XXIV.LA VOCE DELLA RAZZA.

XXIV.LA VOCE DELLA RAZZA.

Passarono i mesi. Il nutrimento, a Sierra Vista, era abbondante, e ottenuto senza fatica. Zanna Bianca, grasso e prosperoso, viveva beato. Egli, non solo si trovava materialmente bene sulla terra del Sud, ma vedeva l’orizzonte della sua vita davanti a sè, come un cielo d’estate. Non era più circondato da nemici. Il pericolo, il male e la morte non s’annidavano nell’ombra; la minaccia dell’Ignoto e la paura ch’essa gli procurava erano svanite.

Solo Collie, che non gli aveva perdonato l’uccisione dei polli, sfuggiva a tutti i tentativi che Scott faceva per riconciliarla con Zanna Bianca. Essa era come una peste, pel colpevole, e lo seguiva a passo a passo come unpoliceman; e se egli si fermava un momento per divertirsi guardando un piccione o una gallina, subito Collie gli piombava addosso.

Il miglior mezzo che avesse trovato ZannaBianca per calmarla, era quello di accosciarsi a terra, ficcar la testa fra le zanne, e far finta di dormire. Essa ne rimaneva tutta sconcertata e taceva di colpo.

Inconsciamente, Zanna Bianca dimenticava la neve: solo, talvolta, durante la caldura estiva, quando il troppo sole lo faceva soffrire, egli se ne ricordava, desiderando vagamente il freddo della terra del Nord.

Poichè il padrone andava spesso a cavallo, accompagnarlo era uno dei principali doveri della vita di Zanna Bianca. Sulla terra del Nord, questi aveva dato prova della sua fedeltà a Castoro Grigio portando i finimenti della slitta; qui, non avendo slitta da tirare, nè fardelli da portare sul dorso, l’unico modo di pagare il suo tributo, consisteva nel seguire il cavallo del padrone. La corsa più lunga non l’affaticava; dopo aver corso per cinquanta miglia, con la sua velocità di lupo, regolare e continua, egli era in condizione di saltare ancora allegramente.

Durante una di quelle passeggiate, accadde che il padrone tentasse d’insegnare a un puro sangue, pieno d’intelligenza, il modo di aprire e chiudere uno steccato, senza che il cavaliere avesse bisogno di scendere a terra.

A più riprese, Scott aveva condotto il cavallo davanti allo steccato, sforzandosi di fargli eseguire il movimento necessario, ma l’animale, spaventato, indietreggiava, s’impennava, sempre più snervato.

Spronato vigorosamente, egli si piegò sui ginocchi, e, con le zampe posteriori, cominciò a sprangar calci.

Zanna Bianca, che osservava lo spettacolo con crescente ansietà, non potendo più trattenersi, balzò alla testa del cavallo e incominciò, a un tratto, ad abbaiare! Quell’abbaiamento era il primo che emetteva durante la sua vita!

L’intervento fu disastroso: il cavallo si rialzò, si lanciò al galoppo, attraverso i campi; un coniglio che gli capitò fra le gambe gli fece fare un brusco scarto; e il cavallo cadde su Scott, rompendogli una gamba.

Zanna Bianca stava già per saltare alla gola del disgraziato animale, quando il padrone lo fermò con la voce.

Scott, disteso al suolo, si frugò nelle tasche, in cerca di una matita e di carta, ma non trovandone, decise di mandare Zanna Bianca a casa, senz’altro.

— A casa! — disse, — su, a casa!

Ma Zanna Bianca pareva che non volesse lasciarlo. Egli ripetè l’ordine, più imperiosamente; e Zanna Bianca che sapeva che significasse «a casa!» lo guardò come se riflettesse, s’allontanò, poi ritornò, ed emise un gemito lamentoso. Scott gli parlò gentilmente, ma con risolutezza, e Zanna Bianca, dopo aver ascoltato con le orecchie basse, parve d’avere, sebbene con sforzo, capito.

— Mi intendi, eh! vecchio compagno? — diceva il padrone. — Vai, va’ diritto a casa!All right!E dirai ciò che mi è successo. Su, lupo, su, a te! dritto a casa.

Zanna Bianca, pur non comprendendo il senso preciso di tutte queste parole, capì però che il padrone voleva che egli si recasse a casa: fece un voltafaccia, e trotterellò lontano, di mala voglia, voltandosi di tanto in tanto, per guardare indietro.

— Va’, — gridava Scott, — va’!

La famiglia era riunita sulla scalinata a godersi il fresco, quando arrivò Zanna Bianca, ansante e impolverato.

— Weedon è tornato, — annunziò la madre di Scott, vedendo l’animale.

I bambini corsero verso Zanna Bianca e cominciarono ad attrarlo nei loro giochi, ma egli li evitò, e siccome lo avevano spinto con la groppa in un cantuccio, tra un rocking-chair e una panca, egli ringhiò selvaggiamente, cercando di svincolarsi. La moglie di Scott sussultò:

— Tremo sempre, — disse, — perchè temo che un giorno o l’altro, egli non si getti addosso a loro, senza badare.

— Un lupo è un lupo, — sentenziò il giudice Scott. Ed è prudenza non fidarsene. Certo c’è in lui qualche goccia di sangue di cani...

Non aveva terminato la frase, allorchè si vide davanti, Zanna Bianca che brontolava, con uno strano aspetto.

— Vattene, Sir, va’ alla cuccia, — ordinò il Giudice.

Zanna Bianca si voltò verso la moglie del padrone e le afferrò coi denti l’orlo della gonna, tirando la debole stoffa sino al punto di strapparla. Alice lanciò un grido di spavento.

— Spero che non sia arrabbiato, — disse la madre di Scott. — Io ho sempre ripetuto a mio figlio che il nostro clima caldo non è punto adatto per un animale venuto dall’Artico.

Zanna Bianca ora non ringhiava nè brontolava, ma se ne stava immobile, a testa alta, guardando in faccia la famiglia che lo fissava: la gola era scossa da fremiti, e tutto il corpo convulso, come se egli tentasse di esprimere l’inesprimibile.

— Si direbbe, — osservò Beth, — che tenti di parlare!

E in quel momento Zanna Bianca parlò, come potè, abbaiando rumorosamente. Quell’abbaiamento fu il secondo e l’ultimo della vita del cane, ma s’era fatto capire.

— Qualche disgrazia è capitata a Scott! — esclamò Alice risolutamente.

E tutti seguirono Zanna Bianca che scendeva già la scalinata guardando se lo seguissero.

Dopo questo avvenimento, l’ospite di Sierra Vista ebbe un posto migliore. Persino il groom, al quale Zanna Bianca aveva lacerato il braccio, riconosceva che quello era il cane più saggio,sebbene fosse un lupo. Il giudice Scott interpretava questa ipotesi nel senso più estensivo, appoggiandosi su tante documentazioni ch’egli ricavava dalla sua enciclopedia e da diversi libri di storia naturale.

Intanto si approssimava il secondo inverno che Zanna Bianca stava per trascorrere nella terra del Sud, e i giorni cominciavano a diminuire. Ed ecco che egli fece una strana scoperta: i denti di Collie non erano più così duri, e se essa mordeva, pareva che lo facesse per gioco, gentilmente e senza fargli male! Egli dimenticò tutte le miserie inflittegli e quando essa andava a fargli delle smorfie intorno, egli rispondeva con gravità, con piacevolezza, solenne e ridicolo.

Essa lo trascinò, un giorno, in una lunga corsa, attraverso prati e boschi. Il padrone, guarito, doveva, in quel pomeriggio, fare una piccola cavalcata, e Zanna Bianca lo sapeva. Il cavallo aspettava, sellato, alla porta di casa.

Zanna Bianca esitò, là per là; ma un sentimento più profondo della legge degli dei, da lui appresa, più imperioso della sua volontà, lo vinceva. E, quando vide Collie che lo mordicchiava, e gli folleggiava davanti, si decise per lei; voltato il dorso, la seguì.

Quel giorno il padrone cavalcò solo, mentre Zanna Bianca e Collie correvano a fianco a fianco, come la madre Kisce e il vecchio «Un Occhio» erano corsi in compagnia, nelle foreste silenziose della terra del Nord.


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