IV.

La stella è in cielo e non si può toccare!

La stella è in cielo e non si può toccare!

E mentre così cantava, ella stessa pareva poggiare su una serena altura siderea; era, luminosa e pura come una stella fissa, ma col palpito scintillante d'un pianeta. E dalla terra, la voce dell'intensa brama saliva umile, piena di preghiera, affidando alle nubi il messaggio amoroso:

«Ditele in cortesia gli affetti miei.

«Ditele in cortesia gli affetti miei.

Chiedendo che la stella» fatta mortale «scendesse sino a lei; ma subito, quasi correggendosi» implorando l'ali «per salirecosì, se non altrimenti, a raggiungere l'astro!»

Ninì disse tutto ciò con grande semplicità e con profondo sentimento, modulò colla sua tenera voce, tutte le tenerezze desiose della musica, pareva che la sua voce e la sua anima fossero una cosa sola. Tacevano tutti, sotto l'impero e il fascino di quelle semplici note.

Guardai Sir Alano. Era molto pallido ed ascoltava intensamente, cogli occhi serrati.

Lo sapevo appassionatissimo di musica, e più d'una volta avevo osservato in lui quella strana particolarità di tener chiusi gli occhi, quando cantava Ninì. Li riapriva, non appenaella aveva finito di cantare, ma la sua fisonomia serbava per qualche minuto un aspetto strano, speciale, qualcosa, come s'egli fosse tuttora sotto l'impero d'un sogno.

Quando le note, vibranti e pure, s'ammorzarono nella dolcezza estatica della cadenza finale, l'applauso irruppe spontaneo, più caldo forse di quanto lo consentano le discrete consuetudini della società. Molti furono d'attorno a Ninì, congratulandosi seco lei. Ella era ancor tutta vibrante d'emozione, stordita, confusa da quei battimani; arrossiva, rispondendo con perfetta modestia ai premurosi elogi della padrona di casa e di quanti le stavano attorno. Io m'ero alzata di scatto, impaziente di andarle a dire una calda parola di simpatia. Dino mi tratteneva e in pari tempo interpellava Alisce.

— Alisce... ma senti, bimba... oh non ti par la sua voce, tal e quale? Dio! come canta bene! Ma nevvero, a chiuder gli occhi si potrebbe giurare ch'è lei?

Alisce assentiva, trovava ch'era una cosa stranissima, che Dino aveva cento ragioni, ch'era tal e quale la voce di Mrs. Alloys.

Non udii altro, avevo veduto libero il passaggio e fui in un lampo presso Ninì.

Ella mi strinse la mano, nervosamente. Poi mi disse: — Andiamo.

Voleva involarsi a quella grandine di mirallegro?... Ovvero le pareva d'essere stata abbastanza a lungo con Sir Alano, isolata quasi con lui, dalla complice benevolenza degli amici?

La condussi al mio posto, sedetti accanto a lei. Osservai che Sir Alano non la perdeva d'occhio.

Va bene, disse il mio cuore esultando, tutto va bene!

Ahimè, no!... tutto andava a rotoli.

Dino e Alice s'erano fatti attorno a Ninì e la colmavano di complimenti. Battevano, ribattevano su quel chiodo, la perfetta somiglianza della sua voce con quella di Mrs. Alloys, lo stesso timbro, la stessa intonazione.

Ninì si mise a ridere e si protestò felicissima di questa somiglianza con Mrs.pardon;... avevano detto?...

La piccola copia cascava dalle nuvole.

— Come! Ninì non aveva sentito parlare di Mrs. Alloys, laprofessional beauty... la great attractiondell'ultimaseason?... l'artista impareggiabile che aveva fatte le delizie dei concerti di Londra?

— Ah! una cantante — disse Ninì, con un'ombra di gaia canzonatura.

Dino prese fuoco e fiamma. — Ma niente affatto, una cantante!... nevvero, Alisce? Una signora distintissima, di eccellente famiglia che aveva avuto dei rovesci di fortuna; un marito indegno, il quale era morto, per fortuna. Dava concerti e faceva girare il capo a mezza Londra. Una bellezza, per giunta e più bel tipo inglese che si potesse immaginare. Ne chiedessero un po' a Sir Alano Spear!

Trasalii; voltandomi verso Dino, angosciosamente.

Ma egli non sapeva nulla e nulla intese. Ninì era rimasta immobile... d'una serenità glaciale.

— A Sir Alano Spear? — disse dopo un istante e con perfetta calma. — E perchè?

— Perchè n'era innamorato morto — ribattè Dino — nevvero, Alisce?

Alice assentì, energicamente.

— Certo, una vera passione, voleva assolutamente sposarla.

Mi sentivo venir freddo. Feci uno sforzo disperato per stornare quel soggetto di conversazione, ma Ninì m'interruppe alla sua volta, con una dolcezza risoluta.

— No cara, ti prego, lascia che udiamo i dettagli di questa interessante notizia. Allora... lei diceva, Ardinelli...?

Gettai a Dino uno sguardo sì turbato, che egli comprese, così in confuso, d'essere su un terreno scottante. Ma era troppo inesperto per togliersene con disinvoltura.

Esitò un istante ed Alice venne alla riscossa.

— Ma sicuro, la voleva sposare... Sua madre non voleva; per cento ragioni, ma lui... ostinato. Sfido! un uomo del suo carattere ed era una vera passione; una di quelle che si hanno una sol volta in vita.

E guardò tragicamente il suo bel maritino.

Ninì aperse il ventaglio e lo rinchiuse, con una piccola crispazione della mano.

— Perchè non si sono sposati? — chiese con una voce senza accento... stranamente pallida.

— Perchè Mrs. Alloys morì, — s'affrettò a dire Dino, — morì d'una malattia fulminante. Eh! ci furono dei funerali splendidi, i giornali erano pieni di notizie sul conto di quella poveretta. Si susurrò che Sir Alano...

Interruppi stavolta, recisamente; Ma ancora Ninì mi fe' cenno di tacere, ancora si rivolse a Dino. — Ebbene? — disse.

— Sua madre lo condusse via. Vedo che sono qui, ora. Quella povera donna, mezza morta com'è, non lo lascia mai. Poi, siccome chiodo caccia, chiodo, vorrebbe, prima di chiudere gli occhi, fargli prender moglie. Ma è certo che non la prenderà per ora... ammenochè...

— Ammenochè? — chiese Ninì, che s'era fatta assai pallida.

— Ammenochè non trovi una persona che som... Tò!... che si fa ora?

Quel rapido mutamento di parole era cagionato da un movimento generale delle persone riunite nel gran salone. Alcuni valletti avevano allontanato il piano e andavano rimovendo i mobili dal centro della sala.

— Scommetto che si balla! — sclamò Alice entusiasmata.

Si ballava infatti. C'era molta gioventù quella sera, avevan chiesti ed ottenuti i tradizionali quattro salti.

Le vicende di quella danza improvvisata mi separarono tosto da Ninì e dagli Ardinelli. Credo che i miei ballerini furono quella sera assai scontenti di me. Ballavo come un automa, senza prestar loro la minima attenzione, assorta, qual'ero, nell'angoscia del recente e sciagurato episodio. Serbavo bensì una vaga speranza che Ninì non avesse dato gran peso alle chiacchiere di quei due ragazzi, ma in pari tempo pensavo al morboso orgoglio della mia amica, alla sua strana, assoluta idea dell'amore. I miei sguardi erano sempre in traccia di Ninì, cercavo indovinare qualcosa nei suoi moti, nei suoi gesti. Ma nulla traspariva in lei dell'interna tempesta, ella danzava, chiacchierava colla solita sua calma regale.

Il cuore mi battè forte quando vidi che Sir Alano veniva ad invitarla. Essa lo accettò, come aveva accettati gli altri, la coppia bellissima;volteggiante, passò più volte dinanzi a me, seguita da molti sguardi ammirativi.

Mi parve osservare che Ninì danzasse con una specie di rigidità, insolita in lei, che il suo corpo avesse una mossa dura e stecchita.

In un momento di sosta potei raggiungerla. Essa parlava tranquillamente col suo ballerino, il conte Rinaldi. Parlavano delle prossime corse. Stava ritta davanti a una seggiola.. A un tratto; con un brusco movimento, sedette su quella seggiola, poggiò il capo alla spalliera, e per un secondo chiuse gli occhi. Ma subito li riaperse, sorrise e disse: — Che bell'idea, quella di ballare stasera, nevvero?

— Certo — rispose Rinaldi. — Fa molto caldo però. Crede?

Si chinò, offrendole il braccio. Ella s'alzò di scatto, e quei due s'allontanarono assieme, scherzando e danzando.

E così, sino alle due di notte.

Un istante, mentre non vedevo Ninì e la cercavo cogli sguardi, sentii una mano tremante posarsi sulle mie spalle. Mi voltai; era lei. Sola... per un minuto. Il suo ballerinos'era trattenuto poco lungi a combinare con un amico, pelvis a visdella quadriglia.

Ella mi guardava fisso; con degli occhi grandi, esterrefatti, le sue guancie avevano una tinta brillantissima.

Cercai di prenderle la mano, ma ella la ritrasse e disse ridendo — No... no! — E subito; con voce bassa, smarrita, susurrò: il sesto senso! Poi rivolgendosi al suo cavaliere che, lasciato l'amico, veniva in cerca di lei:

— Ebbene, ha combinato per la quadriglia?

— Tutto combinato — disse quegli lietamente. E la condusse nella sala da ballo, ove la musica dava il segnale.

Una volta e non più la vidi ancora con Sir Alano. Stavano ritti, silenziosi, uno accanto all'altra. Ella pareva di marmo. Sentii un gran freddo al cuore e dissi fra me: È finita.

Quando la zia mi chiamò per andar via, Ninì ballava tuttora. Pareva sempre una rosa, ma, non so come, nè perchè, pensai ad una rosa che, brancicata, si sfogliasse. Udii ancora parlare con invidia e ammirazione del suo matrimonio... sicuro ormai.

Nell'atrio, mentre aspettavamo la carrozza, udii da un giovane, che dietro noi scendeva le scale, cantarellare (maluccio a dir vero) la romanza di Ninì:

Mi sono innamorato d'una stella.

Mi sono innamorato d'una stella.

Sentii gli occhi farmisi gonfi di pianto. Prima d'entrare in carrozza, guardai il cielo. Era tutto nero di nubi.

Forse sorriderete, leggendo quanto sono per scrivere. Soffersi crudelmente, in quei giorni, a cagione di Ninì.

Avevo preso ad amarla, con grande e sincero amore, con quella strana sorta di amicizia che assume talvolta, tra fanciulle, un non so che di passione. Impossibile definire questa specie di sentimento, esso si urta necessariamente a troppe incredulità di apprezzamenti, ovvero, peggio ancora, a delle interpretazioni tanto erronee da sconcertare ogni ragionamento in proposito.È una cosa dolce ed acuta, una bizzarra entità di fatti e di cure, è una preoccupazione costante di:lei per lei, un assieme di tenerezze, capricci, crucci, gelosie, sacrifici, anche gravi, se occorre, trasporti, grandi scosse intime, sincere, cementate sopratutto da quell'indispensabile elemento d'ogni forte senso del cuore, la convinzione, che debba durare eternamente.

Più tardi; da lontano, passato qualche anno, passati alcuni dei veri casi della vita, si pensa talvolta a quelle strane passioni, cadute in oblìo o ridotte alle proporzioni reali dell'amicizia, e non si sa più cosa siano veramente state. Chiediamo anche al nostro cuore: Come mai? — Egli non risponde, perchè non si rammenta neppur lui — Pure; così fu!...

Dunque; soffrivo.

Sopratutto: di non sapere.

Dopo quella sera fatale, non avevo più veduta Ninì. Non era più venuta da me ed io non ero più andata da lei. Un senso intimo, un istinto, più che altro, mi diceva che ella, vedendomi, doveva soffrire d'avermi detto: l'amo.

Pure; avrei dato non so che per vederla, per stringerla al cuore!

Per qualche tempo non l'incontrai nè alle Cascine, nè alla Pergola, non venne neppure al concerto di Tofano, il che mi fece un certo senso. E non si videro neppur i Spear. Non osavo chiedere; avevo desiderio intenso e in pari tempo terrore grande di sapere il vero.

Lo seppi, ciò nullameno, in capo a cinque o sei giorni.

Ahimè! il mio terrore era più che giustificato dai fatti.

Ninì aveva formalmente rifiutata l'offerta di Sir Alano e gli Spear avevano già lasciato Firenze per l'Inghilterra. La Duchessa di Sualta era ammalata, e non lievemente.

Non si parlava che di Ninì Montelmo e per biasimarla, con tutta l'asprezza possibile. La reazione del guardingo silenzio, dovuto all'incertezza di prima, si palesava ora, compensandosi e vendicandosi. Tutte le invidiuzze, le basse ire, le segrete animosità si scatenarono, all'unisono, in quella propizia occasione. Oh! il sogghigno di Guarinaldi, il suo breve,sibilante commento del rifiuto, i mal frenati sorrisi che raccolsero! Avrei dovuto fingere di non intender colui, qualcuno sorrise fors'anche del violento rossore che m'imporporò la fronte, quando udii quelle attossicate parole! Capisco; avrei dovuto fingere di non capire o imitare la piccola Maria S. colla sua schietta risata e il suo innocente: Oh bella!... e perchè non poteva sposarlo?

Ma tutto ciò non me lo dissi che più tardi. In quel momento non seppi che arrossire, e deplorare di non essere un uomo, per poter ricacciare nella sozza gola di colui la frase che n'era uscita a proposito di Ninì!

Che giorni furono quelli per me! Non si poteva por piede in un salotto, nè ricevere tre persone senza che quel fatale argomento non tornasse a galla. Aveva prese le proporzioni di uno scandalo. L'amarissima critica, le ingenue meraviglie, il discreto deplorar del fatto, s'alternavano di bocca in bocca. Crudeli, ingiusti quasi tutti, verso quella gloriosa creatura che avevan tanto temuta, tanto invidiata per l'addietro!... Ma ella non era presente, imaligni non subivano il freno de' suoi freddi sguardi, della sua schiacciante ed orgogliosa purezza. I molti suoi amici la difendevano, ma nulla potevano asseverare sui moventi del suo rifiuto e l'interpretazione di questo era libera a tutti; buoni e cattivi. Circolava pure a suo carico un po' di virtuosa indegnazione per la malattia della Duchessa, malattia notoriamente attribuibita al dispiacere da lei provato pel fatale capriccio della nipote. Si davano dei dettagli commoventi, la buona vecchietta s'era gettata ai piedi di Ninì per scongiurarla ad accettare la mano del giovane inglese. Ma Ninì (che ingratuccia... nevvero?) era stata durissima per la sua povera nonna e questa se n'era accorata tanto da ammalarne!..

Il medico aveva bensì detto qualcosa di una bronchite, dovuta al freddo vento insidioso delle Cascine, ma l'altra storia, quella della crudeltà di Ninì, trovava più facili e volenterosi ascoltatori.

Intanto la povera Duchessa peggiorava e tutti accennavano vagamente all'incerto avvenire di Ninì, alla punizione sì pronta dellesue esigenze e della sua cecità. Era in molti come una bassa angoscia di attesa, un parossismo di crudele curiosità. Invano qualche amico di casa osservò che Ninì passava i giorni e le notti al capezzale della sua nonna, che le prestava instancabili, amorosissime cure. Questo non edificò, non meravigliò nessuno. Anzi tutto; era stretto dovere, e poi, specialmente adesso, a chi più che a Ninì Montelmo doveva premere che si prolungasse l'esistenza della buona Duchessa di Sualta?

Ogni tanto, e solo per aver nuove della Duchessa, scrivevo a Ninì. Mi rispondeva, dandomi, breve e preciso, qualche particolare.

Un momento; quei biglietti si fecero vieppiù brevi e angosciosi.

Quella antica facella parve lì lì per spegnersi. Ma la Duchessa di Sualta amava tanto la vita e perciò forse, le venne fatto di non morire. Il piccolo, tenuissimo filo, non si spezzò.

Un bel giorno di quaresima, in una giornata eccezionalmente bella, si rivide alle Cascine, nel solitolandeauverde oliva, una nota larva di vecchietta, avvolta in un greve cachemirebianco, col capo coperto d'un amore di cappello bianco, tutto piume svolazzanti, e sotto al quale s'agitava, salutando a dritta e a sinistra, una specie di teschietto sorridente. Era la Duchessa; rediviva e a caccia d'un'altra bronchite. Accanto a lei Ninì, con una toilette primaverile delle più splendide, un vero poema in grigio e celeste. Essa stava molto ritta e figurava gloriosamente, pareva tutta rosea dietro il suo velo di garza maria... sapete, quella garza finissima, lucida, color di perla che getta sul volto dei riflessi così dolci, così freschi!... Sul sedile dirimpetto alle signore stava accoccolata, tutta freddolosa nella sua gualdrappina di velluto celeste, la levriera favorita della Duchessa. Accanto a lei giaceva un enorme mazzo di giacinti bianchi e di lillà.

Tutto ciò sortì un grande effetto; si parlò molto di quella risurrezione, si disse che Ninì era più bella, più fresca che mai. Certo, non aveva sofferto troppo della malattia della nonna; chi mai aveva detto che si fosse tanto affaticata? quello non era viso da veglie nèda fatiche. E che magnifica toilette le aveva regalata la Duchessa!...

Scambiammo un saluto di volo, mentre le nostre carrozze s'incrociavan sul viale, il suo gesto fu tanto affettuoso ma mi parve un po' stanco. L'equipaggio della Duchessa fece una brevissima sosta sul Piazzone, a una certa distanza dalla nostracalèche. Vidi molte persone affollate ai suoi sportelli, era un continuo dimenío delle piume bianche. Ma l'altro cappellino, quello grigio e celeste, stava immobile... Oh non poterla veder da vicino, non poterle parlare!... Avrei pianto di rabbia!

Aspettavo con ansia indicibile il sabato della prossima settimana, perchè si sapeva che in quel giorno appunto, la Duchessa avrebbe ricominciati i suoi ricevimenti. Senonchè, alla sera del lunedì, ebbi un bigliettino da Ninì.

Essa mi pregava di passare da lei alle nove dell'indomani mattina. Voleva salutarmi.

Non dormii quella notte. L'indomani, alle nove, nel salire le scale del palazzo della Duchessa, sentiva quasi mal fermi i passi, tanto mi pulsava il cuore. Come troverei Ninì, che mi direbbe?

La sua cameriera venne a ricevermi e m'introdusse nel famoso salottino di velluto azzurro.

Poi udii una voce dolcissima: — Falla passar qui.

Passai nella sua stanza, quella nuda e povera stanza ove ella soleva vivere, la vita preparatoria per l'ignoto.

S'alzò, con una mossa un po' forzata, dal grande tavolo ove stava scrivendo, e venne ad incontrarmi. Non mi baciò in viso ma mi strinse forte le mani.

Dio! com'era pallida e dimagrata; pareva quasi cresciuta, tanto era lunga ed esile nella sua succinta veste da casa. Ebbi una viva, dolorosa impressione ch'ella fosse stranamente invecchiata. Pensai al velo di garza e al colorito roseo che avevo veduti alle Cascine. Fu meco affettuosissima, ma non trovai più in lei quella specie di effusione brillante, alla quale mi aveva abituata. Due mesi soli erano passati, ma il suo accento aveva tanti anni di più. Pure; sentivo che mi amava sempre, forse più di prima, perchè rappresentavo qualcosadell'indole stessa del suo dolore. Mi parlò a lungo della malattia di sua nonna. Disse che il medico, impensierito dell'incostanza della stagione, consigliava un clima più caldo. Partivano dunque, in settimana, per Napoli.

Rimasi senza parole; i miei occhi si velarono di pianto. Qualcosa brillò pure nei suoi, ma non piangemmo. C'intendevamo, però; stranamente.

Non mi trattenni molto. Era un soffrire acuto per me, forse anche per lei, quel colloquio in cui le parole suonavano così vane, davanti alla reciproca impressione del pensiero taciuto.

Le chiesi dei suoi libri, dei suoi studi; ella mi mostrò uno stupendo Atlante, testè giuntole. Mentre stava mostrandolo, io guardavo il profilo emaciato di lei, la trasparenza della pelle, la sfumatura azzurra che si stendeva sotto l'occhio, tanto illanguidito; osservai pure quanto fosse smagrita la mano che volgeva i fogli. C'era, in tutta la sua persona, qualcosa d'inesprimibilmente stanco, di vinto, di domato. Ella mi spiegava, colla sua solitaforma sì chiara ed elegante, i pregi di quella pubblicazione. La sua voce era sempre pura, soave, armoniosa, ma io evocavo il ricordo d'un accento, d'una vibrazione speciale che mancavano ora, assolutamente.

Le chiesi di scrivermi per darmi notizie della Duchessa. Promise di farlo. Il nostro colloquio era calmissimo, si parlava sempre, sfiorando vari soggetti, pur di evitare i lunghi, consci silenzi di un tempo. Non le parlai nè della sua salute, nè del suo avvenire. Quando mi alzai ella non mi disse: rimani. Ma non gliene seppi male.

Ero certa del suo affetto per me, ma sapevo pure quanto le tornasse doloroso il ricordo di ciò che entrambe sapevamo. Poichè a niun altro al mondo ella aveva mai detto del suo amore.

E d'una cosa appunto io mi feci certa, in quel calmo colloquio, durante il quale non fu mai pronunciato il nome di Sir Alano. Ch'essa lo amava tuttora, più che mai, con quell'amore tenace e prepotente che si addiceva alla sua forte tempera, al suo caldo cuore; coll'amore(sì raro nella fanciulla d'oggi) che non subisce, nè riconosce legge alcuna di circostanze. Pure, ella aveva rinunziato a Sir Alano, e quel rifiuto era forse una superfetazione del suo stesso sentimento. Ovvero l'orgoglio era stato più forte? Chi potrebbe dirlo? Senonchè, la causa persisteva in quanto aveva sopravvissuto a quel mal riescito suicidio del cuore. Ed ella si dibatteva ora coll'assurdo, folle, disperato rammarico del proprio operato. Provava ora cos'è l'amore quando vive e non ha più ragione di vivere; quando sta nel più profondo del nostro cuore e non è più nel limite della nostra azione, quando è in noi e non ci appartiene più, e pure serbiamo chiaro, preciso il senso di ciò che è, di ciò che avrebbe potuto essere nella nostra vita, se non l'avessimo rinunziato.

Ninì mi accompagnò sino all'anticamera. Traversammo assieme il salottino azzurro, idealizzato dai riflessi miti del mattino. Ella mi parlava sempre di cose indifferenti, con quella sua nuova voce, scolorita e stanca. Ci baciammo quietamente e ci salutammo senza indugiarci. Poi mosse una mano senza parlarecon un fiacco gesto d'addio, mi sorrise e si ritrasse.

Scesi le scale, tenendomi forte all'appoggiatoio di velluto rosso.

Mi scrisse da Napoli, brevemente. La Duchessa stava meglio e sarebbero partite presto per Castellammare. Risposi, ma stavolta attesi più a lungo la risposta di Ninì.

Strano a dirsi; non sapevo maichedirle quando mi accingevo a scriverle. L'esclusione diquelsoggetto pareva escludere anche il rimanente. Le mie lettere riuscivano miserabilmente vuote e vane e le sue tradivano pure un segreto sforzo. E così, a poco a poco, quasi insensibilmente, la corrispondenza illanguidì e venne meno tra noi.

Ho detto che questa non è la mia storia. Ma ora debbo dirvi qualcosa anche di me. A dire il vero, lo faccio un po' a malincuore, perchè è una cosa più vera che aggradevolee temo ch'essa mi renda un po' antipatica al vostro pensiero. Pure, debbo dirla.

Ecco, questo è: Che coll'andar del tempo, col succedersi di tanti avvenimenti, grandi e piccini, la mia passione per Ninì Montelmo si ridusse gradatamente a delle proporzioni più ragionevoli. Cominciò col cessare dall'essere il pensiero dominante, poi si mescolò cogli altri e visse con loro, d'amore e d'accordo, senza soverchiarli.

Più tardi ancora, si rincantucciò in uno di quei profondi recessi del cuore, ove la memoria scende volenterosa e lieta, ogni tanto, a cercare l'emozione di ciò che non è morto, ma soltanto: passato. Quivi rimase e rimarrà sempre il ricordo di Ninì Montelmo. Anzi, a misura che il tempo passa ed io procedo nella vita, questo ed altri ricordi di quel tempo vanno ritrovando una coloritura e un profumo speciali, una luce normale li illumina e li ravviva, rivelando la grazia e la bellezza reale delle loro proporzioni. Torno ad occuparmene e a sentirli; con quella più serena cognizione della vita che bene spesso, quando è sincera e reale,ci riconduce per l'appunto all'indole primitiva delle nostre sensazioni e alla semplicità elementare delle nostre impressioni.

Non mi fraintendete, ve ne supplico. Io ho sempre, in ogni tempo, amata Ninì Montelmo, anche quando il mio pensiero di lei non fu più unico, nè tanto assorbente. Ogni suo appello mi avrebbe trovata pronta a fare l'impossibile per lei.

Ma ella non mi chiamò, mai, mai, mai!...

Lasciai Firenze e non ci tornai più. Un anno circa dopo la mia partenza, ebbi la partecipazione stampata della morte della Duchessa di Sualta.

Allora fu un risveglio inquieto, turbinoso del mio caldo interessamento per Ninì. Gran Dio! che farebbe ora quella poveretta?

Le scrissi un'affettuosa e lunga lettera di condoglianza. Oh!, di ciò potevo parlarle! Dalla sua risposta compresi infatti tutta l'entità, la tenerezza del dolore di Ninì. Ma ella non mi faceva cenno alcuno dei suoi progetti d'avvenire.

Avevo i brividi pensando a ciò che sarebbedi lei, pensando ch'era venuto inesorabilmente per lei l'istante di tradurre in atto la sua grande risoluzione, di cominciare la sua seconda, terribile vita. La vedevo fra le aride pareti di una scuola, nella solitudine fredda d'una stanzuccia al quarto piano, la vedevo, umile, dinanzi all'autorità pedantesca d'un ispettore scolastico.

Cioè, no; non potevo pensarla umile. Ma che sarebbe di lei!...

Scrissi, per avere informazioni, ad un nostro amico di Napoli. E le ebbi sì strane, sì insperate che ci volle un po' di tempo per decidermi a crederle.

Quasi contemporaneamente alla povera Duchessa di Sualta era morto quel lontano parente di Ninì, che non s'era mai curato di lei. Agli ultimi giorni di sua vita, Dio sa per qual misterioso ragionamento di morente, egli aveva testato in favore della fanciulla, e questa ereditava quietamente oltre a mezzo milione.

Pensai a Guarinaldi e compagni, con un grido di trionfo. Ero elettrizzata da quel grande atto di giustizia del destino! Oh! la Provvidenza lo sapeva bene che Ninì Montelmo nonpoteva far la maestrina... Oh brava, cara Provvidenza! come aveva colpito nel segno!...

Alcuni mesi dopo quel lieto avvenimento,qualcosasi fe' strada nella mia vita e tutto ciò che a quello non si riferiva impallidì e si ritrasse in silenzio. Pensando allora a Ninì, mi adiravo quasi con lei. Trovavo che aveva avuto tanto torto... non la comprendevo più.

Un bel giorno ch'io mi ero tutta vestita di bianco e coronata di fior d'arancio venne:qualcunoe mi condusse via.

Mandai a Napoli la partecipazione di quel bizzarro evento, ma dopo un mese la busta mi ritornò tutta chiazzata di bolli e illustrata da una laconica frase d'impiegato postale: Sconosciuta al portalettere. Mi rivolsi al solito amico partenopeo. Ninì Montelmo viaggiava, con una dama di compagnia. Si trovava attualmente a Colonia.

— Le scriverò domani, dissi a me stessa. Ma ero sì felice... e sapete che razza di risoluzioni si prendono allora! Fatto sta, che quel domani si protrasse tanto che lo smarrii di vista... (Ora, vi do un po' ai nervi... dite la verità!)Che volete! Pure; questo posso dirvi, che se non scrissi, pensai molto a Ninì con una pietà nuova affatto, profonda. Qualcuno mi parlò di lei e mi parve, con un po' d'invidia. Era ricca, libera ormai!

Sì! Era libera e ricca. Ma tant'è..., povera Ninì... ah! povera Ninì!

Quel talegliche mi aveva portata via nel giorno in cui m'ero tutta vestita di bianco, cominciava allora, in un colla carriera coniugale, anche quella dei consolati. Bellissima carriera, non scevra però d'alcuni inconvenienti, specialmente in fatto di lontananze.

Mi condusse seco in una sequela di luoghi divini e impossibili, dove ebbimo a risolvere nei più bizzarri modi i più elementari quesiti della vita solita. Tutto ciò ci divertì immensamente, sulle prime, poi cominciai a fantasticare un po' della nostra decrepita prosa europea. La posta capitava di rado in quei paesi; bensì capitava ogni tanto, in vece sua, l'annunzio che s'era persa per via, ed era un grave pensiero quello di ciò che avrebbe potuto recare quella posta perduta. Il ricordo deiparenti, degli amici giganteggiava in quell'infinita latitudine di esiglio. Pure; gli anni passavano, veniva l'abitudine di quella vita orientale, venivano i bimbi. La famiglia nuova non soffriva di nostalgia nè ci lasciava il tempo di soffrirne. Il Ministero era benevolo per mio marito, lo faceva crescer di grado ad ogni mutar di stazione, ma pareva che facesse apposta a tenerci laggiù, isolati a rappresentare l'Italia in certe stupende regioni, ove l'Italia era proprio l'ultimo dei fastidi della brava gente che le popolava. In quei tempi non s'era ancora inventata la politica africana e in mancanza di quella distrazione, l'Oriente ci annoiava senza ambagi, ne avevamo proprio fin sopra ai capelli. Eravamo sempre felicissimi, ma per nostro conto esclusivamente. Infatti; quando in capo ad otto anni qualcuno: fra coloro che ponno, si rammentò dei poveri sposini depositati in Arabia, fu per noi un grande, un faustissimo evento. Mio marito fu richiamato in Europa e destinato a Cadice, previo però un buon permesso di due mesi ch'egli si dispose a passare in casa sua, in Savoia, colla sua vecchia e colla sua nuova famiglia.

Quando giungemmo colà; era d'inverno e nevicava.

La nostra lunga dimora nei paesi caldi ci aveva fatto scordare il freddo e i suoi pericoli. Lo sentimmo tutti immensamente e più di tutti, mio marito il quale non poteva rassegnarsi alle cautele richieste dalla rigida stagione. S'ammalò infatti e di bronchite, fortunatamente lieve però, e della quale guarì in breve tempo. Ma risolvemmo, dopo ciò, di passare a Nizza, anzichè a Torino, quanto rimaneva del suo congedo e del verno.

Il gennaio ci trovò dunque lietamente installati in un delizioso villino del quartiere Carabacel.

Il contrasto era violento e a dirla schietta non mi tornò troppo discaro. Si ha un bel dire, ma non è facile difendersi contro il fascino di quel cosmopolitismo spensierato, giocondo, che sembra darvi l'idea riassuntiva di tutto il cielo delle eleganze europee. Si può, si deve rattristarsi della funesta larghezza d'ospitalità che il vizio trova negli elementi stessi di quel centro, ma per chi sa scordareil male, per chi sa scegliere la società quale gli conviene; dove trovarne una più simpatica, più interessante per la sua varietà, per le sue tante risorse? E se volete isolarvi, quale opportunità trovereste, maggiore della libera esistenza dei grandihôtels, ove nessuno si occupa del vicino, ove ogni dettaglio di personalità va perso nel mare magnum dell'eterno via vai? E l'azzurro intenso del cielo, il tepore sì dolce dell'aria e le palme sì frequenti e i fiori... Oh! quella sterminata quantità di fiori che costano sì poco e profumano sì acutamente, e nei giorni di corso danzano attorno a voi come una nevicata rigirata dal vento! E quell'altro perpetuo sboccar di ville in seno ai giardini! Quei bei villini bianchi, giocondi, che traspaiono dagli uliveti e si stendono, si disperdono sempre più lungi dalla città invadendo le distese dei campi, accesi dalla fiamma degli aranceti! Quelle casettine misteriose, suggestive che vanno a celarsi nella vaghezza appartata dei colli, sin là dove questi assumono una subita selvatichezza, formando un paesaggio eroico di montagna, un po' scenicoe pur sì grandioso, valli tetre e profonde, accatastamenti granitici, misteriosi corritoi che si prolungano stretti ed umidi, nelle viscere dei monti, passaggi segreti, da contrabbandieri e da rivoltosi, ricchi d'una cupa poesia ariostesca, con certe sfuggite d'ombre e di luci quali fa piovere il Dorè sulle sue pagine!

E il porto piccino, delizioso, incassato fra le verdi alture, bello della gloria leggendaria di un'umile casetta, che si addita ai forestieri pronunciando un nome che sembra evocare sovr'essa la folgore di faro di una luce italiana... Oh! Nizza è bella ed è bello il viverci, sopratutto quando si è felici. Se siete tristi, se siete veramente malati, non andate a Nizza, andate piuttosto a Cannes. È lì... a due passi.

Un giorno ci eravamo spinti passeggiando sino al porto, con certi amici italiani che volevano per l'appunto vederequellacasetta, la casetta ov'è nato Garibaldi. Tacevamo, contemplandola, quando la nostra attenzione fu distratta da un incidente, l'arrivo, cioè, d'un bellissimo yacht a vapore che entrava gloriosamente in porto. Recava bandiera inglesee accanto a quella nazionale, una grande insegna bianca, sulla quale stava scritto il nome del yacht:Lux.La stessa parola si leggeva, fiammeggiante d'oro, sulla elegantissima prora. Alcuni curiosi s'erano riuniti sulla riva e, appoggiati al parapetto, guardavano la manovra d'ancoramento, brillantemente eseguita da una frotta di marinai in assisa privata. Accanto a noi, un signore, vecchiotto, col capo coperto d'un berretto a foggia marinaresca, tolse di tasca un cannocchiale a tubo e guardò a lungo il yacht, lasciandosi sfuggire delle esclamazioni entusiastiche. Qualcuno dei circostanti gli rivolse la parola in proposito, ed egli di buon grado e con visibile compiacenza diede alcune spiegazioni tecniche ch'io non intendevo, ma che interessarono mio marito, appassionato ed intelligente amatore di quanto riguarda la navigazione. Egli pure rivolse la parola a quel signore e subito s'intavolò un colloquio di circostanza. Il possessore del cannocchiale lo offerse cortesemente a mio marito, poi, leggendomi forse in viso una curiosità, pregò di passarlo a:Madame.

Madamenon aveva mai avuto per le mani un cannocchiale sì meraviglioso. Portava sì vicine le persone e le cose che pareva quasi di poterle toccare colla mano stessa. Senonchè; ella non sapeva fermar bene l'obbiettivo, e le suddette persone e cose danzavano un balletto singolare dietro le lenti. Pure, qualcosa vidi. A bordo c'erano delle signore, vedevo un lusso d'abiti bianchi, vedevo delle testine bionde, dei visetti carnicini di bimbi che transitavano sul ponte, festosi della gioia dell'arrivo. Vidi avanzarsi a prora, con lento passo, un signore alto, massiccio, imponente, con una gran barba bionda, appoggiato al braccio d'un uomo in assisa di capitano.

Il sole batteva sfolgorante sul ponte, e dava forse noia al signore biondo, perchè egli teneva chiusi gli occhi. Poco lungi da lui, stava adagiata in una lunga poltrona chinese, una signora vestita di bianco. Non so come, provai un senso di ardente attrazione, tutte le facoltà del mio pensiero si concentrarono sovra quella signora. Risentii una vaga scossa morale, un'incertezza magnetica che per un istante mi tolse il respiro.

Mi sovvenne tosto ch'io tratteneva soverchiamente il cannocchiale. M'affrettai a porgerlo a mio marito, il quale lo restituì al proprietario. E sempre sotto l'impero di quell'emozione senza capo nè coda, diedi retta agli entusiastici elogi che il vecchio capitano (s'era dato per tale) prodigava alla struttura ed alberatura del yacht. Ma mi pareva ora che l'elegante vascello si fosse bruscamente allontanato dal luogo ov'era venuto ad ancorare. I miei poveri occhi miopi cercavano con uno sforzo quasi penoso, di concentrare ogni loro facoltà visiva su quel punto bianco, della signora seduta e che, piccolissimo ormai, quasi confuso fra i molti biancheggiamenti del ponte, mi attirava sempre da lungi, tormentoso, insistente come una malía!

Avevamo gente a pranzo quel giorno, e si parlava, naturalmente, dell'arrivo dello splendido yacht inglese. Fedor Zarenine, uno dei nostri ospiti, un vecchio amico del Cairo (vecchio per modo di dire, aveva una trentina d'anni) ci favoriva, evidentemente ascoltati, dei dettagli in proposito. Conosceva il bastimento,uno dei più belli fra quanti avessero mai preso a muover l'elice sotto lo sguardo di Minosse del R. M. C. Ce lo descrisse con entusiasmo, narrò dei suoi fasti, del lusso favoloso dell'interno. Conosceva pure il proprietario; Lord Helvellyn. Il più simpatico gentiluomo di questo mondo, ricco sfondato, cacciatore, scrittore, oratore. E, dettaglio curiosissimo, il proprietario diLuxera... cieco!

— Cieco! — sclamai rammentando quell'alta e dignitosa persona che avevo traveduta sul ponte e alla cui vista, un pensiero assurdo, di ricordo, aveva per un semi-secondo urtato alla porta del mio cervello.

— Cieco, — ripetè Zarenine, — irrimediabilmente cieco! Da pochi anni e per un accidente di caccia. Ma il più calmo, il più eccezionale dei ciechi. Sopporta la sua sventura con una rassegnazione, un coraggio che assumono le proporzioni di una letizia. Alcuni sostengono che Lord Helvellyn si mostri non solo, ma sia pienamente felice.

— Felice! — ripetei con accento sì incredulo che Fedor si mise a ridere.

— Sì... Perchè no? È un originale, vedete, e se gli manca la vista, ha, in vece sua, un monte di belle cose ch'io non ho e ardentemente desidero. Una fortuna regale, per esempio, e una moglie adorabile, ch'egli non vedrà invecchiare.

— Quanto siete egoisti, voialtri uomini, — gli dissi ridendo. — Allora; Lady Helvellyn è bella?

— Ecco una domanda che mi aspettavo. Non è bella, bellissima.

— Inglese?...

— Sì. Cioè; scusate, non lo so precisamente. Ci sono dei dispareri in proposito. A prima vista è il più bel tipo inglese che si possa immaginare: conoscendola un pochino più, si direbbe che ha pure qualcosa, un non so che, di meridionale. Ma il male è questo, che non si ha mai il tempo di conoscerla un pochino più del pochino: più. Viaggiano sempre, e sulla propria nave, per cui capirete, a meno d'essere un delfino o un pesce cane...

Diceva, con tono assai comico, queste sciocchezze. Vide che ridevo e proseguì:

— Ho conosciuto gli Helvellyn in Islanda. Viaggiano sempre verso il freddo. Fui invitato ad una colazione a bordo delLuxe non ho mai visto un più perfettohomeinglese a fior d'acqua. Lady Helvellyn canta come un angiolo.

— Inglese? — chiesi con un'ombra di malizia, poichè al piano superiore abitavano certe miss miagolanti che avevan fatto talvolta scambiare fra me e Fedor Zarenine degli sguardi pieni di una cupa rassegnazione.

— No. Canta come un angiolo colle ali. La sua voce ha un timbro speciale, tenerissimo. Una volta sola, anni sono, a Londra, in un concerto, udii una voce simile e pensandoci mi chiedo se...

S'interruppe, tacque un istante poi mi chiese, ridendo:

— Dite la verità: avete una gran voglia di vedere gli Helvellyn?

— Sì — risposi candidamente. — Sapete se si trattengono per qualche tempo?

— Non ne so nulla. Andrò oggi stesso a portar le mie carte a bordo e m'informerò se si può visitare il bastimento. E se verrò acapo di saper qualcosa, ne farò immediato omaggio alla vostra curiosità, in premio del vostro candore.

La sera di poi, venne da noi un momento, prima di recarsi a quel malauguratoCercle Massena, ove, poveretto, lasciava quasi ogni sera, con celebre disinvoltura, sì larghi brandelli del suo patrimonio.

— Si trattengono otto giorni, non si può visitare il bastimento, ma li vedrete lo stesso. Il presidente delCercle de la Mediterranéeli conosce e pare abbia ottenuta la promessa del loro intervento allamatinéedi giovedì.

Tutto ciò col più comico mistero di questo mondo; pareva un vero congiurato di operetta. Era divertente, aveva veramente dello spirito e tante buone qualità... Pure, com'è finito presto e male, povero Fedor Zarenine!...

Di pien meriggio, ma al chiarore di innumeri candelabri accesi in un salone sì ricco, sì straricco di dorature che quasi ve ne dolgono gli occhi. In alto, invisibile e irresistibile, un'orchestra delicata suona a ballo. In un angolo del vastissimo locale un gloriosobuffetvi invita ospitalmente. C'è folla e la più strana e varia di questo mondo, e ciò che più vi colpisce in essa, è la immensa latitudine lasciata alla gamma dell'acconciatura. Quivi potete studiare l'eterno figurino femminile in tutte le sue più caratteristiche manifestazioni. Vedete delle spalle nude e delle spalle coperte di una spolverina da viaggio, delle teste cosparse di gioielli e di fiori, e accanto a queste delle sobrie testine, coperte di berrettine di pelo. Nello stesso gruppo una signora tutta in nero, che credereste giunta da una grande funzione religiosa, un'altra in toeletta da teatro, una quarta in assetto da gita montanina, una quinta che diresti avviata ad un ballo in costume, una sesta che ti dà l'idea d'essere testè escita da un ricevimento a Corte. Alcune tengono circolo, altre si isolano nella folla, altre guardano, moltissime si fanno guardare.

Le solite regole dellatoilette, l'indirizzo generale dell'acconciamento qual'è prescritto dall'indole qualsiasi d'una riunione, non esiste in quella bizzarra accolta. È un allagare fantasticodell'iniziativa personale; ritrovate colà le più inattese rivelazioni della coscienza artistica della donna. Incongruità fantasiose dell'assieme, finezze trascendentali d'accessori, squisite arditezze artistiche, stravaganze bene o male riuscite, eccentricità dissonanti, capricci idealmente tradotti, audacie fortunate o punite nella tonalità dell'innovazione. Ogni tanto tocchi rivelatori del rango o della nazionalità; qui lo sfarzo ultra parigino dell'americana, là l'invincibile orientalismo della russa, il preraffaellitismo e la tendenza pratica dell'inglese. Indovinate la francese dal suo infallibile indizio, la grazia perfetta e l'armonia, la svizzera dalla sua semplicità quasi silvestre, complicata da un aggravante di romanticismo vecchio tedesco, mentre la tedesca propriamente detta, è riconoscibile per la modernità mal riescita del suo vestire. Tutte queste rappresentanze femminili si guardano, si criticano, si sorridono, si salutano e si parlano facilmente ma senza mai amalgamarsi. Non è certo l'incongruopêle mêleche è impossibile evitare, dalle quattro alle sei, sullaPromenade desAnglais... oh no, ogni socio delCercle de la Mediterranéeassume in certo modo la responsabilità delle persone che egli fa ammettere allematinées, e ciò dà all'ambiente una tonalità bastevole di per bene, ma nessuna intimità reale può sussistere in un luogo ove è sì fluttuante, sì facilmente mutata la maggioranza di quelli che vi intervengono; sono strane feste, senza carattere proprio, ma specialmente interessanti. In quel po' di tutto c'è inevitabilmente del bello; è come una bizzarra rappresentazione di quadri plastici della vita d'oggidì. Se avete un amico paziente e ben informato egli potrà procurarvi anche delle emozioni, vi designerà ogni tanto, nella folla, una faccia che guarderete poscia con meraviglia insaziabile, ripensando al nome testè udito, collegandola al ricordo, all'espressione di fatti che hanno occupato o travagliato il mondo. Ivi un accenno, un campione di tutti i generi di celebrità, pensatori ed artisti, monopolizzatori d'oro o d'idee, trachee trascendentali, scrigni giganteschi, passioni che hanno fatto chiasso e che hanno appassionato il pubblico,stravaganze che l'hanno colpito, audacie che l'hanno conquistato, idoli effimeri e sdegnose vittime dell'opinione, autori applauditi, notabilità appena battezzate che attendono la consacrazione, tutto ciò troverete allematinéesdelCercle de la Mediterranée.

Non era la prima volta ch'io andava alCercle. Avevo dei ciceroni cortesi ed informati, conoscevo ormai, anche di persona, buona parte delle celebrità che passavano, come meteore, in quel neutro ambiente. Non mi stancavo di quello spettacolo, perchè n'eran sempre mutati i personaggi, e perchè vi trovavo ogni volta qualcosa che colpiva facilmente la mia fantasia. Quel giorno la pazza di casa teneva dietro a due apparizioni che si contendevano gli sguardi del pubblico. Un'africana, nera come la fuliggine, con due vampe di occhi e unpariginismoincensurabile ditoilettemoderna. Poi, una bellezza di Bordeaux, la figlia d'un ricco armatore, una signorina:très bien. Certo; era bella, idealmente bella, bella in modo trascendentale! Vestita, atteggiata squisitamente, nell'intonazione perfetta di un quadro di VanDyck. Ne possedeva in tutto i requisiti tradizionali, la posa, il colorito, la forma, le stoffe, i gioielli. Era bianchissima, un po' pallida, come se la poesia del tempo avesse illanguidite le tinte, sulla tela del suo volto. Parlava pochissimo, senza muover le labbra, senza sorridere oltre i limiti del suo vago sorriso permanente, nella coscienza serena, forse annoiata, della sua perpetua rappresentazione artistica. Non arrossiva sotto l'insistenza e la universalità degli sguardi, più curiosi che altro, danzava con perfetta arte di posa, serbando tutto il suo idealismo di splendida immagine anche nella grottesca assurdità di gruppo ch'ella formava col suo ballerino, un giovinotto volgare e brutto. Poco lungi stavano i parenti di lei, grossi, bonari, plateali anch'essi. Solleciti, ma sicuri del trionfo, guardiani amorosi del tesoro, pazienti direttori di quella sacra passeggiata del capo d'arte della famiglia, nella placida attesa dell'amatore intelligente che ne vorrebbe adornare il proprio museo, mentre ella danzava serenissima, sorridendo esclusivamente a sè stessa!

Ero così immersa nella contemplazione del Van Dyck, che non mi accorsi dei ripetuti cenni fattimi da Fedor Zarenine, il quale farfalleggiava poco lungi da me. Tanto che egli mi venne accanto e mi diede un poderososhake hand, uno dei suoi soliti.

— Ebbene, — mi disse mentre scotevo la mano indolenzita, — non avete veduto?

— La mora? Sì, ma è orribile. Preferisco il Van Dyck. È una signorina;benissimo, sapete?

Egli si mise a ridere.

— Dico se avete veduto gli Helvellyn? Sono testè giunti.

Mi voltai. — Dove?... dove?... — chiesi con ansia.

Egli mi additò un gruppo abbastanza compatto che s'era formato presso uno degli usci d'entrata.

— Là... da quella parte. Fanno sensazione anche loro! Ora li vedrete. Venivano a questa volta, ma egli s'è trattenuto a parlare col Maresciallo Bazaine. Ora ha finito, proseguono.

Proseguivano infatti. Un signore alto, di forme poderose, appoggiato al braccio d'unasignora. Davanti all'incerto passo del cieco, la folla riverente e curiosa s'apriva, facendo ala, lasciando libero il varco a lui e alla moglie che lo guidava colla dolcezza guardinga d'un Antigone.

Li vidi io pure, e provai un sentimento impossibile a definire.

— Ma è Sir Alano Spear!? — gridai quasi a Zarenine.

— Sì, — rispose questi meravigliato della mia veemenza, — cioè; era Sir Alano Spear. Da pochi anni, per la morte d'un cugino, è diventato Lord Helvellyn, sapete che in Inghilterra il titolo...

Non proseguì, perchè non gli badavo. Tutte le facoltà dell'animo mio, tutta la potenza de' miei sguardi erano concentrati sulla signora che accompagnava Lord Helvellyn. Era... non era Ninì Montelmo?

Un'incertezza acuta come uno spasimo, mi mozzava il respiro. Per mero istinto, senza sapere quel che volessi fare, mossi all'incontro di quei due... E a caso, pur di sapere, ad ogni costo, quando ella, senza vedermi mi passò d'accanto, io dissi forte, vibrato: — Ninì!

Ella si fermò, e la vidi trasalire. Si voltò e mi vide... ci guardammo. Non pareva lei, puresentiich'era lei, che mi aveva riconosciuto. Un pallore venne sul suo volto. Non mi rispose, non mi salutò. Alzò solo la mano, con un cenno lieve, vago, un piccolo gesto che poteva esser comando o preghiera... Poi, chinò gli sguardi, e passò, impassibile.

Non capivo, provavo come una vertigine e un'imperiosa voglia di piangere.

Zarenine mi guardò attonito e mi chiese se mi sentissi male.

Gli dissi di no, ridendo nervosamente. Ma lo pregai di trovar mio marito e di mandarmelo. Volevo andar via, subito, subito. Quell'afa, quella folla, mi soffocavano. Era tutto una confusione, tutto. Non era più certa che quella donna che aveva trasalito e mossa la mano fosse Ninì Montelmo. Ma allora chi era?

La mattina dipoi, m'alzai per tempo. Non aveva punto dormito ed era giorno di festa,volli dunque recarmi a messa. Passando sotto l'atrio, vidi un marinaio in assisa bianca e col berretto ornato d'un nastro sul quale era la parola:Lux. Pareva attender qualcuno. Infatti; attendeva me e, non appena gli fui accennata, egli venne ad incontrarmi e mi presentò un biglietto:from Lady Helvellyn.

Il biglietto recava queste parole:


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