Chapter 8

«Amica carissima,Ti attendo oggi alle due per abbracciarti e darti la spiegazione di quanto accadde ieri. Intanto non accusarmi. Troverai al primo scalo del porto una lancia delyachtche ti condurrà a bordo. Vieni.Ninì Montelmo Helvellyn.»

«Amica carissima,

Ti attendo oggi alle due per abbracciarti e darti la spiegazione di quanto accadde ieri. Intanto non accusarmi. Troverai al primo scalo del porto una lancia delyachtche ti condurrà a bordo. Vieni.

Ninì Montelmo Helvellyn.»

Risalii e tracciata su un biglietto di visita una laconica frase d'assenso, consegnai il biglietto al marinaio. Poi, andai a messa coi miei bambini. Ogni tanto, quando n'era d'uopo, accennavo loro di non distrarsi. Ma; Dio mi perdoni; quanto ero, in cuor mio, più distratta di loro!...

***

Ci vado ripensando ora e mi par tutto un sogno la gita sulquaisino allo scalo indicato, la elegantissima lancia che mi attendeva cogli otto marinai in bianco, il breve tragitto per l'azzurro del porto sino alyacht... il battere quieto dei remi e quello tempestoso del mio cuore, la visione di Ninì, curva sulla balaustrata della tolda. Mi aspettava, ed io non vidi più che lei. Salii, posi piede sul cassero. Ella mi porse dapprima una mano, poi ci abbracciammo forte, per impulso reciproco, con un'emozione stranissima, con un subito febbrile ritorno atuttoil passato. Ella mi disse rapidamente: vieni, e s'ingolfò per la prima nella scaletta che calava sotto coperta. Le tenni dietro, come se mi avesse trascinata per mano.

Eravamo sotto coperta, a prora, nel suo salottino privato, in mezzo a un mondo di splendidi cose ch'io non guardava. Ricordo solo le ampie sfuggite di luce e d'azzurro che concedevano allo sguardo i vani delle tre finestrineaperte dal lato del largo, di fronte all'immenso orizzonte acqueo. Pareva d'essere in alto mare. Le onde, appena sommosse da un leggero venticello, danzavano carezzevoli attorno alla carena, gettando all'interno una tremula sequela di riflessi dorati e un mormorio festevole d'acqua in pace, cui teneva bordone il gaio e perpetuo sbattere, quasi musicale, di certi freschi cortinaggi di tela russa, calate a mezzo sulle finestrine e sempre accartocciati dalla brezza.

Non rammento altro delle cose esterne. Vedevo solo Ninì e la guardavo con un senso angoscioso, indefinibile della sua dissomiglianza colla Ninì di un tempo. Era bionda ora, ed io l'avevo lasciata castana. Doveva essersi continuamente incipriata, pensai perfino all'auro-come. Era pettinata con una foggia speciale, bizzarra, che le stava bene, ma non somigliava più alla sobria forma greca della testina di Ninì fanciulla. Il personale era bellissimo, maestoso, e il vestire aiutava visibilmente l'effetto, tendente al matronale. Il continuo uso della lingua inglese aveva dato alle labbraun non so che di più energico, di più serrato, ma il sorriso tornava ogni tanto all'antica, indimenticabile espressione. Ninì si teneva in un'attitudine speciale che nulla aveva di manierato e neppure di acquisito, eppure, cercando nei miei ricordi, non trovavo quello di questa attitudine. Essa era nuova per me.

— Siamo sole — mi disse Ninì. — Alcuni amici di mio marito sono venuti a prenderlo stamane e lo hanno condotto a Cannes. I bambini sono a terra e torneranno più tardi. Perchè non hai condotto i tuoi? Parlami di loro, del tuo passato.

Le parlai di tutto ciò a lungo, a cuore aperto. Quando ebbi finito, ella mi prese le mani, le strinse con dolcissimo affetto e mi disse sorridendo: — Cara, sei sempre la stessa!

Le resi la sua stretta con effusione, e stavo per dirle qualcosa, ma m'interruppi a un tratto, sentii quanto ciò che ero per dirle non fosse vero. Ella comprese, mi sorrise ancora e mi disse: — No, è inutile. Sono un'altra persona, ora, lo so. — Poi sussurrò: — Ti ricordi di ciò che ti dissi un giorno della Metempsicosi?

— Se mi ricordo? Ma fu la prima volta che venni da te, Ninì, e...

Ella m'interruppe.

— Non chiamarmi più Ninì. Mi ha fatto tanto male, ieri, l'udire quel nome, il male che si prova udendo il nome d'una persona morta. Sai come mi chiamo ora?

Mi fissava, interrogandomi stranamente, con un'angoscia nello sguardo.

Perplessa, sgomentata all'estremo, tacqui.

— Mi chiamo Grace, — disse Ninì tranquillamente. — Sono lady Helvellyn. Ma prima, un tempo, mi chiamavo Mrs Alloys, Grace Alloys.

Tacque. Le guardai gli occhi; non recavano traccia alcuna di follìa. Erano pensierosi, profondi; nulla più.

***

— Ho bisogno di dirti tutto, — mi disse tranquillamente. — M'intenderai o no; ma ad ogni modo mi crederai. Ci sono dei momenti in cui la percezione delle cose non è esatta in noi stessi e si ha bisogno di dire a qualcuno: — Ditemi,ve ne prego, dormo o son desta? — Questo momento venne ieri per me, quando ti vidi e ti udii. Fu come una voce nel sepolcro. Ed egli non doveva avvedersi di te, nè che alcuno chiamasse, al suo fianco, Ninì Montelmo.

Poi, prese a narrare.

L'ascoltavo. La sua voce aveva un accento speciale e melodioso. L'ora era calda, il sole sfolgorava sul mare. Provavo un vago ritorno all'impressione snervante, semi-assopente dei meriggi orientali.

***

«Quando morì, la mia povera vecchia nonna, compresi una seconda volta che non bisogna discutere l'amore. Questo imparai, quando mi trovai sola, senza ilsuoaffetto. Credetti giunto il tempo di provvedere a me stessa, mercè gli studi fatti. Ma le difficoltà sorgevano inattese, impensate, ed io tentavo di ritemprarmi nella violenza stessa di quegli urti, quando divenni erede di un ricco patrimonio. Non fu una gioia per me, nè, ritengo, un vero beneficio.Le acerbe sensazioni della lotta mi attiravano, erano favorevoli ai miei segreti orgogli. Sia come vuolsi, certo è che nell'ozio, nel vuoto, nellafacilitàdella mia nuova vita, il verme roditore si ridestò.

Ero sola ormai, colla mia libertà, colle ricchezze che tutti m'invidiavano ed alle quali agognavano parecchi.

La società si ravvedeva, tornava a sorridermi, immemore delle spietate lezioni che mi aveva inflitte un tempo. Ma io le rammentavo. Senza rancore, però, con un vago convincimento che non tornava conto di soffrire anche per ciò. Risolsi di viaggiare, colla speranza che una vita attiva, svagata, intellettuale, sarebbe forse stata giovevole a liberarmi dal mio sciagurato amore per Alano Spear.

Perchè quell'amore era un'angoscia, una fiera ed incessante angoscia. Così, come mi aveva presa, incrudeliva meco. Soffrivo di quell'amore in cento modi e nei modi più contradditori. Alcune di quelle sofferenze m'erano ignote nell'indole propria, non ne conoscevola fonte.... ne soffrivo ciò nullameno. Tutto mi mancava colla sua mancanza, tutto era vano ed enigmatico. Invano cercai di ubbriacare il mio spirito colla contemplazione dei tesori dell'arte. Lo spirito non si poteva scompagnare dal cuore, già immerso nella grande ebbrezza dell'amore. Ricordati; non avevo altri al mondo da amare. Egli era per me, esclusivamente, universalmente: l'amore. E ora, nel grande vuoto, egli tornava, si riaffermava, tornava ad essere l'unicoperchèdella vita!... Allora... mi pentii.»

Tacque un istante e un pallore si stese sulla sua fronte.

Sì, quella donna doveva aver sofferto!... Era stata punita acerbamente dell'orgoglio suo.

Proseguì.

«Lottavo, sai?... lottavo gagliardamente. Evocavo di continuo, per darmi ragione, l'immagine di quella donna. Ma essa non mi salvava più... ora! Aveva scatenata l'effimera tempesta, bastevole per mandare a picco la mia felicità, ma che non bastava a spegnere l'incendio del mio amore. Avevo tutto sacrificato.Avevo creduto di esser stata forte, mi accorsi d'esser stata vile, nulla più, di aver sacrificato un amore vero ad un fantasma vano. Ma era tardi.

Viaggiavo con una dama di compagnia, vero automa di rispettabile nullità. Percorrevo sbadatamente le più belle città dell'Europa, senza accalorarmi per nulla. Ero infelice, stanca di tutto, oppressa da un'uggia malsana e crudele. E lo amavo sempre, assai più di prima!

M'era balenato un pensiero: chiudermi in un convento e consacrarmi tutta a qualche grande opera di beneficenza. L'avrei forse fatto, se non avessi letto in un giornale, per mero caso, che sir Alano Spear aveva persa la vista, in seguito ad un accidente di caccia. Allora, presi una risoluzione; mi recai in Inghilterra, andai dalla madre dell'uomo che amavo, le dissi tutto... le offersi di sposare suo figlio. Ell'era presso a morire... accettò. Egli pure, forse per farle cosa grata. Ci sposammo al letto di morte di quella povera donna.»

— E fosti felice? — chiesi con impeto.

— Per qualche tempo, sì. Assolutamente felice. Quell'uomo era mio!... Quel cieco mi apparteneva. Poi, a un tratto, divenni ancora gelosa di lei, di quella morta.

Ella mi perseguitava sempre. Il fantasma si vendicava, tornava, si metteva fra noi due. Io era gelosa di Mrs Alloys.

— Ma come, perchè? Egli dimostrava... accennava forse...?

— No, nulla giustificava apparentemente il mio sospetto. Non era forse che una suggestione del mio demone famigliare, il sesto senso. Ma l'antico terrore tornava a dilaniare il mio cuore.... ch'egli potesse amare soltantolei.

Come combattere nella tenebra? Il mio sguardo non giungeva ad indagarne il fondo, non era in poter mio afferrare le immagini che passavano dietro le spente pupille di mio marito. Lo studiavo con un'attenzione cupida e febbrile. Studiavo le sue immobilità pensose, i suoi silenzi, i suoi pallori, scrutavo l'animo suo nelle sue parole, nei suoi gesti, origliavoa volte, durante i suoi sonni, in attesa della parola inconscia che può tradire il sogno. Nulla mi sfuggiva d'ogni incidente dell'anormale tenor di vita, dovuto alla sua infermità. Un giorno, la sua mano si posò lenta, esitante sul mio volto. Lo chiamai per nome, egli mi accennò con un gesto, quasi involontario, di tacere. Tremai.

La mia parola turbava forse un sogno del suo pensiero, un ricordo, l'immagine che non era la mia?

È terribile, amare un cieco ed esserne gelosa! È una delle più crudeli e difficili posizioni della vita. È sì strana, sì cupa la sensazione che si prova, scrutando il volto privo di luce, di quella luce al chiaror della quale l'animo si svela e si tradisce. È una notte anche per noi e invano, brancolando, cerchiamo di orizzontarci. Mi dibattevo io pure, nell'oscurità di Alano! Unico conforto mio era quello di giovargli!

Ma se invece fossi per lui un tormento, se nelle lunghe visioni della sua cecità egli vedesse un'altra... non me? Ed io l'amavo... non avrei potuto vivere senza di lui...

L'interruppi:

— Ma tu non chiedesti, non cercasti di sapere?...

— No... Fui cento volte sul punto di farlo, cento volte mi trattenne un'invincibile esitanza. L'ultima rivincita cui non volevo rinunziare era appunto questa: il dubbio... la possibilità che non fosse!. Credevo d'aver ucciso il mio orgoglio, ma esso aveva d'uopo, per morire davvero, di una ferita più profonda. Non tardai a toccarla.

«Un giorno, mi venne tra le mani una romanza per canto che l'autore aveva dedicato a Mrs Alloys e che recava sul frontispizio il ritratto della celebre cantante. Era una semplice ballata irlandese ch'ella eseguiva di frequente nei suoi concerti e che incontrava sempre il favore del pubblico. Studiai la romanza di nascosto, coll'aiuto d'un maestro di canto il quale aveva udita più volte Mrs Alloys. Attonito della somiglianza della voce di lei colla mia, egli m'insegnò a cantare quel pezzo, come soleva cantarlo la donna che tanto aveva torturato l'animo mio. Si valsedel suo metodo, mi apprese ad imitare i suoi effetti. Allora tentai la prova... rammentando la strana ammirazione che Alano aveva avuta, a Firenze, per la mia voce.

Un giorno, mentre eravamo soli, mi posi improvvisamente al piano e cantai quella romanza, come l'avevo imparata.

Vidi mio marito trasalire dapprima; poi, con un impulso subitaneo di volontà, frenare il tradimento di quel fremito. Vidi alcune goccie di sudore imperlare la sua fronte, mentre le palpebre calate si dilatavano come in un disperato sforzo per spalancarsi.

Continuai a cantare; mentre sentivo il cuore morirmi in seno... Egli s'era calmato, un vago sorriso d'estasi errava sulle sue labbra.

Quand'ebbi finito mi alzai, mi feci accanto a lui e gli presi la mano, in silenzio. Egli alzò la mia mano a livellò delle sue labbra e lentamente, con dolcissima passione.... la baciò.

Io non parlai... per una vaga pietà del suo sogno, poi perchè nulla irrompesse della confusa bufera d'odio che si scatenava nell'animo mio!»

Lady Helvellyn tacque, strinse le mani una nell'altra. Forse soffriva ancora, al solo ricordo della tortura di quel momento.

— Da quel giorno, — continuò dopo un istante — cominciò la mia aperta lotta col fantasma di Mrs Alloys. Come Giacobbe coll'angelo, lottavamo in silenzio, nella notte, nella sua notte, contendendocene il possesso. M'intendi?

Assentii, chinando gravemente il capo. La intendevo allora, in quel luogo, in quel momento.

Ella proseguì:

— La mia rivale fu più forte di me.... mi vinse. Forse lo credetti soltanto, forse tutto ciò non era che un sogno febbrile del mio amore. Sia come vuolsi, io credetti che nella tenebra di Alano ella imperasse, escludendomi. Per qualche tempo giacqui in un'inerte disperazione. Poi pensai ad andarmene, a scomparire. Ma egli si era abituato alle mie cure. Aveva bisogno di me. Io non avevo ancora avuti figliuoli. Ora nell'amoreverodella donna c'è sempre qualcosa della madre... nevvero?

Assentii di nuovo. Poichè così è veramente, per quanto sembri strano ed incredibile.

— Egli era cieco, aveva d'uopo di cure amorose, aveva d'uopo di me. Rimasi al suo fianco, con una pietà infinita di lui. Forse egli pure lottava, nell'isolamento della sua notte... Ammalò in quel tempo e temetti di perderlo. E allora fu che per la prima volta balenò nella mia mente un'idea, l'idea d'incarnarmi nella sua illusione, di risuscitare per lui in quella morta, alla quale non avevo saputo sostituire me stessa...

Le afferrai violentemente la mano.

— Tu?... — gridai — tu?

— Io... — rispose sorridendo e con volto dolce, indulgente. — Povera Ninì Montelmo, nevvero? Dapprima, non voleva morire. Si ribellò a lungo. La sua agonia fu lunga, stentata. Rammenti quanto era tenace, vigorosa in lei la vita personale... il sentimento del proprio essere? Pure, acconsentì...

— Ma come? — interruppi con impeto — come hai potuto...

— Non me lo chiedere.... Lo ignoro. Questo so, che raggiunsi lo scopo, perchè lo volli,perchè amavo Alano, perchè lo volevo felice, a qualunque costo.

Successe una pausa. Ella anelava alquanto. Ma subito proseguì:

— Volevo una completa metempsicosi. Volevo diventar lei... quella morta. Non mi limitai a rappresentare il personaggio, una parte di commedia non sarebbe bastata. Bisognava che mi tramutassi nell'esser suo, quale era stato. Recisi della mia vita tutto ciò che non era il mio intento, non pensai più al paese, al passato, agli affetti di Ninì Montelmo. Acquistai quanti ritratti potei trovare di quella donna, la copiai nelle sue acconciature un po' eccentriche, ne' suoi gesti, nelle attitudini descrittemi da chi l'aveva conosciuta. Lessi, rilessi, studiai a mente tutte le sue biografie, quanto i giornali avevano pubblicato sul conto suo. Seppi di una governante, vissuta lunghi anni con lei, e tanto feci ch'ella venne ai miei servigi. L'aveva molto amata. Grace Alloys era una di quelle donne che, anche senza volerlo, si fanno amare universalmente. Dall'affetto che le aveva poetato quella donna, daisuoi minuti e garruli ricordi, io ebbi tutte le nozioni giovevoli al mio scopo, essa fu il mio pubblico di prova, quando volli tentare il primo effetto della mia metempsicosi. E il giorno in cui ella, guardandomi attonita, commossa, mi disse che le rammentavo tanto la sua povera signora, quel giorno trionfai e piansi... piansi a lungo.

— E tuo marito — chiesi — non s'avvide?...

— No, non s'avvide. Guarì, e mi parve che a misura ch'io m'addestravo alla mia nuova parte, egli fosse più sollevato, meno oppresso dalla sua sventura. Cantavo di frequente ed egli me ne pregava talvolta. Osservai che a poco a poco egli tralasciò di chiamarmi per nome; diceva semplicemente: mia cara. Il nome di quella donna non varcò mai le sue labbra, ma egli non parlava mai dell'Italia, nè delle circostanze del nostro matrimonio. Gradatamente, tutto ciò che riguardava il passato venne meno nelle sue parole. Vidi che l'illusione sorgeva tacita, insinuante, attorno a lui... che lo cullava delle sue segrete dolcezze. Avevo prese tutte le abitudini dellavita inglese, vivevamo con una grande intimità soli, nel solo presente, nell'orbita dell'illusione che entrambi alimentavamo, vivendola in silenzio, come in un sogno.»

La voce di lady Helvellyn s'era fatta debole ed inespressiva, pareva che ella stessa parlasse come in sogno e il suo sguardo aveva la fissità languida di quello di una persona che sta per addormentarsi.

Si scosse però tosto e un'espressione perplessa, quasi angustiata, mutò, ad un tratto, la sua fisionomia.

— Ci fu un tempo terribile, — proseguì — un tempo di mortale angoscia, dei giorni in cui, non ancora ben divelta dal mio primo ente, non riuscivo a penetrare che in parte nello spirito del secondo. Lo spirito mio oscillava spaventato fra quelle due frazioni, avverse, ostili una all'altra, di scissa personalità. Mi accadde talvolta, tant'ero presa all'amo della mia menzogna, di non sapere più precisamente chi io fossi... Ma non posso spiegarti tutto ciò... non posso...

Si torceva le mani, compresa del suono assurdo, incredibile delle sue parole. Pure io la credevo, allora, come noi donne crediamo a ciò che non possiamo intendere, per una misteriosa simpatia del solo sentimento.

Si calmò e mi sorrise.

— Ma quel tempo passò, e venne la quiete, il senso della mia entità di un tempo si assopì gradatamente in me e la ribellione si acquetò. Divenni madre e scordai il tempo in cui non lo ero stata. Le circostanze, l'ambiente, l'isolamento, tutto contribuiva a favorire la fantastica esistenza che ci eravamo fatta. La seconda delle mie bambine era alquanto delicata, i medici consigliavano l'aria di mare. Alano acquistò ilyachte volle chiamarloLux, dicendo che veramente in esso si conterrebbe la sua luce... Cominciammo a viaggiare, contenti di questa esistenza che perpetua ovunque il nostro isolamento e che giova alla salute di tutti noi. Da sei anni erriamo così... veri zingari dal mare. Egli non mi propose mai di navigare verso l'Italia. Nè io glielo chiesi. Ora andremo a visitare i porti della Scandinavia. Ed egli è felice... credo.

— E tu? — chiesi per un impulso irresistibile, pentendomi subito dell'indiscreta domanda.

Ma ella non parve trovarla tale.

— Io pure, — disse con fermo accento. — Mi sono fatta al mio destino, l'ho accettato in tutta la sua incredibile anormalità. Non ho rimorsi... Nè Dio, nè gli uomini potrebbero chieder più da una donna. Ho amato, e non a modo mio. Ti ricordi dei consigli che mi desti un tempo, d'esser docile, di amare come si può, non come si vuole? Ebbene, così ho fatto. Ho rinunziato alla mia ed ho assunta l'entità di un'altra persona, perchè il ricordo di questa persona era più caro di me stessa all'uomo che io amavo. Ti pare ora ch'io sia abbastanza semplice... elementare?

La guardai, ma non la vedevo bene; avevo gli occhi velati di lagrime.

— Perchè piangi? — mi disse con grande semplicità. — Sono felice adesso: l'amarezza della morte è passata. E, chiunque io sia.... eglimiama!

Ora aveva finito e si riposava. Mi alzai e mi feci presso ad uno dei finestrini. I piccoli spettri solari danzavano sempre sulla parete e le cortine si torcevano, folli e musicali, nella stretta del vento. Il Mediterraneo palpitava sfolgorante di sole, movendo verso la infinita luminosità dell'orizzonte celeste. Ed io pensai che più profondo, più luminoso, più infinito del cielo e del mare riuniti è talvolta l'amore.

Una voce risuonò sul ponte.

—Boat... ooh!

Lady Helvellyn si alzò e venne a raggiungermi. Le accennai una lancia che pareva dirigersi alla volta del yacht.

— I bambini — disse — ora li vedrai.

Suonò un campanello ed impartì alcuni ordini. Poco stante, si udì sul ponte un gaio brusìo di vocette infantili e un momento dopo la brigatella irruppe nel salotto, seguita da un piccolo stuolo di governanti. Tre amori di creaturine! Si aggrupparono attorno alla madre con visibile adorazione, ed ella me li presentò tutti e tre, con mal celato orgoglio.Poi chiese alle governanti dei loro diporti.

Parlava inglese, ora, un inglese stretto, genuino, che mi parve mutasse ad un tratto il suono stesso della sua voce. Sul suo volto non rimaneva traccia alcuna della recente emozione; era un'espressione al tutto calma, impassibile, quella che il giorno prima, al Cercle, mi aveva resa sì crucciosamente incerta. La persona aveva nuovamente assunta l'attitudine che non le conoscevo. Compresi che Lady Helvellyn era tornata, volontariamente o no, ad immedesimarsi della sua seconda esistenza. E, stranissima cosa, la mia stessa emozione si era calmata in quel frattempo, mi pareva di essere accanto ad una persona che avessi da poco conosciuta, quasi un'estranea. Pure, dopo un istante, ripensando intensamente a Ninì... la ritrovai in quella estranea.

Mi sentivo turbata, affaticata. Tutto ciò mi faceva male. Quella vicenda sì rapida, sì balenante d'impressioni urtate, stancava nervosamente il mio spirito, come la perpetuadanza dei riflessi acquei stancava il mio sguardo. Dissi che bramavo far ritorno a casa.

Ella non si oppose, ordinò che fosse approntato il canotto. All'ultimo momento, mentre eravamo sul cassero, presso la scala d'approdo, ella si chinò al mio orecchio, e mi susurrò una strana parola:

— Scordami.

Ma poi, con subito impeto appassionato, mi strinse al seno, in un veemente abbraccio. La sua mano afferrò un lembo della mia giacchetta, come se volesse trattenermi, il suo sguardo acceso, bramoso, mi avvolse tutta, mi afferrò, mi ricercò, m'impregnò di un'onda magnetica di rammarico, di scongiuro, d'incertezze folli... Fu un lampo. Lasciò andare la mia giacchettina, ci sorridemmo scambievolmente con un sorriso vago... come stanchissimo.

Scesi, e subito rivolsi il capo all'insù, per guardarla, per vederla ancora una volta. Ma ella aveva già lasciato il cassero.


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