato il suo consiglio, in casa faceva ella da medico». Era morta di perniciosa sulla fine di giugno e Guarino sentì bisogno di un poco di pace campestre per mitigare il dolore della perdita. Nell'autunno non andò egli a Valpolicella, mandò invece lamoglie a sorvegliare la vendemmia, poichè essa dopo la morte della madre «era diventata erede come delle sostanze così delle incombenze materne».131.Intorno all'agosto incontriamo a Verona il Giuliani coi figli e con Filippo Camozzi, maestro di casa. Forse era venuto con qualche pubblico incarico del governo di Venezia. Con altri due amici veneziani si trovò Guarino agli ultimi di settembre: i due Ermolai, il Barbaro già suo scolaro e il Donati. Il Donati veniva da Vicenza, dove stava col podestà Francesco Barbaro, a visitare Verona che non aveva mai veduto. Guarino gli fece da guida.132.Quest'anno abbandonarono la scuola di Guarino due dei suoi più famosi allievi: Martino Rizzoni veronese, più tardi maestro della Isotta Nogarola, il quale andò nel settembre a Venezia come institutore privato in casa Tegliacci; e Giovanni Lamola bolognese, che a un dipresso nel medesimo tempo si ritirò a Bologna, di dove lo ritroveremo nuovamente in corrispondenza con Guarino.133.Nel giugno dell'anno seguente 1426 ci fu l'arrivo in Verona dei figli Paolo e Bonaventura di Giacomo Zilioli consigliere del marchese di Ferrara; essi venivano alla scuola di Guarino e con ciò si rendevano più intimi i legami d'affetto della famiglia Guarini con la corte di Ferrara.134.Ma nello stesso mese un avvenimento triste conturbò l'animo di Guarino: la morte di Giannicola Salerno, rapito nella età di soli 47 anni agli amici e alla patria, l'amico d'infanzia e il condiscepolo di Guarino e più tardi il suo rispettoso e amorevole scolaro. Incontrandolo poco innanzi un suo conoscente mentre andava a scuola da Guarino: «Cavalier Nicola, gli disse, che vai a fare a scuola a codesta età»? A cui Nicola: «A viver la vera vita, la vita dello spirito». «E quando finirai»? «Quando sarò stanco di diventar più dotto e più virtuoso». Guarino più che per i suoi meriticome magistrato, lo ammirava per la sua grande virtù. Sono singolari i giudizi che del Salerno hanno dato Lorenzo Giustinian e Bernardino da Siena: due monaci che la chiesa ha beatificati. Il Giustinian diceva che chi amava Dio non poteva esimersi dal venerare il Salerno. Bernardino poi dopo aver avuto un colloquio col Salerno, nel partirsi da lui si battè il petto esclamando: Povero me, che mi credevo che la virtù albergasse sotto la cappa del monaco; sotto la cappa di quel cavaliere ce n'è tanta da farmi arrossire. Quando morì era uno degli amministratori per la guerra di Venezia col Visconti e nella carestia che in quel tempo travagliava Verona egli si adoperò assai a provvedere di grano i suoi concittadini. Guarino gli elevò un perenne monumento d'affetto in una delle sue più belle orazioni, che egli recitò pubblicamente: «piangeva egli e piangeva il pubblico che lo ascoltava». Indi la mandò al Rizzoni a Venezia, perchè la diffondesse tra i comuni amici dell'estinto, quali i Giustinian e i Barbaro.135.L'autunno di quest'anno toccò a Guarino andare a Valpolicella a sorvegliare la vendemmia. La moglie dovette stare a Verona per il parto e l'11 ottobre diede in luce il quarto figlio, Gregorio. Nè «tra lo spumar dei tini» dimenticò gli studi, chè tradusse in quei giorni il Filopemene di Plutarco e lo dedicò al Maggi. E nemmeno mancarono le riunioni geniali degli amici, che andavano a Valpolicella a passare un paio di giornate. Anzi in una di quelle occasioni, dopo pranzo, Guarino comunicò «per frutta», egli dice, una lettera da Firenze di Mariotto Nori. Erano presenti il Lavagnola, il Genovesi, il Brugnara, il Faella, il Maggi e altri. A Firenze per opera di un «uomo di vetro», di un «fanfarone» era successo un piccolo scandalo alle spalle di Guarino; e il Nori gliene dava partecipazione. Guarino ben lontano dall'adontarsene, lesse in crocchio e commentòla lettera, ridendo egli il primo ed eccitando le risate dell'uditorio.136.Nel 1427 Guarino fabbricò. I figli gli crescevano, egli dice, e la casa doveva essere allargata. In effetto i figli crescevano, perchè dal 1421 al 1426 gliene nacquero quattro e presentemente la moglie era incinta del quinto, che nacque tra l'ottobre e il novembre e fu anch'esso maschio, Niccolò. Guarino non sospettava certo che il numero avrebbe continuato a salire fino ad arrivare nel 1441 a tredici: e tutti vivi! Per un uomo che aveva preso moglie a 45 anni non c'era male. I lavori della fabbrica lo importunarono alquanto. «Non mi chieder lettere, scrive al Rizzoni, perchè le riceveresti piene di polvere e di arena. Mattoni, cementi, calcinacci mi rintronano le orecchie, mi offendono le narici; non prendo più libri in mano e son quasi diventato muratore anch'io, sporcandomi tra i ferramenti e la calce. Non vedo l'ora di uscirne».137.Questo scriveva nell'agosto; nel settembre era a Valpolicella. Ma nemmeno in villa gli die' pace la fabbrica; c'erano sempre dei residui da ultimare, per i quali si serviva della cooperazione dell'amico Benedetto Cremonese, maestro privato. Benedetto era amico della famiglia Guarini e anche della gazza che formava la delizia del piccolo Girolamo; anzi gliela mandò a salutare. Girolamo fu molto soddisfatto dell'attenzione. Il secondogenito Esopo Agostino, che, come il suo omonimo favolista greco, «si dilettava di fiabe e di apologhi rusticani», andò in campagna a S. Floriano a trovare la sua balia, ma ivi ammalò; poco dopo però era fuori di pericolo.138.Da Valpolicella avea Guarino progettato un'altra gita, come quella del 1419, al lago di Garda col Brenzoni, ma non si potè muovere, un po' perchè avea continue visite di amici veronesi, un po' perchè il numero dei convittoriche portava con sè era tanto grande, che quando uscivano «pareano uno stormo di uccelli o di locuste: dove trovar mezzi di trasporto e alloggio per tanta gente?» La sera del 13 ottobre vide dalla villa un gran splendore di fiaccole a Verona. Egli non ne indovinava il motivo; seppe dipoi che si festeggiava la battaglia di Maclodio, vinta il giorno avanti (12 ottobre) dal conte di Carmagnola, condottiere al soldo della repubblica veneta, contro il Piccinino, condottiere al soldo del Visconti.139.Quel fatto d'arme levò gran rumore allora e commosse l'animo anche del nostro Guarino, che ideò un'orazione in lode del vittorioso condottiero. Intorno all'orazione lavorava nel principio del 1428; nel febbraio era già compiuta. Dopo di aver detto nell'esordio che anche il tempo presente non difetta di uomini illustri e che è giusto rendere il dovuto omaggio alla grandezza del Carmagnola, Guarino divide il discorso in due parti. Nella prima parte espone la vita del condottiero, nella seconda ragiona delle sue virtù militari e civili. Le virtù militari vengono messe in luce specialmente con la vittoria sul Malatesta a Brescia (del 1421) e con la vittoria di Maclodio (del 1427); le virtù civili col governo di Genova affidatogli dal Visconti. Termina Guarino col celebrare la repubblica veneta, che seppe comprendere e apprezzare i meriti del valoroso condottiero, quando appunto egli era fatto segno all'invidia e alla calunnia.140.La prima metà dell'anno 1428 corse tranquilla. Ma tra la fine di giugno e il principio di luglio si manifestarono dei sintomi di peste a Verona. I cittadini cominciarono a mettersi in salvo e gli scolari disertarono le lezioni; allora anche Guarino provvide ai casi suoi e si ricoverò a Valpolicella sulla fine di luglio. Ivi stette almeno un tre mesi, attendendo sempre allo studio con gli allievi convittori, e quando si assicurò che il pericolo era cessato, tornò in città.Nel decembre i timori si rinnovarono e già erano corse pratiche tra Guarino e lo Zilioli per cercare un rifugio in Ferrara.141.Sui primi del 1429 abbiamo una sosta. Però nel marzo si riaffaccia il pericolo: ci furono alcuni casi di morte. Che si farà? giacchè Guarino sente che anche Ferrara è minacciata. Negli ultimi di marzo le morti aumentano e Guarino ha ricevuto un nuovo invito di recarsi a Ferrara. Questa volta alle premure dello Zilioli si sono unite quelle del marchese; Guarino non può rifiutare e ringrazia. Ma come staccarsi dai suoi Veronesi, che gli vollero tanto bene? Gli bisogna tempo: «non uno strappo vuol essere, ma una scucitura»; aspettino almeno tutta l'estate che egli possa accomodare le sue faccende.142.Se non che il morbo incalza e il tre d'aprile Guarino si decide alla partenza, domandando al marchese la lettera di passo per i suoi stati; chiede al Consiglio di Verona la licenza di assentarsi con la famiglia e gli viene concessa con deliberazione del 7 aprile. Qualche giorno dopo imbarcò la famiglia e poche masserizie e per l'Adige prese la via di Ferrara, dove lo troviamo già il 23 d'aprile.143.Guarino in Verona insieme con le funzioni di maestro esercitò anche quelle di cittadino. Non passò anno dal 1420 al 1428, in cui egli non avesse un posto nelle pubbliche amministrazioni della sua città. Fu dei 72 deputatitotius anninel 1421. Fu consigliere aggiunto nel 1422, consigliere effettivo dei 50 nel 1423, 1425, 1427, 1428; consigliere dei 12 nel 1424, 1426. Nel 1425 fu della commissione per il riordinamento dello spedale di S. Giacomo e Lazzaro.144.Fece parte di parecchie ambasciate: di una a Vicenza nel 1425 per una questione di acque che danneggiavano il territorio veronese; di una a Venezia nel 1424 per una questione che aveva il comune di Verona col clero riguardo alle collette. È questa probabilmente l'ambasceria, nella qualeGuarino «mise in opera tutta la propria energia, affrontando anche coraggiosamente le suggestioni degli avversari». Per la medesima questione tornò a Venezia nel 1425. Ambasciatore a Venezia lo incontriamo anche nel 1428 per ottenere l'allontanamento di alcune bande armate, che infestavano le campagne del Veronese. Quando non poteva andare egli in persona, scriveva. Così scrisse a Francesco Barbaro raccomandandogli l'interesse di alcuni Veronesi; scrisse a Daniele Vettori parole forti e infiammate per muovere il governo della Serenissima a mettere un riparo alle continue sollevazioni dei contadini delle campagne veronesi; scrisse a Lodovico principe di Fermo nel suo passaggio per il territorio di Verona pregandolo di risparmiare i contadini.145.Nelle occasioni solenni la parola dotta ed elegante di Guarino si faceva interprete dei sentimenti universali della città, come nel 1423 per l'elezione del doge Francesco Foscari, nel 1424 per la venuta in Verona dell'imperatore di Costantinopoli. Ogni anno poi all'entrare o all'uscir di carica dei podestà e capitani, che la Serenissima mandava a Verona, Guarino componeva quei discorsi d'uso, ai quali sapeva sempre dare un certo carattere di originalità. Essi ci sono rimasti tutti; e quanto piacessero allora, è dimostrato dal gran numero di esemplari che ne furono tratti. Guarino faceva anche il consulente gratuito, soprattutto quando era chiamato in lite qualche povero, che non aveva i mezzi e tanto meno il coraggio di tener testa alle prepotenze di qualche insolente.146.Questo il quadro della vita e dell'operosità di Guarino negli anni che dimorò a Verona. Ma Guarino non visse solo per Verona e per i Veronesi, sibbene anche per gli amici e colleghi che avea di fuori; anzi per un umanista la vita consiste più, si può dire, nel commercio epistolare congli amici di fuori, che negli avvenimenti del luogo dove egli insegna. E noi infatti vedremo che una vasta e molteplice rete di relazioni congiunge Guarino con un gran numero di città e di circoli letterari, i quali saranno ora passati brevemente in rassegna. Così avremo la seconda parte e il compimento del quadro.147.Per cominciare dalle città della Serenissima repubblica veneta e dall'estremo settentrione, incontriamo a Cividale nel Friuli un gruppo d'amici, anzi di parenti di Guarino per parte di sua moglie: i Gioseppi, famiglia oriunda di Verona, della quale vivevano due fratelli Pietrobono e Costantino; aveano una nipote Bartolomea, cugina per parte di madre di Taddea, moglie di Guarino. Era allora in Verona Lodovico Ferrari, figlio di Cecilia, un giovinetto che studiava con Guarino, cugino egli pure per parte di madre di Taddea e di Bartolomea. Le relazioni tra i parenti di Verona e di Cividale erano cordiali, perchè alla fine del 1423 Guarino avea ideato di rifugiarsi a Cividale per la pestilenza. I Gioseppi avevano interessi a Verona, pei quali si pigliava cura Guarino, che alla sua volta li teneva informati delle proprie notizie, p. e. della morte della suocera, del numero dei figliuoli, della salute della moglie. Nel 1428 la Bartolomea si sposò a Giovanni da Spilimbergo, buon maestro di retorica, che insegnò a Cividale e ad Udine; e da allora in poi si strinsero intimi legami di amicizia tra Guarino e il maestro Giovanni. L'annunzio del matrimonio fu dato da Giovanni stesso a Guarino, il quale rispose congratulandosi e accettando la sua amicizia. Lettere di congratulazione scrisse anche il piccolo Lodovico Ferrari.148.Con Padova Guarino mantenne rapporti negli anni 1419-1420, finchè ci si trovarono il Gualdo ed il Barzizza, al quale ultimo domandò sulla fine del 1419 Quintiliano e Asconio Pediano, per cominciare il suo corso di retorica aVerona. Ma quando il Gualdo si stabilì definitivamente in Vicenza, sua patria, e il Barzizza nel 1420 si trasferì a Milano, invitato dal Visconti ad insegnare colà, vennero a mancare i principali vincoli che tenevano congiunto Guarino a Padova, se si eccettui il breve tempo nell'estate del 1421, in cui ci soggiornò il Barbaro, che era fuggito da Venezia per la pestilenza.149.Vivissime sono invece le relazioni con Venezia. Di là giunse nel 1419 la triste notizia della morte di Giona Resti, vittima della pestilenza. Nel 1420 l'amico Cristoforo Parma, il maestro vagante, lasciò Venezia e andò a insegnare a Vicenza, sua patria, chiamatovi dalle continue insistenze dei concittadini, con gran dispiacere di Leonardo Giustinian, il quale aveva affidato alla sua cura il piccolo Bernardo. Il Giustinian quando dava a Guarino questa notizia, stava a Murano, dove trascorreva tranquillamente i mesi del calore estivo, riposandosi dalle fatiche dei pubblici uffici e cominciando ad esercitarsi nel canto, che egli poi adattò alleLaudi, delle quali divenne in seguito autore fecondo e famoso.150.A Venezia il Barbaro, che non aveva ancora principiato la sua carriera diplomatica e amministrativa, continuava a studiare e a ricorrere a Guarino per lumi. Era anch'egli ammogliato e la sua Maria già era diventata amica della Taddea di Guarino. E amici comuni erano molti Veronesi, quali il Maggi, il Pellegrini, il Brenzoni, i Verità. Nel 1421 il Barbaro peregrinò alcuni mesi a cagione della pestilenza che infestava Venezia e si incontrò con Guarino nel 1 ottobre a Montagnana. In quest'anno Guarino compose l'orazione funebre per Giorgio Loredan. L'anno seguente un'altra morte di persona veneziana lo rattristò, la morte di Bianca, modello delle madri di famiglia, figliuola di Francesco Pisani allora podestà di Verona.151.La venuta di Ermolao Barbaro a Verona avea resi più intimi i vincoli di Guarino con la famiglia Barbaro. Era stata anzi progettata una gita di Guarino a Venezia; ma siccome era d'inverno e tempo piovoso, egli preferì, diceva, di andarci «con la penna piuttosto che coi piedi». Del resto il Barbaro stava sulle mosse per recarsi a Treviso ad assumere la pretura di quella città, che fu il primo suo passo nella carriera pubblica. Entrò in carica agli ultimi di decembre 1422 e la depose nel decembre dell'anno seguente.152.In quell'anno (1423) Treviso diventò un piccolo centro umanistico; bastava il Barbaro per dar vita a un circolo letterario, ma ci capitò anche il Giustinian. Vi andarono pure i due famosi minoriti, Alberto da Sarteano, uscito allora dalla scuola di Guarino, e Bernardino da Siena, che dopo aver predicato a Treviso passò nel settembre a Feltre e indi a Belluno. Guarino invidiava al Barbaro e al Giustinian i colloqui coi due monaci; e realmente i due patrizi veneti e Guarino appartenevano a quella categoria di umanisti, che conciliavano la cultura pagana con un sincero sentimento cristiano. Il Barbaro di natura sua tendeva all'ascetismo e agli studi sacri; anzi dopo l'incontro con fra' Bernardino prese l'abitudine di intestare le lettere da Gesù, di che più tardi lo canzonava il Poggio; il Giustinian fu cantore di Laudi ed ebbe un fratello beatificato, Lorenzo; Guarino era studiosissimo dei testi sacri ed ebbe in casa un figlio sacerdote, Manuele.153.A questa piccola ma eletta schiera si aggiunse Flavio Biondo, che giunse a Treviso nella seconda metà inoltrata dell'anno stesso 1423. Il Biondo era andato nel 1422 da Forlì sua patria a Milano a trattare in nome della sua città qualche pubblico interesse. Arrivò a Milano appunto nel tempo che il Barzizza era occupato a decifrare il codice Lodigiano delle opere retoriche di Cicerone. E approfittò dell'occasioneper trarsi copia delBrutus, che mandò al Giustinian a Venezia e a Guarino a Verona. Così si mise in relazione con gli umanisti veneti. Nel ritorno in patria si fermò a Ferrara, dove conobbe quei letterati, tra cui il Mazzolati; e fu anzi col mezzo di lui che fece recapitare ilBrutusa Guarino. Arrivò in Forlì al principio del 1423, quando già si preparava la sommossa contro gli Ordelaffi, alla quale prese parte anch'egli. La sommossa scoppiò nel maggio, ma ebbe infelice esito, perchè la città fu occupata dal Visconti. Il Biondo con tutti gli altri complici dovette esulare. Errò in qua e in là; nel luglio ci comparisce a Verona, più tardi lo rivediamo a Ferrara, ad Imola; finalmente fu invitato a Treviso dal Barbaro, che lo prese come proprio segretario. E così il Biondo trovò per qualche tempo una posizione onorevole presso la repubblica di Venezia, di cui fu poi fatto cittadino.154.Saputo Guarino dal Casalorsi che il Biondo era tornato col Barbaro da Treviso a Venezia, gli scrive per alcuni codici, che lo prega di fargli avere da Pietro Tommasi. Il Biondo e il Tommasi dunque si erano conosciuti. Nel gennaio e febbraio di quell'anno, 1424, i Veneziani ospitarono l'imperatore di Costantinopoli, e il Barbaro e il Giustinian lo accolsero con un discorso greco; il che tornò a lode del loro maestro Guarino, il quale pochi giorni dopo vide parimenti l'imperatore a Verona. Alla metà di aprile Guarino per un'ambasceria andò a Venezia e rivide gli amici. Troviamo quest'anno alla sua scuola a Verona Bernardo Giustinian insieme con Ermolao Barbaro, ma le lezioni furono interrotte dalla pestilenza. I due allievi al primo affacciarsi del pericolo si rifugiarono a Venezia, dove contava di recarsi pure Guarino.155.E ci andò infatti alla fine di luglio per apparecchiare il posto alla famiglia, ma tornato a Verona dovette mutardirezione, perchè Venezia chiuse i passi ai provenienti da luoghi infetti. Quando gli amici di Venezia seppero del dispiacevole contrattempo e che Guarino era confinato sulle montagne tirolesi, tutti unanimi, il Parma, il Barbaro, il Giuliani, i Giustinian, sin dal principio di settembre fecero pratiche presso Guarino per trarlo fuori di là in luogo migliore e gli offrirono intanto Murano, finchè si fosse tolto il divieto. Non accettò, forse perchè a Pergine si era accomodato abbastanza bene. Qualche mese dopo Venezia offriva a Guarino un nuovo collocamento come professore; la proposta partì dal Barbaro, dal Giustinian e dal Giuliani. Guarino stette un po' in dubbio ma poi rifiutò, perchè riconfermato a Verona.156.Del 1425 andò a stabilirsi in Venezia il suo scolaro Martino Rizzoni in qualità di institutore privato in casa Tegliacci. Guarino lo mise subito in relazione coi principali suoi amici veneziani e corrispondeva frequentemente con lui per sorreggerlo coi suoi amorevoli e savi ammonimenti nei primi passi della nuova carriera e animarlo nei primi scoraggiamenti. Infatti non tutti i figli del Tegliacci corrispondevano alle cure del Rizzoni; ma il vecchio maestro gli ripeteva di lasciar correre l'acqua per la china, inculcandogli l'uti foro di Terenzio. A suo tempo poi interpose i propri buoni uffici presso il Tegliacci per fargli ottenere un aumento di onorario. Nel 1426 Guarino si servì del Rizzoni per diffondere a Venezia l'elogio funebre del Salerno. Così l'ebbero il Giustinian e il Barbaro. Il Barbaro nella metà di quell'anno era stato ambasciatore a Roma e nel ritorno a Venezia diede relazione a Guarino di una gita a Genzano e dei codici greci che vide nel chiostro di quel paese. Di un'altra ambasceria a Roma fu incaricato il Barbaro due anni dopo, nel 1428, e in quell'occasione portò con sè il nipote Ermolao.157.Nel 1427 ritornava da Costantinopoli a Venezia Francesco Filelfo, il quale avviò pratiche con Bologna per ottenervi un posto di professore. L'intermediario di queste pratiche fu Guarino.158.Della stima che godeva Guarino a Vicenza fa testimonianza l'invito venutogli di là nel 1420 ad occupare il posto di insegnante lasciato libero dal Filelfo. Il Filelfo insegnò a Vicenza per lo meno l'anno scolastico 1419-1420; nel marzo del 1420 partì da Vicenza per Venezia e di là per Costantinopoli. Guarino, già nominato a Verona, non potè accettare. Intanto facea pratiche presso quella comunità per succedere al Filelfo Giorgio da Trebisonda, aiutato in ciò dalle raccomandazioni di Francesco Barbaro e di Pietro Tommasi; anzi a questo scopo fece egli una corsa a Vicenza nel gennaio. Il Trebisonda riuscì nel suo intento e fu nominato professore a Vicenza.159.Guarino e il Trebisonda si erano conosciuti a Venezia nel 1417-1418, dove per alcuni mesi il Trebisonda udì le lezioni di Guarino; ma non furono in buoni rapporti di vicinato quando insegnavano l'uno a Verona, l'altro a Vicenza. Il Trebisonda avea molta boria greca, congiunta a leggerezza giovanile, e non conosceva il latino che un po' grammaticalmente: tre circostanze che impedivano di renderlo simpatico a Guarino. Quando gli scolari di Guarino passavano da Verona a Vicenza, pare che il Trebisonda nell'accettarli alla sua scuola li sottoponesse a un esame troppo pedantescamente grammaticale; e Guarino, più stilista che grammatico e abituato ad elevarsi dalla parola al pensiero e al sentimento, doveva aver concepito un certo disprezzo per quell'uomo.160.E a lui infatti allude con frasi coperte, ma molto acri, in una lettera del 1421. Ivi parla di certi mostri d'uomini, che «arrivati alle prime pagine della grammatica si dànno il pomposo nome di scienziati. Essendo soli essi ignoranti,si credono giusto appunto i soli sapienti e non par loro vero, quando si imbattono negli allievi altrui, di dimostrarne la ignoranza, interrogandoli su quelle pedanterie, che essi hanno imparato a furia di sgobbo e che sono indegne di un uomo e da lasciarsi ai ragazzetti, quali sono le figure, i casi, i gerundi e quisquiglie di simil genere. La sorte di gente di tal fatta è che gli scolari entrano da loro rape ed escono carote». Il Trebisonda rimase a Vicenza certo sino al termine del 1426, in ogni modo non molto dopo, perchè nel 1428 era tornato per qualche tempo in Grecia; e poi egli lasciò Vicenza, mentre Guarino stava ancora a Verona. Anzi, diceva lui, la dovette lasciare per le mene di Guarino, che era geloso del suo vicino collega; secondo invece una testimonianza più attendibile, la vera ragione era che egli con le sue fanfaronate avea nauseato i Vicentini.161.Contemporaneamente al Trebisonda insegnò a Vicenza il vicentino Cristoforo Parma, ma come institutore privato. Cristoforo era prima a Venezia, ma i Vicentini fecero tante premure, che lo ottennero nel 1420, quantunque non deve aver molto incontrato. Qualche anno dopo lo ritroviamo a Venezia. Negli anni 1420-1421 era in Vicenza Pietro Tommasi, medico e letterato veneziano e vecchia conoscenza di Guarino. Saputo Guarino che il fratello, già morto, di Pietro aveva composto un trattato sulla povertà, gliene domanda un esemplare con uno dei suoi soliti giochi: «arricchiscimi, gli scrive, della tua povertà, perchè io possa conoscere sì grande virtù e imparare ad esercitarla di buon animo». Il Tommasi lo aveva incoraggiato a tradurre in latino una orazione greca di Manuele Crisolora, anche per rendere un tributo alla memoria dell'illustre maestro. Guarino non la tradusse, ma per compenso rispose al Tommasi affettuose parole in lode del Crisolora. A Vicenza Guarino aveva molti amici, quali il Francaciani, Matteo Bissaro, NiccolòDotti, suo scolaro, e più di tutti Girolamo Gualdo, col quale teneva viva corrispondenza, scambiando codici, mandandogli i propri lavori, p. e. l'orazione funebre per il Loredan, e informandolo dello stato della sua famiglia. Girolamo era come uno di casa e Guarino volle perpetuare la loro scambievole amicizia mettendo il nome di Girolamo al suo primogenito. Nemmeno nel 1424 sulle montagne trentine Guarino si dimenticò di lui e da Pergine gli mandò le proprie notizie.162.Più attivi si fanno gli scambi di Guarino con Vicenza nel 1425, l'anno in cui vi andò podestà Francesco Barbaro. Era stato nominato a quel posto sin dal 1424, ma quello fu anno di gran peste a Vicenza e il Barbaro si trattenne a Venezia. Avea preso possesso della nuova carica certo al principio del 1425 e portò seco il Biondo, come segretario, e il nipote Ermolao; più tardi ci troviamo qualche altro della famiglia Barbaro ed Ermolao Donati. Ivi Francesco Barbaro rinnovò l'amicizia col Gualdo, che aveva conosciuto a Padova e a Venezia. Col Barbaro Guarino corrispose frequentemente, soprattutto per raccomandazioni spettanti al suo ufficio di podestà, sempre ben inteso con la clausola σὺν τιμῆ σου. Col Biondo era pure in frequente relazione ora per codici, come quello dell'Epistolario Pliniano, di cui l'arcivescovo Capra desiderava una copia, e delle opere retoriche di Cicerone; ora per affari di altro genere, come l'incarico dato dal Biondo a Guarino di cercargli dei cavalli e un cuoco.163.La risposta di Guarino sul cuoco comincia con un saluto culinario. Indi segue dicendo che, voltate le spalle alla letteratura, si dedicò tutto al mestiere della cucina. «Ho raccolto intorno a me una assemblea di guatteri, vivandieri, parassiti e mangioni e ho messo loro innanzi il nome del cuoco vescovile, quale candidato al posto da te offerto. La candidaturafu accolta ad unanimità e con plauso. Quel cuoco netta così bene i piatti, che quando non gli basta lo strofinaccio, chiama in aiuto la lingua e anche i calzoni. È pure molto economico; così p. e. se qualche animaluccio gli cade dalla testa nelle pietanze, si fa uno scrupolo di levarnelo: sarebbe un assottigliare la porzione; parimenti si dica di qualche goccia che gli si stacchi dal naso. E misura il condimento, anzi per risparmiare il lardo adopera il sego. Uomo inoltre quietissimo, chè dorme giorno e notte per le gran sbornie che piglia. Lo chiamano Chichibio». È noto che Chichibio è il protagonista di una novella delDecamerone.164.Il Biondo aveva con sè la moglie e doveva far con essa una gita a Verona, la quale sarebbe riuscita graditissima a Guarino, perchè così le loro donne avrebbero avuto occasione di conoscersi. Ma il Biondo non potè. Guarino in compenso gli mandò per qualche tempo a Vicenza il piccolo Girolamo. Andò poi egli due volte a Vicenza: la prima nell'aprile, la seconda nel giugno. Nella prima Guarino vide Giovanni da Castelnuovo, maestro di retorica, che stava allora a Vicenza. La visita gli fu restituita per parte degli amici di casa Barbaro dai due Ermolai, il Barbaro e il Donati. Nella funesta occasione della morte della suocera Guarino ricevette parole di sincera condoglianza e di conforto dal giovinetto Ermolao Barbaro e dal Gualdo. Il Gualdo in quel tempo partiva per Firenze, dove aveva ottenuto una magistratura, con lettere commendatizie del Barbaro e di Guarino.165.Da Vicenza partì più tardi, nell'ottobre, anche il Biondo per andare a Padova come segretario di Francesco Barbarigo, nominato di fresco capitano di quella città. Quel posto fu ottenuto dal Biondo per mezzo dei buoni uffici di Guarino e del Barbaro. Il Barbaro si trattenne molto ancora a Vicenza, sino cioè al principio dell'anno seguente 1426,perchè attendeva alla compilazione e pubblicazione degli statuti della città: lavoro poderoso e grandemente meritorio, che immortalò la pretura vicentina del Barbaro. Alla fine del 1425 era ultimato e Guarino, pregato dai Vicentini e dal suo diletto scolaro, gli premise l'introduzione.166.Nel 1426 il Gualdo tornò dalla magistratura di Firenze, portando notizie di quella città. Nell'agosto del 1427 prese moglie. Alle nozze era stato invitato anche Guarino, ma non potè andare. «Del resto, gli scrive, non hai perduto nulla, perchè ad aprir certe brecce in certi castelli ci vuole la tattica nuova di voi altri giovanotti; noi veterani del secolo passato abbiamo una tattica ormai antiquata e che adesso non serve più». E ritorna poi su queste allusioni scherzose e un po' ardite: «Quanto sei valoroso patrono per i tuoi clienti, altrettanto devi essere robusto guerriero con la tua Penelope;decet enim hisce primis congressibus ut quantum te lectio singularem, tantum te lectus pluralem cognoscat. Qua in re culare, hui! curare volui dicere, debebis, ut non solum tu uxorem duxeris, ut scribis, sed et te uxor ducat, ut mutua sit vicissitudo». Nel giugno 1428, quando il Gualdo per la peste si era da Vicenza ricoverato a Sarego, Guarino gli mandò in dono il suo S. Agostino, postillato da lui quando era in Tirolo, perchè con quella lettura ingannasse le lunghe ore d'ozio, traendone insieme frutti di pietà cristiana.167.Non meno che tra Guarino e Vicenza, il Gualdo servì di anello di congiungimento tra Guarino e Firenze. Egli andò due volte a Firenze. La prima nel 1420 e fu una gita di piacere. In quell'occasione il Gualdo conobbe personalmente fra gli altri il Niccoli e il Traversari, coi quali parlò a lungo di Guarino. A Firenze aveano concepite speranze di riaverlo, ma erano illusorie; Guarino «a niun costo sarebbe più tornato a Firenze». Si parlò anche delle invettive pubblicate in quell'anno contro il Niccoli da due suoi nemici, l'unodei quali il Benvenuti, quegli stessi che non avevano risparmiato nemmeno Guarino quand'era in Firenze. Egli era già stato informato di tutto dal Niccoli e dal Traversari, ma ora che il Gualdo di ritorno da Firenze gli fornì notizie più minute, si sente oltre ogni credere nauseato.168.La seconda volta che il Gualdo andò a Firenze fu nel 1425, quando ottenne per mezzo dei buoni uffici di Francesco Barbaro la magistratura della mercanzia in quella città; partì nell'agosto con lettere commendatizie del Barbaro e di Guarino. Così Guarino ebbe occasione di rinfrescar la memoria con gli amici fiorentini. Tornato il Gualdo nel 1426, gli scrisse di un certo scalpore sollevato da un tale a Firenze contro Guarino, su di che dava maggiori ragguagli una lettera da Firenze di Mariotto Nori.169.Nè fu questo il solo screzio che ebbe Guarino nelle sue relazioni con Firenze. Ce ne fu un altro, e quello veramente dispiacevole. Si trattava del Bruni. Era stato riferito da persone autorevoli, ma pare malignamente, che il Bruni a Firenze in presenza dei Medici e di altri avea sparlato di Guarino in modo da ledergli l'onore. Del che egli sdegnato scrisse, non al Bruni direttamente, e in ciò fece male come egli stesso confessa, ma ad amici comuni, lagnandosi dell'offesa in modo molto vivace e risentito. Per tal guisa l'incidente, che doveva esser leggero, ingrossò e già si minacciava una rottura fra i due vecchi e provati amici. Il Bruni pare sia stato il primo a muovere i passi per toglier l'equivoco e scrisse, verso il febbraio del 1421, al Salerno allora podestà a Siena. Il Salerno si interpose subito tra i due contendenti e con buon esito, poichè Guarino rispose a lui, che il malinteso era cessato e scrisse nel medesimo tenore al Bruni. Il Bruni non rispose, ma non ce ne era bisogno: tutto era appianato di tacito accordo; dall'altra parte stuzzicare certe ferite ancor fresche, sia pure con retta intenzione,è sempre pericoloso; il silenzio è il miglior partito. Del resto Guarino non mancò mai, scrivendo agli amici di Firenze, di mettere i saluti per il Bruni. Quando poi si presentò una favorevole occasione, la nomina del Bruni a cancelliere della repubblica fiorentina nel 1427, allora Guarino se ne congratulò con lui per lettera. E il Bruni rispose in guisa da dare ampia soddisfazione al vecchio amico, toccandogli delicatamente dell'antico litigio e ringraziandolo delle congratulazioni.170.Del rimanente, tolti questi due screzi, le relazioni di Guarino con Firenze furono sempre cordiali, soprattutto col Niccoli, col Traversari, con Angelo Corbinelli, con Giovanni Boscoli e, meno il piccolo incidente, col Bruni. Nel 1422 Ermolao Barbaro, suo alunno, dedicò al Traversari la versione latina di Esopo. Nel febbraio del 1424 capitò a Firenze dal Traversari frate Alberto da Sarteano, che gli parlò piacevolmente di Guarino. Nel 1423 andò a Verona a studiare con Guarino Mariotto Nori, un raccomandato del Traversari. Il Nori era stato qualche tempo prima commesso d'affari a Venezia di Palla Strozzi; venuto a Verona, vi si trattenne un paio d'anni; indi passò alcuni mesi a Mantova a copiar codici per i principi Gonzaga; tornò a Verona e di là nel 1426 rimpatriò a Firenze.171.Aveva una bella calligrafia, specialmente nella scrittura che allora chiamavano «antica». Guarino andava in visibilio quando ne parlava e gli fece copiare un Giustino. Era un bravo giovinotto, di buona famiglia, ma aveva un difetto: l'instabilità congiunta a un po' di vanità. Guarino lo chiamava figlio di Eolo sia perchè mobile, sia perchè borioso; quando p. e. parlava de' suoi antenati, contava miracoli e le sparava grosse quanto mai. Ma saputo pigliare per il suo verso, gli si faceva fare quel che si voleva. Nel rimpatriare si fermò a Ferrara, dove conobbe lo Zilioli,che gli propose la trascrizione di un Servio antico e difficilmente decifrabile. Le pratiche durarono a lungo in mezzo a molte incertezze, ma finalmente dopo più di un anno la copia fu compiuta e l'eleganza e l'esattezza dell'esemplare soddisfecero Guarino e lo Zilioli, compensandoli così del patito ritardo.172.Il numero degli amici di Guarino a Firenze è cresciuto negli ultimi mesi del 1425 con l'arrivo dell'Aurispa, che fu nominato professore di quello studio. Nel 1427 partiva da Verona alla volta di Roma Marco Campesano; nel passaggio per Ferrara fu da Guarino raccomandato allo Zilioli e nel passaggio per Firenze al Nori, al Niccoli, al Boscoli.173.Non molto intimi nè molto frequenti sono i rapporti di Guarino con Roma, dove non c'è che il Poggio, che lo tenga in una certa corrispondenza con la curia pontificia. E nelle sue lettere a Guarino il Poggio non si dimentica del Barbaro, il quale del resto si trovò con lui due volte a Roma: nel 1426 e nel 1428. Tutte e due le volte ci andò come ambasciatore; nel 1426 di ritorno passando da Firenze riconciliò il Niccoli col Bruni. Non mancavano poi Veronesi che andassero a Roma; così nel 1421 ci fu il Salerno a prendere possesso della dignità senatoria e a recitarvi il discorso di ringraziamento innanzi al papa; nel 1425 c'era il canonico Filippo Regini, alunno di Guarino, nel 1426 un prete Alessandro che dava un po' da dire sulla sua condotta, e non so in quale anno un altro prete, Antonio Malespina vicario del vescovo. A Roma si recò, per non poter reggere al peso delle imposte, nel 1425 un amico del circolo fiorentino, Antonio Corbinelli, e in quell'anno stesso vi morì, con gravissimo dolore e lutto di Guarino, che era stato da lui ospitato in casa propria a Firenze e che l'amava come un fratello. La triste notizia fu partecipata a Guarino dal canonicoFilippo e da Guarino al Barbaro, che parimenti stimava ed amava l'estinto.174.Guarino fece una gita a Mantova, che gli lasciò poco gradita impressione, perchè in tre giorni che vi stette non seppe ben distinguere se era giorno o notte. «Ivi non si vede che acqua e non si odono che rane. Le case sono in maggior numero che gli abitanti; nelle piazze si trovano le alghe e per le strade si inciampa nei porci». Quando vi andò c'era il Giuliani, probabilmente con qualche pubblico ufficio. A Mantova Guarino conosceva il vescovo. Nel 1425 eravi vicepodestà un veronese, Galesio della Nichesola, al quale Guarino scrisse una lettera, perchè rintracciasse una orazione di Cicerone trovata in Verona e migrata colà.175.Guarino godeva molta stima presso i signori Gonzaga, che lo invitarono alla loro corte come institutore. Non accettò e poco dopo fu invitato Vittorino da Feltre, suo alunno a Venezia, che nutriva sempre amore e rispetto per il suo maestro. I buoni frutti della scuola di Vittorino si videro ben tosto in una lettera che il principino Lodovico, decenne appena, scrisse nel 1424 a Guarino. Guarino rispose compiacendosi dei felici risultati e congratulandosi che dal maestro inetto, che avea prima, fosse passato sotto la disciplina di Vittorino, che egli chiamaoptimus viredoctissimus magistere dal quale gode di sentirsi lodato. «Del resto se mi chiama suo precettore, più che merito mio, è bontà e gratitudine sua, il quale ottimo com'è mi decanta quale desidererebbe che io fossi. E quel poco che io gli insegnai, e quanto poco sia stato lo so io, egli lo esagera al punto da far di una pulce un elefante. Prendilo pertanto, se hai fede in me, a guida nella vita e nello studio e imita costantemente il suo esempio ed egli diventerà per te quello che dice Omero di Fenice per Achille: eccellente maestro di ben dire e di ben operare». Il principino gli domandava una redazionecorretta dell'Oratordi Cicerone e Guarino gliela promette, appena avrà il modo e l'opportunità.176.Anche a Brescia troviamo un piccolo nucleo di amici di Guarino; ma è costituito non di elementi stabili, sibbene raccogliticci, ed ha breve vita, dal 1427 al 1428; gli elementi appartengono al gruppo veneziano. È il caso a un dipresso di Treviso nel 1423. Brescia fu, si può dire, il perno delle operazioni strategiche della guerra combattuta negli anni 1426-1428 tra Milano e Venezia. La Serenissima mandò a Brescia in qualità di capitano Niccolò Malipiero, in qualità di podestà Pietro Loredan. Il Loredan si portò come cancelliere il Biondo.177.Il Biondo pertanto era stato nel 1425-1426 a Padova col Barbarigo e ora nel 1426-1427 accompagnava il Loredan a Brescia. Ma in quest'anno lasciò il servizio della repubblica veneta. Forlì dopo un triennio di occupazione viscontea era stata sgombrata e consegnata in potere del papa Martino V, che vi mandò a governarla Domenico Capranica. Il Biondo così era libero di rimpatriare, anzi ottenne un posto presso il Capranica e intanto avea fatto partire per Forlì la famiglia; egli vi andò nell'agosto 1427. Guarino fu in frequente carteggio col Biondo a Brescia, a cui si raccomandava ora perchè gli trovasse una serva, ora perchè gli narrasse gli avvenimenti della guerra. Ma sugli avvenimenti della guerra poteva informarlo meglio Battista Bevilacqua, che aveva un comando nell'esercito sotto la condotta suprema del conte di Carmagnola. E in effetto gli descrisse minutamente la giornata di Maclodio; e della descrizione si giovò Guarino nel comporre l'elogio del Carmagnola, del quale mandò copia al Bevilacqua perchè lo diffondesse. Guarino avea progettato nel maggio di quell'anno, 1427, una gita a Brescia a trovarvi il Biondo, ma non la fece. Non ne dovette smettere del tutto l'idea, perchè in quel torno trattavacol Capra, arcivescovo di Milano, un abboccamento a Brescia, quantunque nemmeno questa volta ci andò.178.Col Capra entriamo nel circolo milanese. Il Capra fu fatto arcivescovo di Milano nel 1414, ma non entrò in stabile possesso della sua residenza che nel 1422. Prima di quel tempo avea preso parte attiva al Concilio di Costanza, dove si trovò presente per la elezione di Martino V. Indi fu incaricato di alcune ambasciate alle corti europee, p. e. in Germania, donde tornava nel 1422 e fu allora che fece l'ingresso a Milano. Nel principio del 1428 passò governatore a Genova, dove stette circa un quinquennio; e poi prese parte al Concilio di Basilea, ma per poco tempo, chè morì colà nel 1433. Fu uomo illuminato, promotore degli studi, ricercatore di codici e perciò lo vediamo in intimo e frequente commercio con gli umanisti. Guarino e il Capra erano vecchi conoscenti, ma da molti anni non si scrivevano; solo nel 1425 rinnovarono l'amicizia. In quell'anno il Capra, saputo che Guarino aveva scoperto e divulgato il nuovo codice dell'Epistolario di Plinio, gli scrisse pregandolo di allestirgliene una copia. Guarino lo soddisfece servendosi dell'opera del Biondo. Nel 1427 andarono a Milano Francesco Brenzoni e Filippo Regini canonico, veronesi; e in quell'occasione ci fu scambio di lettere affettuose tra Guarino e il Capra.179.Guarino allora interpose l'arcivescovo perchè gli ottenesse da Giovanni Corvini un Macrobio; ma l'interposizione non giovò a nulla; il Corvini era stato battezzato dal Capra per un'arpia, poichè accumulava codici senza farne parte agli amici. Nè era stato quello il primo tentativo di Guarino per aver codici dal Corvini, specialmente un Gellio e un Macrobio, ai quali fece l'amore parecchio tempo. Avea già interposto il Casati, un milanese, conosciuto nel 1419 per mezzo del Maggi, avea interposto lo Zilioli, ma sempre inutilmente. Da ultimo Guarino cercò di mettersi in corrispondenzadiretta col Corvini e ciò fece nel principio del 1428, prestandogli un proprio codice. Ma il Corvini anche questa volta duro; sicchè Guarino ebbe ragione di risentirsene e dargli dello scortese, giurando che non gli presterebbe più codici.180.Giovanni Corvini era nativo di Arezzo, donde partì presto per Milano e ivi entrò al servizio del Visconti come segretario. Morì nel 1438. Aveva buoni rapporti con gli umanisti fiorentini, quali il Niccoli, il Traversari, e coi milanesi, soprattutto col Barzizza, che fu institutore di uno dei suoi figliuoli. La passione predominante del Corvini era raccoglier codici, dei quali possedeva già una rilevante collezione sin dal 1412, p. e. un Epistolario ad Attico, una commedia latina a noi ignota e quel Gellio e quel Macrobio, a cui dava la caccia Guarino.181.A Milano in quel tempo veniva su un forte ingegno, che spiegò grande operosità nel campo politico e nel campo letterario: Pier Candido Decembrio, nato nel 1399 a Pavia. Ivi bambino dai tre ai quattro anni aveva ricevuto le carezze di Manuele Crisolora, che insegnava a Pavia nel 1400-1403. Nel 1413 il padre Uberto faceva pratiche per collocarlo presso la curia pontificia, ma preferì poi di metterlo al servizio del duca Filippo Maria Visconti; morto il Visconti, il Decembrio passò nella curia. Negli anni 1420-1430 le relazioni del Decembrio si fecero estesissime. Corrispondeva con Ogniben Scola, che stava a Pinerolo, con Gerardo Landriani vescovo di Lodi, coi Bossi di Como, con Feltrino Boiardo di Ferrara, col Loschi a Roma, con Galasso Correggio e Tommaso Cambiatore a Reggio, con Carlo Fieschi e Giovanni Stella a Genova e col De Marinis arcivescovo di quella città, coi Medici, col Niccoli e col Bruni a Firenze. Non parliamo dei letterati e uomini di stato del circolo milanese, come Zanino Ricci, Guarnerio Castiglioni, ilBecchetti, Cambio Zambeccari, Antonio da Rho, il Capra, il Barzizza.182.Nel 1425 strinse rapporti anche con Francesco Barbaro e con Guarino. Nell'ottobre di quell'anno il Decembrio andò a Venezia, a trattare con la Serenissima un acquisto di vettovaglie per Milano. Contava egli di visitare a Vicenza il Barbaro e a Verona Guarino; ma la partenza da Venezia fu affrettata e le due visite non furono fatte. Ciò non tolse al Decembrio, tornato che fu a Milano, di scrivere all'uno e all'altro e stringere per lettera quell'amicizia, che non aveva potuto personalmente. Guarino corrispose volentieri all'invito e da buon maestro correggeva gli errori di greco delle lettere del Decembrio, il quale allora moveva i primi passi nella conoscenza di quella lingua.183.Sulla fine dello stesso anno andarono ambasciatori a Venezia anche il Corvini e il Barzizza. Il Barzizza intendeva parimenti di fermarsi a Verona a salutar Guarino, ma ne fu impedito pur esso. Glie ne scrisse un paio d'anni più tardi, chiedendogli scusa, nella occasione che gli raccomandava Francesco Mariani, suo allievo, il quale si recava a studiare il greco da Guarino. Il Barzizza stava a Milano sin dal 1420, come professore di retorica. Ivi nel 1422 rese un gran servizio alle lettere, decifrando e dividendo in capitoli le opere retoriche di Cicerone trovate a Lodi dal vescovo Landriani. Il codice fu portato al Barzizza a Milano da Giovanni Omodei; il Barzizza lo fece esemplare dal cremonese Cosimo Raimondi. In quell'anno stesso Guarino mandò a nome degli umanisti veronesi il suo alunno Giovanni Arzignano dal Barzizza a trarre una copia del nuovo codice. Ma per allora non si potè ottenere che l'Orator. Solo più tardi, nel 1428, Guarino ebbe per mezzo del Lamola un apografo intero ed esattissimo dell'archetipo di Lodi. E un altro codice ebbe per mezzo del Lamola, il Macrobio cioè del Corvini. Il Lamola era a Milanodalla fine del 1426, in cerca di nuova fortuna. Ivi aveva trovato una occupazione presso Cambio Zambeccari e intanto si era messo in relazione con l'arcivescovo Capra e con altri illustri personaggi di Milano.184.Avanti di andare a Milano il Lamola stava in Bologna, sua patria. Quando seppe nel 1419 che Guarino era passato a Verona, andò alla sua scuola, che frequentò sino all'ottobre circa del 1425. Così il Lamola diffuse a Bologna la fama del suo maestro e Guarino intrecciò vivo commercio epistolare con quell'antico e rinomato centro di studi. Assai vi contribuì anche la presenza in Bologna del Salerno, che fu podestà di quella città il secondo semestre del 1419, e si acquistò tanto la stima pubblica, che allo scader dell'ufficio gli venne riconfermato per un altro semestre, dal gennaio al giugno 1420, onore raro a concedersi. Una bella prova della nominanza che godea Guarino a Bologna l'abbiamo nell'offerta di una cattedra che gli fu fatta nel 1424 dai Bolognesi, i quali del resto non si perdettero di coraggio al primo rifiuto e rinnovarono qualche tempo dopo, verso il 1430, l'invito per mezzo di Alberto Zancari amico di Guarino; ma anche la seconda volta rifiutò.185.Bologna nel tempo che Guarino insegnava a Verona presenta un vivace e molteplice movimento di operosità letteraria. Non ultima fra le cause è la parte che vi presero l'arcivescovo Niccolò Albergati, liberal mecenate, e il suo segretario Tommaso Parentucelli, il futuro papa Niccolò V. Entrambi corrispondevano con gli umanisti di Firenze e cercavano codici. Ma lo scovatore era proprio il Parentucelli, che nei viaggi dell'Albergati nel 1427-1428 in Lombardia e a Ferrara, dove trattava la pace come intermediario fra Venezia e Milano, visitò chiese e monasteri in cerca di codici, p. e. il monastero di Nonantola sul territorio di Modena e quello di Pomposa presso Ferrara, la chiesa di S. Ambrogiodi Milano, la Certosa di Pavia, la cattedrale di Lodi. Scopritore e possessore di buoni codici era pure il Rinucci, segretario del veneziano Gabriele Condulmier, amico di Guarino, il futuro papa Eugenio IV e allora (1424) legato apostolico a Bologna. Troviamo a Bologna altra gente di minor levatura, p. e. tra il 1424 e il 1425 Berto Ildebrandi, Andreozzo Pierucci senese, frate Andrea da Rimini, Giovanni da Luni, Antonio grammatico, Giovanni Toscanella, un antico scolaro di Guarino a Firenze, Tommaso Pontano, suo scolaro di Verona.186.Un novello impulso fu dato agli studi in Bologna dalla venuta dell'Aurispa. Egli tornava da Costantinopoli col seguito dell'imperatore. Si fermò con lui a Venezia, a Verona, e con lui andò a Milano, dove si trattenne sino al giugno del 1424. Di là prese la via di Bologna. L'Aurispa giungeva coi suoi trecento codici greci, con l'aiuto dei quali sperava di carpire da qualche città, p. e. da Firenze, un grasso collocamento. Egli era esperto mercante di codici e sapea trarre il maggior profitto possibile dalla sua merce. Però le trattative con Firenze gli andarono fallite, almeno per il momento; intanto dovette acconciarsi ad accettare una cattedra di greco a Bologna. Guarino, che nel febbraio 1424 lo aveva conosciuto a Verona, nel febbraio dell'anno dopo, di ritorno dal Tirolo, gli scrive congratulandosi dell'onore che gli avevano reso i Bolognesi. Le pratiche con Firenze ebbero miglior esito nel 1425; infatti nel settembre dell'anno stesso l'Aurispa partì per quella città, dove aveva ottenuto la cattedra di greco.187.Prima che l'Aurispa lasciasse Bologna, vi capitò Antonio Panormita, lo studente girovago, che dopo aver peregrinato per Firenze, Padova, Siena, veniva a piantar le tende a Bologna. Con l'Aurispa erano conoscenze vecchie; ivi rinnovarono l'amicizia, e il poco tempo che stettero insiemelasciò traccia in alcuni epigrammi all'Ermafrodito, al quale il Panormita dava allora gli ultimi tocchi.188.La pubblicazione dell'Ermafroditoa Bologna nel gennaio del 1426, se pure non uscì qualche mese prima, fu uno degli avvenimenti più memorabili di quei tempi. Le poche voci, che in sul principio gridavano allo scandalo, rimasero coperte dal coro universale degli applausi, che partivano dagli umanisti spregiudicati, ammiratori della forma disinvolta e facile e avidi di quelle nudità pagane, che aveano gustate in Ovidio, negli epigrammi di Marziale, nei Priapei e un pochino anche in Catullo. L'opposizione grossa e pericolosa sorse più tardi, quando, calmato il primo entusiasmo, i minoriti dal pulpito ebbero agio di scagliar l'anatema sul sacrilego libello. E dico anche opposizione pericolosa, intendendo quella che fu mossa al Panormita dal partito milanese, capitanato dal frate Antonio da Rho; poichè quel partito aveva una certa autorità e presso il pubblico e nella corte e a furia di punzecchiare scosse la posizione del Panormita in Pavia.189.L'araldo dell'Ermafroditofu il Lamola, che lo spedì a Guarino ad insaputa dell'autore stesso, e poi andò a Roma a diffonderlo tra gli umanisti della corte pontificia, dove lo lessero subito il Loschi, il Poggio ed altri. Guarino, l'uomo dei severi costumi, il paladino del matrimonio, l'esatto osservatore delle pratiche cristiane, divorò quegli epigrammi, dove si predicava tutto il contrario di ciò che egli sentiva e professava, e ne fece propaganda a Verona. Il giudizio che ne diede nella lettera al Lamola è rimasto famoso, possiamo dire, quanto l'Ermafroditostesso.190.Egli ammira la dolcissima armonia del verso, la spontaneità della dicitura, la naturalezza della frase, la scorrevolezza del periodo. Ma il componimento è lascivetto e alquanto procace. «E che forse per questo si dovrà scemarlode all'ingegno del poeta? Apelle e gli altri pittori dipinsero nude certe parti del corpo che devono star celate: meritano perciò minor lode? Non ammireremo la valentia di un artista, anche quando ci ritragga al vero e maestrevolmente un verme, una biscia, un topo, uno scorpione, una rana, una mosca, che pur sono bestie poco simpatiche, anzi moleste? Io per parte mia lodo il poeta e applaudo al suo ingegno e mi diletto dei suoi motteggi, faccio buon viso alle piacevolezze e approvo quella petulanza, che sa di postribolo. Del resto io mi rido delle prediche di certi sciocchi, i quali non vedono salvezza all'infuori delle lagrime, dei digiuni, dei miserere e non sanno che altro è vivere altro è scrivere. Io do retta invece al mio illustre compatriota Catullo, che ne sa qualche cosa più di loro e che dice chiaro e tondo, come l'onestà e la decenza si deva cercare nel poeta e non nei versi, i quali anzi dilettano, quando siano un tantino lascivi e solleticanti. E Catullo era pagano. Prendete un cristiano, S. Girolamo, scrittore severissimo e casto e vedrete che anche egli adoperava frasi oscene, quali non adoprerebbe il più sfacciato libertino». Termina proclamando il Panormita, poeta siciliano, il redivivo Teocrito.191.Da questo momento in poi si strinse tra il Panormita e Guarino un'amicizia che durò, meno qualche piccola musoneria, cordiale e inalterata. La corrispondenza tra i due umanisti si fece subito frequente e il Panormita mandava codici a Guarino, come un Erodoto e un Cornelio Celso. Di Celso pare sia stato il Panormita lo scopritore. Certo lo pubblicò Guarino per il primo nel 1426 e l'ebbe da Bologna per mezzo del Panormita e del Lamola. In ricambio Guarino fornì loro le notizie fresche fresche delle strepitose scoperte fatte da Niccolò da Cusa in Germania, tra le quali nientemeno che laRepubblicadi Cicerone, che si risolse poinelSomnium Scipionis. Niccolò da Cusa, il futuro cardinale, era più conosciuto allora come Niccolò da Treviri; aveva accompagnato, ventiquattrenne appena, nel 1425 in qualità di segretario il cardinale Orsini nella sua legazione di Germania e avea scoperto a Colonia un gran numero di codici: dicono ottocento.192.Negli anni 1426-1428 con la società del Panormita a Bologna c'era oltre il Lamola anche Bartolomeo Guasco, altro scolaro e maestro girovago, che fece il mercante in Sicilia, poi il diplomatico, indi il professore e finalmente di nuovo il diplomatico e che conosceva gli umanisti bolognesi e fiorentini. Degli umanisti fiorentini parlò al Panormita il Barbaro, passato da Bologna nell'ottobre del 1426, di ritorno da Roma. In quell'occasione il Barbaro avea riconciliato a Firenze il Niccoli e il Bruni. Nel 1427 si trasferì da Venezia a Bologna la famiglia Tegliacci e con essa l'institutore Martino Rizzoni. Al Rizzoni Guarino volea far conoscere il Panormita, affinchè d'accordo gli procurassero un Prisciano, di cui era in possesso Alberto Zancari; ma a quell'ora il Panormita non stava più in Bologna, essendo partito per Firenze e Roma. Il commercio epistolare col Rizzoni è sempre frequente; egli teneva informato Guarino delle novità bolognesi e scambiava con lui notizie letterarie. Un bel giorno venne la malinconia al Rizzoni e volea farsi monaco. Guarino glie ne scrisse, non proprio dissuadendolo, ma dandogli a capire che ci pensasse bene e che prima passasse parola con lui.193.Il Rizzoni si trovò a Bologna col Filelfo, che vi era arrivato sin dal febbraio 1428, passando per Ferrara, dove raccomandato da Guarino fece conoscenza di quei signori e letterati e vi lasciò tanto buona impressione, che nel 1429 lo invitarono ripetutamente a insegnare colà. L'anno 1428 egli ottenne un collocamento a Bologna, peril quale sin da Venezia aveva fatto premure presso Guarino. Quando Guarino seppe dal Rizzoni, che il Filelfo si era collocato a Bologna, se ne compiacque, ma gli rincrebbe che avesse accettato l'offerta per un solo semestre. Non gli sembrava nè decoroso, nè vantaggioso. Addebitava al Filelfo, pare, un po' troppo di fretta. «Con un collocamento così precario non guadagna nè il professore nè l'insegnamento». Ma il Filelfo aveva altre mire: egli mirava a Firenze che, partito l'Aurispa, ricco di codici ma piuttosto povero di scienza, scorgeva nell'ingegno vasto e poderoso del Filelfo un ottimo acquisto per il proprio Studio. E infatti nel 1429 il Filelfo andò professore a Firenze.194.Più che mai intimi sono i legami di Guarino coi letterati e la corte di Ferrara. Guarino avea colà molti conoscenti, come Federico Spezia, Stefano e Lelio Tedeschi, Giovanni Coadi, i cavalieri Alberto della Sale e Feltrino Boiardo, Ugolino Elia, Niccolò Pirondoli, col quale ultimo scambiava semi di ortaglia e di piante. «Desidero come pegno di amicizia che le tue piante allignino qui da me, in modo che col loro fiorire e crescere fiorisca e cresca l'amor nostro e invecchiando verdeggi e verdeggiando invecchi. Consegnerai al latore della presente alcuni noccioli di pesche duracine, ma badiamo bene! di razza genuina e degni del donatore. Me li hai promessi e so dall'altra parte che sei esperto coltivatore. È giusto poi che come dai miei orti sono partiti semi e piante a colonizzare i tuoi, così ne partano dai tuoi a colonizzare i miei. In tal guisa le pesche venute qui dal suolo ferrarese potranno ripetere quella sentenza platonica (riferita da Cicerone): noi non siamo nate solo per noi, ma anche per la patria e per gli amici. E poichè tu sai ben coltivare i campi, devi anche imitarli (come dice nuovamente Cicerone) nel rendere che essi fanno il cento per uno. Vi aggiungerai anche dei semi di finocchio».Come si vede, due citazioni ciceroniane in proposito di semi.195.Fra tutti i Ferraresi i più assidui corrispondenti sono Ugo Mazzolati e lo Zilioli. Il Mazzolati era intimo di Guarino sin da Venezia; ora le relazioni diventano più cordiali e il Mazzolati tiene informato il suo illustre amico veronese di ciò che avviene a Ferrara, come della nomina dello Zilioli a consigliere del principe e degli scandali a corte, p. e. la decapitazione della Parisina e la fuga di Meliaduce, figlio del marchese; lo mette in relazione coi letterati che capitano a Ferrara, come col Biondo, che alla fine del 1422 mandava per mezzo di lui a Verona ilBrutusdi Cicerone; gli invia qualche codice da emendare, come un Gellio, uno Svetonio; gli regala delle penne d'oca, di cui andava rinomata Ferrara, non fosse altro per indurlo a scrivere più spesso; gli fa presente di pesci delle paludi ferraresi per la quaresima. «I tuoi pesci, gli risponde Guarino, mi sono arrivati quali messaggeri della imminente quaresima e mi hanno avvertito che purtroppo i giorni della baldoria sono finiti e che bisogna mutar dieta e sistema di vita, pensando un poco anche all'anima e tenendosi a stecchetto col mangiare. Anzi a rendere gli onori di casa ai tuoi illustri messaggeri ho destinato della gente non meno illustre, p. e. un Cicerone, un Fabio, un Lucio, un Lentulo, un Macrobio, un Cornificio, così saranno in buona compagnia».196.Ma venne il giorno funesto che troncò questo legame di gaia e schietta amicizia: nella prima metà del 1427 il Mazzolati morì. «Perdita per me gravissima, chè era egli onest'uomo e fedelissimo amico, il quale in me amava un figliolo, venerava un padre, rispettava un maestro e io ho perduto in lui un padre, un figlio, un discepolo. Mi conforta però che egli tal morì qual visse. E chi infatti visse, più retto, più liberale, più fedele del mio Ugo? Ci è datrarre un ammaestramento da questa morte: che noi dobbiamo trovarci pronti al fatal passo, poichè da un momento all'altro siamo esposti a perire. Il mio Ugo io lo amai vivo e lo amo morto».197.L'altro grande amico ferrarese di Guarino era lo Zilioli, consigliere intimo del marchese d'Este fin dal 1422. Egli era sempre a fianco del signore, di cui Guarino lo chiama «il fido Acate». Nel 1426 mandò a scuola a Verona i due figli minori Paolo e Bonaventura. Il figlio maggiore Ziliolo studiava a Ferrara, dove si dottorò in legge nel 1427 insieme col suo fedel compagno Ugolino Elia, altro corrispondente di Guarino. I due figli minori arrivarono a Verona nel 1426. Fu loro dato per aio un Antonio da Orzinovi, chiamato il Bresciano, che prima era stato copista a Padova e di là nel 1424 andò a Verona da Guarino. Furono poi raccomandati specialmente alle cure della Taddea, e in tal modo fra la Taddea e le donne di casa Zilioli si strinsero legami d'affetto; e le Zilioli mandavano spesso regali alla famiglia Guarino. «Abbiamo per legge d'amicizia, scrive egli allo Zilioli, tutto in comune fra noi; mancava che mettessimo in comune i figli, che come per nascita sono tuoi, così per adozione saranno miei. Io li abituerò a vivere socraticamente, cioè con poco cibo e alla buona. Ma il meno che darò loro in cibo lo compenserò in tanta maggiore istruzione e dottrina, acciocchè te li restituisca più buoni e più dotti di quando me li hai affidati».198.Fra gli amici di Guarino, che in questo periodo di tempo andarono a Ferrara o vi passarono, notiamo il bolognese Zancari e il Panormita, che visitarono Ferrara, questi nel principio del 1427, raccomandato e presentato da Guarino, quegli nel principio del 1428. Vi passò Mariotto Nori quando tornava nel 1426 a Firenze; vi passò il Filelfo nel febbraio del 1428, diretto a Bologna. Il Biondo vi passòalmeno due volte: la prima nel decembre del 1422, la seconda nel principio del 1428. La seconda volta egli avea con sè la famiglia; pare perciò che vi si sia trattenuto a lungo. In questa occasione tanto il Biondo quanto lo Zilioli trattavano con Guarino per trovare un maestro a Meliaduce figlio del marchese. Lo Zilioli aveva suggerito una persona, ma Guarino ne lo sconsiglia con frasi risolute; non sappiamo a chi si alludesse. Piuttosto credo che Guarino abbia messo innanzi il nome dell'Aurispa e si combina infatti che l'Aurispa si stabilì in quel tempo a Ferrara e che appunto poco dopo fu nominato maestro di Meliaduce.199.Tutta questa intimità e questi vincoli con Ferrara contribuirono non poco a trarvi colà Guarino. Mancava solo una occasione ed essa venne con la pestilenza. Guarino cercava un rifugio e gli fu offerto a Ferrara. Egli accettò; ma c'era in lui l'intenzione di abbandonare Verona? Probabilmente non avrebbe saputo dirlo nemmeno lui stesso. Di Verona egli non si poteva lagnare; vi era anzi amato e gli dispiaceva staccarsene. Senonchè una volta messo il piede in Ferrara, si trovò quasi senza volerlo attratto nell'orbita di quell'astro maggiore; e Verona rivide il suo Guarino come cittadino e come amico, non lo riebbe più come insegnante.
96.Ecco nell'aprile del 1419 Guarino in Verona sua patria, in seno alla propria famiglia, nella casa dotale in contrada Falsurgo, circondato dall'affetto della madre, della sposa e degli altri parenti e degli amici. Non ha nessun incarico ufficiale per insegnare, ma egli apre subito scuola privata, alla quale accorrono i giovani delle migliori famiglie veronesi: i fratelli Verità, Lodovico Cavalli, Lodovico Mercanti, Lodovico Polentino, Bartolomeo Pellegrini, Bartolomeo Brenzoni, il Pisoni, il Maggi; da Bologna viene il Lamola.
97.Però questa scuola ebbe tristi auspicii, giacchè dopo poco più di un mese a Verona si sviluppò la pestilenza; gli scolari si sbandarono, i cittadini fuggirono e anche Guarino riparò nella sua villa di Valpolicella, portando seco la famiglia propria e quella del suocero. I fratelli Verità si ricoverarono a Cerea, il Brenzoni nella sua villa omonima sul lago di Garda, il Pisoni e il Maggi a Riva di Trento; il Lamola tornò a Bologna.
98.Guarino stava a Valpolicella già nel maggio. Era la prima volta che egli piantava residenza nella villa e perciò si compiace di ammirarla e di gustarne le bellezze. E nonsi può tenere dall'invitare a partecipare di tanta gioia i suoi cari, come il parente Battista Zendrata e Tommaso Fano e Zenone Ottobelli, cercando di adescarli con una minuta descrizione del luogo.
99.Comincia dal clima. Clima dolcissimo e mitissimo. Con questi calori eccessivi del giugno, scrive Guarino, altrove si muore, qui invece par di essere in primavera. Di giorno serenità incantevole, di notte si possono contare le stelle. Qui raramente spirano venti impetuosi; sempre mossa e dolce è l'aria, che col suo susurro invita al sonno. Qui si vive lunga vita e questi vecchi contadini sono vegeti e robusti e nel pieno possesso delle loro facoltà mentali. E la sua posizione? deliziosa. Valli apriche, nè profonde, nè scoscese, coronate tutt'all'intorno da colline verdeggianti e fertili al pari della pianura. Qua oliveti, là vigneti, altrove prati vestiti di erbe e irrigati da numerosi e perenni ruscelletti e giù in basso l'Adige serpeggiante.
100.Passando alla villa, essa è piantata su un dolce pendìo, nè troppo alto da stancare chi ci voglia salire, nè troppo basso da impedire la vista di un ampio orizzonte. Di dietro e ai fianchi è circondata da colli in forma di anfiteatro, la facciata si apre davanti a una estesa pianura, traversata dall'Adige, e in fondo alla quale torreggia Verona. Questo l'esteriore della villa. L'interno offre buone stanze; ci è un portico, dove all'estate si respira l'aria fresca e all'inverno si gode un buon sole. Le finestre dànno alcune sui prati, altre sulla pianura, altre sul fiume. Davanti ci è un'aia e nell'aia un pozzo ricco di acqua.
101.Noi non vogliamo negar fede alla descrizione di Guarino; ma ci sorprende che essa sia fatta quasi tutta con le medesime frasi adoperate da Plinio nel descrivere la sua villa di Toscana. La corrispondenza delle descrizioni ci obbligherebbe ad ammettere la corrispondenza delle due ville; peròio amo meglio credere che qui Guarino abbia sacrificato un poco la realtà della sua villa alla idealità di una descrizione foggiata su un modello classico come Plinio.
102.Alla villa non mancavano feste di famiglia e visite di amici, che andavano a godere la compagnia di Guarino; e Guarino stesso di là faceva qualche escursione, come quella verso l'ottobre sul lago di Garda, nella tenuta Brenzoni. Ivi restò una settimana e ricevette una profonda impressione di quei luoghi montuosi, che egli vide forse allora la prima volta. Ed è graziosa la scherzevole caricatura che egli ne fa al Brenzoni, confrontando il carattere selvaggio di quei monti col carattere mite della sua Valpolicella. Ma anche nella caricatura si sente che Guarino ha colto in sul vivo quella natura orrida; e qui non segue nessun modello classico. Tutto reminiscenze classiche è invece il carme a Lodovico Mercanti sul lago di Garda, dove però spirano sentimento vero i pochi versi che alludono alla parentela fra gli abitanti del lago e i Veronesi.
103.Da Valpolicella tiene vivo carteggio coi suoi scolari, ai quali raccomanda di ripassare le poche lezioni imparate, per non trovarsi poi a disagio nella ripresa del corso. E scherza con essi, come col distratto Pisoni, e impartisce savi consigli, come al Polentino e al Pellegrini, e non rifugge dal correggere gli spropositi di lingua latina, come a Lodovico Cavalli e a Giacomo Verità, ai quali spiega come in latino non si adoperi, parlando a una persona sola, il voi ma il tu. In tutte queste lettere ai suoi scolari tra i consigli savi e le parole affettuose campeggia però una preoccupazione: la preoccupazione della peste, sulla quale non si sapeano far prognostici e che intanto gli impediva di tenere aperto il corso. È chiaro che Guarino da quell'interruzione dubitava potergliene venir danno. Egli non avea nessuna nomina ufficiale e forse cercava di guadagnarsela con la simpatia e la stima, che gliavrebbe procacciato il corso privato. Per questa ragione desiderava affrettare il ritorno a Verona, che fu fissato per il 28 ottobre.
104.Il Maggi, che in tali faccende si mettea sempre alla testa, reduce da Riva di Trento, e lo Zendrata e altri aveano progettato una dimostrazione per il ritorno di Guarino e di sua moglie. Si erano sposati a Verona nel Natale del 1418; indi Guarino era ripartito solo per Venezia, dove stette fino a tutto il marzo del 1419. Non si erano ben ricongiunti a Verona, che scapparono a Valpolicella. Chi li avea veduti gli sposi novelli? chi li avea festeggiati? E Guarino, il famoso maestro vagante, che alla fine rientrava in patria, chi l'avea festeggiato, se dopo un mese poco più dovette interrompere le lezioni? Era dunque giustissimo che il ritorno suo in città fosse accolto con una ovazione. Guarino tentò tutti i mezzi per eludere, modesto e riservato come era, le pratiche degli amici; ma possiamo credere che gli amici abbiano vinto.
105.Rientrato in città Guarino sentì di trovarsi, come ho già detto, in una posizione incerta; e infatti al Lamola scrive esortandolo a tornare, chè per un anno almeno contava di fermarsi in Verona. E intanto si dà le mani attorno per aprire solennemente il suo corso scolastico 1419-1420 e domanda al Gualdo e al Barzizza Asconio Pediano e Quintiliano. Intendeva fare un corso di retorica. E la prima orazione inaugurale pronunciata in Verona prelude effettivamente a un corso di retorica. Se Guarino non ebbe motivi di mutare il tempo, fu pronunciata verso il Natale.
106.L'impressione prodotta nel pubblico deve essere stata favorevolissima, perchè il Consiglio di Verona nel seguente anno 1420, il dì 20 maggio, con 45 voti su 50 nominò Guarino insegnante di retorica per un quinquennio con lo stipendio annuo di 150 scudi. Gli fu imposto di leggere leEpistolee leOrazionidi Cicerone; nel resto gli si lasciava libera scelta.Così gli fu lasciata libertà anche di dar lezioni private e di riscuotere per esse emolumenti.
107.E fu bene che Verona si fosse assicurato Guarino per un quinquennio, giacchè in quell'anno stesso, non molti mesi dopo, sembra che lo rivolessero a Venezia e a Firenze. Certo un invito formale gli venne da Vicenza. L'anno seguente o al più tardi il 1422 lo invitò, e con buone condizioni, alla sua corte anche il principe Gianfrancesco Gonzaga di Mantova, prima che ci andasse Vittorino da Feltre. Ma Guarino ricusò sempre, adducendo a tutti la medesima ragione, che egli era impegnato con Verona, dove non insegnava tanto allettato dall'interesse quanto indotto dall'utile dei suoi concittadini e da carità di patria.
108.Verso la metà del settembre di quell'anno, 1420, passava per il territorio veronese Lodovico Migliorati signor di Fermo, mandato da Carlo Malatesta a dar soccorso al fratello Pandolfo, che era assediato in Brescia dal Carmagnola. Guarino in nome della sua città indirizzò una lettera al principe, pregandolo di risparmiare nel passaggio i poveri contadini e le terre.
109.Nel 1421 la scuola di Guarino fu visitata e frequentata da due celebri alunni forestieri: frate Alberto da Sarzana ed Ermolao Barbaro veneziano. Frate Alberto fu con Bernardino da Siena l'uno dei due monaci per i quali Guarino nutrì stima e venerazione illimitata, egli che di fronte agli altri monaci, quali fra' Timoteo da Verona, pure suo scolaro, e fra' Giovanni da Prato, si mostrò indipendente per quanto rispettoso. E conobbe di persona anche Bernardino, quando andò a predicare nella cattedrale di Verona l'anno seguente, 1422, anzi in quei pochi mesi l'ebbe frequentatore delle sue lezioni. Frate Alberto allorchè si presentò alla scuola di Guarino era uomo fatto e conosciuto per la sua predicazione. Passato da Firenze, dove conobbe tra gli altri il Niccoli, e da Padovae Venezia, dove conobbe i dotti Veneti, sopra tutti il Giuliani e il Barbaro, giunse a Verona nel settembre 1421, fornito di cognizioni sacre e di buone qualità oratorie; gli mancava la cultura letteraria, un po' di greco e un po' di raffinatura nella forma latina. Ciò fu quello che egli imparò da Guarino, al quale conservò perenne riconoscenza ed affetto, tanto che ancora parecchi anni dopo, nel 1434, lo chiamava non il suo precettore, ma il suo direttore spirituale, perchè lo aiutava a vestir di bella forma i dettati divini.
110.L'altro scolaro, Ermolao Barbaro, figlio del fu Zaccaria e ora sotto la tutela dello zio Francesco, venne a Verona qualche mese prima, nell'estate del 1421. Ma questi era ancora fanciullino, tredicenne appena, un portento di precocità intellettuale; eppure fanciullino come era aveva fatto la sua brava visita a Firenze dove conobbe e si fece «amici» il Traversari, il Niccoli, il Marsuppini. Ermolao fu più tardi vescovo di Verona. Questi due nuovi scolari diedero dopo un anno frutti della loro operosità: frate Alberto con un discorso pronunziato a Verona nella festa delCorpus Domini(11 giugno 1422) ed Ermolao con la traduzione latina di Esopo dedicata al Traversari (1.º ottobre 1422).
111.Nell'agosto del 1421 Guarino lavorava intorno all'orazione funebre per Giorgio Loredan, il vincitore di Gallipoli (nel 1416), caduto vittima in quest'anno stesso di un agguato sulle coste siciliane. Guarino aveva aggravato la mano sugli autori dell'agguato, ma il Barbaro prudentemente lo consigliò a mitigare alquanto l'acerbità del linguaggio, che nonostante rimase molto aspro. Non sappiamo se Guarino sia andato a recitare l'orazione a Venezia, dove del resto si suppone tenuta. Il Barbaro in quei mesi estivi peregrinava per il territorio padovano, vicentino e veronese, fuggendo la peste che infestava Venezia. Anzi a Montagnana il 1.º ottobre si incontrò con Guarino.
112.Due altri avvenimenti dobbiamo registrare in quest'anno: l'uno fausto, l'altro tragi-comico. Il fausto è la nascita del primo figlio Girolamo, venuto alla luce il 20 settembre. Gli mise nome Girolamo allo scopo di perpetuare la memoria dell'amicizia con Girolamo Gualdo, a cui scrive che, se non potrà lasciare al figlio eredità di sostanze, cercherà di costituirgli un buon corredo di cognizioni. Ecco ora l'avvenimento tragi-comico. Un tale Antonio Quinto, tipo di demagogo da trivio, si intruse un bel giorno nel Consiglio di Verona e alla presenza di tutti e del podestà e del capitano cominciò una filippica contro Guarino, sostenendo che gli si dovea levare lo stipendio per non aggravare inutilmente il bilancio del comune. Informatisi gli astanti della sua condizione e come si fosse intruso, venne fatto uscire tra i fischi universali. Fuori di Consiglio poi fu tutto quel giorno un coro di lodi in favor di Guarino, specialmente da parte del Pasi, provveditor del comune. Guarino come è ben naturale da questo incidente guadagnò anzichè scapitare.
113.Buon successo ottenne la prolusione di Guarino del 22 maggio 1422 alDe officiisdi Cicerone. Il Maggi ne volle una copia, accompagnata da considerazioni sulla sua struttura retorica. Questo fu l'anno della famosa scoperta delle opere retoriche di Cicerone, trovate dal vescovo Landriani a Lodi e decifrate e trascritte a Milano per opera di Gasparino Barzizza, di Cosimo Raimondi e di Flavio Biondo. La notizia della scoperta giunse a Verona nel giugno e il 18 dello stesso mese Guarino mandava al vecchio amico e collega Barzizza il suo scolaro Giovanni Arzignano, quale ambasciatore del circolo letterato veronese, a riportare una copia delle nuove opere ciceroniane. L'Arzignano tornò col soloOrator, che fu subito distribuito agli amici.
114.Nell'autunno passò Guarino a Valpolicella, dopo due anni che non c'era stato. La corrispondenza da Valpolicella cifa conoscere due nuovi e valenti scolari di Guarino: Giacomo Lavagnola veronese, che battè poi la via delle magistrature, fu capitano a Firenze, podestà a Siena e Bologna e senatore di Roma; e Tommaso Pontano, che frequentò di poi i circoli di Venezia e Firenze, e professò a Bologna e nell'Umbria.
115.Alla fine del 1422 o al principio del 1423 nacque a Guarino il secondo figlio Esopo Agostino. Nell'aprile 1423 si festeggiò anche a Verona l'elezione del doge Francesco Foscari, tanto più che egli era conosciuto colà, essendovi stato capitano nel 1421. Guarino ebbe l'incarico di redigere a nome della città una lettera di congratulazione. La monotonia delle solite occupazioni fu interrotta quest'anno da una gran gita fatta per il contado veronese negli ultimi giorni di luglio e nei primi di agosto. Vi prese parte una numerosa comitiva di uomini e di donne: c'erano p. e. Guarino, lo Zendrata, il Concoreggio, il Sabbioni, lo Spolverini, il Manfrin, il cui cavallo fece per parecchi giorni dipoi le spese ai motteggi e alle risate degli amici. Ci furono divertimenti di caccia, di pesca e soprattutto gran mangiate. Nella brigata c'era una persona nuova per noi, ma che d'ora innanzi diverrà nostro conoscente, Flavio Biondo da Forlì, esule dalla sua patria, il quale errando da un paese a un altro in cerca di un punto d'appoggio capitò eventualmente per pochi giorni a Verona. Nell'autunno Guarino fece la solita villeggiatura a Valpolicella.
116.Ma ecco avanzarsi un anno tempestoso per Guarino, il 1424. I timori della pestilenza si erano affacciati sin dai primi decembre del 1423 e Guarino allora stesso pensava ad un eventuale ricovero. La minaccia continuava verso la metà gennaio 1424, ma pare che poco dopo sia entrata una sosta.
117.Intanto veniva il febbraio e Verona riceveva la visita di un personaggio illustre, l'imperatore Giovanni Paleologo di Costantinopoli. Era arrivato a Venezia il 15 decembre1423. Ivi si fermò un paio di mesi e in quel tempo fu ossequiato da Leonardo Giustinian e da Francesco Barbaro, che adoperarono con lui il linguaggio greco. Egli senz'altro riconobbe in loro degli scolari di Guarino, nè si ingannava; e domandò notizie di Guarino, che egli ricordava benissimo. Ripartito alla volta di Milano, fece sosta a Verona, dove entrò il 21 febbraio, accolto solennemente dalle autorità, salutato da un discorso di Guarino e ospitato nella badia di S. Zen. Guarino ebbe così occasione di rinfrescar le dolci memorie del suo soggiorno a Costantinopoli e di conoscere alcuni del seguito dell'imperatore, coi quali più tardi strinse intima amicizia, p. e. l'Aurispa. Fu in quella circostanza che egli seppe una cattiva novella. Gli raccontarono come il Filelfo introdottosi in casa di Giovanni Crisolora, nipote del morto Manuele, ebbe commercio impudico con la moglie e indi sposò la figliola. Il Poggio riferisce alquanto diversamente: che il Filelfo abusando dell'ospitalità offertagli dal Crisolora gli viziò la figliola e che indi per interposizione di alcuni mercanti italiani lo scandalo fu riparato con un matrimonio. Il giorno dopo l'imperatore riprese il viaggio.
118.Ai primi di maggio troviamo Guarino già in villa; ciò significa che la pestilenza faceva progressi. Questa volta non è la villa di Valpolicella, ma di Montorio, altra bella posizione dei dintorni di Verona.Montoriusè ilmonsὡραῖος, ilmons speciosus, come Polizella è πολύζηλος, il paese desiderato. Le stanze doveano essere un poco in disordine ed egli pone subito mano a racconciarsi la propria camera da letto, incaricando l'amico Faella di fornirgli da Verona dei mattoni. A Montorio stava a suo agio, senza troppe preoccupazioni, ora godendosi la campagna, ora studiando e corrispondendo con gli amici e scolari, che erano chi in città, chi fuori. Tra gli scolari ne incontriamo tre nuovi: un veneziano, Bernardo Giustinian, figlio di Leonardo, amico diErmolao Barbaro; un veronese, Bartolomeo Genovesi; un fiorentino, Mariotto Nori, del quale avremo occasione di occuparci ancora più tardi.
119.Da Montorio poi faceva frequenti escursioni nei paesi circonvicini a trovarvi gli amici. Così il 26 maggio andò a visitare Giacomo Lavagnola nella sua villa di Poiano; il 4 e 5 giugno fu a Zevio «a rinfrescare l'amicizia» col Faella, che da forse un mese era stato nominato vicario di quel distretto. Qualche giorno dopo dovette incontrarsi a S. Sofia col Salerno e col Maggi e insieme con essi fece la seconda passeggiata a Zevio. E questa seconda riuscì oltre ogni credere dilettevole. «Sta bene lo studio, dice Guarino, ma di quando in quando uno svago ci vuole: tanto per ristorare le forze e tornare al lavoro con maggior lena. In fondo il frutto delle lettere non è mica di amare la solitudine, ma anzi di fuggirla e imparare a vivere nel consorzio degli uomini: non basta vivere, bisogna anche convivere». Il Faella, che conosce il gusto dei suoi ospiti, li accoglie presentando loro senz'altro un bel codice antico di santi padri. Non ci volea di meglio per Guarino, che lo contempla avidamente e rispettosamente e vi leggicchia dentro qua e là. Eccoli intanto a mensa i quattro bravi amici: ma «mensa socratica», sobria e per compenso condita di motti arguti, di urbanità, di citazioni classiche, di serietà e di facezie. «Si siede non tanto per mangiare, quanto per ragionare». E dopo la mensa non mancarono i canti e i suoni. Perchè doveano mancare? «Non fa Vergilio cantare il crinito Iopa alla mensa di Didone? e Omero non fa cantare Demodoco alla mensa di Alcinoo?»
120.Il 25 giugno passò dalla villa di Montorio a quella di Valpolicella per assistere alla mietitura: «l'occhio del padrone ingrassa il cavallo». Ivi trovò anche il tempo di tradurre iParallelidi Plutarco e mandarli al Lavagnola. Manon era trascorso un mese dacchè stava a Valpolicella, quando Guarino sente parlare di casi di peste anche nei paesi limitrofi alla villa. Visto dunque che tanto in città, quanto nel contado non c'era più scampo, si risolse di cercare altrove un rifugio e sceglie Venezia. Intanto andrà egli solo a preparare il posto; indi tornerà a prendere la famiglia.
121.Partì il 28 luglio, pernottando a S. Martino in casa dell'amico Concoreggio, per trovarsi pronto il mattino seguente di buon'ora. Andò a Venezia, preparò il posto e dopo pochi giorni fu di ritorno a Verona, dove trovò una brutta novità, la morte del padre di Battista Zendrata. Fa intanto i fagotti e con la moglie e i due bambini va a S. Martino. Ivi mette la moglie, incinta, su una mula, carica i due bambini in due corbelli su un'altra mula, monta a cavallo anche lui e la carovana si muove alla volta di Este per passare di là a Venezia. Ma che è che non è, la famiglia di Guarino agli ultimi di agosto si trova a Trento. Probabilmente appena messisi in cammino, ebbero notizia del divieto ai Veronesi di entrare a Venezia, perchè provenienti da luogo infetto. Allora Guarino mutò strada e si riparò nel Tirolo. Ivi portò anche la suocera.
122.Si rifugiò dapprima a Trento, ma anche là dopo qualche giorno si ebbero casi di peste; e allora egli mutò residenza e ancora ai primi di settembre si trasferì in un paese vicino, a Perzen o Pergine. Il paese gli fece un'ottima impressione. Già era di buon augurio il nome stesso, da περῖ ζῆν (pro vita). «Bella la posizione. Sull'alto del colle il castello, a basso le abitazioni, all'intorno campi ben coltivati, verdeggianti prati, orti fiorenti. Scorre tra mezzo il paese un fiumicello, che con le onde cristalline invita a bere e col mormorio concilia il sonno; e lì presso tre laghi. Ivi divertimenti di caccia e di pesca. Gli abitanti poi abbastanza ospitali e servizievoli». Questa fu la prima impressione; ma dovetteben presto modificarla e infatti più tardi sentiamo che egli giudica molto diversamente i Tirolesi, chiamandoli barbari ed eterni beoni. Un tal concetto dei Tirolesi egli del resto l'aveva alcuni anni innanzi, quando nel 1419 scrivendo al Maggi, che stava a Riva di Trento, diceva di quegli abitanti coi suoi soliti scherzi di parola:ii non tam filiis vacant quam phialas vacuant nec tam liberos patres erudiunt quam Liberum patrem hauriunt.
123.Ed ora al Maggi stesso compie il quadro: «Alcuni popoli ebbero protettore Saturno, altri Nettuno, altri Apollo; qui il patrono è Bacco. A lui è sacro tutto l'anno, anzi tutta la vita di questa gente; ma c'è poi la sua festa solenne. Quel giorno, mattino mezzodì e sera, è un continuo trangugiare inni a Bacco e tutti bevono e chi più beve più crede campare. Uno tracanna i tre secoli di Nestore, un altro tracanna la longevità propria e quella dei figli e dei nipoti. Chi vuota il bicchiere tutto d'un fiato, vive lunga età; chi non lo finisce, guai per lui! la vita gli si troncherà a mezzo. E io che vedo tutto ciò e che ne sento nausea, devo far l'occhio ridente e batter le mani. Me mi chiamano la gru, perchè ho il collo liscio e sottile. Questa gente qui, uomini e donne, hanno il gozzo e taluni tanti piccoli gozzi, come se portassero intorno al collo una collana di ova. E come ne vanno superbi! e chi non ne ha, peggio per lui. Infatti ne vuoi sentire una? Testè è rimasto vacante un posto di parroco. I candidati erano due e il paese tentennava assai nella scelta, quand'ecco si presenta un terzo competitore con un enorme gozzo. Manco a dirlo; è stato scelto lui, per quanto fosse ignorante e poco costumato; ma l'uomo gozzuto qui è il Messia». Altrove chiama porci i Tirolesi, aggiungendo che temeva non gli accadesse quello che accadde ai compagni di Ulisse nell'isola di Circe.
124.Fatta però la dovuta tara allo scherzo e all'esagerazione, nel Tirolo Guarino non si trovò male, eccetto le preoccupazioni per il prossimo parto della moglie e per la scarsezza del danaro. Ma per il danaro pensava il suo parente Zendrata, che ora gli riscuoteva alcuni piccoli crediti, ora si faceva anticipare la mesata dello stipendio. Del resto Guarino ricorreva in ogni suo bisogno alla sagace e affettuosa cura dello Zendrata, col quale corrispondeva frequentemente per mitigare così il dolore dell'assenza. Si teneva in stretta relazione anche col Maggi, al cui consiglio faceva sempre capo prima di prendere qualche grave risoluzione. Nè dimenticava gli altri amici che erano a Verona, quali i fratelli Cattaneo, Damiano Borgo, Leonardo Alighieri, il Guidotti, il Nori, il Genovesi; o fuori di Verona, come il Faella vicario a Zevio e il Salerno rifugiatosi per la peste a Reggio.
125.Ma intanto a Verona si preparava una brutta sorpresa al nostro Guarino. Un poco profittando della sua assenza, un poco della circostanza che tra qualche mese gli scadeva il quinquennio, un poco della maligna calunnia messa in giro da taluni che egli curasse più gli scolari interni che non i pubblici: profittando di tutto ciò qualche suo invidioso prese a muovergli guerra e tanto maneggiò che il Consiglio del comune stava per pigliare la deliberazione di non rinnovare il quinquennio a Guarino e di licenziarlo. Lo Zendrata e il Maggi si adoperarono molto in quest'occasione per scongiurare il pericolo; ma chi più di tutti ruppe una lancia per l'onore di Verona e di Guarino, fu un suo discepolo, il quale pronunziò davanti al Consiglio un bellissimo discorso, splendido monumento della riconoscenza professata dal discepolo e dell'affetto inspirato dal maestro. Peccato che il caso ci abbia negato il nome del generoso giovane.
126.Comincia egli col dire che quella è la sua primizia letteraria e che intende offrirla alla gratitudine che nutrivaverso il precettore. Traccia la vita di Guarino per sommi capi, rammentando i suoi primi studi, l'andata a Costantinopoli, il ritorno, la condotta a Firenze, a Venezia, a Verona. Ricorda gli onori e gli elogi tributatigli dalla casa imperiale di Costantinopoli, dai suoi scolari, l'invito a Mantova rifiutato, la magistratura di Scio. Mette in rilievo le benemerenze civili di Guarino verso Verona, ma soprattutto il suo carattere morale, di cui fa un quadro commovente, in particolar modo dove parla della sua generosità nel perdonare o non nuocere ai suoi nemici e del suo amore per la giustizia nel proteggere i deboli contro i prepotenti. Quanto alla calunnia che Guarino prediligesse gli alunni interni a scapito dei pubblici, la respinge sdegnosamente ed energicamente, egli che come studente pubblico non si accorse mai di quella parzialità.
127.Questo fu un altro piccolo trionfo per Guarino, come nel 1421: quantunque egli non avea bisogno di una simile soddisfazione, chè gliene era stata data una da fuori, la quale potea ben compensarlo delle misere invidie di qualche suo concittadino. Infatti nella prima metà di novembre gli venne un invito da Venezia e uno da Bologna. L'invito di Bologna «era più onorifico per l'antichità e la fama di quell'Ateneo», l'invito di Venezia «era più lucroso per le vecchie e rispettabili conoscenze» che vi avea Guarino. Egli stette in forse fra le due città, ma nel medesimo tempo interrogava gli amici di Verona per sentire gli umori del Consiglio; giacchè egli «preferiva un modesto collocamento in Verona a uno lauto altrove». Il partito degli onesti vinse e lo Zendrata esortò Guarino a ritornare in patria; ciò prova che la rielezione era assicurata.
128.L'appianamento di questa difficoltà fu coronato dal parto felice della moglie, la quale il 7 decembre a Trento, dove erano tornati da Pergine sin dal 21 novembre, diede in luceun maschio. Guarino e i parenti furono contenti del maschio e il padre gli mise nome Manuele per gratitudine verso il suo antico maestro e perchè il figlio avesse uno stimolo continuo a ben fare, se voleva rendersi degno del nome che portava. Così Guarino può pensare al ritorno. Intanto partì lui agli ultimi di decembre, lasciando a Trento la moglie e i bambini, per il ritorno dei quali si sarebbe atteso che fosse passato il crudo rigore invernale.
129.Era appena tornato Guarino, che il Consiglio nella seduta del 10 gennaio 1425 lo confermò per un altro quinquennio con le medesime condizioni del primo. Però nelle considerazioni che accompagnano la proposta ce n'è una nuova e che torna a lode di Guarino, dove si dice che il Consiglio, «avendo inteso dei molti onorifici inviti pervenuti a Guarino da altre città, reputava conveniente non lasciarsi sfuggire un personaggio che era di decoro e di utilità a Verona». La famiglia avrà forse aspettato la primavera; certo era di ritorno nel principio dell'aprile. Guarino pertanto riprese tranquillamente le sue occupazioni, intramezzate da qualche gita fuori. Così ne fece una nell'aprile a Vicenza a trovarvi il Barbaro e il Biondo, ne fece una nel luglio a Montorio e una terza a Venezia nel 16 ottobre per un pubblico incarico.
130.Ma la gita a Montorio fu per una funesta circostanza, la morte della suocera, che egli amava e apprezzava molto perchè virtuosa quant'altra donna mai. «Le faccende domestiche erano per essa un passatempo; avea senno e prontezza virile negli affari di maggior gravità; conosceva bene il mercato, ponderava le parole, nelle liti era rispettato il suo consiglio, in casa faceva ella da medico». Era morta di perniciosa sulla fine di giugno e Guarino sentì bisogno di un poco di pace campestre per mitigare il dolore della perdita. Nell'autunno non andò egli a Valpolicella, mandò invece lamoglie a sorvegliare la vendemmia, poichè essa dopo la morte della madre «era diventata erede come delle sostanze così delle incombenze materne».
131.Intorno all'agosto incontriamo a Verona il Giuliani coi figli e con Filippo Camozzi, maestro di casa. Forse era venuto con qualche pubblico incarico del governo di Venezia. Con altri due amici veneziani si trovò Guarino agli ultimi di settembre: i due Ermolai, il Barbaro già suo scolaro e il Donati. Il Donati veniva da Vicenza, dove stava col podestà Francesco Barbaro, a visitare Verona che non aveva mai veduto. Guarino gli fece da guida.
132.Quest'anno abbandonarono la scuola di Guarino due dei suoi più famosi allievi: Martino Rizzoni veronese, più tardi maestro della Isotta Nogarola, il quale andò nel settembre a Venezia come institutore privato in casa Tegliacci; e Giovanni Lamola bolognese, che a un dipresso nel medesimo tempo si ritirò a Bologna, di dove lo ritroveremo nuovamente in corrispondenza con Guarino.
133.Nel giugno dell'anno seguente 1426 ci fu l'arrivo in Verona dei figli Paolo e Bonaventura di Giacomo Zilioli consigliere del marchese di Ferrara; essi venivano alla scuola di Guarino e con ciò si rendevano più intimi i legami d'affetto della famiglia Guarini con la corte di Ferrara.
134.Ma nello stesso mese un avvenimento triste conturbò l'animo di Guarino: la morte di Giannicola Salerno, rapito nella età di soli 47 anni agli amici e alla patria, l'amico d'infanzia e il condiscepolo di Guarino e più tardi il suo rispettoso e amorevole scolaro. Incontrandolo poco innanzi un suo conoscente mentre andava a scuola da Guarino: «Cavalier Nicola, gli disse, che vai a fare a scuola a codesta età»? A cui Nicola: «A viver la vera vita, la vita dello spirito». «E quando finirai»? «Quando sarò stanco di diventar più dotto e più virtuoso». Guarino più che per i suoi meriticome magistrato, lo ammirava per la sua grande virtù. Sono singolari i giudizi che del Salerno hanno dato Lorenzo Giustinian e Bernardino da Siena: due monaci che la chiesa ha beatificati. Il Giustinian diceva che chi amava Dio non poteva esimersi dal venerare il Salerno. Bernardino poi dopo aver avuto un colloquio col Salerno, nel partirsi da lui si battè il petto esclamando: Povero me, che mi credevo che la virtù albergasse sotto la cappa del monaco; sotto la cappa di quel cavaliere ce n'è tanta da farmi arrossire. Quando morì era uno degli amministratori per la guerra di Venezia col Visconti e nella carestia che in quel tempo travagliava Verona egli si adoperò assai a provvedere di grano i suoi concittadini. Guarino gli elevò un perenne monumento d'affetto in una delle sue più belle orazioni, che egli recitò pubblicamente: «piangeva egli e piangeva il pubblico che lo ascoltava». Indi la mandò al Rizzoni a Venezia, perchè la diffondesse tra i comuni amici dell'estinto, quali i Giustinian e i Barbaro.
135.L'autunno di quest'anno toccò a Guarino andare a Valpolicella a sorvegliare la vendemmia. La moglie dovette stare a Verona per il parto e l'11 ottobre diede in luce il quarto figlio, Gregorio. Nè «tra lo spumar dei tini» dimenticò gli studi, chè tradusse in quei giorni il Filopemene di Plutarco e lo dedicò al Maggi. E nemmeno mancarono le riunioni geniali degli amici, che andavano a Valpolicella a passare un paio di giornate. Anzi in una di quelle occasioni, dopo pranzo, Guarino comunicò «per frutta», egli dice, una lettera da Firenze di Mariotto Nori. Erano presenti il Lavagnola, il Genovesi, il Brugnara, il Faella, il Maggi e altri. A Firenze per opera di un «uomo di vetro», di un «fanfarone» era successo un piccolo scandalo alle spalle di Guarino; e il Nori gliene dava partecipazione. Guarino ben lontano dall'adontarsene, lesse in crocchio e commentòla lettera, ridendo egli il primo ed eccitando le risate dell'uditorio.
136.Nel 1427 Guarino fabbricò. I figli gli crescevano, egli dice, e la casa doveva essere allargata. In effetto i figli crescevano, perchè dal 1421 al 1426 gliene nacquero quattro e presentemente la moglie era incinta del quinto, che nacque tra l'ottobre e il novembre e fu anch'esso maschio, Niccolò. Guarino non sospettava certo che il numero avrebbe continuato a salire fino ad arrivare nel 1441 a tredici: e tutti vivi! Per un uomo che aveva preso moglie a 45 anni non c'era male. I lavori della fabbrica lo importunarono alquanto. «Non mi chieder lettere, scrive al Rizzoni, perchè le riceveresti piene di polvere e di arena. Mattoni, cementi, calcinacci mi rintronano le orecchie, mi offendono le narici; non prendo più libri in mano e son quasi diventato muratore anch'io, sporcandomi tra i ferramenti e la calce. Non vedo l'ora di uscirne».
137.Questo scriveva nell'agosto; nel settembre era a Valpolicella. Ma nemmeno in villa gli die' pace la fabbrica; c'erano sempre dei residui da ultimare, per i quali si serviva della cooperazione dell'amico Benedetto Cremonese, maestro privato. Benedetto era amico della famiglia Guarini e anche della gazza che formava la delizia del piccolo Girolamo; anzi gliela mandò a salutare. Girolamo fu molto soddisfatto dell'attenzione. Il secondogenito Esopo Agostino, che, come il suo omonimo favolista greco, «si dilettava di fiabe e di apologhi rusticani», andò in campagna a S. Floriano a trovare la sua balia, ma ivi ammalò; poco dopo però era fuori di pericolo.
138.Da Valpolicella avea Guarino progettato un'altra gita, come quella del 1419, al lago di Garda col Brenzoni, ma non si potè muovere, un po' perchè avea continue visite di amici veronesi, un po' perchè il numero dei convittoriche portava con sè era tanto grande, che quando uscivano «pareano uno stormo di uccelli o di locuste: dove trovar mezzi di trasporto e alloggio per tanta gente?» La sera del 13 ottobre vide dalla villa un gran splendore di fiaccole a Verona. Egli non ne indovinava il motivo; seppe dipoi che si festeggiava la battaglia di Maclodio, vinta il giorno avanti (12 ottobre) dal conte di Carmagnola, condottiere al soldo della repubblica veneta, contro il Piccinino, condottiere al soldo del Visconti.
139.Quel fatto d'arme levò gran rumore allora e commosse l'animo anche del nostro Guarino, che ideò un'orazione in lode del vittorioso condottiero. Intorno all'orazione lavorava nel principio del 1428; nel febbraio era già compiuta. Dopo di aver detto nell'esordio che anche il tempo presente non difetta di uomini illustri e che è giusto rendere il dovuto omaggio alla grandezza del Carmagnola, Guarino divide il discorso in due parti. Nella prima parte espone la vita del condottiero, nella seconda ragiona delle sue virtù militari e civili. Le virtù militari vengono messe in luce specialmente con la vittoria sul Malatesta a Brescia (del 1421) e con la vittoria di Maclodio (del 1427); le virtù civili col governo di Genova affidatogli dal Visconti. Termina Guarino col celebrare la repubblica veneta, che seppe comprendere e apprezzare i meriti del valoroso condottiero, quando appunto egli era fatto segno all'invidia e alla calunnia.
140.La prima metà dell'anno 1428 corse tranquilla. Ma tra la fine di giugno e il principio di luglio si manifestarono dei sintomi di peste a Verona. I cittadini cominciarono a mettersi in salvo e gli scolari disertarono le lezioni; allora anche Guarino provvide ai casi suoi e si ricoverò a Valpolicella sulla fine di luglio. Ivi stette almeno un tre mesi, attendendo sempre allo studio con gli allievi convittori, e quando si assicurò che il pericolo era cessato, tornò in città.Nel decembre i timori si rinnovarono e già erano corse pratiche tra Guarino e lo Zilioli per cercare un rifugio in Ferrara.
141.Sui primi del 1429 abbiamo una sosta. Però nel marzo si riaffaccia il pericolo: ci furono alcuni casi di morte. Che si farà? giacchè Guarino sente che anche Ferrara è minacciata. Negli ultimi di marzo le morti aumentano e Guarino ha ricevuto un nuovo invito di recarsi a Ferrara. Questa volta alle premure dello Zilioli si sono unite quelle del marchese; Guarino non può rifiutare e ringrazia. Ma come staccarsi dai suoi Veronesi, che gli vollero tanto bene? Gli bisogna tempo: «non uno strappo vuol essere, ma una scucitura»; aspettino almeno tutta l'estate che egli possa accomodare le sue faccende.
142.Se non che il morbo incalza e il tre d'aprile Guarino si decide alla partenza, domandando al marchese la lettera di passo per i suoi stati; chiede al Consiglio di Verona la licenza di assentarsi con la famiglia e gli viene concessa con deliberazione del 7 aprile. Qualche giorno dopo imbarcò la famiglia e poche masserizie e per l'Adige prese la via di Ferrara, dove lo troviamo già il 23 d'aprile.
143.Guarino in Verona insieme con le funzioni di maestro esercitò anche quelle di cittadino. Non passò anno dal 1420 al 1428, in cui egli non avesse un posto nelle pubbliche amministrazioni della sua città. Fu dei 72 deputatitotius anninel 1421. Fu consigliere aggiunto nel 1422, consigliere effettivo dei 50 nel 1423, 1425, 1427, 1428; consigliere dei 12 nel 1424, 1426. Nel 1425 fu della commissione per il riordinamento dello spedale di S. Giacomo e Lazzaro.
144.Fece parte di parecchie ambasciate: di una a Vicenza nel 1425 per una questione di acque che danneggiavano il territorio veronese; di una a Venezia nel 1424 per una questione che aveva il comune di Verona col clero riguardo alle collette. È questa probabilmente l'ambasceria, nella qualeGuarino «mise in opera tutta la propria energia, affrontando anche coraggiosamente le suggestioni degli avversari». Per la medesima questione tornò a Venezia nel 1425. Ambasciatore a Venezia lo incontriamo anche nel 1428 per ottenere l'allontanamento di alcune bande armate, che infestavano le campagne del Veronese. Quando non poteva andare egli in persona, scriveva. Così scrisse a Francesco Barbaro raccomandandogli l'interesse di alcuni Veronesi; scrisse a Daniele Vettori parole forti e infiammate per muovere il governo della Serenissima a mettere un riparo alle continue sollevazioni dei contadini delle campagne veronesi; scrisse a Lodovico principe di Fermo nel suo passaggio per il territorio di Verona pregandolo di risparmiare i contadini.
145.Nelle occasioni solenni la parola dotta ed elegante di Guarino si faceva interprete dei sentimenti universali della città, come nel 1423 per l'elezione del doge Francesco Foscari, nel 1424 per la venuta in Verona dell'imperatore di Costantinopoli. Ogni anno poi all'entrare o all'uscir di carica dei podestà e capitani, che la Serenissima mandava a Verona, Guarino componeva quei discorsi d'uso, ai quali sapeva sempre dare un certo carattere di originalità. Essi ci sono rimasti tutti; e quanto piacessero allora, è dimostrato dal gran numero di esemplari che ne furono tratti. Guarino faceva anche il consulente gratuito, soprattutto quando era chiamato in lite qualche povero, che non aveva i mezzi e tanto meno il coraggio di tener testa alle prepotenze di qualche insolente.
146.Questo il quadro della vita e dell'operosità di Guarino negli anni che dimorò a Verona. Ma Guarino non visse solo per Verona e per i Veronesi, sibbene anche per gli amici e colleghi che avea di fuori; anzi per un umanista la vita consiste più, si può dire, nel commercio epistolare congli amici di fuori, che negli avvenimenti del luogo dove egli insegna. E noi infatti vedremo che una vasta e molteplice rete di relazioni congiunge Guarino con un gran numero di città e di circoli letterari, i quali saranno ora passati brevemente in rassegna. Così avremo la seconda parte e il compimento del quadro.
147.Per cominciare dalle città della Serenissima repubblica veneta e dall'estremo settentrione, incontriamo a Cividale nel Friuli un gruppo d'amici, anzi di parenti di Guarino per parte di sua moglie: i Gioseppi, famiglia oriunda di Verona, della quale vivevano due fratelli Pietrobono e Costantino; aveano una nipote Bartolomea, cugina per parte di madre di Taddea, moglie di Guarino. Era allora in Verona Lodovico Ferrari, figlio di Cecilia, un giovinetto che studiava con Guarino, cugino egli pure per parte di madre di Taddea e di Bartolomea. Le relazioni tra i parenti di Verona e di Cividale erano cordiali, perchè alla fine del 1423 Guarino avea ideato di rifugiarsi a Cividale per la pestilenza. I Gioseppi avevano interessi a Verona, pei quali si pigliava cura Guarino, che alla sua volta li teneva informati delle proprie notizie, p. e. della morte della suocera, del numero dei figliuoli, della salute della moglie. Nel 1428 la Bartolomea si sposò a Giovanni da Spilimbergo, buon maestro di retorica, che insegnò a Cividale e ad Udine; e da allora in poi si strinsero intimi legami di amicizia tra Guarino e il maestro Giovanni. L'annunzio del matrimonio fu dato da Giovanni stesso a Guarino, il quale rispose congratulandosi e accettando la sua amicizia. Lettere di congratulazione scrisse anche il piccolo Lodovico Ferrari.
148.Con Padova Guarino mantenne rapporti negli anni 1419-1420, finchè ci si trovarono il Gualdo ed il Barzizza, al quale ultimo domandò sulla fine del 1419 Quintiliano e Asconio Pediano, per cominciare il suo corso di retorica aVerona. Ma quando il Gualdo si stabilì definitivamente in Vicenza, sua patria, e il Barzizza nel 1420 si trasferì a Milano, invitato dal Visconti ad insegnare colà, vennero a mancare i principali vincoli che tenevano congiunto Guarino a Padova, se si eccettui il breve tempo nell'estate del 1421, in cui ci soggiornò il Barbaro, che era fuggito da Venezia per la pestilenza.
149.Vivissime sono invece le relazioni con Venezia. Di là giunse nel 1419 la triste notizia della morte di Giona Resti, vittima della pestilenza. Nel 1420 l'amico Cristoforo Parma, il maestro vagante, lasciò Venezia e andò a insegnare a Vicenza, sua patria, chiamatovi dalle continue insistenze dei concittadini, con gran dispiacere di Leonardo Giustinian, il quale aveva affidato alla sua cura il piccolo Bernardo. Il Giustinian quando dava a Guarino questa notizia, stava a Murano, dove trascorreva tranquillamente i mesi del calore estivo, riposandosi dalle fatiche dei pubblici uffici e cominciando ad esercitarsi nel canto, che egli poi adattò alleLaudi, delle quali divenne in seguito autore fecondo e famoso.
150.A Venezia il Barbaro, che non aveva ancora principiato la sua carriera diplomatica e amministrativa, continuava a studiare e a ricorrere a Guarino per lumi. Era anch'egli ammogliato e la sua Maria già era diventata amica della Taddea di Guarino. E amici comuni erano molti Veronesi, quali il Maggi, il Pellegrini, il Brenzoni, i Verità. Nel 1421 il Barbaro peregrinò alcuni mesi a cagione della pestilenza che infestava Venezia e si incontrò con Guarino nel 1 ottobre a Montagnana. In quest'anno Guarino compose l'orazione funebre per Giorgio Loredan. L'anno seguente un'altra morte di persona veneziana lo rattristò, la morte di Bianca, modello delle madri di famiglia, figliuola di Francesco Pisani allora podestà di Verona.
151.La venuta di Ermolao Barbaro a Verona avea resi più intimi i vincoli di Guarino con la famiglia Barbaro. Era stata anzi progettata una gita di Guarino a Venezia; ma siccome era d'inverno e tempo piovoso, egli preferì, diceva, di andarci «con la penna piuttosto che coi piedi». Del resto il Barbaro stava sulle mosse per recarsi a Treviso ad assumere la pretura di quella città, che fu il primo suo passo nella carriera pubblica. Entrò in carica agli ultimi di decembre 1422 e la depose nel decembre dell'anno seguente.
152.In quell'anno (1423) Treviso diventò un piccolo centro umanistico; bastava il Barbaro per dar vita a un circolo letterario, ma ci capitò anche il Giustinian. Vi andarono pure i due famosi minoriti, Alberto da Sarteano, uscito allora dalla scuola di Guarino, e Bernardino da Siena, che dopo aver predicato a Treviso passò nel settembre a Feltre e indi a Belluno. Guarino invidiava al Barbaro e al Giustinian i colloqui coi due monaci; e realmente i due patrizi veneti e Guarino appartenevano a quella categoria di umanisti, che conciliavano la cultura pagana con un sincero sentimento cristiano. Il Barbaro di natura sua tendeva all'ascetismo e agli studi sacri; anzi dopo l'incontro con fra' Bernardino prese l'abitudine di intestare le lettere da Gesù, di che più tardi lo canzonava il Poggio; il Giustinian fu cantore di Laudi ed ebbe un fratello beatificato, Lorenzo; Guarino era studiosissimo dei testi sacri ed ebbe in casa un figlio sacerdote, Manuele.
153.A questa piccola ma eletta schiera si aggiunse Flavio Biondo, che giunse a Treviso nella seconda metà inoltrata dell'anno stesso 1423. Il Biondo era andato nel 1422 da Forlì sua patria a Milano a trattare in nome della sua città qualche pubblico interesse. Arrivò a Milano appunto nel tempo che il Barzizza era occupato a decifrare il codice Lodigiano delle opere retoriche di Cicerone. E approfittò dell'occasioneper trarsi copia delBrutus, che mandò al Giustinian a Venezia e a Guarino a Verona. Così si mise in relazione con gli umanisti veneti. Nel ritorno in patria si fermò a Ferrara, dove conobbe quei letterati, tra cui il Mazzolati; e fu anzi col mezzo di lui che fece recapitare ilBrutusa Guarino. Arrivò in Forlì al principio del 1423, quando già si preparava la sommossa contro gli Ordelaffi, alla quale prese parte anch'egli. La sommossa scoppiò nel maggio, ma ebbe infelice esito, perchè la città fu occupata dal Visconti. Il Biondo con tutti gli altri complici dovette esulare. Errò in qua e in là; nel luglio ci comparisce a Verona, più tardi lo rivediamo a Ferrara, ad Imola; finalmente fu invitato a Treviso dal Barbaro, che lo prese come proprio segretario. E così il Biondo trovò per qualche tempo una posizione onorevole presso la repubblica di Venezia, di cui fu poi fatto cittadino.
154.Saputo Guarino dal Casalorsi che il Biondo era tornato col Barbaro da Treviso a Venezia, gli scrive per alcuni codici, che lo prega di fargli avere da Pietro Tommasi. Il Biondo e il Tommasi dunque si erano conosciuti. Nel gennaio e febbraio di quell'anno, 1424, i Veneziani ospitarono l'imperatore di Costantinopoli, e il Barbaro e il Giustinian lo accolsero con un discorso greco; il che tornò a lode del loro maestro Guarino, il quale pochi giorni dopo vide parimenti l'imperatore a Verona. Alla metà di aprile Guarino per un'ambasceria andò a Venezia e rivide gli amici. Troviamo quest'anno alla sua scuola a Verona Bernardo Giustinian insieme con Ermolao Barbaro, ma le lezioni furono interrotte dalla pestilenza. I due allievi al primo affacciarsi del pericolo si rifugiarono a Venezia, dove contava di recarsi pure Guarino.
155.E ci andò infatti alla fine di luglio per apparecchiare il posto alla famiglia, ma tornato a Verona dovette mutardirezione, perchè Venezia chiuse i passi ai provenienti da luoghi infetti. Quando gli amici di Venezia seppero del dispiacevole contrattempo e che Guarino era confinato sulle montagne tirolesi, tutti unanimi, il Parma, il Barbaro, il Giuliani, i Giustinian, sin dal principio di settembre fecero pratiche presso Guarino per trarlo fuori di là in luogo migliore e gli offrirono intanto Murano, finchè si fosse tolto il divieto. Non accettò, forse perchè a Pergine si era accomodato abbastanza bene. Qualche mese dopo Venezia offriva a Guarino un nuovo collocamento come professore; la proposta partì dal Barbaro, dal Giustinian e dal Giuliani. Guarino stette un po' in dubbio ma poi rifiutò, perchè riconfermato a Verona.
156.Del 1425 andò a stabilirsi in Venezia il suo scolaro Martino Rizzoni in qualità di institutore privato in casa Tegliacci. Guarino lo mise subito in relazione coi principali suoi amici veneziani e corrispondeva frequentemente con lui per sorreggerlo coi suoi amorevoli e savi ammonimenti nei primi passi della nuova carriera e animarlo nei primi scoraggiamenti. Infatti non tutti i figli del Tegliacci corrispondevano alle cure del Rizzoni; ma il vecchio maestro gli ripeteva di lasciar correre l'acqua per la china, inculcandogli l'uti foro di Terenzio. A suo tempo poi interpose i propri buoni uffici presso il Tegliacci per fargli ottenere un aumento di onorario. Nel 1426 Guarino si servì del Rizzoni per diffondere a Venezia l'elogio funebre del Salerno. Così l'ebbero il Giustinian e il Barbaro. Il Barbaro nella metà di quell'anno era stato ambasciatore a Roma e nel ritorno a Venezia diede relazione a Guarino di una gita a Genzano e dei codici greci che vide nel chiostro di quel paese. Di un'altra ambasceria a Roma fu incaricato il Barbaro due anni dopo, nel 1428, e in quell'occasione portò con sè il nipote Ermolao.
157.Nel 1427 ritornava da Costantinopoli a Venezia Francesco Filelfo, il quale avviò pratiche con Bologna per ottenervi un posto di professore. L'intermediario di queste pratiche fu Guarino.
158.Della stima che godeva Guarino a Vicenza fa testimonianza l'invito venutogli di là nel 1420 ad occupare il posto di insegnante lasciato libero dal Filelfo. Il Filelfo insegnò a Vicenza per lo meno l'anno scolastico 1419-1420; nel marzo del 1420 partì da Vicenza per Venezia e di là per Costantinopoli. Guarino, già nominato a Verona, non potè accettare. Intanto facea pratiche presso quella comunità per succedere al Filelfo Giorgio da Trebisonda, aiutato in ciò dalle raccomandazioni di Francesco Barbaro e di Pietro Tommasi; anzi a questo scopo fece egli una corsa a Vicenza nel gennaio. Il Trebisonda riuscì nel suo intento e fu nominato professore a Vicenza.
159.Guarino e il Trebisonda si erano conosciuti a Venezia nel 1417-1418, dove per alcuni mesi il Trebisonda udì le lezioni di Guarino; ma non furono in buoni rapporti di vicinato quando insegnavano l'uno a Verona, l'altro a Vicenza. Il Trebisonda avea molta boria greca, congiunta a leggerezza giovanile, e non conosceva il latino che un po' grammaticalmente: tre circostanze che impedivano di renderlo simpatico a Guarino. Quando gli scolari di Guarino passavano da Verona a Vicenza, pare che il Trebisonda nell'accettarli alla sua scuola li sottoponesse a un esame troppo pedantescamente grammaticale; e Guarino, più stilista che grammatico e abituato ad elevarsi dalla parola al pensiero e al sentimento, doveva aver concepito un certo disprezzo per quell'uomo.
160.E a lui infatti allude con frasi coperte, ma molto acri, in una lettera del 1421. Ivi parla di certi mostri d'uomini, che «arrivati alle prime pagine della grammatica si dànno il pomposo nome di scienziati. Essendo soli essi ignoranti,si credono giusto appunto i soli sapienti e non par loro vero, quando si imbattono negli allievi altrui, di dimostrarne la ignoranza, interrogandoli su quelle pedanterie, che essi hanno imparato a furia di sgobbo e che sono indegne di un uomo e da lasciarsi ai ragazzetti, quali sono le figure, i casi, i gerundi e quisquiglie di simil genere. La sorte di gente di tal fatta è che gli scolari entrano da loro rape ed escono carote». Il Trebisonda rimase a Vicenza certo sino al termine del 1426, in ogni modo non molto dopo, perchè nel 1428 era tornato per qualche tempo in Grecia; e poi egli lasciò Vicenza, mentre Guarino stava ancora a Verona. Anzi, diceva lui, la dovette lasciare per le mene di Guarino, che era geloso del suo vicino collega; secondo invece una testimonianza più attendibile, la vera ragione era che egli con le sue fanfaronate avea nauseato i Vicentini.
161.Contemporaneamente al Trebisonda insegnò a Vicenza il vicentino Cristoforo Parma, ma come institutore privato. Cristoforo era prima a Venezia, ma i Vicentini fecero tante premure, che lo ottennero nel 1420, quantunque non deve aver molto incontrato. Qualche anno dopo lo ritroviamo a Venezia. Negli anni 1420-1421 era in Vicenza Pietro Tommasi, medico e letterato veneziano e vecchia conoscenza di Guarino. Saputo Guarino che il fratello, già morto, di Pietro aveva composto un trattato sulla povertà, gliene domanda un esemplare con uno dei suoi soliti giochi: «arricchiscimi, gli scrive, della tua povertà, perchè io possa conoscere sì grande virtù e imparare ad esercitarla di buon animo». Il Tommasi lo aveva incoraggiato a tradurre in latino una orazione greca di Manuele Crisolora, anche per rendere un tributo alla memoria dell'illustre maestro. Guarino non la tradusse, ma per compenso rispose al Tommasi affettuose parole in lode del Crisolora. A Vicenza Guarino aveva molti amici, quali il Francaciani, Matteo Bissaro, NiccolòDotti, suo scolaro, e più di tutti Girolamo Gualdo, col quale teneva viva corrispondenza, scambiando codici, mandandogli i propri lavori, p. e. l'orazione funebre per il Loredan, e informandolo dello stato della sua famiglia. Girolamo era come uno di casa e Guarino volle perpetuare la loro scambievole amicizia mettendo il nome di Girolamo al suo primogenito. Nemmeno nel 1424 sulle montagne trentine Guarino si dimenticò di lui e da Pergine gli mandò le proprie notizie.
162.Più attivi si fanno gli scambi di Guarino con Vicenza nel 1425, l'anno in cui vi andò podestà Francesco Barbaro. Era stato nominato a quel posto sin dal 1424, ma quello fu anno di gran peste a Vicenza e il Barbaro si trattenne a Venezia. Avea preso possesso della nuova carica certo al principio del 1425 e portò seco il Biondo, come segretario, e il nipote Ermolao; più tardi ci troviamo qualche altro della famiglia Barbaro ed Ermolao Donati. Ivi Francesco Barbaro rinnovò l'amicizia col Gualdo, che aveva conosciuto a Padova e a Venezia. Col Barbaro Guarino corrispose frequentemente, soprattutto per raccomandazioni spettanti al suo ufficio di podestà, sempre ben inteso con la clausola σὺν τιμῆ σου. Col Biondo era pure in frequente relazione ora per codici, come quello dell'Epistolario Pliniano, di cui l'arcivescovo Capra desiderava una copia, e delle opere retoriche di Cicerone; ora per affari di altro genere, come l'incarico dato dal Biondo a Guarino di cercargli dei cavalli e un cuoco.
163.La risposta di Guarino sul cuoco comincia con un saluto culinario. Indi segue dicendo che, voltate le spalle alla letteratura, si dedicò tutto al mestiere della cucina. «Ho raccolto intorno a me una assemblea di guatteri, vivandieri, parassiti e mangioni e ho messo loro innanzi il nome del cuoco vescovile, quale candidato al posto da te offerto. La candidaturafu accolta ad unanimità e con plauso. Quel cuoco netta così bene i piatti, che quando non gli basta lo strofinaccio, chiama in aiuto la lingua e anche i calzoni. È pure molto economico; così p. e. se qualche animaluccio gli cade dalla testa nelle pietanze, si fa uno scrupolo di levarnelo: sarebbe un assottigliare la porzione; parimenti si dica di qualche goccia che gli si stacchi dal naso. E misura il condimento, anzi per risparmiare il lardo adopera il sego. Uomo inoltre quietissimo, chè dorme giorno e notte per le gran sbornie che piglia. Lo chiamano Chichibio». È noto che Chichibio è il protagonista di una novella delDecamerone.
164.Il Biondo aveva con sè la moglie e doveva far con essa una gita a Verona, la quale sarebbe riuscita graditissima a Guarino, perchè così le loro donne avrebbero avuto occasione di conoscersi. Ma il Biondo non potè. Guarino in compenso gli mandò per qualche tempo a Vicenza il piccolo Girolamo. Andò poi egli due volte a Vicenza: la prima nell'aprile, la seconda nel giugno. Nella prima Guarino vide Giovanni da Castelnuovo, maestro di retorica, che stava allora a Vicenza. La visita gli fu restituita per parte degli amici di casa Barbaro dai due Ermolai, il Barbaro e il Donati. Nella funesta occasione della morte della suocera Guarino ricevette parole di sincera condoglianza e di conforto dal giovinetto Ermolao Barbaro e dal Gualdo. Il Gualdo in quel tempo partiva per Firenze, dove aveva ottenuto una magistratura, con lettere commendatizie del Barbaro e di Guarino.
165.Da Vicenza partì più tardi, nell'ottobre, anche il Biondo per andare a Padova come segretario di Francesco Barbarigo, nominato di fresco capitano di quella città. Quel posto fu ottenuto dal Biondo per mezzo dei buoni uffici di Guarino e del Barbaro. Il Barbaro si trattenne molto ancora a Vicenza, sino cioè al principio dell'anno seguente 1426,perchè attendeva alla compilazione e pubblicazione degli statuti della città: lavoro poderoso e grandemente meritorio, che immortalò la pretura vicentina del Barbaro. Alla fine del 1425 era ultimato e Guarino, pregato dai Vicentini e dal suo diletto scolaro, gli premise l'introduzione.
166.Nel 1426 il Gualdo tornò dalla magistratura di Firenze, portando notizie di quella città. Nell'agosto del 1427 prese moglie. Alle nozze era stato invitato anche Guarino, ma non potè andare. «Del resto, gli scrive, non hai perduto nulla, perchè ad aprir certe brecce in certi castelli ci vuole la tattica nuova di voi altri giovanotti; noi veterani del secolo passato abbiamo una tattica ormai antiquata e che adesso non serve più». E ritorna poi su queste allusioni scherzose e un po' ardite: «Quanto sei valoroso patrono per i tuoi clienti, altrettanto devi essere robusto guerriero con la tua Penelope;decet enim hisce primis congressibus ut quantum te lectio singularem, tantum te lectus pluralem cognoscat. Qua in re culare, hui! curare volui dicere, debebis, ut non solum tu uxorem duxeris, ut scribis, sed et te uxor ducat, ut mutua sit vicissitudo». Nel giugno 1428, quando il Gualdo per la peste si era da Vicenza ricoverato a Sarego, Guarino gli mandò in dono il suo S. Agostino, postillato da lui quando era in Tirolo, perchè con quella lettura ingannasse le lunghe ore d'ozio, traendone insieme frutti di pietà cristiana.
167.Non meno che tra Guarino e Vicenza, il Gualdo servì di anello di congiungimento tra Guarino e Firenze. Egli andò due volte a Firenze. La prima nel 1420 e fu una gita di piacere. In quell'occasione il Gualdo conobbe personalmente fra gli altri il Niccoli e il Traversari, coi quali parlò a lungo di Guarino. A Firenze aveano concepite speranze di riaverlo, ma erano illusorie; Guarino «a niun costo sarebbe più tornato a Firenze». Si parlò anche delle invettive pubblicate in quell'anno contro il Niccoli da due suoi nemici, l'unodei quali il Benvenuti, quegli stessi che non avevano risparmiato nemmeno Guarino quand'era in Firenze. Egli era già stato informato di tutto dal Niccoli e dal Traversari, ma ora che il Gualdo di ritorno da Firenze gli fornì notizie più minute, si sente oltre ogni credere nauseato.
168.La seconda volta che il Gualdo andò a Firenze fu nel 1425, quando ottenne per mezzo dei buoni uffici di Francesco Barbaro la magistratura della mercanzia in quella città; partì nell'agosto con lettere commendatizie del Barbaro e di Guarino. Così Guarino ebbe occasione di rinfrescar la memoria con gli amici fiorentini. Tornato il Gualdo nel 1426, gli scrisse di un certo scalpore sollevato da un tale a Firenze contro Guarino, su di che dava maggiori ragguagli una lettera da Firenze di Mariotto Nori.
169.Nè fu questo il solo screzio che ebbe Guarino nelle sue relazioni con Firenze. Ce ne fu un altro, e quello veramente dispiacevole. Si trattava del Bruni. Era stato riferito da persone autorevoli, ma pare malignamente, che il Bruni a Firenze in presenza dei Medici e di altri avea sparlato di Guarino in modo da ledergli l'onore. Del che egli sdegnato scrisse, non al Bruni direttamente, e in ciò fece male come egli stesso confessa, ma ad amici comuni, lagnandosi dell'offesa in modo molto vivace e risentito. Per tal guisa l'incidente, che doveva esser leggero, ingrossò e già si minacciava una rottura fra i due vecchi e provati amici. Il Bruni pare sia stato il primo a muovere i passi per toglier l'equivoco e scrisse, verso il febbraio del 1421, al Salerno allora podestà a Siena. Il Salerno si interpose subito tra i due contendenti e con buon esito, poichè Guarino rispose a lui, che il malinteso era cessato e scrisse nel medesimo tenore al Bruni. Il Bruni non rispose, ma non ce ne era bisogno: tutto era appianato di tacito accordo; dall'altra parte stuzzicare certe ferite ancor fresche, sia pure con retta intenzione,è sempre pericoloso; il silenzio è il miglior partito. Del resto Guarino non mancò mai, scrivendo agli amici di Firenze, di mettere i saluti per il Bruni. Quando poi si presentò una favorevole occasione, la nomina del Bruni a cancelliere della repubblica fiorentina nel 1427, allora Guarino se ne congratulò con lui per lettera. E il Bruni rispose in guisa da dare ampia soddisfazione al vecchio amico, toccandogli delicatamente dell'antico litigio e ringraziandolo delle congratulazioni.
170.Del rimanente, tolti questi due screzi, le relazioni di Guarino con Firenze furono sempre cordiali, soprattutto col Niccoli, col Traversari, con Angelo Corbinelli, con Giovanni Boscoli e, meno il piccolo incidente, col Bruni. Nel 1422 Ermolao Barbaro, suo alunno, dedicò al Traversari la versione latina di Esopo. Nel febbraio del 1424 capitò a Firenze dal Traversari frate Alberto da Sarteano, che gli parlò piacevolmente di Guarino. Nel 1423 andò a Verona a studiare con Guarino Mariotto Nori, un raccomandato del Traversari. Il Nori era stato qualche tempo prima commesso d'affari a Venezia di Palla Strozzi; venuto a Verona, vi si trattenne un paio d'anni; indi passò alcuni mesi a Mantova a copiar codici per i principi Gonzaga; tornò a Verona e di là nel 1426 rimpatriò a Firenze.
171.Aveva una bella calligrafia, specialmente nella scrittura che allora chiamavano «antica». Guarino andava in visibilio quando ne parlava e gli fece copiare un Giustino. Era un bravo giovinotto, di buona famiglia, ma aveva un difetto: l'instabilità congiunta a un po' di vanità. Guarino lo chiamava figlio di Eolo sia perchè mobile, sia perchè borioso; quando p. e. parlava de' suoi antenati, contava miracoli e le sparava grosse quanto mai. Ma saputo pigliare per il suo verso, gli si faceva fare quel che si voleva. Nel rimpatriare si fermò a Ferrara, dove conobbe lo Zilioli,che gli propose la trascrizione di un Servio antico e difficilmente decifrabile. Le pratiche durarono a lungo in mezzo a molte incertezze, ma finalmente dopo più di un anno la copia fu compiuta e l'eleganza e l'esattezza dell'esemplare soddisfecero Guarino e lo Zilioli, compensandoli così del patito ritardo.
172.Il numero degli amici di Guarino a Firenze è cresciuto negli ultimi mesi del 1425 con l'arrivo dell'Aurispa, che fu nominato professore di quello studio. Nel 1427 partiva da Verona alla volta di Roma Marco Campesano; nel passaggio per Ferrara fu da Guarino raccomandato allo Zilioli e nel passaggio per Firenze al Nori, al Niccoli, al Boscoli.
173.Non molto intimi nè molto frequenti sono i rapporti di Guarino con Roma, dove non c'è che il Poggio, che lo tenga in una certa corrispondenza con la curia pontificia. E nelle sue lettere a Guarino il Poggio non si dimentica del Barbaro, il quale del resto si trovò con lui due volte a Roma: nel 1426 e nel 1428. Tutte e due le volte ci andò come ambasciatore; nel 1426 di ritorno passando da Firenze riconciliò il Niccoli col Bruni. Non mancavano poi Veronesi che andassero a Roma; così nel 1421 ci fu il Salerno a prendere possesso della dignità senatoria e a recitarvi il discorso di ringraziamento innanzi al papa; nel 1425 c'era il canonico Filippo Regini, alunno di Guarino, nel 1426 un prete Alessandro che dava un po' da dire sulla sua condotta, e non so in quale anno un altro prete, Antonio Malespina vicario del vescovo. A Roma si recò, per non poter reggere al peso delle imposte, nel 1425 un amico del circolo fiorentino, Antonio Corbinelli, e in quell'anno stesso vi morì, con gravissimo dolore e lutto di Guarino, che era stato da lui ospitato in casa propria a Firenze e che l'amava come un fratello. La triste notizia fu partecipata a Guarino dal canonicoFilippo e da Guarino al Barbaro, che parimenti stimava ed amava l'estinto.
174.Guarino fece una gita a Mantova, che gli lasciò poco gradita impressione, perchè in tre giorni che vi stette non seppe ben distinguere se era giorno o notte. «Ivi non si vede che acqua e non si odono che rane. Le case sono in maggior numero che gli abitanti; nelle piazze si trovano le alghe e per le strade si inciampa nei porci». Quando vi andò c'era il Giuliani, probabilmente con qualche pubblico ufficio. A Mantova Guarino conosceva il vescovo. Nel 1425 eravi vicepodestà un veronese, Galesio della Nichesola, al quale Guarino scrisse una lettera, perchè rintracciasse una orazione di Cicerone trovata in Verona e migrata colà.
175.Guarino godeva molta stima presso i signori Gonzaga, che lo invitarono alla loro corte come institutore. Non accettò e poco dopo fu invitato Vittorino da Feltre, suo alunno a Venezia, che nutriva sempre amore e rispetto per il suo maestro. I buoni frutti della scuola di Vittorino si videro ben tosto in una lettera che il principino Lodovico, decenne appena, scrisse nel 1424 a Guarino. Guarino rispose compiacendosi dei felici risultati e congratulandosi che dal maestro inetto, che avea prima, fosse passato sotto la disciplina di Vittorino, che egli chiamaoptimus viredoctissimus magistere dal quale gode di sentirsi lodato. «Del resto se mi chiama suo precettore, più che merito mio, è bontà e gratitudine sua, il quale ottimo com'è mi decanta quale desidererebbe che io fossi. E quel poco che io gli insegnai, e quanto poco sia stato lo so io, egli lo esagera al punto da far di una pulce un elefante. Prendilo pertanto, se hai fede in me, a guida nella vita e nello studio e imita costantemente il suo esempio ed egli diventerà per te quello che dice Omero di Fenice per Achille: eccellente maestro di ben dire e di ben operare». Il principino gli domandava una redazionecorretta dell'Oratordi Cicerone e Guarino gliela promette, appena avrà il modo e l'opportunità.
176.Anche a Brescia troviamo un piccolo nucleo di amici di Guarino; ma è costituito non di elementi stabili, sibbene raccogliticci, ed ha breve vita, dal 1427 al 1428; gli elementi appartengono al gruppo veneziano. È il caso a un dipresso di Treviso nel 1423. Brescia fu, si può dire, il perno delle operazioni strategiche della guerra combattuta negli anni 1426-1428 tra Milano e Venezia. La Serenissima mandò a Brescia in qualità di capitano Niccolò Malipiero, in qualità di podestà Pietro Loredan. Il Loredan si portò come cancelliere il Biondo.
177.Il Biondo pertanto era stato nel 1425-1426 a Padova col Barbarigo e ora nel 1426-1427 accompagnava il Loredan a Brescia. Ma in quest'anno lasciò il servizio della repubblica veneta. Forlì dopo un triennio di occupazione viscontea era stata sgombrata e consegnata in potere del papa Martino V, che vi mandò a governarla Domenico Capranica. Il Biondo così era libero di rimpatriare, anzi ottenne un posto presso il Capranica e intanto avea fatto partire per Forlì la famiglia; egli vi andò nell'agosto 1427. Guarino fu in frequente carteggio col Biondo a Brescia, a cui si raccomandava ora perchè gli trovasse una serva, ora perchè gli narrasse gli avvenimenti della guerra. Ma sugli avvenimenti della guerra poteva informarlo meglio Battista Bevilacqua, che aveva un comando nell'esercito sotto la condotta suprema del conte di Carmagnola. E in effetto gli descrisse minutamente la giornata di Maclodio; e della descrizione si giovò Guarino nel comporre l'elogio del Carmagnola, del quale mandò copia al Bevilacqua perchè lo diffondesse. Guarino avea progettato nel maggio di quell'anno, 1427, una gita a Brescia a trovarvi il Biondo, ma non la fece. Non ne dovette smettere del tutto l'idea, perchè in quel torno trattavacol Capra, arcivescovo di Milano, un abboccamento a Brescia, quantunque nemmeno questa volta ci andò.
178.Col Capra entriamo nel circolo milanese. Il Capra fu fatto arcivescovo di Milano nel 1414, ma non entrò in stabile possesso della sua residenza che nel 1422. Prima di quel tempo avea preso parte attiva al Concilio di Costanza, dove si trovò presente per la elezione di Martino V. Indi fu incaricato di alcune ambasciate alle corti europee, p. e. in Germania, donde tornava nel 1422 e fu allora che fece l'ingresso a Milano. Nel principio del 1428 passò governatore a Genova, dove stette circa un quinquennio; e poi prese parte al Concilio di Basilea, ma per poco tempo, chè morì colà nel 1433. Fu uomo illuminato, promotore degli studi, ricercatore di codici e perciò lo vediamo in intimo e frequente commercio con gli umanisti. Guarino e il Capra erano vecchi conoscenti, ma da molti anni non si scrivevano; solo nel 1425 rinnovarono l'amicizia. In quell'anno il Capra, saputo che Guarino aveva scoperto e divulgato il nuovo codice dell'Epistolario di Plinio, gli scrisse pregandolo di allestirgliene una copia. Guarino lo soddisfece servendosi dell'opera del Biondo. Nel 1427 andarono a Milano Francesco Brenzoni e Filippo Regini canonico, veronesi; e in quell'occasione ci fu scambio di lettere affettuose tra Guarino e il Capra.
179.Guarino allora interpose l'arcivescovo perchè gli ottenesse da Giovanni Corvini un Macrobio; ma l'interposizione non giovò a nulla; il Corvini era stato battezzato dal Capra per un'arpia, poichè accumulava codici senza farne parte agli amici. Nè era stato quello il primo tentativo di Guarino per aver codici dal Corvini, specialmente un Gellio e un Macrobio, ai quali fece l'amore parecchio tempo. Avea già interposto il Casati, un milanese, conosciuto nel 1419 per mezzo del Maggi, avea interposto lo Zilioli, ma sempre inutilmente. Da ultimo Guarino cercò di mettersi in corrispondenzadiretta col Corvini e ciò fece nel principio del 1428, prestandogli un proprio codice. Ma il Corvini anche questa volta duro; sicchè Guarino ebbe ragione di risentirsene e dargli dello scortese, giurando che non gli presterebbe più codici.
180.Giovanni Corvini era nativo di Arezzo, donde partì presto per Milano e ivi entrò al servizio del Visconti come segretario. Morì nel 1438. Aveva buoni rapporti con gli umanisti fiorentini, quali il Niccoli, il Traversari, e coi milanesi, soprattutto col Barzizza, che fu institutore di uno dei suoi figliuoli. La passione predominante del Corvini era raccoglier codici, dei quali possedeva già una rilevante collezione sin dal 1412, p. e. un Epistolario ad Attico, una commedia latina a noi ignota e quel Gellio e quel Macrobio, a cui dava la caccia Guarino.
181.A Milano in quel tempo veniva su un forte ingegno, che spiegò grande operosità nel campo politico e nel campo letterario: Pier Candido Decembrio, nato nel 1399 a Pavia. Ivi bambino dai tre ai quattro anni aveva ricevuto le carezze di Manuele Crisolora, che insegnava a Pavia nel 1400-1403. Nel 1413 il padre Uberto faceva pratiche per collocarlo presso la curia pontificia, ma preferì poi di metterlo al servizio del duca Filippo Maria Visconti; morto il Visconti, il Decembrio passò nella curia. Negli anni 1420-1430 le relazioni del Decembrio si fecero estesissime. Corrispondeva con Ogniben Scola, che stava a Pinerolo, con Gerardo Landriani vescovo di Lodi, coi Bossi di Como, con Feltrino Boiardo di Ferrara, col Loschi a Roma, con Galasso Correggio e Tommaso Cambiatore a Reggio, con Carlo Fieschi e Giovanni Stella a Genova e col De Marinis arcivescovo di quella città, coi Medici, col Niccoli e col Bruni a Firenze. Non parliamo dei letterati e uomini di stato del circolo milanese, come Zanino Ricci, Guarnerio Castiglioni, ilBecchetti, Cambio Zambeccari, Antonio da Rho, il Capra, il Barzizza.
182.Nel 1425 strinse rapporti anche con Francesco Barbaro e con Guarino. Nell'ottobre di quell'anno il Decembrio andò a Venezia, a trattare con la Serenissima un acquisto di vettovaglie per Milano. Contava egli di visitare a Vicenza il Barbaro e a Verona Guarino; ma la partenza da Venezia fu affrettata e le due visite non furono fatte. Ciò non tolse al Decembrio, tornato che fu a Milano, di scrivere all'uno e all'altro e stringere per lettera quell'amicizia, che non aveva potuto personalmente. Guarino corrispose volentieri all'invito e da buon maestro correggeva gli errori di greco delle lettere del Decembrio, il quale allora moveva i primi passi nella conoscenza di quella lingua.
183.Sulla fine dello stesso anno andarono ambasciatori a Venezia anche il Corvini e il Barzizza. Il Barzizza intendeva parimenti di fermarsi a Verona a salutar Guarino, ma ne fu impedito pur esso. Glie ne scrisse un paio d'anni più tardi, chiedendogli scusa, nella occasione che gli raccomandava Francesco Mariani, suo allievo, il quale si recava a studiare il greco da Guarino. Il Barzizza stava a Milano sin dal 1420, come professore di retorica. Ivi nel 1422 rese un gran servizio alle lettere, decifrando e dividendo in capitoli le opere retoriche di Cicerone trovate a Lodi dal vescovo Landriani. Il codice fu portato al Barzizza a Milano da Giovanni Omodei; il Barzizza lo fece esemplare dal cremonese Cosimo Raimondi. In quell'anno stesso Guarino mandò a nome degli umanisti veronesi il suo alunno Giovanni Arzignano dal Barzizza a trarre una copia del nuovo codice. Ma per allora non si potè ottenere che l'Orator. Solo più tardi, nel 1428, Guarino ebbe per mezzo del Lamola un apografo intero ed esattissimo dell'archetipo di Lodi. E un altro codice ebbe per mezzo del Lamola, il Macrobio cioè del Corvini. Il Lamola era a Milanodalla fine del 1426, in cerca di nuova fortuna. Ivi aveva trovato una occupazione presso Cambio Zambeccari e intanto si era messo in relazione con l'arcivescovo Capra e con altri illustri personaggi di Milano.
184.Avanti di andare a Milano il Lamola stava in Bologna, sua patria. Quando seppe nel 1419 che Guarino era passato a Verona, andò alla sua scuola, che frequentò sino all'ottobre circa del 1425. Così il Lamola diffuse a Bologna la fama del suo maestro e Guarino intrecciò vivo commercio epistolare con quell'antico e rinomato centro di studi. Assai vi contribuì anche la presenza in Bologna del Salerno, che fu podestà di quella città il secondo semestre del 1419, e si acquistò tanto la stima pubblica, che allo scader dell'ufficio gli venne riconfermato per un altro semestre, dal gennaio al giugno 1420, onore raro a concedersi. Una bella prova della nominanza che godea Guarino a Bologna l'abbiamo nell'offerta di una cattedra che gli fu fatta nel 1424 dai Bolognesi, i quali del resto non si perdettero di coraggio al primo rifiuto e rinnovarono qualche tempo dopo, verso il 1430, l'invito per mezzo di Alberto Zancari amico di Guarino; ma anche la seconda volta rifiutò.
185.Bologna nel tempo che Guarino insegnava a Verona presenta un vivace e molteplice movimento di operosità letteraria. Non ultima fra le cause è la parte che vi presero l'arcivescovo Niccolò Albergati, liberal mecenate, e il suo segretario Tommaso Parentucelli, il futuro papa Niccolò V. Entrambi corrispondevano con gli umanisti di Firenze e cercavano codici. Ma lo scovatore era proprio il Parentucelli, che nei viaggi dell'Albergati nel 1427-1428 in Lombardia e a Ferrara, dove trattava la pace come intermediario fra Venezia e Milano, visitò chiese e monasteri in cerca di codici, p. e. il monastero di Nonantola sul territorio di Modena e quello di Pomposa presso Ferrara, la chiesa di S. Ambrogiodi Milano, la Certosa di Pavia, la cattedrale di Lodi. Scopritore e possessore di buoni codici era pure il Rinucci, segretario del veneziano Gabriele Condulmier, amico di Guarino, il futuro papa Eugenio IV e allora (1424) legato apostolico a Bologna. Troviamo a Bologna altra gente di minor levatura, p. e. tra il 1424 e il 1425 Berto Ildebrandi, Andreozzo Pierucci senese, frate Andrea da Rimini, Giovanni da Luni, Antonio grammatico, Giovanni Toscanella, un antico scolaro di Guarino a Firenze, Tommaso Pontano, suo scolaro di Verona.
186.Un novello impulso fu dato agli studi in Bologna dalla venuta dell'Aurispa. Egli tornava da Costantinopoli col seguito dell'imperatore. Si fermò con lui a Venezia, a Verona, e con lui andò a Milano, dove si trattenne sino al giugno del 1424. Di là prese la via di Bologna. L'Aurispa giungeva coi suoi trecento codici greci, con l'aiuto dei quali sperava di carpire da qualche città, p. e. da Firenze, un grasso collocamento. Egli era esperto mercante di codici e sapea trarre il maggior profitto possibile dalla sua merce. Però le trattative con Firenze gli andarono fallite, almeno per il momento; intanto dovette acconciarsi ad accettare una cattedra di greco a Bologna. Guarino, che nel febbraio 1424 lo aveva conosciuto a Verona, nel febbraio dell'anno dopo, di ritorno dal Tirolo, gli scrive congratulandosi dell'onore che gli avevano reso i Bolognesi. Le pratiche con Firenze ebbero miglior esito nel 1425; infatti nel settembre dell'anno stesso l'Aurispa partì per quella città, dove aveva ottenuto la cattedra di greco.
187.Prima che l'Aurispa lasciasse Bologna, vi capitò Antonio Panormita, lo studente girovago, che dopo aver peregrinato per Firenze, Padova, Siena, veniva a piantar le tende a Bologna. Con l'Aurispa erano conoscenze vecchie; ivi rinnovarono l'amicizia, e il poco tempo che stettero insiemelasciò traccia in alcuni epigrammi all'Ermafrodito, al quale il Panormita dava allora gli ultimi tocchi.
188.La pubblicazione dell'Ermafroditoa Bologna nel gennaio del 1426, se pure non uscì qualche mese prima, fu uno degli avvenimenti più memorabili di quei tempi. Le poche voci, che in sul principio gridavano allo scandalo, rimasero coperte dal coro universale degli applausi, che partivano dagli umanisti spregiudicati, ammiratori della forma disinvolta e facile e avidi di quelle nudità pagane, che aveano gustate in Ovidio, negli epigrammi di Marziale, nei Priapei e un pochino anche in Catullo. L'opposizione grossa e pericolosa sorse più tardi, quando, calmato il primo entusiasmo, i minoriti dal pulpito ebbero agio di scagliar l'anatema sul sacrilego libello. E dico anche opposizione pericolosa, intendendo quella che fu mossa al Panormita dal partito milanese, capitanato dal frate Antonio da Rho; poichè quel partito aveva una certa autorità e presso il pubblico e nella corte e a furia di punzecchiare scosse la posizione del Panormita in Pavia.
189.L'araldo dell'Ermafroditofu il Lamola, che lo spedì a Guarino ad insaputa dell'autore stesso, e poi andò a Roma a diffonderlo tra gli umanisti della corte pontificia, dove lo lessero subito il Loschi, il Poggio ed altri. Guarino, l'uomo dei severi costumi, il paladino del matrimonio, l'esatto osservatore delle pratiche cristiane, divorò quegli epigrammi, dove si predicava tutto il contrario di ciò che egli sentiva e professava, e ne fece propaganda a Verona. Il giudizio che ne diede nella lettera al Lamola è rimasto famoso, possiamo dire, quanto l'Ermafroditostesso.
190.Egli ammira la dolcissima armonia del verso, la spontaneità della dicitura, la naturalezza della frase, la scorrevolezza del periodo. Ma il componimento è lascivetto e alquanto procace. «E che forse per questo si dovrà scemarlode all'ingegno del poeta? Apelle e gli altri pittori dipinsero nude certe parti del corpo che devono star celate: meritano perciò minor lode? Non ammireremo la valentia di un artista, anche quando ci ritragga al vero e maestrevolmente un verme, una biscia, un topo, uno scorpione, una rana, una mosca, che pur sono bestie poco simpatiche, anzi moleste? Io per parte mia lodo il poeta e applaudo al suo ingegno e mi diletto dei suoi motteggi, faccio buon viso alle piacevolezze e approvo quella petulanza, che sa di postribolo. Del resto io mi rido delle prediche di certi sciocchi, i quali non vedono salvezza all'infuori delle lagrime, dei digiuni, dei miserere e non sanno che altro è vivere altro è scrivere. Io do retta invece al mio illustre compatriota Catullo, che ne sa qualche cosa più di loro e che dice chiaro e tondo, come l'onestà e la decenza si deva cercare nel poeta e non nei versi, i quali anzi dilettano, quando siano un tantino lascivi e solleticanti. E Catullo era pagano. Prendete un cristiano, S. Girolamo, scrittore severissimo e casto e vedrete che anche egli adoperava frasi oscene, quali non adoprerebbe il più sfacciato libertino». Termina proclamando il Panormita, poeta siciliano, il redivivo Teocrito.
191.Da questo momento in poi si strinse tra il Panormita e Guarino un'amicizia che durò, meno qualche piccola musoneria, cordiale e inalterata. La corrispondenza tra i due umanisti si fece subito frequente e il Panormita mandava codici a Guarino, come un Erodoto e un Cornelio Celso. Di Celso pare sia stato il Panormita lo scopritore. Certo lo pubblicò Guarino per il primo nel 1426 e l'ebbe da Bologna per mezzo del Panormita e del Lamola. In ricambio Guarino fornì loro le notizie fresche fresche delle strepitose scoperte fatte da Niccolò da Cusa in Germania, tra le quali nientemeno che laRepubblicadi Cicerone, che si risolse poinelSomnium Scipionis. Niccolò da Cusa, il futuro cardinale, era più conosciuto allora come Niccolò da Treviri; aveva accompagnato, ventiquattrenne appena, nel 1425 in qualità di segretario il cardinale Orsini nella sua legazione di Germania e avea scoperto a Colonia un gran numero di codici: dicono ottocento.
192.Negli anni 1426-1428 con la società del Panormita a Bologna c'era oltre il Lamola anche Bartolomeo Guasco, altro scolaro e maestro girovago, che fece il mercante in Sicilia, poi il diplomatico, indi il professore e finalmente di nuovo il diplomatico e che conosceva gli umanisti bolognesi e fiorentini. Degli umanisti fiorentini parlò al Panormita il Barbaro, passato da Bologna nell'ottobre del 1426, di ritorno da Roma. In quell'occasione il Barbaro avea riconciliato a Firenze il Niccoli e il Bruni. Nel 1427 si trasferì da Venezia a Bologna la famiglia Tegliacci e con essa l'institutore Martino Rizzoni. Al Rizzoni Guarino volea far conoscere il Panormita, affinchè d'accordo gli procurassero un Prisciano, di cui era in possesso Alberto Zancari; ma a quell'ora il Panormita non stava più in Bologna, essendo partito per Firenze e Roma. Il commercio epistolare col Rizzoni è sempre frequente; egli teneva informato Guarino delle novità bolognesi e scambiava con lui notizie letterarie. Un bel giorno venne la malinconia al Rizzoni e volea farsi monaco. Guarino glie ne scrisse, non proprio dissuadendolo, ma dandogli a capire che ci pensasse bene e che prima passasse parola con lui.
193.Il Rizzoni si trovò a Bologna col Filelfo, che vi era arrivato sin dal febbraio 1428, passando per Ferrara, dove raccomandato da Guarino fece conoscenza di quei signori e letterati e vi lasciò tanto buona impressione, che nel 1429 lo invitarono ripetutamente a insegnare colà. L'anno 1428 egli ottenne un collocamento a Bologna, peril quale sin da Venezia aveva fatto premure presso Guarino. Quando Guarino seppe dal Rizzoni, che il Filelfo si era collocato a Bologna, se ne compiacque, ma gli rincrebbe che avesse accettato l'offerta per un solo semestre. Non gli sembrava nè decoroso, nè vantaggioso. Addebitava al Filelfo, pare, un po' troppo di fretta. «Con un collocamento così precario non guadagna nè il professore nè l'insegnamento». Ma il Filelfo aveva altre mire: egli mirava a Firenze che, partito l'Aurispa, ricco di codici ma piuttosto povero di scienza, scorgeva nell'ingegno vasto e poderoso del Filelfo un ottimo acquisto per il proprio Studio. E infatti nel 1429 il Filelfo andò professore a Firenze.
194.Più che mai intimi sono i legami di Guarino coi letterati e la corte di Ferrara. Guarino avea colà molti conoscenti, come Federico Spezia, Stefano e Lelio Tedeschi, Giovanni Coadi, i cavalieri Alberto della Sale e Feltrino Boiardo, Ugolino Elia, Niccolò Pirondoli, col quale ultimo scambiava semi di ortaglia e di piante. «Desidero come pegno di amicizia che le tue piante allignino qui da me, in modo che col loro fiorire e crescere fiorisca e cresca l'amor nostro e invecchiando verdeggi e verdeggiando invecchi. Consegnerai al latore della presente alcuni noccioli di pesche duracine, ma badiamo bene! di razza genuina e degni del donatore. Me li hai promessi e so dall'altra parte che sei esperto coltivatore. È giusto poi che come dai miei orti sono partiti semi e piante a colonizzare i tuoi, così ne partano dai tuoi a colonizzare i miei. In tal guisa le pesche venute qui dal suolo ferrarese potranno ripetere quella sentenza platonica (riferita da Cicerone): noi non siamo nate solo per noi, ma anche per la patria e per gli amici. E poichè tu sai ben coltivare i campi, devi anche imitarli (come dice nuovamente Cicerone) nel rendere che essi fanno il cento per uno. Vi aggiungerai anche dei semi di finocchio».Come si vede, due citazioni ciceroniane in proposito di semi.
195.Fra tutti i Ferraresi i più assidui corrispondenti sono Ugo Mazzolati e lo Zilioli. Il Mazzolati era intimo di Guarino sin da Venezia; ora le relazioni diventano più cordiali e il Mazzolati tiene informato il suo illustre amico veronese di ciò che avviene a Ferrara, come della nomina dello Zilioli a consigliere del principe e degli scandali a corte, p. e. la decapitazione della Parisina e la fuga di Meliaduce, figlio del marchese; lo mette in relazione coi letterati che capitano a Ferrara, come col Biondo, che alla fine del 1422 mandava per mezzo di lui a Verona ilBrutusdi Cicerone; gli invia qualche codice da emendare, come un Gellio, uno Svetonio; gli regala delle penne d'oca, di cui andava rinomata Ferrara, non fosse altro per indurlo a scrivere più spesso; gli fa presente di pesci delle paludi ferraresi per la quaresima. «I tuoi pesci, gli risponde Guarino, mi sono arrivati quali messaggeri della imminente quaresima e mi hanno avvertito che purtroppo i giorni della baldoria sono finiti e che bisogna mutar dieta e sistema di vita, pensando un poco anche all'anima e tenendosi a stecchetto col mangiare. Anzi a rendere gli onori di casa ai tuoi illustri messaggeri ho destinato della gente non meno illustre, p. e. un Cicerone, un Fabio, un Lucio, un Lentulo, un Macrobio, un Cornificio, così saranno in buona compagnia».
196.Ma venne il giorno funesto che troncò questo legame di gaia e schietta amicizia: nella prima metà del 1427 il Mazzolati morì. «Perdita per me gravissima, chè era egli onest'uomo e fedelissimo amico, il quale in me amava un figliolo, venerava un padre, rispettava un maestro e io ho perduto in lui un padre, un figlio, un discepolo. Mi conforta però che egli tal morì qual visse. E chi infatti visse, più retto, più liberale, più fedele del mio Ugo? Ci è datrarre un ammaestramento da questa morte: che noi dobbiamo trovarci pronti al fatal passo, poichè da un momento all'altro siamo esposti a perire. Il mio Ugo io lo amai vivo e lo amo morto».
197.L'altro grande amico ferrarese di Guarino era lo Zilioli, consigliere intimo del marchese d'Este fin dal 1422. Egli era sempre a fianco del signore, di cui Guarino lo chiama «il fido Acate». Nel 1426 mandò a scuola a Verona i due figli minori Paolo e Bonaventura. Il figlio maggiore Ziliolo studiava a Ferrara, dove si dottorò in legge nel 1427 insieme col suo fedel compagno Ugolino Elia, altro corrispondente di Guarino. I due figli minori arrivarono a Verona nel 1426. Fu loro dato per aio un Antonio da Orzinovi, chiamato il Bresciano, che prima era stato copista a Padova e di là nel 1424 andò a Verona da Guarino. Furono poi raccomandati specialmente alle cure della Taddea, e in tal modo fra la Taddea e le donne di casa Zilioli si strinsero legami d'affetto; e le Zilioli mandavano spesso regali alla famiglia Guarino. «Abbiamo per legge d'amicizia, scrive egli allo Zilioli, tutto in comune fra noi; mancava che mettessimo in comune i figli, che come per nascita sono tuoi, così per adozione saranno miei. Io li abituerò a vivere socraticamente, cioè con poco cibo e alla buona. Ma il meno che darò loro in cibo lo compenserò in tanta maggiore istruzione e dottrina, acciocchè te li restituisca più buoni e più dotti di quando me li hai affidati».
198.Fra gli amici di Guarino, che in questo periodo di tempo andarono a Ferrara o vi passarono, notiamo il bolognese Zancari e il Panormita, che visitarono Ferrara, questi nel principio del 1427, raccomandato e presentato da Guarino, quegli nel principio del 1428. Vi passò Mariotto Nori quando tornava nel 1426 a Firenze; vi passò il Filelfo nel febbraio del 1428, diretto a Bologna. Il Biondo vi passòalmeno due volte: la prima nel decembre del 1422, la seconda nel principio del 1428. La seconda volta egli avea con sè la famiglia; pare perciò che vi si sia trattenuto a lungo. In questa occasione tanto il Biondo quanto lo Zilioli trattavano con Guarino per trovare un maestro a Meliaduce figlio del marchese. Lo Zilioli aveva suggerito una persona, ma Guarino ne lo sconsiglia con frasi risolute; non sappiamo a chi si alludesse. Piuttosto credo che Guarino abbia messo innanzi il nome dell'Aurispa e si combina infatti che l'Aurispa si stabilì in quel tempo a Ferrara e che appunto poco dopo fu nominato maestro di Meliaduce.
199.Tutta questa intimità e questi vincoli con Ferrara contribuirono non poco a trarvi colà Guarino. Mancava solo una occasione ed essa venne con la pestilenza. Guarino cercava un rifugio e gli fu offerto a Ferrara. Egli accettò; ma c'era in lui l'intenzione di abbandonare Verona? Probabilmente non avrebbe saputo dirlo nemmeno lui stesso. Di Verona egli non si poteva lagnare; vi era anzi amato e gli dispiaceva staccarsene. Senonchè una volta messo il piede in Ferrara, si trovò quasi senza volerlo attratto nell'orbita di quell'astro maggiore; e Verona rivide il suo Guarino come cittadino e come amico, non lo riebbe più come insegnante.