Vecchia celia.
Il treno ripartì.
Sulla piattaforma della piccola stazione, la viaggiatrice, testè discesa da una carrozza di prima classe, rimase immobile, come incerta. Nessuno degli impiegati la conosceva. Era sola e non aveva bagaglio. Una borsa da viaggio ricchissima. Inglese, attillata la foggia della spolverina. Un ampio velo marrone le era calato sul volto non più freschissimo, ma fino ed affascinante. E, nel complesso della persona, come nel più minuto dei particolari, era in lei il marchio inimitabile della vera signora, la rivelazione di tutte le raffinatezze di un'esistenza finamente mondana.
Qualcosa pure, però, d'una stanchezza languida ed uggita.
S'avviò con lento passo verso l'uscita. Nel varcarla, chiese al bigliettario:
— Ci sarebbe una carrozza per recarsi in paese?
— Sì, signora. È venuto il vetturino. Guardi.
Davanti all'entrata esterna della stazione, stava infatti uno sgangherato calessino e un giovanotto sventolava, con un fazzoletto di cotone azzurro, i fianchi d'una vecchia cavalla, corsi da continui scotimenti nervosi, sotto le rabbiose punture delle mosche cavalline.
— Comanda, signora? — chiese alacremente il giovane, agitando lo scudiscio davanti a lei, che, nuovamente immobile, guardava la campagna circostante, come per orientarsi.
— Comanda, signora?
A quel secondo appello, ella si scosse e fece un cenno di adesione, senz'altro.
Il vetturino era già in serpa. Si voltò:
— Dove comanda?
— Monteforte, alla villa.
Unahooimperioso, una chioccata di frusta, e via.
La strada era bella, tutta vaghezza di colli e pompa autunnale di campagna. Ma pareva triste in quel giorno senza sole, nella bianchezza afosa del tempo rannuvolato.
La signora interpellò ad un tratto il cocchiere:
— Siete il solo vetturino di Monteforte?
L'uomo, un buon diavolaccio, che amava le chiacchiere coi suoi clienti, rispose prontamente:
— Sì, signora! E ce n'è anche di troppo, coi bei tempi che corrono, e queste ferrovie e tram che si cacciano dappertutto. Son cinque anni che abbiamo la stazione. Per quel che fa, potevan lasciar di farla e di rovinar noi altri poveretti. Non c'è commercio da queste parti. Miseria grande, e altro.
— Non ci sono signori, dunque?
— Oh di quelli ce ne sono... Ma son tutti signori di denari, soltanto, son venuti su dal niente e taglierebbero un quattrino in croce. C'era bensì, una volta, una casata di signori veri, i conti di Monteforte, che venivano l'autunno; allora si stava allegri e andava bene per tutti, ma adesso...
— Adesso? — continuò la signora, che pareva prendere un certo interessamento al colloquio.
— Adesso la cuccagna è finita. Da quindici anni, non ci vengono più, e chi la fa grassa sono gli agenti e i fittabili.
— Lo so — disse la signora. E davvero lo sapeva.
— Mah! — proseguì il vetturino. — Succede sempre così, a non guardarci. I padroni non capitavano mai... mangia tu che mangio anch'io; fatto sta che ora la casa e i terreni, è tutta in vendita.
— Lo so — disse ancora la signora. Tacque, rannuvolata in viso.
Il vetturino ebbe un lampo d'ispirazione. Quella era venuta per visitar la villa, per comperarla, s'era di suo genio.
Contento della sua trovata, prese a lodare con astuzia diplomatica il paese, l'aria, i terreni, la campagna.
— Brava gente, sa... rispettosi, lavoratori. Tante persone pulite, fior di gente! Il prevosto, il coadiutore, il curato... C'era un certo Don Giulio, un po' vecchio ormai, ma ch'erasempre il maneggione di tutto. Famoso pei malati e per scongiurar le talpe. Corpo!... non c'era il compagno. Poi un curatino...
S'interruppe ad un tratto ed arrestò la cavalla.
— Guardi, signora. Di qui si vede bene. Quella è la villa.
Accennava, collo scudiscio, un'amenissima altura, e, a mezzo del pendio di questa, un vasto caseggiato signorile, attorniato da un ampio giardino. Un lungo viale di ippocastani finiva dinanzi al portone della casa, e davanti alla facciata meridionale di questa si stendeva un'ampia terrazza, cinta d'una balaustra di ferro leggiadramente intagliata e coperta di arrampicanti. I portoni serrati, le finestre chiuse tutte quante.
La signora si rizzò a sedere sui cuscini e fissò a lungo gli sguardi su quella villa.
— Bel luogo... eh!... — suggerì il vetturino. — Vedrà all'interno poi, che bellezza, che specchi, che mobili! Io veramente non ci sono mai stato; ma mio padre, che ci andava sempre per portar le lettere ai signori...
— Che! — interruppe vivamente la viaggiatrice — sareste mai il figliuolo del Gaspare?
Il vetturino si voltò, meravigliato.
— Per l'appunto. Ma allora, scusi..., lei ci è stata da queste parti?
La signora chinò il capo, con un fare svogliato e s'allungò sui cuscini.
Per un buon tratto di strada, fu silenzio. La cavalla trotterellava, scotendosi dietro la carrozza sul terreno disuguale e sassoso. La signora non reagiva punto contro i villani sobbalzi, dovuti alle pessime molle del legno, la sua persona abbandonata pareva anzi assecondare quelle brusche scosse.
Un giovane, di civile aspetto, passò sulla via, gettando nell'interno della carrozza uno sguardo attonito e curioso che corse poscia ad interrogare il cocchiere.
Questi scosse il manico della sferza, per salutare il giovane, e lo interpellò ad alta voce:
— E così?
L'altro alzò le spalle, con un gesto espressivo.
— È andato? — insistè il vetturino.
— No... ma poco ci manca.
Non ebbe tempo di dir altro; rimase addietro sulla strada..
— È un mio cugino che sta male — disse bonariamente il vetturino. — E quello lì è il nostro dottorino, vede! Gli ho chiesto... perchè quel poveretto, quello che sta male, sarebbe proprio ora che se ne andasse!
Ella sorrise alquanto.
— È molto vecchio? — chiese.
— Oh no! sulla quarantina, se pure. Ma è mezzo... — Si voltò, e recò la mano alla fronte, sventolandola energicamente. — Sono due anni ch'è ammalato, e tre mesi che sta a letto. È ridotto che fa paura. Ma era un bravo giovane, sa?... di talento, di studio; meno che non aveva la testa a casa. Dicono che fosse diventato così per uno scherzo che gli fecero dei buontemponi del paese, anni addietro, d'intesa coi signori qui della villa... dei signori giovani, che ridevano volentieri!
La signora si rizzò bruscamente a sedere.
— Come si chiama? — scattò a chiedere.
— Si chiama Lattanzio. IlmaesLattanzio, che insegnava alle Comunali. Bravissimo del suo mestiere, faceva anche delle poesie! Ma!... era sempre stato una testa un po' matta. Dico io!... andar a immaginarsi che la signora Contessa....
Una brusca interrogazione gli troncò a mezzo la frase:
— Siamo ancor lontani dalla villa?
— No, signora — rispose attonito il vetturino — un mezzo chilometro, a dir molto.
— Spicciati; ho fretta.
L'accento era sì duro, sì imperioso che il loquace vetturino ammutolì e la punta dello scudiscio accarezzò le orecchie della cavalla.
— Che tipo curioso! — pensò il giovane — ora sa, ora chiede, ora vuole, ora non vuole. Chi diamine può essere?
Lo seppe poco dopo, quando furono all'entrata del viale e quando il vecchio custode, capitato finalmente, dopo lunghe chiamate, col mazzo delle chiavi, per aprire il cancello, se le lasciò cader di mano, in atto d'altissima meraviglia, udendo una nota frase sulle labbradella signora che scendeva dal legnetto. Non certo ancora, aguzzò lo sguardo ansiosamente. Ella, ridendo, rimosse il velo... Allora il vecchio giunse le mani e sclamò, gridò quasi:
— Ah Madonna! è proprio lei... la padrona!
— Corpo! — pensò il vetturino, inebetito dalla meraviglia. — E io che la piglio per un'acquirente, e a momenti le conto la storia di maes Lattanzio!...
***
Proprio lei... in persona... la contessa Fulvia di Monteforte. La fattora l'accompagnava in casa, sbarrava gli usci, spalancava le imposte nelle sale a terreno, suscitando galoppi udibili di sorci e fughe disperate di grossi ragni. Il tanfo del rinchiuso si esalava caldo e nauseante, la rabescatura bianchiccia del salnitro si accusava sui pavimenti e sugli zoccoli delle pareti e da esse pareva emanare una piccola frescura, acuta e malsana. Informi cataste di mobili avvolti in vecchie tele, rompevano qua e là il nudo e il vuoto degli ambienti.
L'assenza dei padroni era stata pretesto a qualche usurpazione dei custodi. In un piccoloboudoirchinese, un odore acre, intollerabile, rivelava la presenza del raccolto dell'aglio. Il fattore aveva impiantato nello stanzino del bagno una specie di rustico studiolo. In una vasta antisala, dipinta a fresco, eran rizzate delle tavole di graticci a più piani, sui quali era distesa l'uva, fresca ancora della recente vendemmia; ma l'ingrato odore dei bozzoli, che avevan primi occupato il luogo, perdurava.
Le fine nari della Contessa ebbero delle non dubbie vibrazioni, ma essa nulla espresse del suo scontento, se pure ne risentì. Solo un istante, come se sentisse bisogno dell'aria pura, venne fuori, e diede un'occhiata al terrazzo.
Peggio che mai! L'incuria dei fattori, il vandalismo dei villani avevan presto avuta ragione della regolarità leggiadra dei comparti; la gramigna aveva invase e divorate le macchie, e i fagiuoli coprivano, colla tenacità dei loro tenui steli attorcigliati, le cime degli arbustidi lusso; le bordature eran diventate di prezzemolo e di insalata, e dai grandi vasi di limoni si riversava un'arruffata vegetazione di pomidoro. Solo il gelsomino e i due rosai, piantati appiè delle colonne del porticato, avevan vissuto per conto proprio, a dispetto dell'incuria. I rosai erano in piena fioritura, e il gelsomino era tutto in vaga costellazione bianca, e un cespo d'amorino, alla base d'uno dei rosai, metteva la sua nota pura ed intensa in quel terzetto di profumi. Un vecchio montone, sporco, colla lana arruffata, pascolava e dava capate in un piccolo recinto di vecchie canne di granoturco, addossato al piedestallo d'una muschiosa statua di Bacco. Su una cordicella tesa fra due colonne del porticato, asciugava, all'afa delle ore meridiane, tutto un bucatino di robicciuole infantili.
L'agente, che un ragazzo era andato a chiamare, capitò in fretta e furia, accatastando scuse e complimenti. Era ai prati, pel terzaruolo.
La Contessa congedò la fattora. E così, sui due piedi, l'agente seppe che la villa e la tenutaerano state definitivamente vendute a certi fratelli Robins, industriali. Nella vendita era pur compreso il mobilio, ma, per una convenzione speciale col marito, la Contessa aveva diritto a rilevare quanto le piacesse del detto mobilio, a prezzo di stima.
Era venuta per dare le sue disposizioni in proposito. Si tratterrebbe un giorno soltanto. Lascerebbe a lui la lista dei capi prescelti, e sarebbe sua cura lo spedirli...
— A Milano? — suggerì premurosamente l'agente.
No.... nè a Milano, nè alla villa sul lago. A un indirizzo nuovo che avrebbe mandato poi.
Il ricordo d'una bizzarra diceria, penetrata sino a Monteforte, sul crescente disaccordo fra la contessa Fulvia ed il marito, tornò repentino alla mente del signor Perelli, l'agente. Ma non ne fè cenno alcuno, naturalmente.... aveva ben altro pel capo, poveraccio.
Tentò invece di esprimere un decente rammarico per l'avvenimento, che lo separava dai suoi riveriti padroni. Ma il freddo contegnodella signora non lo incoraggiava a grandi espansioni di rammarico. Due cure martellavano il buon uomo: la inevitabile resa dei conti e la curiosità di sapere che sorta di roba sarebbero i nuovi padroni. Stava lì, non sapendo come congedarsi dopo quel po' po' di notizia. La osservava perplesso, girando i pollici delle mani incrociate, trovandola magra, invecchiata, con una ciera brutta.... O che aveva da guardarlo così? Poichè ella, distratta, lo fissava con aspra attenzione, pensando alle dilapidazioni che rimarrebbero senza castigo.
Si congedò finalmente con grandi inchini e con grande senso di sollievo. Era già in giardino, quando s'avvide d'essersi scordato di offrire la sua governante pei servigi della signora Contessa. Fu lì lì per tornare indietro. Ma diè una buona crollata di spalle. Oh s'ingegnasse un po' anche lei. Tanto, non era più la padrona. Scuserebbe la fattora!
Scusava infatti, la fattora; ma che croce era mai, la buona donna, con quel suo mulinello di parole! Una ossessione, quelle sue continue domande.
— La illustrissima signora Contessa comanda di pranzare? A che ora?...
— Alle quattro. Facessero venire qualcosa dalla Trattoria del Leon d'Oro...
— E dormire? La illustrissima signora comandava?
La illustrissima ebbe un brusco moto d'impazienza.
— Dovunque, non importa. Per una notte sola.
— Oh Signore! Solo per una notte, proprio? Dopo tanto che non venivano, e ch'eran tanto desiderati?...
Di questo, a dir vero, la Contessa non s'era accorta. Le pareva che Monteforte avesse fatto benissimo i fatti suoi senza di loro. Ed ella era scontenta d'esser venuta.
La negletta casa le era parsa una tomba; tutto in essa era triste, mal destato, dopo quindici anni di vuoto e di sonno. Desinò sola, nel tinello grande, ove la fattora aveva voluto apparecchiare. Mangiò poco, serbando un silenzio quasi accigliato, che contrastava coll'incessante cicaleccio della buona donna.Lo ruppe solo, quasi involontariamente, quando udì annunziare, fra gli altri avvenimenti, la disgrazia del maes Lattanzio.
— Ma non è ancor morto! — disse vivacemente.
— No, ma quasi. In agonia, si può dire, da quindici giorni. Quanti soldi era costata la sua malattia! E che vite gli avevan fatte quelle due donne, la sorella e la cugina Cesira!
Quel nome non giunse nuovo alla Contessa.
— Una bella giovine, nevvero? la fidanzata di maes Lattanzio? Ma non s'erano sposati?...
— Mai più. Lui non aveva voluto più saperne quando s'era cominciato a scaldar la testa. Lei, per la gran passione, fece una malattia e non volle sposar più nessuno. Quando furono morti tutti i suoi e il Lattanzio cominciò a star male, ella venne in casa, come serva della sorella di lui. Tanti la criticarono e le tolsero il saluto. Ma ormai era vecchia e brutta, poteva anche farlo. E adesso vedesse cos'è diventata... a furia di nottate e di strapazzi.
La Contessa chiese il caffè, che le fu recato trionfalmente dalla fattora. L'aveva fatto lei ed era un'abbominevole cosa. Ma Fulvia non s'inquietò e non disse nulla. Tanto, era l'ultima volta.
— Per fortuna! — pensò con un piccolo brivido.
***
Curiosità, o senso di dovere. I notabili del paese vennero, in corpo, a riverire la signora Contessa. Essa li vide farsi avanti sul viale. Solo a misura che s'accostavano, avvertì i mutamenti ed i vuoti. Don Giulio, il prete che non aveva rivali per scongiurar le talpe, s'era fatto tutto bianco, ma la robustezza portentosa della tempra serbava alle forti membra, alle marcate fattezze l'antico marchio, quasi brutale, di forza e di energia. Piero Massini, il ricco fittabile, già così grosso, s'era fatto enorme ora, e camminava a stento, come un vecchio bue. Il tempo pareva invece aver sempre più assottigliati i contorni della scarsa persona del signorTapretti, l'ex-sindaco, e la mobilità nervosa, fuggente, dello sguardo palesava sempre la nota fondamentale del carattere, una conigliesca insana paura di tutto. Il famoso Giovannino Prè, il bell'umore, il brillante della compagnia, proprietario-dell'albergo del Leon d'Oro, c'era non solo, ma non pareva punto invecchiato; portava ancor bene la snella persona di ex-militare e la sua faccia accesa, sensuale, aveva serbata la ilarità maligna di canzonatore spietato, sempre a caccia di grosse mistificazioni. Fra i mancanti, il farmacista pettegolo, famoso per le sue distrazioni, il vecchio dottore, facile al bicchiere e celebre per le sue imprese amorose. Mancavano pure l'astuto, malefico segretario, e il maestro di scuola, maes Lattanzio. Fulvia pensò a lui, e lo rivide col pensiero. Rivide l'esile persona, il pallore malsano, le acute fattezze del magrissimo volto, adombrato da una zazzera divisa in due portentosi ciuffi, ondulati e lucenti. Vide il suo sguardo ardente e spiritato, quell'indefinibile assieme di pretesa, di sussiego, di timidità; rammentò le sue frasi ampollose,arzigogolate, il suo fare tra impacciato e impudente, quei suoi scatti nervosi che avean del convulso. Sorrise per un secondo, evocando quella grottesca figura di pedagogo sentimentale, poi aggrottò le ciglia, pensando che egli, che il Giovannino Prè, che tutti gli altri di quella volgare combriccola di buontemponi erano stati per un anno intero ospiti quotidiani della villa. Rammentò l'acre avversione che aveva dapprima provata per la loro compagnia. Ma Roberto non tollerava la solitudine. Rideva di sua moglie e delle sue riluttanze, trovava ridicole le sue arie scandalezzate, fuor di luogo affatto: Naturalmente, eran gente impossibile, villani rifatti. Ma giacche non c'era altro, bisognava prenderli com'erano, e giovarsene, per non morir di noia. Sinchè si stava in campagna, bisognava adattarsi.
Fulvia aveva capita la lezione e coll'andar del tempo aveva finito coll'adattarsi anch'essa. Non si ribellava più contro la noia di quelle insulse conversazioni, contro il ridicolo del grossolano incenso delle adulazioni, le bizze,i pettegolezzi, le acri piccinerie, le volgarità serene, inconscie, dei suoi ospiti. Roberto, lietissimo, rideva di loro e se li aveva sempre d'attorno. Una gaia brigata; questo sì, sollazzevoli, a modo loro. Si facevano l'un coll'altro degli scherzi gustosissimi, che Roberto incitava e che lo facevan sbellicar dalle risa. Il Giovannino Prè era famoso per le trovate... certe finte citazioni al farmacista, all'ex-sindaco, tanto pauroso, degli spauracchi da fargli venir la terzana. E così, a furia di pensarne e di farne, era andato ad inventare la più bella fra tutte le celie, quella di persuadere maes Lattanzio che la contessa Fulvia fosse segretamente innamorata di lui!...
A dir vero, maes Lattanzio era un soggetto: unico per ogni specie di mistificazione. Malsano di mente e di corpo, estroso, un misto di strane audacie e di codardie, coll'immaginazione male in arnese, con un vacuo disordine di sogni e di aspirazioni. Era grottesco in tutto, nell'aspetto e nei modi; solenne nel parlare, pedantesco, con una spruzzatura di sentimentalismo, che dava l'ultima mano diridicolo a quella infelice macchietta di pedagogo.
Sulle prime la Contessa aveva preso a proteggerlo, vedendolo fatto segno ai dileggi dei buoni amici. Lo aveva fatto per buon cuore e per spirito di contraddizione, sbadatamente; si divertiva della sua gonfia gratitudine, dell'ammirazione svenevole ch'egli le tributava. Non s'era nemmeno accorta dell'esaltamento vago, indeterminato, che la stessa bontà di lei aveva messo in quel povero cervello. Non avvertiva ch'egli diventava ogni giorno più brutto, che i suoi ciuffi prendevano delle dimensioni sempre più torreggianti, e che gli sguardi, già un po' loschi, del povero maestro avevano delle contorsioni sentimentali del più bell'effetto.... Ma, in vece sua, se ne accorsero gli amici e Roberto, il quale apprese pel primo, a Fulvia, ridendo come un matto, la bella conquista da lei fatta. E Giovannino Prè, cogli altri amici, ordirono tutto il piano della congiura. Si circuì l'infelice, si soffiò a piene gote nel suo focherello, a piene mani vi si gettò esca e paglia; tanto si disse e si fece, ch'eglifinì col cader nella rete. Confidò a Giovannino il suo amore per la Contessa, e il Giovannino finì col confidargli ch'egli aveva forti motivi di credere che la Contessa nutrisse pure una segreta, ma violenta passione per l'erudito maes Lattanzio.
Figurarsi l'infelice maestrucolo!... Quel po' di buon senso, ch'egli poteva aver serbato, naufragò completamente nella piena dello smisurato suo trionfo. Egli credette. Tutto abboccò ciecamente di quell'esca grossolana e crudele. Una spina soltanto in quella grandinata di rose... la troppo giusta gelosia del marito.
Roberto figurava d'esser solo insospettito. Ogni tanto, saettava occhiatacce truci al maestro, che allibiva. E dopo queste scene mute, quando maes Lattanzio, sgomentato, se la batteva discretamente, perchè non succedessero disgrazie, quale immenso scoppio d'ilarità fra i congiurati! Come rifacevano le mosse, gli attucci, il contrasto di mimica amorosa e cauta di quell'imbecille. Tanto che la Contessa doveva finire col ridere anche lei del successodella celia.... Ella pure vi recitava la sua particina. La recitava maluccio, esagerandola, come tutte le esordienti; ma il maes Lattanzio, nella serenità del suo convincimento, non badava pel sottile: credeva e tirava via! E così il divertimento si prolungò all'infinito. Solo quando ne furon sazi, quando si vide il Maestro pressochè esasperato dalle speranze sempre deluse dal caso, si combinò con vera abilità una specie di catastrofe. Una lettera intercettata, le smanie gelose di Roberto, che giurava di sterminar l'audace..., la disperazione, le lagrime dell'innamorata Contessa..., la possibilità, anzi l'inevitabilità di un duello. Il Giovannino aveva quasi rapito il Lattanzio, l'aveva costretto ad allontanarsi, sinchè si fosse potuto placare l'adirato consorte. Il Maestro s'era generosamente adattato ad allontanarsi per salvare la Contessa, e intanto gli amici avrebbero placato il Conte. Intanto, invece, era venuta la fine della dimora in villa, il Conte e la Contessa erano partiti; e chi si rammentava più di maes Lattanzio e di Monteforte, nella gaia ed elegante baraonda d'uncarnevale passato a Napoli? Solo per qualche tempo i due sposi rammentarono, ogni tanto, ridendo, quell'episodio. Poi venne un tempo in cui Fulvia e Roberto non risero più assieme. Ognuno rideva ormai per conto suo, e non certo a proposito di una vecchia celia, scordata da entrambi!
Ma lì, in paese, la ricordavano sempre, e, durante la visita dei notabili, tornò in campo anch'essa, frammezzo ai ricordi dei lieti giorni e ai rammarichi per la lunga assenza dei signori. Quanto si erano divertiti, quanto avevan riso alle spalle di quel povero maestro Lattanzio, eh! eh!
Ridevano ancora, in coro, con dei grossi scoppi d'ilarità chiassona, triviale, ai quali la Contessa non era più abituata, e che determinavano nell'intimo suo delle lievi crispazioni nervose. Pure, per un acre senso di curiosità, ascoltava non solo, ma interrogava.
— Ah! E poi, cos'era accaduto?
Il Giovannino Prè la informò minutamente di tutto, con grande compiacenza. Era accaduto che quel poveretto, tornando dall'esiglioe non trovando più la signora contessa, era rimasto «di carta», e s'era disperato. Poi, un po' per la paura avuta, un po' per lo strapazzo del correr dietro a quell'eterno appuntamento sempre mandato a male da un caso impreveduto, s'era buscata una fiera malattia, e poco mancò non andasse al mondo di là sin d'allora. Poi, quando fu ben guarito, gli amici dissero ch'era stata tutta una buffonata, una cosa per ridere. Credevano di fargli un bene... eh! una carità perchè si desse pace.
— Già!... E lui?
— Lui invece... la prese tutta a rovescio. Avesse visto che occhi, che furie! Diventò come disperato; cominciò a far il diavolo in casa, in scuola. Già, era sempre stato un po' strambo; ma d'allora in poi divenne così inquieto che alcuni parlavano di farlo ritirare, ma i suoi non vollero. Sua sorella e sua cugina, una giovane ch'egli doveva sposare... la Cesira... si ricorda?...
Ella assentì con un cenno. — E poi?
— E poi, rimase sempre così, come scombussolato nel cervello; ma a poco a poco diventòpiù quieto. Tutti lo canzonavano, si sa, ma egli canzonava noi, dicendo che s'era benissimo accorto della nostra malignità, che parlavamo per invidia, mentre tutto ciò ch'era accaduto era vero verissimo. E per quanto gli dicessimo, non si volle mai ricredere. Sicchè, può immaginare quanto abbiam riso ancora!
— Però — disse timidamente il fittabile Massini — dopo si persuase.
— Si persuase un corno — ribattè vivacemente Giovannino. — Non parlò più, perchè noi gli eravamo subito addosso a minchionarlo; ma faceva certe faccie... che si capiva che nel suo cuore, era certo... certissimo, benchè...
Ammiccò maliziosamente, ma qualcosa, nello sguardo della Contessa, gli suggerì di soggiungere in fretta:
— Matto da legare, s'intende... Mah! poveretto!
La visita fu lunga; per quel benedetto vezzo che hanno certe persone di non saper mai trovare il momento buono per andarsene. Pure non era per alcuno una visita piacevole. Ognunopensava, guardando la Contessa: non è più lei. Non tanto per gli anni trascorsi, nè pel mutamento fisico, era ancora bellissima; ma qualcosa d'indefinibile aveva fatto della gaia sposina d'un tempo una donna inquieta e inquietante nella stessa sua calma. Era gentile, e s'informava dei fatti d'ognuno con mirabile sforzo di memoria; pure, sentivano d'esserle diventati al tutto estranei. Poi non sapevano come interpretare la sua venuta a Monteforte e come chiederle di Roberto; ella stessa avea parlato sì fuggevolmente di suo marito!
I visitatori erano molti, ma parevano sfumare nella nuda vastità della sala, a mala pena rischiarata da una lucernetta, la sola che la fattora avesse saputo approntare. Si parlava a mezza voce. Seduto accanto alla contessa, il brillante Giovannino Prè tentava invano di animare la riunione. Parecchi rammentarono che a quel posto soleva stare bene spesso maes Lattanzio. A proposito; peggiorava sempre e si dubitava che potesse passar la notte.
Finalmente se ne andarono, in corpo come erano venuti, incerti, disorientati. Ella disse che sarebbe partita la domane, senza aggiungere schiarimenti di sorta. Non s'incomodasse pure nessuno, non aveva fissata l'ora della partenza. Sperava di rivederli, era grata del buon ricordo... Ma essi avvertivano in quelle parole qualcosa che le rendeva vane, e pareva dare una smentita indefinibile al loro stesso significato.
Ella rimase sola nel grande salotto, fatto tepido dalla dimora di tante persone. Avevan fumato, e l'odore dei sigari rimaneva, acre, disgustoso... La Contessa si ritirò subito. Era stanchissima.
***
Aveva detto che non gliene importava nulla, che dormirebbe dovunque. Pure, quando vide che la fattora le aveva preparata l'antica camera coll'alcova, quella ch'ella aveva occupata un tempo con Roberto, ebbe una impressione sgradita. Il letto era fatto, la fattora avevamessi i lenzuoli grandi, d'un sol telo, coi quattro cuscini ricamati, recanti sulla fodera le cifre intrecciateR. M.(Roberto Monteforte). Fu quasi per dirle: — Mettimi altrove. — Ma poi disse a sè stessa: — Che importa? sono stanca, dormirò subito.
Ma non dormì subito. Il sonno se n'era andato ad un tratto, ed ella guardava attorno a sè. La camera era vasta, gaia, semplicemente arredata. Le pareti eran dipinte a paesaggio, una campagna aperta, con molto cielo. L'alcova figurava una grotta di tufi chiari, e dagli interstizi di questi pendevano dei ciuffi d'un verde tenerissimo, imitazione molto libera di felci e di capelvenere. Qua e là, per figurare forse le segrete linfe, lumeggiavano dei pezzi di specchio incastrati nella parete. Sopra il letto un baldacchino bianco, sostenuto da freccie di legno dorato. Ai lati due acquasantini d'argento con due angioletti di stucco, oranti, coll'ali tese.
Uno sgomento colpì improvvisamente Fulvia, quando l'alto silenzio della notte l'ebbe al tutto isolata in quel calmo ambiente. Leparve di trovarvi una grave eloquenza di paragoni e di accuse. Si sentì giudicata da quella quiete, le parve che tutte quelle cose, rivedendola, non la riconoscessero più; si rammentò di quanto essa aveva troppo, irremediabilmente scordato e sentì la nota dissonante ch'ella recava in quella pace, piena ancora della purezza e dei sogni del passato. Un rammarico acuto la colse, un inesplicabile senso di tenerezza amara per quel luogo, per quelle pareti. Poichè ella quivi... quivi soltanto era stata veramente felice! Illusioni, forse. Anzi, certo... Ma lì aveva vissuta quella vita d'illusioni, e forse non le avrebbe perse tutte, se fosse rimasta nel loro nido. — Ora tutto se n'era andato. Illusioni e il resto. Venduto anche il nido..., l'altare dell'ultima fede. Per qualche giorno soltanto aveva il diritto, la possibilità di restarvi. Non era già più suo.
Se ne doleva ora e volle poscia deridere in sè stessa quello strano senso di cruccio. Ma non le venne fatto... Tenne a lungo lo sguardo fisso sul lucignolo vacillante dellapessima candela che le aveva data la fattora. Si scosse, le parve di sentire un gran caldo nella persona. Aprì la finestra di centro e vi si affacciò. Una cupa notte, ingombra di nubi tenebrose. L'atmosfera era umida per la pioggia già caduta e per quella imminente. Sulla fuliginosa bassura dell'orizzonte spiccava il vasto tracciato della campagna, cogli accavallati profili dei colli. Tutto il rimanente: un nereggiamento cupo e caotico. Ogni particolare naufragava nell'oscurità; le grandi linee emergevano sole da quell'oceano silenzioso delle tenebre.
Ella vide quel nero, e si ricordò. Nella tenebra della sua mente, del suo cuore, vide alzarsi nude, gigantesche, isolate nell'ombra le grandi linee della sua vita.
Pure rammentava anche un grande e caldo sfolgorio di luce.... Oh le estasi, le gaiezze dei primi tempi del suo matrimonio, quando era passata, senza transazione, dal chiostro a Monteforte, dalla solitudine alle braccia di Roberto! Oh le rivelazioni del dio ignoto... di se stessa, del mondo intero! Il suo pazzoamore per Roberto! Che paradiso le era parso Monteforte!... come aveva sognato di vivere colà in perfetta solitudine con lui, bastandogli in tutto come in tutto egli era bastevole a lei! Una consacrazione reciproca, tale era stato il sogno di quel folle cuore. Ma Roberto era più saggio di lei. Sapeva che siffatti metodi non sono possibili, e glielo disse non solo, ma glielo provò. Per previdenza, per farlo durar più a lungo, egli anacquò il vino della sua felicità. Escluse l'idea dell'isolamento; ricercò invece la compagnia degli amici. Volle compagni, commensali, corteo di clienti, grati e festevoli.
Li aveva sempre d'attorno, sempre; ed ella finì coll'abituarsi. Fece, giorno per giorno, delle concessioni, piccole, ma continue, tolleranze bonarie di motti e di frasi equivoche, ovvero della grossa libertà di espressioni che gli ospiti usavano talvolta, incoraggiati dal suo silenzio, dalla sua indulgenza sconfortata. E così, di concessione in concessione, s'era giunti sino all'episodio di maes Lattanzio.
Ella era quasi insorta, allora; un innato senso morale, una ripugnanza istintiva le aveva suggerito di non prestar mano a quell'ignobile tranello. Ma poi Roberto, gli amici, una malsana curiosità di provar sè stessa...
Alla lunga, finì col divertirsi ella pure delle assurde smanie del maestrucolo. Cominciò a metterci un certo impegno, come una bimba che si prova a far la signora. Fecein corpore vilil'esperienza dell'esercizio d'un potere che a lei stessa si rivelava solo a misura ch'ella andava esercitandolo, s'impossessò dell'arte di sedurre senza amare, di quanto, cioè, havvi nella donna di più basso e sleale. E, in quel gioco crudele, ella e gli altri perseverarono ridendo. Poi, quando ebbero riso a sufficienza dell'imbecille che aveva osato credere, quando ebbero irritate, esasperate sino alla follia le assurde passioni di colui, la celia non ebbe tempo di farsi stucchevole. Finì ad un tratto, senza inconvenienti, per la partenza dei signori.
Erano stati assenti per 15 anni. Che le era accaduto in quel frattempo? Nulla di speciale,nè di strano. Era entrata in società, il mondo l'aveva presa e presto foggiata a modo suo. Roberto l'attorniava ancora dei suoi amici. Senonchè ora, questi erano giovanotti garbati, educatissimi, bei nomi, belle fortune, modi attraenti; talvolta avevano dello spirito, o l'arte di simularne il possesso. Tutti avevano delle avventure. Le signore che la attorniavano, ch'ella prendeva subito ad amare, erano giovani, elegantissime, non tutte incolumi dal soffio della maldicenza, alcune avevano anzi un passato alquanto discusso e un presente discutibile. Essa le imitava per piacere a Roberto. Roberto s'era presto emancipato, a dir vero, dal legame dell'amor conjugale, e la voragine mondana ebbe facile ragione degli ultimi suoi scrupoli. A un tratto, bruscamente, Fulvia si seppe tradita.
Credeva di morire, tanto ne sofferse... Ma non morì. Voleva separarsi da suo marito; non si separò. La prima volta perdonò, perchè l'amava ancora; la seconda, perchè non lo amava più. La terza, ahimè, la terza!...
Tutto ciò era venuto lentamente, a furiadi piccole rinunzie, di concessioni successive. Un po' colpa sua, un po' di Roberto, degli amici, delle amiche..., dell'aria che respirava. Anche in quel nuovo ambiente, ella aveva avute dapprima delle ribellioni intime, qualche velleità di lotta, che abbandonò poscia, come aveva abbandonato quelle di Monteforte. E in fondo, in fondo, guardando bene, mutate le forme, le parvenze, il vestito, il linguaggio, era pur sempre la stessa cosa! Il feroce egoismo, la bramosia dei facili piaceri, il vuoto delle menti, l'orrore alla semplicità ed alla serietà, il segreto cinismo degli animi. A conti fatti, era tutt'uno... Ella non lottò e non vinse, nè a Monteforte, nè altrove.
Fulvia fu indolente e sfortunata; non seppe trovare nè amici sinceri, nè consiglieri leali; non fu atta a suscitare, in chi l'attorniava, affetti duraturi e giovevoli. Soffrì talvolta.... Fu offesa, sinistramente giudicata da alcuni, e incrudelì, alla sua volta, con chi non lo meritava. Si perdette in dettaglio, a spizzico: senza unità, nè grandiosità d'immolazione.
Credette d'amare e s'accorse, troppo tardi, che, ciò che aveva creduto una passione, non era stato nulla più che un capriccio; provò delle ebbrezze manchevoli, incomplete, ravvisò bene spesso bruscamente dietro le parvenze d'una cavalleresca poesia d'adorazione, un feroce vero di brutalità. S'abituò a disistimare tutti, ed a vivere placidamente in mezzo alle persone distimate, si fece un'amara e beffarda idea della vita e del cuore. Mentì per vezzo, per spirito di difesa e di vendetta. Tra essa ed il marito, dopo le prime scene violente, una bella pace di tomba, una tacita e bassa convenzione di libertà reciproca.... purchè fosse evitato lo scandalo.
Ma nello scandalo appunto ell'era di recente incappata. Uno scandalo volgare, del quale le amiche ridevano dietro il ventaglio, dicendo che quella povera Fulvia si era proprio resa impossibile, ormai!
In quel lento naufragio era andato travolto, oltre il patrimonio morale, anche il ricco censo dei Monteforte. Scialaquo, noncuranza, rovinoso bisogno di continui svaghi. Robertos'era accorto, un bel giorno, che sua moglie tornava ormai troppo cara alla sua dignità e alla sua borsa. Allora si pensò al rimedio, e questo fu pronto ed efficace. Così l'amore, il dovere, il legame eterno, tutto finiva in una grande liquidazione generale.
E dopo quella: ognuno per sè e Dio per tutti!
Fulvia non si ribellò... Alzò le sue belle, bianchissime spalle. Un sollievo, quasi, quella completa rottura col passato e con Roberto. Non si fermò a pensare. Andrebbe avanti ancora, come prima, ciecamente. Parte della sua dote era rimasta incolume. Vivrebbe a Parigi, a Nizza, a Roma. Ebbene, meglio così!
Ma ora, lì a Monteforte, affacciata alla finestra dell'antica sua camera, ella non diceva: meglio così! Misurava tutta l'estensione della sua sventura. Si sentiva sola e indifesa, sentiva tutto ciò che aveva perduto. La vecchia dimora aveva risuscitato il vecchio tempo, ridestate le antiche voci. E una sincerità nuova, crudele pareva levarsi dal fondo di quel baratro nero, ch'ella involontariamenteinterrogava e che le rispondeva la verità. Tutto ciò ch'ella aveva scordato, negletto nel suo pensiero, si ridestò colla tortura d'un nuovo aspetto. Ella rammentò i primordi puri e beati, l'intorbidarsi primo della serenità del cuore e della coscienza, la prima menzogna, la prima bassa condiscendenza. E la vecchia celia, commessa così alla leggera, per ridere, scordata da tanto tempo, campeggiò nettamente in quella vertigine di ricordi angosciosi, parve capitanare tutte le altre avventure della sciupata esistenza di quegli anni, le vere cadute, le debolezze vergognose e codarde, i capricci insensati e dannosi, tutto ciò che a gradi a gradi aveva mutato e pervertito quel fiacco animo di donna, e resolo ciò ch'ella era oggidì, ciò che si sentiva ora chiaramente nella pace immutata e nella solitudine dell'antica dimora!
Curvò la testa sul davanzale e colle aride mani si costrinse la fronte. Per un minuto s'inabissò nel vuoto della sua disperazione. La sua perfetta immobilità parve una morte di più, nella quiete sepolcrale della notte.
S'alzò poscia, chiuse la finestra e si coricò.
Aveva seco un libro, e si provò a leggere, per conciliare il sonno o per distrarsi, ma non raggiunse nè l'uno scopo, nè l'altro. Le venne invece una strana ossessione. Le parve d'esser la Fulvia di allora, la sposa innamorata e felice.
A un tratto, di fuori prese a piovere. Ma, sulle prime, ella non riconobbe lo strepito della piova; balzò a sedere sul letto origliando, con un violento battito del cuore. Le goccie cadevano rade ancora, picchiavano regolari e frettolose sulla ghiaia del vialetto che correva sotto le finestre, imitando quasi lo strepito di un passo baldo, spigliato.
A Fulvia parve per un secondo il passo di Roberto. Tornava così, la sera tardi, dopo una seduta cogli amici al Leon d'Oro. Tornava, e lei, che lo aveva sì a lungo atteso, riconosceva il suo passo con un delizioso tremore. Diceva a sè stessa, esultando: è qui! Dava una rapida occhiata agli specchietti più vicini, le stava bene la cuffia, così? Si accomodava in fretta, poi giù, cogli occhi serrati, a fingerdi dormire per fargli dispetto, per esser destata, come al solito, con un gaio bacio. E mentre egli saliva le scale, il cuore di lei, quel folle, sciocco cuore batteva, batteva.
Ricadde a giacere, con un beffardo sorriso. La piova cadeva regolarmente ora, e non somigliava più ad un baldo passo.
Nella turbata mente di Fulvia era passata soltanto, come un razzo nella notte, l'immagine di Roberto, colla sua bellezza d'Apollo e col suo sorriso di amante. L'ombra era nuovamente infestata da un disordine di vacue larve. Ma torreggiante, distinta, perdurava la precisione d'un ricordo simile ad un incubo: la pallida faccia, la smorfia sentimentale e grottesca, gli occhi spiritati ed i lucidi ciuffi di maes Lattanzio.
***
La notte era trascorsa e l'ospite attesa, la grande ospite nera, non aveva puranco picchiato alla porta di maes Lattanzio. Un alto silenzio regnava nella casetta del docente, enella sua camera pareva quasi avverarsi una sosta dell'angosciosa aspettazione. L'inquieta veglia finiva in una calma quasi serena.
Tutto in ordine, pulito e ravviato. Due seggiole accostate ai letto, un lavoro di donna tuttora giacente sul copripiedi, facevano fede d'una sorveglianza femminile e recente. La sera prima avevan recato il viatico, e la camera serbava ancora un leggero profumo d'incenso. Una coperta a fiorami era sciorinata sullo scrittoio, e i libri del maestro, ammonticchiati uno sull'altro, formavano una specie d'altarino, tuttora sormontato da un piccolo crocifisso.
L'ammalato era quieto, immobile nel letto pulitissimo e cogli occhi languidamente socchiusi, collo sguardo nitido ancora, ma già attonito, già stanco forse di trovarsi a contatto delle cose umane. La luce del giorno fatto entrava, grigia e malinconica, dalle finestre, solo a mezzo schermita dalle imposte accostate, e nel suo semi-chiarore moriva quello d'una lucernetta d'ottone a petrolio, tuttora accesa e posata a terra in un canto.Una donna, seduta davanti a un tavolino, dormiva. Il sonno doveva averla colta a tradimento. La mano distesa sul tavolino serrava un rosario intralciato fra le dita, e il capo posava con grave abbandono sull'avambraccio. Il respiro della dormiente suonava lieve e regolare; quello dell'ammalato aveva delle lunghe intermittenze; pareva per qualche secondo, cessare affatto, poi ricominciava, lievissimo dapprima, più forte poscia e quasi roco, alzandosi finalmente sino al diapason d'un piccolo rantolo. Poi, daccapo con quella strana, brusca interruzione.
Egli non dormiva. Viveva e sentiva. E tese l'orecchio, udendo, ben prima d'ogni altro, un passo leggerissimo, esitante, che veniva accostandosi alle scale poi un — Si può? — sommesso, che aspettava, e si ripeteva poscia, senza alzarsi oltre la misura di un bisbiglio.
Qualcosa come una leggera contrazione passò sul volto di maes Lattanzio; il suo sguardo ebbe un'attenzione intensa, quasi soprannaturale.
— Cesira! — egli chiamò — Cesira!
Quel filo di voce fu bastevole a destare la giovane. La persona ebbe una scossa brusca, il capo s'alzò con impeto, lo sguardo corse al letto con un'interrogazione angosciosa.
Rassicurata, la Cesira balzò in piedi, venne accanto al letto, chinando sull'ammalato la sua faccia stravolta.
— Sono qui, eccomi, ti occorre qualcosa?... Vuoi la Margina?
Ma egli scosse il capo. Accennò l'uscio, presso il quale il timido — Si può? — si iterava, dolce e musicale.
— Va ad aprire.
La Cesira obbedì. — Un momento dopo, campeggiò sulla soglia l'alta figura della contessa Fulvia di Monteforte.
Le due donne si ravvisarono subito, si guardarono incerte, quasi ostili, per un secondo. Ogni traccia di gioventù e di bellezza era scomparsa nella Cesira. Nei suoi poveri panni, la persona s'allungava, magrissima, ascetica quasi, nell'estremo affinamento delle forme. Ell'era pallida e vecchia. Stanca delle lunghe veglie, stanca di avere sì a lungo lottato perallontanare la morte. Stanca come Giacobbe, dopo la vana lotta coll'Angiolo.
La Contessa pure era pallida e sbattuta. Non aveva chiuso occhio, e solo un capriccio morboso e prepotente l'aveva chiamata colà. Ma la vita è così fatta che la Cesira, obbedendo al fascino d'un istinto, s'inchinò, mormorando una frase di saluto ossequiente, davanti a quella donna che per niente, per ridere, le aveva tutto tolto nella vita. Così il vicino povero salutò forse il vicino, padrone d'innumeri armenti, che gli aveva rapito l'unico agnello, per imbandirlo all'ospite suo.
— Come va? — chiese Fulvia a voce bassa.
Quella di Cesira non tremò, nè fu incerta nel rispondere. Essa alzò il capo, con una mossa altera e ribelle.
— Muore — disse laconicamente, raccogliendo le mani sul grembo.
***
Fulvia non poteva spiccarsi di là.
Margina, la sorella del maestro, scesa poc'anzi, le aveva accostato un seggiolone appièdel letto. Ella vi sedeva, immersa in una specie di fredda contemplazione, collo sguardo fisso sul morente. Egli giaceva disteso e composto. Sul candore del guanciale la zazzera incolta, cresciuta a dismisura, metteva un'ampia macchia d'un nero lucido d'inchiostro. Il volto era mutato, ma riconoscibile; serbava tuttora l'impronta della crucciosa caricatura dell'espressione. Lo sguardo errava attorno alla Contessa, con visibile sforzo, assumendo una strana indole di dubbiosità. Una mano, del colore della cera, posava quieta, lunghissima, sulla rimboccatura del lenzuolo.
La Cesira s'era messa a fianco del guanciale, la sua posa era dura, rigida; ella pareva davvero una sentinella della morte. La Margina s'era allontanata alquanto; piangeva, col volto rivolto verso la finestra. Ma le sue lacrime scorrevano senza strepito. Il solo che s'udisse era quello rotto, incalzante del respiro di maes Lattanzio, quella vicenda alternata di crescendo e diminuendo, la solfa, quasi musicale, dell'ultimo appello.
***
Non andò guari che la piccola camera fu quasi piena di gente.
Gli amici, venuti per udire l'annunzio della sua morte, salirono, udendo con sorpresa come egli fosse ancor vivo. Ma l'aspetto di lui non valse a rasserenarli, ed essi rimasero senza parola dinanzi a lui, e dinanzi alla strana visitatrice che sedeva immobile, taciturna, appiè del letto. Come mai... la Contessa?...
E quel silenzio sì grave, sì assoluto impressionava i sopraggiunti. La grossa persona di Pietro si dissimulava dietro il tavolo, e Giovannino Prè chiedeva notizie alla Cesira, abbassando la voce sino ad un susurro. La faccia dell'ex sindaco era tutta un tremito di piccoli contorcimenti nervosi. Don Giulio conferiva in segreto colla Margina. Le pareva... sarebbe ora per gli olii santi?..
A un tratto, con una mossa che non diè strepito di sorta, la Contessa si alzò e si fece presso al malato, per salutarlo. Depose ladestra inguantata sulla nuda e livida destra di lui.
Allora accadde una strana cosa... La mano di Lattanzio, con una lentezza stecchita di movimento, si ritrasse..., si alzò, si sovrappose,essa, sulla mano di Fulvia.
La Contessa taceva e non si moveva, come se quel contatto l'avesse tutta impietrita. Un ipnotismo generale inchiodava su quelle due mani, così unite, tutti gli sguardi degli astanti.
Maes Lattanzio sollevò alquanto il capo, e il suo sguardo, lottante colla prossima tenebra, si confisse in quello della Contessa. Dalle sue labbra violacee, che parevano ogni secondo più ritrarsi di fianco alle gengive, escì netta, precisa, una domanda: — Era vero?
Una vampa di fuoco passò sul volto di Fulvia, lasciandolo poscia d'un pallore appena secondo a quello del morente. La sua persona ebbe un piccolo spasimo visibile. Esitò un secondo...., e ciò ch'ella visse in quel secondo le sarà forse contato nel gran giorno.
Ma l'errore, l'esitanza, tutto fu vinto.
— Sì, — disse chiaro, lentamente — Era vero.
Allora egli, con un inesprimibile sforzo, rimosse lo sguardo da lei e guardò Giovannino Prè. E nella contrazione convulsa delle fattezze che si alteravano rapidamente, nei prodromi faticosi della fine, un sorriso funebre e grottesco, un sorriso di trionfo e di scherno, si disegnò sulla bocca di lui.
Si disegnò e rimase.
***
Poche ore dopo, la Contessa partiva. Temeva di perdere il treno, e il vetturino, lo stesso che l'aveva condotta, costringeva alacremente al corso la magra cavalla. Il legnetto fuggiva, sobbalzando forte sulla strada maestra. E come se tuttora lo inseguisse, giungeva sempre più fievole dal paese, discosto ormai e celato dalle alture, il rintocco lento di un'agonia!...