Metempsicosi.

Metempsicosi.

As you like it.

Questa storia non è accaduta a me. Ho assistito a qualcuna delle sue fasi. Probabilmente, se me l'avessero narrata o se l'avessi letta, ci avrei pensato prima di credervi, tanto essa si allontana dalle solite consuetudini del cuore. Pure non è che la schietta storia di un cuore. Qualcuno l'intenderà.... forse.

Mi trovavo, venti anni or sono, a Firenze, presso alcuni stretti parenti. Ero giovane; il carnevale era brillantissimo, e vedevamo sempre molta gente che si divertiva in cento modi, anche facendo del bene. Ero patronessa d'una lotteria di beneficenza e raccoglievo doni a dritta e a sinistra. A dir vero, ne raccoglievomolti e n'ero lieta pei miei poveri e per me, cioè pel primo amor proprio di patronessa.

Un giorno, mi giunse uno splendido invio. Un gruppo di statuette di Vieux Sèvres, colle due sue brave spade a tergo del piedestallo. Ebbi un grido d'ammirazione e d'entusiasmo.

Chi mandava quel dono principesco, accompagnato dalla più deliziosa e lusinghiera letterina di questo mondo? Lo mandava Ninì Montelmo... — La Duchessina.

Rimasi alquanto meravigliata. Non mi aspettavo da lei un simile dono. Non era certo un oggetto di quelli che sogliono donar le signorine in simili occasioni.

Poi non eravamo affatto intime, io e Ninì Montelmo. Ci conoscevamo da tempo, eravamo coetanee e ci trovavamo spesso assieme in società. Mia zia e la nonna di Diana si scambiavano qualche visita, ma fra noi non esisteva intrinsichezza di sorta. Come tutti, ammiravo Ninì, subivo il fascino della sua bellezza e del suo ingegno; la difendevo talvolta contro i tanti invidiosi che volentieri sparlavano di lei, ma nulla più.

Corsi a mostrare il gruppo alla zia. Essa lo ammirò al par di me; però, quando accennai all'obbligo d'una visita di ringraziamento in casa Sualta, mi rispose tranquillamente: — Ma certo, vacci pure oggi stesso; se vuoi, con Mademoiselle.

La quale Mademoiselle era la governante francese delle mie cuginette.

Avrei preferito e sarebbe stato più corretto (socialmente parlando) che la zia mi accompagnasse dalla Duchessa di Sualta, la nonna di Ninì. Ma mi era nota la poca tenerezza di mia zia per quella vana e frivola vecchietta, che aveva tanto vissuto per il mondo, tanto sciupato di quattrini e di cuore! Perciò non insistetti. Scrissi un rigo di ringraziamento a Ninì e l'indomani ci andai con Mademoiselle; cioè, questa mi accompagnò sino al portone del palazzo, promettendo di passare a riprendermi dopo la passeggiata delle cugine.

Era per l'appunto: il giorno della Duchessa di Sualta, ed essa riceveva in uno straricco salotto di damasco rosso.

C'era ressa di eleganti visitatrici e la padronadi casa era evidentemente soddisfatta di quel concorso. Non stava mai quieta; s'alzava, rideva, tornava a sedere, chiacchierava, gesticolava, con inesauribile vivacità. Era piccola, curva, pareva decrepita nella ricchezza gaia della sua splendida veste da ricevere. Ma una vera contentezza irradiava il suo visetto di scheletro, tutto infarinato diveloutine, pieno ancora d'una futile ed inimitabile grazia, del sorriso di un'incorreggibile civetteria senile. Certo; la vita diventava più intensa per lei in quell'ora di ricevimento, nella soddisfazione di essere centro di quell'accolta tanto mondana. Ell'era, io credo, veramente felice.

Cercai subito Ninì, collo sguardo. Ma il suo posto solito era occupato dalla signora Niuti, la dama di compagnia della Duchessa.

Questa non notò certo, forse non avvertì, l'assenza di mia zia. Fu meco d'una compitezza veramente carezzevole, s'informò di tutti i miei, mi chiese crucciosamente se mi divertivo, se ero stata a tutte le feste. Poi, con quel suo fare rotto, saltellante, escì a dire di Ninì:

— Era su, poveretta, stava nel suo salottino, non le aveva permesso di scendere a nessun patto. Oh! non si scherza colle infreddature! Ci mancherebbe altro che non potesse andare al ballo in costume di casa F.! No, non lo poteva dire, il costume di Ninì. Era un segreto, vedrebbero. Ieri Ninì era stata a letto, oggi no... ma non scendeva. Aveva avute anche lei le sue amiche, tante amiche.

Le nominò tutte, una filza, con grande compiacenza.

Poi mi chiese se volevo salire io pure. Ninì ci avrebbe tanto piacere; era sola.

Assentii di gran cuore, e poco dopo mi trovavo al secondo piano del palazzo, in quel famoso salotto che avevo tanto udito vantare. Lode, però, invariabilmente corretta dall'osservazione che, decisamente, non era un salotto da signorina.

Innegabile! Troppo bello, troppo elegante, troppo raffinato in tutto. Una reginetta non sarebbe stata a disagio in quel nido di peluscio azzurro antico, a riflessi argentei, seminato di rose d'un pallore appassito, nicchiatein un leggero contorno di verde tenero. Una profusione di statuette di Sassonia, tutte bianche, qualche gruppo di antico Capodimonte, qualche gingillo moderno, scelto col gusto più raffinato. Certi mobili strani, piccoli, fragili all'occhio, una biblioteca tutta bianca, colma di libri rilegati in pergamena bianca, una piccola scrivania in certosina, un pianoforte bianco pure, con certi fregi, a colori tenerissimi, nel più puro stile Vatteau, un tappeto bianco di velluto. Tutto ciò era disposto, presentato nel modo più squisito; l'assieme aveva un significato artistico dei più rari, era come una fantasticheria di eleganze candide, di delicatezze supreme. Vedendolo, si pensava: Ma cosa potrà ella avere di più bello e di più squisito in avvenire? Pure era qualcosa di così casto... di così ideale!... La Miranda di Shakespeare avrebbe potuto dimorare colà, ed offrirvi giornalmente una tazza di the ad Ariele. Ciò non avrebbe meravigliato alcuno.

— Buon giorno, cara! — disse a un tratto, dietro a me, una voce melodiosa.

Mi voltai e vidi Ninì Montelmo. Era in veste da camera.

Ora, ai miei tempi (non remotissimi, veh!) le fanciulle non portavano veste da camera. Giustissimo; per cento e una ragioni. Ninì non era dunque vestita da fanciulla, colla sua stupenda vestaglia sciolta alla vita, guarnita d'una profusione di Chantilly, colla sua fila di grosse perle al collo, colle perle alle orecchie, con quel rifulgentissimo brillante che le metteva come un piccolo sole sull'anulare della mano destra. Un'altra, così vestita, sarebbe parsa un figurino teatrale, Mignon quando è pazza, o la figlia di Rantzau quando è malata d'amore, o Violetta quando s'indugia, sì pateticamente, a morire. Ma Ninì non era altro che sè stessa, e nessun pensiero teatrale sorgeva dinanzi alla sua gloriosa originalità di tipo. Anche così vestita, ell'era inesprimibilmente fanciulla e damigella. Io la guardavo rapita, ed ella mi sorrideva dolcemente con un affetto gaio, di compagna, quasi di sorella.

Interruppe subito i miei ringraziamenti. Oh! era stata così lieta di potersi rammentare a me, per mezzo dei nostri poveri! Le avevo sempre ispirato della simpatia.

Certo, uno strano fascino faceva tepido e dolce l'ambiente attorno a noi. Era come se ci fossimo conosciute da un pezzo. Prendemmo subito a chiacchierare, con un grande abbandono, con un piacere squisito e con una confidenza che s'improvvisava, impetuosa quasi, nella schiettezza bizzarra del suo impulso. Io la trovavo un incanto. Glielo dissi e le dissi pure che mi era sempre parsa tanto, tanto diversa dalle altre ragazze!

Ella si mise a ridere. — Infatti, — disse, — sono originale. Cioè, ho il coraggio di esser me stessa. A volte, per gli altri, lo sono troppo. Infatti, non è un merito. È solo un orgoglio, forse. Ma come si può rinunciare a sè stessi? Che ne dite? Lasciate che vi dia del voi, come faccio a Napoli. Più tardi, quando ci ameremo ancora di più, ci daremo del tu. Ma sin d'ora, mi piacete tanto; per questo e per quest'altro.

Disse, a modo suo, con quella sua mirabile e festosa originalità, i perchè della sua simpatia per me. Ripeterli ora, qui, sarebbe alquanto ridicolo, naturalmente. Voi, lettore amico mio, non siete Ninì Montelmo, per essermeco tanto indulgente e chissà se Ninì Montelmo, ella stessa, e le sue idee e la sua storia non vi parranno tutto un assurdo, da cima a fondo?...

Continuavamo a chiacchierare, con vera passione. A un tratto, ella mi chiese tranquillamente:

— V'hanno detto molto male di me, nevvero?

Colta all'improvviso, arrossii, come una stupida e tentai un cenno di diniego; ma ella si mise a ridere.

— No, cara. Per questo appunto mi piacete, perchè nè voi, nè la vostra faccia sanno dir bugie. V'hanno detto... Volete che ve lo dica io, cosa v'hanno detto di me?

— Ma, cara Ninì, vi accerto...

— Oh lo so... nulla di grave. Decisamente, la società non ha per ora il diritto di mettermi in quarantena. Vi avranno detto soltanto che sono sprezzante, vana, eccentrica, capricciosa, spensierata, calcolatrice, maleducata, stravagante, insolente.

Ebbi un comico gesto di disperazione, ma ella proseguì:

— No, no lasciatemi dire, non sapete come ciò mi diverte! So d'aver tanti nemici, e questo forma la mia consolazione.It is the zest of life.Tante trame da sventare, tante insolenze da umiliare, tante bassezze da punire.

Tacqui, ma il mio volto parlò forse per me.

— Ebbene? — diss'ella interrompendosi.

Arrossii... non so perchè, e dissi timidamente:

— Sta bene. Ma mi pare che nella vita ci sia qualcosa di meglio di tutto ciò.

Ella taceva, pensando. Un vago sorriso socchiudeva le altere sue labbra. Continuai.

— Ilzestdella vita non sta forse nell'animosità.... anche la più nobile, la più equa. C'è qualcosa di meglio, Ninì cara, nella vita.

Ella sollevò il capo, dolcemente.

— C'è l'amore — disse adagio, mentre il suo sguardo assumeva una soavità.

— C'è l'amore — ripetei come un'eco.

Non arrossimmo, nè io nè lei, pronunziando quella audace parola. Entrambe avevamo pensato a quell'infinito dell'amore che, simile ad una madre, culla fra le sue braccia e nutredel suo latte l'anima dell'umanità tutta quanta.

Per un istante rimanemmo entrambe assorte nell'impressione grave di quella parola.

A un tratto ella mi chiese:

— Andrete al ballo in costume?

La guardai.... mi parve strana quella domanda, in quel momento. Pure dissi:

— Credo di sì. E voi?

— Farò il possibile per andarci. Adoro i balli in costume. Quando un costume non è ben scelto o non sta bene, è grottesco, ma quando invece è adattato e dà veramente l'idea del tipo che rappresenta, è una bellissima cosa.... è quasi una metempsicosi artistica. Ma con tutto ciò, non andrò al ballo se non sarò perfettamente guarita. Ho bisogno della mia salute.

— Perchè? — le chiesi ridendo.

— Pel mio avvenire — rispose ella, senza ridere.

Poi tornò a parlar dei costumi e mi descrisse il suo. Doveva esser qualche cosa d'ideale.... La nonna non pensava ad altro, da venti giorni.

— Povera nonna mia!... — disse Ninì con una tenerezza che aveva qualcosa di materno, — È così buona per me, mi ama tanto, sapete?

Lo sapevo, e però assentii. Ma sapevo pure quanto tutti criticassero quel cieco, imprevidente amore di vecchia mondana, che non aveva mai pensato al poi; che all'oggetto delle sue puerili tenerezze non aveva preparato nè un saldo appoggio, nè benessere reale di posizione, per l'avvenire.

— Povera nonna... — disse ancora Ninì, — mi ama tanto. A proposito, cara, non avete mai pensato se veramente sia meglio amare qualcuno a modo suo, anzichè a modo nostro?

— Sì — risposi. — Ma non ho mai potuto trovare una risposta soddisfacente. E voi?

— Neppur io. Credo che dev'essere un sacrifizio supremo il rinunziare alla nostra maniera di sentire l'amore ed assumerne un'altra. Non so se potrei farlo. Non so.

Si faceva tardi, una semi penombra invadeva il salotto, velando i suoi delicati biancheggiamenti. In quell'ambiente tantosentito, in quell'ora che lo faceva più teneramente bello, ioavvertivo fra me e Ninì un'intesa intima e dolcissima.

Ad un tratto ella s'alzò, quasi bruscamente e mi disse:

— Volete vedere la mia camera da letto?

Attonita, mi alzai pure e le chiesi:

— Somiglia forse a questo salotto?

— Vedrete — diss'ella, precedendomi per un ampio corritoio.

Ecco cos'era la camera di Ninì Montelmo. Era uno stanzone grande, basso, col soffitto e le pareti imbiancate a calcina. Due grandi finestre, senza parati nè cortine, lasciavano entrare una cruda luce, senza attenuazione. Il lettino, di ferro, piccolo, senza ornamenti di sorta, con una copertina di percallo lucido a fiori. Una Madonna bizantina e un grande crocifisso nero. Niente tappeto. L'ammattonato senza lucido, qua e là, accanto al letto e sotto il tavolino qualche pezzo di stuoia. Sei seggiole di Chiavari e un tavolo grande, coperto di libri. Tre piccole fotografie incorniciate e appese alla parete. L'ambiente freddissimo. Non potevo credere a' miei occhi. Guardavo,con una specie di sgomento e Ninì sorrideva, raggiante.

— È un capriccio? — le chiesi finalmente.

— Non è un capriccio, — rispose tranquillamente Ninì. — Qui penso a ciò che l'avvenire può arrecarmi e cerco foggiare l'animo mio, in modo che l'eventualità non giunga impreveduta. Mi alzo alle sei, studio sino alle due e mi preparo all'esame che prenderò, ma non qui, per non dar dispiacere alla nonna. Ella non sale mai, e dedica le ore della mattina alla sua toeletta. Dalle due in poi, appartengo alla nonna e abito le sue sale, ovvero il mio salotto; ricevo, esco, vado ai pranzi, alle feste, a teatro.... Conduco di fronte due diverse esistenze, in vista di ciò che può accadere.

Questo poteva accadere: ch'ella sposasse un re di corona, o un principe, o chiunque s'imbattesse ad amare. Ovvero ch'ella non sposasse nessuno e rimanesse sola, senza un tetto e senza un soldo, poichè la Duchessa di Sualta aveva sì gaiamente sperperate la propria e la sostanza dei figli. La rendita ch'ella godeva era vitalizia e non bastava certo alle sue abitudinidi lusso e di sperpero. Le ipoteche gravavano il palazzo in città, divoravano la villa coll'accumularsi degli interessi non pagati. In seguito ad un compromesso con certi creditori, gli arredi, gli oggetti d'arte, le mobilie, i giojelli eran lasciati in godimento alla Duchessa, sinch'ella campasse. E toccava quasi settantacinque anni! Ninì era orfana, non aveva altri parenti, all'infuori della nonna e di uno zio che non aveva mai dato segno di vita, nonchè di parentela.

La baciai, con profondo ed amoroso rispetto.

— Studiate per l'insegnamento? — le chiesi, cercando di frenare la mia intima emozione.

— Sì, ma in pari tempo cerco di approfondire i miei studi letterari, temo d'esser troppo artista per la pedagogia.... Un momento ho pensato all'arte... ma non so altro che cantare!

Ebbe un gesto involontario ed altero. La intesi. Il pubblico, l'impresario, il compagno di scena! Oh no. Ninì Montelmo e il teatro!... Impossibile!

— Sarà quel che sarà, — disse. — Ma ad ogni modo, potrò far da me.

L'occhio suo scintillò di un nobile orgoglio.

— Ammenochè... — dissi sorridendo.

Ella sorrise.

— Può essere... — rispose con grande candore. — Non ho delle tendenze nichiliste e amo troppo le cose belle per rinunciarvi facilmente. Poi... lottare colle piccole necessità della vita. Pure preferisco ciò, al rischio d'un matrimonio come si fanno oggi. Sapete... dicono che ho delle idee tanto originali.

— Ebbene; — le dissi gaiamente — farete un matrimonio d'amore, vivrete in mezzo alle belle cose e non darete lezioni a dei bambini dispettosi.

Ella arrossì, qualcosa di incerto, di dolcissimo passò sul suo volto. Non parlò che dopo un istante.

— Come fa freddo qui. Andiamo di là.

Tornammo nel salotto, e poco dopo un domestico venne ad avvertirmi che la signorina mi attendeva. Nel congedarmi da Ninì, la strinsi al cuore, e con effusione vivissima ledissi ciò che pensavo di lei. E fu uno dei più cari momenti della mia vita. Le parlai, come sentivo, di quella sua strana alternativa di modi di vivere.

— Oh — diss'ella ridendo. — È quasi una metempsicosi, nevvero?

Mi trattenni un momento.

— È la seconda volta che sento quest'espressione in bocca vostra. Ci credete forse?

— Oh — rispose ella, ridendo — perchè no? Ma mi dorrebbe troppo rinunziare alla mia personalità, anche per assumerne una migliore. Sarebbe una prova eccessiva pel mio orgoglio, ch'è infinito... in tutto. Sono contenta che mi approviate. Ci rivedremo spesso, nevvero?

M'indugiavo ancora. Ma bisognò pur andare, e andai, recando meco un monte di pensieri nuovi, una salda amicizia e il fascino di quella creatura ideale nella sua vestaglia bianca, nel suo salottino di reginetta, con tutte quelle cose sì belle e sì candide. E ricordavo, entusiasta la mente splendida di lei, la sua mano da fata, la sua voce sì nobile, il suo sguardo sì fiero, mentre ella mi diceva ridendo: — Èsoltanto una precauzione... — guardando bravamente in faccia al suo crudele avvenire.

Nello scendere, feci una breve sosta al primo piano, per salutare la Duchessa. Era sfollato assai nel salone rosso. Accanto alla padrona di casa e fatta segno delle più premurose gentilezze, stava una signora sulla cinquantina. La sua persona aveva qualcosa di sfinito, il suo volto distintissimo era di un pallore cereo. Essa parlava poco in francese, con un filo di voce, che pareva venir da lontano, con uno stretto e fioco accento britannico. La Duchessa le diceva del raffreddore di Ninì ed ella ascoltava attentamente.

— Chi è? — chiesi alla signora Niuti, mentre, dopo aver fatti i miei saluti, mi allontanavo.

— Mrs. Spear, la madre di...

— Ah sì? la madre di sir Alan Spear? Quella signora sì malata, sì buona, che adora suo figlio, lo segue nei suoi viaggi...

— E vorrebbe dargli moglie... — soggiunse la signora Niuti, con un sorriso suggestivo, ma discreto.

Pensai a Ninì. Naturalmente. Grazie!.. altroche far la maestrina! Uno dei più bei nomi e una delle più belle fortune dell'Inghilterra. È una bellezza. Dio!... come starebbero bene assieme; quei due. Dovrebbe amarlo, oh sì!.. E se per l'appunto... ella lo amasse?

Per l'appunto; essa lo amava.

Credè che nessuno se ne fosse accorto. Pure, quando ella me lo disse, io lo sapevo.

Egli pareva creato pel cuore di Ninì. Era di una bellezza grandiosa, bionda, serena. Pareva un antico Vitikindo. Nel suo aspetto era qualcosa di stranamente semplice e forte. A dir vero, eravamo tutte un po' innamorate di lui. Ma egli, benchè inglese, nonflirtavaper nulla. Era gentile con tutte, ma si occupava specialmente di Ninì, ciò era visibile, e pareva naturalissimo a tutti quanti.

Inutile negarlo... Ninì era sempre la prima fra noi. Quando ella compariva in una sala, produceva sempre, invariabilmente, una sensazione. Le ragazze si difendevano da quell'effetto,che gettava sempre un po' di ombra attorno a loro, le mamme; in silenzio, ne soffrivano. Si criticavano molto le sue toelette, ma ai balli susseguenti ce n'erano sei o sette imitazioni, e parevano sempre mal riescite. Gli uomini facevan ressa attorno a lei, essa li trattava con una cordialità un po' fiera, tenendoli molto a posto, alcuni dicevano che Ninì Montelmo era insopportabile, altri chiedevano s'ella avesse dote, e udito che no, scomparivano dal suo corteo. Parecchi avevano paura del suo spirito, altri del suo lusso, alcuni s'erano innamorati di lei senza chiedergliene il permesso e poi.... parevano cani scottati. Ell'era sempre brillantissima e trionfante. Ma scontava i suoi trionfi con quella specie di animosità generale ch'ella combatteva, serbandosi calma. Nulla pareva avere il potere di trascinarla. Non faceva pompa alcuna della sua rara coltura; ma le frivole ignoranze dei più restavano sconcertate dal senso intimo di quella sua splendida superiorità. Era acerbamente discussa, criticata e nel modo più contradditorio. Era troppo originale, troppo manierata,fredda, eccessiva in tutto, era vana, era civetta, non lo era abbastanza. Aspirava troppo alto, non pensava al suo avvenire. Si rimproveravano molte cose a Ninì: il passato leggerissimo della sua nonna, la frivolità ed il lusso della esistenza che conduceva con lei. Aveva delle pretese incompatibili colla sua situazione, aveva rifiutato degli eccellenti partiti, non aveva saputo farsi sposare da chi più le sarebbe convenuto. S'era presa il divertimento di umiliare Guarinaldi. Un po' sboccato, a dir vero, quel Guarinaldi... il terrore dei mariti e delle mamme, ma Ninì non avrebbe forse potuto difendersi con garbo, senza dargli una sì acerba lezione? Ma no... gliela aveva proprio voluta dare ed egli era diventato, naturalmente, un nemico. No, ella non sapeva trar partito dei propri vantaggi. Pure doveva premerle di mettersi a posto. Poichè se moriva la nonna... In miseria, mia cara, in miseria! E che farebbe allora, colla sua educazione, colle sue abitudini?

Il cruccio di tutti quanti. Che farebbe NinìMontelmo quando fosse crollato il suo castello di cartone? Come escirebbe dal suo salottino di peluscio coi mobili bianchi?

Guarinaldi sorrideva cinicamente quando si parlava di questo.

Ma ella pareva vivere solo nel presente. Si difendeva soltanto quando non poteva farne a meno. Allora; puniva. Di scatto, con un frizzo sanguinoso, con uno sguardo, con un subito silenzio, non più; ma il castigo era sempre efficace. Per gli amici e le amiche era cordialissima, leale sempre e discreta; di una lealtà che aveva qualcosa di maschio, di forte e in pari tempo un'affettuosità al tutto femminile.

Quando si vide che Alano Spear si occupava di Ninì Montelmo, la cosa parve ostica a molti, ma a tutti naturale.

Per gli amici fu un'esultazione. Per molte compagne nostre e per le madri loro, fu uno strazio, temperato dalla speranza che fosse l'ultimo di quel genere. Perluinon era certo questione di dote. Tutto un concerto di: sta bene.

Si sapeva positivamente che Mrs. Spear, conscia della gravità del proprio stato di salute, desiderava ardentemente di veder accasato suo figlio. Ella non celava le sue simpatie per Ninì, nè il desiderio di poterla chiamare sua nuora. Ninì non poteva desiderare nulla di più splendido, di più adeguato a lei, alle sue più audaci speranze. Si attendeva di giorno in giorno l'annunzio ufficiale del matrimonio. Ma l'annunzio tardava. Ciò meravigliava alquanto me pure, perchè io sapevo che ella amava Alano Spear.

Io e Ninì avevamo stretta una vera amicizia, benchè le singole nostre occupazioni e il diverso ambiente non ci consentissero un'assoluta e continua intimità. Ma un'intesa esisteva fra noi e quando ci vedevamo, scaturiva subito dai nostri cuori. Stavamo assieme in società e talvolta, la mattina per tempo, la sorprendevo mentre era immersa nei suoi studi e la conducevo meco a passeggio ai Colli, o alle Cascine, ovvero fuori di qualche porta. E allora che gaiezza di passi e di parole, quanti soggetti ora sfiorati, ora approfonditi! E come eravamo bimbe talvolta!...

Me lo disse per l'appunto alle Cascine, in uno di quei grandi boschi remoti che l'umidità vicina dell'Arno serba sì freschi e sì belli. Era proprio una giornata di tempo fiorentino, vario cioè e bizzarro, col sole caldo e l'aria fresca. Gli alti cipressi, le quercie denudate spesseggiavano attorno a noi, rivestite dei loro tenui paludamenti d'edere, salite ad altezze incredibili. Il fiume, non visto, si tradiva, coi suoi odori umidi e coi suoi susurri. Nelle alte siepi ancor rivestite qua e là del velame delle antiche foglie, il vento metteva un piccolo stormire metallico. Laggiù; verso il tempietto dell'Indiano, una coppia d'innamorati s'internava a casaccio nello sfondo del viale, delle bimbe tedesche, bianchissime, ruzzavano poco lungi. Un vecchio leggeva, seduto su un panchetto. Lontano lontano, una fioca eco di scampanìo festoso, una voce di chiesa di villa, giungeva, non so d'onde, sino a noi.

A un tratto, in un viale laterale, riserbato ai cavalieri e serrato fra due alte siepi, s'udì il passo mirabilmente ritmico d'un cavallo fino.

Ninì alzò bruscamente il capo, ma nonguardò oltre la siepe. Stette soltanto, con visibile tensione di nervi.

Io guardai, riconobbi sir Alano Spear. Il suo torso potente, la forte testa di re nordico erano soli visibili oltre la siepe. Passò, lentamente, tenendo la mano sull'anca, guardando diritto avanti a sè: Non ci vide. Poco dopo, s'udì il trotto regolare ch'egli aveva fatto assumere al suo cavallo.

— Sir Alano, — dissi alla mia compagna.

Ella chinò il capo. — Lo sapeva. Un lievissimo tremito passò sulle sue labbra, il suo sguardo ebbe un'espressione indefinibile, una specie di vaga estasi... Poi mi sorrise, rossa come una fragola ed era sì bella, sì cara, sì donna in quell'istante, ch'io me le feci accanto, le presi la mano e gliela strinsi forte, così forte da farle male. Ella mi diè un rapido sguardo di gratitudine, poi la sua testina si protese verso il viale ove veniva meno, allontanandosi, lo strepito di quel trotto.

Allora; essa mi disse che lo amava... L'aveva subito amato, appena conosciuto!

Subiva completamente il suo fascino. Tuttole piaceva in lui, la persona, il volto, i modi, quella stessa sua rigidità britannica un po' accentuata, quella sua calma perfetta, non immune di una leggera sfumatura di malinconia. Non sapeva come nè perchè... ma lo amava!... ecco... lo amava!

Oh! com'era dolce ed umile Ninì Montelmo mentre parlava del suo amore, mentre, più ancora a sè stessa che a me, ella veniva narrando ciò ch'era finalmente accaduto nell'altero suo cuore, il turbamento primo, le evoluzioni del dio ignoto, il tremore sì dolce della passione! Ella poteva esser gloriosa di quel sentimento, tutto si conteneva in esso, stima, simpatia, ammirazione! Le pareva così giusto, così semplice di amare quell'uomo! Era come una suprema giustizia, un compenso della Provvidenza. Poichè ella aveva sofferto tanto... sempre... di tutto! Aveva tanto sofferto della mancanza dei genitori, delle circostanze, della censura dei maligni.

Aveva sempre sentito, col suo raro buon senso, l'anormalità della propria situazione, l'ambiguo stato di celata difensiva cui l'astringeva...Ella, sì orgogliosa, sì impetuosa, sì ardente! Ma ora, ora!...

La sua voce aveva delle grandi vibrazioni larghe, musicali. Il suo volto raggiava di quella luce che ogni grande manifestazione accende nei volti sinceri. — Sì... ciò ch'ella diceva era sincero ed umano, era quella sì rara, sì divina cosa: l'accento dell'amore. Ninì era in quel momento d'una bellezza meravigliosa, mentre si abbandonava all'effusione irrefrenabile di un sentimento fatto per lei e che l'investiva tutta ormai, tutta quanta.

— Ebbene; — le dissi, quando, vinta dalla violenza stessa del suo sfogo ella tacque, tremante come le corde d'una lira testè deposta. — Ebbene; Ninì, tutto è per il meglio nel migliore dei mondi. Tu l'ami, egli ti ama.

Con mia grande sorpresa, vidi un'ombra posarsi sulla fronte di Ninì. Qualcosa dell'intensa luce d'un momento prima, venne meno nei suoi sguardi.

— Sì — disse lentamente — l'amo.

— E lui ama te.

Ella tacque.

— Ti ha chiesta in sposa!

— Sì.

— Lo ha detto a te!

— Sì.

— Ma dunque?

Ninì ebbe un gesto vago, dubbioso.

— Hai accettato? — insistei.

— Non ancora, ho chiesto un indugio.

Tutto ciò mi pareva impossibile. La guardai, come si guarda un fenomeno.

— Ma Ninì, tu scherzi.

Ci amavamo molto, ora, e ci davamo del tu.

Ella scosse il capo.

— Non ho mai scherzato coll'amore, ma non posso dir di sì, prima di esser certa.

Esitò, visibilmente turbata. Poi a voce sommessa, come se parlasse a sè stessa:

— E se non mi amasse? — chiese angosciosamente.

Guardai fiso Ninì. Non so come, in quel momento mi parve malata. Cercai a lungo, ma non trovai che una risposta.

— Ma se ti ha chiesta in sposa!

— Sì, — diss'ella, ravvivandosi per un secondo. Ma soggiunse, con infinito scoramento: — E se non mi amasse!

Una fissazione, evidentemente. Assunsi il tono di chi parla ad un fanciullo caparbio.

— Suvvia Ninì, non sciupare, con quelle ubbie senza base, la tua vera, la tua rara felicità. Non essere sragionevole. Sir Alano è padrone di sè stesso, della sua volontà. Nessuno lo costringe a prender moglie. Ti ha scelta fra noi tutte. Se non ti amasse non ti sposerebbe... Tutti lo vedono e lo dicono: Egli ti ama.

Ella sorrise, con un subito ritorno all'estasi di poc'anzi.

Tacemmo alquanto.

— Mi ama? — chiese, ella a un tratto, con un abbandono quasi angoscioso, come un neofito che, malato di scrupoli, chiedesse al confessore: Padre salverò l'anima mia?

Stavolta alzai le spalle; decisamente. Non sta bene, ma le alzai.

Non capivo come ella potesse rivolgermi quella domanda.

— Ma, Ninì mia, si possono chieder queste cose? Non son cose che s'imparino... si sentono. Ogni donnasase è amata o se non lo è.

— Non sempre, — disse meditativamente Ninì. — Si sa sempre, se si è o no simpatica ad un uomo. Questo è vero. Ma non si sa sempre se egli vi ama, specialmente quando voi lo amate tanto... così!

— Ma qual prova più evidente che il volerti sua?

— Infatti... Ma se non mi amasse!?...

Un grande spavento, un'angoscia nera passò nei suoi occhi. Ella ebbe un lungo fremito.

Non sapevo più che dirle; io stessa ero impensierita da quella strana insistenza di Ninì.

Tacqui.

Allora essa mi disse:

— Sei in collera con me?

— Oh Dio! no... Ma mi duole vederti così turbata e così sragionevole. Mi pare che hai torto, in tutti i modi.

— Può essere — mormorò Ninì, con profonda umiltà. — Ma vedi, cara, in amore il nonessere convinti... è terribile. E se sapessi; io ho tanto orgoglio... tanto!

— Troppo, — ribattei prestamente.

Le sue spalle ebbero un piccolo moto nervoso, quasi convulso.

— Dio mi aiuti — disse poscia. — Andiamo.

E si alzò.

Ce ne andammo, senza parole, pel silenzio mattutino dei viali.

Prima di lasciarla, presso al portone dei suo palazzo, le dissi, stringendole la mano:

— Pensaci, Ninì. Non sciupare la tua vita e il tuo avvenire. Non chiedere troppo. Ama più semplicemente.

Ella mi guardò con profonda angoscia.

— Hai ragione, — mi disse.

Le sorrisi, e stavo per lasciarla su quella buona parola, quando ella mi trattenne e mi disse: — Sai quanti sensi abbiamo?

Trasecolavo.

— Tu credi che siano cinque, nevvero? Ebbene, sbagli; sono sei. C'è il senso intimo, ignoto, quello che sta di casa nel cuore della donna e di lì, parla ed avverte.

— E se invece fosse la voce della nostra presunzione, del nostro orgoglio?

— Oh! — gridò quasi Ninì, — se avessi ragione tu!...

Una donnetta che passava udì e si voltò, meravigliata. Ninì si mise a ridere.

— Vedi — mi disse — diamo spettacolo. Ora; addio. Penserò a ciò che mi hai detto. Mi hai fatto del bene. Ci vediamo in casa C. domani sera?

— Sì, certo. Sia ragionevole e non esserlo fuor di luogo. Ti voglio bene. A domani sera.

All'indomani sera c'incontrammo in casa C. Ai ricevimenti di casa C. non c'è mai folla; è forse la società più esclusivamente scelta di Firenze. Una delle spose di casa è inglese ed ha naturalmente recato con se un po' di elemento britannico, assieme ad un nome storico come è storico quello da lei assunto, sposandosi. Due belle armonie aristocratiche. I grandinomi della nobiltà inglese, di passaggio a Firenze, echeggiano bene nella vastità sonora dei grandi saloni di casa C., ospitali del paro all'aristocrazia del carattere e dell'ingegno. Ma John Büll, istivalato, chiassoso, testè arricchito, che sa diporter, lo sciame leggero delle Mistress e delle Miss erranti per la comoda indulgenza delle città d'inverno e che sembrano incaricate della missione di darci una sì sconfinata idea dell'emancipazione femminile... oh! tutta questa gente ammira moltissimo, passando sul Lung'Arno, la splendida facciata esterna del palazzo C. Più, due volte alla settimana, ha libero l'accesso alla celebre Pinacoteca di casa.

Non folla adunque, ma il fior fiore di Firenze e della società forestiera. Si fa musica, non troppa, nè d'un solo genere, e sopratutto, senza pretesa. Alcune fra le signore C. sono musiciste emerite, mi rammento d'aver udita una volta mirabilmente, classicamente eseguita da un'adorabile tribù di bimbi e bimbe di casa, la sinfonia dei giuocattoli di Haydn. Che cara e squisita cosa e che spettacolo gentile! Ma scusate, divago un pochino, nevvero?

Quella sera venni presto. Ero inquieta, per Ninì, s'intende. Avevo ormai preso ad amare davvero quella strana creatura, tanto tormentata dall'ironia del caso, tanto atta a tormentare sè stessa. La sentivo in pericolo, mi spaventava l'idea ch'ella potesse, per una sì sottile esagerazione dell'amor proprio del cuore, rinunziare ad una sorte che la Provvidenza stessa pareva essersi compiaciuta a creare per lei. Poichè in tutto e per sir Alano era adatto a lei. Non solo per la splendida posizione, oh Dio!... no! quello era il meno. Ma pel carattere serio, dolce, veramente maschio, per lo spirito nobilissimo e colto. Aveva viaggiato molto, pubblicati parecchi volumi di viaggi, rappresentava al Parlamento inglese un'opinione che aveva già notorietà ed autorità proprie. Ed era sì bello! Nessuno avrebbe potuto sognare, nè bramare un marito migliore per Ninì.

Ed ella, amandolo, esitava!

Non veniva mai; quella benedetta Ninì. Il crocchio delle ragazze s'era formato nel primo salotto, io aveva veduto entrare Sir Alano ecolto al volo lo sguardo indagatore ch'egli aveva gettato sul nostro gruppo. Ero distratta, rispondevo un po' a casaccio e non m'interessavo punto al cicaleccio delle mie compagne. Parecchi giovani erano venuti a raggiungerci e le chiacchiere si facevano più vive. Finalmente, mentre stavo per farmi visibilmente inquieta, ecco giungere Ninì Montelmo. Venne, s'intende, con quello sfarzoso e lieto cadavere vivente che si chiamava la Duchessa di Sualta.

Chiudo gli occhi e rivedo Ninì, qual'era in quella memoranda sera, colla sua veste invoile de religieuserosa, senza fiocchi, senza guarnizioni di sorta. La sua persona pareva contenuta in un grande petalo di rosa, perfettamente assestato. La vita non era scollata, saliva a serrare castamente la nuca nobilissima. Ella aveva due piccoli, fulgentissimi brillanti alle orecchie, non penduli ma infissi a perno nel lobo; due salde goccie di rugiada accanto alla sfumatura rosea delle sue guancie. Mi sorrise, passando, gettandomi, con un'affettuosa occhiata, un cenno quasi impercettibile d'intesa.

Una gioia m'invase il cuore. Mi parve che quello sguardo volesse dirmi: — Sono decisa, sai?

E anche ora, dopo tanto tempo e a dispetto di tutto, io ne son certa. Son certa che Ninì, entrando quella sera in casa C., era decisa a sposare sir Alano Spear.

Mentre ella passava, tutti tacquero, per un momento. Ognuno scordò sè stesso, per guardar lei. Quando non si vide più, due o tre di noi mandarono un respiro, come al cessar d'un'oppressione.

Si parlò subito di lei, naturalmente, ma poco, con cautela. Ognuno pensava al probabile domani di Ninì, a quel glorioso avvenimento che avrebbe in sì acerba guisa castigata ogni malevolenza dell'oggi.

L'attenzione fu poscia distratta dall'entrata di una coppia giovanissima, che tutti accolsero con un coro di acclamazioni festose. Dino degli Ardinelli e la sua piccola moglie. Il romanzo dell'anno scorso che tornava dal viaggio di nozze, in Inghilterra. Quanto avevano fatto parlar di loro, quei due monelli, otto mesi prima!Essa era inglese, sedici anni, minutissima, un niente di personcina e di dote. Lui; vent'anni, un nome da trovare ad ogni pagina del Berni o del Boccaccio, ma undecimo figlio nella arcinobilissima casata. Poi; l'età... figurarsi! I rispettivi genitori avevano fatto l'impossibile per impedire il matrimonio, ma sì! avevano fatto tanto chiasso, quei due, lei s'era messa a intisichire con tanta grazia, lui a informarsi sì risolutamente delle navi in partenza per l'America, che s'era dovuto venire a patti e dir di sì... Il bello è ch'erano innamorati davvero, coll'impeto e la crisi d'un'acuta malattia d'amore: qualcosa di assurdo e di reale, sul gusto di Giulietta e Romeo. Appena sposati e per farsi perdonare s'erano andati a nascondere in Inghilterra da una ricca zia della sposa, parente anche degli Spear. Ora tornavano; più bimbi, più spensierati, più felici che mai, con delle visibili novità a palazzo e colla prospettiva di andar a tubare per dieci mesi dell'anno in una microscopica villetta del Casentino. Ma ciò non li sgomentava affatto.

I profeti piagnucolosi, la gente previdente e assennata, tutti coloro che avevano predetta l'imminenza del terribile risveglio, non erano punto soddisfatti. L'imprudenza del piccolo Dino e della piccola Alice non era peranco stata raggiunta dal castigo, zoppo forse od impietosito. Erano anzi tanto felici da riuscire ridicoli, e da disarmare gli avversari; la maternità, nella piccolissima personcina della sposa, contrastava in modo strano coll'inesprimibile gioventù di lei, col suo fare da bimba, coll'espressione fanciullesca del visetto. E lui... che futuro papà per ridere! Erano gloriosi e patetici nel loro trionfo di ragazzi sposati, nella loro enorme avventatezza di cuore, nella temerità della loro presa d'assalto della vita!... Ma come li festeggiavano, com'eran chiamati, canzonati, invidiati a dritta e a sinistra! Si rideva, teneramente, di loro.

Un crocchio di maestose matrone aveva accaparrata la sposa ed essa scompariva quasi, affondata in mezzo ai grevi broccati, ai velluti e alle trine di quelle grandi autorità benevole. Dino, per un subito ritorno alle antiche abitudini,era venuto nel crocchio nostro, tutto di ragazze e giovanotti scapoli. Ci narrava, saltando deliziosamente di palo in frasca, una vera miscela d'impressioni di cuore, di viaggi, di caccie, di concerti, di corse, di usi inglesi, di feste fatte a lui e a sua moglie.

Ah! quante volte tornava in campo il nome di lei, colla carezzevole intonazione toscana che lo faceva diventare: Alisce!

Quel caro Dino, faceva di tutto per esser saggio e prudente, per non parlar troppo a noi, povere ragazze, della sua felicità e di quella di Alisce; ma che!... ogni momento gli pigliava il morso ai denti, quella biricchina di felicità e via!...

Una delle padroncine di casa venne a pregarci di passare nel gran salone. Si faceva musica.

Obbedienti all'invito, ci recammo tutti di là, nella vastissima sala ove si riunivano tutti quanti gli invitati ed il nostro gruppo si scompose; sparpagliandosi qua e là. Accanto a me, non rimasero che due o tre ragazze e Dino, il quale aveva stabilito con Alisce una corrispondenzatelegrafica di non dubbio significato. Infatti, tanto armeggiò quella cara Alisce che riescì a sbucar di mezzo alle matrone e procedendo con infinita cautela, evitando scogli ed intoppi, sbarazzandosi gentilmente degli importuni, finì col venir a raggiungere suo marito. Accaparrarono subito, lì accanto, una di quelle duplici e complici poltrone ad S e non giurerei, che pure accogliendo con grazia infinita i nostri affettuosi complimenti, quei due spensierati non si stringessero ogni tanto, celatamente, la mano. Io non vedevo nulla, s'intende. A dir vero, non mi occupavo troppo di loro. Quelle erano le pecorelle sul monte, a me premeva lamiapecorella; quella che si trovava, sola, sull'erto e spinoso sentiero. Parevo prestare la più religiosa attenzione alla bellasuitedi Moskoswski che la contessa Balzi e Poppino Denzato eseguivano con rara maestria, una sul piano, l'altro col violino, ma in realtà tenevo dietro, attenta e soddisfatta, ad un altro duetto: quello di Ninì e di Alano Spear.

Erano quasi dirimpetto a me e sedevanvicini. Attorno a loro, s'era formato un piccolo vuoto. Egli si chinava ogni tanto a parlarle sommessamente ed ella rispondeva volgendo il capo verso lui, con una mossa soave, quasi docile, con dei sorrisi sereni e paghi, lo sguardo sollevato, aveva una lenta e luminosa dolcezza!... Ah!... così la volevo; senza alterigia, senza sarcasmo, senza ironia, evidentemente soggiogata dal suo sentimento... così ella era degna del suo destino.

Finito Moskoswski; venne la seconda Rapsodia di Liszt, un po' tempestata, a dir vero, su quel povero Erard, da un dilettante semi-maestro, poi la Marcia del Tannhauser eseguita a otto mani, poi vidi una delle padrone di casa dirigersi verso Ninì e rivolgerle qualche frase. Evidentemente; le chiedeva di cantare.

Ninì si alzò tosto.

Non soleva farsi pregare, e non accampava mai le solite scuse delle altre dilettanti di musica. Andò diritto al piano.

Prese a cantare. Il suo maestro, Barbirolli, l'accompagnava.

Scelse la romanza di Melilotti: «Ad una stella.» Dopo tutti i clamorosi pezzi testè eseguiti, dopo quella musica straniera, sapiente e tormentata, quella delicata composizione, sì prettamente italiana e melodica, giunse a tutti inattesa e gratissima. Si sparse per la sala come uno squisito olezzo musicale, parve all'orecchio del pubblico una carezza blanda, una di quelle cose che parlano non a tutti, ma ad ognuno, intimamente.

Ninì non aveva molta voce, ma il suo mezzo soprano era d'una purezza e d'una freschezza grandi. Aveva avuta un'eccellente educazione musicale e il suo squisito sentimento artistico le tornava di grande aiuto. Il timbro della sua voce possedeva una specie di sentimento proprio, genuino, un non so che di appassionato e di commosso ch'ella frenava, velandolo, ma che pur si tradiva. Vocalizzava mirabilmente e le parole sì caste e pur sì innamorate della romanza stavano tanto bene in bocca sua:


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