Gita Estiva.

Gita Estiva.

A Firenze, in un caldo meriggio di giugno. Passando a caso perquellavia il barone Leonardo Folgardi alzò lo sguardo verso il palazzo e vide aperte alcune finestre del primo piano.

Attraversò la via, varcò la soglia del portone ed entrò in portineria per chieder ragguagli.

La portinaja non ne fu avara. Donna Costanza era in città da due giorni, sola. — La contessa Clelia era rimasta in villa a Terbeno. Desiderava far passare ambasciata?

Egli rimase alquanto perplesso. Desiderava di riverir donna Costanza, certamente, e glipareva strano ch'ella non lo avesse fatto avvertito del suo passaggio in città.

— Riceve donna Costanza? — chiese finalmente.

La portinaia esitò alla sua volta. Veramente, aveva ricevuto ordini.... Ma trattandosi di lui, proverebbe.

Si accostò al portavoce e la chioccia frase s'ingolfò nel tubo.

Dopo un istante di attesa la donna si voltò e disse:

— Passi, signor Barone.

Leonardo salì il ricco scalone di marmo e trovò sul pianerottolo Gaetano, il vecchio domestico, il quale lo salutò col rispetto dovuto ad un intimo amico di casa e lo informò che donna Costanza contava di ripartire all'indomani mattina.

Nulla infatti era stato mutato dell'assetto di riposo degli appartamenti. I velluti e i broccati dei mobili stavano appiattati sotto lo schermo delle coperture. Gli specchi, i candelabri, le lumiere tralucevano dietro il velame delle garze che le avvolgevano. — Le ampiee fastose sale parevano assopite nel silenzio fresco della loro penombra. Il barone fu introdotto nel salottino verde, quel bel salotto ove ella riceveva gli amici e dove egli aveva passate tante buone e simpatiche ore. Com'era vuoto ora, pareva devastato! Coperti tutti i mobili, scomparsi gli innumeri ninnoli. Un tavolino soltanto era scoperto e sovr'esso giacevano alla rinfusa alcune lettere.

Il barone attese alquanto, poi vide alzarsi una portiera e farsi avanti una bella signora che lo salutò cordialmente, porgendogli la mano.

Egli s'inchinò e baciò quella mano.

— Buon giorno, Leo — disse gaiamente donna Costanza. — Come avete fatto a snidarmi?

— Per caso. Passavo, vidi aperte le vostre finestre e venni a chieder di voi. Perchè non mi avete scritto?

— E chi vi dice ch'io non v'abbia scritto?'

— Ma non ho ricevuto niente.

— Accade talvolta che una lettera non sia subito recapitata. Guardate, eccola qui, la vostra lettera.

Prese una fra le parecchie buste che stavano sul tavolino e la mostrò a Leonardo, il quale vi lesse infatti il proprio indirizzo. Allungò la mano, quasi istintivamente per prenderla, ma Donna Costanza, con un rapido gesto, ritrasse la busta.

— No, lasciate stare, non importa ora. Sedete piuttosto e chiacchieriamo un pochino.

Ma egli non sedette.

— Non voglio disturbarvi. Chissà quanto avrete da fare. Non potrei fare qualche cosa per voi? Venni solo per mettermi a vostra disposizione.

— Vi ringrazio. Ma non mi occorre nulla. Ho fatto tutto in questi due giorni.

— E vi riposate?

— Non ancora. Mi riposerò meglio.... più tardi.

— Domani?

— Domani — rispose donna Costanza lentamente, come trasognata — domani?

— Contate di ripartire domani?

Essa lo guardò un istante come incerta — poi disse a bassa voce:

— Sì, partirò domani.

La sua voce aveva un accento che sorprese Leo e gli fe' lievemente aggrottare le ciglia.

— Non so che dirvi — osservò poscia — per quanto me ne dolga personalmente, comprendo che con questi calori desideriate di tornar presto al vostro delizioso Terbeno. Che c'è di nuovo, laggiù? Che fa la contessa Clelia?

— Oh! la zia sta benone! Ma si annoia assai. È troppo giovane per star volentieri in campagna.

— Scusate, è sui sessanta... se non erro.

— Non importa. Tutto sta nel carattere, nevvero? Per ora, non c'è male. L'ho lasciata alle prese colla conversione politica del nuovo Cancelliere.

— Ma quando il nuovo Cancelliere sarà convertito?

— Oh allora!...

Corrugò la fronte, con impeto bizzarro. Poi sorrise sedendo, con una mossa piena di abbandono, sul piccolo sofà coperto.

— Troverà.... si occuperà altrimenti, farà benissimo anche senza di....

Si arrestò bruscamente e mutò accento.

— Andiamo, via, non sorridete, non la canzonate così, quella mia povera Zietta. Vi accerto che vale assai più di me. In realtà, son io che ho la sua età ed ella ha la mia.

— Trentatrè anni — disse Leo. — Strana cosa, una donna che dice la sua età. È vero che potete dirla....

E poteva dirla, in fatti. Donna Costanza era bella. La sua persona serbava proporzioni snelle ed armoniche, l'assieme aveva un fascino speciale, una delicata proprietà di attrattive. Certo, non era più giovane, scorgevi qualche indizio di piegoline sull'epidermide del volto, qua e là più marcate, specialmente attorno agli occhi ed in lotta perpetua coll'ardente luminosità di questi, un'impronta come di intime e misteriose lassezze. Molti capelli bianchi, specialmente sulla fronte. Ma con tutto ciò, nulla di vinto, di finito in lei. Tutto il suo essere tradiva un'individualità risentita ed emanava una vaga seduzione, fatta ad un tempo di forza e di femminilità speciali.

Non piaceva sempre nè a tutti. Era moltogiornaliera, aveva facile la stanchezza, pur essendo vivacissima talvolta e piena di brio. Parecchi n'erano stati innamorati e avevano tentato invano di farsi amare. Pareva nata per l'amore, certi momenti, pure ella era o più saggia o più forte della propria attitudine.

Vedova da cinque anni, assai ricca, era da tutti preconizzata ad un secondo matrimonio, ed a questo la spingevano incessantemente parenti, amici e voce pubblica. Era stata più volte richiesta in isposa, aveva sempre detto di no, soggiungendo modestamente: per ora.

Sacrificava alle esigenze del pubblico, vivendo con una sua vecchia zia ch'era, in fondo, molto più mondana di lei.

Andava molto in società, recandovi una perfetta serenità di spirito che alcuni chiamavano non sincera. Riceveva degli uomini d'ingegno e di cuore, aveva, fra essi, alcuni saldi e veri amici. — Si sparlava un poco, vagamente di lei, senza nulla precisare, attribuendole ora una perfezione nell'arte del simulare, ora una freddezza innata ed un orgoglio smisurato.

Taluni erano scontenti, come aizzati dall'incerto che emanava da quella signora, tanto donna nel suo aspetto, tanto statua nel suo vivere e nel suo contegno. Perchè non si maritava? perchè non faceva come le altre? come mai destava, senz'averla, l'idea della passione! Qualcuno aveva sorriso, parlando di donna Costanza Varalli e di Leone Folgardi.

Ma il sorriso non si propagava, cadeva, solitario, nel vuoto. Qualcosa, nella severa grazia di quella donna imponeva il rispetto alla parola non solo, ma anche al pensiero.

I suoi amici dicevano di Leonardo, ch'era timido. Le amiche di lei, dicevano che quella cara Costanza era troppo abile per compromettere l'avvenire; il momento cioè in cui si deciderebbe a sposare quell'uomo.

La verità vera?... Questa:

Egli l'amava e l'aveva sempre sognata sua. Lo sognava tuttora.

Ma aveva presa l'abitudine di rispettare profondamente quella donna, sin da quando ell'era la moglie dell'amico suo. Sapeva ch'ella nonpoteva amare suo marito, ma sapeva altresì che lo stimava, che viveva, tranquilla con lui, se non felice. — Quando ella fu libera, Leo tentò più volte di fargli intendere quanto egli sarebbe fiero e beato da poterle dare il suo nome. D'altro.... non si parlò mai fra quei due.

Erano veramente amici.. Essa ne aveva parecchi, ma fra essi Folgardi teneva un posto distinto, l'amicizia ch'essa gli dimostrava aveva profumo speciale, una vaga, quasi aerea, forma di affettuosità.

E questa era sì cara, sì teneramente necessaria a Folgardi che egli tremava di perderla, di alterare quel bizzarro statu quo, in seno al quale gli anni, quasi cullati, erano trascorsi dormendo.

Non passione, dunque: no. Ma un sentimento speciale, bizzarro, tutto sui generis, uno di quelli che non sono l'amore tutto quanto, ma forse la più delicata frazione di esso, l'amore cioè senza il suo dispotismo.

Questi sentimenti vivono di poco assai, coloro che li provano soffrono sempre alquanto, ma dolcemente, con una continua ed intimavoluttà, fatta insieme di una vaga rinunzia e di una vaga attesa. — Il più degli uomini ridono di questi amori e ancor più ne ridono il più delle donne. Ma non importa, esistono.

Donna Costanza però non ne rideva. Solo a volte, ella, sì intelligente, pareva stranamente ancorata nella serenità della sua: non intesa. Le era accaduto di pensare in modo commovente all'avvenire del suo amico, gli aveva fatto parola or di una or d'altra amica sua, delle signorine tanto care, così bene educate, tanto atte a fare la felicità di un gentiluomo! Ma il gentiluomo in questione si trincerava alla sua volta in un sistema di non intesa, e assentiva con sì languido entusiasmo agli elogi delle damigelle tanto carine che donna Costanza aveva perso ogni speranza di convertirlo. — Forse, in fondo, proprio in fondo al suo cuore di donna, era una vaga compiacenza che l'amico fosse così impenitente. Chi lo sa?

Così si eternava, fra quei due, quel vago incerto di amore, che non impediva loro di essere amici e di vedersi di frequente con unacara e reale cordialità, cui non nuoceva una specie di segreta tendenza a contraddirsi vicendevolmente.

Anche stavolta, per esempio, si stuzzicavano e ridevano. Egli l'aveva un po' amara con donna Costanza perchè ella non gli aveva scritto della sua gita a Firenze.

Poi c'erano delle aggravanti. — Egli era lì da due ore (benchè avesse detto d'essere venuto solo per un momento) e non aveva ancor nulla indovinato del perchè della non preannunziata escursione. E gli pareva pallida colei, aveva certi inquieti sguardi, certi subitanei tremori nella voce. Una espressione strana, diversa dal solito, certi momenti, d'una serenità voluta, forzata, che non gli garbava affatto.

Parlavano di cose indifferenti. A un tratto, egli troncò quei discorsi vani e le chiese reciso:

— Cos'avete?

Ella arrossì, come una colpevole, ridendo, però.

— Io?... Ma nulla. Voi sognate, mio caro!...

Gli occhi di lui ricercarono l'anima di quella donna.

Ella tralasciò di ridere, sorrise dolcemente. Poi soggiunse con grande quiete:

— No, indovinate; ho in mente una quantità di cose, di progetti....

S'arrestò a un tratto, obbedendo ad un'intima esitazione.

Egli insistè, cautamente, come scherzando:

— E non si potrebbe sapere...? Sono tutti misteri?

— Sì — disse ella gajamente. — Misteri.... per l'appunto.

— Ma brava!... Mi rallegro.... E non volete dir nulla? Nemmeno agli amici? Pensereste forse a emanciparvi?

Ella battè forte le mani:

— Precisamente! Ecco; avete trovata la parola. Mi emancipo.

Aveva assunto, per dir ciò, un fare biricchino, quasi provocante, col suo visetto animato, cogli occhi accesi di un vago fuoco di sfida. Egli aggrottò le ciglia e rimase mutoper un istante, poi tentò d'indagare, attenendosi al tono di celia:

— E non temete di essere sgridata tornando a casa domani? che dirà donna Clelia?

Con sua grande, somma sorpresa, Leonardo vide un'espressione angosciosa passare sulla fronte dell'amica. Essa ebbe un sospiro, poi un sorriso, poi un lieve brivido.

— Si abituerà.... — disse poscia.

— Che!? — sclamò Leo.

— Si abituerà — ripetè Costanza. Tacque alquanto, poi soggiunse gravemente: — Nessuno è indispensabile a questo mondo, sapete? Ed è meglio così.... pel caso mio.

— Ah! c'è un caso vostro, attuale?

— Mio, attualissimo, palpitante di attualità.

— Un segreto?...

— Un segreto se volete.

— E se non volessi?

Ella esitò un secondo, come sconcertata.

— Oh! vi prego di volere — disse poscia ridendo. — Si tratta di sì breve tempo!...

— Ah! una sorpresa, allora? Piacevole?.... Per tutti o solo per me?

— Ma come siete curioso? Non sarebbe più una sorpresa se ve ne dicessi qualcosa.

— È vero, sono indiscreto.

Tacquero.... ridendo entrambi. Ma subito il loro riso venne meno. Si guardarono con uno strano sgomento. Ed ella abbassò gli sguardi ed il suo petto si sollevò, anelante.

Una tristezza senza nome invadeva il cuore di Leonardo, un'irritazione dell'enigma doloroso che emanava da quella donna. Ella sorrideva tuttora, con visibile sforzo, il labbro aveva un piccolo tremito convulso.

Egli si alzò, ed ella nulla fece per trattenerlo. Gli chiese solo sommessamente:

— Andate?

— Sì, è tardi e dovete aver bisogno di riposarvi. Niente incombenze dunque?

— No, grazie.

— Neppur dalla sarta? Incredibile: ovvero ci siete già stata? Questa toilette è nuova e vi sta benissimo.

Involontariamente, lo sguardo di donna Costanza corse allo specchio più vicino; ma il cristallo n'era velato, ed ella si mise a ridere.

— Ben mi sta, vedete? Ancora Eva e sempre Eva.

— Eva è immortale ed è la più cara creatura che sia mai esistita. Quell'abito è fatto secondo le più prette regole dell'estetica. Oserei chiedervi come si chiama quella stoffa?

— Foulard des Indes — rispose donna Costanza. E con un gesto involontario, quasi tenero, fe' correr lenta la mano sulle morbide pieghe della sua gonna.

Ma tosto, precipitosamente la ritrasse, mordendosi le labbra.

Egli la studiava ancora, ritto, col cappello in mano, col cuore pieno di dubbiose impressioni.

— Dunque vado — disse finalmente. — Non divulgo il segreto della vostra dimora?

— No, ve ne prego.

— Devo ripassare stasera? Fareste una trottata dopo pranzo? No?... Ebbene, riposate. Se posso giovarvi, comechessia, onoratemi dei vostri comandi.

Aveva ancora di quelle vecchie formole e stavano bene in bocca sua. Si chinò a baciarela mano di donna Costanza. Gli parve che quella mano tremasse un poco, che fosse arida, calda sotto le sue labbra. Gli occhi avevan pure qualcosa di febbrile, lo sguardo una specie di smarrimento vago, doloroso.

— Siete stanca? — gli chiese — soffrite?

— No; addio.

Ma non ritrasse la mano, ch'egli teneva tuttora fra le sue.

Quei due si guardarono ancora, col fascino delle loro arcane angoscie. Egli, sopratutto, cercava d'imporle la forte potenza della sua penetrazione di indovinare il mistero di lei. Ma essa lo celava, rigida, fissando lui.

Leonardo lasciò andare la mano di quella donna. Gli era venuta una strana tentazione, quella di serrarla sì forte da attirar lei, tutta quanta, sul suo cuore. E quando ella fosse lì, chiederle aspramente:

— Ma cos'hai, tu, cosa intendi di fare?

Non fece nulla di ciò. Fece bensì qualcosa di insolito, le disse qualcosa che non aveva mai osato dirle.

— Sentite, donna Costanza. Oggi non viintendo. Mi parete un'altra, non siete voi. Qualcosa vi turba, questo è certo. Parmi avvertire che abbiate presa una risoluzione. Quale sia, non lo so. Questo so e vi dico: Che il giorno in cui abbiate d'uopo di un cuore devoto, tutto vostro, in qualunque modo, sotto qualunque titolo, ebbene, quel giorno ricordatevi di me. E ora: a rivederci e buon viaggio.

Costanza non finse, stavolta, di non aver capito. Una fiamma rosea le aveva suffuso il volto. Il suo sguardo profondo seguì Leo sino all'uscio. Ma quando vide ch'egli aveva girata la maniglia, ella ebbe un appello imperioso ed irresistibile.

— Leo!

Egli si voltò, ma non tornò indietro.

— Donna Costanza?

Ella attese un istante, poi gli disse, assai calma:

— Vorrei pregarvi di un piacere. Intendo fare un viaggio.... un piccolo viaggio. Sareste libero domani?

— Liberissimo e a vostra piena disposizione.

— Vi dorrebbe di accompagnarmi?

— Donna Costanza!... Ma che bella idea!

— Aspettate a lodarla. Non sapete neppure dove andiamo.

— Dovunque vi piaccia. Attendo i vostri ordini.

— Veramente? Ebbene, allora.... sia. Ma devo dirvi: È un mio capriccio, sapete, un'ubbia. Non v'importa di non saper nulla, di lasciarvi condurre dove voglio? Più tardi.... capirete.

— Non ho nessun bisogno di capire nè di sapere. Mi basta d'aver l'onore di accompagnarvi. Sarebbe dunque per...?

— Per domani alle dieci. Passate a prendermi. Provvedete per un giorno o due di vagabondaggio. E qualunque cosa accada, checchè vediate, checchè pensiate, non vi meravigliate di nulla. Non mi chiedete dello scopo del mio viaggio, non mi parlate dell.... dell'avvenire.... nevvero?

Si arrestò un istante, anelando, poi ripetè «energicamente: — Nevvero?

Egli s'inchinò:

— Così sia. Non più di ciò.... vi prego. Vi ringrazio, domani sarò qui, alle dieci, e voi mi guiderete dove vorrete.

— Sta bene. A domani.

Pareva, ora, che la presenza di Leonardo recasse a quella donna un'impazienza dolorosa.

Egli se ne andò sbalordito, felice.... Ma inquieto pure; stranamente inquieto.

Le dieci.

Echeggiavano ancora nell'aria mattutina quando un landeau di rimessa si fermò dinanzi al portone di casa Varalli. Dalla carrozza scese tosto il barone Leonardo. Salì lo scalone, e venne introdotto da Gaetano nel salottino di donna Costanza.

Essa lo attendeva colà, già in assetto di viaggiatrice, seduta e calzandosi i guanti. Sulla scrivania non più carte nè lettere. Nulla.

Non era sola. Una cameriera, la vecchia Rita, riponeva qualcosa in un elegante sacco di cuojo. Il mastro di casa, monsù Polè, ascoltava,ritto, impalato, dinanzi alla signora, le istruzioni che questa gli andava impartendo. Ma ella s'interruppe per salutare Folgardi.

— Buon giorno, Leo; siete veramente esatto. Permettete un momento?

Leo s'inchinò, ritraendosi, e mentre ella continuava a parlare col mastro di casa, egli si permise di contemplarla da lungi.

Era stupendamente vestita per la circostanza, tutta avvolta in un'ampia spolverina di seta grigia che sapeva essere ad un tempo maestosa e leggera. Il cappello, grigio parimenti, con un grosso nodo di velluto e un'ala bianca di colomba. Era assai bella, quel giorno, donna Costanza Varalli di Terbeno.

Finita la conferenza il maggiordomo chiese se dovesse far avanzare una carrozza.

— Ci sarebbe la mia — s'affrettò a dire Folgardi.

— Benissimo, — rispose donna Costanza, — mi gioverò della vostra. Oggi bisogna che a tutto pensiate voi. Hai finito, Rita?

— Sì, signora — rispose una voce tremante, mezzo affogata nel pianto.

Donna Costanza si voltò. — Oh Rita, cosa vedo?...

Questo vedeva: che Rita si asciugava gli occhi colla cocca del grembiule.

— La signora mi scuserà;.... Ma vede; son tanti anni che la servo ed è la prima volta che lei va via così... senza di me.

Donna Costanza ebbe un piccolo pallore fuggitivo.

— Ti rincresce... povera Rita? — disse con accento commosso, dolcissimo. — Ma ti accerto che non è perchè io sia scontenta di te. Sai, che ti ho sempre voluto bene. Non pensarci, Rita... passerà... Tutto passa.

Si arrestò, represse un piccolo tremore, poscia proseguì:

— Suvvia, sta di buon animo, non accorarti così. Addio, mia buona Rita, ricordati di... di tutte le raccomandazioni che ti ho fatte. E ora, vogliamo andare, Leo?

Egli le offerse premurosamente il braccio e il mastro di casa spalancò dinanzi a loro i dorati battenti.

Traversarono la lunga fila di appartamenti.Mentre passavano da un gabinetto di raso celeste, ella alzò gli occhi ad una parete e vide il suo ritratto ad olio, in grandezza naturale, in veste da ballo, coi suoi brillanti. — Glielo aveva fatto Guglielmo De Sanctis, a Roma, pochi anni addietro. Era riuscito stupendamente, di una perfetta rassomiglianza, trattato coll'intonazione armonica e grandiosa che caratterizza tutte le opere del celebre ritrattista romano. Donna Costanza gettò sul ritratto uno sguardo rapido, profondo. Ebbe un lieve rossore d'orgoglio, sorrise e passò oltre.

Quando furono sullo scalone, ella rallentò il passo. Sul ripiano, si fermò.

I suoi sguardi percorsero tutto quanto il vasto ambiente, salirono sino al soffitto, coll'affresco olimpico popolato di Dei in iscorcio, scesero lentamente, circuendo e come accarezzando tutto; la grande lanterna antica di ferro, i banchi stemmati, le statue ed i fregi della balaustra.

Poi ella chinò le palpebre, e così scese l'ultima scalinata.

Quando fu in carrozza si lasciò andare nel suo cantuccio, come una persona affranta dalla stanchezza. Ma subito si riscosse e si rizzò a sedere, in quella posa dignitosa e squisita che tutti solevano ammirare vedendola a passare in carrozza e che le sue amiche cercavano invano di imitare.

Respirò fortemente e disse al suo compagno:

— Che bella giornata!

Veramente; era una bella giornata. Nella notte c'era stato un forte acquazzone e s'era lasciato dietro nell'atmosfera una frescura ed una tersità mirabili. La luce aveva una letizia gloriosa e verginale, la gente che passava, la frettolosa industre gente del mattino subiva inconsciamente quell'influenza, i passi erano alacri, serene, ilari le fisonomie.

Le lastre e le bacheche dei negozi erano brillanti della recente ripulitura, le cose fantasiose e gentili esposte in vendita avevano una provocante civetteria di prima offerta. I fiorai giravano, colle ceste scoperte, colme ancora d'immacolati mazzi di fiori.

Donna Costanza guardava tutto ciò sorridendo,evidentemente rianimata da tutta quella gaja frescura mattutina. Era un po' pallida, come lo sono bene spesso, nelle prime ore del giorno, le persone delicate, ma ciò non le disdiceva e neppure le disdiceva la lieve ombreggiatura azzurra che si stendeva sotto i suoi occhi. Forse, non aveva dormito tutta intera la notte.

Ma s'era fatta animatissima ormai, aveva anzi un non so che di dolcemente biricchino, nuovo affatto in lei e che Leo andava studiando attentamente. Ogni tanto lo coglieva un dubbio. Cos'era tutto ciò? Un capriccio crudele? Una prova?... Perchè l'aveva voluto con lei in quel giorno? Non capiva — benchè avesse trascorso insonne la notte, pensandoci... Avrebbe sperato molto, con un'altra signora. Maleinon era un'altra, era lei... Pensò che era meglio di non pensare. Ed ebbe ragione... forse.

Scesero alla stazione, ed ella guardò subito l'orologio.

— Le dieci e venti! — sclamò, — manca una buona ora alla partenza del nostro treno.

— Avete sbagliato i vostri calcoli? — le chiese Leo ridendo.

— No, affatto. Ho calcolato tutto. Avremo così il tempo di far colazione al Restaurant.

— Il Restaurant della Stazione?... Ma non so se....

— Oh, non importa. Oggi è una giornata... speciale. Ho un appetito!.. E si fa un pochinol'école buissonnière... nevvero?

Facendogli quella strana domanda, ella sorrideva in un modo non meno strano, un modo determinato, con una sì calma e sì misteriosa audacia ch'egli ne rimase trasecolato.

Una domanda gli salì impetuosa alle labbra, ma egli non la formulò. Gli sovvenne ciò ch'ella le aveva sì nettamente imposto il giorno prima, di non chieder nulla, di non meravigliarsi di nulla. Tacque.

Condusse la signora nella sala del Restaurant e sedette con lei ad un tavolino già allestito per due persone.

— Comandate voi, — disse donna Costanza, — oggi non voglio prendermi nessuna briga.

Si toglieva i guanti, lentamente, mentre ilsuo sguardo errava pel vasto ambiente, sì diverso da quelli ov'ella viveva. Guardava il lusso plateale dei sedili di velluto rosso, le dorature annerite, le volgari cornici dei grandi specchi. Ilbuffetgrandissimo, di marmo, colle sue innumeri e gaje note di colori, gli aranci, le fragole, le nespole giapponesi, le albicocche primaticcie, piccine. Sulle pareti una cervellottica illustrazione diréclames, le mostruose capigliature del rigeneratore Allen, i verdi impossibili dei paesaggi di stazioni balnearie. Al banco sta la padrona, decorosa e grave, che tutto vede ed osserva, senza mai toglier gli sguardi dal suo delicato lavoro di uncinetto. L'impiantito di legno esala il fresco umido della recente spazzatura, i tavolini piccini, già preparati, invitano, col candore delle biancherie, coi riflessi lucidi e gai del vasellame. Gli avventori sono molti, vari, frettolosi, famiglie intere che i papà e le mamme cercano di sfamare con evidente inquietudine per la scarsità del tempo, squadre di viaggiatori avvezzi, che non si confondono, aspetti annojati di oziosi, venuti senza scopo, mestefaccie di rimasti che assaporano il primo senso reale della separazione, qualche tipo di irrequieto, che un'impazienza imperiosa ha condotto alla stazione prima assai dell'arrivo diqueltreno e che cerca d'ingannare l'attesa davanti ad un moka o ad un cognac.

Ogni tanto la voce stentorea dell'impiegato, che annunzia le partenze imminenti, si eleva oltre il brusio delle tante voci. Allora è uno scindersi di crocchi, un elevar di saluti, s'ode schioccare qualche bacio di addio, la gente si precipita, affollandosi verso l'uscita. Al di fuori, dietro le invetriate, corrono le nere moli dei treni, s'odono il cigolío stridente delle ruote, i fischi brevi, secchi del vapore che sfugge dai robinetti, le esalazioni gorgogliate, asmatiche che sprigiona il fumo delle locomotive. Poi, l'entrata chiassosa del rivenditore di giornali e di orari, quella più pacata, del coltellinajo ambulante e persino del fiorajo. — Certo; il vecchietto dell'angolo di via Rondinelli che si spinge il mattino sino alla stazione, in cerca di viaggiatori sentimentali e di sposi in partenza.

Passa davanti a donna Costanza, la ravvisa e si ferma, salutandola con grande ossequio ma anche con una certa famigliarità, perchè ella suole comprar molto da lui, e viene bene spesso in anticamera a scegliere i fiori ch'egli le reca a palazzo.

Donna Costanza fa colazione. Mangia volentieri un po' d'aragusta, e ogni tanto si reca alla bocca un bicchieretto di Bordeaux. Quella donna possiede il raro dono di mangiare con arte. Almeno così pensa Leonardo, e pensa pure che cara cosa sarebbe il poter far colazione ogni giorno con lei, non già al Restaurant, ma soli, nella sala da pranzo della baronessa Folgardi.

Leo ha delle idee nuove e strane. Ieri ciò pareva sì lontano, sì impossibile; ma oggi essa è con lui, fa colazione con lui... fra poco partiranno assieme. Per quali estranii lidi? Non può essere, in lei, un mero capriccio. Ella non è capricciosa. Dunque, perchè?...

Ecco, discorre col fiorajo, ora. Anche per quel vecchietto cencioso ha una musica sommessa di buone parole, una luminosa bontàdi sorriso, mentre ella ammira le belle, freschissime rose della paniera.

Leonardo diventa audace:

— Permettete, donna Costanza?

Certo, donna Costanza permetteva a Leo Folgardi di offrirle qualche rosa. Lasciò che egli ammonticchiasse sul tavolino, davanti a lei, i più belli esemplari della Flora del vecchietto. Solo quando n'ebbe tante, proprio tante, protese la mano e disse dolcemente:

— Basta ora, vi ringrazio.

Il fiorajo si congedò, con mille complimenti e mille raccomandazioni che lo facesse avvisato quando tornava di villa, perchè potesse recarle subito la prima Gran Bretagna.

Ma ella nulla promise. Disse solo: — Addio, fiorajo.

Gli tenne dietro collo sguardo, a lungo, mentre s'allontanava, poi riannodò con Leo le fila di una buona, ilare conversazione. Prendevano il caffè ora, lietamente, animati. Intesi solo uno all'altra, si isolavano, in mezzo alla folla, sempre mutata e che non aveva il tempo di occuparsi di loro.

In quella giunse ancora un treno; l'onda dei viaggiatori passò davanti albuffet. Alcuni fra quelli di prima classe entrarono. Nel novero, un giovanotto elegante, con una faccia lunga, pallida ed intelligente.

Entrando, vede quei due. Apparteneva al loro mondo, li riconobbe e un lampo di viva meraviglia passò nei suoi sguardi, ma per dar tosto luogo ad una voluta impassibilità. Non salutò, finse di non vederli, di esitare e di ritrarsi per conto proprio. Quanto era mai avveduto e discreto, quel caro Peppino Tremiati!

Essi l'avevan veduto, ma Leonardo non ebbe il tempo di salutarlo. Egli guardò la sua compagna. Ell'era subitamente tornata al pallore di poche ore prima e la sua mano giaceva un po' tremante, sopra le rose. Tacquero un momento, col reciproco senso di ciò che pensavano... col pensiero dei pensieri di Tremiati.

Il colloquio non tardò a ricominciare. Ma non sì franco, sì scorrevole come prima. In capo a qualche tempo, donna Costanza guardò ancora l'oriuolo.

— A momenti parte la corsa per Bologna.

Raccolse le sue rose e si alzò.

Soli, nella carrozza di prima classe.

Il treno correva. — S'erano perfettamente aquartierati, sedevano di faccia nell'angolo del waggon. Le sacche, i scialli, gli ombrelli giacevano al sicuro nelle reti, le rose prendevano aria, assicurate alle finestre, davanti alle quali s'incorniciavano, passando, i paesaggi idillici della campagna toscana, per dar poi luogo alle più severe prospettive dell'Appennino. I due viaggiatori godevano veramente di quel viaggetto.

Non pensavano più a Peppino Tremiati, nè a quanto avrebbe narrato agli amici, del recente incontro. Chiacchieravano sereni, con perfetta fiducia e completa libertà di spirito.

Almeno, così pareva.

Cominciarono i tunnels.

Non appena il treno s'ingolfava fischiando nella galleria, Leo alzava il cristallo della finestra. Tacevano entrambi, cullati dal moto ritmico del treno, dal cupo mormorio delle ruote. I fiocchi delle cortine danzavano freneticamente sui cristalli, risuonanti come piccoli tamburi assordati, e la scarsa fiamma della lucerna ad olio metteva nella carrozza una semi-luce sobbalzante, piena di tremori.

Donna Costanza stava immobile, rannicchiata nel suo angolo colla testa appoggiata all'indietro, colla mano penzoloni, fuori del gallone, appeso di fianco alla finestra. S'era tolta il cappello. Il colore e la linea del suo abbigliamento andavano del paro confusi in quell'incerto chiarore. Ella pareva vestita d'ombra. Nella bianchezza del volto suo, gli occhi parevano grandissimi e fissavano come ipnotizzati la fiamma della lucerna. Il corpo aveva un grande abbandono di posa, ma questa perdeva molto del suo significato, così accompagnata alla calma spettrale dello sguardo. Leo avrebbe dato dieci anni di vita per scrutare l'arcano di quella piccola fronte,sì intensamente pensosa, come immersa nella contemplazione di cose misteriose e lontane. Egli non osava interrompere quel silenzio, che pur gli faceva quasi paura; si sentiva pressochè irrigidito egli stesso, in uno smarrimento austero della mente, mentre il cuore gli batteva, con un palpito turbato, che pareva accompagnarsi al frettoloso e cupo rombo del treno nelle viscere del monte.

All'escita dalla galleria, il fascino si rompeva.

Donna Costanza si chinava con vivace movimento verso la finestra della quale Leo abbassava prestamente il cristallo. Le due teste si riavvicinavano, coll'identico desiderio d'aria libera, gli sguardi si cercavano impulsivamente, come se il giorno ricominciasse da lì!... la parola tornava facile, eloquente, il colloquio ricominciava vivo, confidenziale. L'impressione della natura esterna li riafferrava, si accennavano a vicenda la maestà delle masse granitiche, la dolcezza verde dei declivi, l'incomparabile bellezza di vedute che la celerità del treno faceva sfilare davanti a loro,come una rapida successione di quadri. Spaventosi precipizi, sul lembo dei quali un'accolta di casupole si penzolava, come un gruppo di curiosi attratti dalle visioni del profondo. Qualche casetta bianca, ideale, perduta sul profilo del monte o pel cupo verde di una boscaglia; qualche grande spazio di arido terreno bruciato dal sole, colla tetra poesia di una maledizione di sterilità, la maestà d'antenna, superbamente ritta d'un pino isolato su un'altura, forse l'einsam baumdi Heine assorto nel pensiero fantastico della palma africana. S'interessavano a tutto dalla via, alle cascatelle irruenti, alle chiesette che pajono sì eloquenti di Dio, lassù quei luoghi ove sì poca gente sale, faticosamente, a pregare. Il Reno attirava di continuo i loro sguardi, coi suoi infiniti meandri di piccolo fiume che assume mille aspetti, che si dà aria di torrente, di ruscello, di fossato, ora gonfio, ora esile, ora a destra, ora a sinistra del treno, capriccioso nel suo corso dietro a questo, come un cane che accompagni il padrone alla passeggiata.

Guardavano e commentavano tutto ciò, ridendo, respirando l'aria acuta dei monti, colla coscienza di goderne anche perchè la respiravano assieme. Leonardo si abbandonava con un'intima gioja piena di speranza alle impressioni di quella gita. Evitava con cura ogni frase che potesse turbare la serenità di donna Costanza, quel suo perfetto e fiducioso abbandono. Aspettava: quel capriccio doveva pure significare qualcosa, approdare a qualche riva.

Erano consci entrambi dell'anormalità della loro posizione, sapevano di parere due innamorati, ma nessuno di essi accentuava la propria parte nel duetto.

Forse Leo non era veramente innamorato di quella donna, l'ho già detto, ma gli pareva assai cara e piacente e fatta per lui. Il mistero capriccioso di quella gita odorava vagamente di lieto fine, solo lo turbava l'aspetto strano ch'ella assumeva nella semi-tenebra dei tunnels, quella inesprimibile malinconia dello sguardo di lei!

Itunnelssono innumeri sulla linea Firenze-Bolognae annojano terribilmente i viaggiatori. Pure, quei due non parevano affatto annojati ed il treno entrò nell'aperto sorriso della campagna bolognese, senza che fra essi fosse avvenuto incidente alcuno. Cioè no.... sbaglio, ci fu un incidente. Ma sì lieve lieve!...

Solo questo: In una discesa, il treno ebbe, non so come, una piccola scossa. I viaggiatori sobbalzarono sui loro cuscini, le rose sobbalzarono pure e fecero atto di cadere fuori della finestra. Due mani si protesero a un punto per trattenerle, di quelle mani, una era più grande e l'altra più piccina. Stettero un secondo a contatto, poi la mano piccina si ritrasse e l'altra la seguì, con una piccola insistenza tremante che a rigore poteva essere un eccesso di zelo, per la tutela delle rose, ma la mano di donna opinò che le rose fossero abbastanza tutelate.

Dopo di che, donna Costanza chiese al suo cavaliere se Bologna fosse finalmente in vista.

— Siete stanca del viaggio? — le chiese Leo non senza una certa ironia.

— Sì.... — disse semplicemente donna Costanza.

Null'altro... Ma l'accento era sì strano, che Leonardo non fece commenti. Chiese a sè stesso il perchè della tenerezza malinconica di quell'assenso, ma non chiese nulla alla sua compagna.

— Siamo giunti — disse di lì a poco, alzandosi per prendere le sacche.

— Siamo giunti! — diss'ella come un'eco. Prese le rose e ne aspirò a lungo il profumo.

Scesero all'Italia, un hôtel simpatico, vecchio, che somiglia poco a un hôtel, ma ha serbato il carattere di ciò ch'era un tempo, il palazzo d'un gran signore. Chiesero tre camere, due da letto, separate da un salottino. Trovarono tutto ciò e s'installarono nel salottino o meglio sul balcone di pietra che percorreva tutta la lunghezza dell'appartamento e dava sulla stretta via. Dirimpetto, c'era un palazzone tanto fatto. L'hôtel e quel palazzo si guardavano di fronte, da presso quasi minacciosamente, come se stessero perdar di cozzo, troppo grandi e maestosi entrambi per l'angustia e la miseria della via sottostante, immagini forse delle vecchie idee nei tempi odierni. L'hôtel aveva certamente la peggio, in fatto di dignità, con quel suo aspetto di palazzo: utilizzato colle sue porte numerizzate, col suo andirivieni di omnibus, colla volgarità delle tabelle e degli affissi che profanavano la maestosa grandiosità dell'androne, col suo volgare tramestìo di camerieri. Ma era vivo, e il suo compagno dirimpetto era morto. Un'uggia malinconica esalava dalle chiuse finestre. A terreno una sequela di grosse inferriate, tutte ruggine e ragnatele. Da una di quelle finestre soltanto, quelle forse del custode, sporgeva tra le sbarre il verde pallido di un vaso di garofani e s'alzava, assieme ad un cattivo odore d'olio fritto, un eterno e picchettato strepitio di macchina da cucire. Al sommo del portone, dietro l'ampia corona che sormontava lo stemma del padrone, una colomba s'aveva fatto il nido e covava, immobile collo sguardo di madre, attento e patetico.

Leonardo stava alle convenzioni, non chiedeva nulla, non si meravigliava di nulla. Solo le pareva strano ch'ella dopo aver detto d'esser stanca, non volesse andarsi a riposare.

E come egli insisteva, donna Costanza ebbe una bizzarra forma di rifiuto.

— No, voglio restar con voi.

Così, non andò a riposare e rimase con lui, di fronte al vecchio palazzo disabitato.

La quiete della via pareva salire sino a loro ed avvolgerli in una maestosa serenità di assopimento. Senz'avvedersene smisero a poco a poco di mutar parola, smisero pure di pensare, forse per la stanchezza cagionata dalle gravi tensioni degli animi loro. Ci sono di questi strani momenti che si vivono così, anche in due, come in un'indeterminata incoscienza di sogno, colla stessa sensazione d'essere in vacanza dal pensiero e dal sentimento, in un'accalmia completa di tutto l'organismo, col senso di esistere, ma senza ingerirsi dell'esistenza propria. Ciò si prova, talvolta in piena vita, in piena tempesta di vita. Per un po' piace.... è un momento ditregua. Alla lunga, sgomenta e la si scuote, perchè somiglia alquanto alla sensazione della morte.

Leo la scosse pel primo.

— Ebbene, donna Costanza... che si fa...?

Ella lo fissò un momento, senza pensare a lui, il suo occhio semichiuso aveva un languore eccessivo.... un po' strano. Ci sono varie specie di stanchezze che si somigliano un poco nei loro sintomi.

Leo si destò completamente e balzò in piedi. Il cuore gli martellava forte.... Mosse un passo verso di lei.

Essa era completamente desta ed egli non vide dinanzi a sè che la sua calma amica donna Costanza Varalli di Terbeno.

Sorrisero entrambi. Ognuno aveva ritrovato sè stesso. Leo chiese a donna Costanza se si dovesse ordinare il the. Sapeva ch'era solita prenderlo a quell'ora, alle quattro.

Ma ella fece un breve cenno di diniego, poi soggiunse: — Grazie; non lo prendo più.

— Oh! come mai queste novità? Ma se era la vostra passione. Vi rinunziate così facilmente?

— Facilmente?... — rispose ella come un'eco. Tacque e il suo sguardo assunse una espressione di dolore, ineffabile e sacro.

Ma subito ella si scosse e disse a Leo:

— Volete escire?

— Con voi?

— No, escirò stasera.

— Bramate riposare ed esser sola?

— No, affatto!

— Allora, lasciatemi restar con voi.

— Sì — diss'ella con una soddisfazione quasi tenera — restate con me.

Restarono dunque assieme, e pranzarono nel salotto. Un fine desinaretto. Al centro del desco, in una carafa d'acqua stavano le rose. Donna Costanza e Leonardo mangiarono lietamente come avevan mangiato il mattino alla stazione, meglio ancora, cioè, senza la visione della pallida faccia di Tremiati. Parlarono di cento cose, godendo delle chiacchiere scambiate, dell'odore e della vista delle rose, del riposo, di tutte le contentezze del momento. Il che è certamente quanto di più saggio ed opportuno si possa fare in hac lacrymarum valle.

Dopo pranzo, calato il sole, escirono in carrozza. Dissero al cocchiere che andasse a piacer suo ed egli percorse tante belle vie, tutti palazzoni austeri e monumentali, bucati alla base dei porticati, sì caratteristici, dentro i quali la penombra del pomeriggio s'allungava già, progressivamente, come un serpe che distende le anella del suo corpo. Ogni tanto l'automedonte accennava la tal piazza, la tal chiesa, la tal via. Commentava ed illustrava a modo suo, con quella parlantina strascinata nell'accento, ma sì italiana nella frase, che tutti, anche la gente del popolo, hanno sì facile a Bologna. Ma a poco a poco, vedendo che i suoi avventori non gli rispondevano, tralasciò di parlare e un dubbio surse nell'animo suo, che quei due potessero essere due novelli sposi o semplicemente due innamorati. Non era ben certo, però; non gli pareva mai d'aver udito, dietro la sua schiena lo schioccare furtivo di un bacio.

Ciò nullameno, li condusse ai giardini, pressochè deserti in quella stagione, e lasciò ch'essi godessero in pace di quella meravigliosaprospettiva di colli lontani e prossimi, tempestati di ville, dell'ampiezza larga e fresca dei viali, dell'estesa, sì ricreativa allo sguardo, dei prati testè falciati. Il giorno finiva, grandioso e in silenzio come un giusto rassegnato. Presso alle cascatelle si levava una diafana velatura di nebbioline, dalla macchia venivano assieme ai profumi acuti dell'acacia in fiore, alcuni rotti preludî di gorgheggi. Nell'immensa frazionatura dei sobborghi qua e là si accendeva un lumicino, nell'intenso azzurro del cielo, appena velato dal primo pallore vespertino, qua e là si accendeva una stella.

Quando furono presso il cancello d'escita, il cocchiere si voltò.

Ma la signora disse:

— Ancora un giro.

Fecero quel secondo giro in silenzio, come se la muta dolcezza del luogo e dell'ora avesse compreso anche le anime di quei due. Vieppiù si accentuava, in quel momento, la strana sensazione di vivere in sogno, che già più volte in quel giorno li aveva blanditi e quasi addormentati. Una voluttà di arcani languorialitava sui loro spiriti, qualcosa come il fresco sventolio dell'ali di un vampiro sulle tempia del dormiente, mentre il sangue succhiato se ne va stilla a stilla e la vittima non sa far altro che morire! Dolcemente però, nella piena coscienza di sè stessa, sentendo che uno sforzo, un gesto, basterebbe a salvarla, ma sentendo pure di non poter fare nè quello sforzo nè quel gesto. Tutto ciò nella più perfetta libertà reciproca, nell'impressione amorosa della notte.... soli.... vicinissimi. Null'altro che la forza, la volontà per un secondo. Un impulso, un lieve moto delle persone, uno stender di mani, un sospinger di labbra, una fusione di due aliti e.... tutto sarebbe stato detto. Ma ciò non avvenne. Perchè?... Quale strana possa paralizzò in quell'istante la possa di quelle due volontà? Perchè si ribellarono a loro stessi, ai loro cuori, ai loro sensi? Perchè non si amarono in quell'istante? Come possono essere queste follie negative dell'animo? Rispetto o disprezzo dell'amore, coraggio o codardia, eccesso di vita, o misteriosa insufficienza di essa?...

Così se ne tornarono tranquillamente alla locanda. Nel salire le scale donna Costanza tradiva nel volto, nel passo, in tutta quanta la persona un'estrema lassezza. Pareva essersi fatta quasi vecchia, le sue fattezze erano come stiracchiate, un piccolo tremito nervoso scoteva le sue labbra, l'occhio aveva una specie di terrore inerte. Ma ella sorrideva ancora, pallidissima, sul ripiano del grande scalone e porgendo la mano a Leo, per salutarlo.

— Buona notte, — disse Leo, — riposate bene ed a lungo. Vi alzerete tardi domattina, nevvero?

Ella assentì, con un lieve cenno del capo.

— Mi manderete i vostri ordini, quando vi piacerà. Spero che dormirete benissimo.

La cameriera aspettava, accanto a loro, tenendo la bugia accesa fra le mani. Quando vide che quei due avevano finito di salutarsi aprì l'uscio della camera di donna Costanza.

Allora questa si scosse, la sua persona si eresse vigorosamente, parve farsi alta, imponente.Non più traccia dell'abbattimento di un momento prima — non più stanchezza. L'occhio ebbe un fulgore, risoluto e sovrano!

Con voce chiara, vibrata, donna Costanza salutò Leo Folgardi.

— Buona notte... — gli disse.

Null'altro.

Poi ella varcò la soglia e la porta si chiuse.

Leo non poteva decidersi a coricarsi. Faceva molto caldo, in camera sua. Aprì la finestra e passò sul lungo balcone. Chiuse ermeticamente le finestre del salotto e quella della camera di donna Costanza.

Era mezzanotte; ogni tramestio era venuto meno nell'Hôtel. Un po' di lume lunare scendeva di sbieco nella via, sbattendo sulla facciata del palazzo di fronte un angolo di pallore luminoso. I colombi dormivano, appollaiatidietro la corona. Giù nel nero della viottola transitavano scorrazzando delle piccole forme feline, inseguentesi con delle acute note miagolanti di feroce amore. Da un giardino non lontano giungeva ad intervalli una indefinita tenuità soave di olezzi e di canti d'usignuoli... Parve a Leo che giù in fondo alla via, in prossimità d'un lento e cauto passo, una finestra si andasse aprendo adagio adagio con ogni cautela.

Tutto ciò lo irritava, senza ch'egli ne sapesse il perchè. Il suo sigaro gli parve cattivo, lo gettò via. Un vago scontento lo invadeva, assieme al pensiero di quanto fosse uggiosa la sua solitudine in quel momento. Ripensava, con una beffarda ironia, a tutti gli incidenti di quella bizzarra, insulsissima gita. Tutto ciò era stupido in complesso. Si sentiva vagamente deluso e chiedeva a sè stesso s'egli non vi figurasse in modo un po' ridicolo, dopo tutto. Come aveva potuto lasciare che la cosa s'impiantasse a quel modo? Si adirava ora seco stesso, per esser stato sì obbediente, sì docile allo spirito delle ingiunzioni didonna Costanza.... Ovvero... fino a qual limite si stendevano queste ingiunzioni. E se invece?...

Pensò ad un tratto a Peppino Tremiati. Rivide la sua snella persona, il suo volto lungo e magro, pensò alla celata ironia del suo sguardo. Pensò a ciò che aveva detto, a ciò che direbbe di lui e di donna Costanza. Si morse le labbra, sotto l'impressione d'un dubbio brutale che si accampava dinanzi alla sua esperienza mondana. Si rammentò uno degli assiomi favoriti di Peppino Tremiati... per l'appunto. O la donna colpevole o l'uomo imbecille!... Ora; egli rispettava infinitamente donna Costanza, non poteva ammettere neppur col pensiero ch'ella fosse... ciò che diceva Tremiati, ma se per caso, se, dopo tutto, Leonardo Folgardi fosse, egli... ciò che diceva Tremiati?

Leonardo Folgardi si recò all'altra estremità del balcone. Si appoggiò col dorso alla balaustra di sasso, dirimpetto alla finestra di donna Costanza.

Guardò e pensò: le gelosie, i vetri, poi leimposte. Dietro le imposte, la camera. Nella camera... lei.

Il suo pensiero turbato, sconvolto, divampò come una fiamma d'incendio. — Ella dormiva certamente a quell'ora.... Era stata tanto stanca, sul ripiano dello scalone. Eppure, all'ultimo momento, che energia suprema, inattesa, aveva subitamente ravvivato tutto l'esser suo!

L'esseredi quella donna, la sua bellezza sì grave e sì pura, la sua dolcezza pensosa, come assopita, dove si suscitava a un tratto incerta, velata, una larva di passione che pareva sempre in fuga.

Sulla calma fondamentale dei sentimenti ch'egli aveva sempre avuto per lei, passò un nuovo, caldo soffio di tempesta. Egli provò un beffardo pentimento d'averla amata così... sì a lungo...

Derise fieramente sè stesso per la sua pazienza, per l'annientamento in cui s'era adagiato, della sua contemplazione di devoto. Ebbe un violento, cattivo ardore di brama.

Colle mani tremanti brancicò le persiane, ne tentò le forti sbarre. Ma combaciavanoperfettamente, tutto era serrato, tutto sfidava il rabbioso volere delle sue mani. Allora pensò ad un vecchio dramma di Dumas che nessuno più legge ora, nè ode. Pensò che avrebbe dovuto fare come Antony.

Senonchè, egli non era Antony. Era un uomo di quarant'anni, saggio e posato... E poi: far saltare un cristallo, sollevare un manubrio, a proposito di donna Costanza!

Sorrise dinanzi all'idea schiacciante di quell'assurdo. Sorrise e ritrasse le mani da quella persiana. Ma la tempesta non si ritrasse sì tosto dal cuor suo, ed egli lasciò che imperversasse.

Disse solo vagamente: domani, quella parola sì vasta, sì vacua. Certo, domani egli non sarebbe più com'era stato oggi. Domani, in un modo o nell'altro egli punirebbe quella donna!

Punirla?... Ma di che?... D'aver avuta tanta fiducia in lui?

Rimase immobile a lungo in una perplessità crudele, profondamente umiliante per lui. Poichè è duro sempre, per un uomo di quarant'anni,il momento in cui egli chiede a sè stesso, se ha presa la vera o la falsa via dell'amore. Poichè ne ha fatta molta ormai e non ha più il tempo di ritornare sui suoi passi.

Ripetè ancor febbrilmente, con tutte le animosità e il desiderio di un fanciullo la parola: domani. Risolvette di mancare alla sua promessa, di chiedere imperiosamente all'amica il perchè di quella gita. Sentì il bisogno di essere severo, aspro per lei, di chiederle conto della sua attesa, dei lunghi anni perduti, del languore inerte in cui ella aveva assopito il cuore, addormentati i sensi di lui. Si sentì ribelle, e un odio si levò nel suo cuore.... Pure, forse solo in quel momento egli amò completamente donna Costanza.

Rientrò in camera. — Si addormentò solo a giorno fatto e si destò nelle tarde ore del mattino. Si vestì in fretta, scese a terreno e chiese di donna Costanza.

Con sua somma sorpresa udì ch'ella era escita due ore prima, verso le otto.

— Sola? a piedi?

— A piedi e sola.

— Non aveva lasciata ambasciata alcuna per lui?

— Sì. Aveva lasciato il buon giorno e la preghiera di non attenderla a colazione.

Leo non volle tradire, davanti all'ossequiosa faccia del portinajo, l'ingrata sorpresa di quell'informazione.

— Sta bene, — disse. E passò nellasalle à manger.

Sedette a un tavolino e ordinò qualcosa.

Ma non mangiò guari. Guardava ora la seggiola vicina, ora l'uscio d'entrata. Ad ogni muover del battente provava una scossa, si attendeva a veder tosto incorniciata nel vano quell'alta, elegante persona. Ma no... era sempre qualcun'altro e una sorda collera ribolliva nel cuore di lui. Ogni tanto, con un violento sforzo, cercava di acquietarsi, col pensiero di un capriccio, di uno scherzo di lei. Tornerebbe fra poco, confusa, sorridendo, vantandosi delle sue prodezze. Gli venne l'idea di andarla a cercare, doveva esser poco lungi, nei pressi dell'Hôtel. Abbreviò la colazione,escì in fretta, girò a lungo nei pressi dell'Hôtel. Poi tornò frettolosamente all'Italia... forse ella era venuta durante la sua assenza...

Si arrestò davanti alla stolida faccia del guardaporte che sollevava il suo berretto gallonato.

— La signora?

— Non è tornata.

Sentì qualcosa di molto freddo che gli sfiorava il cuore. Passò oltre, salì lentamente le scale e si avviò verso la sua camera.

La cameriera gli tenne dietro ed aprì l'uscio.

La prima cosa che colpì lo sguardo di Leo fu, al centro del tavolino, il mazzo di rose ch'egli aveva il giorno avanti donate a donna Costanza. Accanto alle rose, una lettera indirizzata a lui.

— Chi ha recato quei fiori e quella lettera? — chiese impetuosamente alla donna.

— Io... — rispose questa, — per ordine della signora Varalli. Stamane, prima di escire, mi disse di portarli in camera sua, ma non prima del tocco. Ora è il tocco e mezzo.

Egli tacque un istante, come tace un uomoquando ha ricevuto sulla nuca un colpo violento. Poi disse:

— Sta bene, andate pure.

Quando fu solo, aperse quella lettera. Donna Costanza gli scriveva così:


Back to IndexNext