Zenit.
Eravamo in aprile: io aveva diciotto anni e mi trovavo al mercato. Colla nostra servetta, ben inteso.
Avevo fatto felicemente (almeno così mi parve) la nostra piccola spesa di famiglia, ed esaurita la lista degli acquisti prescritti da Camilla. Pure, non so come, mi rimanevano in mano cinquanta centesimi. Caso rarissimo, più unico che raro, poichè Camilla non sbagliavamaii conti. Ma, stavolta, s'era sbagliata; la cosa era evidente, ed io serrava forte fra le dita i cinque soldoni, lottando coll'aspra tentazione di spenderli a modo mio, di darli, cioè, alla fioraia dirimpetto, in cambio dituttii suoi lillà bianchi.... cinque grossi ramoscelli, ch'essa vendeva dieci centesimi l'uno.
Nervosa, m'indugiavo davanti al banco, lottando onestamente contro la violenza di quella tentazione. Immaginavo la canzonatura pungente di Albertina, il sorriso di compassione che avrebbero scambiato Camilla e Lidia. Avrei potuto, con un soldo o due, comperare una quantità quasi equivalente di violaciocche e di rosmarino. Ma la tentazione consisteva appunto nell'alto valore dei lillà, nella loro superba e pallida uniformità di tinta, nella squisita finezza della loro leggiadria, nell'acuto e sottile profumo che solo li tradiva in mezzo ai forti odori, alle forti chiazze di colore di tutto ciò che li attorniava. Dio mi perdoni, non seppi neppur tirar di prezzo! Un'audacia mi vinse, un desiderio irresistibile d'esser felice, comperandoli. Li comperai.
Quando li ebbi, quando sentii ch'erano miei, quando il violento profumo salì direttamente dalle mie nari al cervello, allora persi ogni scrupolo, scacciai ogni rimorso. Mi avrebbero sgridata. Ebbene; pazienza! Ma era tanto tempo che sentivo il bisogno d'una gioia cosiffatta, d'un piacere delicato, intenso, tuttomio! Ero gloriosa ora, fiera della mia stravaganza. Traversai il mercato quasi a corsa, stringendomi sul petto il mio tesoro d'olezzi, con una gran letizia esaltata. Camminavo come sulle nuvole, leggermente inebriata, non so bene se dal tepore dell'aria, dallo splendore del mattino, dal profumo dei miei fiori o da quello dei miei diciotto anni.
Forse un poco di tutto ciò.
Quando fui presso alla nostra piccola casetta però, smisi alquanto di quella folle baldanza. Già; ora bisognava sentir loro.... Il cuore batteva un po' più forte del solito. Camilla.... che direbbe Camilla?
Camilla non era a terreno quando rientrai. Corsi rapidamente nel salotto per mettere subito in fresco i miei fiori. Ma in salotto c'era Albertina, che s'immaginava di spolverare i mobili. La bimba mi guardò un momento, guardò il mio grosso mazzo. E subito escì, trascinandosi frettolosamente, colla gambetta zoppa. Ahimè, non c'era il minimo dubbio, essa andava adirloa Camilla.
Dio!... che tormento era alle volte quellapovera piccina! Pure era il nostro idolo, la reliquia vivente di nostra madre, morta nel darla alla luce. Era malaticcia, e papà non tollerava la vista d'una sua lagrimuccia. Bellina tanto di viso, aveva tanta grazietta morfiosa, sapeva sì bene approfittare dei suoi tristi privilegi! E aveva una linguetta quella bimba!... una linguetta!...
Non m'ero ingannata, pur troppo. Camilla scese poco dopo, proprio al momento in cui io, disponendo sul tavolo di cucina i miei acquisti gastronomici, mi avvedevo, con vero terrore, d'aver per l'appunto scordato il cavolfiore che Camilla mi avevaspecialmenteraccomandato. Ciò spiegava la misteriosa rimanenza dei cinquanta centesimi. Ma che direbbe Camilla, gran Dio, che direbbe!
Pel momento, Camilla non diceva nulla. La sorella maggiore, la Saviezza, come la chiamavamo noi, abbracciava, col suo sguardo d'aquila sagace, l'assieme delle provvigioni. E a farla apposta, per mia disdetta, una brezza improvvisa, che veniva dal giardino, recava in cucina, passando dal salotto, l'olezzo deimiei poveri fiori. Camilla aveva già avvertita l'assenza del cavolfiore, e il suo naso lungo e magro aspirava il profumo delatore dei lillà. Io teneva chinati gli sguardi, il mio cuore batteva sempre più forte.... Ora, ora.... diceva ironicamente quel cuore turbato.... ora viene il buono.
Ma il buono, non venne.
Forse la mia dolorosa confusione impietosì Camilla, forse era scritto che nulla, nulla al mondo dovesse turbare il ricordo di quel giorno.
La Saviezza sorrise e disse soltanto: — Cos'hai fatto, balorda?
Non dissi quel che avevo fatto, ma feci qualcosa, nell'eccesso della mia gioia, per quella insperata indulgenza. Corsi presso Camilla, l'afferrai alla vita, la baciai con veemenza in volto, poi, trascinandomi dietro quella Saviezza incomparabile, volteggiai in su e in giù per la stanza. Mia sorella, stordita da quel ratto inatteso, non oppose dapprima resistenza di sorta. Ma, subito dopo, la sua lunga persona si ribellò, si fe' rigida ed ella si sciolse bruscamente dalla mia stretta.
— Cos'hai — chiese — sei matta?
— Sì — risposi con trasporto. — Ma è così piacevole esser matti!
La Saviezza mi guardò, attonita.
— Dovresti piuttosto — disse con un subito ritorno all'usata severità — non perder tutta la mattina a questo modo. Sai che c'è tanto da fare.
Innegabile! c'era tanto da fare! Pettinare Albertina, farle recitar le lezioni, aiutar Bettina a far le camere, ad allestire la colazione. Ma, quel giorno, tutto ciò mi pareva facile, gradito a farsi. Schizzavo di qua e di là, ridendo e cantando. Sotto le mie mani, i letticiuoli rifatti diventavano lisci e tesi come tavoli da bigliardi, le ciocche indocili di Albertina diventavano treccie solide e garbate e la bimba, divertita dai miei pazzi racconti e dai vivi dialoghi ch'io facevo tenere ai suoi codini d'oro, scordava d'imbizzirsi e di strillare. Così che, prima ancora delle undici, Albertina aveva recitata con pochissimi errori mezza la storia di Ruth, le stanze eran tutte all'ordine, e la colazione di papà era pronta.Pronto pure il suo tavolino, e su questo il giornale scientifico, gli occhiali, la papalina ricamata da noi e destinata a quella serena testa di scienziato, che il dolore, i crucci della vedovanza e le lunghe fatiche intellettuali avevano fatto sì presto incanutire.
Papà giunse un po' più tardi del solito. Io era tanto lieta quel mattino che non mi meravigliò affatto il ravvisare sul volto di lui l'espressione d'una gioia inusitata e misteriosa. Appena entrato, gli gettai le braccia al collo. Credo anche che, baciandolo, gettassi inconsciamente un piccolo grido di gioia. Può essere.... ero capace di tutto, quel giorno!
Egli non mangiava, non si metteva la papalina, non aveva neppur rotta la fascia del giornale, non ancor chiesto come aveva dormito la bimba. Lidia era testè entrata, e Camilla aspettava, ritta, col piatto in mano, pronta a servir la colazione.
Egli ci guardava, interrogando con arcana compiacenza le nostre mal frenate curiosità. Finalmente disse:
— Oggi abbiamo gente a pranzo.
Una gamma variata di oh! echeggiò nel salotto. Camilla mise un sospiro lieve, ma irrefrenabile, e mi guardò. I miei sguardi ignoravano ostinatamente quelli della Saviezza. Ma sapevo ciò ch'essi, cercandomi, mi gettavano sulla coscienza: l'oblìo del cavolfiore, lo sperpero dei cinquanta centesimi!
— Quante persone? — chiese poscia Camilla, grave, pensando già al da farsi.
— Una sola — rispose mio padre. — Ma occorre un pranzo finito; cinque piatti, dolci,desserte Marsala.
— Ma papà.... papà! — esclamò Camilla, atterrita.
— Forse — continuò papà tranquillamente — forse sarebbe meglio il Bordeaux. Ma è d'uopo che sia un pranzo signorile, come li mangia lui, ogni giorno, a casa sua.
Una specie di grandioso sgomento invase gli animi nostri, una curiosità febbrile di sapere chi fosse questo misterioso visitatore che mangiava ogni giorno cinque piatti.... E il dolce, in più.
— Ho capito — disse Lidia. — È il Rettore.
— No.... assai più.
Ella tacque un momento, pensando. Poi, trionfalmente:
— Il Provveditore agli studî.
— No — ribattè papà.
Poi, incapace di tener più a lungo celato il suo glorioso segreto, gridò con esplosione d'orgoglio e di gioia:
— È Folco! Folco di Roccalba!
Nessuno rispose. Fu un vero sbalordimento di meraviglia e di letizia. Se ci avessero annunziata la visita di Re Umberto in persona, colla corona in capo e lo scettro in mano, non avrebbero potuto destare in noi impressione maggiore. Assolutamente no.
***
Dovevamo tutto ai Roccalba.
In un certo senso, noialtri giovani dovevamo loro persino il privilegio di esistere, poichè è indubitato che, senza l'impiego da essi ottenuto a mio padre e la dote da essi fatta a mia madre, papà, allora precettore incasa Roccalba, non avrebbe mai potuto permettersi il lusso di un matrimonio colla giovane maestrina di musica, ch'egli amava in silenzio da cinque anni. E chi aveva fatto il corredo alla mamma? Chi le aveva regalato quel famoso pianoforte di Tomascheck che noi tenevamo in sala, colla coperta di flanella verde? La marchesa Camilla di Roccalba, se vi piace. Chi pagava la retta al collegio di Milano, ove erano educati i nostri due fratellini? Casa Roccalba, per disposizione testamentaria della marchesa Camilla. Perchè la Saviezza si chiamava Camilla? Perchè la marchesa Camilla, non altri, l'aveva tenuta a battesimo. Figurarsi, dunque!
Noi non avevamo mai veduto Folco, l'allievo di papà. Dopo il matrimonio di questo, il giovane s'era recato a Bologna per compiere i suoi studî; poi era andato in diplomazia, aveva preso a viaggiare. Ma la nostra casa era piena delle memorie di Folco: la fiamma del focolare, scoppiettando, ci diceva, da mattina a sera, il nome dei nostri benefattori. La religione della nostra gratitudineper quella famiglia si era concentrata su Folco, dopo l'immatura morte dei suoi genitori. Era tutto un santuario di ricordi. Nostra madre, i Roccalba, la cattedra di professore ch'essi avevano ottenuta per mio padre, formavano una trinità indissolubile di glorie. Quell'intrinsichezza d'affetti, quella continuità di relazioni con una delle più grandi e nobili famiglie lombarde metteva una nota grandiosa nel nostro orgoglio borghese, nella segreta alterigia del nostro stato, povero, ma dignitoso, di gente che insegna. Noi eravamo troppo numerosi in famiglia, eravamo nati troppoaddossol'uno all'altro, nostra madre era morta troppo presto, perchè ci potesse venir risparmiata a lungo la conoscenza dei crudi doveri della vita; ma tutta la poesia, il lusso dei più splendidi ricordi infantili avevano solleticate le nostre piccole immaginazioni, colla storia, continuamente narrataci, dell'infanzia di Folco. La nostra nidiata era cresciuta un po' alla spartana, come comportavano gli scarsi mezzi di famiglia; ma nulla ci era ignoto di quanto vien prodigato ad un figlio unicoda genitori tenerissimi e straricchi. Sapevamo tutto di Folco: gli studî nei quali riesciva e quelli in cui durava fatica, le stravaganze di lusso che lo avevano sempre attorniato, gli splendidi premi, i tenui castighi. Conoscevamo tutti gli splendori di rappresentanza che la casa dedicava all'erede, il fasto de' suoi divertimenti, la ricchezza e la varietà de' suoi giocattoli, de' suoi libri, degli accessorî della sua educazione. Tutto ciò metteva come una vaporosa poesia di grandezze nella nostra ristretta esistenza. Avevamo tutti per quell'incognito, tanto noto alle nostre immaginazioni una specie di adorazione fantastica, riflesso ad un tempo di quella che i suoi avevano sempre avuta per lui e della nostra perenne gratitudine verso casa Roccalba. E ora, lui stesso, quel semidio delle nostre menti, quell'idolo delle nostre ardenti gratitudini, scendeva bruscamente dall'Olimpo, si rivelava agli occhi nostri, veniva a pranzoda noi!
A noi pareva un sogno, una di quelle combinazioni che si danno esclusivamente nei romanzi. Pure era la cosa più semplice di questomondo. Egli era giunto nella nostra piccola città, la mattina stessa, per un affare da sbrigarsi in poche ore e contava ripartire alla sera, con uno degli ultimi treni. Nostro padre, nell'uscire dall'Università, s'era imbattuto con lui e non l'aveva riconosciuto. Ma l'altro gli aveva messo le braccia al collo, dicendogli: «Sono Folco, il suo antico allievo.» S'eran trattenuti un pezzo per via, commossi, poi s'eran lasciati; ma Folco aveva accettato l'invito di mio padre, aveva promesso di venire a pranzo da noi!... con noi.
***
Come passarono quelle cinque o sei ore, prima ch'egli venisse?..,. Non saprei dirlo: eravamo in uno stato di grande eccitamento, esaltate dalla gioia e dall'agitazione dell'attesa. Camilla sola serbava un po' di sangue freddo: non so cos'avremmo concluso noialtre, senza la sua imperiosa impassibilità. Il tempo stringeva, bisognava darsi d'attorno.La Saviezza emanava gli ordini, e noi tutte li eseguivamo, a suon di battiti di cuore. Albertina aiutava davvero. Lidia stessa, la nostra bella indolente, lavorava di lena.
La tavola fu preparata con estrema cura; fu buttato all'aria l'armadio della biancheria, per trovare la tovaglia di Fiandra, quella dove non c'era neppure un rammendo. Io aveva un grande orgoglio, un gran vanto.... la folle spesa dei lillà era diventata per tutti un'ispirazione, quella stravaganza imperdonabile si mutava, di fronte alla visita di Folco, in un lusso ragionevole. Lidia però non mancò di osservare che avrei potuto pagarli meno. Ma che importava ora... Che importava!.... Era come una vertigine di grandezze e di prodigalità. A me fu devoluta la cura di spolverare i ritratti del Marchese e della Marchesa, appesi alla parete, sopra il sofà. Non eran che due vecchi dagherreotipi. Situati in luce non favorevole, impalliditi dal tempo, presentavano allo sguardo una confusione abbagliante di lucentezze grigiastre, dalle quali emergeva poco più della bonaria faccia del Marchese,mentre della Marchesa erano solo visibili ivolantsa scacchi bianchi e neri d'un vestito teso, come iltaffetàd'un pallone areostatico, sulla mostruosa circonferenza del crinolino. Ma questo che importava? Non erano forse i loro ritratti, fatti all'epoca del loro matrimonio? Li avevan dati loro stessi a mia madre, e poche cose al mondo erano a noi più sacre e più care. Ed io, spolverando in quel giorno quelle due povere larve di ritratti, le baciai furtivamente, dicendo loro, con una specie di rapita scempiaggine, che si rallegrassero, che tra poco avrebbero veduto lì, con noi, il loro Folco.
Quando ci penso!... Eppure avevo già diciotto anni!
***
Li avevo certamente, ma chi ci pensava, chi se ne accorgeva? Nessuno; non me ne accorgevo neppure io. Non avevo, in famiglia, importanza di sorta. Non ero nè bella come Lidia, nè saggia come Camilla, nè malatacome la povera Tina. Dovevo ubbidire sempre alle sorelle maggiori e farmi ubbidire dalla piccina, ed era così difficile a volte il conciliare quelle due opposte mansioni! Dovevo portare gli abiti smessi da Lidia, ma portarli con gran cura, perchè potessero esser trasmissibili ad Albertina. La mia esistenza era un continuo stato di transazione senza colore.
Non sapevo mai dove cacciarmi, nè come figurare; avevo una terribile facilità d'entusiasmi che finivano sempre con qualche catastrofe e un'immaginazione inquieta che macinava nuvole da mattina a sera. Avrei avuto per lo studio un vero trasporto, e papà, che mi voleva un grandissimo bene, m'insegnava nei ritagli di tempo un po' di latino; ma Camilla non approvava questo mio bizzarro divertimento. Anzichè ilLexicon, preferiva vedermi fra le mani il cucito o il piumino da spolverare. Papà stava molto all'Università, dava lezioni private, e io stavo tutto il santo giorno in casa, dove Camilla pensava ad occuparmi secondo i dettami della sua portentosasaviezza. Perciò i miei diciotto anni, non avendo gran cosa a fare, dormivano.
Non sempre, però. Ogni tanto alzavano il capo dicendo: eccoci. Erano insistenti a volte, mi andavan suscitando in capo delle idee fantastiche, una prepotenza d'impressioni vaghe, sconnesse fra di loro, eppure misteriosamente collegate allo stato generale d'incertezza che teneva inquieto l'esser mio. Soffrivo e godevo acutamente, a proposito di tutto, a proposito di nulla. Provavo delle scosse violenti, senza causa o per cause di lievissima importanza; delle grandi emozioni indefinite traversavano, come lampi, la gaiezza e la serenità caratteristiche dell'indole mia. Non avevo il tempo di studiarmi, nè di cercare altrove la soluzione dei bizzarri problemi che inquietano il mio spirito. La nostra posizione, la mancanza della madre di famiglia, i severi principî di papà, ci costringevano ad una vita ritiratissima e quasi claustrale. Il nostro ambiente, così isolato, si manteneva pratico ed austero, serbava purissime le nostre menti. Qualche volta pensavo all'amore, chiedendomicosa fosse. Non lo sapevo affatto. Avevo bensì un vago e misterioso desiderio di saperne qualcosa.
***
Folco Roccalba venne, e pranzò con noi.
Al primo momento, vedendolo entrare, fu quasi una disillusione. Per una di quelle assurdità fantastiche cui soggiace a volte il pensiero, noi tutte avevamo scordato ch'egli aveva ormai trent'anni, ci aspettavamo quasi di dover accogliere l'adolescente dei nostri pensieri. E quando Folco si presentò, uomo fatto, grande, forte, bellissimo, ma d'una bellezza che aveva già attraversato tutto ciò che la sorte e la natura anticipano ad un giovane quale egli era, la impressione fu urtata, quasi spiacevole!
Per me fu un rimescolío strano, una sorpresa violenta, pressochè un terrore. Ebbi un confuso impulso che mi suggeriva di fuggire, di rinserrarmi in camera mia e di non scendere più. Ma invece rimasi al mio posto, immobile, compresa da una soggezione inesprimibile,col cervello vuoto d'ogni pensiero che non fosse: i Roccalba.
Man mano, egli si fece riconoscere, divenne qualcosa che somigliava al Folco dei nostri pensieri. La sua bellezza era gaia, la sua giovialità sapeva sciogliere ogni gelo di timidità rispettosa. Veramente gran signore, era d'una affabilità piana e calma, di quelle che sembrano avocar le anime a sè, chiamarle come a raccolta. La sua intelligenza e il cuor suo gli dicevano senza dubbio ciò che la sua visita era per noi, quale sincerità ed ardore di gratitudine animassero la nostra accoglienza. Egli doveva sentirsi sovrano in quel salotto, in mezzo a tutte noi. Papà non celava la sua gioia, era raggiante e quando Folco si rivolgeva alle mie sorelle od a me, il tremore della voce che gli rispondeva doveva pur rivelargli qualcosa del soave orgoglio onde eravamo comprese! — Naturalmente; Folco si occupò in modo speciale delle sorelle maggiori e Tina, colle sue grazie languidette di bimba malata, seppe accaparrare la sua attenzione. Ma egli ebbe anche per me delle premure cortesi, mi trattòproprio da signorina e per la prima volta in vita mia, sentii di esser qualchecosa più di nulla. Egli pareva prendere un certo interessamento alle pochissime frasi che mi riescì di emettere; rammentai poscia d'aver veduto il suo sguardo interrogare più volte il mio aspetto come alla sfuggita, e con una curiosità umoristica. Egli ci parlava con una bizzarra dolcezza di modi cavallereschi; per papà aveva una deferenza affettuosa, che si riferiva perennemente, con una specie di cordialità seria, poetizzata, ai loro antichi rapporti di maestro e d'allievo. Il passato risuscitava gradatamente nella conversazione generale; Folco pareva rifarsi fanciullo in questa evocazione continua, fatta dal nostro culto per tutto ciò ch'era stato lui. Ritrovava incolume, nella pia riverenza della nostra memoria, anche ciò ch'era sfuggito alla sua, le impressioni, fugaci per lui, durature per noi, nella tenacità religiosa del nostro culto. Lidia non ebbe forse il coraggio di chiedergli che fosse avvenuto di Svir? Egli stette un momento sopra pensiero... chi era Svir? Allora Albertina gli disse trionfalmenteessere Svir quel tal cavallino sardo, che gli era stato regalato in premio d'un bellissimo esame, ma che un giorno l'aveva balzato di sella e gettato nel bel mezzo della macchia di gerani, al centro del parterre. E Folco rise a lungo, memore allora di Svir e della sua avventura, incoraggiandoci a narrargliene altre, narrandone alla sua volta, e narrandoci pure del padre nostro, delle sue lezioni, delle cure prodigate a lui, fanciullo indocile bene spesso e sventato. Folco non aveva pretese di sorta, la sua gaia famigliarità aveva subito trovate le vie dei nostri cuori. Egli ci soggiogava ora per conto suo, senza bisogno del passato: questo rimaneva solo lo sfondo luminoso sul quale campeggiava più famigliare quella figura attraente, che non somigliava a nulla di ciò ch'io avessi mai veduto, e che pure aveva un'arcana affinità con tutto quello ch'io avevo provato... no... neppur provato... confusamente sognato, d'emozioni incerte e soavi, misteriosamente pungenti nel segreto dell'animo mio!
Il pranzo riuscì benissimo; senza nessuno di quegli inconvenienti che danno delle sìterribili distrazioni alle povere padrone di casa. Una grande gioia serena era nei nostri cuori; son certa che nessuna di noi fece il più lieve confronto mentale, pensando al nostro solito ordinario. Non parlo di me. Credo che l'animo sedesse quel giorno, per la prima volta, al grande banchetto della vita.
Verso la fine, ci fu una gaia serie di brindisi. Folco ne fece uno brillantissimo, dedicato alle leggiadre figlie del suo amato maestro. Ed io alzai bravamente il mio bicchiere, ove danzava l'ondicciuola color d'ambra d'un dito di vecchio Marsala, quel vino generoso che mette nei pensieri una giocondità festosa e che l'accende negli sguardi.
Il caffè fu servito nell'orticello, all'aria aperta; poi si tornò nel salottino a terreno, e fu allora ch'io vidi il marchese Folco fermarsi dinanzi alla finestra, presso il tavolino sul quale era stato deposto il vaso contenente i miei lillà.
— Come sono belli! — disse con ammirazione. Poi tuffò anch'egli il bellissimo volto nelle grosse ciocche bianche, come avevo fattoio più volte durante il giorno, e sempre con un folle trasporto di delizia. Aspirò anch'egli, con visibile delizia il profumo.
— Sono del giardino? — chiese poscia a Camilla.
— No, — rispose papà ridendo, ed accennandomi. — Sono un colpo di testa della mia Giulietta. Una testina romantica se mai ve ne furono, ma che morde al latino, meglio assai di quanto ci mordesse lei, Folco, ai nostri tempi.
— Oh papà... papà traditore!... Avrei voluto nascondermi sotto terra... ero diventata di bragia.
— Davvero? — disse il nostro ospite, ridendo alla sua volta e rivolgendosi a me col suo sguardo azzurro, scintillante, con una espressione divertita ed ironica ad un tempo. — Le faccio i miei complimenti, signorina. Ma permetta che glieli faccia anche per questi fiori. Mi rammentano la nostra villa di Serate. Si ricorda, professore? Erano la passione di mia madre, ed io l'ho ereditata da lei. Non posso vedere dei lillà bianchi senza..
La sua voce ebbe un lieve tremito, il suo sguardo un lampo di malinconia. Poi egli mi disse dolcemente... oh quanto dolcemente: — È permesso rubare, signorina? Vorrei uno di questi fiori, per ricordo di questa bella serata.
Una follìa di soave orgoglio mi fece battere disordinatamente il cuore. Presi tremando l'intiero mazzo e lo offersi a Folco.
— Sono troppi davvero, — diss'egli ridendo, colla sua grazia affascinante. — Guardi... basta così. — Schiantò un piccolo ramoscello fiorito, lo mondò delle foglie e lo passò alla bottoniera dell'abito.
Poi, prendendo dalle mie mani malferme il grosso mazzo di lillà, lo rimise nel vaso.
Mi sorrise ancora, colla carezza enigmatica e turbatrice del suo sguardo, e disse soltanto: — Grazie.
Oh mio Dio... Una parola umana poteva dunque racchiudere in sè un'armonia sì perfetta! Come! Ma come mai?
***
Albertina s'era addormentata improvvisamente, sulle ginocchia di papà.
Giulietta! chiamò Camilla sottovoce.
M'alzai di scatto, scotendomi come una persona che si sveglia di soprassalto. Andai a prendere la piccina, sollevandola dolcemente per non destarla, la portai di sopra, e la misi a letto.
Essa si destò, ma solo per un momento e si lasciò spogliare, inerte. Solo, mentre io la stendevo adagino nel suo letticciuolo, con ogni cautela, per non offendere la sua gamba ammalata, ella socchiuse gli occhi, e guardandomi come trasognata, mormorò — Come è bello... nevvero? come è bello!
— Sì, — mormorai, con profonda emozione. E mi chinai, con impeto inconsulto, per baciare quella boccuccia cara.
La bimba dormiva già. Quel mio bacio incerto, tremante, non la destò.
***
Mentre scendevo le scale, per tornare in sala, udii ad un tratto un suono inaspettato, e che mi fece rimanere immobile, coll'orecchio intento. Era il suono del pianoforte che i Roccalda avevano donato a mia madre.
Chi suonava? Lui, senza dubbio. Lidia soleva esercitarsi ogni tanto, colle sue mani grassoccie e belle. Ma io conoscevo i suoi invariabili preludi, e m'erano, ahimè, troppo note le prime battute della sua eternaPrière d'une vierge, il solo pezzo ch'ella attaccasse davanti ad un pubblico qualsiasi. Ma, ora, era tutt'altra cosa. Il vecchio strumento aveva una nuova poderosità di voce e d'accenti, la tastiera era corsa da una virile gaiezza di note brillanti, dalle quali pareva sprigionarsi una festosità senza pari, un folle invito ad una folle gioia. Un motivo di danza, ma complicato, ardente, qualcosa che pareva mettere nel silenzio della nostra casetta una prepotente invasione di sonorità inneggiante.
Ascoltavo rapita, cogli occhi sbarrati nell'oscurità, sentendo levarsi nell'anima mia un armonia confusa, misteriosamente esplicativa, fatta di consensi arcani. E daccapo quel tremito interno, quello sgomento intimo, ch'era a un tempo di gioia e dolore, scienza e ignoranza, speranza e timore. Non avevo provato mai nulla di simile!
Allorchè cessò il suono, scesi lentamente. Ma non rientrai in sala; passai nel giardino.
Noi lo chiamavamo in quel modo, ma in realtà non era gran cosa più d'un umile orticello. C'era tanto verde, questo sì, una vite americana tappezzava colle sue larghe foglie la facciata della casa, incorniciando a terrena le finestre e l'uscio che metteva alla cucina. V'erano otto o nove alberi fruttiferi, una pineta di tre cipressi, qualche rosaio, un conato di montagnuola, e un bel panchetto rustico, appiè d'una delle finestre che dalla sala davan sul giardino. Mi feci appresso a quella finestra, e sedetti su quel panchetto. Potevo così, pur rimanendo all'aperto, non perder nulla della visione che rendeva sì stranamente eccitantel'ambiente del nostro salottino. Vedevo tutto, e credevo di non esser vista, mercè il grosso mazzo dei miei lillà, posato all'interno, sul tavolino che occupava il vano della finestra.
Era venuta la notte, eravamo in aprile, e c'era il plenilunio. La celestiale luce bianca attraversava lo scarso fitto delle piante, gettando a terra un delicato traforo d'argento, che l'arietta in moto scomponeva ogni tanto, sparpagliandolo in un rincorrersi di guizzi luminosi alternati a striature d'ombre irrequiete. Alcune lucciole erravano qua e là, s'udiva un musicale ronzio d'insetti. Un umidore fresco irrorava le erbette, facendole lucenti al bacio della luna; la terra piangeva soavemente la secreta piova del vespro, bagnandosi appena, come l'occhio di chi piange, non già per dolore, ma per intima e delicata emozione. Non più la gioia clamorosa del mattino, quell'esplosione di buon umore e di benessere che m'aveva fatta correre e danzare come una pazza. No... oh no... era qualcosa di affatto diverso, qualcosa che, invece di darmi forza ed energia, pareva tradursi insidiosamente in una stanchezzamolle del corpo. Un languore strano s'impossessava dell'esser mio, una grande tenerezza diffusa, una strana e luminosa comprensione dei segreti blandi di quell'ora, un'amorosa facoltà di tutto intendere della vita, dei suoi sogni, delle sue speranze, delle sue felicità supreme.
Continuava a sedere, fiacca, sul panchetto, e vedevo tutto ciò che accadeva nell'interno del salotto. Egli stava sempre al pianoforte, poco lungi dalla finestra. Aveva tralasciato di suonare. Le sorelle e papà gli stavano d'attorno, e parevano chiedergli con insistenza qualcosa. Spinsi maggiormente il capo oltre il davanzale, procurando però di celarmi dietro il mazzo dei miei lillà bianchi. L'olezzo, più violento che mai, mi investiva direttamente. Io guardavo il pianoforte, guardavo lui, Folco, col suo sorriso di gran signore, colle bianche mani erranti sui tasti, ove suscitavano un'armoniosità vaga di accordi sommessi e tronchi. Un raggio di luna si spingeva sul davanzale disegnando attorno a me la frastagliatura delle foglie di vite. Avevo recata una mano al cuorecon un gesto innocente e appassionato, senza sapere quel che facessi...
Folco di Roccalba girò attorno a sè un rapido sguardo. Mi vide, ebbe un sorriso ancor più rapido; poi, come decidendosi all'improvviso, prese a cantare.
Avevo udita una sol volta una voce consimile. Avevo udito in chiesa, con grande emozione religiosa, la voce d'un tenore celebre, dire a Dio, in latino, delle cose sublimi e tristi. Ma ora quelle stesse sonorità larghe e dolci echeggiavano ancora al mio orecchio, non più rivolte a Dio, bensì rivolte a me, cercandomi dov'ero, recandomi delle folli frasi di lamento amoroso. Folco cantava la serenata delDon Pasquale. Io non mi intendo di musica. Non so se quella voce fosse realmente quale echeggiava allora al mio orecchio. So che essa mi parve la somma di tutte le dolcezze possibili ad un accento umano. Folco cantava. Nel silenzio rispettoso del salotto, nel silenzio fresco del giardino, egli rappresentava il personaggio più simpatico del melodramma, l'innamorato che rivendica, colla gaia congiura d'unfinto intrigo, i suoi diritti al cuore di Norina. La musica è dolcissima, d'una bellezza senza pari, possiede un fascino inesprimibile di freschezza e di sentimento. Le parole della serenata hanno tutta la deliziosa assurdità delle frasi amorose di libretto. Quell'idillio celeste e sgrammaticato comincia così:
Com'è gentilQuesta notte d'april!
Com'è gentil
Questa notte d'april!
e finisce con una squisita grazia disperata:
Ma sarò morto allora e piangerai.
Ma sarò morto allora e piangerai.
Pure, nessuno piange, Ernesto non morrà; dice per chiasso, e la musica tradisce solo un grande amore soave, tutta dolcezza, con uno spizzico d'ardore, ma sempre trattenuto nella semplicità ineffabilmente affettuosa della frase dominante. Quell'amore non urla, nè strilla mai, il suo è unpathoslanguido, senza smorfie, ricco d'un'arte finissima di sottinteso che, senza nulla togliere alla tristezza amorosa e querula del lamento, lascia intendere ch'essonon ha nulla di veramente tragico, che a quella dolcissima serenata non terrà dietro una catastrofe, bensì un sereno duetto di amore. E quelle note, modulate con grande sentimento artistico, giungevano sino a me. S'impregnavano, passando, dell'olezzo insidioso dei lillà, morivano nelle penombre e negli splendori della: notte gentil, nei tepori profumati del: mezzo april. Giungevano là dove la luna irradiava e dove i tralci fremevano oscillando alla brezza; giungevano là dove un povero cuore di fanciulla batteva in tumulto, irretito nella terribile novità, nella dolcezza senza precedente di quella rivelazione. Ogni tanto, Folco mi guardava da lungi, sottolineando coll'accento le più gentili melodie della sua voce, inviandole sino a me, coll'espressione d'una grande tenerezza sottomessa, che vuole impietosire. Egli non credeva certamente di farmi del male cantando e guardandomi così; forse fu, in quel momento, una mia immaginazione, un'audacia presuntuosa del mio pensiero, un'insidia del mio stesso esaltamento. Forse egli scherzava soltanto; a volte mi pareva cheil suo sorriso, tornato ironico ed umoristico, smentisse la sua voce ed i suoi sguardi, lasciandomi in un'incertezza spasmodica di gioia e di angoscia! Dei leggeri brividi percorrevano tutta quanta la mia persona, il respiro si esalava a stento dalle labbra riarse. E i fiori vicini al mio volto continuavano a profumare, con un'intensità che mi dava il capogiro, ma che io avrei voluto più forte, ancora più forte. Sentivo crescere, incalzare in me una gioia strana, disordinata come una follia. L'oppressione crebbe, uno smarrimento che aveva del delirio confuse tutto nella mia mente, divenne qualcosa d'inesprimibilmente acuto, forte, divino. Vissi uno di quei momenti indescrivibili, in cui l'anima sembra levarsi a volo, come un alcione sull'infinito d'un oceano di luce, di gioia ineffabile; vissi un minuto di estasi squisita, perfetta... senza macchia nè dissonanza; vissi lo Zenit della mia povera vita... Poi svenni quietamente sul panchettino.
Quando mi riebbi, non tornai in sala. Salii lentamente... come trasognata, nella mia cameretta. Mi coricai subito. Quando udii salireLidia (dormivamo nella stessa camera) finsi d'essere addormentata.
Non ho mai più riveduto Roccalba.
Ora sono vecchia. Non ho mai amato. Ovvero... forse... non ho mai più amato.