IV. ter. LA PREZZEMOLINA[1].(Variante di Petrosinella.)(Raccolta al Montale-Pistojese.)
C'era una volta una donnetta, contadina, con un po' di terra, e a male brighe ci ricavava il campamento. E lei tieneva a fargli le faccende un garzone. Si sa: le donne; quand' 'ènno sole accanto all'omo, finiscano tutte a un modo. Quella donnetta e' garbò al garzone, e lui a lei. Sicchè, dunque, non potiedero stare tanto tempo a patire, e conclusono lo sposalizio; e subbito la donna fu pregna. Ma nun istiede ma' bene, perchene lei nun trovava nulla di bono per mangiare, e nun c'era versi, che gli entrasse 'n bocca altro che prezzemolo. Ma sì! il prezzemolo dell'orto, ce ne fussi stato! gli era finito da un pezzo. E 'mperò la donna rimase insenza metter qualcosa nello stomaco da tre giorni 'n fila. Eran disperati lì per casa. Eccoti, comparisce un merciajo, di quelli, che vanno colla paniera a zonzo per le campagne a vender ninnoli, spilli, cotone alle massaje. Lui, a vedere que' due mezzo allocchiti, dice:—«Oh! ch' ate voi? oh! che v'ène apparita la Versiera?»—Dice l'omo:—«Eh! no. La mi' donna, poeraccia, gli ène pregna e nun pole mangiare che prezzemolo. Mas'ène rifinito tutto quello dell'orto e 'n questi loghi non se ne trova più; sicchè lei, da tre giorni, l'è resta a denti asciutti».—Dice il merciajo:—«Ve lo 'nsegno io addove del prezzemolo ci se ne trova a dovizia. A un cinque o sei miglia da qui, un signore gli ha un orto tutto serrato, con ogni ben di dio dientro e con tre prode di prezzemolo fitto e rigoglioso, che proprio ène una maraviglia. Corrite là a bruzzolo, che del mangiare vo' n'arete a corbelli».—Il garzone nun intese a sordo; e la mattina, che il sole non era nemmanco levo, pigliato un sacchetto con seco e un falciole, se n'andiede a ricercare l'orto, e cammina cammina ci arrivò. Ma gli ci volse del bono a ripire su per il muro erto: insomma, gli rinuscì entrarci. Non c'era anima viva; e lui lesto lesto segò mezza una proda di prezzemolo. N'empiette il sacchetto e via. Via a corsa a portarlo alla su' donna, che, contentona, n'ebbe da sfamarsi per una settimana, figuratevi! Ora, bisogna sapere, che quell'orto l'avea nel su' possesso l'Orco; e, quando lui sortì dal letto e vedde lo sciupinio del prezzemolo, gli prese una gran passione, e principiò a berciare alla su' moglie:—«Scendi giù, Catèra! Vieni a vedere, che m'hanno rubo il prezzemolo. Ladracci 'nfami! Almanco, se gli bisognava, me l'avessin chiesto. Ma rubbarmelo, è stato da birboni. S'i' vi scopro!... S'i' vi scopro!... E da tornare vo' ci avete».—Anzi lui in questa credenza, rizzò lì in disparte un capanno ricoperto con delle frasche verdi, e ci si messe a far la guardia al su' prezzemolo.In capo a otto giorni il prezzemolo era bell' e finito; sicchè, dunque, il garzone, col su' sacchetto e col falciolo, riviense di niscosto all'orto dell'Orco, per farne un'altra provvista. Ma, a male brighe che principiò a segare, eccoti, salta fori l'Orco e l'agguanta per il collo.—«T'ho chiappo, malandrino!»—scramò con una vociaccia da metter paura a un sacco di Madonne:—«E ora, nun c'è scampi, e tu me l' ha' a pagare colla tu' pelle».—E in quel dire lo strascica in casa, e lì lo sbacchiò per la terre per finirlo. E gridava:—«'Gnamo[2], corri Catèra, s'ha da mangiar subbito».—Il garzone, a quegli strapazzi, si credè morto; ma poi gli prese un animo, s'arrizzò in ginocchioni e si diede a raccontare la su' storia all'Orco; e seppe lui accosì raccontarla bene e con tante lagrime, che l'Orco si sentette intenerire e disse:—«Ti perdono, via! ma a un patto».—«Dite pure»,—gli arrispose il garzone rinfranchito:—«V'accordo ugni cosa, purchè mi lassate ritornare dalla mi' poera donna».—Dice l'Orco:—«Questo è il patto. Piglia pure del prezzemolo nel mi' orto quanto ti ce ne vole per mantienere la tu' moglie; lei col prezzemolo fresco accosì partorirà una bella creatura fresca. Ma, quando lei avrà partorito, io la creatura la vo' mezza per me, che m'ha da servire per culizione[3]».—«Guà! sia fatto il piacer vostro»;—arrispose in senza pensarci il contadino. E poi, pienato il sacchetto col prezzemolo, più morto che vivo, reggendosi appena sulle gambe, ritornò a la su' casa. La moglie, quando lo vedde a quel modo sficurito,s'insospettì a bono; e volse sapere quel, che gli era intravenuto. E lui gli disse tutte le disgrazie, che gli eran tocche. Scrama la donna:—«Oh! sciaurato, quel, che tu ha' 'mpromesso! Dunque la creatura bisognerà squartarla in du' pezzi?...»—E il contadino:—«Cattadeddina! i' voleo vedere, se tu fossi stata lì e t'avessin volsuto stiaffare dientro a una caldaja per poi mangiarti allesso, icchè aressi tu fatto. Quand' e' siemo lontano de'pericoli, è anche facile fare il brào; ma lì, 'n que' ferri, anche e' brai s'attutano. 'Gnamo via! nun si pensi tanto a male; quando alle cose c'è del tempo, e' si pole anco mutar la fortuna».—La donna, a quel discorso, si chetò; e poi nun c'era rimedio; e allora deliberorno di tirare innanzi insenza sgomentarsi, sicchè tutti i giorni il garzone andeva dall'Orco a pigliare il prezzemolo fresco, e la su' donna ingrossava accosì a vista d'occhio vispola e forzuta.—«Il tempo è galantomo»—dicevano. Viense il giorno del parto; e la donna partorì una bambina grassa, co' capelli biondi, ch' era propio una gran bellezza a vederla, con quegli occhini aperti e luccichenti. Eccoti, picchiano all'uscio.—«Chi è?»—«Aprite, i' son l'Orco. Che ve ne siete scordi de' patti?»—Figuratevi lo sgomento di que' du' genitori disperati! Ma l'Orco, duro! Tira fori un segolo arrotato, poi agguanta la bambina per un piedi, dà quell'altro alla su' donna e poi alza il braccio col ferro, per isquartare nel mezzo la creatura. A quella vista la mamma nun si potiede tienere; salta giù dal letto e si butta in ginocchioni, e principia a urlare e piagnere comeun' anima dannata:—«Nun me la squartate! nun me la squartate! Piuttosto pigliatevela tutta, chè almanco nun la vedrò guasta accosì[4].»—Dice l'Orco:—«I' accetto, la piglierò tutta per me. Ma ora subbito nò. I' ve la lasso a custodire; e anzi vi pagherò tutti i mesi per l'incomido. Poi, quando la bambina sarà grande, la menerò con meco, e ci vo' fare una pietanza ghiotta. Dunque, addio, e siamo intesi. Arrivedersi!»—L'Orco e la su' donna tornorno a casa e mantiensero la parola, perchè tutti i mesi mandavano a' genitori della bambina una bella somma di quattrini, e robbe di vestuario, e cose bone e trascelte per mangiare. Ma, quando la bambina gli ebbe cinqu'anni, l'Orco viense a prenderla, e fu tutto inutile, chè la volse con seco in ugni mò; e, quando l'ebbe portata a casa sua, la rinchiuse a ingrassare in una stanza dientro una torre, addove nun c' era per montarci su punte scale; e poi disse alla Catèra:—«Custodiscila, che non gli manchi nulla; e bada che nissun la vegga e che lei nun iscappi, quand' i' sono fori per i fatti mia».—E, per poterla chiamare, lui gli messe nomePrezzemolina. Dunque la Prezzemolina, lassù serrata in quella stanza, cresceva sempre più bella; e, siccome chi la custodiva era la Catèra, lei gli dicevamamma; e, quando la Catèra voleva salir su nella torre a tenergli compagnia, chiamava dal fondo:—«Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu' madre».—E Prezzemolina ciondolava le trecce da una finestra e la tirava nella stanza. Un giorno dice la Catèra:—«Pettinami, Prezzemolina».—SubbitoPrezzemolina prese un pettine e si messe a pettinare la Catèra. Dice in quel mentre la Catèra:—.«Che ci trovi tu, Prezzemolina?»—Guà! che volete voi? ci trovo di molti pidocchi».—«Brava, Prezzemolina! Sai quel, che tu ha' da fare?»—dice la Catèra:—«Pigliagli questi pidocchi e mettigli dientro un cannone di canna. Ti potrebbano abbisognare qualche giorno; perchè, a soffiarci nel cannone, loro si spargano e nasce subbito una gran siepe addove cascano».—E la Prezzemolina fece come voleva la su' mamma. Un'altra volta la Catèra urla dal pian terreno della torre:—«Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu' madre!»—e, quando l'ebbe tirata su, la Catèra gli disse:—«Ma s' ì' avessi bisogno di star fori del tempo, che te saperessi fartelo da mangiare?»—«Io no»;—gli arrispose Prezzemolina:—«E poi, addov'ènno le robbe da mangiare e le legne per cocerle?»—Dice la Catèra:—«A tutto c' è rimedio. Piglia qui: ti dò questa bacchetta fatata, e chiedi pure a tu' piacimento, chè in ugni cosa sarai subbito contentata».—Poi gli diede l'addio e andette via di casa per istar fori del tempo a fare i su' interessi. Una mattina, tutt'a un tratto, Prezzemolina sentiede, che la chiamavano di fondo alla torre:—«Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu' madre».—Lei si pensò che fusse la Catèra; ma, quando gli ebbe tirato su colle trecce, lei s' avvedde invece, che era un bel giovane, un figliolo di Re. Guà! l'esca accanto al foco! S'innammororno in nel momento e restorno assiemeanco la notte. Il giorno doppo eccoti la Catèra:—«Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu' madre».—Figurarsi, che sconfondimento per que' du' poeri giovani innamorati!—«Come si fa? come si fa?»—Perchè, se la Catèra gli trovava assieme, chi sa mai come gli andeva a loro!—«Niente paura[5]! che ci ho il rimedio»,—dice Prezzemolina; e, pigliata la bacchettina dello 'ncanto, il figliolo del Re lo fece diventare un fascino di legne; doppo calò le trecce e tirò su la su' mamma. A male brighe che la Catèra gli entrò nella stanza, diviato e' vedde quel fascino; dice:—«Oh! questo, ch' è qui, a che serv' egli?»—«To', a che serv'egli? A cocere da desinare»,—gli arrispose Prezzemolina:—«Oh! che nun ve n' arricordate, che m' avete dato la bacchetta per supperire a' mi' comodi, quando vo' nun ci siete?»—Dice la Catèra:—«Sì, sì, t'ha' ragione. Brava la mi' bambina! Dunque, fa le cose a modo, perch' ì' torno via; e bisogna, ch' i' stia fori de' giorni. Addio, addio».—E se ne va per istar fori del tempo a fare i suoi interessi. Doppo tre o quattro mattine, eccoti che riviene la Catèra:—«Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu' madre».—Ma Prezzemolina, prima di tirarla su, fece diventare un porcellino il figliolo del Re[6]. Dice la Catèra:—«Oh! che bel porcellino! Chi te l'ha egli dato quest' animale?»—«La vostra bacchetta»,—arrispose Prezzemolina:—«Oh! che non ve n' arricordate de' vostri insegnamenti? I' lo tengo qui per mi' compagnia, per non istar solingola,quando vo' non ci siete».—Dice la Catèra:—«Brava la mi' bambina! Portati sempre bene accosì, sai. Ma bisogna, che ti lassi, perchè non l'ho anco finite fori le mi' faccende. Addio, addio.»—E se ne va fori a fare i su' interessi. Quando la Catèra fu andata via, Prezzemolina fece ritornare omo il porcellino; e fissorno tra di loro di scappare assieme. Ma Prezzemolina aveva paura, che gli facessan la spia gli arnesi della su' camera, perchè erano tutti fatati; lei però si messe in capo d'abbonirli. Subbito disse alla bacchetta:—«Voglio una bella caldaja piena di maccheroni:»—e, quando i maccheroni apparirne in nella stanza, Prezzemolina ne diede una ramajolata a ugni cosa: una ramajolata al letto, una alle seggiole, una allo specchio; insomma a tutto; ma della cassetta della spazzatura lei se ne scordò. Doppo, presa la meglia robba, Prezzemolina e il giovane si calorno dalla finestra e via! a gambe a traverso i campi. Lassamoli correre a quel mo' e torniamo alla Catèra. Lei riveniva di fori coll' Orco su' marito; e, quando fu in casa, urla, come al solito:—«Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu' madre».—Risponde il letto:—«Nun posso; i' sono a letto».—Dice la Catèra:—«Spicciati, nun mi fare aspettare».—Risponde la seggiola:—«Nun posso; i' son sulla seggiola».—Dice la Catèra:—«Oh! che ha' tu stamani, che sie' tanto pighera? Spicciati, gnamo».—Risponde lo specchio:—«I' mi guardo allo specchio».—Insomma, a una per volta, tutte le mobilie e gli attrezzi e i serrami della cammera trovavano dellebillere per non iscoprire Prezzemolina, scappata via col su' giovanotto; soltanto la cassetta della spazzatura principiò a sbraidare:—«Nun è vero, nun è vero. Prezzemolina nun c' è più; è pe' campi con il su' damo, che la porta con seco».—A questo discorso la Catèra e l'Orco figuratevi come rimasono! Dice la Catèra:—«Corri, mi' omo, corri; colle tu' gambacce tu l'arriverai in du' salti. Oh! birboni! me l'hanno fatta!»—E in quel mentre, che l'Orco dava dietro a que' du' sciaurati, la cassetta della spazzatura badava a berciare:—«Poera padrona! l'avete visto il fascino? l'avete visto il majalino? Gli eran lui, il su' damo, e vo' non l'avete cognosciuto. E' maccheroni sono tocchi a tutti per dir le bugie, e a me niente; ma io le bugie nun ve le dico».—E la Catèra a sentirsi raccontare com' era ita via Prezzemolina nun si poteva racquetare, nun si poteva! Infrattanto l'Orco a corsa gli era arrivo a vedergli da lontano, Prezzemolina col su' giovanotto, e s'arrapinava per raggiungergli e acchiappargli. Dice Prezzemolina:—«Giannino! i' sento fresco alle rene».—«Mettiti lo scialle,»—dice lui. Dice Prezzemolina:—«Chè! gli è mi' padre di sicuro. Se ci piglia, poeri noi! Ma ora l'accomodo io».—E, in nel parlare accosì, cava fori di seno il cannone co' pidocchi e gli soffia inverso l'Orco; sicchè, in un momento, eccoti, che nasce un siepone alto e largo ismisurato, che pareva un bosco di spini. E quando l'Orco ci fu arrivato, nun vedde più niente, e nun lo potiede passare, e gli toccò a ritornare addietro. Dice la Catèra:—«Oh!dunque?»—Dice l'Orco:—«Quando ero lì per acchiapparli tutti e due, mi sono spariti; perchè io ho trovo un siepone di spini, che serrava tutte le strade, e nun c' era valico per andare oltre».—Scrama la Catèra:—«Oh! me sciaurata! son' io, che gli ho insegnato le malizie: sono i mi' pidocchi del cannone! Corri, corri, mi' omo! Tu sie' sempre a tempo a arrivargli».—E l'Orco, via! E, doppo un pezzo, eccoti, che rivede Prezzemolina col su' damo, che camminavano. Dice Prezzemolina:—«Giannino! i' sento fresco alle rene».—«Copriti meglio»;—dice lui.—«Chè! gli è mi' padre, gli è l'Orco, che ci dà dietro»—arrispose Prezzemolina:—«Ma ci ho anco il rimedio!».—E, colla bacchetta fatata, lei si trasmutò in una chiesa e il su' giovanotto era il prete, che si parava in sagrestia per dire la messa; e po fece apparire un ragazzino, che badava le pecore in sul prato dinanzi alla chiesa. Eccoti! arriva l'Orco e domanda subbito a quel guarda-pecore:—«Di' su, bambino; che gli ha' tu visti due, che erano assieme, un giovanotto con una ragazza?»—E il guarda-pecore:—«Galantomo! gli entra la messa[7]e i' nun ho tempo da perdere; se volete sentirla anche voi, vienite in chiesa».—Dice l'Orco:—«I' ti domando, se tu ha' visto passare due assieme per di qui, un giovanotto con una ragazza a braccetto?»—Dice il guarda-pecore:—«Avete sentuto? gli è sonato il cenno. Ecco, il prete monta all'altare. Se volete vienire anche voi in chiesa, sbrigatevi. Io ci vo e addio».—A farla corta, all'Orconon gli riescì raccapezzar nulla, e pensò meglio ritornare a casa sua. Guà, non era malizioso, lui. Quando la Catèra vedde il su' marito senza nessuno e lui gli raccontò della chiesa, del prete e del ragazzo, che guardava le pecore sul prato, tutta imbizzita scramò:—«Oh! mammalucco d'omo! non te ne sie' accorto, che la chiesa era Prezzemolina e il prete il su' giovanotto? Lei ha fatto quella trasfigurazione colla mi' bacchetta fatata, che da grulla i' gli regalai. Corri, mi' Omo, corri; raggiugnigli e non ti far vincere dagli inganni».—A quelle parole della su' donna, l'Orco si messe daccapo a correre dietro a Prezzemolina; e, doppo camminato di molte miglia, e' la vedde sempre assieme col so' damo andare per la strada. Dice Prezzemolina:—«Giannino! i' sento fresco alle rene. Dicerto gli è l'Orco al solito! e poeri noi! se ci acciuffa. Presto, presto, niscondiamoci accosì».—E in quel mentre, lei, colla bacchetta fatata, fece comparire un lago; e tutti e due ci si tufforno dientro; sicchè Prezzemolina diventò una lasca, e Giannino, figliolo del Re, un bel luccio, e navicavano nell'acqua a più nun posso. In du'salti, l'Orco viense in sulle sponde del lago; dice:—Questa volta nun mi scappate: v'ho cognosciuti!»—e, per acchiappargli meglio colle su' manacce, si buttò diviato nei lago. Ma fu tutto inutile: lui pigliava il luccio e il luccio via, gli scivolava d'intra le dita; pigliava la lasca, e quella il medesimo. Si sa, i pesci sono a quel modo, tutti moccicosi; e in mano non ci stanno. Sicchè, dunque, l'Orco, impermalito, sortì fori dell'acqua; e poi disse a que'pesci:—«Vi maladico. E te, che t'avevo rileva come figliola, ti maladico per la prima. Sie' maladetta da me; e lui, il tu' damo,
«A un'osteria ti lasserà;«E, quando su' madre lo bacerà,«Di te si scorderà».—
«A un'osteria ti lasserà;«E, quando su' madre lo bacerà,«Di te si scorderà».—
«A un'osteria ti lasserà;«E, quando su' madre lo bacerà,«Di te si scorderà».—
«A un'osteria ti lasserà;
«E, quando su' madre lo bacerà,
«Di te si scorderà».—
E se n'andette doppo, senza voltarsi nè in qua, nè in là. Quando Prezzemolina e il figliolo del Re furno ritornati nelle su' persone di prima e che erano a male brighe lontani cinque miglia dalla città reale, disse il giovanotto:—«Senti, Prezzemolina, io a questo modo non ti ci posso condurre al palazzo del mi' babbo. Bisogna, che lo faccia sapere alla corte, che ho trovo la sposa; e che poi ti vienga a pigliare colla carrozza e le guardie in figura di Principessa e tu sia vestita da signora. Dunque, ti lasserò qui a questo albergo; e fra tre giorni al più i' sarò di ritorno, com'i' t'ho detto».—Dice Prezzemolina:—«Fate la pace vostra, che io sto a quel, che voi comandate. Ma arricordatevi, che la mamma nun vi baci; perchè l'Orco, lo sapete, ci ha dato quel brutto avviso e ci maladisse».—«Chè, chè, nun aver temenza, Prezzemolina»,—gli arrispose Giannino:—«La mamma non lasserò, che mi baci».—E, doppo averla raccomandata all'oste, il figliolo del Re si partiede per la su' città. Alla corte, quando Giannino entrò in palazzo, nacque un chiasso e una festa, chè la gente corse tutta a vedere quel, che era stato.—«Ben'arrivato! ben'arrivato! Gli era tanti mesi, che nun si sapevapiù dove Lei era, se era morto oppuramente vivo. Si steva in pena, sa; anco il su' babbo e la su' mamma».—Questi discorsi a Giannino gliegli facevano lì, in nel mentre, che lui saliva le scale del palazzo; e, sul pianerottolo, gli viensero incontro il Re e la Regina colle lagrime agli occhi; ma lui, non ci fu versi, che si lassasse baciare da su' madre; e lei gli era mezza disperata e nun si poteva capacitare, che il su' figliolo fosse tanto senza core. Lui però gli disse, per rabbonirla, che ce l'aveva una ragione, e che gli perdonassi, perchè poi a su' tempo si sarebbe lassato baciare a su' piacimento. Insomma, finiti i complimenti, si messano a cena; e in quel mentre, che mangiavano, Giannino raccontò la su' vita, e che aveva trovato una bella sposa, e che sarebbe andato a pigliarla nell'osteria assieme a tutta la corte e colla carrozza e co' cavalli del Re; e doppo, quando fu tardi, che stiedero molto a tavola, i servitori gli accompagnorno ognuno alla su' cammera per dormire. A male brighe che il sole spuntò, la Regina, che nun aveva potuto serrare un occhio in tutta la notte dalla pena, che il su' figliolo nun s'era lassato baciare da lei, sortì dal letto; e in peduli se ne andiede in camera di Giannino, che dormiva tavia come un loppo; e, senza nemmanco svegliarlo, gli saltò al collo e lo baciò quanto volse. A tutto quel tramestio Giannino si riscosse, vedde su' madre, gli rese i baci e intanto della su' sposa Prezzemolina se n' era bell' e scordato. E accosì passorno tre giorni, passorno tre mesi, senza che lui pensassi mai alle su' promesse e a quella poera dibandonata,che l'aspettava nell'osteria. Infrattanto la Regina pensò di dargli moglie; e fu trova per lui una figliola di Re; e s'era già incomincio a fare l'apparecchio delle feste per le nozze; e i bandi gli appiccicorno in tutti i paesi del Regno. Torniamo ora a Prezzemolina a quel mo' solingola in un'osteria e che si struggeva dalla pena. Poerina! lei diceva tra di sè:—«Di certo Giannino s'è lassato baciare dalla su' mamma, epperò di me se n'è scordato. Oh! com'i' ho da fare?»—E figuratevi poi se la pianse, poera sciaurata, quando sentì i bandi dello sposalizio del figliolo del Re! Ma pure, gli viense in capo di provare la su' bacchetta fatata; e fece apparire du' be' piccioni, un mastio e una femmina, che tutt'e due parlavano come Cristiani, e gli mandò a discorire sulla finestra della cammera del su' giovanotto, quando lui era sempre a letto. Dunque, i piccioni s'eran messi lì sul davanzale: e il mastio figurava di non gli voler dare retta alla su' sposa, e quella gli diceva:—«Nun te n'arricordi, quando volasti su in quella torre, dove stevo serrata; e i' ti messi nel mi' nidio?»—E il mastio:—«Sì, sì, ora me n'arricordo».—E la femmina daccapo:—«O di que' giorni, che ti trasmutai in fascino di legne e poi in porcellino, perchè la mi' mamma nun ti ricognoscesse; e di quando si feciano i maccheroni e si diedano a tutti, fori che alla cassetta della spazzatura, e che poi si scappò assieme, nun te n'arricordi più?»—E il mastio:—«È vero, è vero, ora me n'arricordo».—E la femmina a seguitare:—«Che ti sie' scordato ancodi quando s'era per la strada? E che l'Orco ci corse dietro per tre volte? E io da prima feci comparire una siepe di spini; poi ci si trasmutò in una chiesa con te dientro a dire la messa e il ragazzo guarda-pecore sul prato; e poi si diventò du' be' pesci in mezzo a un lago, e che l'Orco ci maladisse?»—Dice il mastio:—«No ve'! e' mi rinvengono in mente queste cose».—E la femmina:—«O che l'Orco disse a me:
«A un'osteria ti lasserà;«E, quando su' madre lo bacerà,«Di te si scorderà;
«A un'osteria ti lasserà;«E, quando su' madre lo bacerà,«Di te si scorderà;
«A un'osteria ti lasserà;«E, quando su' madre lo bacerà,«Di te si scorderà;
«A un'osteria ti lasserà;
«E, quando su' madre lo bacerà,
«Di te si scorderà;
e che te davvero mi lassasti a quell'osteria, colla promessa di tornarmi a pigliare fra tre giorni al più, nun l'arricordi, mi' sposo? Che dunque la tu' mamma t'ha baciato?»—In nel sentire questi ragionamenti de' due piccioni, il povero Principe si scionnò; e si messe a ripensare alla su' vita passata; e finì col ricordarsi d'ugni cosa e della Prezzemolina, che l'aspettava da tanto tempo in quell'osteria; sicchè, dunque, salta infurito dal letto, sona tutti i campanelli e comincia a urlare: che venghino i servitori e il su' babbo e la su' mamma. A quel buggianchio, che lui faceva, corsano a vedere quel, che era successo. E Giannino si messe a raccontare i discorsi, che aveva sentuti da' piccioni sulla finestra, e che loro erano stati quelli, che gli avevano fatto ricordare della su' sposa Prezzemolina, dibandonata all'osteria a motivo de' baci di su' madre e della maladizione dell'Orco.—«Presto,»—dice:—«Si vadia colle carrozze acercar la Prezzemolina».—In senza indugio attaccorno i cavalli; e tutta la corte andette a pigliare Prezzemolina. E la portorno in trionfo al palazzo, dove si feciano le nozze con gran feste e giostre e desinari, e con invito a tutte le persone del Regno. E accossì finirno le pene di Prezzemolina e lei stiede allegra e contenta col su' sposo in sin che campò.
[1]Raccolta dal prof. avv. Gherardo Nerucci, cui la dettava la Luisa Ginanni. Corrisponde, nella seconda parte, alla Novella VII della Giornata II del Pentamerone:La Palomma:—«'No Prencepe, pe' 'na jastemma datole da 'na vecchia, corze gran travaglio; lo quale sse fece cchiù peo pe' la mardezione de 'n' Orca. A la fine, pe' 'nnustria de la figlia de l'Orca, passa tutte li pericole e sse accasano 'nsiemme».—NelConto de'Conti, questa Novella è intitolatala Palomba:—«Il figlio del Re di Castromonte, essendo bestemmiato da una vecchia, passò gran travagli; i quali vennero maggiori par la maledizione di una Orca. Alla fine, per industria della figlia dell'Orca, supera tutti i pericoli, e diventano sposi».—Riporterò qui questa versione, secondo ho fatto ne'casi simili:—«Eravi una volta, nella Città di Rocca Pelosa, una vecchiarella miserabile e carica assai d'anni, che, per mantenersi, andava elemosinando. Li fu dato per carità una pignata di fagioli. La quale, andatasene a sua casa, li pose sopra di un finestrino; e, trovatosi a passare il figlio del Re, che andava alla caccia, e visto questa pignata sopra al finestrino, li venne volontà di far una scommessa con le genti di sua corte, a primo colpo frantumare la pignata. Come infatti,prese un sasso; e, buttatelo, fe la pignata mille pezzi. E venuta la vecchia nell'istesso tempo, e veduta la pignata ridotta in mille pezzi, li diede la maledizione,che si fosse innamorato della figlia di un'Orca; e che dalla socera fosse maltrattato in maniera, che sarebbe meglio per lui il morire, che vivere in così misero stato. E, se bene soglia dirsi, che le bestemmie, che da persone scelerate ci s'irrogano, il più delle volte soglionsi spargere ai venti, tuttavia colsero al Principe; tantochè in men di due ore n'esperimentò gli effetti, mentre, essendosi smarrito per quel bosco, nè sapendo dove aggirarsi, vide per casualità una donna così leggiadra e bella, nominata Filadoro, che, in mirarla solamente, restò talmente sorpreso dalla sua bellezza, che, divenuto estatico per qualche tempo, non sapeva comprendere ancora, s'era umana cosa, o divina. Indi, venuto in sè e fattosi animo, procurava con le più espressive parole amorose divisare gli affetti del suo cuore verso di lei e di esprimere la vittoria, ch'ella, in quella guerra di amore, aveva ottenuta sopra di sè. A quali parole corrispondendo Filadoro con altrettanta cordialità d'affetto, quanto era vaga, poteva dirsi, e con ragione, essersi tra di loro scambievolmente invaghiti. Ma, perchè le contentezze del mondo sono per lo più asperse dall'assenzio di qualche disavventura, accadde, che nel tempo tra di loro parlavano, fu sopraggiunto Ricciardetto dalla madre di Filadoro (ch'era una bruttissima Orca) e Ricciardetto subito tirò fuori la spada per ucciderla. Quale dalla medesima fu incantato, e condotto alla sua casa, ove disse l'Orca:attendi a lavorare come un cane, altrimenti sarai ucciso come un porco; facendoli assaggiare i più spaventevoli strazj, che avrebbero atterrito ogni magnanimo cuore. Onde l'Orca impose a Ricciardetto,che per la sera l'avesse fatto ritrovare sei canne di legna spaccate; e per ciascun legno ne facesse quattro pezzi. Conla promessa, che, se le dette legna non l'avrebbe trovate tutte spaccate, avrebbe fatto lui in pezzi come si fa un piccatiglio. A cotali parole, Ricciardetto si prese tanto timore, in sentir darsi quest'ordine dall'Orca, che restò estatico. Ma Filadoro fu subito a ristorarlo, e dissegli:Non dubitare, perchè io son fatata; e, per questa sera, farò trovare le legna spaccate a mia madre.E venuta la sera, l'Orca si portò in sua casa; ed andato a vedere, se Ricciardetto avea spaccate le legna, le ritrovò tutte spaccate, secondo l'aveva ordinato. Onde l'Orca pigliò in sospetto la figlia, e volle far un'altra pruova. Disse di nuovo a Ricciardetto,che, per la ventura sera, l'avesse fatto ritrovare spazzata una cisterna, che teneva mille botti d'acqua; e, se faceva il contrario, l'avrebbe ucciso, facendosene quattro bocconi. Filadoro, vedendo il suo caro amante star assai afflitto, li fe animo, e dissegli:Sta di buon cuore ed allegramente, perchè già è passato il tempo, che stava impedita la mia fatazione, ed io voglio venirmene teco, o viva o morta.Ricciardetto, sentendo questa nuova, cominciò con tanti gestri amorosi a farli carezzi, fin tanto che Filadoro fè un buco per sotto d'un giardino, che ivi era un condotto; e se n'uscirono fuori della strada, caminando frettolosamente verso la casa del padre di Ricciardetto. Ed arrivati ad un'osteria, poco lontano dalla casa del Padre, disse a Filadoro,che si fosse ivi trattenuta, che andava a sua casa a prendere cavalli, carrozze e servitori. Filadoro, restando a quell'osteria, e Ricciardetto, già incamminatosi verso la casa paterna ed arrivato, cominciò a salire le scale, la sua madre subito li fu addosso abbracciandolo; e, baciandolo, li fè molte carezze. Ma, per la bestemmia, ch'avea avuta dall'Orca, subito l'uscì di cervello Filadoro. Onde la madre di Ricciardetto l'esortava,che non fusse più andato allacaccia, e che si fusse accasato. Ricciardetto subito disse di sì. E la madre l'accasò con una gran signora, ch'era di Fiandra. Ora, facendo gran festa, ed avendo fatto un gran convito di gente, bisognavano de' cuochi; e, sparso per tutto quello Reame sì gran festino, venne all'orecchio di Filadoro. La quale, vestitasi da uomo, s'incamminò verso il palazzo reale; ed ivi, pregato i cuochi di cucina, la presero per guattero; e, postosi le tavole reali, tutti li signori e dame si posero a desinare. E Filadoro, avendo fatto di sua propria mano un grandissimo pastone, lo scalco, cominciato a tagliarlo, ne uscì una palomba così bella, che li signori e dame convitati restarono a mirare questa bellissima cosa. La quale con voce pietosa li disse:Avete desinato cervello di gatta, o Principe, che vi siete scordato dell'affezione di Filadoro? Oh sconoscente, così paghi li beneficj, che ti sono stati fatti, per averti levato dalle granfi dell'Orca, con averti dato la vita, e questa mercè le dai!E, dette queste ed altre parole, sparì fuori della finestra, che se la prese il vento. Il Principe, inteso questa doglianza, volle sapere da dove era venuto questo pastone; ed inteso dallo scalco, che l'avea lavorato un guattero di cucina, preso questo per bisogno, il Principe se lo fè venire in sua presenza. E, buttatosi a' suoi piedi piangendo gli dicea:Che ti ho fatto io?Il Principe, per la vaga bellezza di Filadoro, e per virtù della fatagione, che avea, si ricordò dell'obbligazione, che l'avea; e subito la fece alzare e sedere appresso di esso, raccontando a sua madre l'obbligo grande, che le dovea a cotesta bella giovane, e quanto avea adoperato per esso, e per la parola datagli, che era di necessario d'attendercela. La madre gli disse:Figliuol mio, fa quello, che a te piace, purchè sia onorata e la volontà di questa Signorella, che ti hai presa per moglie.Rispose la zita:Io vi dico il vero, che stavadi mala volontà in questa città, ma voglio ritornarmene in casa di mio padre. Dove, inteso questo, il Principe gli offerse vascelli e servitù per farli compagnia. E subito fè vestire Filadoro con vesti reali, e si cominciorno i festini. E in un subito s'intese un gran rumore per le scale, salendo un brutto mascarone in mezzo della sala, quale disse di esser l'ombra della vecchia, che Ricciardetto l'avea fracassata la pignata, che per la fame era morta, e dissegli:Io ti biastemai, che fossi inciampato nelle mani di un'Orca: di già furno esaudite le mie preghiere, e, per la forza di quella bellissima fata, ne scampasti. E di più ti diede la maledizione l'Orca, che allo primo bacio ti fussi scordato di Filadoro; dove ti baciò tua madre, e Filadoro ti passò dalla mente. Ed adesso ti ritorno a maledire, che sempre ti possa ritrovare i fagioli d'avanti, che mi buttasti, e si faccia vero il proverbio, che chi semina fagioli le nascono corna.E detto, ch'ebbe questo, subito sparì. La Fata, che vidde il Principe impallidito, le diede animo; e con festa lo portò al letto; per confirmare lo istromento della nuova fede datoli, vi fece firmare due testimonj; e, per li travagli passati, furono più saporiti li gusti presenti».—Cf.Gonzenbach(Op. cit.) XIV.Von der schönen Nzentola; e LIV.Fon Autumunti und Paccaredda.In fondo, questo conto è tutt'una cosa conRosella, Trattenimento IX della Giornata III del Pentamerone.—«Lo Gran Turco, pe' farese 'no vagno de sango de Signore, fa pigliare 'no Prencepe. La figlia sse ne 'nnamora e sse ne fujeno. La mamma l'arriva e le so' tagliate le mano da lo Prencepe. Lo Gran Turco ne more de crepantiglia. Ma, 'jastemmata la figlia da la mamma, lo Prencepe sse ne scorda. Ma, dapò varie astuzie fatta da essa, torna a mammoria de lo marito, e se gaudeno contiente».—NelConto dei Conti, si legge come segue:—«Il Gran Turco leproso,per quanto s'adoperasse, non poteva trovar rimedio al suo male. Fu consigliato da' Medici, che si facesse un bagno di sangue ottimo, come quello d'un Principe. Ansioso il Gran Turco d'esser guarito, subito spiccò varj corsari per mare, acciò facessero preda di qualche gran Cavaliere d'alto sangue. Ora li corsari, costeggiando le parti di Fortechiaro, incontrarono un battello, dentro al quale andava Paulino, figlio del Re di quel paese, divertendosi; e presolo, subito lo portarono in Costantinopoli. Li medici, quali avevano consigliato tal bagno, più tosto per dar tempo all'Imperatore, che per altro, senza frapporvi tempo, dissero,che il sangue del Principe reale non era buono, a causa che stava malinconico, per essere stato fatto schiavo, ma che era spediente farlo stare alcuni mesi allegro e piacevole. Il Gran Turco l'assegnò un appartamento, al quale era contiguo un giardino delizioso; e, per farlo stare d'animo sollevato, disse alla sua figlia Rosella, che avesse fatta compagnia al Principe, perchè ce lo voleva dare per marito. Subito che Rosella vidde la fattezza del Principe, se ne invaghì; ed il Principe scambievolmente di lei. Per la qual cosa, avendo gli amanti mezzo udito il segreto, pensarono di fuggire. Come in fatti, postisi sopra una filuca, principiarono a navigare in verso Fortechiaro. Il Gran Turco ogni giorno andava nel giardino, per veder come stava il Principe. Non trovandolo e vedendo, che la figlia parimenti era fuggita, svegliò la madre; e la fè andare nel giardino. Quando non vidde sua figlia e nemmeno il Principe, disse al Re:Lascia fare a me, che adesso io li accorto il cammino.E subito si partì verso la marina; e, buttata una fronde di lauro in mare, fe nascere una filuca sottile con molti marinari, che vi erano sopra; onde di tutta fretta si posero a navigare per giungere al Principe e sua figlia. Ma ella, vedendo venire lamadre, che era vicina alla loro barca, disse al Principe:Tira mano questa tua spada, e siedi a questa poppa di barca; e, come sentirai rumori di catene e di crocchi, per incatenare questa nostra barca, con questa tua spada darai tanti colpi a chi ci perseguita, altrimenti sarem perduti.Il Principe, perchè aveva cara la sua vita, stiede sempre vegliante; e, quando la barca s'accostò verso di loro, e viddero gettate le catene in mare dalla Gran-Turchessa, il Principe con la sua spada li diede tanti colpi, che li tagliò le mani. Quale, gridando ad alta voce, bestemmiò la figlia, con dirgli:Il primo piede, che il Principe poneva nella sua terra, si fosse dimenticato della figlia.E, ritornata la Gran Turchessa in Barberia, se n'andò in presenza del Gran Turco con le mani tagliate, che scaturivan sangue in abbondanza; e li disse:Ecco, marito mio, che, nella mensa della fortuna, abbiamo giocato assieme, tu la sanità ed io la vita; e, finito di dir queste parole, se ne morì la Gran Turchessa. Arrivato Paolino alla propria città, disse a Rosella,che si fusse trattenuta per poco, acciò egli prima fosse andato a baciar le mani agli genitori. Non così presto pose Paolino il piede a terra, che, vedute le bellezze paterne e gli agi lasciati, si scordò della sua amante. Fattosi tardi, stimò Rosella espediente calare a terra. Si pose in cammino verso la città, ove si locò un palazzo dirimpetto al Re, sperando, che affacciatosi qualche volta Paolino, fosseli venuto in mente l'antico amore. Appena fu veduta alle finestre Rosella, che una quantità di cavalieri invaghitisi di lei, principiarono con mille maniere e vezzi a tentar, se la potevano far condiscendere alle di loro voglie. Procurò la giovane non isdegnarsi la Nobiltà, la quale potevale fare arrivare al suo desiderato fine; ma li tratteneva con varie e sempre dubbie parole. All'ultimo, secretamente si accordò conun Cavaliere, che le dasse mille scudi ed un abito di gala, e che fosse venuto la notte, che l'avrebbe contentato. Onde il Cavaliere, compratoli un bell'abito, tutto con schiuma d'oro, e portatoli mille scudi, andiede da Rosella; e la trovò coricata nel letto, che pareva una Venere in mezzo un campo di fiori. La quale disse al Cavaliere,che non si fosse coricato, se prima non avesse chiusa la porta. E, parendo ad esso di esser cosa di nulla, andò e chiuse la porta, e la porta si riaprì; e lui tornò a chiuderla e la porta nuovamente ad aprirsi. Tutta la notte se ne passò in questo spassatempo, senz'aver adoperato cosa alcuna. Onde, fatto giorno, chiamandolo poltrone ed altre ingiurie, il Cavaliere fu costretto andarsene. La seconda sera appuntò con un altro Cavaliere, domandandoli mille altri scudi ed un vestito ricamato. Subito il Cavaliere le fe fare il vestito; e, portatolo assieme con i mille scudi, si portò in casa di Rosella, quale (trovandola coricata) li disse:Smorza quel lume.Ed il Cavaliere, levandosi il cappello e la spada, cominciò a soffiare verso quel lume. Ma egli quanto più soffiava, più s'accendeva quella luce; dove tutta la notte non fè altro, che soffiare il lume; e non potè mai smorzarlo. Onde, fatto giorno, si partì vergognosamente. E venuto un altro gran Signore, e fatto appuntamento con Rosella, accordandosi con mille scudi ed una sontuosa veste, subito si portò in casa. Dove Rosella disse:Non volersi coricare, se prima non si fosse pettinato il capo. Rispose il Cavaliere:Lasciatelo fare a me.Onde Rosella si sedè ad una sedia, ed il Cavaliere ad un'altra. E, postosi il capo di Rosella nel seno, col pettine alle mani, cominciò a pettinar la testa di Rosella. E, quanto più pettinava, i capelli di Rosella più s'imbrogliavano, onde tutta la notte se la passò con questo passatempo, che non potè mai accomodarle la testa. Fattosi giorno, convenne al Cavaliereandarsene. E, portatosi nell'anticamera del Re, cominciò a discorrere con altri suoi pari, raccontando ciò, che li era successo. Rispose il secondo:Sta cheto, che se Africa piange, Italia non ride; e pianto comune è mezzo gaudio. Rispose il terzo:Vedete, che tutti tre siam macchiati di un'istessa pece, e ci possiam dar la mano senz'invidia; non stà di bene di esser corrivi, ma facciamonela pentire.Così si unirono tutti e tre; e andarono dal Re a raccontargli il fatto. Li Cavalieri, accorgendosi dell'inganno, non volendo restar burlati e delusi, la fecero chiamare dal Re, cercandole le loro gioje, abiti e denari; dicendo:Che ce l'aveano dato in prestito. La giovane, senza punto perdersi d'animo, andò dal Re, cui disse:Sire, non in altra maniera si poteva mantenere una Real Donzella, come io sono, fuori della paterna casa. Io son figlia del Gran Signore; e mi trovo in questa città, per aver liberato dalla morte il vostro Paulino, e per avermi egli dato la fede di sposo. Adesso corrono più mesi, che arrivati siamo colla filuca; e, sbarcato in questa Regia. Ed io più non lo viddi. Nè aveva gran somma di argento da potermi mantenere secondo lo stato de' miei natali. Li Cavalieri, quali mi querelano, mi diedero quelle somme, che cercano, ma per fine impudico e disonesto. La mia necessità mi sforzò a prendere il danaro; ma non per questo dovere degenerare dall'esser mio, con acconsentire al loro dissoluto appetito. Questo è, Sire, lo stato mio; fate ora di me quel, che vi piace.Restò a tale avvento attonito il Re; e, chiamato il figlio, si fece confirmare quanto per suo affetto operato aveva la generosa donzella. Si risvegliò allora la memoria del passato affetto di Paulino. Cercando perdono a Rosella dell'involontario oltraggio, allora, col consenso del Re, le diedel'anello, e la condusse per la mano nel suo appartamento da Consorte».—Cf.Gonzenbach. (Op. cit.) LV. Geschichte von Feledico und Epomata. Tra le Ducento Novelle del Signor Celio Malespini, nelle quali si raccontano diversi amorosi avvenimenti, così lieti come mesti et stravaganti ecc. ecc. (In Venezia, MDCIX, al segno dell'Italia) ve ne ha una, che, essendo perfettamente identica, merita d'esser quì riprodotta. S'intitola:Matrimonio di Filenia, figliuola del Re d'Egitto. Ma dee leggersiPirinia, come vien sempre chiamata nel corpo del Racconto.Matrimonio di Filenia, Figliuola del Re d'Egitto.Fu già nell'Egitto un Re, chiamato Aristodemo, il quale oltremodo tiranneggiava tutto quel Regno; il che compassionando il giusto Dio cotanti mali, lo fece divenire leproso. E, facendo egli la sua principale residenza nella città di Menfi, teneva (male suo grado) per tale infirmità, basse l'ali. Onde, per non rimaner sepolto continovamente in cotanta miseria e calamità, fece chiamare a sè tutti i medici del suo Regno, dicendogli:—«Procurate il modo e la via, perchè ricuperi la mia perduta salute, che io ve ne renderò buon guiderdone, e non poca mercede delle fatiche vostre; ma avenendo, che ne segua il contrario, io vi giuro per la mia Corona, di farvi morire tutti miseramente, senza havervi al mondo un minimo rispetto, cotanto voi mi sarete in odio e disprezzo».—Udito coteste parole da uno di loro, quale era riputato più dotto e savio de gli altri, rispose:—«Se la vostra infermità, o Sacra Corona, ella fusse curabile, l'arte nostra vi sarebbe giovevole e buona. Ma essendo ella una egritudine molto difficile et inscrutabile da risanare, che appena il figliuolo di Latona ardirebbe di prenderne la cura, imaginatevi se noi hora ne temiamo».—Al quale il Re rispose:—«Che mi deggio hormai far de' fatti vostri, essendol'arte vostra manchevole nelle parti più necessarie? Ella è adunque propriamente un aggiungere l'acqua al sale. Con tutto ciò, io vi assegno termine di tre giorni, per cercare e trovar rimedio tale, acciocchè io mi riveggia nel mio pristino stato, se però voi non vorrete morire tutti di morte acerba e crudele. E per ciò fare, io voglio, che rimanghiate tutti nel mio palazzo; e che in questi tre giorni stieno chiuse tutte le porte, acciocchè potiate vedere meglio e considerare la mia infirmità».—Sentendo ciò i poveri medici, io il vi sò dire, che l'hebbero bella, e che filarono filo sottile. Nulladimeno, fattosi avanti un intrepido vecchio, che era dietro a tutti gli altri, gli disse:—«A volervi in somma, Sacra Corona, guarire, io conchiudo, che al vostro dispietato male, non si trovi, se non un rimedio solo; che è, che volendovi risanare, egli conviene, che voi habbiate un delicato giovanetto, nato di sangue illustre; quale fattolo svenare, vi facciate bagnar sovente il corpo con il sangue suo, e tutte le altre parti offese. Et avenga che il rimedio sia crudele et inhumano, non resterà però, ch'egli non vi possa risanare».—«Io non mi curo»,—disse il Re—«di cotesta crudeltà, pur che io ne rimanga guarito: non ripugnando legge alcuna là dove si vede la necessità, essendo quella, che annulla e rompe ogni Decreto. In oltre la primiera carità incomincia da sè stesso».—E dette queste parole, egli mandò a chiamare alcuni Pirati, suoi fedeli schiavi, dicendogli:—«Amici, che nel bisogno siete perfettamente stati lontani da gli adulatori, hora io vederò, quale di voi mi ami».—Poscia loro narrò la sua calamità e tutto quello, che si doveva esequire in cotanto bisogno. Sentendo eglino il desiderio suo, risponderono con larghe e pronte parole:—«Se la salute vostra, o Sire, ella consiste in cotesto, rendetevi sicuro, che ben tosto voi rimanerete ubidito, e servito da noi».—E detto ciò, si aviarono incontanente verso il mare; e, con otto legni spalmati e provveduti benissimo di tutte le cose necessarie, si divisero in quattro parti, navigando per diverse regioni. Il più pratico e perito del mare, havendo buone ciurme e soldati, egli prese il camino verso la Sicilia. E, costeggiando d'intorno l'Isola di Malta, si avenne in un figliuolo del Re Terminione, bello et accostumato fuori di modo, accompagnato da molte Dame e Cavaglieri, quale se n'andava sopra di una fusta a diporto per il mare. Ma quegli, che considera i piaceri humani, vi trovarà sempre mescolato dentro qualche amaritudine, che gli amareggia, però non sono veri; e, quanto più si prendono dall'huomo prontamente, tanto più lo trabbocca, e spinge in parte malvagia e tenebrosa, che così adivenne al giovanotto, che (come io ho detto) se n'andava sollazzando per la marina. Il che la fusta fu in modo intorniata e stretta dal crudel Pirata, che non puotè mai trovar riparo, nè difesa alcuna, che le giovasse, che finalmente non restasse presa, rimanendo egli prigione con tutti i suoi. Credendo l'addolorato padre, ch'egli fusse andato a Malta, l'attese più e più giorni. Tra tanto, il lieto Corsale se ne ritornò con vento propizio verso il Levante; e, giunto in Alessandria, libero da ogni periglio, vendè tutti i prigioni ad un Ammiraglio suo amico, salvo che Lirinio, che così si chiamava il giovanetto; quale lasciò sotto buona custodia sin tanto, ch'egli ritornò in Menfi, che l'appresentò poi al Re, che l'hebbe molto caro; e gli fece donare tant'oro et argento, ch'egli non si vide mai più povero, potendo lasciar da canto il corseggiare. Or il lieto Re, fatto chiamar a sè i Medici, loro impose, che hoggimai gli dovessero apprestare il bagno, prima che il male (non lo potendo più sopportare) ne prendesse maggior radici. Al quale il Medico, che gli parlò prima del rimedio, rispose:Come non bisognava correre così frettolosamente, importando piùil danno, che la vergogna, poi che il sangue del giovanetto, per il timore sofferuto, era molto corrotto, vedendosi far prigione nel proprio paese, et ivi condurre: però il bagno non gli farebbe operazione alcuna, anzi potrebbe danneggiarlo molto. In oltre, la stagione era contraria all'impresa. Però, che si dovesse attendere la Primavera. E che fra tanto si dovesse trattenere il giovanetto in dolce conversazione, nè lasciarlo patire di cosa alcuna, facendogli ogni favore e cortesie, dandogli servitori, armi, cavalli, falconi, sparavieri, cani, et ogni altro simile diletto e trattenimento. Et anco infingere di volerlo maritare nella sua figliuola; poi che così lieta speranza lo farebbe star allegro e consolato, sì come si fusse propriamente nella patria sua. Avertendo sopra tutte le cose, che non gli venisse mai all'orecchio il suo fine doloroso: poi che qualunque diletto, che egli godesse, per tale raccordazione, lo tenirebbe sempre in continue amare lagrime e sospiri; di modo, che l'opera rimarrebbe impedita et infruttuosa.Convinto il Re dalle tante vere et apparenti ragioni, si fece condurre innanzi il giovanetto; e, con lusinghe e belle parole, favellò seco buona pezza, dicendogli:—«Non pensate già, che io vi voglia tenere come gli altri miei schiavi; havendovi io eletto per unico herede del mio regno, se il tempo però, si come spero, mel concederà, poi che la fama, che io ho havuta di voi, m'indusse a farne così bella e dolce rapina.»—Soggiungendo:—«Sappiate, come io ho solo al mondo una figliuola, molto bella e gentile, la quale può stare perfettamente ad ogni parangone nelle sette arti liberali e così anco in qualunque altra scienza e dottrina, chiamata Perinia, con la quale io vi voglio maritare, per lasciare al mondo, dopo di me, qualche rampollo».—E, per darle di ciò più maggiore speranza, la mandò a chiamare. La quale,accompagnata dalla Regina sua madre, comparve. All'apparire di così suprema bellezza, il giovanetto pose in oblio ogn'altra pena et affanno, rallegrandosi grandemente fra sè, dicendo:—«Or se costei risplende tanto in questa terrena vita mortale, che fie mai poi il contemplare l'anima sua nel cielo? Sia pure egli benedetto l'anno, il mese, il giorno e l'hora, nella quale io fui legato e preso, ed ella, che cotanto m'infiamma et accende, inducendomi in così dolce fuoco! Benedetto sia il paese e l'albergo, dove io son giunto; e fiamma così dolce e soave, quale senza offendermi punto, m' arde e distrugge per lei, anzi mi raviva e raccende tutto d' vn puro et vero amore. O soavissima feruta, che io sento e patisco per lei! O felice catena, nella quale mi ha Amore involto e legato! Non mi sciolgere già, o fortuna, da così mia dolce e soave servitù! Non pianger più, mio Genitore, rasciugati gli occhi e le guance, poichè le tue lagrime sono perdute et infruttuose: ma goditi in pace il tuo bello e lieto paese Siciliano; poi che io mi trovo lietissimo in cotesto mio stato».—Non meno di lui, la bellissima Perinia rimase accesa del bel giovanetto, piacendole molto il suo leggiadro sembiante e dolci maniere. La quale, havendo già vdito dalla madre l'iniqua volontà del Re suo Padre, rimase per buona pezza molto sospesa; considerando, come potesse raffrenare la crudeltà paterna. Mentre che il bel giovanetto dimorò dalla fine d'ottobre sino nel principio d' Aprile nella città di Menfi con il petto pieno d' amorose saette, le quali l'havevan reso così sicuro: poi che l' innamorata Perinia le faceva parere con la sua vaga e dolce vista, lo 'nferno, il Paradiso. Il perchè, in molte giostre e tornei, fatti per amor suo, egli rapportava sempre da quelli la gloria e l' honore, per il quale s' augumentava vie più maggior fuoco nella giovanetta. Giunto il tempo di sacrificarlo, per meglio nascondere ilRe la sua morte, lo mandò con la Regina e Pirinia ad vn suo Castello fuori della Città, chiamato Monteflorido, nel quale nell'estate vi faceva la residenza, con promissione, che tantosto vi sarebbe anch'egli venuto, parendogli essere hoggimai il tempo d'accompagnarlo. Onde il lieto giovane vi andò volentieri. Ma ella, che sapeva il fine crudele e doloroso, che il Padre gli haveva preparato, pianse fra sè grandemente; parendole, che cotesta fusse grandissima crudeltà, che per conservare vn huomo vecchio, si dovesse così bello giovanetto annichilare et estinguere. Or giunti nel Castello, ella terminò di voler porre l'honore e la vita per la sua salute; onde, trattolo a parte, le scoperse la trama del padre crudele, e che per risanarsi voleva fare un bagno del suo sangue, soggiungendo:—«Io ve l'haverei già detto più mesi innanzi, ma, per non cagionarvi cotanto dolore, con grandissima fatica, me ne sono sin hora rattenuta. Ma trovandoci noi hora in cotesto luogo, dove è il fiume Nilo, io ho provveduto e proveggo tuttavia, per l'infinito amore, che io vi porto, per il vostro scampo e per la nostra salute. Ma avertite di non far poi sì, come fece Theseo verso di colei, che lo trasse di prigione; non movendomi io per fine alcuno cattivo, ma solamente per pura pietà e compassione, che io ho di voi; non credendo io mai, che il Cielo mi danni o riprenda di cotesto: poichè, come si dice,Vn pietoso vfficio è atto e bastante a placare i Dei nel Cielo.Ma io voglio però, che voi mi prendiate in moglie, promettendomi con vera e pura fede, di non spiccarne mai da me frutto, nè fiore, fin che non habbiate fermo il piede là, dove (credendovi morto) vostro padre sospira e piange».—Sentendo il giovanetto così dolorose novelle, rimase in così fatto modo attonito e confuso, ch'egli perdè la favella, e dimorò per buon spatio di tempo pensoso et addolorato. Di che l'innamorata Pirinia vedendolo instato tale, le disse:—«Aimè, chi v'impedisce mai la lingua, e la voce, che voi non mi potiate rispondere? dove è egli mai il vostro solito ardire; e le vsate forze vostre? Come è egli mai possibile, che voi non mi favelliate?»—Alle cui dolci et humane proposte, innalzando gli occhi ne' suoi, così gli rispose:—«Il colore, l'ardire e le forze, anima mia, et anco quasi lo 'ntelletto, per il grave duolo, che io ho sentito nell'animo, non vi è mancato poco, che non mi sia morto il core nel petto. Il che ciò sarebbe seguito, se non fussero state le vostre dolcissime parole, le quali m'hanno fatto risuscitare da morte a vita. Perlochè io vi priego, di non temere giamai, che io vi tradisca et abbandoni; accettandovi per mia dilettissima e carissima sposa. E di ciò io chiamo in testimonio gli Dei, i quali co' suoi tremendi fulmini m'ancidino, se io sarò giamai ripugnante ad ogni minimo vostro volere».—E, ciò detto, gli pose l'annello in dito. Conchiuso fra loro il matrimonio, ella le diede vn pezzo d'Elitropia, dicendoli:—«Sappiate, Signore, che cotesta nasce nell'Ethiopia, la cui virtù rende invisibile quello, che la tiene addosso. Però gite voi per questo giardino alle sponde del Nilo, et ivi attendetemi, sin che io ritorni da voi. E perchè vederete venire gente in vna barchetta giuso alla seconda per il fiume, ditegli che si fermino, che subito vi ubidiranno; e non vi partite mai da loro, fin che voi non mi veggiate ritornata, che io non tarderò molto».—Ond'egli si aviò incontanente verso il fiume accennatogli. Ed ella se n'andò in camera; et vedendo dormire profondamente la Regina sua madre, appressatasele, le pose nella veste vn certo breve, composto a guisa di raggi solari, la cui virtù augumentava il sonno in modo tale, che il dormiente non si poteva mai risvegliare, sin che lo tenesse addosso. Ciò fatto, havendo anch'ella dell'Elitropia, che la custodiva dall'esser vedutadalle cameriere, aperto ch'ebbe un coffano pieno di gemme preciose, d'esse ne prese a sufficienza. E se n'andò poi frettolosamente verso il Nilo, là dove era il suo sposo nella barchetta; et entratovi dentro, spiegarono i marinai subito le vele; et, volando a guisa di pennato strale, n'andarono giuso alla seconda per il fiume. Di che il lieto Terminione, cangiato viso e maniere, gli disse:—«Dove è mai egli, Pirinia mia, il Castello, che non guari dianzi ci era a fronte? O quanto noi l'abbiamo perduto di vista!»—Di che ella, ridendo, rispose:—«Non cercate voi di sapere altro per adesso, poichè, volendo io, e che mi bisogna, io sò far di molte cose, che l'istesso saperebbe far anco mia madre, se io non l'avessi sommersa nel sonno, parendo morta veramente. Sì che voi potete vedere quanto egli sia grande l'amore, che io vi porto, e quanto che possono l'onnipotenti forze d'Amore».—L'addormentata Regina, trovata a dormire dalle sue Camariere, havendola tollerata per lungo spatio di tempo, incominciarono molto a temere di lei. Onde più e più fiate la chiamarono e scossero, senza poterla mai far risvegliare; di che non poco se ne isbigottirono. Et incontanente mandarono due donzelle a chiamar Pirinia. Le quali, chiamandola per il giardino, là dove l'havevano lasciata, e chiedendo di lei a tutti quelli del palagio, i quali dicevano,non haverla veduta, cagionò loro un grandissimo pianto. E mentre che, piangendo, la cercavano tuttavia, vennero i Medici del Re; et, vedendo piangere ogn'vno, dimandarono quale si fusse di ciò la cagione. A' quali le povere donzelle dissono:—«Noi non piangemo senza cagione, non trovandosi Pirinia. Nè sappiamo, dove ella sia andata. E la Regina è tramortita, che non può favellare».—Sentendo ciò i Medici, andarono subito là dove era l'addormentata Regina; et imposero alle Camariere, che la spogliassero. Le quali non così tosto l'hebbero levata la prima veste, che il breve perdè ogni suaforza et vigore. La quale risvegliata, si avvide, benissimo all'insolito dormire, che Pirinia, sua figliuola, l'haveva ingannata e tradita. Il perchè il grandissimo duolo e furore più e più volte ella si morse le mani; e, crollando la testa, girò tanto gli occhi, che finalmente ella trovò il breve nella veste. E conosciutolo, sì come Maga dotta et esperta, s'avidde subito per le sue arti, che la bella e gentile Pirinia era già lontana più di dieci leghe, navigando per il grandissimo e corrente fiume; e che il Cielo era propitio al loro viaggio, e che era meglio il lasciarla gire in pace, che impedirla. Nulla di meno se ne sdegnò fuori di modo, che, essendole figliuola, et vscita dal suo ventre, per liberar dalla morte vn huomo non conosciuto, l'havesse tradita et abbandonata; rimproverandosi, dicendo:—«Io ho voluta far costei più di me dotta e perita nell'arte magica, acciochè ogn'vno dicesse apertamente, che io havessi vna figliuola, la quale non havesse prodotta giamai la natura vna simile. Ecco hor il bel guiderdone, ch'ella mi ha reso!»—Finalmente, vinta dal dolore e dallo sdegno, incontanente ella fece apparire vna barchetta simile a quella di Pirinia; e le andò dietro così velocemente, sì come gisse mai falcone dibattendo l'ali, assediato et vinto dalla fame, sì come fece ella seguendo la figliuola: poi che in meno di vn'hora fece più d'ottanta miglia. Ispaventati i Medici del caso, si risolsero di sgombrare il paese, dicendo:—«Se noi siamo ritrovati dal Re, tutte l'offese caderanno sopra le nostre spalle: essendo cosa pessima l'havere da far co' disperati».—E così, tutti d'accordo se ne girono in Damasco a salvamento. Presentita la saggia Pirinia il furore, e la vicinità della madre, l'avisò subito al suo sposo, immonendolo di quanto egli dovesse fare, essendosi ella mossa con grandissima comitiva di spiriti per vendicarsi di loro. Soggiungendo:—«Se l'vsato cuore et ardire regnerà in voi, noi se n'andaremo (male gradosuo) vittoriosi et salvi. Prendete dunque l'Elitropia, che io vi diedi; la quale, mentre che voi l'haverete adosso, non vi potrà mai veder humana vista».—E, formato poi un circolo, le disse:—«Per qualunque horribile e spaventosa cosa, che vi apparirà o veggiate, non vscite mai fuori di esso, tenendo sempre in mano la vostra spada, non temendo punto; poi che mia madre non potrà vedere se non il corpo della barchetta: ma conoscerà però, per il grandissimo suo sapere, se sì o no, noi vi siamo dentro, e si sforzerà di primo affronto di legare la sua barchetta insieme con la nostra. Il che, se ciò le succedesse, sì come ella desidera, ne rimarrebbe vana et infruttuosa ogni difesa nostra. Però sarà il vostro dovere e carico a tenerla lontana con la spada da noi. E non vi caglia, se gliene aviene danno alcuno, mentre che noi rimanghiamo vincitori».—Allhora videro incontanente venire la Regina con grandissimo rumore e fracasso di venti e procelle, che altre simili non videro giamai nel mondo. Con tutto ciò, l'ardito e coraggioso Terminione, attento sempre e pronto nelle difese, non paventò nulla, nè declinò da gli ordini impostigli dalla saggia Pirinia; attendendola coraggiosamente, a guisa di ferocissimo leone, che attende, che il cerbio giunga al varco. Haveva già l'adirata Regina vnite insieme le due barchette, volendole legare con una catena di ferro nelle parti estreme, che ciò veduto dal non paventato Terminione, gridando gli disse:—«Tu procuri di fare quello, che non ti succederà!»—e con la spada d'vn rovescio le tagliò ambo le mani. Quando la furibunda Regina vide multiplicato il grave danno, priva d'ogni speranza e carica di dolore, l'incominciò a maladire, dicendole:—«Io ti condanno, traditore, che quando tu sarai giunto nella tua patria, la prima volta, che sarai baciato, ti scordi in tutto e per tutto di costei».—E, dopo lo congiuro, colma di cordoglioe di spasimo, fuggendo, rivolse subito la barchetta verso di Monteflorido (stridendo fortemente, poichè l'ingorda Parca se l'appressava già per darle l'vltimo crollo). Dalla quale vscita fuori, ella vi giunse appunto il Re suo marito, che era entrato nel giardino. Al quale con brevità di parole il tutto le fece palese, dicendole:—«Tu speravi già di bagnar il corpo tuo brutto e lacerato nell'altrui sangue; ma colui, che volesti far esangue, egli si è condotto con Pirinia in così fatto modo, che perisco e moro, rimanendo tu senza moglie e senza figliuola, ripieno di acerbissime doglie».—E, detto queste parole, ella pose il fine al corso della vita sua, cadendo ai piedi del mesto et addolorato marito, che non gli puotè dar soccorso alcuno, essendogli vscito da' monchi tutto il sangue dalle vene, del quale ella era tutta lorda e bagnata. Per la qual cosa il povero e dolente Re, veduto il strano fine della 'nfelice Regina, rimase buona pezza isbigottito, senza muoversi punto. E, ritornato in sè, disse:—«Niuna altra cosa non mi ha fatto danno, se non che io volli prestare troppo fede a' Medici, i quali, sì come io veggo apertamente, m'hanno tradito, essendosi fuggiti; ma faccino pure quanto si vogliano, che io porrò loro cotante reti e lacci, benchè sieno salvati in altre parti, che non potranno fuggire dalle mani mie».—Seguirono i duo lieti amanti il loro viaggio con allegrezza infinita, a guisa di quelli, che, vsciti fuori della catena, ricuperano la loro perduta libertà, quali, havendo salvata la vita, non si sovengono più di pena alcuna. E navigaron tanto, che finalmente giunsero nel porto di Trapani, nel quale isconosciuti, vi rimasero alcuni giorni, infingendo d'essere mercatanti fuggiti dalla fortuna del mare. Poscia il lieto Terminione gli disse:—«Il stare nostro così egli è un perdere il tempo. Però io ho deliberato di lasciarvi qui con vna o due serve, sin tanto, che io vadia in Siragusa, là dove dimora mio padre,quale non sa anco nuova alcuna di me. Et indi poi con la commitiva di Dame e Cavaglieri, che si richiede a Dama cotanto magnanima, sì come siete Voi, piacendo a Dio, io vi verrò a ritrovare».—Vdendo ciò la bella Pirinia, se ne contentò, rimembrandole l'obligo e la fede, che le diede e giurò; e ch'egli non comportasse giamai, che lo baciasse donna alcuna; soggiungendo:—«Voi vi dovete sovenire, che la Regina mia madre, disperata dell'impresa, vi diede la maladittione, che, giunto che voi fusti nella Corte di vostro Padre, non accettiate per questo rispetto bacio alcuno da qualunque donna, per bella, ch'ella sia, e che vi s'appartenga di sangue, se voi amate et apprezzate la persona mia. Imperocchè, non così tosto che voi fusti baciato (che vi sarebbe però non poco biasimo) voi vi scordareste di me».—L'allegro Terminione, che gli haveva promesso con giuramento di non toccare mai donna alcuna se non lei, gli promisse di nuovo e giurò di così fare. Il che chiamato a sè l'hoste, quale era huomo da bene, gli disse:—«Voi potete acquistare un buono amico, del quale vi giovarete e lodarete sempre, e forse più che voi non pensate, e ciò con durare pochissima fatica, conservandomi questa mia giovane, sino al mio ritorno, accarezzandola e servendola».—«Andate pure voi allegramente»,—rispose l'hoste—«poi ch'ella sarà servita e custodita da me, sì come s'aspetta all'honestà di quattro figliuole da marito, che io ho al mondo, la più grande delle quali dimostra essere di uno stesso tempo di lei, che non è forse men bella e leggiadra. Io oltre, io vi prometto d'haverne il pensiero e governo, ch'ho delle mie proprie, e di non albergare mai mercadanti forastieri, nè altri, mentre che voi sarete lontano da noi».—Egli alhora, dopo d'haverlo ringraziato, lagrimando quasi di tenerezza, prese congedo dalla bella Pirinia; et imbarcatosi in vn naviglio, egli navigò tanto, chefinalmente giunse in Siragusa. Et vestitosi in guisa di mercante se n'andò a Corte; chiedendo ad alcuni cortigiani la cagione, per che si fussero vestiti di nero. Al quale vno di loro rispose, dicendogli:—«Tu sei bene, amico fratello, fuori di te stesso, non sapendo caso tale! Come può egli mai essere, che tu non habbia vdito, là dove tu sei stato, l'horribile avenimento di Terminione, che ha perduta la vita, e noi non sappiamo dove, nè quando? Però la Corte si è vestita tutta di panni lugubri; e già fa l'anno, che il Re suo padre sta rinchiuso per la morte sua, in vna camera».—Vdito da Terminione, disse:—«Io il vi so dire, che voi piangete vno, che è vivo tuttavia. E, se il Re vuole, io gli ne farò vedere prima che passi questo giorno. E trovandomi in bugia, io voglio, sì come bugiardo, perdere la vita e tutti i miei beni».—Allhora uno di loro, che era Maggiordomo del Re, sentendo coteste parole, lo condusse subito nella camera del Re, quale era coperta tutta di panni neri, non vi si scorgendo, se non che mestitia infinita. Or per accertare di sè il padre, deposto Terminione l'abito mercantile, gli si scoperse per figliuolo. Il Re, che si haveva sognato la notte di vedere tre volte il figliuolo in habito tale, nel quale gli si era appresentato, al primiero sguardo subito lo conobbe. Il che lagrimando, ancorchè havesse scacciate da sè le lagrime e non sentisse più duolo alcuno, nondimeno non le puotè rattenere per gran tenerezza, dicendogli:—«Quale mai fortuna iniqua e ria fu quella, figliuolo mio, che mi ti tolse?»—Et vedendo egli sopraggiungere la Regina sua madre, ch'haveva già vdito lo arrivo suo, et lo voleva abbracciare e baciare, sovenendosi del grave danno della sua bella Pirinia, si disciolse da lei, dicendogli:—«Non v'incresca, io vi priego, o madre mia, se io ricuso i vostri baci et le accoglienze vostre; nè vi dirò però la cagione, che mi muove a ciò fare, havendo bisogno di riposare».—Vditociò dalla Regina, le disse:—«Fate ciò, che vi piace, che io me ne contento: poichè, essendo io stata vn anno intiero senza baciarvi, io potrò ben anco dimorare vn giorno; contro però ogni mio volere, per compiacervi».—Poscia, spogliatosi l'habito funebre, Terminione se n'andò a riposare securamente. Nè appena hebbe chiusi gli occhi, che la pietosa madre sopravvenne; et, vedendolo dormire soavemente, lo baciò furtivamente, non si potendo satiare di non accarezzarlo. Per i quali baci, ne rimase spenta in lui la sua gentile Pirinia, sì come non l'havesse veduta giamai. Poscia risvegliato, raccontò al Padre di punto in punto tutte le sciagure sue, senza però nominare l'obbliata Pirinia, che le era vscita affatto dalla mente, per i baci ricevuti dalla madre.—«Essendo, figliuolo mio, ritornato,»—disse il Padre—«ricco di salute e povero di spoglie, ti devi però allegrare, havendo posto il fine alle miserie tue. E, s'egli non ti spiacesse, volentieri io ti vorrei accompagnare con una bella e ricca moglie di stirpe illustre, et herede di tutta la Sardigna, e per molti bei e rari costumi, sì come il sole, risplendente».—Egli alhora, che punto non si rimembrava della sua vaga Pirinia, rispose,di esequire ogni suo volere. La Regina, desideratissima delle nozze, sollecitava il marito, acciocchè si dovesse subito conchiudere il matrimonio, e mandare per la sposa, senza di attendere, che altri la chiedesse in moglie. Sopra di che mandò il Re incontanente quattro ambasciatori per trattare e terminare il parentato. I quali, senza molta difficoltà, in nome di Terminione, le dierono la mano; rimanendo uno di loro Luogotenente di Sardigna, confermato da tutti i vassalli e paesani con infinita allegrezza e soddisfatione; e gli altri tre s'imbarcaron poi con la bella sposa, con molto tesoro e pompa, accompagnata da cinquanta cavaglieri, più ricchi e nobili di tutta l'Isola. Or havendo anteveduto la leggiadra Pirinia l'affronto, che ne dovevaricevere dal marito, frettolosamente ella dipartì da Trapani. Et prima che si licentiasse dal buon hoste, le fu cortese e donò tanto, ch'egli puotè benissimo maritar le figliuole. E salita poi con due serve nella barchetta, le fece fare cose maravigliose, et in un baleno ella giunse in Siracusa. E fra i più nobili della città ella prese a pigione un bellissimo palagio, molto dissimile però dal suo, ch'haveva nell'Egitto, havendo più rispetto alla necessità sua, per il caso adivenuto, che alla grandissima sua nobiltà; dimorando in quella Città, nella quale non si poteva dar altra donna, che lei il preggio di singolare beltà, per la quale molti ardevano e consumavano per suo amore. E fra gli altri, ci erano tre baroni de' più principali della Città, più ricchi e favoriti del Re, i quali, credendosi d'essere vguali al stato suo, si erano accesi fuor di modo et invaghiti delle sue dolci maniere e gentili costumi, stando tutto il giorno su l'ali, pensando di poter adempire i vani desiderij loro, conducendogli Amore in modo tale, che l'uno non sapeva dell'altro. Avedutasi di loro la bellissima Pirinia, fra sè disse:—«Havendomi il mio sposo tradita, ingannata, obliata; e non più conosciuta da lui, havendo havuto l'intenzione di mia madre, il suo desiderato effetto; io voglio cotesti tre, che cotanto mi oppressano e lusingano (favorendomi però il Cielo) trattargli in modo tale, che, innanzi ch'eschino fuori del laccio amoroso, tremino nel fuoco et isfavillino nel ghiaccio».—E per ciò eseguire, ella si lasciava vagheggiare da tre finestre, che scoprivano diverse strade, hora dall'uno et hora dall'altro, accrescendo di giorno in giorno le rare et vniche bellezze sue con diverse preciose gemme, che in grandissima coppia haveva seco arrecate, potendole cangiare molte volte al giorno, e prenderne dell'altre più ricche e belle. Et avendo una serva molto veduta e scaltrita, che gli manteneva in grandissima speranza, parlandole sovente in vna certa casettaalquanto fuori del vicinato, non restando di non aggiungere sempre legna al fuoco, conforme all'vso delle ruffiane, la quale finalmente gli indusse a pagar tutti di molti scudi, volendo godere dell'amore della sua padrona. Ella si compose con il primo, che, dandogli per vna notte sola quattromila scudi, haverebbe havuto la bella Pirinia ad ogni suo piacere, ispicandone la primiera rosa del suo dolce giardino. Egli, che tutto si distruggeva per amor suo, gli disse:—«Se non bastano quattromila, gli ne darò anco diecimila, se tanti ella ne chiederà, i quali già sono in pronto et apparecchiati. Et da cotesto voi potrete comprendere, se io l'amo di perfetto core».—E così gli mandò e denari, pregando instantemente che 'l sole si tuffasse nell'Occidente; perchè non lo potesse vedere persona alcuna, per ritrovarsi con essa lei. La sagace serva, così instrutta dalla sua padrona, le disse:Ch'egli non dovesse venire innanzi, che non fosse passata vn'hora di notte; e che si riducesse all'vscio del giardino, che l'haverebbe introdotto.Or vedendo egli declinato il giorno e giunta l'hora impostale, se n'andò, sperando egli d'haver la più dolce e felice notte, ch'havesse havuta giamai. E, giunto all'vscio del giardino, fu subito introdotto, e condotto nella camera della leggiadrissima Pirinia, la quale fiammeggiava e risplendeva, come un proprio sole. Il che egli, rimirandola tale, si maravigliò oltre modo; e stupefatto, non puotè mai favellare. Poscia fra sè riprendendosi, disse:—«Che fai tu adunque, sciocco, che tu sei, a contemplarla tanto? O quanto ti starebbe bene ogni male, che ti avenisse, potendo tu hora estinguere il tuo gran fuoco, quale non spegnendolo cotanto t'arde e consuma, lasciandoti distruggere per viltà di cuore».—E, detto ciò, si mosse per abbracciarla. Ond'Ella contrariandolo, le disse:—«Voi siete, Signore, tropo frettoloso, et importuno. Però, potendovi io comandare in casa mia, vorrei che voi osservastel'uso del mio paese, qual'è: ch'egli non è lecito ad vn amante di corcarsi con la sua Dama senza pettinarsi il capo».—Il perchè, parendogli ciò obbligo e carico, molto facile e lieve, punto non gli si oppose. Ond'ella, in lieto et amoroso viso, le diede in mano un pettine d'avorio, incantato in modo tale, che l'astringeva vbidirle. Mentre ch'egli si pettinava, havendolo destinato a stare tutta la notte con il pettine in mano, spogliata se ne andò a giacere; e, schernendolo, lo chiamò, dicendole:—«Venite hoggimai, se voi vi sete pettinato, che io sono pronta et apparecchiata ad ogni vostro piacere».—Egli, che non solamente l'vdiva, ma anco la vedeva corcata nel letto, non guari lunge da lui, nondimeno, violentato dallo incanto, non vi poteva gire, convenendosi pettinare e star con il pettine in mano. Di che non vi fu giamai chioccia più ispennacchiata di lui, cadendogli dal continovo pettinare i capelli, e dolendogli tutto il capo, dicendo fra sè:—«Chi mi ha egli mai condotto, senza frutto alcuno, in cotanta servitù? che siagli maladetto Amore, e chi gli crede, e chi fu mai il primo a risolversi di perseverare nella fede sua, la quale conduce l'huomo fuori di sè stesso: poi che per frutti così insipidi et amari, io gitto via il tempo, la fama et e danari».—Havendo dormito la vaga Pirinia tutto il suo bisogno, si risvegliò; e, per più dileggiarlo, le disse:—«In vero, che io in servizio vostro, io mi vergogno, che essendo già vscito il sole dall'Oriente, parendomi in sogno propriamente; voi non vi siate fornito di pettinare. O bella prova d'un innamorato, sì come siete voi!»—Vedendo egli avicinare l'Aurora, languido e stanco, gli disse:—«Egli non mi duole, se non di me stesso, benchè voi mi habbiate legato con le vostre diaboliche arti, con questo pettine in mano, pettinandosi tuttavìa. Ma increscemi bene, che hoggimai voi non mi liberiate, godendo cotanto del mio doloreet affanno, lasciandomi gire per i fatti miei. De' quattro mila scudi, che io vi ho donati, non me ne curo, facciovene dono, mentre che voi mi sciogliate da cotanti tormenti, innanzi che sieno piene di genti tutte le strade».—«Perchè non ve ne gite voi?»—disse ella—«potendo, piacendovi, gir liberamente ad ogni vostro talento; bastando a me di conoscere quanto si vaglia vn cavagliere Siracusano con le Donne, impiegandosi, in vero, malamente l'amoroso strale in un corpo, così rozzo et villano, sì come è il vostro?»—Cotesta così cruda e rigida risposta le parve così strana et amara, che, trattone il pettine in terra, senza parlare si fuggì fuori dell'vscio a capo chino; e non attentò giamai di volgersi indietro, tanto l'assalse la vergogna, che hebbe; e, giunto in casa, ne rimase con infinito scorno e dolore. Con il secondo Amante quella sagace serva disse e fece tanto, che lo trasse a pagare tre mila scudi. E, quando egli si credette di calcare le bianche piume, abbracciatosi con l'amorosa Pirinia, ch'ella le disse:—«Egli si usa, signore, nel mio paese, che tutte le volte, che l'amante trova ricetto dalla sua Dama, di spegnere il lume».—Egli alhora, senza pensar ad altro, dissedi farlo volentieri; e, credendosi di spegnerlo incontanente, ella lo ridusse in stato tale, ch'egli vi spese il fiato infruttuosamente, soffiando sempre mai tutta la notte. E, dopo ch'ella hebbe dormito a suo piacere, infingendo, le disse:—«Ah misera a me, che, se si fusse acceso il fuoco in casa mia, chi mai l'haverebbe spento? poi che così picciol lume è durato quà tutta tutta la notte? Et voi, che dovereste spegnere un Mongibello, siete rimaso confuso da così minimo splendore».—«Ahi, falsa meretrice»,—rispose lui,—«da te io sono (e non dal lume) stato ingannato, havendomi schernito con le tue arti, novella Circe, e malvagia incantatrice. Io mi ti offersi, pensando di essere beato e felice;e tu mi hai escluso non solamente da cotanto bene, ma anco sommerso in questo baratro infernale, nel quale io non posso altro che male raccogliere. Degnati hora almeno, havendomi beffato a modo tuo, di ritornarmi nel mio pristino stato; essendo cotesta ingiuria troppo grave a sopportare».—Alle cui pietose preghiere ella sciolse l'incanto. Ond'egli, vedendosi libero da cotanto impaccio, minacciandola, gli disse:—«Tu mi hai ridotto a tanto, che io mi posso a gran pena reggere in piedi. Ma non ti pensar già di rimanere impunita, nè che la tua borsa sìa gonfia e piena a costo d'un Barone Siracusano: poi che hora fie il tuo incanto da me superato e vinto».—E, ciò detto, egli se n'andò per sforzarla; ch'ella, vedendo ciò, non volle comportare, che le ponesse le mani addosso, che gli parve di essere percosso molte volte, non sapendo da cui, non vedendo altri, che essa nel letto, che per via più spaventarlo, le disse, che, se egli non se ne gisse, che l'haverebbe trasformato in un asino o in qualche altro sozzo e vile animale. Di che l'infelice temendo, che ciò non gli succedesse, si pose a fuggire, lasciandogli insieme con la spada il mantello et una catena d'oro; e ritornò a casa, come un bel fante, in giuppone. Il terzo Amante, che era più de gli altri duo infiammato, sollecitava giorno e notte la sagace serva, perchè non lo dovesse tenere più cotanto sospeso et appassionato. La quale, venuta nella conclusione, le disse:—«Egli vi fie atteso dalla mia padrona tutto quello, che voi vorrete: ma vi bisognano due mila scudi».—Alla quale egli rispose:—«Se io non havessi il commodo del danaro, sì come io ho, impegnarei la propria vita, più tosto che privarmi di cotanto mio gusto e piacere».—E, datogli il prezzo, ella le diede l'istesso ordine, che haveva dato a gli altri, due per cogliergli tutti in una rete et in uno istesso laccio. Ma nissuno de gli altri vi andò così precipitosamente, sì come fece lui, a traboccarvi dentro. Vedendologiunto ella, e caduto nelle insidie, disse fra sè:—«Essendo egli così vivamente punto, e feruto d'Amore, ogni mio schrezo (sic) gli parerà propriamente essere uno spasso e giuoco».—Che, per effettuarlo, le impose,che dovesse chiudere l'uscio della camera. Egli, credendo subito di espedirsene, per poter poi abbracciar la gentil Pirinia, lo racchiuse; e, vedendolo riaprire, lo riserrò di nuovo. E, quanto più lo richiudeva, tanto più egli s'apriva, tenendole ella detto tuttavia:—«Chiudete hoggimai l'uscio, e venite a giacere».—Onde egli di nuovo riserrandolo:—«Io mi credo»—suggiunse ella,—«che voi lo vogliate gittare in terra, per far poi una via publica della mia camera».—«Io sono venuto,»—rispose lui,—«per godervi e festeggiare, e non per far cotesto esercizio; ma io non mi posso astenere di non farlo».—Soggiungendo:—«Rammentatevi, che io non sono venuto qua per ispendere il mio tempo in chiudere gli usci tutta la notte, havendovi dato, per possedervi solamente una notte, tutto quello, che voi mi havete dimandato».—«Io non vi ricuso»,—rispose ella,—«havendovi ricevuto cortesemente nella mia camera, non attendendo altra cosa, se non che voi riserriate l'uscio et venghiate a letto».—E ciò detto, rispostogli da lui, vinta dal sonno, si addormentò. Vedendo il povero amante le cose così indisposte per lui, disse fra sè:—«Egli non mi vale punto il mio venire qui, quantunque egli mi costi molto caro».—Soggiungendo:—«Ahi, misero colui, che presta fede a meretrice. Poi che finalmente egli si trova con il danno occulto e con la perdita manifesta; e benchè si penti, però non gli giova nulla. Così adiviene a me, ingannato da cotesta Maga incantatrice, la quale fa prova delle sue arti a grande costo di cui l'ama e quasi adora, per sottrargli il senno, la robba e la fama».—E, dette queste parole, spese e consumò tutto il rimanente della nottesenza piacere alcuno, senza ch'ella mai udisse i lamenti suoi, sin che apparve il giorno, che si risvegliò: rinfacciandolo severamente, dicendole:—«Voi menate tuttavia attorno l'uscio!»—Il che vedendosi il meschino così schernito, gli disse fra sè:—«Se io n'esco quindi, egli non fie poco; e n'haverò buona derrata».—Poscia, addolorato e mesto, si rivolse verso di lei, pregandola,che hormai l'increscesse delle sue cotante pene, e non lo volesse (non meritandolo, essendo ciò cosa indegna) punire così severamente e privare d'ogni suo bene. La quale compassionandolo, disfece l'incanto. Ed egli, senza parlare, gli si levò davante; e, sospirando, giunse nel suo albergo. Or ritrovandosi in corte i due primi Amanti, e non vedendovi il terzo, che era solito di esservi sempre, se ne maravigliarono molto. Onde uno di loro, vedendo l'altro sospeso e cangiato di colore, sovenendosi de' suoi danni e della beffa, subito egli sospettò, che la falsa Pirinia, avezza di porre i suoi amanti in gabbia, l'havesse schernito et ingabbiato anch'egli. E non potendosi più allargare, per non essere iscoperto da lui, che andava considerando tuttavia, quando e quale fusse stato seco il suo acquisto; e tenendo per fermo, ch'egli fusse caduto nello istesso frangente, là dove era caduto lui, gli disse:—«Egli non conviene nascondersi più, poi che volli anch'io nuotare in simile pelago, nè apena io vi fui entrato, che oltre modo non mi pentissi, non facendo mai altra cosa, che pettinarmi tutta la notte, potendovi poi voi imaginare, come la passasse. In oltre, per ischernirmi maggiormente, ella mi fece pagar quattro mila scudi, che per mettergli insieme, mi bisognò impegnar tutte le gioie, ch'havevo in mio potere».—Sentendo ciò l'altro, mestissimo e turbato, rispose:—«Ed io ne ho pagato tre mila; e, quando io mi pensavo d'appressarmegli, ella mi trattò per un mantice di cucina, imponendomi, che io dovessispegnere il lume. Il che io soffiai cotanto, che quindi non mi è rimasto più fiato; quale è così poco, e sì debole, siccome ti puoi avedere alla mia languida e rauca voce. E quando io mi vidi sciolto dallo 'ncanto, affine di spaventarla, l'assalsi, pensandomi seco adempire le voglie mie. Ella alhora, affissatimi gli occhi nel viso, mi isbigottì in modo tale, che io non hebbi ardire più di toccarla; e peggio mi adivenne, che io fui, nè so da cui, percosso villanamente. E sopportato, che n'hebbi alquante, minacciandomi di peggio, io ritornai a casa, io ritornai a casa in giupparello».—Vdendo l'altro simile proposte, si puotè a gran pena rattenere dalle risa, per il gran piacere, ch'hebbe. Mentre che insieme discorrevano, sopraggiunse Terminione, dicendogli:—«Ditemi; io vi priego»—vedendogli così mesti e smarriti—«vi è egli forse adivenuto disastro od inconveniente alcuno?»—Alhora eglino sospirando, gli esposero tutto quello, che era loro succeduto, e dove, e quando. Fazio, che era il terzo amante, sopra arrivò; anch'egli pieno di dolore e malenconia. Al quale Terminione disse:—«Or tu non sai, Fazio, che il nostro Andronico è divenuto vn mantice da fucina? E Racclio si è pettinato in modo tale, che gli sono quasi caduti tutti i capelli della testa, così ambedui dileggiati da vna signora,»—dicendogli il nome,—«con la quale facevano l'amore?»—Vdendo ciò il mesto Fazio, rispose:—«Ed io pure di essa fui fatto portinaio, il cui vfficio molto mi è spiaciuto».—E così tutti tre esposero a vicenda ciò, che era loro succeduto; dicendo:—«Se tu, o Terminione, non provedi al nostro torto e grave male, ella ne spoglierà più d'un paio d'altri. Adunque non sopportare tu, che una malvagia incantatrice svaligi e rovini tutta la tua Corte».—Soggiungendo:—«Noi, in vero, malagevolmente potremmo honorare le nozze tue, trovandosi al verde ognuno di noi. Egli èbene il vero, che per noi non vi è scusa alcuna; pure ricorriamo da te, non tanto per il danaro, ch'abbiamo perduto, quanto per lo 'nganno, ch'ella n'ha fatto, al quale essendo tu giusto giudice, vi doverai provedere».—Sentendo Terminione cotesti lamenti, e compassionatigli, n'andò seco dal Re suo Padre, pregandolo caldamente per loro favore. Ond'egli incontanente fece citare la bella Pirinia innanzi di sè. La quale, non già perchè temesse di essere punita, ma per rivedere il suo ingrato Consorte, vi andò. E giunta alla presenza del Re, ornato di cotanto splendore e magnificenza, rimirò Terminione in modo tale, che gli fece più volte abbassare gli occhi e dire fra sè:—«Io non prenderei giamai in moglie altra donna, che questa».—E contemplandola, gli pareva d'haverla veduta altre volte, dicendo:—«Siasi pure egli benedetto lo strale, che mi trafigge per costei l'anima et il cuore; provando io incomparabile diletto nel rimirarla!»—benchè non si sovenisse dove o quando veduta l'havesse. Havendo vdito il Re tutto il progresso, egli sentenziò, ch'ella dovesse attendere a' suoi amanti, tutto quello, che le haveva promesso; o che restituisse loro i suoi danari e ristorasse del danno patito per lei. Ella alhora, non si perdendo per ciò punto di cuore, nè iscolorì il suo leggiadro viso, ingenocchiatasele davante, le disse:—«Serenissimo signore e giustissimo Giudice, havendo voi vdito loro ragioni, voi dovete, per equità, udire anco le mie. Questi vi hanno dipinto il Paradiso, e negato lo 'nferno; in modo che voi mi havete senza altra prova condennata a soddisfargli. Di che, certo, egli mi viene fatto gran torto; perchè io vi supplico, di rinnovare la sentenza, o sospenderla almeno, sin che io haverò detto le ragioni mie».—Convinto il Re dalle sue parole, rispose:—«Poi che voi volete opponere et arguire contra la vostra accusa, allegate quello, che più vi piace, che, come rettoGiudice, io non inchinarò quinci, nè quindi, se non là dove comporterà la giustitia».—Alhora diss'ella.—«Se alcuno, o Sacra Corona, si movesse d'Italia per torvi il vostro Regno e cotesta vostra città, e ch'egli l'assediasse, vedendo voi l'inimiche squadre, non cercareste al meglio, che poteste, al diritto et al torto, di havere preso o morto lo inimico vostro nelle mani?»—«Non solamente,»—rispose il Re,—«che se movesse un barbaro strano a farmi oltraggio, io l'anciderei, ma non meno anco il proprio fratello, per la conservatione del mio stato. Poi che quegli, ch'ha cuore d'huomo nel petto, non s'arrende giamai; ma si difende coraggiosamente sino alla morte».—«Così appunto, Sire, ho fatto io,»—diss'ella,—«per conservarmi quello, che perduto, non vi sarebbe persona alcuna nel mondo, che me la potesse mai ritornare. Poi che, perdendone la pudicitia, egli pare, che la donna si disarmi della più preciosa cosa, che le possa dare il Cielo e la natura. E che mi valerebbe mai la beltà mia, mancandole il debito ornamento, nel quale solamente consiste l'honestà? Certo, nonnulla. Però io non mi pento di havere raffrenata la temerità di questi vostri vassalli, il proponimento dei quali era, d'vsurparmi lo splendore muliebre, condennandomi in vna perpetua infamia e dishonore. Ma io non ho fatto però tanto male, come si conveniva al loro delitto; anzi io le ho posto innanzi gli occhi vn esempio tale, che se lo vederanno sempre scolpito nel core; acciocchè, quando l'appetito sensuale cercherà di trargli fuori del diritto sentiero, sovenendosi alhora del danno passato, subito vi porranno il freno. Ma volendo voi, o Sire, che io le renda la preda giustamente guadagnata da me, io non vi voglio contradire, essendo io pronta a farlo, mentre che però si trovi anco giustitia per me contra vno de' vostri; il quale m'ha ingannata, e più schernita,che non fu unque mai Ariadna da Theseo, nè Medea dal nepote di Pelleio. Primieramente, io mi trovo, per la salute sua d'haver perduto un Regno assai maggiore di tutta la Sicilia; et ho sostenuto per lui cotante fatiche, che ve ne fareste grandissima meraviglia, essendo vedute e conosciute dagli occhi vostri. Ma quello, che più m'affligge e tormenta, egli è, che le sono vscita fuori mente, mostrando di non mi havere veduta mai più. Egli mi prese in moglie; e mi giurò di non si ingerire mai, che meco, con donna alcuna. Or voi potete vedere quale fondamento egli edificasse nella sua ingannevole impresa! Imperocchè ridotto, per opra mia, a salvamento, egli mi lasciò in pegno ad un hoste con due serve, in vece di mille, che io havevo a casa mia. E, per maggior ingratitudine, l'iniquo ha preso una novella moglie, per la quale io ho sopportato e sopporto, nella solitudine mia, infinite doglie, e tormenti. Ma alcuno non speri mai felicità là dove si toglie il senso e divide la ragione. Et avenga, che il principio paia assai lieto, nondimeno il fine egli è increscevole et amaro».—«Deh, dinne»,—disse il Re—«(essendo lecito) chi sia cotesto ingrato e disleale della mia Corte, che ti prometto di farlo morire miseramente, s'egli non ti trattarà da vera moglie, e consorte».—«Pon cura, signore,»—rispose ella—«di non mi promettere cosa, la quale, per una tal morte, non te ne risultarebbe altro, che infinito duolo et affanno; poi che l'ingrato, che tu cerchi di sapere da me, egli è il tuo figliuolo Terminione».—Soggiungendo:—«Sappi, o Sire, come io sono figliuola d'Aristodemo, Re dell'Egitto, e mi chiamo Pirinia, sua vnica herede, la quale, per trarre egli fuori di pena, io non mi curai di non volgere il tergo alla mia reggia sede, seguendo l'orme sue, ripiena d'ogni speranza; il quale, in vece di cotanto beneficio, mi ha fatta venire qui in giuditio, permeretrice. E, per dimostrare ch'egli sia quello, che mi ha tradita et ingannata, pon cura diligentemente a cotesto anello, con il quale egli mi sposò, poichè io lo gittarò fra le genti.»—E, trattoselo fuori di dito, disse:—«O sommo Giove, testifica, io ti priego, con qualche evidente segno, com'egli m'accettò in moglie».—E, ciò detto, io gittò all'insuso, dicendo:—«Vanne a trovare il mio legitimo marito, non volendo io più rimanere senza di lui».—Ond'egli andò a porsi nel dito di Terminione. Atto veramente stupendo e portento maraviglioso, per il quale egli subito riconobbe la sua amata Pirinia; aprendoselo la memoria, che l'offuscò il materno incantato bacio. Il che ciò non fu picciola lode e gloria; dimostrando di non esser venuta, nè mossa a caso, ma ch'ella havesse anteveduto ogni cosa prudentemente, prima che movesse le piante dal suo palazzo. Grande egli fu veramente e mirabile il contento et allegrezza di Terminione, ancorchè il Re suo padre n'havesse infinito affanno e dispiacere, considerando non già nelle leggiadre operazioni e bei costumi della sua magnanima nuora, ma nell'altra, che di breve doveva giugnere con le sue genti a Siracusa, essendo d'uopo di ritornare in dietro schernita et ingannata delle speranze sue. Stando egli sommerso fra tanto in così grave pensiero, e quasi fuori di sè stesso, non si potendo imaginare scusa alcuna, che fusse buona per lui; sopraggiunse vn messaggieri, che, lagrimando, gli disse:—«Egli è cotanto grande, Sire, il male, che quasi io non lo posso esprimere. Curzio Pirata, figliuolo del gran Côrso, ha rubbato la bella Innia, sposa di Terminione, e cagionatoci grave cordoglio. Havendogli noi però detto, ch'egli non volesse offendere quegli, che l'haveva già diffeso et agiutato; e che si tenesse sicuro, che la vendetta horribile e crudele ne scenderebbe sopra di lui. Il quale, acceso d'ira e di sdegno, ci disse:Direte a Terminione, che nongli si conveniva havere costei per moglie; poichè, vivendo suo padre, me la promisse; però, come cosa mia, io la ho rapita».—Vdendo Terminione coteste novelle, rispose:—«Io le perdono volentieri ogni rapina, quale mi piace tanto e mi è cotanto grata, sì come egli mi havesse donata tutta la Sardigna, godendo io oltre modo, che il fatto sia succeduto in cotesto modo».—Or egli, con infinita festa et allegrezza, sposò di nuovo la bellissima Pirinia nella presenza di tutta la Corte: le cui regali, e splendidissime nozze non furono mai vedute simili sotto il sole. Per le quali i tre baroni rimasero molto attoniti e confusi. Ma, havendo ella ricuperato il suo sposo, le disse:—«Poi che lo errore vostro è stato conosciuto innanzi il Re, e che ognuno di voi ne dimostra pentimento, io vi voglio far restituire e vostri danari, e questa egli vi deve bastare».—Alhora eglino più e più volte gli chiederono humilmente perdono, confessando d'haver errato per ignoranza e fragilità; che così anco loro perdonò Terminione, cangiando i loro dispiaceri in contento infinito. Il quale, festeggiando più di un mese, tenne sempre corte bandita. Or vdito il Re Aristodemo il grido e la fama delle grandissime nozze e trionfi, impose ad vno dei suoi Baroni, che, con molto tesoro, andasse a ritrovare Terminione in Siracusa, facendogli fede, com'egli l'haveva creato Re e Signore di tutto l'Egitto; e che in nome suo gli promettesse piena indulgenza d'ogni passato errore. E ch'egli e la figliuola potessero ritornare a ripatriare senza timore alcuno, ch'egli appieno attese et osservò. Il perchè ambodui passarono poi nell'Egitto, e goderonsi insieme, et vissero per lungo tempo regalmente et allegramente.
[1]Raccolta dal prof. avv. Gherardo Nerucci, cui la dettava la Luisa Ginanni. Corrisponde, nella seconda parte, alla Novella VII della Giornata II del Pentamerone:La Palomma:—«'No Prencepe, pe' 'na jastemma datole da 'na vecchia, corze gran travaglio; lo quale sse fece cchiù peo pe' la mardezione de 'n' Orca. A la fine, pe' 'nnustria de la figlia de l'Orca, passa tutte li pericole e sse accasano 'nsiemme».—NelConto de'Conti, questa Novella è intitolatala Palomba:—«Il figlio del Re di Castromonte, essendo bestemmiato da una vecchia, passò gran travagli; i quali vennero maggiori par la maledizione di una Orca. Alla fine, per industria della figlia dell'Orca, supera tutti i pericoli, e diventano sposi».—Riporterò qui questa versione, secondo ho fatto ne'casi simili:—«Eravi una volta, nella Città di Rocca Pelosa, una vecchiarella miserabile e carica assai d'anni, che, per mantenersi, andava elemosinando. Li fu dato per carità una pignata di fagioli. La quale, andatasene a sua casa, li pose sopra di un finestrino; e, trovatosi a passare il figlio del Re, che andava alla caccia, e visto questa pignata sopra al finestrino, li venne volontà di far una scommessa con le genti di sua corte, a primo colpo frantumare la pignata. Come infatti,prese un sasso; e, buttatelo, fe la pignata mille pezzi. E venuta la vecchia nell'istesso tempo, e veduta la pignata ridotta in mille pezzi, li diede la maledizione,che si fosse innamorato della figlia di un'Orca; e che dalla socera fosse maltrattato in maniera, che sarebbe meglio per lui il morire, che vivere in così misero stato. E, se bene soglia dirsi, che le bestemmie, che da persone scelerate ci s'irrogano, il più delle volte soglionsi spargere ai venti, tuttavia colsero al Principe; tantochè in men di due ore n'esperimentò gli effetti, mentre, essendosi smarrito per quel bosco, nè sapendo dove aggirarsi, vide per casualità una donna così leggiadra e bella, nominata Filadoro, che, in mirarla solamente, restò talmente sorpreso dalla sua bellezza, che, divenuto estatico per qualche tempo, non sapeva comprendere ancora, s'era umana cosa, o divina. Indi, venuto in sè e fattosi animo, procurava con le più espressive parole amorose divisare gli affetti del suo cuore verso di lei e di esprimere la vittoria, ch'ella, in quella guerra di amore, aveva ottenuta sopra di sè. A quali parole corrispondendo Filadoro con altrettanta cordialità d'affetto, quanto era vaga, poteva dirsi, e con ragione, essersi tra di loro scambievolmente invaghiti. Ma, perchè le contentezze del mondo sono per lo più asperse dall'assenzio di qualche disavventura, accadde, che nel tempo tra di loro parlavano, fu sopraggiunto Ricciardetto dalla madre di Filadoro (ch'era una bruttissima Orca) e Ricciardetto subito tirò fuori la spada per ucciderla. Quale dalla medesima fu incantato, e condotto alla sua casa, ove disse l'Orca:attendi a lavorare come un cane, altrimenti sarai ucciso come un porco; facendoli assaggiare i più spaventevoli strazj, che avrebbero atterrito ogni magnanimo cuore. Onde l'Orca impose a Ricciardetto,che per la sera l'avesse fatto ritrovare sei canne di legna spaccate; e per ciascun legno ne facesse quattro pezzi. Conla promessa, che, se le dette legna non l'avrebbe trovate tutte spaccate, avrebbe fatto lui in pezzi come si fa un piccatiglio. A cotali parole, Ricciardetto si prese tanto timore, in sentir darsi quest'ordine dall'Orca, che restò estatico. Ma Filadoro fu subito a ristorarlo, e dissegli:Non dubitare, perchè io son fatata; e, per questa sera, farò trovare le legna spaccate a mia madre.E venuta la sera, l'Orca si portò in sua casa; ed andato a vedere, se Ricciardetto avea spaccate le legna, le ritrovò tutte spaccate, secondo l'aveva ordinato. Onde l'Orca pigliò in sospetto la figlia, e volle far un'altra pruova. Disse di nuovo a Ricciardetto,che, per la ventura sera, l'avesse fatto ritrovare spazzata una cisterna, che teneva mille botti d'acqua; e, se faceva il contrario, l'avrebbe ucciso, facendosene quattro bocconi. Filadoro, vedendo il suo caro amante star assai afflitto, li fe animo, e dissegli:Sta di buon cuore ed allegramente, perchè già è passato il tempo, che stava impedita la mia fatazione, ed io voglio venirmene teco, o viva o morta.Ricciardetto, sentendo questa nuova, cominciò con tanti gestri amorosi a farli carezzi, fin tanto che Filadoro fè un buco per sotto d'un giardino, che ivi era un condotto; e se n'uscirono fuori della strada, caminando frettolosamente verso la casa del padre di Ricciardetto. Ed arrivati ad un'osteria, poco lontano dalla casa del Padre, disse a Filadoro,che si fosse ivi trattenuta, che andava a sua casa a prendere cavalli, carrozze e servitori. Filadoro, restando a quell'osteria, e Ricciardetto, già incamminatosi verso la casa paterna ed arrivato, cominciò a salire le scale, la sua madre subito li fu addosso abbracciandolo; e, baciandolo, li fè molte carezze. Ma, per la bestemmia, ch'avea avuta dall'Orca, subito l'uscì di cervello Filadoro. Onde la madre di Ricciardetto l'esortava,che non fusse più andato allacaccia, e che si fusse accasato. Ricciardetto subito disse di sì. E la madre l'accasò con una gran signora, ch'era di Fiandra. Ora, facendo gran festa, ed avendo fatto un gran convito di gente, bisognavano de' cuochi; e, sparso per tutto quello Reame sì gran festino, venne all'orecchio di Filadoro. La quale, vestitasi da uomo, s'incamminò verso il palazzo reale; ed ivi, pregato i cuochi di cucina, la presero per guattero; e, postosi le tavole reali, tutti li signori e dame si posero a desinare. E Filadoro, avendo fatto di sua propria mano un grandissimo pastone, lo scalco, cominciato a tagliarlo, ne uscì una palomba così bella, che li signori e dame convitati restarono a mirare questa bellissima cosa. La quale con voce pietosa li disse:Avete desinato cervello di gatta, o Principe, che vi siete scordato dell'affezione di Filadoro? Oh sconoscente, così paghi li beneficj, che ti sono stati fatti, per averti levato dalle granfi dell'Orca, con averti dato la vita, e questa mercè le dai!E, dette queste ed altre parole, sparì fuori della finestra, che se la prese il vento. Il Principe, inteso questa doglianza, volle sapere da dove era venuto questo pastone; ed inteso dallo scalco, che l'avea lavorato un guattero di cucina, preso questo per bisogno, il Principe se lo fè venire in sua presenza. E, buttatosi a' suoi piedi piangendo gli dicea:Che ti ho fatto io?Il Principe, per la vaga bellezza di Filadoro, e per virtù della fatagione, che avea, si ricordò dell'obbligazione, che l'avea; e subito la fece alzare e sedere appresso di esso, raccontando a sua madre l'obbligo grande, che le dovea a cotesta bella giovane, e quanto avea adoperato per esso, e per la parola datagli, che era di necessario d'attendercela. La madre gli disse:Figliuol mio, fa quello, che a te piace, purchè sia onorata e la volontà di questa Signorella, che ti hai presa per moglie.Rispose la zita:Io vi dico il vero, che stavadi mala volontà in questa città, ma voglio ritornarmene in casa di mio padre. Dove, inteso questo, il Principe gli offerse vascelli e servitù per farli compagnia. E subito fè vestire Filadoro con vesti reali, e si cominciorno i festini. E in un subito s'intese un gran rumore per le scale, salendo un brutto mascarone in mezzo della sala, quale disse di esser l'ombra della vecchia, che Ricciardetto l'avea fracassata la pignata, che per la fame era morta, e dissegli:Io ti biastemai, che fossi inciampato nelle mani di un'Orca: di già furno esaudite le mie preghiere, e, per la forza di quella bellissima fata, ne scampasti. E di più ti diede la maledizione l'Orca, che allo primo bacio ti fussi scordato di Filadoro; dove ti baciò tua madre, e Filadoro ti passò dalla mente. Ed adesso ti ritorno a maledire, che sempre ti possa ritrovare i fagioli d'avanti, che mi buttasti, e si faccia vero il proverbio, che chi semina fagioli le nascono corna.E detto, ch'ebbe questo, subito sparì. La Fata, che vidde il Principe impallidito, le diede animo; e con festa lo portò al letto; per confirmare lo istromento della nuova fede datoli, vi fece firmare due testimonj; e, per li travagli passati, furono più saporiti li gusti presenti».—Cf.Gonzenbach(Op. cit.) XIV.Von der schönen Nzentola; e LIV.Fon Autumunti und Paccaredda.In fondo, questo conto è tutt'una cosa conRosella, Trattenimento IX della Giornata III del Pentamerone.—«Lo Gran Turco, pe' farese 'no vagno de sango de Signore, fa pigliare 'no Prencepe. La figlia sse ne 'nnamora e sse ne fujeno. La mamma l'arriva e le so' tagliate le mano da lo Prencepe. Lo Gran Turco ne more de crepantiglia. Ma, 'jastemmata la figlia da la mamma, lo Prencepe sse ne scorda. Ma, dapò varie astuzie fatta da essa, torna a mammoria de lo marito, e se gaudeno contiente».—NelConto dei Conti, si legge come segue:—«Il Gran Turco leproso,per quanto s'adoperasse, non poteva trovar rimedio al suo male. Fu consigliato da' Medici, che si facesse un bagno di sangue ottimo, come quello d'un Principe. Ansioso il Gran Turco d'esser guarito, subito spiccò varj corsari per mare, acciò facessero preda di qualche gran Cavaliere d'alto sangue. Ora li corsari, costeggiando le parti di Fortechiaro, incontrarono un battello, dentro al quale andava Paulino, figlio del Re di quel paese, divertendosi; e presolo, subito lo portarono in Costantinopoli. Li medici, quali avevano consigliato tal bagno, più tosto per dar tempo all'Imperatore, che per altro, senza frapporvi tempo, dissero,che il sangue del Principe reale non era buono, a causa che stava malinconico, per essere stato fatto schiavo, ma che era spediente farlo stare alcuni mesi allegro e piacevole. Il Gran Turco l'assegnò un appartamento, al quale era contiguo un giardino delizioso; e, per farlo stare d'animo sollevato, disse alla sua figlia Rosella, che avesse fatta compagnia al Principe, perchè ce lo voleva dare per marito. Subito che Rosella vidde la fattezza del Principe, se ne invaghì; ed il Principe scambievolmente di lei. Per la qual cosa, avendo gli amanti mezzo udito il segreto, pensarono di fuggire. Come in fatti, postisi sopra una filuca, principiarono a navigare in verso Fortechiaro. Il Gran Turco ogni giorno andava nel giardino, per veder come stava il Principe. Non trovandolo e vedendo, che la figlia parimenti era fuggita, svegliò la madre; e la fè andare nel giardino. Quando non vidde sua figlia e nemmeno il Principe, disse al Re:Lascia fare a me, che adesso io li accorto il cammino.E subito si partì verso la marina; e, buttata una fronde di lauro in mare, fe nascere una filuca sottile con molti marinari, che vi erano sopra; onde di tutta fretta si posero a navigare per giungere al Principe e sua figlia. Ma ella, vedendo venire lamadre, che era vicina alla loro barca, disse al Principe:Tira mano questa tua spada, e siedi a questa poppa di barca; e, come sentirai rumori di catene e di crocchi, per incatenare questa nostra barca, con questa tua spada darai tanti colpi a chi ci perseguita, altrimenti sarem perduti.Il Principe, perchè aveva cara la sua vita, stiede sempre vegliante; e, quando la barca s'accostò verso di loro, e viddero gettate le catene in mare dalla Gran-Turchessa, il Principe con la sua spada li diede tanti colpi, che li tagliò le mani. Quale, gridando ad alta voce, bestemmiò la figlia, con dirgli:Il primo piede, che il Principe poneva nella sua terra, si fosse dimenticato della figlia.E, ritornata la Gran Turchessa in Barberia, se n'andò in presenza del Gran Turco con le mani tagliate, che scaturivan sangue in abbondanza; e li disse:Ecco, marito mio, che, nella mensa della fortuna, abbiamo giocato assieme, tu la sanità ed io la vita; e, finito di dir queste parole, se ne morì la Gran Turchessa. Arrivato Paolino alla propria città, disse a Rosella,che si fusse trattenuta per poco, acciò egli prima fosse andato a baciar le mani agli genitori. Non così presto pose Paolino il piede a terra, che, vedute le bellezze paterne e gli agi lasciati, si scordò della sua amante. Fattosi tardi, stimò Rosella espediente calare a terra. Si pose in cammino verso la città, ove si locò un palazzo dirimpetto al Re, sperando, che affacciatosi qualche volta Paolino, fosseli venuto in mente l'antico amore. Appena fu veduta alle finestre Rosella, che una quantità di cavalieri invaghitisi di lei, principiarono con mille maniere e vezzi a tentar, se la potevano far condiscendere alle di loro voglie. Procurò la giovane non isdegnarsi la Nobiltà, la quale potevale fare arrivare al suo desiderato fine; ma li tratteneva con varie e sempre dubbie parole. All'ultimo, secretamente si accordò conun Cavaliere, che le dasse mille scudi ed un abito di gala, e che fosse venuto la notte, che l'avrebbe contentato. Onde il Cavaliere, compratoli un bell'abito, tutto con schiuma d'oro, e portatoli mille scudi, andiede da Rosella; e la trovò coricata nel letto, che pareva una Venere in mezzo un campo di fiori. La quale disse al Cavaliere,che non si fosse coricato, se prima non avesse chiusa la porta. E, parendo ad esso di esser cosa di nulla, andò e chiuse la porta, e la porta si riaprì; e lui tornò a chiuderla e la porta nuovamente ad aprirsi. Tutta la notte se ne passò in questo spassatempo, senz'aver adoperato cosa alcuna. Onde, fatto giorno, chiamandolo poltrone ed altre ingiurie, il Cavaliere fu costretto andarsene. La seconda sera appuntò con un altro Cavaliere, domandandoli mille altri scudi ed un vestito ricamato. Subito il Cavaliere le fe fare il vestito; e, portatolo assieme con i mille scudi, si portò in casa di Rosella, quale (trovandola coricata) li disse:Smorza quel lume.Ed il Cavaliere, levandosi il cappello e la spada, cominciò a soffiare verso quel lume. Ma egli quanto più soffiava, più s'accendeva quella luce; dove tutta la notte non fè altro, che soffiare il lume; e non potè mai smorzarlo. Onde, fatto giorno, si partì vergognosamente. E venuto un altro gran Signore, e fatto appuntamento con Rosella, accordandosi con mille scudi ed una sontuosa veste, subito si portò in casa. Dove Rosella disse:Non volersi coricare, se prima non si fosse pettinato il capo. Rispose il Cavaliere:Lasciatelo fare a me.Onde Rosella si sedè ad una sedia, ed il Cavaliere ad un'altra. E, postosi il capo di Rosella nel seno, col pettine alle mani, cominciò a pettinar la testa di Rosella. E, quanto più pettinava, i capelli di Rosella più s'imbrogliavano, onde tutta la notte se la passò con questo passatempo, che non potè mai accomodarle la testa. Fattosi giorno, convenne al Cavaliereandarsene. E, portatosi nell'anticamera del Re, cominciò a discorrere con altri suoi pari, raccontando ciò, che li era successo. Rispose il secondo:Sta cheto, che se Africa piange, Italia non ride; e pianto comune è mezzo gaudio. Rispose il terzo:Vedete, che tutti tre siam macchiati di un'istessa pece, e ci possiam dar la mano senz'invidia; non stà di bene di esser corrivi, ma facciamonela pentire.Così si unirono tutti e tre; e andarono dal Re a raccontargli il fatto. Li Cavalieri, accorgendosi dell'inganno, non volendo restar burlati e delusi, la fecero chiamare dal Re, cercandole le loro gioje, abiti e denari; dicendo:Che ce l'aveano dato in prestito. La giovane, senza punto perdersi d'animo, andò dal Re, cui disse:Sire, non in altra maniera si poteva mantenere una Real Donzella, come io sono, fuori della paterna casa. Io son figlia del Gran Signore; e mi trovo in questa città, per aver liberato dalla morte il vostro Paulino, e per avermi egli dato la fede di sposo. Adesso corrono più mesi, che arrivati siamo colla filuca; e, sbarcato in questa Regia. Ed io più non lo viddi. Nè aveva gran somma di argento da potermi mantenere secondo lo stato de' miei natali. Li Cavalieri, quali mi querelano, mi diedero quelle somme, che cercano, ma per fine impudico e disonesto. La mia necessità mi sforzò a prendere il danaro; ma non per questo dovere degenerare dall'esser mio, con acconsentire al loro dissoluto appetito. Questo è, Sire, lo stato mio; fate ora di me quel, che vi piace.Restò a tale avvento attonito il Re; e, chiamato il figlio, si fece confirmare quanto per suo affetto operato aveva la generosa donzella. Si risvegliò allora la memoria del passato affetto di Paulino. Cercando perdono a Rosella dell'involontario oltraggio, allora, col consenso del Re, le diedel'anello, e la condusse per la mano nel suo appartamento da Consorte».—Cf.Gonzenbach. (Op. cit.) LV. Geschichte von Feledico und Epomata. Tra le Ducento Novelle del Signor Celio Malespini, nelle quali si raccontano diversi amorosi avvenimenti, così lieti come mesti et stravaganti ecc. ecc. (In Venezia, MDCIX, al segno dell'Italia) ve ne ha una, che, essendo perfettamente identica, merita d'esser quì riprodotta. S'intitola:Matrimonio di Filenia, figliuola del Re d'Egitto. Ma dee leggersiPirinia, come vien sempre chiamata nel corpo del Racconto.
Matrimonio di Filenia, Figliuola del Re d'Egitto.
Fu già nell'Egitto un Re, chiamato Aristodemo, il quale oltremodo tiranneggiava tutto quel Regno; il che compassionando il giusto Dio cotanti mali, lo fece divenire leproso. E, facendo egli la sua principale residenza nella città di Menfi, teneva (male suo grado) per tale infirmità, basse l'ali. Onde, per non rimaner sepolto continovamente in cotanta miseria e calamità, fece chiamare a sè tutti i medici del suo Regno, dicendogli:—«Procurate il modo e la via, perchè ricuperi la mia perduta salute, che io ve ne renderò buon guiderdone, e non poca mercede delle fatiche vostre; ma avenendo, che ne segua il contrario, io vi giuro per la mia Corona, di farvi morire tutti miseramente, senza havervi al mondo un minimo rispetto, cotanto voi mi sarete in odio e disprezzo».—Udito coteste parole da uno di loro, quale era riputato più dotto e savio de gli altri, rispose:—«Se la vostra infermità, o Sacra Corona, ella fusse curabile, l'arte nostra vi sarebbe giovevole e buona. Ma essendo ella una egritudine molto difficile et inscrutabile da risanare, che appena il figliuolo di Latona ardirebbe di prenderne la cura, imaginatevi se noi hora ne temiamo».—Al quale il Re rispose:—«Che mi deggio hormai far de' fatti vostri, essendol'arte vostra manchevole nelle parti più necessarie? Ella è adunque propriamente un aggiungere l'acqua al sale. Con tutto ciò, io vi assegno termine di tre giorni, per cercare e trovar rimedio tale, acciocchè io mi riveggia nel mio pristino stato, se però voi non vorrete morire tutti di morte acerba e crudele. E per ciò fare, io voglio, che rimanghiate tutti nel mio palazzo; e che in questi tre giorni stieno chiuse tutte le porte, acciocchè potiate vedere meglio e considerare la mia infirmità».—Sentendo ciò i poveri medici, io il vi sò dire, che l'hebbero bella, e che filarono filo sottile. Nulladimeno, fattosi avanti un intrepido vecchio, che era dietro a tutti gli altri, gli disse:—«A volervi in somma, Sacra Corona, guarire, io conchiudo, che al vostro dispietato male, non si trovi, se non un rimedio solo; che è, che volendovi risanare, egli conviene, che voi habbiate un delicato giovanetto, nato di sangue illustre; quale fattolo svenare, vi facciate bagnar sovente il corpo con il sangue suo, e tutte le altre parti offese. Et avenga che il rimedio sia crudele et inhumano, non resterà però, ch'egli non vi possa risanare».—«Io non mi curo»,—disse il Re—«di cotesta crudeltà, pur che io ne rimanga guarito: non ripugnando legge alcuna là dove si vede la necessità, essendo quella, che annulla e rompe ogni Decreto. In oltre la primiera carità incomincia da sè stesso».—E dette queste parole, egli mandò a chiamare alcuni Pirati, suoi fedeli schiavi, dicendogli:—«Amici, che nel bisogno siete perfettamente stati lontani da gli adulatori, hora io vederò, quale di voi mi ami».—Poscia loro narrò la sua calamità e tutto quello, che si doveva esequire in cotanto bisogno. Sentendo eglino il desiderio suo, risponderono con larghe e pronte parole:—«Se la salute vostra, o Sire, ella consiste in cotesto, rendetevi sicuro, che ben tosto voi rimanerete ubidito, e servito da noi».—E detto ciò, si aviarono incontanente verso il mare; e, con otto legni spalmati e provveduti benissimo di tutte le cose necessarie, si divisero in quattro parti, navigando per diverse regioni. Il più pratico e perito del mare, havendo buone ciurme e soldati, egli prese il camino verso la Sicilia. E, costeggiando d'intorno l'Isola di Malta, si avenne in un figliuolo del Re Terminione, bello et accostumato fuori di modo, accompagnato da molte Dame e Cavaglieri, quale se n'andava sopra di una fusta a diporto per il mare. Ma quegli, che considera i piaceri humani, vi trovarà sempre mescolato dentro qualche amaritudine, che gli amareggia, però non sono veri; e, quanto più si prendono dall'huomo prontamente, tanto più lo trabbocca, e spinge in parte malvagia e tenebrosa, che così adivenne al giovanotto, che (come io ho detto) se n'andava sollazzando per la marina. Il che la fusta fu in modo intorniata e stretta dal crudel Pirata, che non puotè mai trovar riparo, nè difesa alcuna, che le giovasse, che finalmente non restasse presa, rimanendo egli prigione con tutti i suoi. Credendo l'addolorato padre, ch'egli fusse andato a Malta, l'attese più e più giorni. Tra tanto, il lieto Corsale se ne ritornò con vento propizio verso il Levante; e, giunto in Alessandria, libero da ogni periglio, vendè tutti i prigioni ad un Ammiraglio suo amico, salvo che Lirinio, che così si chiamava il giovanetto; quale lasciò sotto buona custodia sin tanto, ch'egli ritornò in Menfi, che l'appresentò poi al Re, che l'hebbe molto caro; e gli fece donare tant'oro et argento, ch'egli non si vide mai più povero, potendo lasciar da canto il corseggiare. Or il lieto Re, fatto chiamar a sè i Medici, loro impose, che hoggimai gli dovessero apprestare il bagno, prima che il male (non lo potendo più sopportare) ne prendesse maggior radici. Al quale il Medico, che gli parlò prima del rimedio, rispose:Come non bisognava correre così frettolosamente, importando piùil danno, che la vergogna, poi che il sangue del giovanetto, per il timore sofferuto, era molto corrotto, vedendosi far prigione nel proprio paese, et ivi condurre: però il bagno non gli farebbe operazione alcuna, anzi potrebbe danneggiarlo molto. In oltre, la stagione era contraria all'impresa. Però, che si dovesse attendere la Primavera. E che fra tanto si dovesse trattenere il giovanetto in dolce conversazione, nè lasciarlo patire di cosa alcuna, facendogli ogni favore e cortesie, dandogli servitori, armi, cavalli, falconi, sparavieri, cani, et ogni altro simile diletto e trattenimento. Et anco infingere di volerlo maritare nella sua figliuola; poi che così lieta speranza lo farebbe star allegro e consolato, sì come si fusse propriamente nella patria sua. Avertendo sopra tutte le cose, che non gli venisse mai all'orecchio il suo fine doloroso: poi che qualunque diletto, che egli godesse, per tale raccordazione, lo tenirebbe sempre in continue amare lagrime e sospiri; di modo, che l'opera rimarrebbe impedita et infruttuosa.Convinto il Re dalle tante vere et apparenti ragioni, si fece condurre innanzi il giovanetto; e, con lusinghe e belle parole, favellò seco buona pezza, dicendogli:—«Non pensate già, che io vi voglia tenere come gli altri miei schiavi; havendovi io eletto per unico herede del mio regno, se il tempo però, si come spero, mel concederà, poi che la fama, che io ho havuta di voi, m'indusse a farne così bella e dolce rapina.»—Soggiungendo:—«Sappiate, come io ho solo al mondo una figliuola, molto bella e gentile, la quale può stare perfettamente ad ogni parangone nelle sette arti liberali e così anco in qualunque altra scienza e dottrina, chiamata Perinia, con la quale io vi voglio maritare, per lasciare al mondo, dopo di me, qualche rampollo».—E, per darle di ciò più maggiore speranza, la mandò a chiamare. La quale,accompagnata dalla Regina sua madre, comparve. All'apparire di così suprema bellezza, il giovanetto pose in oblio ogn'altra pena et affanno, rallegrandosi grandemente fra sè, dicendo:—«Or se costei risplende tanto in questa terrena vita mortale, che fie mai poi il contemplare l'anima sua nel cielo? Sia pure egli benedetto l'anno, il mese, il giorno e l'hora, nella quale io fui legato e preso, ed ella, che cotanto m'infiamma et accende, inducendomi in così dolce fuoco! Benedetto sia il paese e l'albergo, dove io son giunto; e fiamma così dolce e soave, quale senza offendermi punto, m' arde e distrugge per lei, anzi mi raviva e raccende tutto d' vn puro et vero amore. O soavissima feruta, che io sento e patisco per lei! O felice catena, nella quale mi ha Amore involto e legato! Non mi sciolgere già, o fortuna, da così mia dolce e soave servitù! Non pianger più, mio Genitore, rasciugati gli occhi e le guance, poichè le tue lagrime sono perdute et infruttuose: ma goditi in pace il tuo bello e lieto paese Siciliano; poi che io mi trovo lietissimo in cotesto mio stato».—Non meno di lui, la bellissima Perinia rimase accesa del bel giovanetto, piacendole molto il suo leggiadro sembiante e dolci maniere. La quale, havendo già vdito dalla madre l'iniqua volontà del Re suo Padre, rimase per buona pezza molto sospesa; considerando, come potesse raffrenare la crudeltà paterna. Mentre che il bel giovanetto dimorò dalla fine d'ottobre sino nel principio d' Aprile nella città di Menfi con il petto pieno d' amorose saette, le quali l'havevan reso così sicuro: poi che l' innamorata Perinia le faceva parere con la sua vaga e dolce vista, lo 'nferno, il Paradiso. Il perchè, in molte giostre e tornei, fatti per amor suo, egli rapportava sempre da quelli la gloria e l' honore, per il quale s' augumentava vie più maggior fuoco nella giovanetta. Giunto il tempo di sacrificarlo, per meglio nascondere ilRe la sua morte, lo mandò con la Regina e Pirinia ad vn suo Castello fuori della Città, chiamato Monteflorido, nel quale nell'estate vi faceva la residenza, con promissione, che tantosto vi sarebbe anch'egli venuto, parendogli essere hoggimai il tempo d'accompagnarlo. Onde il lieto giovane vi andò volentieri. Ma ella, che sapeva il fine crudele e doloroso, che il Padre gli haveva preparato, pianse fra sè grandemente; parendole, che cotesta fusse grandissima crudeltà, che per conservare vn huomo vecchio, si dovesse così bello giovanetto annichilare et estinguere. Or giunti nel Castello, ella terminò di voler porre l'honore e la vita per la sua salute; onde, trattolo a parte, le scoperse la trama del padre crudele, e che per risanarsi voleva fare un bagno del suo sangue, soggiungendo:—«Io ve l'haverei già detto più mesi innanzi, ma, per non cagionarvi cotanto dolore, con grandissima fatica, me ne sono sin hora rattenuta. Ma trovandoci noi hora in cotesto luogo, dove è il fiume Nilo, io ho provveduto e proveggo tuttavia, per l'infinito amore, che io vi porto, per il vostro scampo e per la nostra salute. Ma avertite di non far poi sì, come fece Theseo verso di colei, che lo trasse di prigione; non movendomi io per fine alcuno cattivo, ma solamente per pura pietà e compassione, che io ho di voi; non credendo io mai, che il Cielo mi danni o riprenda di cotesto: poichè, come si dice,Vn pietoso vfficio è atto e bastante a placare i Dei nel Cielo.Ma io voglio però, che voi mi prendiate in moglie, promettendomi con vera e pura fede, di non spiccarne mai da me frutto, nè fiore, fin che non habbiate fermo il piede là, dove (credendovi morto) vostro padre sospira e piange».—Sentendo il giovanetto così dolorose novelle, rimase in così fatto modo attonito e confuso, ch'egli perdè la favella, e dimorò per buon spatio di tempo pensoso et addolorato. Di che l'innamorata Pirinia vedendolo instato tale, le disse:—«Aimè, chi v'impedisce mai la lingua, e la voce, che voi non mi potiate rispondere? dove è egli mai il vostro solito ardire; e le vsate forze vostre? Come è egli mai possibile, che voi non mi favelliate?»—Alle cui dolci et humane proposte, innalzando gli occhi ne' suoi, così gli rispose:—«Il colore, l'ardire e le forze, anima mia, et anco quasi lo 'ntelletto, per il grave duolo, che io ho sentito nell'animo, non vi è mancato poco, che non mi sia morto il core nel petto. Il che ciò sarebbe seguito, se non fussero state le vostre dolcissime parole, le quali m'hanno fatto risuscitare da morte a vita. Perlochè io vi priego, di non temere giamai, che io vi tradisca et abbandoni; accettandovi per mia dilettissima e carissima sposa. E di ciò io chiamo in testimonio gli Dei, i quali co' suoi tremendi fulmini m'ancidino, se io sarò giamai ripugnante ad ogni minimo vostro volere».—E, ciò detto, gli pose l'annello in dito. Conchiuso fra loro il matrimonio, ella le diede vn pezzo d'Elitropia, dicendoli:—«Sappiate, Signore, che cotesta nasce nell'Ethiopia, la cui virtù rende invisibile quello, che la tiene addosso. Però gite voi per questo giardino alle sponde del Nilo, et ivi attendetemi, sin che io ritorni da voi. E perchè vederete venire gente in vna barchetta giuso alla seconda per il fiume, ditegli che si fermino, che subito vi ubidiranno; e non vi partite mai da loro, fin che voi non mi veggiate ritornata, che io non tarderò molto».—Ond'egli si aviò incontanente verso il fiume accennatogli. Ed ella se n'andò in camera; et vedendo dormire profondamente la Regina sua madre, appressatasele, le pose nella veste vn certo breve, composto a guisa di raggi solari, la cui virtù augumentava il sonno in modo tale, che il dormiente non si poteva mai risvegliare, sin che lo tenesse addosso. Ciò fatto, havendo anch'ella dell'Elitropia, che la custodiva dall'esser vedutadalle cameriere, aperto ch'ebbe un coffano pieno di gemme preciose, d'esse ne prese a sufficienza. E se n'andò poi frettolosamente verso il Nilo, là dove era il suo sposo nella barchetta; et entratovi dentro, spiegarono i marinai subito le vele; et, volando a guisa di pennato strale, n'andarono giuso alla seconda per il fiume. Di che il lieto Terminione, cangiato viso e maniere, gli disse:—«Dove è mai egli, Pirinia mia, il Castello, che non guari dianzi ci era a fronte? O quanto noi l'abbiamo perduto di vista!»—Di che ella, ridendo, rispose:—«Non cercate voi di sapere altro per adesso, poichè, volendo io, e che mi bisogna, io sò far di molte cose, che l'istesso saperebbe far anco mia madre, se io non l'avessi sommersa nel sonno, parendo morta veramente. Sì che voi potete vedere quanto egli sia grande l'amore, che io vi porto, e quanto che possono l'onnipotenti forze d'Amore».—L'addormentata Regina, trovata a dormire dalle sue Camariere, havendola tollerata per lungo spatio di tempo, incominciarono molto a temere di lei. Onde più e più fiate la chiamarono e scossero, senza poterla mai far risvegliare; di che non poco se ne isbigottirono. Et incontanente mandarono due donzelle a chiamar Pirinia. Le quali, chiamandola per il giardino, là dove l'havevano lasciata, e chiedendo di lei a tutti quelli del palagio, i quali dicevano,non haverla veduta, cagionò loro un grandissimo pianto. E mentre che, piangendo, la cercavano tuttavia, vennero i Medici del Re; et, vedendo piangere ogn'vno, dimandarono quale si fusse di ciò la cagione. A' quali le povere donzelle dissono:—«Noi non piangemo senza cagione, non trovandosi Pirinia. Nè sappiamo, dove ella sia andata. E la Regina è tramortita, che non può favellare».—Sentendo ciò i Medici, andarono subito là dove era l'addormentata Regina; et imposero alle Camariere, che la spogliassero. Le quali non così tosto l'hebbero levata la prima veste, che il breve perdè ogni suaforza et vigore. La quale risvegliata, si avvide, benissimo all'insolito dormire, che Pirinia, sua figliuola, l'haveva ingannata e tradita. Il perchè il grandissimo duolo e furore più e più volte ella si morse le mani; e, crollando la testa, girò tanto gli occhi, che finalmente ella trovò il breve nella veste. E conosciutolo, sì come Maga dotta et esperta, s'avidde subito per le sue arti, che la bella e gentile Pirinia era già lontana più di dieci leghe, navigando per il grandissimo e corrente fiume; e che il Cielo era propitio al loro viaggio, e che era meglio il lasciarla gire in pace, che impedirla. Nulla di meno se ne sdegnò fuori di modo, che, essendole figliuola, et vscita dal suo ventre, per liberar dalla morte vn huomo non conosciuto, l'havesse tradita et abbandonata; rimproverandosi, dicendo:—«Io ho voluta far costei più di me dotta e perita nell'arte magica, acciochè ogn'vno dicesse apertamente, che io havessi vna figliuola, la quale non havesse prodotta giamai la natura vna simile. Ecco hor il bel guiderdone, ch'ella mi ha reso!»—Finalmente, vinta dal dolore e dallo sdegno, incontanente ella fece apparire vna barchetta simile a quella di Pirinia; e le andò dietro così velocemente, sì come gisse mai falcone dibattendo l'ali, assediato et vinto dalla fame, sì come fece ella seguendo la figliuola: poi che in meno di vn'hora fece più d'ottanta miglia. Ispaventati i Medici del caso, si risolsero di sgombrare il paese, dicendo:—«Se noi siamo ritrovati dal Re, tutte l'offese caderanno sopra le nostre spalle: essendo cosa pessima l'havere da far co' disperati».—E così, tutti d'accordo se ne girono in Damasco a salvamento. Presentita la saggia Pirinia il furore, e la vicinità della madre, l'avisò subito al suo sposo, immonendolo di quanto egli dovesse fare, essendosi ella mossa con grandissima comitiva di spiriti per vendicarsi di loro. Soggiungendo:—«Se l'vsato cuore et ardire regnerà in voi, noi se n'andaremo (male gradosuo) vittoriosi et salvi. Prendete dunque l'Elitropia, che io vi diedi; la quale, mentre che voi l'haverete adosso, non vi potrà mai veder humana vista».—E, formato poi un circolo, le disse:—«Per qualunque horribile e spaventosa cosa, che vi apparirà o veggiate, non vscite mai fuori di esso, tenendo sempre in mano la vostra spada, non temendo punto; poi che mia madre non potrà vedere se non il corpo della barchetta: ma conoscerà però, per il grandissimo suo sapere, se sì o no, noi vi siamo dentro, e si sforzerà di primo affronto di legare la sua barchetta insieme con la nostra. Il che, se ciò le succedesse, sì come ella desidera, ne rimarrebbe vana et infruttuosa ogni difesa nostra. Però sarà il vostro dovere e carico a tenerla lontana con la spada da noi. E non vi caglia, se gliene aviene danno alcuno, mentre che noi rimanghiamo vincitori».—Allhora videro incontanente venire la Regina con grandissimo rumore e fracasso di venti e procelle, che altre simili non videro giamai nel mondo. Con tutto ciò, l'ardito e coraggioso Terminione, attento sempre e pronto nelle difese, non paventò nulla, nè declinò da gli ordini impostigli dalla saggia Pirinia; attendendola coraggiosamente, a guisa di ferocissimo leone, che attende, che il cerbio giunga al varco. Haveva già l'adirata Regina vnite insieme le due barchette, volendole legare con una catena di ferro nelle parti estreme, che ciò veduto dal non paventato Terminione, gridando gli disse:—«Tu procuri di fare quello, che non ti succederà!»—e con la spada d'vn rovescio le tagliò ambo le mani. Quando la furibunda Regina vide multiplicato il grave danno, priva d'ogni speranza e carica di dolore, l'incominciò a maladire, dicendole:—«Io ti condanno, traditore, che quando tu sarai giunto nella tua patria, la prima volta, che sarai baciato, ti scordi in tutto e per tutto di costei».—E, dopo lo congiuro, colma di cordoglioe di spasimo, fuggendo, rivolse subito la barchetta verso di Monteflorido (stridendo fortemente, poichè l'ingorda Parca se l'appressava già per darle l'vltimo crollo). Dalla quale vscita fuori, ella vi giunse appunto il Re suo marito, che era entrato nel giardino. Al quale con brevità di parole il tutto le fece palese, dicendole:—«Tu speravi già di bagnar il corpo tuo brutto e lacerato nell'altrui sangue; ma colui, che volesti far esangue, egli si è condotto con Pirinia in così fatto modo, che perisco e moro, rimanendo tu senza moglie e senza figliuola, ripieno di acerbissime doglie».—E, detto queste parole, ella pose il fine al corso della vita sua, cadendo ai piedi del mesto et addolorato marito, che non gli puotè dar soccorso alcuno, essendogli vscito da' monchi tutto il sangue dalle vene, del quale ella era tutta lorda e bagnata. Per la qual cosa il povero e dolente Re, veduto il strano fine della 'nfelice Regina, rimase buona pezza isbigottito, senza muoversi punto. E, ritornato in sè, disse:—«Niuna altra cosa non mi ha fatto danno, se non che io volli prestare troppo fede a' Medici, i quali, sì come io veggo apertamente, m'hanno tradito, essendosi fuggiti; ma faccino pure quanto si vogliano, che io porrò loro cotante reti e lacci, benchè sieno salvati in altre parti, che non potranno fuggire dalle mani mie».—Seguirono i duo lieti amanti il loro viaggio con allegrezza infinita, a guisa di quelli, che, vsciti fuori della catena, ricuperano la loro perduta libertà, quali, havendo salvata la vita, non si sovengono più di pena alcuna. E navigaron tanto, che finalmente giunsero nel porto di Trapani, nel quale isconosciuti, vi rimasero alcuni giorni, infingendo d'essere mercatanti fuggiti dalla fortuna del mare. Poscia il lieto Terminione gli disse:—«Il stare nostro così egli è un perdere il tempo. Però io ho deliberato di lasciarvi qui con vna o due serve, sin tanto, che io vadia in Siragusa, là dove dimora mio padre,quale non sa anco nuova alcuna di me. Et indi poi con la commitiva di Dame e Cavaglieri, che si richiede a Dama cotanto magnanima, sì come siete Voi, piacendo a Dio, io vi verrò a ritrovare».—Vdendo ciò la bella Pirinia, se ne contentò, rimembrandole l'obligo e la fede, che le diede e giurò; e ch'egli non comportasse giamai, che lo baciasse donna alcuna; soggiungendo:—«Voi vi dovete sovenire, che la Regina mia madre, disperata dell'impresa, vi diede la maladittione, che, giunto che voi fusti nella Corte di vostro Padre, non accettiate per questo rispetto bacio alcuno da qualunque donna, per bella, ch'ella sia, e che vi s'appartenga di sangue, se voi amate et apprezzate la persona mia. Imperocchè, non così tosto che voi fusti baciato (che vi sarebbe però non poco biasimo) voi vi scordareste di me».—L'allegro Terminione, che gli haveva promesso con giuramento di non toccare mai donna alcuna se non lei, gli promisse di nuovo e giurò di così fare. Il che chiamato a sè l'hoste, quale era huomo da bene, gli disse:—«Voi potete acquistare un buono amico, del quale vi giovarete e lodarete sempre, e forse più che voi non pensate, e ciò con durare pochissima fatica, conservandomi questa mia giovane, sino al mio ritorno, accarezzandola e servendola».—«Andate pure voi allegramente»,—rispose l'hoste—«poi ch'ella sarà servita e custodita da me, sì come s'aspetta all'honestà di quattro figliuole da marito, che io ho al mondo, la più grande delle quali dimostra essere di uno stesso tempo di lei, che non è forse men bella e leggiadra. Io oltre, io vi prometto d'haverne il pensiero e governo, ch'ho delle mie proprie, e di non albergare mai mercadanti forastieri, nè altri, mentre che voi sarete lontano da noi».—Egli alhora, dopo d'haverlo ringraziato, lagrimando quasi di tenerezza, prese congedo dalla bella Pirinia; et imbarcatosi in vn naviglio, egli navigò tanto, chefinalmente giunse in Siragusa. Et vestitosi in guisa di mercante se n'andò a Corte; chiedendo ad alcuni cortigiani la cagione, per che si fussero vestiti di nero. Al quale vno di loro rispose, dicendogli:—«Tu sei bene, amico fratello, fuori di te stesso, non sapendo caso tale! Come può egli mai essere, che tu non habbia vdito, là dove tu sei stato, l'horribile avenimento di Terminione, che ha perduta la vita, e noi non sappiamo dove, nè quando? Però la Corte si è vestita tutta di panni lugubri; e già fa l'anno, che il Re suo padre sta rinchiuso per la morte sua, in vna camera».—Vdito da Terminione, disse:—«Io il vi so dire, che voi piangete vno, che è vivo tuttavia. E, se il Re vuole, io gli ne farò vedere prima che passi questo giorno. E trovandomi in bugia, io voglio, sì come bugiardo, perdere la vita e tutti i miei beni».—Allhora uno di loro, che era Maggiordomo del Re, sentendo coteste parole, lo condusse subito nella camera del Re, quale era coperta tutta di panni neri, non vi si scorgendo, se non che mestitia infinita. Or per accertare di sè il padre, deposto Terminione l'abito mercantile, gli si scoperse per figliuolo. Il Re, che si haveva sognato la notte di vedere tre volte il figliuolo in habito tale, nel quale gli si era appresentato, al primiero sguardo subito lo conobbe. Il che lagrimando, ancorchè havesse scacciate da sè le lagrime e non sentisse più duolo alcuno, nondimeno non le puotè rattenere per gran tenerezza, dicendogli:—«Quale mai fortuna iniqua e ria fu quella, figliuolo mio, che mi ti tolse?»—Et vedendo egli sopraggiungere la Regina sua madre, ch'haveva già vdito lo arrivo suo, et lo voleva abbracciare e baciare, sovenendosi del grave danno della sua bella Pirinia, si disciolse da lei, dicendogli:—«Non v'incresca, io vi priego, o madre mia, se io ricuso i vostri baci et le accoglienze vostre; nè vi dirò però la cagione, che mi muove a ciò fare, havendo bisogno di riposare».—Vditociò dalla Regina, le disse:—«Fate ciò, che vi piace, che io me ne contento: poichè, essendo io stata vn anno intiero senza baciarvi, io potrò ben anco dimorare vn giorno; contro però ogni mio volere, per compiacervi».—Poscia, spogliatosi l'habito funebre, Terminione se n'andò a riposare securamente. Nè appena hebbe chiusi gli occhi, che la pietosa madre sopravvenne; et, vedendolo dormire soavemente, lo baciò furtivamente, non si potendo satiare di non accarezzarlo. Per i quali baci, ne rimase spenta in lui la sua gentile Pirinia, sì come non l'havesse veduta giamai. Poscia risvegliato, raccontò al Padre di punto in punto tutte le sciagure sue, senza però nominare l'obbliata Pirinia, che le era vscita affatto dalla mente, per i baci ricevuti dalla madre.—«Essendo, figliuolo mio, ritornato,»—disse il Padre—«ricco di salute e povero di spoglie, ti devi però allegrare, havendo posto il fine alle miserie tue. E, s'egli non ti spiacesse, volentieri io ti vorrei accompagnare con una bella e ricca moglie di stirpe illustre, et herede di tutta la Sardigna, e per molti bei e rari costumi, sì come il sole, risplendente».—Egli alhora, che punto non si rimembrava della sua vaga Pirinia, rispose,di esequire ogni suo volere. La Regina, desideratissima delle nozze, sollecitava il marito, acciocchè si dovesse subito conchiudere il matrimonio, e mandare per la sposa, senza di attendere, che altri la chiedesse in moglie. Sopra di che mandò il Re incontanente quattro ambasciatori per trattare e terminare il parentato. I quali, senza molta difficoltà, in nome di Terminione, le dierono la mano; rimanendo uno di loro Luogotenente di Sardigna, confermato da tutti i vassalli e paesani con infinita allegrezza e soddisfatione; e gli altri tre s'imbarcaron poi con la bella sposa, con molto tesoro e pompa, accompagnata da cinquanta cavaglieri, più ricchi e nobili di tutta l'Isola. Or havendo anteveduto la leggiadra Pirinia l'affronto, che ne dovevaricevere dal marito, frettolosamente ella dipartì da Trapani. Et prima che si licentiasse dal buon hoste, le fu cortese e donò tanto, ch'egli puotè benissimo maritar le figliuole. E salita poi con due serve nella barchetta, le fece fare cose maravigliose, et in un baleno ella giunse in Siracusa. E fra i più nobili della città ella prese a pigione un bellissimo palagio, molto dissimile però dal suo, ch'haveva nell'Egitto, havendo più rispetto alla necessità sua, per il caso adivenuto, che alla grandissima sua nobiltà; dimorando in quella Città, nella quale non si poteva dar altra donna, che lei il preggio di singolare beltà, per la quale molti ardevano e consumavano per suo amore. E fra gli altri, ci erano tre baroni de' più principali della Città, più ricchi e favoriti del Re, i quali, credendosi d'essere vguali al stato suo, si erano accesi fuor di modo et invaghiti delle sue dolci maniere e gentili costumi, stando tutto il giorno su l'ali, pensando di poter adempire i vani desiderij loro, conducendogli Amore in modo tale, che l'uno non sapeva dell'altro. Avedutasi di loro la bellissima Pirinia, fra sè disse:—«Havendomi il mio sposo tradita, ingannata, obliata; e non più conosciuta da lui, havendo havuto l'intenzione di mia madre, il suo desiderato effetto; io voglio cotesti tre, che cotanto mi oppressano e lusingano (favorendomi però il Cielo) trattargli in modo tale, che, innanzi ch'eschino fuori del laccio amoroso, tremino nel fuoco et isfavillino nel ghiaccio».—E per ciò eseguire, ella si lasciava vagheggiare da tre finestre, che scoprivano diverse strade, hora dall'uno et hora dall'altro, accrescendo di giorno in giorno le rare et vniche bellezze sue con diverse preciose gemme, che in grandissima coppia haveva seco arrecate, potendole cangiare molte volte al giorno, e prenderne dell'altre più ricche e belle. Et avendo una serva molto veduta e scaltrita, che gli manteneva in grandissima speranza, parlandole sovente in vna certa casettaalquanto fuori del vicinato, non restando di non aggiungere sempre legna al fuoco, conforme all'vso delle ruffiane, la quale finalmente gli indusse a pagar tutti di molti scudi, volendo godere dell'amore della sua padrona. Ella si compose con il primo, che, dandogli per vna notte sola quattromila scudi, haverebbe havuto la bella Pirinia ad ogni suo piacere, ispicandone la primiera rosa del suo dolce giardino. Egli, che tutto si distruggeva per amor suo, gli disse:—«Se non bastano quattromila, gli ne darò anco diecimila, se tanti ella ne chiederà, i quali già sono in pronto et apparecchiati. Et da cotesto voi potrete comprendere, se io l'amo di perfetto core».—E così gli mandò e denari, pregando instantemente che 'l sole si tuffasse nell'Occidente; perchè non lo potesse vedere persona alcuna, per ritrovarsi con essa lei. La sagace serva, così instrutta dalla sua padrona, le disse:Ch'egli non dovesse venire innanzi, che non fosse passata vn'hora di notte; e che si riducesse all'vscio del giardino, che l'haverebbe introdotto.Or vedendo egli declinato il giorno e giunta l'hora impostale, se n'andò, sperando egli d'haver la più dolce e felice notte, ch'havesse havuta giamai. E, giunto all'vscio del giardino, fu subito introdotto, e condotto nella camera della leggiadrissima Pirinia, la quale fiammeggiava e risplendeva, come un proprio sole. Il che egli, rimirandola tale, si maravigliò oltre modo; e stupefatto, non puotè mai favellare. Poscia fra sè riprendendosi, disse:—«Che fai tu adunque, sciocco, che tu sei, a contemplarla tanto? O quanto ti starebbe bene ogni male, che ti avenisse, potendo tu hora estinguere il tuo gran fuoco, quale non spegnendolo cotanto t'arde e consuma, lasciandoti distruggere per viltà di cuore».—E, detto ciò, si mosse per abbracciarla. Ond'Ella contrariandolo, le disse:—«Voi siete, Signore, tropo frettoloso, et importuno. Però, potendovi io comandare in casa mia, vorrei che voi osservastel'uso del mio paese, qual'è: ch'egli non è lecito ad vn amante di corcarsi con la sua Dama senza pettinarsi il capo».—Il perchè, parendogli ciò obbligo e carico, molto facile e lieve, punto non gli si oppose. Ond'ella, in lieto et amoroso viso, le diede in mano un pettine d'avorio, incantato in modo tale, che l'astringeva vbidirle. Mentre ch'egli si pettinava, havendolo destinato a stare tutta la notte con il pettine in mano, spogliata se ne andò a giacere; e, schernendolo, lo chiamò, dicendole:—«Venite hoggimai, se voi vi sete pettinato, che io sono pronta et apparecchiata ad ogni vostro piacere».—Egli, che non solamente l'vdiva, ma anco la vedeva corcata nel letto, non guari lunge da lui, nondimeno, violentato dallo incanto, non vi poteva gire, convenendosi pettinare e star con il pettine in mano. Di che non vi fu giamai chioccia più ispennacchiata di lui, cadendogli dal continovo pettinare i capelli, e dolendogli tutto il capo, dicendo fra sè:—«Chi mi ha egli mai condotto, senza frutto alcuno, in cotanta servitù? che siagli maladetto Amore, e chi gli crede, e chi fu mai il primo a risolversi di perseverare nella fede sua, la quale conduce l'huomo fuori di sè stesso: poi che per frutti così insipidi et amari, io gitto via il tempo, la fama et e danari».—Havendo dormito la vaga Pirinia tutto il suo bisogno, si risvegliò; e, per più dileggiarlo, le disse:—«In vero, che io in servizio vostro, io mi vergogno, che essendo già vscito il sole dall'Oriente, parendomi in sogno propriamente; voi non vi siate fornito di pettinare. O bella prova d'un innamorato, sì come siete voi!»—Vedendo egli avicinare l'Aurora, languido e stanco, gli disse:—«Egli non mi duole, se non di me stesso, benchè voi mi habbiate legato con le vostre diaboliche arti, con questo pettine in mano, pettinandosi tuttavìa. Ma increscemi bene, che hoggimai voi non mi liberiate, godendo cotanto del mio doloreet affanno, lasciandomi gire per i fatti miei. De' quattro mila scudi, che io vi ho donati, non me ne curo, facciovene dono, mentre che voi mi sciogliate da cotanti tormenti, innanzi che sieno piene di genti tutte le strade».—«Perchè non ve ne gite voi?»—disse ella—«potendo, piacendovi, gir liberamente ad ogni vostro talento; bastando a me di conoscere quanto si vaglia vn cavagliere Siracusano con le Donne, impiegandosi, in vero, malamente l'amoroso strale in un corpo, così rozzo et villano, sì come è il vostro?»—Cotesta così cruda e rigida risposta le parve così strana et amara, che, trattone il pettine in terra, senza parlare si fuggì fuori dell'vscio a capo chino; e non attentò giamai di volgersi indietro, tanto l'assalse la vergogna, che hebbe; e, giunto in casa, ne rimase con infinito scorno e dolore. Con il secondo Amante quella sagace serva disse e fece tanto, che lo trasse a pagare tre mila scudi. E, quando egli si credette di calcare le bianche piume, abbracciatosi con l'amorosa Pirinia, ch'ella le disse:—«Egli si usa, signore, nel mio paese, che tutte le volte, che l'amante trova ricetto dalla sua Dama, di spegnere il lume».—Egli alhora, senza pensar ad altro, dissedi farlo volentieri; e, credendosi di spegnerlo incontanente, ella lo ridusse in stato tale, ch'egli vi spese il fiato infruttuosamente, soffiando sempre mai tutta la notte. E, dopo ch'ella hebbe dormito a suo piacere, infingendo, le disse:—«Ah misera a me, che, se si fusse acceso il fuoco in casa mia, chi mai l'haverebbe spento? poi che così picciol lume è durato quà tutta tutta la notte? Et voi, che dovereste spegnere un Mongibello, siete rimaso confuso da così minimo splendore».—«Ahi, falsa meretrice»,—rispose lui,—«da te io sono (e non dal lume) stato ingannato, havendomi schernito con le tue arti, novella Circe, e malvagia incantatrice. Io mi ti offersi, pensando di essere beato e felice;e tu mi hai escluso non solamente da cotanto bene, ma anco sommerso in questo baratro infernale, nel quale io non posso altro che male raccogliere. Degnati hora almeno, havendomi beffato a modo tuo, di ritornarmi nel mio pristino stato; essendo cotesta ingiuria troppo grave a sopportare».—Alle cui pietose preghiere ella sciolse l'incanto. Ond'egli, vedendosi libero da cotanto impaccio, minacciandola, gli disse:—«Tu mi hai ridotto a tanto, che io mi posso a gran pena reggere in piedi. Ma non ti pensar già di rimanere impunita, nè che la tua borsa sìa gonfia e piena a costo d'un Barone Siracusano: poi che hora fie il tuo incanto da me superato e vinto».—E, ciò detto, egli se n'andò per sforzarla; ch'ella, vedendo ciò, non volle comportare, che le ponesse le mani addosso, che gli parve di essere percosso molte volte, non sapendo da cui, non vedendo altri, che essa nel letto, che per via più spaventarlo, le disse, che, se egli non se ne gisse, che l'haverebbe trasformato in un asino o in qualche altro sozzo e vile animale. Di che l'infelice temendo, che ciò non gli succedesse, si pose a fuggire, lasciandogli insieme con la spada il mantello et una catena d'oro; e ritornò a casa, come un bel fante, in giuppone. Il terzo Amante, che era più de gli altri duo infiammato, sollecitava giorno e notte la sagace serva, perchè non lo dovesse tenere più cotanto sospeso et appassionato. La quale, venuta nella conclusione, le disse:—«Egli vi fie atteso dalla mia padrona tutto quello, che voi vorrete: ma vi bisognano due mila scudi».—Alla quale egli rispose:—«Se io non havessi il commodo del danaro, sì come io ho, impegnarei la propria vita, più tosto che privarmi di cotanto mio gusto e piacere».—E, datogli il prezzo, ella le diede l'istesso ordine, che haveva dato a gli altri, due per cogliergli tutti in una rete et in uno istesso laccio. Ma nissuno de gli altri vi andò così precipitosamente, sì come fece lui, a traboccarvi dentro. Vedendologiunto ella, e caduto nelle insidie, disse fra sè:—«Essendo egli così vivamente punto, e feruto d'Amore, ogni mio schrezo (sic) gli parerà propriamente essere uno spasso e giuoco».—Che, per effettuarlo, le impose,che dovesse chiudere l'uscio della camera. Egli, credendo subito di espedirsene, per poter poi abbracciar la gentil Pirinia, lo racchiuse; e, vedendolo riaprire, lo riserrò di nuovo. E, quanto più lo richiudeva, tanto più egli s'apriva, tenendole ella detto tuttavia:—«Chiudete hoggimai l'uscio, e venite a giacere».—Onde egli di nuovo riserrandolo:—«Io mi credo»—suggiunse ella,—«che voi lo vogliate gittare in terra, per far poi una via publica della mia camera».—«Io sono venuto,»—rispose lui,—«per godervi e festeggiare, e non per far cotesto esercizio; ma io non mi posso astenere di non farlo».—Soggiungendo:—«Rammentatevi, che io non sono venuto qua per ispendere il mio tempo in chiudere gli usci tutta la notte, havendovi dato, per possedervi solamente una notte, tutto quello, che voi mi havete dimandato».—«Io non vi ricuso»,—rispose ella,—«havendovi ricevuto cortesemente nella mia camera, non attendendo altra cosa, se non che voi riserriate l'uscio et venghiate a letto».—E ciò detto, rispostogli da lui, vinta dal sonno, si addormentò. Vedendo il povero amante le cose così indisposte per lui, disse fra sè:—«Egli non mi vale punto il mio venire qui, quantunque egli mi costi molto caro».—Soggiungendo:—«Ahi, misero colui, che presta fede a meretrice. Poi che finalmente egli si trova con il danno occulto e con la perdita manifesta; e benchè si penti, però non gli giova nulla. Così adiviene a me, ingannato da cotesta Maga incantatrice, la quale fa prova delle sue arti a grande costo di cui l'ama e quasi adora, per sottrargli il senno, la robba e la fama».—E, dette queste parole, spese e consumò tutto il rimanente della nottesenza piacere alcuno, senza ch'ella mai udisse i lamenti suoi, sin che apparve il giorno, che si risvegliò: rinfacciandolo severamente, dicendole:—«Voi menate tuttavia attorno l'uscio!»—Il che vedendosi il meschino così schernito, gli disse fra sè:—«Se io n'esco quindi, egli non fie poco; e n'haverò buona derrata».—Poscia, addolorato e mesto, si rivolse verso di lei, pregandola,che hormai l'increscesse delle sue cotante pene, e non lo volesse (non meritandolo, essendo ciò cosa indegna) punire così severamente e privare d'ogni suo bene. La quale compassionandolo, disfece l'incanto. Ed egli, senza parlare, gli si levò davante; e, sospirando, giunse nel suo albergo. Or ritrovandosi in corte i due primi Amanti, e non vedendovi il terzo, che era solito di esservi sempre, se ne maravigliarono molto. Onde uno di loro, vedendo l'altro sospeso e cangiato di colore, sovenendosi de' suoi danni e della beffa, subito egli sospettò, che la falsa Pirinia, avezza di porre i suoi amanti in gabbia, l'havesse schernito et ingabbiato anch'egli. E non potendosi più allargare, per non essere iscoperto da lui, che andava considerando tuttavia, quando e quale fusse stato seco il suo acquisto; e tenendo per fermo, ch'egli fusse caduto nello istesso frangente, là dove era caduto lui, gli disse:—«Egli non conviene nascondersi più, poi che volli anch'io nuotare in simile pelago, nè apena io vi fui entrato, che oltre modo non mi pentissi, non facendo mai altra cosa, che pettinarmi tutta la notte, potendovi poi voi imaginare, come la passasse. In oltre, per ischernirmi maggiormente, ella mi fece pagar quattro mila scudi, che per mettergli insieme, mi bisognò impegnar tutte le gioie, ch'havevo in mio potere».—Sentendo ciò l'altro, mestissimo e turbato, rispose:—«Ed io ne ho pagato tre mila; e, quando io mi pensavo d'appressarmegli, ella mi trattò per un mantice di cucina, imponendomi, che io dovessispegnere il lume. Il che io soffiai cotanto, che quindi non mi è rimasto più fiato; quale è così poco, e sì debole, siccome ti puoi avedere alla mia languida e rauca voce. E quando io mi vidi sciolto dallo 'ncanto, affine di spaventarla, l'assalsi, pensandomi seco adempire le voglie mie. Ella alhora, affissatimi gli occhi nel viso, mi isbigottì in modo tale, che io non hebbi ardire più di toccarla; e peggio mi adivenne, che io fui, nè so da cui, percosso villanamente. E sopportato, che n'hebbi alquante, minacciandomi di peggio, io ritornai a casa, io ritornai a casa in giupparello».—Vdendo l'altro simile proposte, si puotè a gran pena rattenere dalle risa, per il gran piacere, ch'hebbe. Mentre che insieme discorrevano, sopraggiunse Terminione, dicendogli:—«Ditemi; io vi priego»—vedendogli così mesti e smarriti—«vi è egli forse adivenuto disastro od inconveniente alcuno?»—Alhora eglino sospirando, gli esposero tutto quello, che era loro succeduto, e dove, e quando. Fazio, che era il terzo amante, sopra arrivò; anch'egli pieno di dolore e malenconia. Al quale Terminione disse:—«Or tu non sai, Fazio, che il nostro Andronico è divenuto vn mantice da fucina? E Racclio si è pettinato in modo tale, che gli sono quasi caduti tutti i capelli della testa, così ambedui dileggiati da vna signora,»—dicendogli il nome,—«con la quale facevano l'amore?»—Vdendo ciò il mesto Fazio, rispose:—«Ed io pure di essa fui fatto portinaio, il cui vfficio molto mi è spiaciuto».—E così tutti tre esposero a vicenda ciò, che era loro succeduto; dicendo:—«Se tu, o Terminione, non provedi al nostro torto e grave male, ella ne spoglierà più d'un paio d'altri. Adunque non sopportare tu, che una malvagia incantatrice svaligi e rovini tutta la tua Corte».—Soggiungendo:—«Noi, in vero, malagevolmente potremmo honorare le nozze tue, trovandosi al verde ognuno di noi. Egli èbene il vero, che per noi non vi è scusa alcuna; pure ricorriamo da te, non tanto per il danaro, ch'abbiamo perduto, quanto per lo 'nganno, ch'ella n'ha fatto, al quale essendo tu giusto giudice, vi doverai provedere».—Sentendo Terminione cotesti lamenti, e compassionatigli, n'andò seco dal Re suo Padre, pregandolo caldamente per loro favore. Ond'egli incontanente fece citare la bella Pirinia innanzi di sè. La quale, non già perchè temesse di essere punita, ma per rivedere il suo ingrato Consorte, vi andò. E giunta alla presenza del Re, ornato di cotanto splendore e magnificenza, rimirò Terminione in modo tale, che gli fece più volte abbassare gli occhi e dire fra sè:—«Io non prenderei giamai in moglie altra donna, che questa».—E contemplandola, gli pareva d'haverla veduta altre volte, dicendo:—«Siasi pure egli benedetto lo strale, che mi trafigge per costei l'anima et il cuore; provando io incomparabile diletto nel rimirarla!»—benchè non si sovenisse dove o quando veduta l'havesse. Havendo vdito il Re tutto il progresso, egli sentenziò, ch'ella dovesse attendere a' suoi amanti, tutto quello, che le haveva promesso; o che restituisse loro i suoi danari e ristorasse del danno patito per lei. Ella alhora, non si perdendo per ciò punto di cuore, nè iscolorì il suo leggiadro viso, ingenocchiatasele davante, le disse:—«Serenissimo signore e giustissimo Giudice, havendo voi vdito loro ragioni, voi dovete, per equità, udire anco le mie. Questi vi hanno dipinto il Paradiso, e negato lo 'nferno; in modo che voi mi havete senza altra prova condennata a soddisfargli. Di che, certo, egli mi viene fatto gran torto; perchè io vi supplico, di rinnovare la sentenza, o sospenderla almeno, sin che io haverò detto le ragioni mie».—Convinto il Re dalle sue parole, rispose:—«Poi che voi volete opponere et arguire contra la vostra accusa, allegate quello, che più vi piace, che, come rettoGiudice, io non inchinarò quinci, nè quindi, se non là dove comporterà la giustitia».—Alhora diss'ella.—«Se alcuno, o Sacra Corona, si movesse d'Italia per torvi il vostro Regno e cotesta vostra città, e ch'egli l'assediasse, vedendo voi l'inimiche squadre, non cercareste al meglio, che poteste, al diritto et al torto, di havere preso o morto lo inimico vostro nelle mani?»—«Non solamente,»—rispose il Re,—«che se movesse un barbaro strano a farmi oltraggio, io l'anciderei, ma non meno anco il proprio fratello, per la conservatione del mio stato. Poi che quegli, ch'ha cuore d'huomo nel petto, non s'arrende giamai; ma si difende coraggiosamente sino alla morte».—«Così appunto, Sire, ho fatto io,»—diss'ella,—«per conservarmi quello, che perduto, non vi sarebbe persona alcuna nel mondo, che me la potesse mai ritornare. Poi che, perdendone la pudicitia, egli pare, che la donna si disarmi della più preciosa cosa, che le possa dare il Cielo e la natura. E che mi valerebbe mai la beltà mia, mancandole il debito ornamento, nel quale solamente consiste l'honestà? Certo, nonnulla. Però io non mi pento di havere raffrenata la temerità di questi vostri vassalli, il proponimento dei quali era, d'vsurparmi lo splendore muliebre, condennandomi in vna perpetua infamia e dishonore. Ma io non ho fatto però tanto male, come si conveniva al loro delitto; anzi io le ho posto innanzi gli occhi vn esempio tale, che se lo vederanno sempre scolpito nel core; acciocchè, quando l'appetito sensuale cercherà di trargli fuori del diritto sentiero, sovenendosi alhora del danno passato, subito vi porranno il freno. Ma volendo voi, o Sire, che io le renda la preda giustamente guadagnata da me, io non vi voglio contradire, essendo io pronta a farlo, mentre che però si trovi anco giustitia per me contra vno de' vostri; il quale m'ha ingannata, e più schernita,che non fu unque mai Ariadna da Theseo, nè Medea dal nepote di Pelleio. Primieramente, io mi trovo, per la salute sua d'haver perduto un Regno assai maggiore di tutta la Sicilia; et ho sostenuto per lui cotante fatiche, che ve ne fareste grandissima meraviglia, essendo vedute e conosciute dagli occhi vostri. Ma quello, che più m'affligge e tormenta, egli è, che le sono vscita fuori mente, mostrando di non mi havere veduta mai più. Egli mi prese in moglie; e mi giurò di non si ingerire mai, che meco, con donna alcuna. Or voi potete vedere quale fondamento egli edificasse nella sua ingannevole impresa! Imperocchè ridotto, per opra mia, a salvamento, egli mi lasciò in pegno ad un hoste con due serve, in vece di mille, che io havevo a casa mia. E, per maggior ingratitudine, l'iniquo ha preso una novella moglie, per la quale io ho sopportato e sopporto, nella solitudine mia, infinite doglie, e tormenti. Ma alcuno non speri mai felicità là dove si toglie il senso e divide la ragione. Et avenga, che il principio paia assai lieto, nondimeno il fine egli è increscevole et amaro».—«Deh, dinne»,—disse il Re—«(essendo lecito) chi sia cotesto ingrato e disleale della mia Corte, che ti prometto di farlo morire miseramente, s'egli non ti trattarà da vera moglie, e consorte».—«Pon cura, signore,»—rispose ella—«di non mi promettere cosa, la quale, per una tal morte, non te ne risultarebbe altro, che infinito duolo et affanno; poi che l'ingrato, che tu cerchi di sapere da me, egli è il tuo figliuolo Terminione».—Soggiungendo:—«Sappi, o Sire, come io sono figliuola d'Aristodemo, Re dell'Egitto, e mi chiamo Pirinia, sua vnica herede, la quale, per trarre egli fuori di pena, io non mi curai di non volgere il tergo alla mia reggia sede, seguendo l'orme sue, ripiena d'ogni speranza; il quale, in vece di cotanto beneficio, mi ha fatta venire qui in giuditio, permeretrice. E, per dimostrare ch'egli sia quello, che mi ha tradita et ingannata, pon cura diligentemente a cotesto anello, con il quale egli mi sposò, poichè io lo gittarò fra le genti.»—E, trattoselo fuori di dito, disse:—«O sommo Giove, testifica, io ti priego, con qualche evidente segno, com'egli m'accettò in moglie».—E, ciò detto, io gittò all'insuso, dicendo:—«Vanne a trovare il mio legitimo marito, non volendo io più rimanere senza di lui».—Ond'egli andò a porsi nel dito di Terminione. Atto veramente stupendo e portento maraviglioso, per il quale egli subito riconobbe la sua amata Pirinia; aprendoselo la memoria, che l'offuscò il materno incantato bacio. Il che ciò non fu picciola lode e gloria; dimostrando di non esser venuta, nè mossa a caso, ma ch'ella havesse anteveduto ogni cosa prudentemente, prima che movesse le piante dal suo palazzo. Grande egli fu veramente e mirabile il contento et allegrezza di Terminione, ancorchè il Re suo padre n'havesse infinito affanno e dispiacere, considerando non già nelle leggiadre operazioni e bei costumi della sua magnanima nuora, ma nell'altra, che di breve doveva giugnere con le sue genti a Siracusa, essendo d'uopo di ritornare in dietro schernita et ingannata delle speranze sue. Stando egli sommerso fra tanto in così grave pensiero, e quasi fuori di sè stesso, non si potendo imaginare scusa alcuna, che fusse buona per lui; sopraggiunse vn messaggieri, che, lagrimando, gli disse:—«Egli è cotanto grande, Sire, il male, che quasi io non lo posso esprimere. Curzio Pirata, figliuolo del gran Côrso, ha rubbato la bella Innia, sposa di Terminione, e cagionatoci grave cordoglio. Havendogli noi però detto, ch'egli non volesse offendere quegli, che l'haveva già diffeso et agiutato; e che si tenesse sicuro, che la vendetta horribile e crudele ne scenderebbe sopra di lui. Il quale, acceso d'ira e di sdegno, ci disse:Direte a Terminione, che nongli si conveniva havere costei per moglie; poichè, vivendo suo padre, me la promisse; però, come cosa mia, io la ho rapita».—Vdendo Terminione coteste novelle, rispose:—«Io le perdono volentieri ogni rapina, quale mi piace tanto e mi è cotanto grata, sì come egli mi havesse donata tutta la Sardigna, godendo io oltre modo, che il fatto sia succeduto in cotesto modo».—Or egli, con infinita festa et allegrezza, sposò di nuovo la bellissima Pirinia nella presenza di tutta la Corte: le cui regali, e splendidissime nozze non furono mai vedute simili sotto il sole. Per le quali i tre baroni rimasero molto attoniti e confusi. Ma, havendo ella ricuperato il suo sposo, le disse:—«Poi che lo errore vostro è stato conosciuto innanzi il Re, e che ognuno di voi ne dimostra pentimento, io vi voglio far restituire e vostri danari, e questa egli vi deve bastare».—Alhora eglino più e più volte gli chiederono humilmente perdono, confessando d'haver errato per ignoranza e fragilità; che così anco loro perdonò Terminione, cangiando i loro dispiaceri in contento infinito. Il quale, festeggiando più di un mese, tenne sempre corte bandita. Or vdito il Re Aristodemo il grido e la fama delle grandissime nozze e trionfi, impose ad vno dei suoi Baroni, che, con molto tesoro, andasse a ritrovare Terminione in Siracusa, facendogli fede, com'egli l'haveva creato Re e Signore di tutto l'Egitto; e che in nome suo gli promettesse piena indulgenza d'ogni passato errore. E ch'egli e la figliuola potessero ritornare a ripatriare senza timore alcuno, ch'egli appieno attese et osservò. Il perchè ambodui passarono poi nell'Egitto, e goderonsi insieme, et vissero per lungo tempo regalmente et allegramente.